Tutto pronto per un magico Natale

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CATANZARO – Si è svolta ieri sera, alla presenta di un gremito pubblico, con inizio alle ore 17.30, la presentazione della II edizione di “Sarà Tre Volte Natale”. La manifestazione è organizzata dall’Amministrazione Comunale, di concerto con gli assessorati al Turismo e Spettacolo, Cultura e Attività Economiche e affidata alla direzione artistica di Antonio Pascuzzo. Si tratta di un suggestivo percorso tra suoni e immagini, nonché sapori e odori, presentato in una conferenza stampa, tenutasi nel meraviglioso Cinema Teatro Comunale, alla presenza del sindaco Sergio Abramo, del vice sindaco con delega alla Cultura, Ivan Cardamone; dell’assessore al Turismo e Spettacolo, Alessandra Lobello; dell’assessore alle Attività Economiche, Alessio Sculco; del Presidente della Camera di Commercio, Daniele Rossi; del Comandante dell’Esercito Militare Calabria, Colonello Giampiero Battipaglia.

La manifestazione avrà inizio venerdì 7 dicembre con un racconto speciale, quello di Alessandro Baricco – evento realizzato grazie alla Ubik – che, per la prima volta nella sua carriera di scrittore, racconterà il suo ultimo romanzo “The game” – Einaudi editore – in un luogo intriso di storia e sacralità come la Chiesa del San Giovanni. Per di più, ci sarà un grande spazio dedicato all’animazione con spettacoli per grandi e piccini come “Vita a pedali”, “Il Grande Lebusky Show” e “La danza aerea”.

Non solo eventi e spettacoli, però, ma anche uno spazio doveroso per le iniziative in sinergia con privati e commercianti atte a far pulsare di nuova linfa – almeno in questi giorni di festa – il centro città. Con le luminarie installate su corso Mazzini e nei giardini “Nicholas Green”, una piacevole novità, dopo il “vuoto” dello scorso anno, è segnata dal ritorno dei mercatini che verranno allestiti nei prossimi giorni lungo il Corso tra piazza Grimaldi e piazza Rossi. L’evento, firmato Antonio Pascuzzo, è come sempre molto atteso e arricchirà le feste natalizie del capoluogo.

Mirko Dimartino

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Quando la canzone cerca di spiegare l’inspiegabile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

Un prestigioso seminario sul diritto e la giustizia nella canzone d’autore italiana

Si è svolto nei giorni scorsi presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, un importante e prestigioso seminario dal titolo “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore italiana”.

Il seminario – inserito nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo – è stato presieduto dal chiarissimo professor Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto, Sociologia della Devianza e Sociologia del Mutamento Sociale nel medesimo Ateneo. L’illustre professore – dopo i doverosi saluti iniziali ai numerosi intervenuti – ha sin da subito aperto una discussione su cosa sia la canzone e su cosa rappresenti per l’autore e per l’ascoltatore. Così, nel richiamare un volume di Luigi Manconi intitolato “La musica è leggera”, il prof. Bruno Maria Bilotta ha introdotto quel concetto semplice ma essenziale di una canzone che cerca di spiegare l’inspiegabile. La canzone è canzone, un piccolo e grande mistero: ecco perché ci piace la canzonetta. La canzone è magia – ha poi aggiunto l’esimio professore – una magia tutta particolare, assolutamente singolare nel mondo della magia, che la rende unica nel panorama dell’arte in generale, di tutte le arti, ed ha una caratteristica tutta peculiare e sua propria ed è quella per cui l’ascoltatore si appropria totalmente della canzone fino a farla propria. In questo senso la canzone finisce per dismettere il suo autore vero per innestarsi in un altro autore, precisamente l’ascoltatore coinvolto. Un furto? Sì, certamente, il più nobile e il più innocuo dei furti – ha confermato il relatore – il furto più gradito al vero autore della canzone che sa di aver trasmesso ad un altro un’emozione che non è solamente la sua ma diventa interamente di un altro, di altri, diffusamente di altri, tanto più diffusamente e senza confini quanto più bella è la canzone: un rapporto triadico “autore-canzone-ascoltatore”, che diventa inevitabilmente duale, autore-ascoltatore: quando questo avviene si realizza la vera magia dell’arte della canzone.

