Abbiamo gli strumenti per affrontare l’aggressività e la violenza?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Quando l’aggressività umana e la violenza richiamano disagi e stereotipi

La condotta aggressiva umana è stata da sempre oggetto di grande interesse, sia per la cosiddetta comunità degli studiosi di psicologia sociale e sia per la semplice società largamente intesa. Il mondo della ricerca scientifica, in riguardo al comportamento aggressivo, fa riferimento al fatto che il termine “aggressività” deriva dal latino “adgredior” e significa tanto letteralmente “avvicinarsi” quanto ulteriormente inteso come “assalire” o “accusare”. Tutto questo perché in una connotazione negativa l’aggressività è vista come ostile, quindi un atto di aggressione che nasce dall’individuo per sentimenti di rabbia, ma in una connotazione positiva può anche essere vista come un’aggressività strumentale. Questo ultimo aspetto è, infatti, molto vicino ai giorni nostri, visto che si tramuta in una aggressività strumentale quale strumento, appunto, per raggiungere degli obiettivi o addirittura superare delle difficoltà. Capita, non di rado, di sentir dire che quell’uomo è un uomo che “aggredisce la vita”, sviluppando una positività al riguardo, tipica dei nostri tempi.

Da tutto questo possiamo capire come l’aggressività sia comunque un elemento connaturato all’essere umano, qualcosa da non sottovalutare oltre che da studiare nelle singole diversità. Gli studi eccellenti, ci hanno dimostrato come essenzialmente ci siano due tipi di approcci in riguardo al comportamento aggressivo sviluppato da un individuo. Il primo è l’approccio disposizionale, secondo il quale l’uomo sarebbe per sua natura portato a comportarsi in maniera aggressiva per fattori biologici e genetici, come dire che avrebbe queste pulsioni e questi istinti innati. In un’altra prospettiva, invece, che viene definita approccio situazionale, si ritiene che il comportamento aggressivo umano derivi da fattori ambientali, quindi da situazioni esterne all’individuo e non interne, che in pratica farebbero attivare un comportamento aggressivo in base alle diverse situazioni che si possono vivere nella vita.

Alla luce di tutto questo è facile comprendere come l’aggressività umana possa avere un destino duplice, nel senso che può tramutarsi in dei comportamenti accettabili dal punto di vista sociale oppure scatenarsi in comportamenti violenti. Tali comportamenti sono sicuramente destinati a produrre dolore negli altri e sono altresì l’interesse principale dei diversi media, tanto da non risultare semplice comprenderne la differenza. Ci chiediamo, dunque, cosa sia realmente la violenza. La violenza è un passo successivo all’aggressività umana, un vero e proprio comportamento aggressivo rivolto contro persone o contro cose, che ha lo scopo rispettivamente di ferire o uccidere, danneggiare o distruggere, con l’obiettivo di imporre un dominio. Ecco, la differenza è tutta qui: nella violenza ci si pone lo scopo di imporre un dominio, cosa che fa chi stupra o chi ammazza.

Prima di invitare al dialogo istituzioni, società civile e comunità scientifiche, allora, sarebbe opportuno aver ben chiare queste differenze. Produrre una conoscenza che nasca da fondate basi teoriche, ci aiuta a comprendere, infatti, come l’aggressività umana può avere diversi livelli di intensità che vanno dalla semplice condotta aggressiva fino alla violenza, ma che possono diventare anche crudeltà o in determinate situazioni una volontà estrema di distruzione. Riportiamo allora i nostri ragionamenti, quando leggiamo articoli di giornale o seguiamo i diversi media, a riflessioni tanto più preziose quanto più scarse. Ricordiamoci fedelmente, infatti, che la violenza ha sempre in sé l’aggressività, ma molte forme di aggressività non sono violente.

Antonio Mirko Dimartino

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“Sono andato a sbattere”, il racconto di un gioco del destino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Un incidente in bici, il travaglio del ricovero, la resilienza e la voglia di rinascere

Ci sono attimi che cambiano la vita, e si può affermare che la vita è cambiata dal susseguirsi di tanti piccoli attimi, e alcuni di essi influenzano l’insieme in modi molto più netti rispetto agli altri. E’ la conclusione alla quale arriva Michele Molinari, artista, fotografo, giornalista e scrittore nella sua ultima opera, “Sono andato a sbattere – resilienza: come trasformare i traumi in occasioni” edito da Il Rio Letture. Un libro dalla forte connotazione autobiografica in cui si descrive una giornata come tante altre, un normale giro in bici che culmina con un incidente e col trasferimento d’urgenza presso un ospedale. L’inizio di un’esperienza inaspettata e destinata  a lasciare il proprio segno.

Il ricovero d’emergenza per un incidente è un’esperienza che, purtroppo, tutti sperimentano in modo diretto o indiretto. Se non la si vive in prima persona, la si vive in terza quando apprendiamo di tragici incidenti che colpiscono amici o parenti, e ci ritroviamo anche noi per i corridoi degli ospedali in attesa di risposte, di certezze, di belle notizie. Se capita a un artista come Molinari, da quell’esperienza – che per fortuna in questo caso ha un lieto fine – si estrapolano memorie e ricordi da rendere in formato artistico agli altri. Nel caso di “Sono andato a sbattere”, passano diversi anni tra il momento dell’incidente e del successivo ricovero, e il momento in cui l’autore decide di trasmettere la propria impronta in memoria ai lettori. L’esperienza del ricovero d’emergenza dalla durata complessiva di una settimana diventa così un tributo artistico, una necessità di plasmare ciò che è principalmente astratto, permutandolo in una descrizione fisica che tutti possono leggere e dalla quale chiunque può trarne consigli specifici.

