Svolta all’UMG: si è costituita l’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca Italiani (ADI)

L’obiettivo è la rappresentanza e tutela dei dottorandi e dei giovani ricercatori

Proposte concrete e innovative per il futuro dell’Università “Magna Græcia”, da diversi anni fiore all’occhiello del capoluogo calabrese, con l’obiettivo di dare più valore al titolo di Dottore di Ricerca. É quanto si potrà realizzare grazie alla costituzione dell’ADI, l’associazione dottorandi e dottori di ricerca italiani. In prima linea un gruppo di studiosi afferenti al Corso di dottorato in Teoria del diritto e Ordine giuridico ed economico europeo che ha fondato l’ADI della sezione di Catanzaro, con il suo presidente dott. Luigi Mariano Guzzo, dottorando di ricerca presso l’Università “Magna Græcia”, accompagnato da un direttivo composto altresì dalla dott.ssa Rosaria Mastroianni Ianni, assegnista di ricerca presso lo stesso ateneo catanzarese, che si attiverà in qualità di responsabile dell’organizzazione e dal dott. Andrea Romeo, dottore di ricerca, in qualità di tesoriere. L’iniziativa ha avuto un grande riscontro e sono già numerose le adesioni dei diversi attivisti.

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L’ADI è un’associazione senza fini di lucro e totalmente indipendente dai partiti politici. La sua missione trova equilibrio, infatti, nelle aspirazioni più alte delle migliori condizioni di vita e di ricerca di tutti;  un’associazione decisamente pronta a dare rappresentanza e tutela ai dottorandi e ai giovani ricercatori. La strada più opportuna da percorrere, così, non può che essere illustrata proprio dai diversi dottorandi e dottori di ricerca, che si dedicano volontariamente al raggiungimento di questo obiettivo. La natura e l’origine della profonda dedizione di questi giovani è da ritrovare nell’espressione brain drain, ovvero la nota “fuga dei cervelli”, che si utilizza per indicare quella migrazione di persone altamente qualificate – e il dottorato di ricerca è il titolo di studio più elevato conseguibile in Italia – che si formano in un determinato paese e poi si trasferiscono in un altro. Tutto questo solo per poter esprimere il proprio talento e magari lavorare con la possibilità di far carriera.

Su questo allarme si è molto discusso tra gli studiosi moderni ed è stato giustamente evocato il tema della centralità politica o dell’impegno politico dei nostri rappresentanti. Sembra che ultimamente si voglia negare alla ricerca qualsiasi forma, come se fosse una specie di mummia rattrappita, quasi in posizione fetale, per la quale sembra difficile distinguere corpo, arti e cranio. Così, molti studiosi, vengono privati della possibilità di vivere il loro lieto fine. É chiaro che si devono valutare positivamente tutte le iniziative predisposte dalle istituzioni pubbliche per favorire il rientro dei “cervelli”, ma sembra altresì necessario seguire quella regola di vita che si traduce nel cercare di prevenire, piuttosto che curare. Il punto è di fondamentale importanza, perché l’ADI – presente sul territorio nazionale da diversi anni – ha già ottenuto vittorie significative, cercando di dar voce a tutte le diverse istanze dei dottorandi e dei giovani ricercatori. I temi trattati, nei diversi periodi e nelle doverose arene, sono stati l’aumento delle borse, la riforma del dottorato, lo statuto dei diritti, le misure pensionistiche, la valorizzazione generale del titolo, la riforma delle procedure di reclutamento e il superamento del dottorato senza borsa.

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Si sente continuamente ripetere, dai media nazionali, che non vi sono finanziamenti disponibili e adeguati per la ricerca. In dubbia armonia con questi rilievi, però, è necessario anche pensare che la stessa ricerca non può tradursi solo in un problema di tagli e riorganizzazione. Questa convinzione, infatti, non può – e non deve – essere la massima consolazione, in quanto un paese che non investe nella ricerca è un paese che non ha futuro. É necessario allora mantenere vivo il dibattito sulle prospettive future della ricerca e dell’università, spiegando che un dottorando fa ricerca post-laurea, versa i contributi all’INPS come un lavoratore, non può accedere al sussidio di disoccupazione ma versa ugualmente le tasse all’università come se fosse uno studente. I dottorandi e dottori italiani rappresentano la prima forma di ricerca professionale, quindi il futuro dei nostri atenei, nonché dei nostri figli in cerca di una formazione che possa essere competitiva. Proviamo a non dimenticarlo e a mettere queste persone nella condizione di lavorare serenamente e con amore, seguendo le diverse future attività dell’ADI di Catanzaro.

Antonio Mirko Dimartino

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La prima iniziativa della sezione ADI della Magna Graecia.