Nella seconda parte del seminario, poi, il prof. Bruno Maria Bilotta ha coinvolto i diversi giovani presenti in un percorso innovativo atto a far comprendere come il “diritto”, ma soprattutto la “giustizia”, siano presenti nei testi di grandi autori. Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Enzo Iannacci, Roberto Vecchioni, Rino Gaetano o Paolo Conte, sono solo alcuni esempi di come la canzone registra, in maniera più efficace ed evidente di altri indicatori sociali, il mutamento sociale. Non è certo un caso – ha infine spiegato il professore riprendendo il suo importante saggio – che l’enorme fiorire, specialmente nell’ultimo ventennio, di libri sulla musica cosiddetta leggera tiene conto in primo luogo della storia della musica stessa, e che per ciascun singolo autore la sua storia musicale viene descritta per epoche, com’è giusto che sia;  ogni canzone è debitrice a quella successiva di un ulteriore processo di evoluzione, talora anche di involuzione, ma comunque di un processo di mutamento che deve tener conto tanto del mutamento dell’autore quanto del mutamento sociale. Quindi la canzone, in questi termini, diventa una piccola storia breve e concentrata nel tempo, ma dilatata nell’emozione in cui l’elemento evolutivo è fondamentale tanto in chi la canzone scrive tanto per chi la canzone recepisce.

L’illustre professore ha condotto numerosi studi e doviziose ricerche sul tema della giustizia e del conflitto sociale che, negli anni, hanno prodotto la pubblicazione di importanti volumi. Membro aderente all’International Institute for Sociology of Law di Oñati, nonché membro dell’Associazione italiana di Sociologia e componente della Direzione Scientifica della Rivista “Sociologia del Diritto”, il prof. Bruno Maria Bilotta è da sempre un sapiente studioso e profondo conoscitore delle dinamiche sociali. Fondatore e direttore della collana “Conflitti, Criticità e Mutamenti Sociali” per la casa editrice Aracne, come altresì della collana internazionale “Logiques culturelles et Droits” per l’Harmattan-Parigi, il noto professore ha presentato un seminario decisamente innovativo indirizzato alla riscoperta della canzone d’autore. La musica, forse più di ogni altra cosa, è in relazione diretta con la società e questo ha risvegliato le diverse emozioni dei presenti, sottolineate dalle numerose domande poste – con grande entusiasmo – al relatore. Puntuali come le rondini, le risposte del prof. Bilotta, hanno poi disegnato quegli orizzonti perduti che nutrono l’anima di chi ama la vera canzone d’autore italiana. Il tutto raccontando una Calabria diversa, finalmente.

Antonio Mirko Dimartino

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I fenomeno dei “Ghost Writer”, un danno culturale. Parte I.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

Un fenomeno nascosto che influenza la concezione artistica delle masse

Il fenomeno dei Ghost Writer (“scrittori fantasma”), come del resto esplica il nome stesso, si muove nell’ombra ed è relativamente poco conosciuto o affrontato nella cultura di massa. Questo perché la sua natura nascosta è direttamente funzionale ai suoi scopi e quindi l’insieme di persone che lo rendono possibile sono plausibilmente attivi nel renderlo celato. Persino l’ambito professionale in cui si muovono i Ghost Writer sembra essere ancora da esplorare totalmente:  è particolarmente noto ad esempio che essi sono funzionali alla stesura di “autobiografie” di personaggi politici o comunque famosi, che scrivono bozze o addirittura romanzi completi di cui in seguito si prenderanno il merito nomi noti, mentre meno conosciuto ma altrettanto presente è il loro operato nel campo della composizione musicale o della sceneggiatura di film o spettacoli teatrali dove operano praticamente con le stesse modalità.

Si può definire l’intero fenomeno in una sola definizione che sia valida per tutti questi insiemi professionali proprio in virtù del fatto che il meccanismo costitutivo è sempre lo stesso: si tratta, in sostanza, di persone che scrivono un libro, una biografia, un brano musicale o una sceneggiatura cedendo i meriti pubblici ad un’altra persona e per questo servizio vengono pagati dallo stesso o dall’organizzazione che si occupa di lui. In ogni caso ciò che sembra evidente è che ancora non ci si renda conto dell’estrema pericolosità che i Ghost Writer presentano a livello culturale e pertanto esplicarla è doveroso quanto meno per favorire movimenti  in direzione dell’eliminazione di questa pratica. E’ evidente che il risultato ottenuto da tale pratica diventa quello di attribuire il merito di un opera d’arte ad una persona che effettivamente non ha nulla a che vedere con essa.