L’esperienza del ricovero viene trasmessa al lettore in tutta la sua naturalezza e franchezza. Non è un racconto romanzato, non c’è un mix anomalo e poco credibile di fatti reali e inventati, non esistono strane coincidenze e il tutto viene reso come se fosse un diario scritto subito dopo i fatti accaduti. Si parte dall’abitudine spezzata nel momento in cui avviene, in modo improvviso e inaspettato, l’incidente; si continua col ricovero d’urgenza, dove l’autore e protagonista scopre in modo progressivo, spesso anche origliando i medici, i danni alle vertebre subiti; il tutto procede con i ricordi che si accumulano a fiotti, con la descrizione delle sensazioni e della costrizione fisica che si sperimentano in un letto d’ospedale, e culmina col lato più umano dell’interazione con altri ricoverati, alcuni dei quali con prospettive di vita e capacità di recupero ben lontane da quelle del Molinari.

Il risultato è un racconto umano e diretto, una lettura immediata che coinvolge il lettore proprio per il suo stile discorsivo e naturale in cui la descrizione dei fatti in stile “diario personale” si mescola, senza stonare, al ricordo, tanto per fare un esempio, dell’indovina che quattro decenni prima lesse la sua mano, indicando la cosiddetta “linea della vita” e affermando che avrebbe, un giorno, rischiato di spezzarsi, ma poi avrebbe continuato inesorabile. Un’avventura di una settimana in cui l’autore scopre il mondo che si nasconde dietro alle mura di un ospedale, e si ritrova a interagire – oltre che coi medici che lo seguono – anche con un particolare paziente e compagno di stanza, chiamato Marco, che di punto in bianco dice cose senza senso e più volte tenta la fuga dall’ospedale, bloccata – almeno in un’occasione – dallo stesso protagonista. Un’avventura nell’avventura, un modo per dire a tutti che essere pazienti ricoverati non significa necessariamente essere inattivi e diventare persone di serie B, e che anche in una fase della vita particolare come un ricovero d’emergenza di una settimana, si possono compiere numerose buone azioni a favore di chi ci sta intorno.

Francesco D’Amico

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Il maturo dell’odio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Riflessioni in itinere sull’abitante del social

La Repubblica dell’odio si estende indefinitamente. E si estende al di là del confine territoriale fisico. È più un modo d’essere che un luogo con dei confini. È il modo d’essere sdoganato dai social network e dal loro uso. Eppure, non si tratta di un modo d’essere appartenente a quella specie che, così come l’opinione diffusa vorrebbe, abita il mondo social, i giovani cioè. Ora, non stiamo lì ad analizzare i flussi che dimostrano chi abita quale social – lasciamo da parte questo tipo di discorso – ma cerchiamo di discutere attorno a quella specie che abita il social e che lo vive in maniera molto più intensiva di quanto ci si aspetterebbe: l’uomo anagraficamente maturo. L’odio sdoganato da questa specie in questa Repubblica è così denso da toccarsi, e da fare in modo che tu possa riderci su, per poi piangerci sotto. L’abitante di questa Repubblica, libera e aperta, liquida e movimentata, è un membro di una specie che come definizione odia. E, oltre a odiare, non discute se non in termini infantili. Il suo stile di prosa è avvezzo a licenze poetiche, a un uso della punteggiatura libero e inusuale. Il messaggio che intende mandare al mondo, ai posteri tutti, e a tutti i suoi sterminati e sfiniti seguaci è uno solo, è l’universalizzazione dell’io. È, in altri termini, l’idiozia pura.

Questa possibilità resa un fatto, il farsi conoscere da tutti per quell’estremo che si è, dà all’anagraficamente maturo una potenza mai avuta prima: ora lui, dall’alto della sua esperienza e solo di quella (ché guai a provare a parlare di qualcosa come “alterità” e di qualcos’altro come “teoria” comprovata) può finalmente dimostrare a tutti la sua sapienza, la sua utilità nei confronti del mondo intero! E quanto di guadagnato… per il mondo, ovvio! Ed eccolo lì a commentare, sulla base del suo mondo, in ogni dove: ovunque si trova l’anagraficamente maturo. E quali sono i suoi concetti? Qual è il suo concetto? Qual è il suo “cosa”?… Il discorso va via via sfumando: non pervenuto. Il nulla.

Ci si confonde: i giovani non hanno interessi, non sono in grado di discutere e quant’altro: eppure, chi ha sdoganato questo modo d’essere non è stato il giovane, ma l’anagraficamente maturo: guardate qualsiasi commento in qualsiasi social e vi renderete conto che la Repubblica dell’odio è abitata e portata avanti da questa specie qui. Una specie tutta da ridere, tutta da vivere. Una specie che si sente in grado di guidare il mondo intero e che se ne prenderebbe pure la responsabilità: il problema è che non sa neppure cosa questo significhi. E la critica per questa specie è solo sfida, solo un tentativo dell’altro di andare contro quello che la specie in questione crede d’essere il bene. Sempre: guai a essere poco poco razionali! Non fosse mai che si iniziasse una discussione: l’anagraficamente maturo non crea ponti, ma alza muri. E ride di gusto delle metafore, e s’industria nel cercare di screditare chiunque sia calmo e pacato: il suo mezzo di discussione è inesistente, le sue parole non servono a capire, ma a ferire. E crede di ferire, ma genera solo riso, anche se l’anagraficamente maturo dovrebbe fare piangere, ma non un pianto come suo obiettivo, ma per la sua causa.

