La Composizione Musicale: un mestiere. Parte II.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il  30 settembre 2017. Leggi la prima parte.

Continua la riflessione su chi opera da “dietro le quinte” nel mondo della musica

Se voi chiedeste ad uno studente di Matematica se lui potesse stabilire se è ben preparato per un esame o meno, egli saprebbe certamente rispondervi e questo testimonierebbe se non altro la capacità di comprendere l’entità della materia che sta studiando. Al contrario, nella composizione è possibile che un eventuale candidato non abbia la minima idea non solo sul fatto che possa vincere o meno, ma nemmeno eventualmente sul fatto che il suo brano sia effettivamente migliore di quello che lo ha vinto. Tutto questo ha estrema importanza soprattutto quando pensiamo che talvolta, giudici, insegnanti, direttori artistici o in generale le persone che si occupano del lato decisionale relativo al far passare una composizione o meno, vengono pagati per questo tipo di lavoro e pertanto ci si augurerebbe che possano essere anche valutati sulla base dei risultati che producono. Ma come valutarli? Posso supporre che se dovessimo chiederlo a loro stessi, risponderebbero che dovremmo valutare il successo della composizione che hanno scelto e ad una prima impressione potrebbe risultare un’affermazione ragionevole. Tuttavia, dobbiamo immaginare anche che il pubblico che ascolta le nuove composizioni in un Auditorium o in una qualsiasi Sala da Concerto non ha molta influenza su quanto venga programmato se non forse per quanto riguarda la musica di repertorio che di fatto può facilmente contenere brani noti o magari già sentiti in ogni stagione concertistica. Per quanto riguarda invece la musica contemporanea, o anche solo la musica dell’ ultimo scorcio del ‘900, la decisione di metterla in cartellone o meno non sembra così influenzata dalle reazioni del pubblico, e questo induce a dubitare. Del resto, sulla percezione estetica di qualsiasi cosa si potrebbe indagare da un punto di vista psicologico e scoprire quante persone appartenenti ad uno stesso gruppo culturale abbiano opinioni magari radicalmente diverse. Qui semplifico un po’ per provocare il lettore: paghereste qualcuno per decidere se gli piace esteticamente un altro individuo, una decorazione o una macchina? Quanto arrivereste a pagare per questo tipo di servizio, se veramente può definirsi tale? Abbiamo ampliato i nostri sospetti all’intero metro di giudizio sulla composizione perfino di persone accreditate come competenti per cercare delle “prove del nove”che riescano in qualche modo a valorizzare oggettivamente un brano. Giova ripeterlo a costo di diventare petulanti, è un concetto fondamentale, avere opinioni su un brano di musica è legittimo, ma laddove si ottengono dei soldi per averle date o si mette in circolo un sistema che dà soldi a qualcuno invece che a qualcun altro vi è una necessità fondamentale di verificare questo giudizio.

Per poter avere un minimo di luce in questo tunnel bisognerebbe chiedersi a cosa serve comporre musica nuova e, partendo da qui, come comprendere se i nuovi brani composti svolgano questo eventuale compito. La difficoltà nello stabilirlo è evidente: possiamo cercare di capire storicamente come sono andate le cose andando ad analizzare i tipi di committenza che si ottenevano nel passato e, se continuano ancora oggi, in che modo avvengano. Si può individuare nel finanziamento privato un atteggiamento storicamente molto diffuso, pensando anche ai grandi compositori che venivano finanziati dalla classe nobiliare. Non ho alcun documento che dimostri qualsiasi delle mie supposizioni e pertanto vanno prese come semplici ipotesi, ma sono abbastanza convinto che una tale pratica avvenga ancora oggi e se non per composizioni specifiche, quanto meno per eventi, concerti, festival di musica contemporanea. Ma, a questo punto, mi chiedo: può un mestiere che richiede così tanta preparazione, così tanta consapevolezza della materia e che potenzialmente genera i capolavori della cultura di un intero paese essere ridotto quanto a utilità all’intrattenimento di una stretta cerchia di persone benestanti? Può essere questo lo scopo di tanti anni di studio anche di una persona che in qualche modo sa esattamente come vanno le cose? Sarà bene premettere da subito onde evitare delusioni che in questo articolo non vi sono risposte definitive sia per la vasta ampiezza della trattazione che richiederebbe ben più di un articolo, sia perché reperire dati certi su questo tipo di realtà è estremamente difficile, dato che alcune fonti sono di scarsissima accessibilità.

Continuando a indagare su questa strada è possibile supporre che vi siano anche dei finanziamenti pubblici per concerti di nuova musica e sicuramente esistono associazioni che se ne occupano, finanziate pubblicamente. Non entrando nel merito di quanto vengano finanziate resta da comprendere esattamente il loro operato, nonché il loro criterio di giudizio, il pensiero con cui fanno eseguire questo tipo di composizioni.  Va detto, a questo punto, che non sempre si riscontra un attività tale da riuscire da sola a mantenere i compositori da essa promossi, dunque bisognerà comunque andare a cercare i contesti in cui i proventi dei concerti, dei diritti d’autore e via dicendo siano sufficienti a tale scopo. Un’indagine simile va effettuata su tutto ciò che concerne la promozione di musica contemporanea nell’ambito operistico, teatrale e cinematografico.

Ora veniamo allo scopo di questi dubbi e di queste indagini: per comprendere veramente il valore di quello che è un mestiere a tutti gli effetti, bisogna conoscerlo. Sebbene la conoscenza specialistica e quella non specialistica approfondiscano in modalità diverse uno stesso argomento è bene che ogni individuo tenga ben presente entrambe per poter dare non solo un nome all’attività presa in esame ma anche comprenderne l’importanza e godere dei suoi frutti. Quanto ai tipi di enti e alle cariche con potere decisionali citate è doverosa la seguente precisazione: il presente articolo non vuole in alcun modo danneggiare l’immagine o far cadere l’autorevolezza di nessuno di loro, ma solo incitare ad una totale trasparenza con il pubblico e con gli addetti ai lavori stessi che vengono valutati onde evitare che alcuni tipi di comportamenti possano favorire il problema lavorativo cui si accenna all’inizio. Più il potere decisionale è grande e più grandi sono le responsabilità che ha chi lo possiede: la musica e la composizione musicale sono un lavoro a tutti gli effetti  e del lavoro possiedono sia il grande impegno sia i grandi risultati di cui l’umanità può godere. Facciamo in modo che del lavoro abbiano anche la possibilità di sostentamento e la dignità.

