Il capitale sociale

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 9 ottobre 2010.

Una risorsa importante che ci manca

Premettendo che quella italiana è una nazione impareggiabile in tanti settori, c’è da dire che ogni volta che indagini statistiche relative all’ambito sociale europeo diventano accessibili alla popolazione, in tutti noi scatta un certo meccanismo nel momento in cui prendiamo visione dei dati. Chissà in cosa siamo gli ultimi questa volta. Tante eccellenze, tante cose di cui andare fieri, eppure in ambito sociale ed economico c’è ancora molto lavoro da fare. Ridimensioniamo la scala, portandola al livello nazionale. Anche in questo caso, la pubblicazione dei dati statistici evidenzia un certo gap tra Nord e Sud che bene non fa alla nostra nazione. Tra tutti i dati statistici disponibili, uno in particolare merita più attenzione di quella che gli è stata data e più di tanti altri è capace di invitare la popolazione a riflettere sulla situazione attuale. Non è un’analisi fredda e distaccata, ma qualcosa che spiega nello specifico il perché di tante cose. Negli anni ’90, lo studioso americano J.S. Coleman ha introdotto il termine di “capitale sociale”, sviluppando un concetto discusso per la prima volta  da L.J. Hanifan nel 1916.  Il Prof. Roberto Cartocci dell’Università degli Studi di Bologna ha recentemente ripreso il concetto, analizzando tutte le province italiane e classificandole in base proprio al capitale appena menzionato. I parametri presi in considerazione per quantificarlo sono essenzialmente quattro: la diffusione dei quotidiani, l’affluenza al voto, le donazioni di sangue ed il numero di associazioni sportive. Il “capitale sociale”, dunque, indica il livello di fiducia ed interesse dei cittadini nei confronti della collettività, che vede tutte le province calabresi occupare la soglia più bassa della classifica. La differenza tra Nord e Sud è sostanziale, ma anche nello stesso meridione si notano molte differenze interne: in particolare, la Calabria è stata bocciata a pieno titolo e tutte le sue province occupano il livello di capitale sociale più basso. Tralasciando l’effettiva validità dei quattro punti e tenendo bene a mente che non vanno molto nello specifico, è comunque lecito pensare che un basso capitale sociale sia il segno inequivocabile di un senso comunitario da migliorare e di una diffidenza comune da eliminare. Le ragioni storiche che, per sommi capi, spiegano la condizione attuale del meridione sembrano indicare un periodo storico ben definito: immediatamente dopo la Rivoluzione francese, durante l’era napoleonica, gli ideali rivoluzionari (che tanto si basavano sui principi ben noti di fraternità, uguaglianza e libertà, ma si fondavano anche sul senso di responsabilità e sulla distribuzione delle risorse) non sono riusciti ad imporsi nella mentalità locale così come hanno fatto nel Nord ed in molti altri paesi. A distanza di due secoli, paghiamo le conseguenze di non aver assimilato determinate ideologie e tutti i vantaggi che comportano nella vita sociale; il tutto diventa ancora più comprensibile se si aggiunge all’equazione il danno continuo inflitto alla mentalità del Sud dall’unità d’Italia ai giorni nostri, passando per il ventennio fascista e la Guerra Fredda. Non c’è mai stato un aiuto dall’esterno per cambiare, anzi: per chi ha governato la mentalità arretrata è stata sempre un’arma molto efficace. Si sono avvicendate tante situazioni diverse, tutte destinate a “congelare” la mentalità del meridione, privandola di quella meraviglia che Coleman ha battezzato capitale sociale. Radicandosi profondamente nella società, non è sotto il controllo delle istituzioni e trova nella determinazione dei cittadini una risorsa praticamente inesauribile. Un esempio tipico (anche se abbastanza stereotipato) di buon capitale sociale è dato dai cittadini statunitensi che si impegnano in molte attività nel loro tempo libero, attività tra le quali spicca l’impegno diffuso in associazioni di cittadini che combattono per riuscire dove le istituzioni falliscono. Un esempio esemplare che ci fa capire quanto sia importante evitare di dipendere dalle istituzioni per ogni piccola cosa: basta riunirsi quando necessario ed offrire gratuitamente vantaggi ed assistenza ai cittadini. Se il fenomeno è popolare, quasi tutte le persone contribuiscono almeno in minima parte alla vita sociale e come risultato si ha una forza di coesione tale da rendere la popolazione indipendente dalle istituzioni sotto diversi punti di vista. Da notare il fatto che non si tratta di fantascienza. Il tutto, ovviamente, sarebbe inutile senza qualche sforzo in più per avvicinarsi il più possibile alla legalità. La questione è scontata sotto diversi punti di vista, ma ci sono tanti comportamenti che, purtroppo, non contribuiscono alla crescita socio-economica della popolazione e continuano a fare molti danni. Basti pensare ai vantaggi apparenti che si celano dietro alle “fatture mancate”, che nascondono una vera e propria insidia per il fisco, per le tasse e per i servizi pubblici: ebbene, un cambiamento di mentalità deve passare farsi vedere anche in queste piccole cose (che tanto piccole non sono, considerando il danno economico che comportano nei confronti dello Stato e di tutti i cittadini). Corruzione, mancanza di meritocrazia: il discorso si può estendere con estrema facilità a tanti altri problemi e, cosa inquietante, la percezione di questi fenomeni agli occhi dei cittadini sta aumentando tantissimo senza che però qualcuno decida di porre fine a queste vere e proprie piaghe della società moderna. Il messaggio che questo articolo vuole dare è semplice: un gruppo di poche persone non può cambiare la società se la voglia di cambiamento non è condivisa. Prendendo spunto dagli esempi di cui sopra si possono fare i primi passi verso una mentalità differente, più consona alle esigenze del nostro Paese, della nostra regione e – soprattutto – della nostra città, che ha bisogno di una coesione tra i cittadini decisamente maggiore di quella attuale. Non a caso il motto di Lamezia Terme è “Vis Unita Fortior” (L’unione fa la forza).

Francesco D’Amico

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