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Smisurato egoismo (Parte I)

Leggi anche: Smisurato egoismo (Parte II)

Non hai altro dio all’infuori di me

Siamo quelli del disagio. Quelli che lasciano in sospeso le cose, e le cose si dimenticano di noi. Così, quello che ci accade diventa qualcosa di nostro che a nessuno importa. E facciamo di tutto per cercare di fare capire, per cercare di comunicare, per caricare foto ed eventi su Facebook in modo che gli altri sappiano e sappiano tutto, sempre, e sempre più rispetto a quello che noi stessi vogliamo sappiamo. Pubblichiamo tutte le possibili foto, tutte le cazzate senza vergogna, senza il minimo segno di pudore, senza nemmeno chiederci: ma disturbiamo? Perché degli altri non ci importa nulla, in realtà. Una massa di egocentrici illusi della propria importanza. Crediamo di essere speciali e vogliamo farlo sapere a tutti, proprio quei tutti di cui nulla ci importa, e ogni presagio di interesse viene subito accantonato, e quel minimo che rimane è solo un residuo di egoismo. E basta con le cazzate dell’altruismo, del buonismo e dell’essere “de sinistra” ma senza mai esserlo troppo, abbastanza, veramente. E come diceva Kant: non esiste l’altruismo, non illudiamoci. Il nostro caro io è sempre al centro dei nostri pensieri. La cosa più e meno salda. Più salda perché non possiamo farne a meno, non possiamo fare a meno di nutrirlo ed esporlo, di renderlo disponibile. Meno salda perché siamo così superficiali da seguire le correnti. Vortici con al centro solo un nulla. Un nulla bello carico di slogan da social network tipo quelli che ci dicono: “La gente parla sempre, tu sii te stesso e cammina a testa alta” (che a trovare quel “sii” scritto correttamente si è già miliardari di fortuna – nel senso che si ha la fortuna a miliardi)… banalità di un grottesco disarmante, disarmante soprattutto per il seguito che ottengono. Ma chi ci crediamo di essere? Ognuno di noi è così saldo nelle proprie convinzioni… così saldo da cambiarle continuamente, senza il minimo sforzo, senza coscienza, senza pensare a nulla. Cambiamo e basta. Ma senza neppure essere consapevoli della qualità del cambiamento. Perché cambiare è giusto, non è giusto non sapere di farlo, essere troppo superficiali per capirlo.

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Siamo questi testamenti individualisti e pesanti, che poi andiamo a bere e ubriacarci in giro e guidiamo che tanto lo reggiamo e non succede niente. E quasi mai succede qualcosa. Ma mai a dire “la fortuna” e sempre a dire “è merito nostro”. Ma quale merito? Che cosa ci rende così grandi e speciali? Cosa abbiamo, qual è il nostro esame di coscienza quotidiano dove mettiamo noi stessi a nudo con noi stessi e ci flagelliamo dei nostri errori – oggi non c’è di certo: oggi degli errori ne siamo tutti fieri, vai a vedere uno di quegli slogan di sopra: sbaglio di mio e sempre a testa alta. No, mio caro, se sbagli e lo sai allora non puoi stare a testa alta. Degli errori mai andare fieri si deve, ma sempre bisogna prendersi le colpe.

Siamo immaturi sempre, quarantenni con figli che non ci mettono nulla a pubblicare foto dei propri figli minorenni sui social senza pensare che forse non è il caso: e, invece, via, a tutta birra con le foto del bagnetto, del carnevale, del dentino che cade, dell’acconciatura e quello che vuoi. Siamo questi maturi per finta, che non riusciamo mai a staccarci dalle gonne delle nostre mamme anche se la famiglia ce l’abbiamo. E sempre a lamentarci del nostro lavoro o non lavoro e sempre a criticare quello degli altri, qualunque esso sia. E sempre a criticare o ad apprezzare eccessivamente gli altri, mai giustamente: questo per dire: l’egoismo di sopra. Pubblichiamo per noi stessi, non per gli altri, ché agli altri non importa di noi né a noi degli altri. Tutto finto.

Tutto finto come chi legge e chi scrive, e chi legge questo e scrive questo. O positivo o negativo, tutto finto.

A. Ve.

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Alimentazione sostenibile: cosa metti oggi in tavola?

I dati sulla denutrizione e malnutrizione ancora oggi spaventano, ma la soluzione è a portata di fornelli.

Un po’ di numeri apriranno degli scenari ad oggi drammatici: circa 870 milioni di persone denutrite (biennio 2010-2012), circa 2.8 milioni di decessi per malattie legate a obesità o sovrappeso, circa 1.3 miliardi di tonnellate di cibo vengono sprecate ogni anno. Dunque, da una parte c’è chi soffre ancora la fame, dall’altra parte chi, invece, muore per disturbi alimentari a causa di un’alimentazione scorretta. Spesso questi dati scorrono in televisione e sembrano così distanti dalla nostra realtà, seppur questa sia ormai costruita su stenti e difficoltà. Ad un certo punto arriva anche l’Expo 2015 il cui slogan “Nutrire il Pianeta, Energia per la Vita”, ci fa conoscere ancora più da vicino un problema che attualmente ha bisogno di scelte politiche condivise e consapevoli, connessi a stili di vita sostenibili. Cosicché, ci sembra ancora di discutere di qualcosa di trascendentale, di un problema troppo complesso per essere risolto dalle comunità locali. Tuttavia, è sufficiente addentrarsi pian piano nella questione per comprendere che la risposta possa ricercarsi in piccoli passi e scelte semplici. La parola d’ordine è sostenibilità, ossia la condizione di uno sviluppo in grado di assicurare il soddisfacimento dei bisogni della generazione presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di realizzare i propri. Negli anni questa definizione si è ampliata, includendo aspetti non solo ecologici ma anche ambientali, sociali ed economici.

