“Globalizzazione e disuguaglianze”, di Luciano Gallino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

Quando i media pongono troppa enfasi sul fenomeno della globalizzazione

Il libro “Globalizzazione e disuguaglianze”, pubblicato da Laterza editori, descrive come il mercato sia un’istituzione sociale in un discorso ampio che ci porta a riflettere su come la globalizzazione e la localizzazione siano due facce opposte e complementari dello stesso fenomeno. L’autore di questo provocatorio libro è Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, scomparso purtroppo da qualche anno. É un testo con qualche lustro sulle spalle, che si presenta particolarmente utile per sviluppare delle riflessioni sui diversi “luoghi comuni” che nei primi anni 2000 avevamo sulla globalizzazione e che, forse, qualcuno di noi si porta ancora dietro. Dobbiamo riconoscere sin da subito che l’impostazione di Luciano Gallino su questo elaborato è prettamente orientata al mercato, forse anche troppo. Per il noto professore non può venir meno in alcun modo l’importanza della costruzione sociale del mercato, tanto da fare un’allusione ai diversi contrattualisti come Hobbes, Locke e Rousseau nello spiegare che il mercato “non è lo stato di natura dell’economia”. Il mercato è socialmente costruito e per fare questo è necessario un lungo processo di istituzionalizzazione con il quale determinati valori e orientamenti si devono strutturare come costruzioni solide ma, soprattutto, generalmente accettate.

Su questa base, sempre il professore Gallino, ci spiega come sia la tecnologia a tracciare un passaggio dal mercato come luogo fisico e concreto al cyber-mercato. Le NICT, infatti, intese come new information and communication technologies, hanno strasvolto il mercato stesso annullando il concetto di “spazio”. Si parla di un mercato del mondo, grazie ad internet quale acronimo di interconnected network, nel quale file, immagini, suoni e grafici arrivano dall’altra parte del pianeta in un decimo di secondo. Tralasciando aspetti importanti che qui citeremo solamente, come il fatto che ormai committenti e produttori non si incontrano di persona e non vogliono neanche farlo, Gallino si orienta a spiegare come i mass media abbiano enfatizzato troppo il concetto di “globalizzazione”, mettendo erroneamente in secondo piano quello di “localizzazione”. Provando ad essere schematici, visto che il testo contiene molte riflessioni difficili da riassumere in poche righe, la globalizzazione deve essere intesa come l’idea di imprese e lavoratori che ormai sono in competizione con altre imprese e lavoratori in tutto il mondo. Da qui si crea quella fase di “universalismo del mercato” che si scontra con una “localizzazione” intesa come recupero e difesa delle tradizioni locali. Si creano così, soprattutto nei primi anni del 2000, movimenti sociali, culturali, politici di opposizione alla mondializzazione del mercato. Il professore Gallino parla – senza mezzi termini – di un concetto superficiale di competitività, legato ad un mercato senza regole che porta imprese ed individui a competere duramente gli uni con gli altri. La durezza, infatti, deve essere trovata nella consapevolezza che i diversi paesi del mondo hanno un diverso sistema di protezione sociale, un diverso sistema di tutela dell’ambiente, un diverso sfruttamento del lavoro minorile. E allora i paesi del nord del mondo delocalizzano nel sud del mondo stesso, per approfittare di queste differenze.

In altri aspetti, poi, l’autore di questo complesso libro riprende considerazioni abbastanza note, come il fatto che con la Rivoluzione industriale la “forza lavoro” si afferma come merce uguale alle altre, puntando a far comprendere come il mercato del lavoro porti a una stratificazione sociale dalla quale hanno origine le disuguaglianze. Tutto questo, precisa Gallino, è stato reso ancor più turbolento dalla globalizzazione stessa. E le riflessioni che potremmo fare son tante e vanno dal declino di settori professionali nei quali le persone perdono il posto di lavoro per “obsolescenza” delle mansioni, per arrivare alla disoccupazione di giovani che hanno l’unica colpa di essere “troppo qualificati” in quanto super laureati, con master e quant’altro. Dunque il mercato del lavoro cambia e si dirige verso imprese che si avvalgono sempre più di lavoratori autonomi, come per esempio consulenti, oppure che decidono di esternalizzare interi segmenti di produzione, il famoso outsourcing. Dulcis in fundo, gli stati sviluppano interventi legislativi per flessibilizzare il mercato del lavoro. Finiscono i contratti a tempo pieno e indeterminato, o quasi, e ci ritroviamo con contratti a tempo determinato, contratti di apprendistato e tante altre cose belle che, però, stravolgono le sicurezze lavorative portando precarietà e insicurezza per il proprio futuro.