Alessandro Severa

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“The Chosen One – La profezia”, di Ferdinando Capicotto

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il  30 settembre 2017.

Quando in una trilogia fantascienza e problematiche sociali di scontrano e s’incontrano

Uno studente impacciato e tormentato dalla vita, senza amici e poco dedito allo sport, prigioniero di se stesso. É la storia di Max, giovane studente molto dedito allo studio che finirà con l’essere travolto da un evento fantastico, fuori da ogni realtà. Una storia molto singolare, quella raccontata nel libro del brillante scrittore-giornalista Ferdinando Capicotto, pubblicato a cura della casa editrice Talos.

Liberando l’inconscio e l’irrazionale, in questo primo libro di questa trilogia di fantascienza, il Capicotto dà vita a un personaggio a tratti vicino alla sua personalità realizzando un testo piacevole da leggere nonché perfetto per tutte le età. Un libro privo di barriere e confini che non si rivolge, quindi, solo agli adolescenti con le loro importanti problematiche. Max, il protagonista, ha sicuramente dei problemi, ma riesce a dare un senso alla sua vita superandoli solo con le sue forze e con un po’ di fantasia. Contro la verità violenta del presente, infatti, è capace di ritrovare una grande forza di volontà – che ancora non conosceva e non sapeva di avere nel suo animo – tale da unirsi alla capacità di trarre esempio dai propri errori, rialzandosi sempre dimenticando i dolori. In tutto questo è ovviamente determinante il valore della sua famiglia, a tratti opprimente, ma comunque sempre presente e protettiva: quel supporto che tutti i ragazzi dovrebbero avere, soprattutto in età adolescenziale. L’autore è particolarmente bravo nel raccontare quel passaggio dal mondo delle favole e delle magie al mondo attuale, quello artefatto che i tempi moderni presentano ad un giovane che si affaccia alla vita. L’impossibilità o semplicemente la difficoltà a rapportarsi con quello che la sociologia definisce come il “gruppo dei pari” – e qui emergono le potenzialità del giovane giornalista laureato brillantemente in sociologia – si tramuta nelle amicizie virtuali e nel vivere sui social e tra i diversi “like”, situazione a noi ben nota. Eppure, il dolce e sensato Max, ritroverà proprio nelle amicizie e nell’amore, tutto quello che serve per crescere e amare la vita. É chiaro dunque come Max non sia un ragazzo superficiale e presuntuoso, ma una persona che non vuole fallire nel campo del dovere. Un giovane capace di instaurare un rapporto quasi fraterno con il suo allenatore, figura molto importante di questa avvincente storia, che ci fa comprendere come ci sia di meglio che assopirsi nei travagli della vita.

Max è diviso tra casa e scuola, fin quando il segretario del Re di un altro Pianeta giunge sulla Terra per portare il ragazzo con sé perché è il protagonista di una profezia. È l’unico a poter salvare l’Universo da un nemico terribile, intenzionato a sconfiggere il sovrano ed impadronirsi di tutto. Il ragazzo si trova così catapultato in una realtà totalmente nuova dove tra allenamenti sovrannaturali e nuove conoscenze si deve preparare al meglio per sconfiggere il nemico, di gran lunga più forte. Proprio come in Harry Potter dovrà faticare per acquisire dei poteri magici che si riveleranno vitali o come, in Dragon Ball, il protagonista diventa capace di lanciare sfere di energia. Per il giovane terrestre si presenta l’occasione per cambiare totalmente vita. L’esperienza su questo nuovo Pianeta aiuta Max a modificare il suo carattere, rendendolo più forte e sicuro di sé. A supportarlo ci sono il sovrano del Pianeta, il suo consigliere ed un allenatore – poco fa menzionato nella sua importanza – con i quali instaura un rapporto di vera e profonda amicizia. Proprio quella che non aveva sulla Terra. Inoltre, Max si innamora follemente di una ragazza, per la quale arriva a fare di tutto. Insomma il giovane Max alla fine del racconto è un’altra persona, fino al punto di conquistarsi l’appellativo di eroe.

Con animo fiducioso possiamo dire che pur trattandosi di una trilogia di fantascienza, per la quale è in prossima uscita il secondo volume “The Chosen One – Il cristallo della forza”, con grande virtù Ferdinando Capicotto ci presenta il mondo reale con le sue problematiche a sfondo sociale. Nel mondo spesso mal colorato di Facebook e dei social in generale, questo straordinario autore ci spiega alcune differenze importanti della vita: una cosa è faticare, altra soffrire. L’abitudine alla fatica, però, rende più facile sopportare il dolore. É vero quindi che il protagonista del libro tira fuori una grande forza di volontà, ma ha comunque dei sani principi. É un ragazzo responsabile, che non si tira indietro dai doveri della vita. Max, infatti, trova diletto in se stesso, come dovrebbero far tutti.

Antonio Mirko Dimartino

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Terme di Caronte, queste sconosciute (Parte II)

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il 30 settembre 2017. Leggi anche la prima parte, pubblicata tra il 20 marzo e il 3 aprile 2010, sul medesimo giornale.

I lametini credono ancora nell’esistenza di un fantomatico vulcano

Negli ultimi anni sono stati tanti gli articoli e i servizi di approfondimento scientifico sulle terme di Lamezia che hanno più volte provato a sensibilizzare la popolazione sulla mancanza di studi scientifici approfonditi per determinare le vere potenzialità di questa risorsa naturale nota da centinaia di anni. Ad oggi, infatti, non si ha una mappatura dettagliata di questa zona caratteristica del nostro territorio, ergo non si sa se è possibile sfruttarla in modi diversi da quelli attuali, con eventuali ripercussioni positive sull’economia locale e la creazione di nuovi posti di lavoro; d’altronde, basta fare un piccolo sondaggio tra i nostri concittadini per rendersi conto di come il lametino medio di fatto ignori cosa siano realmente queste terme, preferendo alla scienza in materia le varie dicerie e le leggende urbane su quest’area caratteristica del nostro territorio.