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Il concetto di sostenibilità è vasto e dinamico essendo influenzato dalla tecnologia, ma nello specifico si vuol discutere di alimentazione sostenibile come possibile soluzione ai problemi che riguardano la malnutrizione e la fame nel mondo. In tal modo saranno la quotidianità e le nostre scelte a fare la differenza e ad offrire un valido contributo al pianeta con un impatto anche sull’economia. Gli attuali sistemi di produzione e di consumo dovrebbero subire delle trasformazioni, puntando su alimenti sani, che rispettino l’ambiente, poco elaborati dal punto di vista industriale e coltivati nelle zone di provenienza tradizionale, nel rispetto della biodiversità e delle risorse disponibili. Il risultato sconcertante è che il numero di persone denutrite e malnutrite cresce vertiginosamente, e se si associano questi dati alla rapidità con cui gli ecosistemi si stanno deteriorando, diventa necessario discutere e riesaminare il modo in cui ci nutriamo. Mangiare diventa un gesto ecologico con un impatto anche sull’ economia del territorio in quanto si preferiranno prodotti biologici e locali, oltre che di stagione. Nutrirsi seguendo questi  piccoli suggerimenti, diventa qualcosa di più importante di un gesto routinario che fa parte della nostra esistenza. Se diventasse una scelta consapevole si potrebbero realizzare conseguenze mirate alla soluzione di problemi non molto lontani dalle nostre case. Come scegliere? Per noi italiani il cibo ha anche una connotazione sociale, ed oggi esistono diversi strumenti che permettono ai consumatori di riconoscere i cibi con una bassa impronta ecologica e di sostenere le filiere agroalimentari più virtuose, prestando attenzione alle pubblicità e alle etichette, nonché ai dati resi pubblici dalle aziende stesse sul ciclo di vita del prodotto. Mangiare è da sempre un gesto semplice, ma potrebbe diventare qualcosa di più!

Martina Pirrone

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Mondiali di Kitesurf 2015: l’Avis presente con i suoi volontari

Donare sangue è un gesto da campioni, questo lo slogan scelto

É partito il 9 luglio a Gizzeria Lido, nella meravigliosa costa tirrenica calabrese, lo spettacolo del Kite mondiale, che andrà avanti fino a domenica 19. Per diversi giorni, il tratto di costa che collega il golfo di Sant’Eufemia alla sempre più nota Gizzeria, sarà un luogo fausto, nel quale lo sport e il puro divertimento si coniugheranno alla perfezione, facendo giungere appassionati del kite da tutto il mondo. A coronare questo meraviglioso evento che vede lo svolgersi delle gare di qualificazione del campionato mondiale di “Hydrofoil” – con prima tappa in Messico e, dopo Gizzeria, negli Stati Uniti e in Australia – la presenza dell’Avis provinciale di Catanzaro.

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“Donare sangue è un gesto da campioni”, questo è lo slogan scelto per interagire nella postazione appositamente creata dai volontari dell’Avis nel parco balneare “Hang Loose Beach”, organizzatore locale dell’evento sportivo nonché luogo dove i kite surfer calabresi si ritrovano abitualmente per le loro acrobazie tra mare e cielo. In un’atmosfera festosa e gioviale, dal 10 al 12 luglio, coprendo sia la fascia della mattina che quella pomeridiana, i volontari hanno distribuito materiale informativo, donato gadget ai presenti e spiegato l’importanza della “donazione”. L’Avis, infatti, è un’organizzazione non lucrativa di utilità sociale costituita da tutte quelle persone che donano volontariamente, periodicamente e gratuitamente, il proprio sangue. Nella chimera dello sport e di tutto quello che lo stesso può dare e insegnare all’umanità, i volontari dell’Avis hanno svolto un lavoro di promozione della donazione. Oltre all’Avis comunale di Gizzeria, infatti, erano presenti anche quelle di Lamezia Terme, Curinga, Nocera, Sant’Eufemia e anche l’Avis giovani di Taverna, pronte a testimoniare l’importanza di quel “gesto simbolico” che identifica l’esistenza associativa stessa. L’atto della donazione è molto nobile e si identifica in quell’attestato di solidarietà umana verso chi si trova in condizioni di bisogno. Per questo deve essere doppiamente apprezzato e valutato lo sforzo di tutte queste persone, i “volontari del sangue”, che credono nel delicato ruolo sociale dell’Avis.

La presenza ai Mondiali di Kitesurf 2015 rappresenta, quindi, una tappa importante del processo di crescita associativa, atta a sensibilizzare i presenti a quei valori etici comuni allo sport. L’obiettivo è quello di incoraggiare la popolazione, le famiglie, i giovani, i bambini, a perseguire una corretta nutrizione ed una particolare attenzione nel confronti della salute, invitando ed educando i presenti ad avere uno stile di vita sano. L’Avis provinciale di Catanzaro, in questa visione armonica dello sport e della donazione quale gesto dei campioni, ha altresì premiato i primi vincitori del mondiale nella serata di domenica.

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Da mercoledì 15 fino a domenica 19 sarà di scena l’altro campionato del mondo, con la “Formula Kite World Championship” – specialità “race” – nella cornice di una serie di regate, la stessa disciplina del kitesurf, selezionata per partecipare alle Olimpiadi del 2020. Attendiamo con ansia, dunque, il momento in cui verrà decretato il campione del mondo assoluto.

Antonio Mirko Dimartino

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Quattordici artiste per la prima mostra itinerante dedicata a Frida Kahlo

“I colori dell’anima” ed un punto di vista tutto al femminile

Sabato, 20 giugno 2015, all’interno della Torre Normanna di San Marco Argentano (Cosenza),  è stato dato il via alla sezione estiva della prima mostra d’arte collettiva e itinerante del sud Italia dedicata all’artista Frida Kahlo. L’evento è stato promosso dall’Associazione Socio-Culturale “Aletheia”, grazie al contributo organizzativo di Esperia Piluso (sociologa e ideatrice dell’iniziativa) e della direzione Artistica di Morena Di Pressa. L’evento, alla sua prima edizione, è intitolato “I colori dell’anima”, il cui scopo è quello di valorizzare l’espressione artistica al femminile attraverso più generi artistici, alternando la pittura alla fotografia, passando per l’arte astratta e figurativa, e immergendosi anche in altre rappresentazioni quali la poesia, il teatro, la musica e il ballo.