Antonio Verri

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“La panne”, di Friedrich Dürrenmatt

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018.

Un romanzo che coinvolge tra giustizia reale e giustizia giuridica

Il libro “La panne. Una storia ancora possibile”, pubblicato da Adelphi Editore, descrive la scomoda verità sul mondo della giustizia. L’autore di questo illuminante romanzo del 1956 è lo scrittore svizzero tedesco Friedrich Dürrenmatt, un uomo dotato di grande ingegno, un pensatore anticonformista che realizza racconti brevi e pezzi teatrali con grande maestria. Un romanzo breve, sulle ottanta pagine circa, ma con un forte impianto narrativo nel quale emerge come la giustizia, con i suoi meccanismi di indagine, non sia sostanzialmente in grado di dimostrare la “verità dei fatti”.

Dürenmatt narra di un lieve incidente automobilistico che costringe Alfredo Traps, rappresentante di articoli tessili, a fermarsi per la notte nelle campagne svizzere. Intravede una villa luminosa e si ferma chiedendo ospitalità al proprietario, un giudice in pensione, che gliela offre volentieri e lo avverte che a breve arriveranno anche degli ex colleghi per una serata in allegria. Così, subito dopo cena, inizia un gioco che questo gruppo era solito fare: riprodurre i processi storici come quello a Gesù o il processo di Socrate o ancora quello di Giovanna D’Arco. Naturalmente, il gioco diventa più bello se si gioca con del materiale vivente e si decide di accusare Traps di aver ucciso il suo capo per succedergli nell’incarico di rappresentante, visto che durante la cena proprio Traps aveva raccontato di vecchie ostilità con il suo ex titolare. Traps ha davanti quattro vecchietti che impersonano un giudice, un pubblico ministero, un avvocato e un boia. Accetta con entusiasmo il gioco ma il suo stesso avvocato difensore, uno dei commensali, lo avverte sul fatto che è da pazzi professarsi “innocente” davanti al nostro tribunale, mentre è molto più intelligente incolparsi subito di un reato minore. La via dalla colpa all’innocenza, infatti, è sicuramente difficile ma non impossibile. Dall’altro lato, invece, è un’impresa disperata voler conservare la propria innocenza fino in fondo.

Questo romanzo – del quale altro non sarà raccontato per indurvi a leggerlo e quindi vivere l’umorismo profondo di Dürrenmatt – si sviluppa su una visione negativa della società, soprattutto della giustizia. Con i suoi meccanismi di indagine, infatti, la giustizia non è spesso in grado di arrivare a dimostrare la verità dei fatti. Emerge allora una specie di incertezza circa l’esistenza del diritto, qualcosa che fa riflettere e porta a rileggere più volte alcune pagine. Come spesso accade nel pensiero umano, le nostre valutazioni finiscono col fondersi e coordinarsi a vicenda, così tutto quello che Dürrenmatt evidenzia a metà novecento, con un semplice racconto, vive ancora oggi in tutti quei “cavilli giuridici” che finiscono per condannare innocenti o scagionare colpevoli. Il tutto ha un’attrattiva tale da divenire ispirazione di un film interpretato da Alberto Sordi sotto la regia del grande Ettore Scola, dal titolo “La più bella serata della mia vita”, nel quale l’Albertone nazionale si cala proprio nelle parti del povero Traps. E anche se la riduzione cinematografica di Scola prevede un finale alternativo a quello di Dürrenmatt – avendo il regista tratto liberamente sia dal romanzo che dall’adattamento teatrale dello stesso drammaturgo svizzero – resta comunque chiaro il concetto di rappresentare un diverso mondo della giustizia.

É la triste realtà di una verità che non sempre si raggiunge e che non corrisponde alla verità processuale, ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano e la magia letteraria di questo gioco-processo. Insomma un libro che non cerca l’approvazione sincera dei buoni e che con irriverenza descrive anche la critica condizione umana. Qualcosa di semplice, se vogliamo con pochi elementi come un rappresentate tessile, un’auto in panne, un gruppo di amici ormai in pensione, una tavolata, fino ad arrivare al processo simulato che tante riflessioni potrà darci. Dürrenmatt ci spiega in poche pagine, infatti, come gli ordinamenti sociali siano ingiusti e non liberi, delle strutture fallite che si basano su emozioni. Insomma un libro da leggere che rapisce subito il lettore, nel quale emerge un ricordo integrale della grande destrezza letteraria di Friedrich Dürrenmatt, nonché della sua complessa personalità.

Antonio Mirko Dimartino

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Cara Italia, dov’è finito il senso della concretezza?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018.