Mettendo da parte l’eccessiva concentrazione del professore Luciano Gallino sul mercato e sulla tecnologia nel leggere questo fenomeno della globalizzazione, per tutto il resto, vi sembra davvero un libro scritto da più di quindici anni? Riflettiamo. E non solo giornalisticamente.

Antonio Mirko Dimartino

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Frank O’Hara: the Urban Poet

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

Il genio artistico del diario poetico

Francis Russell “Frank” O’Hara (1926-1966), è stato un poeta, scrittore e critico d’arte statunitense. Il suo lavoro di curatore presso il Museum of Modern Art, lo aveva portato inevitabilmente ad essere un personaggio di spicco nel mondo dell’arte di New York. O’Hara era anche membro della N. Y. School, un gruppo di artisti che traevano le loro ispirazioni dal jazz, l’espressionismo astratto e l’action painting. I suoi studi furono prevalentemente letterari, ad Harvard si laureò in Inglese nel 50’. Affascinato dal mondo delle arti visive e dalla musica contemporanea, apprezzava autori come Rimbaud, Mallarmé, Pasternak. Conosciuto da centinaia di amici e amanti per la sua espansiva calorosità, O’Hara iniziò a scrivere seriamente in seguito all’assunzione al Museum of Modern Art.

La poetica O’Hariana, sebbene riflettesse tratti autobiografici, era impregnata fortemente di vissuti quotidiani e frenetici della sua New York. Il tempo passato dal poeta in gioventù, prima alla scuola cattolica e poi in marina, gli fece sviluppare un way of writing solitario e astratto che egli in seguito rifletté nelle sue poesie. La geniale qualità dello scrittore era quella di sapersi estraniare balenamente dalle situazioni e, afferrandone gli aspetti più singolari, saperseli appuntare velocemente su taccuini per poi utilizzarli in scritti successivi o addirittura nelle lettere. Questa abilità di scrutare e registrare durante il trambusto della vita quotidiana sarebbe diventata, in seguito, uno degli aspetti più importanti che hanno caratterizzato O’Hara come un poeta urbano che scriveva a braccio. Così era la vita artistica del poeta: “sputare fuori poesie in momenti del tutto assurdi: nel suo ufficio al MoMA, in strada all’ora di pranzo e addirittura in stanze piene di gente, per poi metterle via in cassetti e dimenticarsele”.

Nel 1959 scrisse un finto manifesto chiamato Personism in cui spiega la sua posizione sulla struttura formale: “Non mi piacciono il ritmo, l’assonanza, tutte quelle cose. Fanno venire il nervoso, per quanto mi riguarda, la metrica e gli altri apparati tecnici, sono solo questione di buon senso: se compri un paio di pantaloni, vuoi che siano abbastanza stretti così tutti vorranno venire a letto con te. Non c’è niente di metafisico in questo”.