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I colori dell’anima, e si pensa a Frida. In che modo l’artista ha rappresentato il mondo femminile e quella sensibilità che le fa conoscere un nuovo modo di interpretare il tempo che ha vissuto? Proviamo a ripercorrere brevemente questo viaggio attraverso alcune parole-chiavi: Messico, incidente stradale, amore e amanti, emancipazione e politica, surrealismo.

Frida Kahlo è nata in Messico il 6 luglio 1907, ma curiosamente affermava di essere nata nel 1910, l’anno dello scoppio della rivoluzione messicana, perché voleva che la sua vita cominciasse con il Messico moderno. Questo particolare biografico ben ci fa comprendere la sua personalità alquanto singolare e indipendente. Una vita, quella di Frida, mossa dalla passione e dalla sensualità, e sempre immersa in quel senso dell’umorismo che trasmette attraverso la sua arte. È,  inoltre, diventata il simbolo dell’avanguardia artistica e dell’esuberanza della cultura messicana del Novecento.

“Che farei io senza l’assurdo”. (Dal diario di Frida Kahlo)

Incidente stradale, la seconda key word. Frida fin dalla nascita ha vissuto uno stato di salute travagliato, aggravato dall’incidente stradale del 1925 che ha causato gravi lesioni al suo corpo, per il quale dovette subire ben 32 operazioni chirurgiche. Durante questo periodo di solitudine cominciò a dipingere una serie di autoritratti, e sottopose i suoi dipinti ad un illustre pittore dell’epoca, diventato suo marito, Diego Rivera.

“Ho subito due gravi incidenti nella mia vita… il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego”. (Dal diario di Frida Kahlo).

Nel 1929 sposò Diego Rivera, il suo primo ammiratore, nonostante fosse famosa l’infedeltà dell’uomo. Anche Frida ebbe numerosi rapporti extraconiugali, comprese esperienze omosessuali, con personalità note di quei tempi. Il legame di Frida al partito comunista fu il motivo che le permise di realizzare la propria indipendenza ed autodeterminazione. Infatti durante il periodo post-rivoluzionario, le donne si emancipavano grazie alla politica. La sua arte fu caratterizzata dal modo ossessivo di vivere quel corpo angosciato dalla sofferenza, per cui crea brillantemente una visione del corpo femminile non più distorto da uno sguardo maschile, facendovi confluire i colori messicani. A partire dal 1938, i suoi dipinti raccontano il suo mondo interiore e il modo di percepire il mondo, accostando gli elementi della tradizione messicana a quelli della produzione surrealista. Ad ogni modo, il punto di vista di Frida era molto lontano da quello surrealista, e le piaceva l’idea di essere un’artista originale.

“Pensavano che anch’io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”. (Time Magazine, “Autobiografia messicana”, 1953).

Dunque, Frida Kahlo, è un’artista che ben rappresenta quel mondo femminile intriso di libertà, creatività, passione, forza e delicatezza. Rappresenta la donna che vuole rompere ed uscire dagli schemi per autorealizzarsi attraverso due armi infallibili: il fascino e l’intelletto.

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Si ricorda che le artiste, provenienti da tutto il territorio regionale, più due artiste Sud Americane che esporranno alla collettiva sono: Viviana Mazza, Marta Guida, Carmela Paonessa, Maria Santoro, Morena Di Pressa, Erminia Fioti, Adele Lo Feudo, Teresa Boero, Franca Fragale, Rita Mantuano, Noemi Silvera, Francesca Procopio, Celestina Fortuna, Eleonora Cipolla. Verranno omaggiate le opere dell’artista messicana ispirandosi ai colori ed alle sue tecniche pittoriche. La  sezione estiva dell’evento ha preso il via ieri pomeriggio, per poi fare tappa a Palazzo della Provincia di Reggio Calabria dal 6 al 10 luglio e all’Hotel Barbieri di Altomonte il 10 e l’11 agosto.

Il mondo femminile si crea e si mescola con i colori dell’anima, a volte sofferenti, altre felici, ma spesso troppo complessi e al tempo stesso affascinanti, così come la stessa Frida scrive per l’ultima volta nel suo diario: “Spero che l’uscita sia gioiosa e spero di non tornare mai più.” (Dal diario di Frida Kahlo).

Martina Pirrone

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“Il senso del moto”, l’ultimo libro di Mario De Rosa

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 219) il 20 giugno 2015.

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Quando un poeta calabrese diventa la terapia alle nascoste piaghe umane

Il piacere tormentato della vita, tra le nuvole arruffate del dolore e le parole adagiate dell’amore, attraverso il misterioso e secolare sentiero della poesia. É questo il filo conduttore de “Il senso del moto”, l’ultimo libro di Mario De Rosa, brillante poeta e scrittore calabrese, pubblicato qualche settimana fa a cura della casa editrice Montedit nella collana “Le schegge d’oro”.