Il tragico disastro di Genova mette in evidenza un problema caratteristico dei nostri giorni

Ci sono attimi in cui gli orologi di un’intera collettività si fermano, momenti che sono destinati a essere ricordati come i segnatempo indelebili di tragedie che spezzano le vite delle loro vittime e lacerano i cuori di chi sopravvive. E’ quanto successo a Genova il 14 agosto 2018 alle 11:36 del mattino: in pochi attimi, un’immane tragedia ha mietuto quarantatre vite umane e ha fatto scattare profondi dibattiti sullo stato di manutenzione di innumerevoli infrastrutture sparse per l’Italia. Genova, e l’Italia intera con essa, hanno pianto le vittime con un misto di tristezza e rabbia per l’accaduto, per l’ennesima tragedia che forse si sarebbe potuta evitare.

Delle cause e concause del disastro non si parlerà in questa sede per diversi motivi, anche perché le indagini sul disastro sono ancora in corso e, nonostante l’ovvietà di alcune circostanze relative all’evento, c’è tanto da scoprire ancora per determinare le colpe reali e inequivocabili. Eppure, sulla scia dell’onda di psicosi collettiva nata a seguito dell’incidente, molti esperti di indagini geologiche e ingegneristiche sono stati indotti a riflettere dopo aver visionato l’invito fatto da un primo cittadino di un comune del quale non si farà il nome per evitare accostamenti alla politica (la politica di fatto non c’entra, il problema alla base di tutto è generalizzato e senza colore). Il rappresentante del popolo summenzionato, presa visione della situazione manutentiva “preoccupante” di un’infrastruttura locale a seguito del disastro in Liguria, ha lanciato un appello ai liberi professionisti del settore al fine di condurre un’analisi sulla stabilità dell’infrastruttura stessa a titolo prettamente gratuito. Sintomo, questo, di un problema più esteso di quanto si creda, una piaga per molti “normale” ma che i nostri antenati i quali han tirato su interi monumenti troverebbero deplorevole se la sperimentassero al posto nostro. Questa altro non è che la reazione opposta a quella che una tragedia come quella di Genova dovrebbe far scattare: anziché prendere atto del fatto che per decenni si è deciso di chiudere un occhio sul rischio idrogeologico e sulla manutenzione di importanti aree e infrastrutture, facendo patire la fame ai giovani esperti di ambo i settori, si decide invece di continuare con la linea secondo la quale chi si occupa di cose concrete in un mondo di pettegolezzi, social, stories e like, deve continuare a prestare il proprio servizio alla collettività da lavoratore sottopagato o addirittura si ritrova costretto a lavorare a titolo gratuito.

La richiesta di quel signor sindaco che tanto ha fatto discutere trova il suo perché nella perdita del senso della concretezza da parte dell’italiani, ossia nella mancata percezione di vivere in un mondo fisico costituito da una natura rigogliosa al contorno delle costruzioni antropiche che devono essere costruite e mantenute da esperti appositamente pagati per farlo, lavoratori dignitosi che devono essere riconosciuti dalla società. E’ stato bello per molti vivere in un mondo dei sogni costellato dall’astratto delle chiacchiere e dei pettegolezzi, dei social e dei matrimoni tra vip, un sogno interrotto bruscamente il 14 agosto 2018 alle 11:36 a Genova, quando in una calda e tragica mattina d’estate l’Italia ha capito, forse non troppo tardi, di vivere in un mondo reale dove esistono ambienti e infrastrutture da monitorare.

Francesco D’Amico

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Franco Costabile, dagli ulivi alla rosa del mito calabrese

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Quello che resta di un poeta

Franco Costabile è tra i poeti che più hanno saputo descrivere la miseria e condizione di subalternità di questa nostra terra, parole incolonnate e senza velleità narrative, eppure così spaventosamente descrittive. Nato a Sambiase il 24 agosto del 1924, il poeta muore suicida a Roma nel 1965, a soli 41 anni. Le sue raccolte di poesie – la più famosa è La rosa nel bicchiere – sono ormai roba da collezionisti di libri rari. A differenza infatti di altri autori locali, che sono diventati icone nazionali della letteratura calabrese, Costabile ha seguito la sua vocazione alla solitudine non solo negli anni vissuti, ma anche dopo la morte. Non si parla di lui nella scuole né si trovano i suoi libri nelle librerie. Eppure sono suoi alcuni racconti di una Calabria quotidiana che bisognerebbe ricordare, di padroni e servitori, di elezioni e damaschi ai balconi al ritorno dell’onorevole, di nomi ripetuti decine di volte durante gli spogli elettorali.

L’immane opera di Costabile è un racconto senza tempo, una fotografia scattata più di quarant’anni fa, ma che ritrae le stesse paure e le stesse miserie. Una poesia “antropologica”, elenchi minuziosi di quello che è stato portato via, delle speranze disilluse della Cassa del Mezzogiorno, storie di emigrazione forzata che, pur se con modi diversi, possono essere quelle di oggi: cervelli al posto di braccia, sfruttamento delle capacità come fossero armenti e campi di grano. Il poeta tuttavia racconta anche di chi rimane a buttare il re e l’asso chiamando onore una coltellata e disgrazia non avere padrone, dell’alba calabrese che ruba il sonno al contadino, racconta di ragazze madri stuprate dai padroni, di una Sila affamata d’inverno e meta vacanziera estiva dei signorotti di città. Come scrive il Brignetti, nella poesia di Costabile si avverte “l’esilio, lo strappo da un paese e da un sangue amato”, è uno scrivere rabbioso e disperato che racconta la necessità di andare via, come fece lui trasferendosi a Roma, ma anche la costante nostalgia di aver lasciato un pezzo della propria vita dietro di sé. Questo malessere viene raccontato, più che ne La Rosa nel Bicchiere, nella sua prima raccolta di poesie, Via degli Ulivi pubblicata nel 1950.