L’obiezione frequente ma piuttosto debole del Ghost Writer che conosce approfonditamente lo stile del suo cliente, e dunque lo riproduce abbastanza fedelmente da rendere valida l’associazione, è in realtà molto semplice da attaccare. L’opera artistica non può essere considerata solo come dei parametri tecnici che si ripetono nel perpetuarsi dei lavori del proprio creatore: la tecnica che sta dietro ad ogni musica o film è chiaramente una condizione imprescindibile per la realizzazione dell’oggetto artistico ma risente inevitabilmente della prospettiva interiore umana dell’artista stesso e la sua essenza ne rimane inevitabilmente condizionata. Affidando la realizzazione ad un Ghost Writer si stia compiendo, oltre che un atto di disonestà intellettuale, un gesto di svalutazione della propria personalità artistica e questo potrebbe ironicamente dire molto su quanto si ritengano “artisti” i personaggi che ricorrono ad un servizio di questo tipo. D’altronde, ascoltare una musica che sia solo un esercizio di imitazione tecnica non possa suscitare nel pubblico gli stessi sconvolgimenti che suscita un brano effettivamente composto in ogni suo particolare dalla persona che si fa immagine del suo messaggio.

Questo fenomeno è una realtà consolidata, grazie alla quale si compra il merito e il conseguente plauso della folla. Su larga scala, questo provoca una trasformazione dell’identità dell’artista che non è più un pensatore libero che migliora il mondo attraverso le sue intuizioni, piuttosto ci troviamo di fronte ad un imprenditore che tanto più denaro possiederà tanto più potrà far credere al mondo che la sua persona può produrre un numero enorme di lavori, il che favorisce molto il “culto della personalità” e fenomeni affini. Da tutto questo si evince inoltre che la società viene in questo modo truffata e si trova ad adorare falsi dei non molto dissimili dai re dei tempi antichi che persuadevano l’umanità di avere il diritto divino a governare. [continua…]

Alessandro Severa

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Un retaggio culturale e artistico che non meritiamo

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

I tre passaggi della mente nel comprendere le potenzialità e gli errori sul nostro patrimonio

“Potremmo campare col solo turismo artistico”: quante volte abbiamo sentito, letto, scritto o detto questa frase? Che l’Italia abbia un patrimonio incommensurabile sfruttato solo parzialmente in termini di indotto turistico ed economico, è talmente arcinoto da essere forse una delle poche verità italiane conosciute da tutti, a prescindere dalla provenienza geografica e dal titolo di studio. Una condizione di sfruttamento parziale delle nostre peculiarità artistiche e architettoniche che risulta di fatto immutata nel tempo, se non con deboli oscillazioni positive o negative a cadenza annuale.

Nel percorso formativo, lavorativo e sociale del cittadino italiano, si vivono alcune fasi di approccio a questa “verità assoluta”. Nella prima fase, quella prettamente formativa e di studio, associata alla scuola dell’obbligo e al percorso di formazione universitaria, si imparano a conoscere queste ricchezze, ci si forma nell’essere italiani come eredi di un retaggio unico al mondo, si impara a fondere la propria identità personale con la storia dell’arte dello stivale. Nella seconda fase, potremmo dire di “sveglia” oppure di “osservazione”, l’italiano che inizia pian piano ad affacciarsi al mondo del lavoro e ne carpisce le enormi complessità, si chiede il perché di quel potenziale non sfruttato tra tante opere e ricchezze sparse praticamente ovunque nel territorio, mentre solo le grandi eccellenze artistiche diventano delle vere e proprie icone del turismo d’arte in Italia. E’ vero che gli Uffizi non sono come un qualsiasi castello normanno-svevo dei comuni meridionali che possono vantare di averne uno, ma è anche vero che gli Uffizi riescono a capitalizzare la loro eccellenza artistica in ambito economico, mentre di castelli lasciati praticamente in rovina ce ne sono veramente tanti. La domanda che nasce spontanea è sempre la stessa: “perché? Perché ci facciamo battere gli americani che trasformano una qualsiasi traccia della storia recente degli ultimi due secoli in grandi musei, mentre noi non riusciamo a valorizzare patrimoni millenari?”.