Un calice poetico astratto e urbano, quello di O’Hara, colmo di pregiato vino surrealista e simbolista da bere tutto d’un fiato ovunque ci si trovi: per strada, a casa, mentre si balla, si ride, si piange, perché no, mentre si sogna. I suoi toni dai contenuti personali, fanno in modo che la sua poetica venga descritta come “leggere pagine di diario”. Il poeta e critico Mark Doty sostiene che la poesia di O’Hara è ironica, a volte genuinamente celebrativa e spesso selvaggiamente divertente”. Un geniale materiale di paesaggio quotidiano di attività sociale a Manhattan, musica jazz, telefonate di amici. Scrivendo, O’Hara ha cercato di cogliere nelle sue poesie l’immediatezza della vita, convinto che la poesia dovrebbe essere “tra due persone, non tra due pagine”. Maestro di spontaneità e casualità, l’autore vinse il National Book Award per la poesia con la raccolta postuma The Collected Poems of Frank O’Hara, pubblicata nel 1971. Tra i suoi scritti più noti: A City Winter and Other Poems (1952), Oranges (1953), Meditations in an Emergency (1957), Second Avenue (1960), Odes (1960), Lunch Poems (1964), Love Poems (1965). O’Hara morì nel 1966 a Fire Island, investito da una Dune Buggy a soli 40 anni.

Matilde Marcuzzo

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Il nuovo dinamismo nel mercato del lavoro

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

E’ inevitabile il passaggio dal mito del “posto fisso” alla “gig economy”

C’è crisi, il mercato economico si evolve e per potersi realizzare in una delle cose più basilari per un adulto, il tanto agognato lavoro senza il quale non si può minimamente pensare di realizzare i propri progetti di vita, bisogna sapersi reinventare e sfruttare le proprie abilità nonché i propri talenti. Il mito che ha fatto sognare una generazione e mezza del secondo dopoguerra, quello del “posto fisso” acquisito prima del compimento del ventesimo anno di età e con un’istruzione non avanzata, cede il posto a un mercato molto più complesso e dinamico in cui una formazione d’eccellenza non garantisce più la possibilità di assicurare un futuro professionale e, conseguentemente, anche una stabilità personale. Il tutto si somma alle sempre maggiori incertezze del campo pensionistico, dove si tende sempre di più a posticipare la fine della carriera lavorativa di un individuo.

Tra questi tumulti sociali ed economici, è sempre più diffuso il fenomeno del secondo o terzo lavoro, ossia di una o più fonti di guadagno che integrano un’occupazione principale spesso non sufficiente, secondo un trend che in inglese prende il nome di gig economy, grossomodo traducibile in italiano con l’espressione “economia dei lavoretti”, anche se nasconde una miriade di complesse sfaccettature che vanno oltre la semplicità apparente di questo termine. In buona sostanza, vista la crescente concorrenza di un mercato sempre più globale in cui le distanze geografiche relative si accorciano, i muri normativi concorrenziali tra paesi crollano e la tecnologia semplifica un numero sempre crescente di procedure, si prevede una riduzione generale delle entrate derivanti dalle singole professioni, con la necessità di avere più lavori in modo da mantenere un tenore di vita all’altezza. Se i nostri nonni e bisnonni erano abituati a sistemi economici locali in cui praticamente tutto seguiva un percorso articolato nell’ambito di un’area geografica ben circoscritta, ora ci si ritrova in un sistema in cui una fetta cospicua di prodotti e servizi arriva da altre parti del paese se non addirittura dall’estero, con tutte le incertezze lavorative che questo comporta: il mestiere che caratterizza l’intera vita professionale di un individuo, in un mondo così incerto, ormai non esiste più perché basta un’innovazione tecnologica o normativa “di successo” (per la clientela, s’intende) e intere categorie professionali non possono far altro che scomparire.

Pro e contro della “gig economy”, in cui bisogna sapersi districare.

Allo stato attuale non è raro trovare persone che già fanno della gig economy la propria filosofia di vita, e col passare del tempo saranno sempre di più, per passione o per pura necessità. Assisteremo anche a singolari combinazioni di titoli di studio e occupazioni secondarie che varieranno nelle modalità in base al background del lavoratore stesso, andando a introdurre criteri di variabilità imprevedibili. Come in tutte le cose, tuttavia, serve molta lungimiranza nell’anticipare i trend sociali e di mercato, nonché una buona dose di capacità gestionale personale per poter mantenere nel tempo sbocchi variegati nel caso in cui uno dei lavori dovesse andare male. Viva la modernità e le sfide che questo mondo moderno ci offre, ma non dimentichiamo mai di affrontarle… con la testa.