Le opere di Costabile non sono state mai adeguatamente diffuse. Negli scorsi anni è stato istituito un Premio Letterario a suo nome nella città di Lamezia Terme e una sorta di piccolo museo a Sambiase, suo paese natale. Speriamo siano opere che seminano speranza, perché l’opera di Franco Costabile, pur se meno estesa di altre, rappresenta al meglio il genius loci calabrese, la contraddizione tra bellezza del territorio e la costrizione alla “povertà di sguardo” di chi la vive, la necessità di demandare potere al padrone di turno senza mai appropriarsi veramente delle risorse non solo materiali, ma anche culturali. Come la stessa Calabria, la vana speranza di sottrarsi al destino dell’oblio.

A leggere le poesie di Costabile, si resta colpiti dalla presenza di alcuni filoni che con accentuazioni diverse segnano tutta la sua produzione densa di asprezza e di suggestioni. L’amara realtà calabrese, la diaspora dell’emigrazione (evento che toccò in primis, suo padre), l’estraneità radicale delle istituzione e degli uomini politici, il dolore connesso alla condizione umana, ritornano di prepotenza e insistentemente nei suoi scritti, tratti da un itinerario poetico e di una vicenda esistenziale conclusi tragicamente. Le sue opere “vanno in scena” come atti di una vicenda che è insieme familiare e sociale: scene della vita di provincia, si potrebbe dire, o una specie di meridionale Spoon River Anthology, dove peraltro non vi è neppure il ricordo della vena elegiaca e mestamente epigrafica di Lee Masters. Costabile aveva un modo diverso di commemorare la gente e il paese, un modo troppo partecipe, con ira, sdegno, ma anche con una pietà cocente che cantava in purezza versi privi di lenocinio melodico, eppur colmi di vera necessità di testimonianza sentimentale. Ciò potrebbe ricondurci anche al buon vecchio Brecht, anche lui avrebbe voluto cantare il caldo seno delle fanciulle o la fragranza dei frutti della natura, ma la ferocia Hitleriana lo costringeva a ben altra poesia.

Nonostante le molteplici aspre tematiche di una poetica toccata dall’interno dalle vicissitudini sociali di una terra stanca e misera, il poeta riesce comunque a donare purezza d’animo e speranze, dona un primo posto nella “rosa del dire” alla sua Calabria, non a caso da lui stesso definita “rosa”. Un fiore ormai colto, triste in un “bicchiere”, con a disposizione poca acqua per poter vivere ancora, ma che eppur vive! Il poeta se n’è andato molti anni fa. Cosa resta di lui? Resta ancora una terra, la sua terra che è risorta, nutrita, innaffiata, non più colta, se non intellettualmente nello spirito e negli ideali, ancora alti di patria e di suo ricordo.

Matilde Marcuzzo

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Grande successo per l’inaugurazione del centro benessere “Sisters Hair & Beauty”

LAMEZIA – Si è svolta ieri, nel tardo pomeriggio, l’inaugurazione in via Guglielmo Marconi di un nuovo spazio dedicato alla bellezza e al benessere. Si chiama “Sisters Hair & Beauty” ed è un moderno istituto dedicato alla salute e alla bellezza, pronto a soddisfare tutte le esigenze di chi ha la necessità di rilassare sia il proprio corpo che lo spirito.

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Nasce dall’idea di due giovani e coraggiose imprenditrici, Giusy e Francesca Ruberto, sorelle nella vita e complici nel loro lavoro, che da diversi anni sono attive nei rispettivi settori del benessere della persona. Molto conosciute nell’hinterland lametino, queste due imprenditrici realizzano una parrucchieria e un centro estetico di nuova concezione, pensati su un approccio integrato che sia efficace nel soddisfare le molteplici esigenze della clientela. In un’atmosfera moderna e funzionalmente concepita, infatti, il centro erogherà tutti i servizi che comprendono la bellezza dei capelli, taglio, piega, schiaritura, shatush, stiratura, acconciature, ma anche molteplici servizi inerenti il benessere del corpo quali manicure, pedicure, trattamenti viso e corpo. Il centro è altresì dotato di una bellissima area che comprende una cabina solarium ed una piccola SPA, composta da sauna e vasca idromassaggio.

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Il tutto è pensato per offrire un’esperienza totale – spiegano le titolari – che possa avere dei percorsi personalizzati da dover ritagliare intorno alle necessità del cliente. Il nostro obiettivo – hanno altresì spiegato – è semplicemente quello di diventare un punto di riferimento per chi si pone un proprio desiderio di bellezza o anche per chi ama sentirsi sempre in ordine. Oltre ad essere al passo con i tempi, infatti, questo centro benessere presenta le migliori moderne tecnologie a disposizione sul mercato, come una linea di prodotti dalle formulazioni naturali non testati clinicamente su animali: un impegno, quello delle sorelle Ruberto, finalizzato a promuovere politiche di commercio che rispettino i diritti degli animali.