Il cittadino italiano arriva così alla terza e ultima fase, quella della “rassegnazione” che lo accompagnerà per il resto della sua vita, la quale si articola secondo due distinte vie. La prima via della terza fase vede un completo abbandono, da parte del cittadino, delle ideologie precedentemente acquisite: curare il patrimonio artistico per renderlo economicamente fruttuoso “non conviene”, perché “non si campa di solo turismo” e “ci sono cose più importanti nella vita da fare prima”. Insomma, diventa non propriamente inutile ma “diversamente utile”, ossia tende ad occupare un posto basso nella lista delle priorità collettive assolute. La seconda via della terza fase, in altre menti, porta invece alla rassegnazione del pensare che l’Italia non sia meritevole del patrimonio lasciato dai predecessori di chi la abita: si può continuare a parlare ad nauseam di nuovi progetti di recupero e valorizzazione, ma la cosa si chiude lì, si limita al solito siparietto della politica e non scaturisce in azioni concrete. La voglia di dare un vero valore a cose che altrove nel mondo ci invidiano c’è, ma non è portata avanti da una massa critica della popolazione tale da forzare un cambiamento virtuoso nei processi in atto. Il tutto, quindi, diventa un ciclo di pensieri e opinioni che cambiano nel corso della vita e a seconda delle persone coinvolte, un turbinio di frasi fatte e scene trite e ritrite che probabilmente accompagneranno la nostra società per qualche altro decennio.

Francesco D’Amico

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UMG: grande attesa per il seminario su “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore

Prof. Bruno Bilotta - UMG

CATANZARO – Si svolgerà il prossimo mercoledi 21 novembre, con inizio alle ore 15:30, presso l’aula “D” del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, un importante e prestigioso seminario dal titolo “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore italiana”.

Il seminario – inserito nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo – sarà presieduto dal Chiarissimo Professor Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto, Sociologia della Devianza e Sociologia del Mutamento Sociale presso il medesimo Ateneo. L’illustre professore ha condotto numerosi studi e doviziose ricerche sul tema della giustizia e del conflitto sociale che, negli anni, hanno prodotto la pubblicazione di importanti volumi tra i quali ricordiamo “La Giustizia e Le Giustizie” e “La Giustizia Alternativa”. Membro aderente all’International Institute for Sociology of Law di Oñati, nonché membro dell’Associazione italiana di Sociologia e componente della Direzione Scientifica della Rivista “Sociologia del Diritto”, il Prof. Bruno Maria Bilotta è da sempre un sapiente studioso e profondo conoscitore delle dinamiche sociali.

Fondatore e direttore della collana “Conflitti, Criticità e Mutamenti Sociali” per la casa editrice Aracne, come altresì della collana internazionale “Logiques culturelles et Droits” per l’Harmattan-Parigi, il noto professore presenta un seminario decisamente innovativo indirizzato alla riscoperta della canzone d’autore. La musica, forse più di ogni altra cosa, è in relazione diretta con la società.

Antonio Mirko Dimartino
 
 
 

 

 

 

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Abbiamo gli strumenti per affrontare l’aggressività e la violenza?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Quando l’aggressività umana e la violenza richiamano disagi e stereotipi

La condotta aggressiva umana è stata da sempre oggetto di grande interesse, sia per la cosiddetta comunità degli studiosi di psicologia sociale e sia per la semplice società largamente intesa. Il mondo della ricerca scientifica, in riguardo al comportamento aggressivo, fa riferimento al fatto che il termine “aggressività” deriva dal latino “adgredior” e significa tanto letteralmente “avvicinarsi” quanto ulteriormente inteso come “assalire” o “accusare”. Tutto questo perché in una connotazione negativa l’aggressività è vista come ostile, quindi un atto di aggressione che nasce dall’individuo per sentimenti di rabbia, ma in una connotazione positiva può anche essere vista come un’aggressività strumentale. Questo ultimo aspetto è, infatti, molto vicino ai giorni nostri, visto che si tramuta in una aggressività strumentale quale strumento, appunto, per raggiungere degli obiettivi o addirittura superare delle difficoltà. Capita, non di rado, di sentir dire che quell’uomo è un uomo che “aggredisce la vita”, sviluppando una positività al riguardo, tipica dei nostri tempi.