Ancora oggi, nel 2017, ci sono lametini che credono nell’esistenza di un “vulcano delle Terme” con “bocche laterali” e di antichi geyser. Tra questi, anche lametini “eccellenti” che hanno addirittura trattato queste leggende in libri e testi vari, spacciandole per vere e alimentando un circolo vizioso. Le conseguenze dirette di queste leggende diffuse hanno ripercussioni anche sul “mondo social”: i gruppi Facebook lametini pullulano di foto delle Terme Caronte e di post vari in cui i cittadini continuano a sostenere che si tratti di un “vulcano spento”. Quando qualcuno, pratico del settore delle Scienze Naturali e della Terra, prova a puntualizzare che non è così, partono piogge di insulti (!!!) in quanto si “osa” screditare secoli di racconti e di testi “autorevoli”, nonché le sacrosante testimonianze di zii, nonni e bisnonni.

Le Terme Caronte, immutate nel tempo.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza: è vero che ci sono due vulcani sottomarini spenti nei pressi delle nostre coste che si chiamano Lametini, ma non c’entrano nulla con le nostre terme: dalle Terme di Caronte, queste sconosciute, esce acqua sulfurea e calda perché alcune fratture nella crosta terrestre, le faglie, permettono all’acqua di andare in profondità, riscaldarsi, arricchirsi di particolari elementi come appunto lo zolfo, e poi tornare in superficie. Le rocce circostanti hanno colori caratteristici perché sono dolomie giurassiche, rocce di circa 200 milioni di anni fa formate da un minerale che si chiama dolomite, ossia un carbonato di calcio e magnesio, un po’ come la celebre catena rocciosa delle Alpi orientali. La genesi delle Terme Caronte si discosta molto, pertanto, dalla genesi dei vulcani, anche se condivide con loro alcuni aspetti come la fuoriuscita dal sottosuolo di elementi quali lo zolfo e le temperature idriche superiori alla media, fattori che sono sicuramente alla base delle concezioni sbagliate sulle terme diffuse tra la popolazione locale. Nessuna traccia di vulcani, con tutto il rispetto per i racconti dei nostri nonni.

Francesco D’Amico

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L’amore è nello sguardo

Questo articolo è uscito sul periodico Reportage (anno 2017, numero marzo-giugno).

“Anche ad occhi chiusi sapresti che ti amo, ma guardami, che ti possa amare di più.” Claudius

La conseguenza dell’avvento del digitale sull’immaginario visuale è stata la trasformazione della sorpresa in ovvietà. Da quando lo scatto ha prodotto file che sono andati a riempire le memorie delle macchine fotografiche prima, e dei telefoni cellulari poi, le distanze tra i luoghi si sono ridotte, e l’inquinamento dell’immaginifico ci ha trasformati in osservatori apatici. Non c’è luogo aperto, e presto pure chiuso, che non sia o sarà su street view: l’originale è ridotto e fissato al momento del passaggio di un’auto che porta il globo dalle tante lenti; per l’esplorazione del mondo ci affidiamo supinamente ad un processo meccanico e involontariamente ripetitivo. Le città vengono etichettate con gli hashtag, ma non tutte. Si potrebbe dire che non c’è nulla di argentino nelle fotografie di Pulmón de Aires di Michele Molinari: non c’è né #tango né #BocaRiver, non si vedono #cupole e neppure #avenida, non c’è aroma di #cafè e nemmeno sapore di #mate. Ma invero questa è Buenos Aires. Il fotografo italiano non ha percorso le strade della metropoli per rinforzare il conosciuto, scattando controcorrente ha infatti puntato la macchina fotografica al cielo bordato da edifici che delimitano il suo cortile, il pulmón. Cosa c’è di più porteño di quest’ultimo? Tutti, o quasi, ne abbiamo uno. Un cortile spesso sporco, rumoroso, pieno di odori e di vicini, un luogo al quale non dedichiamo più che uno sguardo annoiato e di sufficienza, perché è un luogo banale e comune che ormai non riusciamo più a vedere come originale. Nella serie Pulmón de Aires, quattordici immagini non manipolate nei colori, l’occhio dell’artista ribalta i pregiudizi e ci insegna a guardare fuori da quella finestra sul retro.

Pulmon de Aires

Attraverso l’occhio di Michele Molinari l’umile pulmón assume una dimensione iconica, così come il cielo che solo occasionalmente ripete quello blanco y celeste della nostra bandiera. Anche il cemento scrostato degli edifici non è più così povero e sciatto: si trasforma nella tela di una quasi infinita palette di colori, mentre le vite dei nostri vicini, scandite dalla posizione delle tapparelle e dalle luci accese nelle abitazioni, marcano il perenne mutare del tempo reale. La scelta del soggetto, e lo sviluppo del progetto, hanno imposto al fotografo un protocollo severo. Per dodici mesi il cavalletto è rimasto nella stessa posizione sul terrazzino e, quando a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi situazione atmosferica l’artista si è emozionato alla luce mutata, ha ospitato la macchina fotografica, puntata verso la stessa inquadratura, pronta allo scatto. Come nel lavoro del fotografo californiano Richard Misrach, che ha beneficiato di un’icona già accettata dal grande pubblico, il Golden Gate, la narrazione visuale si è fatta potente nella costanza della ripetitività. Sulle rive dell’Oceano Pacifico come su quelle del Rio de la Plata, la passione dell’artista traspare dalle immagini e si trasforma in un amore sincero per il semplice e il quotidiano che solamente chi conosce a fondo il luogo può sentire, e riuscire a trasmettere.

“Juan Nahuel Junin”

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Grande successo per il Premio di Poesia Alda Merini

Un appuntamento culturale di prestigio realizzato senza contributi pubblici

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Si è svolta la scorsa domenica, nel capoluogo calabrese, la cerimonia di premiazione della VI edizione del Premio di Poesia “Alda Merini”, ideato e realizzato dall’Accademia dei Bronzi presieduta da Vincenzo Ursini, con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro.