Abituato a descrivere i sentieri più nascosti e incerti dell’anima, Mario De Rosa si propone nel suo quinto volume con un equilibrio perfetto tra lo scorrere del tempo, le magie del cuore e la natura dell’uomo, come se fosse un rito celebrato con cura. Il profumo del tempo – inteso come ricordo – è quello reale, che il poeta calabrese cerca di descrivere attraverso gli elementi della natura. Si, quella natura che i segreti conserva, quella natura che disegna mille percorsi o dolorose sensazioni, anime perse o diafane immagini. Così, in questo percorso vivo di emozioni, il lettore potrà comprendere che il dolore non è solo perdita, ma anche una verità spesso negata. De Rosa, però, non si ferma e si avvia sul cammino della poesia più vera dichiarando che “il pianto è amaro”, come davvero in pochi son capaci di fare.

Come non parlare poi del “cuore”, uno dei rari rimedi offerti alle pene umane, che magistralmente il profondo De Rosa inserisce nei suoi versi. Un amore che non si compra con i diamanti ma che si rende vero con un nido d’amore, come egli stesso descrive in versi armoniosi. La passione per le cose semplici, diventa una guida costante del pensiero del poeta calabrese che, spesso turbato dalle fantasie nelle notti d’estate, prende in esame credenze antiche e cerca di dare forma al loro aspetto incerto. Onestà, dignità e onore, diventano parole vive nelle testa di chi legge queste meravigliose poesie, parole davvero mirabili e momento creativo della grazia dei suoi versi.

La natura dell’uomo – nella penna di questo poeta prodigioso – si concretizza nella “Carezza”, nelle “Sofferenze invisibili”, nel “Marinaio di vita” o nei “Mendicanti”. Tutte poesie dirette ai margini della nostra consapevolezza, nel compito – piuttosto gravoso – di indugiare ancora nella vita. Insomma, l’ultimo libro di Mario De Rosa rappresenta la poesia che infonde speranza: quelle parole adagiate su carta per liberare l’inconscio o quei pensieri irrazionali dei quali dissetarsi, utili a padroneggiare sulle sagome dei propri timori. Poesia è dunque quel sentimento che ci conduce al battere incessante del cuore, alle ginestre in fiore, alla forza della speranza, al timido divieto o al rimaner silente.

Mario De Rosa è un promoter della poesia, capace di trasportare la stessa non solo nei concorsi o nei circoli letterari, ma anche nelle scuole o nelle semplici strade. Nato a Morano Calabro, realtà meravigliosa della nostra amata Calabria, inizia a scrivere nel 2006. In pochissimi anni riesce a collezionare una serie impressionante di premi, quale finalista di una serie innumerevole di concorsi, portando a casa coppe, trofei, targhe, medaglie, premi speciali, diplomi di merito e d’onore. Vincitore del premio selezione per la poesia italiana al concorso internazionale di “Anguillara Sabazia”, nonché del premio “Benemerito Culturale d’Onore” al concorso “Tra le parole e l’infinito 2008”. Con la raccolta “Canti del Pollino”, si aggiudica il primo premio “Jacques Prevèrt” nel 2008 e tutto suo è sempre il primo posto al concorso “Accademia Internazionale Città di Modica 2014”, nonché al premio letterario “Città di Viterbo”. Conquista un altro primo premio anche a “La vela e il mare”, concorso di Viareggio, con il libro in vernacolo moranese “T’aricordisi?”. Con lo stesso libro, risulta poi vincitore per la regione Calabria al concorso “Cocci d’anima” dell’accademia “F. Petrarca” di Capranica. Ancora vincitore del primo e secondo posto al concorso “I Grandi Maestri Contemporanei 2011” a San Gimignano, è sempre primo al Premio Internazionale “Don Giustino Russolillo” di Napoli e primo Premio Speciale Letteratura al Premio “Oscar Europeo d’Arte e Letteratura – I Grandi Maestri Contemporanei 2012”. Infine, si conquista un altro meritatissimo primo posto al Concorso di poesia di Ischia “Premio Ottomilioni 2013” e anche al concorso “Omaggio a Puccini” – con una silloge inedita – a Torre del Lago. Per ben due volte tra i vincitori del premio “Casentino”, non si contano tutti i secondi e terzi posti raggiunti nei diversi concorsi, come non è altresì facile menzionare tutti i corposi riconoscimenti speciali.

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Mario De Rosa è anche molto attivo sul territorio calabrese per la promozione della poesia: da diversi anni è organizzatore e direttore artistico di serate dedicate interamente alla poesia dell’estate moranese, nonché ideatore della mostra di dipinti e poesie “Versi e colori in armonia”. Premiato dall’amministrazione comunale con trofeo per meriti poetici e come “promoter” culturale, De Rosa è stato anche organizzatore e direttore artistico dell’incontro di poesia “Voci D’Anima” nella sua amata Morano Calabro. Il poeta moranese che non ha confini, viene piacevolmente inserito nella stimata rivista “Euterpe”, nonché nel compendio di Letteratura della Helicon, stilato da una prestigiosa équipe di cattedratici universitari con la presenza di Silvio Ramat. Per i suoi meriti è inserito anche nell’Enciclopedia del Centenario di Mario Luzi, l’intramontabile poeta e scrittore italiano. Come se non bastasse, Mario De Rosa, alla luce dei suoi numerosi premi, diventa molto presto presidente di giuria al Concorso nazionale “Arte Solidale tra Musica e Memoria” per il racconto inedito, nonché sempre presidente di giuria al Premio Internazionale “Memorial Guerino Cittadino” – I edizione – di Rende.