Da tutto questo possiamo capire come l’aggressività sia comunque un elemento connaturato all’essere umano, qualcosa da non sottovalutare oltre che da studiare nelle singole diversità. Gli studi eccellenti, ci hanno dimostrato come essenzialmente ci siano due tipi di approcci in riguardo al comportamento aggressivo sviluppato da un individuo. Il primo è l’approccio disposizionale, secondo il quale l’uomo sarebbe per sua natura portato a comportarsi in maniera aggressiva per fattori biologici e genetici, come dire che avrebbe queste pulsioni e questi istinti innati. In un’altra prospettiva, invece, che viene definita approccio situazionale, si ritiene che il comportamento aggressivo umano derivi da fattori ambientali, quindi da situazioni esterne all’individuo e non interne, che in pratica farebbero attivare un comportamento aggressivo in base alle diverse situazioni che si possono vivere nella vita.

Alla luce di tutto questo è facile comprendere come l’aggressività umana possa avere un destino duplice, nel senso che può tramutarsi in dei comportamenti accettabili dal punto di vista sociale oppure scatenarsi in comportamenti violenti. Tali comportamenti sono sicuramente destinati a produrre dolore negli altri e sono altresì l’interesse principale dei diversi media, tanto da non risultare semplice comprenderne la differenza. Ci chiediamo, dunque, cosa sia realmente la violenza. La violenza è un passo successivo all’aggressività umana, un vero e proprio comportamento aggressivo rivolto contro persone o contro cose, che ha lo scopo rispettivamente di ferire o uccidere, danneggiare o distruggere, con l’obiettivo di imporre un dominio. Ecco, la differenza è tutta qui: nella violenza ci si pone lo scopo di imporre un dominio, cosa che fa chi stupra o chi ammazza.

Prima di invitare al dialogo istituzioni, società civile e comunità scientifiche, allora, sarebbe opportuno aver ben chiare queste differenze. Produrre una conoscenza che nasca da fondate basi teoriche, ci aiuta a comprendere, infatti, come l’aggressività umana può avere diversi livelli di intensità che vanno dalla semplice condotta aggressiva fino alla violenza, ma che possono diventare anche crudeltà o in determinate situazioni una volontà estrema di distruzione. Riportiamo allora i nostri ragionamenti, quando leggiamo articoli di giornale o seguiamo i diversi media, a riflessioni tanto più preziose quanto più scarse. Ricordiamoci fedelmente, infatti, che la violenza ha sempre in sé l’aggressività, ma molte forme di aggressività non sono violente.

Antonio Mirko Dimartino

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“Sono andato a sbattere”, il racconto di un gioco del destino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Un incidente in bici, il travaglio del ricovero, la resilienza e la voglia di rinascere

Ci sono attimi che cambiano la vita, e si può affermare che la vita è cambiata dal susseguirsi di tanti piccoli attimi, e alcuni di essi influenzano l’insieme in modi molto più netti rispetto agli altri. E’ la conclusione alla quale arriva Michele Molinari, artista, fotografo, giornalista e scrittore nella sua ultima opera, “Sono andato a sbattere – resilienza: come trasformare i traumi in occasioni” edito da Il Rio Letture. Un libro dalla forte connotazione autobiografica in cui si descrive una giornata come tante altre, un normale giro in bici che culmina con un incidente e col trasferimento d’urgenza presso un ospedale. L’inizio di un’esperienza inaspettata e destinata  a lasciare il proprio segno.

Il ricovero d’emergenza per un incidente è un’esperienza che, purtroppo, tutti sperimentano in modo diretto o indiretto. Se non la si vive in prima persona, la si vive in terza quando apprendiamo di tragici incidenti che colpiscono amici o parenti, e ci ritroviamo anche noi per i corridoi degli ospedali in attesa di risposte, di certezze, di belle notizie. Se capita a un artista come Molinari, da quell’esperienza – che per fortuna in questo caso ha un lieto fine – si estrapolano memorie e ricordi da rendere in formato artistico agli altri. Nel caso di “Sono andato a sbattere”, passano diversi anni tra il momento dell’incidente e del successivo ricovero, e il momento in cui l’autore decide di trasmettere la propria impronta in memoria ai lettori. L’esperienza del ricovero d’emergenza dalla durata complessiva di una settimana diventa così un tributo artistico, una necessità di plasmare ciò che è principalmente astratto, permutandolo in una descrizione fisica che tutti possono leggere e dalla quale chiunque può trarne consigli specifici.