Domenica mattina, infatti, centinaia di poeti di tutta Italia hanno partecipato alla consegna dei riconoscimenti, indirizzando scroscianti applausi ai vincitori e all’Accademia dei Bronzi. La sala del Guglielmo hotel era gremitissima e si respirava aria di festa e di condivisione, nonostante il caldo torrido di questi giorni. Il premio Merini, insomma, riesce a raccogliere intorno alla “grande famiglia dell’Accademia dei Bronzi” – così Ursini ha definito il sodalizio culturale da lui presieduto – un nutrito numero di poeti che condividono gli obiettivi dell’iniziativa ed in particolare quello legato alla diffusione della poesia contemporanea.

“I numeri del premio – ha sottolineato Ursini – sono davvero eccezionali. In queste sei edizioni sono arrivare quasi 10.000 opere, cosa straordinaria per un premio di poesia che non riceve alcun contributo di ente pubblico”.

Per la sezione poesia, infatti, il primo premio è stato assegnato a Antonio Mirko Dimartino per l’opera “Neoplasie evidenti” nella quale il poeta addita, “con lucida consapevolezza – è sottolineato nella motivazione – le cause di un male oscuro che devasta speranze e corrode prospettive di una comunità – quella di Taranto, città dell’Ilva – a cui hanno rubato il futuro”. Il Dimartino, visibilmente emozionato, ha ritirato una preziosa targa d’argento realizzata dal Maestro orafo Michele Affidato, con attestato e la realizzazione prossima di un progetto editoriale con le Edizioni Ursini.

Il secondo premio è stato assegnato ex-aequo ai poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia per la lirica “Intarsi di vita” e Anna Cappella di Casapulla (Caserta), per la lirica “Il profumo delle camelie”. Assenti gli altri due poeti Alba Corrado di San Felice Circeo e Valeria Salvo di Comitini.

Particolare attenzione è stata riservata ai premi speciali assegnati quest’anno a Pino Verbaro (per il volontariato), Giuseppe Galati (per la sezione arte) e Franco Scrima (per il giornalismo) e ai riconoscimenti istituzionali attribuiti dall’Accademia dei Bronzi a Daniele Rossi (medaglia del Presidente del Senato Pietro Grasso) e Cettina Mazzei (medaglia del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini).

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Più che significativa è stata la nomina di Michele Affidato a socio honoris causa dell’Accademia dei Bronzi. “Spaziando dai gioielli all’arte sacra con eguale eleganza e personalità, Affidato ha trasformato pietre e nobili metalli in scrigni di rara eleganza ispirati alla grande tradizione sapienziale bizantina e magno-greca coniugata a linee moderne di stile inconfondibile e unico, trasmettendo in tal modo una visione positiva e feconda della Calabria nel mondo”. Con Michele Affidato sono stati nominati soci benemeriti i poeti Mariella Mernio, Maria Concetta Giorgi, Rocco Pedatella e Caterina Tagliani, e gli artisti Marcello La Neve e Giuseppe Rizzo.

Targhe d’onore sono state quindi consegnate a Mariella Bernio di Brugherio, Salvatore Bordino di Palermo, Vito Massimo Massa di Bari e Giuseppe Minniti di Limpidi di Acquaro, mentre la pittrice Antonella Oriolo ha ricevuto un attestato speciale per l’opera “Alda Merini”.

La targa del presidente dell’Accademia dei bronzi, assegnata per la qualità complessiva delle opere presentate a concorso, è stata invece consegnata a Giuseppe Brunasso di Santa Maria Capua Vetere, Sergio Camellini di Modena, Angelo Chiappetta di Rende, Francesca Costa di Pordenone, Irene Losito di Taranto, Gino Iorio di Calvi di Risorta, Agata Mazzitelli di Caraffa del Bianco, Gianni Palazzesi di Appignano, Rocco Pedatella di Trezzano sul Naviglio, Caterina Tagliani di Sellia Marina e ai catanzaresi Emanuela Calabretta, Francesco Saverio Capria, Daria Orma, Elisa Giovene di Girasole, Vitaliano Grillo, Bruna Marino. La giuria, presieduta da don Titta Scalise e composta da Mario D. Cosco, Antonio Montuoro, Mauro Rechichi e Vincenzo Ursini, ha quindi consegnato numerose targhe di merito ad altri poeti di tutta Italia.

Particolarmente significativa è stata la presenza, nella qualità di poeta, di Massimo Ronco, atleta pugliese, di Gioia del Colle, che ai prossimi campionati mondiali master di nuoto che si terranno a Budapest dal 17 al 20 agosto, gareggerà nella specialità 100 farfalla.

Le motivazioni critiche sono state lette da Annarita Palaia mentre Adele Fulciniti ha interpretato, con grande tensione emotiva,  le poesie premiate. Ai cinque finalisti, oltre ai premi messi in palio, è stato consegnato altresì il primo album musicale “Nessuno è perfetto” di Massimiliano Lepera. Per l’Accademia dei bronzi hanno portato il loro saluto Titta Scalise, Mario D. Cosco e Antonio Montuoro. Cosco si è particolarmente soffermato sulle opere di Alda Merini che saranno oggetto di una prossima pubblicazione a cura delle edizioni Ursini.

Un ringraziamento finale particolare è stato infine rivolto da Vincenzo Ursini al Commissario straordinario della Camera di Commercio di Catanzaro “la cui adesione in qualità di partner dell’evento – ha detto – è stata per noi di grande aiuto perché ci ha consentito di confermare tutti gli impegni assunti in precedenza”. Insomma, il premio Merini, pur non ricevendo contributi pubblici, si conferma come un appuntamento culturale di prestigio che offre anche alla città una autentica opportunità turistica.