Quest’uomo dedito allo studio e ai suoi quotidiani atti generosi, non sembra accusare la fatica. Negli ultimi anni, infatti, ha ideato e realizzato – con non pochi sacrifici personali – un prestigioso e riconosciuto premio di poesia e letteratura. Da qualche settimana, è possibile scaricare il bando per cercare di partecipare alle diverse sezioni del premio, facendo riferimento ai siti specializzati o alla pagina facebook – Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Morano Calabro Città d’Arte – appositamente creata per seguire le esigenze dei numerosi partecipanti. Dopo una prima edizione dedicata al grande Dino Campana ed una seconda al prematuramente scomparso John Keats, che hanno riscosso grande successo per la presenza di poeti provenienti da tutta Europa, Mario De Rosa intende dedicare la terza edizione al poeta maledetto Arthur Rimbaud. Partecipare è importante, perché serve per orientarsi sull’invisibile sentiero della poesia, vivere un’esperienza genuina e conoscere quella “voglia di fare”, molto contagiosa, che descrive in pieno il nostro poeta conterraneo.

Antonio Mirko Dimartino

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La pubblicità gratis è su internet

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 219) il 20 giugno 2015.

Lametino219_54 Un sistema efficace per scambiare like e visualizzazioni: è la rivoluzione di Megadv.it, sito lametino

Sfruttare al massimo i network e le reti presenti su internet per garantire la pubblicità, anche gratuita, ad una moltitudine di siti web: è con questa filosofia che nasce Megadv, una piattaforma che il 19 maggio ha compiuto tre anni e che risulta essere in continua crescita, con oltre 5.000 utenti registrati e quasi 50 milioni di impression generate. La pubblicità rientra a tutti gli effetti tra i fattori chiave del successo di un sito web, e di un’eventuale azienda dietro di esso: chi non si pubblicizza non ha modo di dire agli altri cosa fa, come lo fa, dove lo fa e soprattutto che lo fa. L’era della conoscenza e dell’informazione, quella in cui viviamo, ha imposto una regola semplice e chiara: se non ti pubblicizzi usando i vari strumenti a tua disposizione, sia convenzionali che innovativi, di fatto è come se non esistessi.

I costi che un’azienda deve sostenere per pubblicizzarsi non sono indifferenti e risentono anche del target della pubblicità stessa. Se, un tempo, si aveva la consapevolezza che un manifesto pubblicitario su un muro sarebbe stato letto sia da gente interessata che non, ora si può mirare direttamente al target desiderato con pubblicità mirate su internet che tengono conto delle preferenze individuali e garantiscono, almeno in linea generale, che a guardare l’inserzione siano individui almeno parzialmente interessati all’argomento trattato. Nel caso di Facebook, è possibile restringere il target in base ai gusti personali, all’età, al titolo di studio, al luogo di residenza: più si va nello specifico, più i costi aumentano. Costi, esatto, perché la pubblicità è un costo, e non sempre garantisce agli investitori i risultati sperati.

Megadv, che è rigorosamente Made in Calabria, anzi, è proprio Made in Lamezia Terme e per questo siamo più che lieti di parlarne qui sulle pagine de il Lametino, si pone come uno strumento pubblicitario che garantisce un sistema volto a ridurre i costi di chi vuole pubblicizzarsi sul web. Lo schema seguito, che si basa sulle reti, non è molto diverso dal seguente meccanismo interpersonale tipico della vita di tutti i giorni: la persona A che vuole vendere un prodotto X chiede alla persona B di parlare bene di quel prodotto, mentre A parlerà bene di Y, il prodotto di B. Megadv prende spunto dalle interazioni personali creando un sistema meritocratico che si basa sulle impression, che sono le visualizzazioni di inserzioni pubblicitarie di un sito su un altro sito dal contenuto simile e valutato in base a precisi algoritmi. Lo scambio di impression è la chiave per la pubblicità gratuita, ma chi vuole andare oltre può ricorrere al sistema dei crediti a pagamento per massimizzare l’effetto e generare ancora più impression. Come anticipato all’inizio di questo articolo, nei suoi tre anni di storia Megadv è riuscito a generare ben 50 milioni di inserzioni online, diffondendole a macchia d’olio. Grazie a meccanismi simili, Megadv è anche in grado di aumentare i “mi piace” di una pagina Facebook, garantendo ai profili aziendali presenti sui social network uno sprint in più per diventare ancora più popolari. Come se tutto ciò non bastasse gli sviluppatori di Megadv, ovviamente anche loro lametini, ci garantiscono che presto il sito avrà una nuova veste grafica, nuove opzioni e un ulteriore progetto di espansione. E’ proprio il caso di riconoscere che ogni tanto la nostra Lamezia riesce a sfornare delle vere e proprie eccellenze.

Francesco D’Amico

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Spazio Calabria all’Expo 2015, una tristezza infinita

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 219) il 20 giugno 2015.