Francesco D’Amico

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Daniela Volpe: la wedding planner più conosciuta della Calabria

Daniela Volpe è una wedding planner diplomata all’Accademia di Enzo Miccio, da diversi anni attiva nell’organizzazione di matrimoni nonché titolare della Glamour Events. Premiata con il “bollino consigliato” da matrimonio.com, il sito più importante del settore, Daniela Volpe vanta numerose ed eccellenti recensioni per il suo operato. Le coppie che desiderano sposarsi e sono in cerca di una wedding planner in Calabria, troveranno in testa questa nota imprenditrice lametina, tra le più consigliate, conosciute ed amate, soprattutto dalle sue spose. Noi di TLR abbiamo avuto l’onore e il piacere di poter intervistare Daniela, che ringraziamo per averci concesso un po’ del suo tempo in un freddo, atipico, pomeriggio di aprile.

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Benvenuta Daniela e grazie per aver accettato l’intervista per TLR. Cosa ti ha ispirato a voler diventare organizzatrice di matrimoni e quando è iniziata questa tua passione?

Ben trovati, sono io a ringraziare tutti voi di TLR. La mia passione è iniziata diversi anni fa grazie ad Enzo Miccio, che attraverso le sue trasmissioni è riuscito a far approdare questa professione, di origine anglosassone, anche in Italia. L’ho sempre seguito ed apprezzato, così ho scelto di iscrivermi ad uno dei suoi corsi di wedding planner e mi sono diplomata alla sua Accademia.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?

La più grande è sicuramente quella di far comprendere il valore della figura professionale del wedding planner. In Italia c’è ancora molto da lavorare a tal proposito e le coppie optano spesso per il cosiddetto “matrimonio fai da te”, trascurando i vantaggi che l’assistenza di un’organizzatrice di matrimoni può offrire.

Bene, bene. E quali sono, dunque, i vantaggi di cui parli?

A dire il vero sono numerosi, difficile poterli elencare tutti. Direi che il primo – e forse più importante – è la possibilità di risparmiare beneficiando della rete di fornitori che la wedding planner mette a disposizione degli sposi. Ogni wedding planner, infatti, si avvale di partner commerciali, tra cui fotografi, fioristi, musicisti e così via, con i quali stringe accordi economici vantaggiosi proprio per permettere ai propri sposi di usufruire di questa importante scontistica.

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Questo è vero, cara Daniela. Molte coppie, però, sono scoraggiate rispetto alla possibilità di assumere una wedding planner perché questo significa aggiungere una voce di spesa in più alle già numerose che una coppia deve sostenere per sposarsi. Cosa ne pensi?

Una wedding planner, in quanto professionista, deve essere pagata, certo, ma i futuri sposi che si avvalgono della sua assistenza possono usufruire degli sconti sui servizi dei fornitori di cui parlavo poc’anzi, compensando così il costo della parcella. Senza parlare del risparmio di tempo per gli sposi: è la wedding planner, infatti, che passa ore al telefono per concordare e gestire gli appuntamenti con i fornitori, che si occupa di risolvere i numerosi imprevisti che l’organizzazione di un matrimonio comporta. Non avere imprevisti, infatti, vuol dire non sostenere costi. A questo nessuno pensa.

Ti seguiamo spesso sulla tua pagina e sappiamo che sei anche una docente che si occupa di formare giovani aspiranti wedding planner. Non ti spaventa aggiungere della concorrenza ad un mercato già difficile?

Assolutamente no. Il lavoro, attualmente, c’è per tutti. Ma i miei corsi hanno un altro importante fine: riuscire, attraverso le mie lezioni, a trasmettere la cultura dell’organizzatrice di matrimoni e soprattutto riuscire a far comprendere “chi è” e “cosa fa” la wedding planner, mestiere intorno al quale ruota ancora un’aura di mistero. Tanti falsi luoghi comuni devono essere sfatati e spero che grazie alle mie lezioni si possa diffondere il valore e l’importanza che l’assistenza di un wedding planner offre.