04Davanti i numerosi presenti intervenuti, atti a sottolineare l’esperienza e la professionalità di queste amate imprenditrici, Giusy e Francesca hanno provveduto al consueto taglio del nastro. In un clima festoso e dinamico, poi, i nuovi futuri clienti hanno visitato il centro apprezzando l’ambiente raffinato unito alla grande cura dei dettagli. L’organizzazione dell’evento è stata curata da un’altra nota imprenditrice lametina, Daniela Volpe, titolare della Glamour Events, da diversi anni attiva nel settore dell’organizzazione dei matrimoni e degli eventi in generale.

Antonio Mirko Dimartino

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Cari amici, vi racconto la ricerca dei dinosauri in Montana

Alessandro Carpana, giovane paleontologo molto noto alle associazioni di settore italiane, racconta la sua esperienza

Alessandro, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Raccontati un po’ a chi non ti conosce, e racconta qualcosa su di te che chi ti conosce già probabilmente non sa.

Credo di non essere difficile da decifrare: ho alcune passioni più ingombranti (come l’amore per i dinosauri e il cinema) e da tanti anni ho la fortuna di potermici dedicare in ambito lavorativo.

Alessandro e Jack.

Ho studiato Geologia, ho fatto divulgazione, ho scavato dinosauri, scrivo per un sito di cinema, organizzo eventi d’intrattenimento… diciamo che se qualcosa mi piace cerco di trasformarlo in un lavoro! E questo è davvero il nocciolo: sono, da sempre, guidato dall’amore per ciò che faccio. Non riesco a fare altrimenti. La Paleontologia è sempre stata quasi tutta la mia vita e, come scrissi in un tema alle elementari, “so che se vorrò fare il paleontologo servirà tanta passione, perché si sa che i paleontologi sono tutti morti di fame”. Ecco, per certi versi credo di non essere cambiato molto negli ultimi 25 anni!

I paleontologi, così come i paleontofili, si sono avvicinati a questo mondo scientifico unico grazie a uno stimolo, grazie a uno spunto. Qual è stato il tuo, c’è un aneddoto in particolare che vorresti raccontare sul come è nata la tua passione per la Paleontologia, poi tramutata in studio?

Da quando avevo due anni in casa mia c’era un’enciclopedia per ragazzi: “I Quindici”. Passavo ore e ore con mio nonno che mi leggeva pazientemente il volume sei(“Gli Animali Preistorici”) mentre io guardavo incantato le immagini di quelle creature meravigliose. Non so quanti anni avessi, ma il mio ricordo più antico è di lui che mi spiega come il lungo collo di un Brachiosaurus, immerso in un lago, gli permettesse di tenere la testa fuori dall’acqua.

Non può mancare un riferimento alla tua esperienza in Montana. Come sei arrivato lì, e come hai vissuto quei momenti? Aspettiamo impazienti la tua descrizione, accompagnata da almeno due foto rappresentative!

Ah, il Montana! Tuttora lo considero il posto più bello del mondo. La natura è mozzafiato, lo spettacolo dei paesaggi infiniti che si rincorrono attraversando lo Stato è indescrivibile. Camminare nelle badlands, così accoglienti e così ostili allo stesso tempo, è un’esperienza mistica. Fin da piccolo volevo andare dove fu scoperto il primo T. rex: Jack Horner era il mio mito e, in era pre-social, gli scrissi una mail dicendo di voler scavare con lui. Non pensavo avrebbe dato peso a uno smielato studentello parmigiano di Geologia, invece l’anno successivo lavoravo su siti di Tyrannosaurus e Triceratops e, un paio di anni dopo, avrei diretto interi gruppi di scavo per il Museum Of The Rockies. Come scrissi in quella prima mail: l’oceano non è così grande quando uno sa sognare. Ve l’ho detto: uno smielato studentello!

Come hai scoperto Jurassic Park Italia, il forum di fan di JP ora presente sui social con un’apposita pagina in omaggio alla serie?

Nei primi 2000 frequentavo il forum di un sito di cinema: all’epoca erano ritrovi popolari su internet. Sante (fondatore di JPItalia) mi scrisse chiedendo se mi piacesse JP e se volessi far parte di un suo forum a tema.

Il nuovo calendario di JP Italia.

Quand’ero in Montana mandavo foto dagli scavi per il forum e raccoglievo domande degli utenti da fare a Jack sul campo. Era, ed è ancora, un bellissimo punto d’incontro. Il resto è storia: quasi vent’anni dopo, proprio stamattina, ho sentito Sante per organizzare l’ennesimo evento insieme…

Ogni persona che si approccia a questo mondo da un punto di vista accademico, matura una propria opinione personale sull’immaginario collettivo. Quale pensi che sia il ruolo della Paleontologia nella società, è considerata per quello che è o c’è ancora molto da fare affinché possa assumere il ruolo che merita?

Penso che la Paleontologia sia destinata a essere “imbastardita” nella cultura popolare, ma non è necessariamente un male.

Qualsiasi cosa stimoli la curiosità in un bambino credo debba essere ben accetta. Sono molto più tollerante con le opere di fantasia, perché nascono per intrattenere e, per la loro popolarità, danno occasione di parlare a un pubblico ampio di ciò che va e non va anche in esse, facendo divulgazione. Non tollero invece quando accade l’opposto: ci sono fin troppi documentari che non hanno il minimo valore didattico. Quello è il vero male da combattere. Come disse un collega americano sulle polemiche dei dinosauri non piumati di Jurassic World: perché arrabbiarsi per un film, pur con dinosauri squamati e obsoleti, che incassa più di un miliardo di dollari, se so che porterà nel mio museo migliaia di bambini curiosi a cui potrò spiegare com’era davvero un dinosauro?