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Antonio Mirko Dimartino è un giovane scrittore di origini pugliesi residente da diversi anni in Calabria, brillante laureato in Scienze dell’Amministrazione con la passione per la poesia, giornalista della principale testata di Lamezia Terme e professore presso un noto liceo privato. Membro di giuria in diversi concorsi letterari, tra i quali ricordiamo il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Jack Kerouac nonché quello di Amelia Rosselli e di Sylvia Plath, il Dimartino decide di rimettersi in gioco proprio come poeta al Premio Alda Merini di quest’anno, ottenendo il primo premio assoluto e riprendendo una meravigliosa carriera iniziata vincendo il Premio Neruda all’età di soli 16 anni. Negli anni ha collezionato numerosi riconoscimenti in ambiti spesso diversi, come il primo posto assoluto nella terza edizione della Scuola di Liberalismo Ludwig von Mises del 2011, per la quale ha affrontato e presentato una tesi sul problema dei beni pubblici ottenendo una borsa di studio della Camera di Commercio. Dopo aver ottenuto un’altra borsa di studio anche nel 2012, questa volta della Unipol Banca per un elaborato sul problema della “Società aperta” di Karl Popper, nel 2013 il Dimartino ottiene anche uno speciale riconoscimento dalla Fondazione Vincenzo Scoppa durante il Premio Internazionale Liber@mente. Nel 2014 arriva una menzione d’onore al Premio John Keats con una lirica dedicata al poeta prematuramente scomparso dal titolo “John sotto il peso del mondo” e l’anno successivo un quarto posto al Premio Letterario Area dello Stretto di Reggio Calabria, con una straziante lirica dal titolo “Migranti sullo Stretto dei venti”.

Nel 2015 riceve altresì un importante riconoscimento come giornalista in quel di Morano Calabro, la splendida cittadina ai piedi del Pollino, durante la cerimonia di chiusura del Premio Internazionale di Poesia Arthur Rimbaud. Il riconoscimento, che mette in luce peculiarità personali del Dimartino quali la tenacia e la concretezza, realizza un eccelso merito al giornalista per quel percorso – di cui ne danno prova i numerosi articoli – atto a difendere i giovani e ad affrontare i problemi legati alla nostra terra, soprattutto nel mondo del lavoro. Presente con le sue poesie in numerose antologie, tra le quali ricordiamo la selezione per ben tre anni di seguito al Premio Tropea Onde Mediterranee, il Dimartino si cimenta in concorsi ed esperienze sempre nuove. Nel 2016 viene selezionato per il Repertorio di Arte e Poesia, un censimento nazionale dei migliori poeti contemporanei e nel 2017 per il prestigioso Calendario di Arte e Poesia dell’Accademia dei Bronzi, con la lirica “Sublime incanto”.

Francesco D’Amico

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Glamour: una storia tutta al femminile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

Quando il glamour racchiude lo stile e il fascino di una donna

Il piacere tormentato di un concetto spesso inafferrabile, tra i diversi significati profondamente legati alla femminilità e alle parole adagiate sullo stile. É questo il filo conduttore di “Glamour. Una storia tutta al femminile”, il libro della brillante scrittrice Carol Dyhouse, pubblicato a cura della casa editrice Donzelli.

Un libro approfondito e ricco in termini di immagini, dove gli schemi mentali cui solitamente fa riferimento la consapevolezza sociale media delle persone poco portate verso l’eleganza – e che spesso evolvono lentamente – vengono confusi con un bel sogno fatto da svegli. Si tratta di un saggio che si legge in maniera scorrevole nel quale Carol Dyhouse realizza, con una modestia tutta artigianale, il percorso del glamour partendo dal secolo scorso. L’autrice sviluppa le sue riflessioni da quella donna che si occupava della polvere che doveva essere nascosta sotto il tappeto di casa in occasione di una visita imprevista, per arrivare allo stile e al fascino della moda o della cinematografia, condizioni utili per prendere in mano – finalmente – il proprio destino. Insomma una donna non necessariamente dedita ai servizi domestici ma capace di far conoscere l’eleganza attraverso il costume e nuovi modelli di relazioni lavorative. E sono chiari, in questo testo acuto, i riferimenti alle icone del ‘900 e a tutte quelle dive del cinema legate al glamour. Come non citare la Marilyn Monroe, in un filo di perle e smorfie seducenti, pronta a cantare un “Happy Birthday Mr. President”, che farà poi il giro del mondo. Come non osservare, altresì, quanto sia stata testimone del tempo l’eleganza di Grace Kelly, simbolo intramontabile di quel glamour che affascina e cattura. E come non pensare all’innovazione che arriva con la splendida Marlene Dietrich, capace di anticipare tutti i tempi svelando una nuova bellezza femminile fatta di inconsueti abiti maschili e di un’ultima passata di rossetto – nel famoso film “Disonorata”– davanti un plotone prima di una esecuzione. Un glamour, dunque, legato al sogno di una trasformazione, a stretto contatto con la fantasia che nasce da qualcosa che affascina o da uno stile nuovo e diverso. Il glamour delle cantanti e delle top model, oltre che delle attrici e delle scrittrici stravaganti. Il glamour della bellezza sofisticata, della seduzione, della trasgressione nella dovizia dei particolari o del fascino più evoluto, qualche volta anche del lusso più sfrenato.

Questa idea di un glamour legato al mondo femminile, seppur intimamente rappresentato nella sua versione seducente da questo interessante libro, traccia sicuramente una linea di demarcazione tra vecchie e nuove logiche lavorative. Le aspirazioni del mondo glamour, dunque, sono sempre più alte e costruiscono la strada più opportuna per il mondo del lavoro. Nonostante la crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo ormai da un decennio, infatti, esistono comunque persone capaci di tirar fuori il numero elevato delle proprie conoscenze al mondo esterno e che hanno il coraggio di investire proprio in questo concetto di glamour, che abbiamo definito essere spesso inafferrabile. Esiste, per esempio, una rivista molto nota del gruppo RCS che si occupa proprio di glamour femminile e che ne determina il nome della testata stessa. Sono altresì diversi i corsi di formazione in questo campo, tesi ad inserire il glamour nel nostro immaginario e in situazioni importanti come matrimoni e cerimonie di ogni tipo. Il glamour è, quindi, da qualche anno il fattore principe di vere e proprie accademie dedicate alla professione di “wedding planner”, che tanto interessa le nuove generazioni di imprenditori del settore. Il glamour, infine, è essenzialmente qualcosa di intrigante, basti pensare alle società di organizzazione professionale di eventi, meeting, congressi o convegni, che decidono di utilizzare questo termine – delizioso e delicato – come ragione sociale. É il caso, per citare una valida esperienza a noi vicina, della Glamour Events Italy, gestita da una raffinata e determinata imprenditrice che svolge la sua attività in tutta Italia da diverso tempo, ma che è nata proprio nella nostra amata Calabria.