Siamo giunti quasi alla conclusione di questa intervista. Ci piacerebbe, come gruppo TLR, fare qualcosa di diverso dagli altri. Vorremmo pubblicare delle foto dei tuoi matrimoni, ovviamente, ma che siano “vere” e non le solite foto che si vedono in giro nelle diverse pagine, magari super-modificate o di allestimenti maestosi. É possibile avere delle foto di te mentre lavori a qualche matrimonio dei tuoi? Sarebbe fantastico.

Voi di TLR siete molto attenti, ora me ne rendo ancor più conto. Certo, non ci sono problemi. E mi fa anche molto piacere far vedere come lavoro. Posso darvi diverse foto al riguardo, le stesse che trovate sulla mia pagina “Daniela Volpe Wedding Planner”, dove non esistono foto “finte” ma solo immagini dei matrimoni effettivamente da me organizzati. Naturalmente, troverete pubblicati solo i matrimoni delle coppie che hanno voluto rendere pubblico su facebook e instagram il loro giorno più bello. Ho diverse coppie, infatti, che hanno preferito non essere pubblicate ed io ho rispettato la loro privacy, portando i ricordi di quei giorni nel solo mio cuore.

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Grazie Daniela, sei stata preziosa, proprio come emerge dai commenti che abbiamo letto su di te sui diversi social e che ci hanno spinto a contattarti. Ti poniamo un’ultima domanda, sperando che questo sia un arrivederci e non un addio. Sei sempre così graziosa, gentile e professionale?

Sono io a ringraziare voi e mi fanno piacere le parole utilizzate nei miei riguardi. É sicuramente un “arrivederci” il nostro. Tuttavia, non posso darvi ovviamente una risposta, ma posso sicuramente dirvi che il lavoro è la mia vita. Enzo Miccio mi ha insegnato cosa vuol dire essere professionali, questo si. Lo devo a lui. E vedo che le persone lo apprezzano molto. Questo mi spinge a fare sempre meglio, ad impegnarmi sempre di più per le coppie che scelgono me, che scelgono la Glamour Events.

Martina Corini

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“La salsiccia”, di Friedrich Dürrenmatt

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

Quando un romanzo fa riflettere sull’aspettativa di giustizia

Esiste un volume, edito Feltrinelli e dal titolo “Racconti”, che raccoglie le diverse meraviglie narrative del grande drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt. La traduzione è a cura di Umberto Gandini, che si prende l’impiccio e l’impaccio di svelarci l’esemplare produzione romanzesca di questo straordinario autore. Questo piccolo-grande volume ospita diversi racconti, che vanno dal 1942 al 1985, tra i quali s’annida silenzioso un brevissimo romanzo dal titolo “La salsiccia”. Si sviluppa in sole due pagine, che bastano comunque a far emergere la maestria del grande Friedrich Dürrenmatt. La vicenda vive in un’aula di tribunale piena di gente perfino appesa ai lampadari – ci narra il drammaturgo svizzero – e con il pubblico accusatore, il difensore, l’accusato, i poliziotti e ovviamente il giudice supremo con la sua toga nera. L’uomo è accusato di aver ucciso la propria moglie e di averne fatto delle salsicce. Davanti al giudice supremo, appoggiata in un piatto, l’ultima salsiccia rossa e gonfia, unica parte rimasta della moglie uccisa. L’uomo accusato del delitto viene condannato e quando il giudice gli chiede quale fosse il suo ultimo desiderio, egli esprime proprio quello di poter mangiare quello che avanzava della povera moglie, ovvero quell’ultima salsiccia rossa. E, davanti allo stupore di tutta l’aula, il giudice supremo pronto a diventare un Dio, acconsente.

Ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano, dobbiamo comunque riflettere sul fatto che, molto spesso, il primato della “legge su ogni cosa” è una facciata di cartapesta. Questo racconto, infatti, ci dimostra come non si possa parlare di un’idea di giustizia unica, universale e forse neanche largamente condivisa. Proviamo ad attualizzare il tutto e pensiamo a chi, nei giorni nostri, uccide la propria moglie o la propria fidanzata. Sia ben chiaro, stiamo parlando di un delitto assurdo e ripugnante per la specie umana, ma a noi interessano altre riflessioni. Pensiamo, dunque, a quante volte sentiamo parlare della “certezza della pena” o di quello che spesso definiamo “inasprimento delle pene”. É realmente qualcosa di così necessario? É qualcosa di così urgente? Come spesso accade nella vita, la risposta è: “dipende”. Chi uccide la propria moglie o fidanzata, infatti, molto spesso nell’arco di mezz’ora si suicida, oppure scende di casa e si consegna spontaneamente al commissariato più vicino o ancora telefona ai Carabinieri per confessare e poi sedersi sul divano di pelle ad aspettare che le forze dell’ordine vadano a prelevarlo. Come possiamo notare, l’idea di giustizia di un simile soggetto è diversa. A questa persona poco interessa il problema sociale della “certezza della pena” e neanche l’eventuale inasprimento della stessa. Qualcosa di diverso lo spinge ad un simile gesto, probabilmente simile all’alito caldo della bestia che si prepara a darti il colpo di grazia, sicuramente lontano da quanto ipotizzato come “senso di giustizia” da molti di noi. É evidente, allora, come tutto questo poteva essere espresso in sole due pagine solo dal più noto romanziere e drammaturgo svizzero di lingua tedesca del mondo. Tra realtà vera e rappresentazione grottesca, Dürrenmatt ci porta a riflettere sul concetto di giustizia e descrive un mondo privo di ordine, quanto meno di quello che noi tendiamo a dargli con le nostre ideologie. D’orizzonti perduti è, dunque, questa giustizia. Il nostro stomaco è molto sofferente, infatti, quando l’ultimo desiderio espresso dall’accusato è di mangiare quella salsiccia. Ma, Friedrich Dürrenmatt, va oltre e ci spiega come gli uomini sono spesso servi timorosi dell’aspettativa di giustizia.

Antonio Mirko Dimartino

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I fenomeno dei “Ghost Writer”, un danno culturale. Parte II.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019. Leggi la prima parte prima di procedere con la seconda.

Un fenomeno nascosto che bisogna imparare a conoscere

C’è un messaggio negativo trasmesso alla società mediante l’uso dei ghost writer, ossia di coloro che scrivono opere su commissione le quali sono poi attribuite ad altri: se non è importante che sia proprio l’artista a dare vita alla sua opera si percepisce che nessuno è necessario e tutti sono sostituibili. Questa percezione particolare rappresenta un enorme passo indietro per quanto riguarda il pensiero filosofico della società occidentale.

La conquista intellettuale che vede ogni individuo egualmente importante a tutti gli altri e con lo stesso diritto di essere salvaguardato rischia di rovesciarsi a favore di un atteggiamento opposto che vede ogni persona come egualmente sostituibile; ciò che si sente più spesso dagli stessi specializzati nei campi interessati a giustificazione di queste operazioni sono che l’artista che usa un ghost writer non si trova nell’agio di poter creare direttamente l’opera in quanto è più occupato a tessere reti sociali per assicurarsi commissioni e quindi persone che li paghino. In realtà questo mette luce su un altro problema importante della società: la svalutazione dell’oggettiva utilità di un lavoro a favore dei sistemi delle reti sociali in quanto, sostanzialmente, si tratta della stessa origine del clientelismo, della raccomandazione e di insiemi affini, in quanto l’aspetto in cui l’essere umano tende a concentrarsi maggiormente è quello della selezione sociale e non sull’oggettiva validità di un lavoro. Tuttavia, bisogna stare attenti a non confondere un comportamento sbagliato che abbia una causa da un comportamento giusto: la personalità che accetta la priorità o anche la necessità della rete sociale per poter avviare un lavoro (che paradossalmente nella pratica è utile di per sé a prescindere dal grado di conoscenza delle personalità coinvolte) ha già commesso un errore di valutazione e la scelta di utilizzare un ghost writer è una manifestazione di un atteggiamento sbagliato fin dal principio. Da questo si evince che firmare qualcosa che ha creato qualcun altro non è giustificabile per le modalità con cui la società sceglie la propria forza lavoro, anzi si può dire che è una manifestazione di aderenza a questo pensiero, della scelta di questa bandiera.