Al momento, di cosa ti occupi? Segui il mondo paleontologico così come prima o ti sei dedicato principalmente ad altro?

Ora la Paleontologia è tornata a essere una pura passione. Dopo aver lavorato per anni nell’ambiente era ora di voltare pagina e dedicarsi ad altro. Alla lunga un lavoro (e il logorarsi di certi rapporti umani) può inquinare una passione. Io non potrei mai permetterlo, così prima che accadesse mi sono costruito un lavoro diverso, mantenendo viva la scintilla “preistorica”.

Parlaci un po’ di Bigger Boat, l’associazione culturale da poco nata, che non riguarda strettamente l’argomento ma che merita una menzione in questa intervista.

Dopo aver – professionalmente – chiuso con i dinosauri ho dato sfogo all’altro mio grande amore: il cinema. Ho iniziato a collaborare con un gruppo affiatatissimo di persone straordinarie che danno vita al sito http://www.cineavatar.it e con alcuni di loro ho di recente fondato Bigger Boat (Lo Squalo è pur sempre il mio film preferito insieme a Jurassic Park!), un’associazione che si occupa di eventi legati al cinema e allo spettacolo. Abbiamo collaborato (insieme a JPItalia) con Universal realizzando eventi per il lancio dell’ultimo Jurassic World e abbiamo molto altro in cantiere, anche a tema… “jurassico”.

Grazie Alessandro, è stato un piacere immenso!

Grazie a voi!

Francesco D’Amico

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La sicurezza nazionale passa attraverso l’intelligence economica

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Quando il potere dell’informazione diventa il nostro futuro

Il concetto di intelligence economica è in piena evoluzione, richiamando tutte quelle attività al servizio delle decisioni strategiche per la sicurezza nazionale di un paese. Con il processo di globalizzazione, infatti, gli antagonismi commerciali degli Stati hanno raggiunto livelli esasperati, portando all’incessante necessità di sviluppare un apparato di intelligence economica. Per fare questo serve una politica molto forte che sia capace di guidare gli interessi pubblici, ma che notoriamente non è presente in tutti i paesi.

L’intelligence economica è rappresentata dall’insieme delle azioni coordinate di ricerca, analisi e distribuzione delle informazioni. Un sistema economicamente competitivo, infatti, sviluppa un’economia basata sulle informazioni, visto che la supremazia di una nazione non si esercita più con la sola forza militare. Paesi come la Germania o il Giappone, per non parlare dei lungimiranti Stati Uniti d’America, hanno da subito compreso tale importanza, moltiplicando in periodi brevissimi il loro “capitale informativo” e risparmiando allo stesso tempo in ricerca e sviluppo.

In Italia, come in altri paesi, manca un approccio sistemico allo sviluppo di un adeguato apparato di intelligence economica. É necessario, infatti, un ulteriore cambio di mentalità verso gli elementi che caratterizzano questo processo: la presa di coscienza di una diversa visione dello “spionaggio industriale” nonché dello scambio di informazioni in generale. Sia ben chiaro, il nostro paese ha fatto diversi passi avanti per lo sviluppo di un apparato di intelligence economica, ma forse manca ancora quell’idea che lo consideri una vera necessità – più che un opzione – per divenire più competitivi economicamente sui mercati.

La nota legge 127/2007 ha rappresentato un primo passo verso la giusta direzione, perfezionato con la successiva legge 133/2012 che ha sviluppato un’adeguata protezione cibernetica puntando sulla sicurezza informatica nazionale. Il tutto si è concluso, però, solo con un ulteriore passaggio nel 2013 quando si è creato un fondo di investimento nazionale cercando, come molto spesso abbiamo fatto in passato, di seguire il modello francese. Ma tutto questo sembra non bastare. Dobbiamo allora dimenticare tutte quelle logiche, ormai obsolete, legate alle alleanze politiche della guerra fredda, spostando la nostra attenzione dal campo militare a quello economico. Nella competizione globale, infatti, risulta determinante il controllo dell’informazione, in una giusta correlazione tra economia e sicurezza. É necessario altresì abbandonare anche quelle logiche al servizio di una distinzione tra paesi amici o nemici, visto che ormai tutti i paesi risultano essere concorrenti e competitori nella ricerca di nuovi mercati per il controllo di quelle risorse, davvero vitali per i prossimi anni, come per esempio l’acqua o l’energia.

Il processo di globalizzazione unito alla recente crisi economica mondiale, che ci portiamo dietro ormai dal 2008, hanno sicuramente accelerato tutte quelle dinamiche che evidenziano una mancanza – in alcuni paesi – di un apparato di intelligence economica. Il terrorismo e la criminalità organizzata hanno un carattere sempre più globale, al quale spesso si risponde con logiche nazionali, mettendo da parte strumenti come appunto l’intelligence economica solo per paura di un cambio di mentalità. É necessaria una difesa, a livello nazionale per ogni singolo Stato, del capitale scientifico e intellettuale delle proprie imprese. Tutto questo passa attraverso l’intelligence economica quale vettore verso una riuscita globalizzazione, considerato il suo ruolo chiave nei processi di carattere economico, politico e industriale. L’idea è quella di prevenire le diverse minacce alla sicurezza economica nazionale, provando a sfruttare nuove opportunità per la competitività delle imprese. Proviamo a comprendere la realtà per come si presenta e non per come “dovrebbe essere”, possibilmente senza averne paura.