Antonio Mirko Dimartino

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Il connubio perfetto di volontà e desiderio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

La “ricetta” ideale per avere successo nei propri progetti

“La conoscenza non è sufficiente, dobbiamo applicarla. La volontà non è abbastanza, dobbiamo agire” disse una volta il grande attore e lottatore Bruce Lee. Una delle cose più difficili da trovare, ricercare in se stessi, mettere in atto e soprattutto allenare è la perseveranza. Si sente spesso parlare di ciò, ed è semplice affermare: “dai, forza, puoi farcela, devi essere perseverante”. Sicuramente sappiamo già il suo significato, ma approfittiamo di questa occasione per ricordarlo insieme. Perseveranza viene definita quella forza di volontà che rende capaci di attuare costantemente libere scelte di miglioramento; forza di volontà e aspirazione, se ben combinati, costituiscono una coppia irresistibile. La perseveranza ha sempre rappresentato la differenza tra successo e fallimento. Questa è la qualità che più di ogni altra limita la maggioranza delle persone nelle grandi realizzazioni: esse vorrebbero intraprendere qualche azione ma, non appena il cammino si fa ostico, si arrendono.

L’esperienza fatta su migliaia di individui ha dimostrato che la mancanza di perseveranza è una debolezza comune alla grande maggioranza degli uomini, debolezza che però si può superare con la forza di volontà. Quando le situazioni sembrano oscure e pare non ci sia alcuna ragione di continuare, quando tutto ci dirà di rinunciare, di non continuare a tentare, sarà proprio allora che si distingueranno gli uomini dai bambini, e sarà proprio a quel punto che, se si ha la forza di percorrere ancora qualche altro metro, l’orizzonte si schiarisce ed inizieranno ad albeggiare i primi segni di quell’abbondanza, frutto del coraggio di perseverare. La perseveranza è un fattore essenziale per poter tramutare il desiderio nel suo equivalente fisico e concreto; la base della perseveranza è la forza di volontà. Si dice che il desiderio è il prodotto della volontà, ma in realtà è vero il contrario: la volontà è il prodotto del desiderio. Non basta sapere cosa vuoi nella vita, bisogna desiderarlo ardentemente. Se l’obiettivo che hai non è supportato dalle giuste motivazioni, la tua forza di volontà viene meno in un batter d’occhio. Dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà, così afferma Niccolò Machiavelli. Le difficoltà sono una costante della vita e, semplicemente, bisogna affrontarle se si vuole vivere alla grande. Nulla di nuovo, vero? Eppure spesso lo si dimentica, ci si lascia andare a inutili lamentele e si getta la spugna al primo problema. Una volta che hai trovato le giuste motivazioni per spingere la tua forza di volontà ai massimi livelli, ciò che prima era difficile poi diventa più semplice. Se ci pensi, a volte vediamo una difficoltà laddove invece manca soltanto la vera voglia di fare. Avviandomi alla conclusione, riporto l’esperienza di un grande padre della fede, San Paolo, il quale poteva davvero parlare perché la sua vita era stata tutt’altro che facile, aveva lasciato la sua patria, aveva predicato a folle furiose, era stato accusato ingiustamente, era stato imprigionato, aveva accettato tutto questo e molto di più per Cristo. Ciò che scriveva lui lo aveva provato sulla sua pelle, lui guardava in avanti, lui perseverava perché guardava in avanti perché sapeva che ogni promessa si sarebbe compiuta.

“Non sapete voi che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo ne conquista il premio? Correte in modo da conquistarlo. Ora, chiunque compete nelle gare si auto-controlla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi dobbiamo farlo per riceverne una incorruttibile”. Perché, se ci crediamo, dopo una fine c’è sempre un inizio.

Claudia Siniscalchi

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La Composizione Musicale: un mestiere. Parte I.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017. Leggi anche la seconda parte.

L’analisi critica di un musicista romano sullo stato in cui versa questo particolare settore

In altre sedi, negli ultimi mesi, ho affrontato lo stato attuale del settore musicale, e qui proverò a concentrarmi su un tipo di mestiere musicale, quello del compositore. La consapevolezza culturale sul tipo di attività svolta dal compositore non è scontata e, personalmente, ho avuto modo di sentirmi chiedere in cosa esattamente consistesse il corso di composizione musicale del conservatorio. In Italia l’immaginario collettivo musicale è legato soprattutto all’aspetto esecutivo e di conseguenza spesso viene ignorato un semplice fatto, ossia che dietro ad ogni nota vi è una persona che la scrive. Questo fa concludere che servirà qualcosa di più di avere Ennio Morricone, uno dei  più importanti compositori a livello internazionale, a rappresentare il nostro Paese in merito; inoltre, è un dato che si allinea perfettamente alle difficoltà di sbocco lavorativo che si incontrano dopo il percorso accademico. Proprio come in tutte le competenze musicali anche qui, di fatto, vi sono enormi difficoltà ad emergere e le personalità che ne hanno fatto un sostentamento sono decisamente poche se confrontate al grande numero di individui che, partiti con gli stessi intenti, finiscono con l’occuparsi di insegnamento se non proprio di altro. Ritengo opportuno ribadire un concetto già espresso quando parlai, in un altro contesto, delle prospettive attuali del campo musicale: l’insegnamento è un aspetto fondamentale della vita musicale di ogni persona che si occupi di suonare uno strumento o di comporre brani, tuttavia, laddove rappresenta forzatamente l’unica possibilità di sostentamento economico e laddove l’attività esecutiva o compositiva rappresentino sporadici momenti della propria carriera, è evidente che la condizione del mestiere in se non è positiva.