L’esperienza del ricovero viene trasmessa al lettore in tutta la sua naturalezza e franchezza. Non è un racconto romanzato, non c’è un mix anomalo e poco credibile di fatti reali e inventati, non esistono strane coincidenze e il tutto viene reso come se fosse un diario scritto subito dopo i fatti accaduti. Si parte dall’abitudine spezzata nel momento in cui avviene, in modo improvviso e inaspettato, l’incidente; si continua col ricovero d’urgenza, dove l’autore e protagonista scopre in modo progressivo, spesso anche origliando i medici, i danni alle vertebre subiti; il tutto procede con i ricordi che si accumulano a fiotti, con la descrizione delle sensazioni e della costrizione fisica che si sperimentano in un letto d’ospedale, e culmina col lato più umano dell’interazione con altri ricoverati, alcuni dei quali con prospettive di vita e capacità di recupero ben lontane da quelle del Molinari.

Il risultato è un racconto umano e diretto, una lettura immediata che coinvolge il lettore proprio per il suo stile discorsivo e naturale in cui la descrizione dei fatti in stile “diario personale” si mescola, senza stonare, al ricordo, tanto per fare un esempio, dell’indovina che quattro decenni prima lesse la sua mano, indicando la cosiddetta “linea della vita” e affermando che avrebbe, un giorno, rischiato di spezzarsi, ma poi avrebbe continuato inesorabile. Un’avventura di una settimana in cui l’autore scopre il mondo che si nasconde dietro alle mura di un ospedale, e si ritrova a interagire – oltre che coi medici che lo seguono – anche con un particolare paziente e compagno di stanza, chiamato Marco, che di punto in bianco dice cose senza senso e più volte tenta la fuga dall’ospedale, bloccata – almeno in un’occasione – dallo stesso protagonista. Un’avventura nell’avventura, un modo per dire a tutti che essere pazienti ricoverati non significa necessariamente essere inattivi e diventare persone di serie B, e che anche in una fase della vita particolare come un ricovero d’emergenza di una settimana, si possono compiere numerose buone azioni a favore di chi ci sta intorno.

Francesco D’Amico

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Il maturo dell’odio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Riflessioni in itinere sull’abitante del social

La Repubblica dell’odio si estende indefinitamente. E si estende al di là del confine territoriale fisico. È più un modo d’essere che un luogo con dei confini. È il modo d’essere sdoganato dai social network e dal loro uso. Eppure, non si tratta di un modo d’essere appartenente a quella specie che, così come l’opinione diffusa vorrebbe, abita il mondo social, i giovani cioè. Ora, non stiamo lì ad analizzare i flussi che dimostrano chi abita quale social – lasciamo da parte questo tipo di discorso – ma cerchiamo di discutere attorno a quella specie che abita il social e che lo vive in maniera molto più intensiva di quanto ci si aspetterebbe: l’uomo anagraficamente maturo. L’odio sdoganato da questa specie in questa Repubblica è così denso da toccarsi, e da fare in modo che tu possa riderci su, per poi piangerci sotto. L’abitante di questa Repubblica, libera e aperta, liquida e movimentata, è un membro di una specie che come definizione odia. E, oltre a odiare, non discute se non in termini infantili. Il suo stile di prosa è avvezzo a licenze poetiche, a un uso della punteggiatura libero e inusuale. Il messaggio che intende mandare al mondo, ai posteri tutti, e a tutti i suoi sterminati e sfiniti seguaci è uno solo, è l’universalizzazione dell’io. È, in altri termini, l’idiozia pura.

Questa possibilità resa un fatto, il farsi conoscere da tutti per quell’estremo che si è, dà all’anagraficamente maturo una potenza mai avuta prima: ora lui, dall’alto della sua esperienza e solo di quella (ché guai a provare a parlare di qualcosa come “alterità” e di qualcos’altro come “teoria” comprovata) può finalmente dimostrare a tutti la sua sapienza, la sua utilità nei confronti del mondo intero! E quanto di guadagnato… per il mondo, ovvio! Ed eccolo lì a commentare, sulla base del suo mondo, in ogni dove: ovunque si trova l’anagraficamente maturo. E quali sono i suoi concetti? Qual è il suo concetto? Qual è il suo “cosa”?… Il discorso va via via sfumando: non pervenuto. Il nulla.