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Polemica sui Bronzi a parte, il “minipadiglione” dedicato alla nostra regione è un’occasione perduta

Expo Milano 2015, l’evento dell’anno che è destinato ad accogliere milioni e milioni di visitatori da tutto il mondo, è un po’ un concentrato di polemiche. Tutti sanno dei ritardi, ma non tutti sanno – e bisogna andare lì per rendersene conto – che le critiche si possono estendere a tante altre cose. Iniziando dallo spirito stesso dell’esposizione universale: nutrire il pianeta, molto nobile come tema, ma come viene affrontato? La massima parte dei padiglioni offre degustazioni varie e ha ben poco di didattico-educativo; le poche eccezioni in questo senso sono paesi come gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar che, essendo caratterizzati da ambienti poco ospitali, mostrano ai visitatori cosa significa veramente vivere in luoghi dove ogni goccia d’acqua può fare la differenza. Insomma, sono ben poche le opportunità di apprendere qualcosa di nuovo, per il resto è una specie di “fiera mondiale del cibo”, un semplice svago per chi non vuole passare l’ennesima giornata di fronte al computer o alla televisione. No comment per quanto riguarda le code, spesso troppo lunghe (50 minuti di attesa per entrare nel padiglione giapponese? Mi dispiace, vado altrove) e mal organizzate, perché sono state predisposte in modo tale da garantire ai visitatori l’EXPOsizione, perdonate l’ironia, ad agenti atmosferici come la pioggia e il vento. Persino le aree “al coperto” non sono al riparo da spifferi e perdite d’acqua.

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Il “bellissimo” spazio dedicato alla Calabria. Foto dell’autore, scattata il 20/05/2015.

Se è vero che l’Expo non è stato concepito ed organizzato al top, bisogna ammettere che quello che è stato fatto per lo spazio dedicato alla Calabria va ben oltre. Si trova vicino al padiglione Italia, a fianco a quello della Toscana e non molto lontano dallo spazio siciliano, chiuso in seguito ad un battibecco tra le istituzioni lombarde e siciliane. Tutti voi ricorderete la polemica sui Bronzi di Riace, che all’Expo avrebbero fatto un figurone ma sono stati lasciati a marcire a Reggio nella speranza che ai visitatori dell’Expo venga per magia l’idea di scendere in Calabria dopo aver avuto un assaggio delle “proverbiali” capacità organizzative italiane. Molto nobile e patriottico come pensiero, peccato però che i voli tra Milano e la Calabria abbiano subito un drastico calo proprio a ridosso dell’inaugurazione dell’evento: fino all’anno scorso l’Alitalia collegava Linate e Lamezia Terme fino a cinque volte al giorno usando tutti i certificati di operatore aereo a disposizione della compagnia già di bandiera (Alitalia, Alitalia Express, Volare, AirOne e CityLiner), mentre ora ci ritroviamo con un solo collegamento aereo giornaliero. Pazienza. Tornando allo spazio Calabria, la prima cosa che si nota è che è molto piccolo (cinque metri per cinque, forse?) ed interamente dedicato al cibo: del retaggio culturale calabrese non c’è traccia. Una ragazza, forse nostra corregionale, mi dice che in programma ci sono future collaborazioni col vicino spazio Toscana e col padiglione della Germania (quello sì, molto bello), e mi invita a lasciare un commento su un libro degli ospiti, dove trovo scritte cose come “la Calabria merita di più”. Ma va? Ma di chi è la colpa se la Calabria non riesce a promuovere se stessa all’Expo? Scrivo “tanti saluti da Lamezia Terme” e me ne vado via, perplesso.

Francesco D’Amico

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Come gestire un team vincente

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 219) il 20 giugno 2015.

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La motivazione è quello che fa realmente la differenza

“E’ la capacità di innovare che distingue un leader da un epigono”- Steve Jobs. Con questo suo aforisma, ci invita ad iniziar qualcosa, a non arrenderci e ad innovare sempre. Si parla di crisi, di difficoltà nel riuscire a trovare un posto di lavoro che soddisfi  le nostre esigenze. E ancora, si parla, delle nuove idee, le cosiddette Startup, chiave indispensabile per poter innovare, cambiare le cose, gestire gli elementi  a disposizione. La parole d’ordine? Adattarsi alle tecnologie, ai nuovi strumenti e, soprattutto, aver la capacità di coordinare al meglio gli stessi a disposizione, ossia il personale. La Gestione delle Risorse Umane, su questo ci soffermeremo, è una funzione aziendale rilevante che riguarda la gestione del personale nel suo più vasto significato. Scegliere, organizzare, guidare, motivare, formare e ottenere il massimo dai propri collaboratori: questo è quello che ogni titolare di azienda – a prescindere dal numero di dipendenti e da quello che si fa – dovrebbe imparare a gestire. Oggigiorno i ritmi e le condizioni di lavoro producono spesso malcontento tra i lavoratori: la loro insoddisfazione, unita ad una conduzione poco responsabile dell’azienda, può generare dipendenti demotivati, stanchi e inefficienti: bisogna, dunque, esser in grado di agire e render sereno, trasparente e meritocratico il clima aziendale.

Entra così, in gioco, il termine motivazione: ossia, l’insieme delle azioni che spingono una persona ad agire e a mettere in atto un comportamento in direzione degli obiettivi da raggiungere. E’ un fattore essenzialmente soggettivo in quanto ognuno di noi è motivato da fattori differenti. Esser motivati al lavoro significa svegliarsi felici per l’inizio di una nuova giornata lavorativa, non sentirsi stanchi ed essere sempre alla ricerca di nuovi traguardi. Alcune persone sono più attratte dal denaro, altri dalla sensazione di essere considerati i migliori, di essere riconosciuti nel proprio ruolo, altri, ancora, dalla sfida materiale con gli avversari, o dall’opportunità di esprimere la propria creatività. Inoltre, bisogna considerare che non sempre gli obiettivi del lavoratore coincidono con gli obiettivi del gruppo. O meglio, spesso il lavoratore percepisce una dicotomia, una contrapposizione tra i propri obiettivi personali e gli obiettivi dell’azienda nel suo complesso. Bisogna, dunque, cercar di mettere in connessione le persone, trasferire le strategie e tradurre gli obiettivi come vision generale e input personale, lavorare sulle componenti emotive non intenzionali per favorire il lavoro di squadra, render proficua l’attività lavorativa. Deve essere il Manager o il datore di lavoro, sempre sotto guida di un consulente specializzato, a gestire questi fattori al fine di creare non solo un ambiente sereno ma soprattutto, un team vincente. Questo non vuol dire che non avrà delle difficoltà o problemi; egli sarà però più pronto per affrontare le problematiche e maggiormente agevolato nella risoluzione di esse. Ci sono diversi fattori che rendono un team vincente: bisogna analizzare la propria realtà e cultura aziendale, il core business, lo scopo che si vuole raggiungere. Riassumendo possiamo affermare che un vero team è un gruppo di persone con abilità complementari impegnato verso un obiettivo comune. Solo in questi casi troviamo sinergia, motivazione, visione comune, lavoro di squadra, capacità al problem solving, energia positiva e voglia di star bene.