Studiare composizione significa statisticamente e nella migliore delle ipotesi, diventare insegnante di musica dopo il percorso accademico (o almeno provare a farlo). Non è raro che anche personaggi autorevoli nel settore ammettano le enormi difficoltà che si incontrano nel trovare qualcuno a cui serva la composizione. Aggiungiamo un ulteriore problema: laddove nel campo dello strumentista si sente spesso dire che all’estero la situazione generale è meno critica (basti pensare alla situazione degli orchestrali in Germania, innegabilmente migliore di quella nel nostro paese), nel campo della composizione non ci salverà andare via dall’Italia e l’insegnamento sarà sempre la prospettiva più probabile di mantenimento. Questo è un vero mistero perché testimonia la percezione di una maggior utilità nel sentire musica di repertorio rispetto a comporne e diffonderne di nuova. La situazione cambia leggermente quando dal campo della musica classica si passa a quello della musica leggera e della musica da film, ma il cambiamento è di tipo marginale: se è vero che di fatto esistono continue produzioni cinematografiche ogni anno (anche italiane) le personalità che riescono a sostentarsi economicamente con esse sono sempre un numero decisamente piccolo rispetto ai tanti studenti che tentano la strada. La disoccupazione è un problema che non investe solo questo settore, la crisi non risparmia nessuno ma in questo caso, il problema sembra essere stranamente ignorato: ai nuovi laureati in composizione si consiglia sempre la via dell’insegnamento quasi dimenticando che nel rinunciare a vivere componendo, si perde gran parte di ciò che ci si aspettava quando si è cominciato il percorso. Inoltre, questo solleva dei seri dubbi sulla percezione della dignità di questo lavoro: difficilmente immaginerei un operaio dover passare la propria vita ad insegnare il proprio mestiere senza esercitarlo mai perché sarebbe quasi come dire che la sua competenza, nel concreto, non serve. L’intera faccenda risulta ancora più sospetta quando si considera che alcuni personaggi storici e attuali siano riusciti non solo a viverci, ma anche a viverci bene: le società che si occupano del diritto d’autore hanno registrato nel tempo e per alcuni compositori, entrate notevoli. L’obiezione di qualcuno è che ciò fosse molto più facile in tempi passati e che ora le cose vanno diversamente, ma questo implicherebbe che nessuno si sostenga economicamente tramite il diritto d’autore, cosa che ne renderebbe inutile l’esistenza stessa. In realtà non è così: si continua a guadagnare creando musica, forse in forme differenti rispetto al passato, forse con un nuovo approccio mutato in corrispondenza dell’avvento di internet, ma i compositori che di mestiere fanno esattamente questo esistono ancora. Il punto, dunque, non sembra tanto essere un improbabile crollo dell’utilità pratica della composizione, quanto quello di una maggior presa di coscienza rispetto al fatto che si tratta di un mondo esclusivo. Mi sono già espresso in passato sui concorsi musicali e sul fatto che spesso facilitino una scelta dettata più dall’aggregazione fra individui che dal risultato oggettivo, e ritengo che tale opinione sia valida in tutto e per tutto quando si parla di composizione. Preciso in più che non esistendo dei parametri univoci e universali per quanto riguarda un “buon brano”, il discorso risulta ancora più evanescente. Ciò che spesso si sente dire è che nei concorsi viene valutata l’eseguibilità del brano presentato alla commissione e questo è certamente vero: non vi è alcun motivo di dubitare di questa affermazione. Quando però intervengono parametri meno tangibili quali ad esempio quello estetico, la condizione cambia nettamente in quanto risulta pressoché impossibile per chi compone un brano tenere conto della valutazione estetica di un qualsiasi giudice che possa trovare in commissione. Questo è un altro punto importante per ben definire ciò che valorizza oggettivamente un’attività: le modalità in cui tale attività viene valutata non possono essere radicalmente differenti per ogni singolo giudice, anche spostandosi di poco (o per nulla) nel territorio, anche addirittura trovandosi in concorsi di musica simile. Inoltre la possibilità di un buon risultato deve poter essere prevedibile tanto dal giudice quanto dal compositore che aspira a vincere il concorso.

Alessandro Severa

 

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“L’amore oltre se stessi” di Marco Amendolara

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

Biografia di un grande poeta meridionale

Marco Amendolara ha vissuto una vita intensa, ma fulminea. Nato a Salerno nel 1968, già sotto la stella letteraria e poetica, divenendo ben presto critico d’arte e letteratura, traduttore di poesia latina e collaboratore di alcuni periodici di spessore, tra i quali Il Mattino, muore di sua spontanea volontà, a Salerno, nel luglio del 2008. Un laureato in Filosofia e Lettere moderne che idolatrava la poesia; in vita lesse moltissimi libri di poesia, soprattutto quella novecentesca, scandagliandola, studiandola da ogni lato, in ogni parola. Egli era un autentico adone e viandante della parola, in una visione tragica e allo stesso tempo luminosa di una scrittura incombente, frenetica, mai sazia, selvaggiamente anarchica. Una protesta lineare sulla mondanità, sugli accademismi faciloni di cattedra che più volte gli negarono l’accesso alla docenza per favoritismi sottobanco di gente incolta, gretta, e di un cretinismo inenarrabile. Il buon Marco era un brillante precursore del silenzio, lontano dai reading o da festival, si donava agli altri con un altruismo unico, con una tenerezza senza pari. Disarmato di fronte alla pesantezza della vita comune, egli si rifugiava nella scrittura, “narrando” parole poetiche con fantasie dolci in un mondo estraneo e sordo in cui dava vita ad un altro se stesso, riflesso di una creatura quasi magica e incompresa. Persisteva in lui un’amarezza profonda tutte le volte in cui si soffermava sulla disattenzione meschina che la sua città gli dimostrava. L’Amendolara, dopo il suo esordio poetico precoce, pubblicò pochi versi. Il poeta scrisse alcuni libri di poesie tra cui: Altri Termini, Napoli 1989; Fogli selvatici, con Ugo Marano, La Fabbrica Felice 1993; Stelle e devianze, La Fabbrica Felice 1993; Epigrammi, Nuova Frontiera, Salerno 2006; La passione prima del gelo (auto-antologia di poesie e traduzioni, Ripostes e Marocchino blu 2007); ma è in L’amore alle porte, Plectica & Bishop, Salerno-Giffoni Sei Casali 2007, che si spande il suo risentimento evidenziando annullamento e rifioritura, esaltando un amore inteso come coraggio di continuare, di chiudere, di aprire andando oltre se stessi. Nelle pagine egli cambia le cose reali, le quali vengono trasfigurate e diventano mezzi attraverso il quale il poeta penetra il reale stesso e, in esso, la sua passione amorosa, per scivolare così in una relazione profonda con il soggetto del proprio amore: “Invidio quel bicchiere / … / perché incontrerà le tue / labbra, e vorrei essere anche / il vino che tu diventi, / ti beve ed è bevuto”.