Ci si confonde: i giovani non hanno interessi, non sono in grado di discutere e quant’altro: eppure, chi ha sdoganato questo modo d’essere non è stato il giovane, ma l’anagraficamente maturo: guardate qualsiasi commento in qualsiasi social e vi renderete conto che la Repubblica dell’odio è abitata e portata avanti da questa specie qui. Una specie tutta da ridere, tutta da vivere. Una specie che si sente in grado di guidare il mondo intero e che se ne prenderebbe pure la responsabilità: il problema è che non sa neppure cosa questo significhi. E la critica per questa specie è solo sfida, solo un tentativo dell’altro di andare contro quello che la specie in questione crede d’essere il bene. Sempre: guai a essere poco poco razionali! Non fosse mai che si iniziasse una discussione: l’anagraficamente maturo non crea ponti, ma alza muri. E ride di gusto delle metafore, e s’industria nel cercare di screditare chiunque sia calmo e pacato: il suo mezzo di discussione è inesistente, le sue parole non servono a capire, ma a ferire. E crede di ferire, ma genera solo riso, anche se l’anagraficamente maturo dovrebbe fare piangere, ma non un pianto come suo obiettivo, ma per la sua causa.

Antonio Verri

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“La panne”, di Friedrich Dürrenmatt

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018.

Un romanzo che coinvolge tra giustizia reale e giustizia giuridica

Il libro “La panne. Una storia ancora possibile”, pubblicato da Adelphi Editore, descrive la scomoda verità sul mondo della giustizia. L’autore di questo illuminante romanzo del 1956 è lo scrittore svizzero tedesco Friedrich Dürrenmatt, un uomo dotato di grande ingegno, un pensatore anticonformista che realizza racconti brevi e pezzi teatrali con grande maestria. Un romanzo breve, sulle ottanta pagine circa, ma con un forte impianto narrativo nel quale emerge come la giustizia, con i suoi meccanismi di indagine, non sia sostanzialmente in grado di dimostrare la “verità dei fatti”.

Dürenmatt narra di un lieve incidente automobilistico che costringe Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, a fermarsi per la notte nelle campagne svizzere. Intravede una villa luminosa e si ferma chiedendo ospitalità al proprietario, un giudice in pensione, che gliela offre volentieri e lo avverte che a breve arriveranno anche degli ex colleghi per una serata in allegria. Così, subito dopo cena, inizia un gioco che questo gruppo era solito fare: riprodurre i processi storici come quello a Gesù o il processo di Socrate o ancora quello di Giovanna D’Arco. Naturalmente, il gioco diventa più bello se si gioca con del materiale vivente e si decide di accusare Traps di aver ucciso il suo capo per succedergli nell’incarico di rappresentante, visto che durante la cena proprio Traps aveva raccontato di vecchie ostilità con il suo ex titolare. Traps ha davanti quattro vecchietti che impersonano un giudice, un pubblico ministero, un avvocato e un boia. Accetta con entusiasmo il gioco ma il suo stesso avvocato difensore, uno dei commensali, lo avverte sul fatto che è da pazzi professarsi “innocente” davanti al nostro tribunale, mentre è molto più intelligente incolparsi subito di un reato minore. La via dalla colpa all’innocenza, infatti, è sicuramente difficile ma non impossibile. Dall’altro lato, invece, è un’impresa disperata voler conservare la propria innocenza fino in fondo.

Questo romanzo – del quale altro non sarà raccontato per indurvi a leggerlo e quindi vivere l’umorismo profondo di Dürrenmatt – si sviluppa su una visione negativa della società, soprattutto della giustizia. Con i suoi meccanismi di indagine, infatti, la giustizia non è spesso in grado di arrivare a dimostrare la verità dei fatti. Emerge allora una specie di incertezza circa l’esistenza del diritto, qualcosa che fa riflettere e porta a rileggere più volte alcune pagine. Come spesso accade nel pensiero umano, le nostre valutazioni finiscono col fondersi e coordinarsi a vicenda, così tutto quello che Dürrenmatt evidenzia a metà novecento, con un semplice racconto, vive ancora oggi in tutti quei “cavilli giuridici” che finiscono per condannare innocenti o scagionare colpevoli. Il tutto ha un’attrattiva tale da divenire ispirazione di un film interpretato da Alberto Sordi sotto la regia del grande Ettore Scola, dal titolo “La più bella serata della mia vita”, nel quale l’Albertone nazionale si cala proprio nelle parti del povero Traps. E anche se la riduzione cinematografica di Scola prevede un finale alternativo a quello di Dürrenmatt – avendo il regista tratto liberamente sia dal romanzo che dall’adattamento teatrale dello stesso drammaturgo svizzero – resta comunque chiaro il concetto di rappresentare un diverso mondo della giustizia.