Claudia Siniscalchi

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Come abbattere le barriere economiche che limitano i consumatori

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 219) il 20 giugno 2015.

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Spiegazione del perché sia necessario rivoluzionare la concezione economica del Paese

Solitamente, con riguardo alla concezione economica di un bene o di un servizio, siamo abituati a scinderlo in due categorie principali: pubblico o privato.

Questa concezione dicotomica ci è stata tramandata dall’evolversi di un sistema, quello europeo, che per lungo tempo ha visto scontrarsi due modelli economici principali ed opposti, il capitalismo ed il comunismo, intesi nella loro teorica massima estensione, quella di liberismo sfrenato, il primo, e l’altra di assolutismo statale, il secondo. Oltre a questa impostazione di genere, la struttura economica dei paesi che ora costituiscono l’Unione Europea è stata determinata dalla pregressa appartenenza alla NATO o al Patto di Varsavia. E’ oggettivamente osservabile, tuttavia, che mentre nei paesi economicamente più forti d’Europa (su tutti Germania ed Inghilterra) la differenza e la distinzione tra questi due sistemi sia più teorica che pratica, in Italia, invece, tra pubblico e privato si verifica quella che è definita come una “dicotomia perfetta”.

Nel nostro paese avviene, in buona sostanza, la totale assenza di connessione programmatica tra questi due “blocchi”, determinando una generale arretratezza di settore, sopratutto laddove ciò sia fondamentale (settore informatico, digitale, e-commerce), nonché una incredibile e quasi anacronistica inefficienza dei servizi offerti (ADSL, management), uniti alla pressoché totale assenza di concorrenza ed una politica di prezzi troppo elevata. Questo sistema, di certo non virtuoso, poggia sulla impossibilità da parte dell’utente finale, il consumatore, di scegliere la concorrenza: essa, infatti, non esiste oppure è fittizia. L’utente è posto davanti alla scelta di aderire a quel servizio, che è l’unico esistente ed uguale per tutte le compagnie che lo propongono, o di rinunciarvi del tutto. Come eliminare questo problema alla radice e migliorare sensibilmente l’economia del paese? La soluzione è quella di favorire l’interconnessione fra il settore pubblico ed il settore privato. Ciò non deve comportare, ovviamente, una politica di favoreggiamento spietata ed illegale (come purtroppo in Italia siamo abituati a vedere), e nemmeno un abbandono totale al privato da parte dello Stato.

Il potere centrale deve rimanere presenza fissa, nelle duplici vesti di arbitro e giudice, facendo cioè le regole e garantendo che esse vengano rispettate. Come si tradurrebbe praticamente questa impostazione? Prendiamo ad esempio la rete informatica, ossia il sistema di distribuzione di internet (fisso e mobile): allo stato attuale delle cose esso appartiene ai diversi operatori, che gestiscono direttamente cavi ed apparecchi ripetitori. La soluzione ideale, invece, sarebbe quella di un unico sistema di distribuzione centrale appartenente allo Stato, utilizzato dalle compagnie dietro pagamento di una concessione uguale per tutti. Queste ultime, non avendo rete da gestire, da un lato ridurrebbero i costi, dall’altro abbasserebbero le tariffe, eliminando qualsiasi costo di canone e concentrandosi esclusivamente sulla concorrenza, in modo da attrarre più utenti possibili; lo Stato, inoltre, non avrebbe bisogno di imporre nuovi tributi perché i costi di manutenzione ed aggiornamento della rete verrebbero assorbiti dalle concessioni incassate. Si profilerebbe, dunque, una situazione favorevole sia per i consumatori (che avrebbero un doppio risparmio), sia per lo Stato (che troverebbe una situazione di effettiva concorrenza facile da monitorare e da gestire), a differenza dello stato attuale delle cose, dove vantaggi sono tutti per le grandi compagnie.

L’applicazione di queste linee programmatiche dovrebbe poi essere accompagnato dall’abbattimento dei costi dovuti alla burocrazia ed alla arretratezza di fondo del nostro sistema economico, che saranno superati solo con procedure più agili e snelle ed il definitivo passaggio ai sistemi informatici, anche se ciò è limitato proprio da quando descritto sopra. In conclusione, appare necessario invertire immediatamente la rotta, introducendo nel paese un sistema economico efficiente e facilmente sostenibile, per dare impulso all’economia ed avvantaggiare i consumatori, cioè i cittadini, annullando in definitiva la falsa imprenditoria, quella che si basa esclusivamente sull’uso di fondi pubblici e sulla mancanza di concorrenza.

Paolo Leone

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