Nei suoi versi, Amendolara fa leggere un mondo che trascorre e lascia dietro di sé tutto ciò che è stato, la paura di perderlo per sempre, la memoria che se ne va definitivamente risucchiata nella morte: “E’ la paura della morte / che mi rende pazzo, / la paura di essere luogo buio e putrefatto, / non provare più affetto, / non poter pronunziare il tuo nome, / non avere neanche un ricordo, / non sognarti / e fare di me, da sogno, realtà”. Dal punto di vista dell’arte del versificare, il testo è snello e musicale senza ricorso a rime o ad altri astrusi meccanismi poetici. I suoi versi sono asciutti, brevi, mai sovrabbondanti, chiari. Le parole evocano ciò che è situato oltre il loro significato formale, agganciano qualcosa dal profondo e lo elevano alla luce della mente.

Nelle ultime pagine del libro si legge una breve intervista di Olga Chieffi all’Autore, il quale, alla domanda “Quali sono gli obiettivi dello scrivere, per te?”, risponde: “Per me la scrittura dovrebbe cambiare le cose e ricordare, ricordare sempre. La rapidità della vita non consente a nessuno di scherzare con la memoria. Quando si scrive, si cerca molte volte di interrogare il passato e il futuro”. Amendolara ha sempre avuto davanti alla sua quotidianità, una mossa soffiata dal dolore, un faro della memoria, non solo come ricordo del passato ma anche come una speciale lente attraverso la quale vedere nuove, e più profondamente, le “cose”, tra le quali troviamo gli affetti, l’amicizia, l’amore; tre poli, questi, in relazione profonda e osmotica. Si percepisce, nello scorrere i testi, il tempo che è andato, non come una sequenza di fatti, ma una totalità di eventi avvenuti che pare ancora adesso avvengano; il poeta scrive facendo trasudare dalle righe dei suoi versi la sua “serietà”. La poesia è cosa seria, è memoria e, come già detto, la rapidità della vita non consente di scherzare con la memoria. Amendolara era ed è tutt’ora il poeta del vero, dell’amore sempre pronto, alle porte, un bene cosciente e serio oltre se stesso.

Matilde Marcuzzo

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Premio Alda Merini: svelati i cinque finalisti

Si avvia verso la conclusione il concorso più seguito in Europa riservato alla poesia inedita

La VI edizione del Premio “Alda Merini” entra nella fase conclusiva. I poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia con la lirica “Intarsi di vita”, Anna Cappella di Casapulla (Caserta), con la lirica “Il profumo delle camelie”, Alba Corrado di San Felice Circeo, con la lirica “Era solo ieri”, Antonio Mirko Dimartino di Taranto, coordinatore di The Lightblue Ribbon, con la lirica “Neoplasie evidenti” e Valeria Salvo di Comitini (Agrigento), con la lirica “Il ruggito della marna”, sono i cinque finalisti che si contenderanno il Premio Alda Merini 2017, promosso e organizzato dall’Accademia dei Bronzi con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro e l’adesione del Maestro orafo Michele Affidato. Al concorso, – uno dei più seguiti in Europa riservato alla poesia inedita – anche quest’anno hanno aderito i Presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, che hanno inviato loro premi di rappresentanza da consegnare nel corso della premiazione programmata per domenica 6 agosto a Catanzaro.

Foto finalisti

La giuria, presieduta da G. Battista Scalise e composta da Vincenzo Ursini (presidente del sodalizio culturale catanzarese), Mario D. Cosco, Mauro Rechichi e Antonio Montuoro, oltre ai 5 finalisti – ai quali sarà consegnata una preziosa targa di argento realizzata da Affidato – ha inteso segnalare con Targa d’onore i poeti Mariella Bernio di Brugherio (Monza) per la lirica “Amore malato, amore assassino”, Salvatore Bordino di Palermo per la lirica “Frasi d’amore”, Vito Massimo Massa di Bari per la lirica “Scenderà la sera sopra Gaza”, Giuseppe Minniti di Limpidi (Vibo Valentia) per la lirica “La forza d’un cinque” e Selene Pascasi (L’Aquila) per la lirica “Lane di tempo”. Numerosi altri poeti saranno premiati con targa di merito e attestato.

Nei prossimi giorni saranno scelti i vincitori dei Premi Speciali riservati al giornalismo e al volontariato. Già definito il premio “Merini Arte”, assegnato quest’anno all’artista Giuseppe Galati di Acquaro per l’opera “Omaggio ad Alda Merini” con la quale è stata illustrata la copertina del volume “Parole per Alda” che contiene le migliori poesie partecipanti al concorso. Per questa sezione una segnalazione di merito sarà consegnata anche agli artisti Silvana Giampà e Antonella Oriolo di Catanzaro, Marcello La Neve di Cerisano, Josè Nuzzo di Domegliara e Giuseppe Rizzo di Ravanusa. Insomma, il premio Merini, giunto ormai alla VI edizione, si conferma come un appuntamento letterario estivo tra i più noti della Calabria. “Il tutto – sottolinea Vincenzo Ursini – gratuitamente e senza avere alcun finanziamento istituzionale”.

Francesco D’Amico

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