Antonio Mirko Dimartino

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Derek Walcott, ritratto di un amore altruista del sé

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Una poesia in dono per scoprire l’Innocenza essenziale, la gioia che viene al di fuori dell’essere

Derek Walcott, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992, è considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali. Solo un piccolo sunto, questo, che racchiude la sua vocazione poetica che, in Walcott arriva già in tenera età, anche grazie alla madre insegnante, e si sviluppa in un contesto geo-politico particolare; il poeta nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia, nelle Antille Minori, una piccola isola vulcanica, ex-colonia britannica, dove si mescolano culture e lingue differenti.

“Noi poeti iniziamo nella giovinezza con la gioia, e finiamo la nostra attività nella tristezza e nella pazzia”. Walcott, per spiegare la sua poetica cita William Blake, l’artista inglese che nelle sue poesie esaltava l’emozione della “gioia dei bambini”, lo stato d’innocenza in cui tutto è più chiaro, vicino al divino. “I poeti cercano nelle loro poesie di arrivare all’Innocenza essenziale, una felicità non personale e non legata alla vita terrena. Ogni bambino è un poeta, ma molti di loro crescendo perdono la propria innocenza a causa di cattivi insegnanti”. In una delle sue molteplici raccolte poetiche, “Mappa del nuovo mondo” del 1948, è racchiusa Amore dopo amore (Love after love), considerata la più grande poesia d’amore del ‘900. Nei versi, è racchiuso il senso della solitudine dell’uomo che, alla ricerca di sperimentazioni e novità, si distacca da tutto ciò che riguarda la propria persona. Walcott auspica che la coscienza di ognuno arrivi a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui si recupera se stessi. Un colossale inno a quella riconciliazione e riappacificazione che porta ad amare ciò che normalmente è inamabile: noi stessi. Con il pane, con il vino, coi ricordi delle lettere d’amore, con le fotografie, con tutto questo il poeta ci invita ad apparecchiare la tavola per riaccogliere lo Straniero che eravamo a noi stessi. Il poeta incita noi stessi ad amare quell’estraneo che abitava il nostro Io, ad amare il prossimo come noi medesimi, come la Bibbia insegna. In questo parallelo c’è il fondersi di due amori, quello spontaneo per se stessi e quello per gli altri, spesso conquistato con qualche fatica ma che dovrebbe essere altrettanto intenso. Dobbiamo tentare di ricondurre il nostro cuore “a se stesso”, cioè alla sua coscienza profonda. «Walcott ci dà più di se stesso o di un “mondo”; ci dà il senso dell’infinito che è racchiuso nel linguaggio poetico», scrive il poeta e saggista Iosif Brodskij. Il suo verso, tanto nelle composizioni brevi, quanto in quelle problematiche, letteralmente “naviga”. Un Io cerca se stesso nel mare di un mondo che agogna la luce di un faro, lo fa ad intermittenza in egual modo, ma si intinge di foscoliniane radici. Una Zacinto di uomini soli, nati sull’isola della propria coscienza, della propria solitudine e allo stesso tempo, al centro del mondo, nel cuore della propria avventura umana. Una nuova Itaca forse, dove il tempo è senza tempo ed è la lettura dell’Io, l’oceano di Ulisse, la terra di Walcott. Nella solitaria clessidra del tempo, cerchiamo noi stessi, il nostro periodo della “recherche” quasi proustiana che, occupa un’estensione evocativa indefinita ed incalcolabile, perché il momento dedicato a noi è un istante eterno, perché il nostro è il viaggio nell’Empireo dantesco, un viaggio dal tempo divino. Uno stadio di Nirvana, tanto abbiamo pensato a noi stessi e alla nostra interiorità, in evidente disagio e in uno stato di necessario risanamento. Ci sembra di aver guarito una ferita, di essere rinsaviti, di aver dato abbastanza spazio al nostro Ego che aveva bisogno di affetto e considerazione. E allora ci guardiamo allo specchio e ci sentiamo pieni, completi, intrisi di una pienezza ontologica che ci fa credere ancora una volta di essere soli. Prima ci sentivamo soli perché stavamo scegliendo di prenderci una pausa dall’altro e dal mondo circostante per osservare, scrutare e comprendere all’interno. Pochi istanti prima di guardare la nostra sagoma nello specchio, sapevamo di aver raggiungo la meta e di poter, quindi, concludere la nostra fase. Ora, invece, specchiandoci osserviamo con crescente e nuovo timore quello che abbiamo di fronte. Ora siamo soli. La Nostra fase è durata troppo a lungo. Poi, la nostra coscienza arriverà a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui non solo si recupera il mondo, ma anche se stessi. Ci siamo persi e ora dobbiamo ricominciare. Questa la grande filosofia poetica interiore di Walcott, il suo capolavoro raffinato sullo straniero e il desiderio per la propria conoscenza. Il poeta muore nel 2017 a Cap Estate, nella sua Saint Lucia circondato da “Amore dopo amore”:

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
– D. Walcott  –

Matilde Marcuzzo

 

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