É la triste realtà di una verità che non sempre si raggiunge e che non corrisponde alla verità processuale, ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano e la magia letteraria di questo gioco-processo. Insomma un libro che non cerca l’approvazione sincera dei buoni e che con irriverenza descrive anche la critica condizione umana. Qualcosa di semplice, se vogliamo con pochi elementi come un rappresentate tessile, un’auto in panne, un gruppo di amici ormai in pensione, una tavolata, fino ad arrivare al processo simulato che tante riflessioni potrà darci. Dürrenmatt ci spiega in poche pagine, infatti, come gli ordinamenti sociali siano ingiusti e non liberi, delle strutture fallite che si basano su emozioni. Insomma un libro da leggere che rapisce subito il lettore, nel quale emerge un ricordo integrale della grande destrezza letteraria di Friedrich Dürrenmatt, nonché della sua complessa personalità.

Antonio Mirko Dimartino

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Cara Italia, dov’è finito il senso della concretezza?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018.

Il tragico disastro di Genova mette in evidenza un problema caratteristico dei nostri giorni

Ci sono attimi in cui gli orologi di un’intera collettività si fermano, momenti che sono destinati a essere ricordati come i segnatempo indelebili di tragedie che spezzano le vite delle loro vittime e lacerano i cuori di chi sopravvive. E’ quanto successo a Genova il 14 agosto 2018 alle 11:36 del mattino: in pochi attimi, un’immane tragedia ha mietuto quarantatre vite umane e ha fatto scattare profondi dibattiti sullo stato di manutenzione di innumerevoli infrastrutture sparse per l’Italia. Genova, e l’Italia intera con essa, hanno pianto le vittime con un misto di tristezza e rabbia per l’accaduto, per l’ennesima tragedia che forse si sarebbe potuta evitare.

Delle cause e concause del disastro non si parlerà in questa sede per diversi motivi, anche perché le indagini sul disastro sono ancora in corso e, nonostante l’ovvietà di alcune circostanze relative all’evento, c’è tanto da scoprire ancora per determinare le colpe reali e inequivocabili. Eppure, sulla scia dell’onda di psicosi collettiva nata a seguito dell’incidente, molti esperti di indagini geologiche e ingegneristiche sono stati indotti a riflettere dopo aver visionato l’invito fatto da un primo cittadino di un comune del quale non si farà il nome per evitare accostamenti alla politica (la politica di fatto non c’entra, il problema alla base di tutto è generalizzato e senza colore). Il rappresentante del popolo summenzionato, presa visione della situazione manutentiva “preoccupante” di un’infrastruttura locale a seguito del disastro in Liguria, ha lanciato un appello ai liberi professionisti del settore al fine di condurre un’analisi sulla stabilità dell’infrastruttura stessa a titolo prettamente gratuito. Sintomo, questo, di un problema più esteso di quanto si creda, una piaga per molti “normale” ma che i nostri antenati i quali han tirato su interi monumenti troverebbero deplorevole se la sperimentassero al posto nostro. Questa altro non è che la reazione opposta a quella che una tragedia come quella di Genova dovrebbe far scattare: anziché prendere atto del fatto che per decenni si è deciso di chiudere un occhio sul rischio idrogeologico e sulla manutenzione di importanti aree e infrastrutture, facendo patire la fame ai giovani esperti di ambo i settori, si decide invece di continuare con la linea secondo la quale chi si occupa di cose concrete in un mondo di pettegolezzi, social, stories e like, deve continuare a prestare il proprio servizio alla collettività da lavoratore sottopagato o addirittura si ritrova costretto a lavorare a titolo gratuito.

La richiesta di quel signor sindaco che tanto ha fatto discutere trova il suo perché nella perdita del senso della concretezza da parte dell’italiani, ossia nella mancata percezione di vivere in un mondo fisico costituito da una natura rigogliosa al contorno delle costruzioni antropiche che devono essere costruite e mantenute da esperti appositamente pagati per farlo, lavoratori dignitosi che devono essere riconosciuti dalla società. E’ stato bello per molti vivere in un mondo dei sogni costellato dall’astratto delle chiacchiere e dei pettegolezzi, dei social e dei matrimoni tra vip, un sogno interrotto bruscamente il 14 agosto 2018 alle 11:36 a Genova, quando in una calda e tragica mattina d’estate l’Italia ha capito, forse non troppo tardi, di vivere in un mondo reale dove esistono ambienti e infrastrutture da monitorare.

Francesco D’Amico

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