Dove vanno i nostri cervelli?

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 4 dicembre 2010.

Una fuga della quale nessuno vuole parlare

Quello della fuga dei cervelli, come si sa, è un problema serio per quest’Italia che non riesce a puntare come si deve sui giovani. Le nostre menti più brillanti, data la mancanza di fondi e la poca valorizzazione del loro operato, decidono di andare all’estero per dare sempre più prestigio agli istituti di ricerca stranieri. Il nostro Stato investe sull’istruzione di questi cervelli per poi importare dagli altri paesi il frutto delle loro ricerche (basti pensare agli sviluppi in campo medico). Seguendo i dettami della logica, permettere una cosa del genere è inconcepibile dato che comporta danni ingenti al nostro Paese. La situazione non migliora, sulle previsioni per il futuro è meglio stendere un velo pietoso e i successi dei nostri ricercatori che lavorano all’estero, prova inconfutabile della loro validità, non servono assolutamente a nulla e vengono messi quasi sempre in secondo piano.

Il problema della fuga dei nostri cervelli è sostanzialmente questo, e dobbiamo farcene una ragione. Per descrizioni più accurate del problema si rimanda ad altri testi dato che questo articolo affronterà un altro aspetto, praticamente sconosciuto, della fuga dei cervelli: riguarda la fuga interna al paese, tra Nord e Sud. C’è chi, con molta malizia, diffonde lo stereotipo del meridionale ignorante, del meridionale che emigra solo per fare lavori umili, del meridionale che non costituisce nessuna risorsa concreta per il nostro Paese. Si tratta di stereotipi che riguardano anche noi, essendo la Calabria una delle regioni più criticate e messe in ridicolo dalle proiezioni statistiche. Purtroppo per le malelingue, i dati parlano chiaro: il numero di laureati in Calabria è alto e degno di assoluto rispetto, ma risente di quell’incognita chiamata lavoro che spinge le nostre menti ad andare fuori.

Immaginiamo una situazione ipotetica nella quale, a causa di un qualunque episodio poco lieto della nostra vita da non augurare assolutamente a nessuno, siamo costretti a “salire” in cerca di cure efficaci perché “Nord è sinonimo di qualità superiore”. Una volta arrivati lì, le possibilità di trovare esperti provenienti dal Meridione sono considerevoli, e non è poi rarissimo trovarsi di fronte un calabrese o addirittura un lametino. Se il nostro problema non è talmente grave da occupare tutti i nostri pensieri, rifletteremo quasi sicuramente su tutta la strada che abbiamo fatto per incontrare dei nostri “compaesani”. Quelli che ora sembrano casi isolati tendono a diventare la norma per un motivo ben preciso: contrariamente a quello che ci vogliono far pensare, noi abbiamo più menti valide di quelle che ci servono e questa nostra peculiarità è sfruttata sistematicamente per compensare il vero e proprio deficit che si sta registrando al Nord. Tra i vari svantaggi che questo problema rappresenta per noi figura la fuga in massa delle nostre menti migliori verso il Settentrione, fuga che non farà altro che danneggiare ulteriormente il Sud proprio in un momento in cui può vantare tassi di istruzione in netto contrasto con le tendenze dei tempi passati. Tornando alla situazione ipotetica di cui sopra, in caso di discussione, il meridionale di turno vi dirà che nella sua regione non riusciva a trovare lavoro perché mancavano le infrastrutture necessarie e/o perché non era valorizzato, mentre al Nord le possibilità di riuscire nell’impresa erano differenti, anche se con le dovute eccezioni. Una volta risolto il problema tornerete “giù”, e nei discorsi coi parenti e con gli amici direte che – sorpresa delle sorprese – avete incontrato esperti meridionali dove pensavate che non ce ne fossero, o che fossero in numero molto limitato rispetto agli autoctoni. Questo è un esempio che serve a descrivere quello che sta succedendo in Italia.

Come al solito, il problema meridionale diventa problema calabrese che a sua volta si può considerare anche un problema lametino. La nostra è una città in cui molti giovani decidono di andare a studiare fuori, sperando di tornare dopo un quinquennio con un bagaglio culturale che possa garantire un ottimo lavoro, cadendo però in quella trappola che sta diventando la fuga dei cervelli nostrana, se vogliamo definirla così. In questo modo, Lamezia perde le già basse probabilità di emergere in ambito regionale, si invecchia e rimane stagnante.

Non è intenzione di nessuno obbligare quelli che stanno fuori a tornare forzatamente indietro, rinunciando completamente alle possibilità di lavorare, dato che risulterebbe in autolesionismo allo stato puro: l’importante è fare di tutto per migliorare il proprio bagaglio culturale, verificare la possibilità di trovare lavoro nel nostro territorio una volta ultimati gli studi e portare innovazioni ad una città che ne ha bisogno. Riuscirà Lamezia Terme a beneficiare delle sue menti più brillanti che si stanno formando lontano dalla loro città? E’ una scommessa sulla quale tutti noi dovremmo puntare.

Francesco D’Amico

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