Altre obiezioni possono riguardare le autobiografie di personaggi politici compilate da terzi ma firmate dai politici stessi, ma anche in questo ambito non è detto affatto che una biografia si debba da spacciare per autobiografia, e che al nome del vero autore si debba sostituire il nome dell’oggetto della trattazione. Nel complesso, si invita il lettore a capire quanto sia culturalmente pericoloso il fenomeno dei ghost writer, di quanto favorisca il sonno della ragione, di quanto sia ben intrecciato con altri importanti problemi dell’organizzazione fra umani come la creazione di falsi miti e l’abbandono delle proprie scelte a schemi sociali che ignorano in parte o totalmente i dati e i vantaggi oggettivi del lavoro (su questo ultimo tema è illuminante leggere il testo di Eric Berne “A che gioco giochiamo”, sebbene le sue conclusioni siano opposte a quelle riportate in questo testo). L’invito qui rivolto è a controllare e limitare il fenomeno per poter progredire verso una sempre più trasparente e oggettiva gestione di ciò che è l’ arte e di ciò che è la vita.

Alessandro Severa

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La rivoluzione urbana dei privati

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

All’immobilismo istituzionale per il rilancio di intere aree spesso rimediano i piccoli investitori

Conosciamo molto bene i nostri vicinati e le attività commerciali sparse tra le vie, e nel corso del tempo osserviamo profondi mutamenti nell’assetto generale di un’area cittadina, con attività che chiudono e aprono, famiglie intere che si disperdono e vengono sostituite da altre, un viavai che va ad integrarsi perfettamente nell’ambiente circostante e si ricuce una fetta dello stesso. Analogamente, siamo soliti lamentarci delle carenze infrastrutturali di determinate zone, in particolare della mancanza di investimenti volti alla loro rivalutazione e alla nascita di flussi commerciali tali da rivalutare l’economia di un intero quartiere assetato di posti di lavoro.

Nel profondo immobilismo istituzionale che spesso caratterizza la mancanza di “rivoluzioni urbane”, spesso emergono le prodezze, se così possiamo definirle, di piccoli e medi investitori i quali avviano un’attività e contribuiscono, sia col flusso di clientela generato che con l’abbellimento architettonico di interi edifici, a rivalutare un’intera zona. Si assiste ad una crescita generale dell’area, in cui in media nell’arco della giornata passano più persone rispetto a prima, le quali contribuiscono a dare uno slancio anche alle attività circostanti, il tutto secondo un meccanismo a feedback positivo che crea benessere e avvia la rivoluzione urbana tanto attesa e che l’istituzione non riesce a portare. Immaginate, per esempio, cosa accade a un quartiere che ospita l’ufficio regionale o nazionale di un’azienda, la sede distaccata di un ateneo, un ristorante di prestigio, un importante centro medico privato: tutto intorno si instaura un meccanismo che ruota intorno all’infrastruttura e dà beneficio generale tramite il mantenimento di posti di lavoro e il contributo alla nomea della città che ospita l’attività commerciale. Vedremo nascere bar, altre attività legate allo svago e agli alimentari, vedremo uno sportello bancario per i prelievi, vedremo altre realtà decidere di creare la propria sede nella zona rivalutata, vedremo nuove e rivitalizzate strutture ricettive, vedremo persone trasferirsi in quel centro urbano (magari prima caratterizzato da una sola emorragia di persone per l’emigrazione) e dunque pagare affitti nonché tutti i servizi accessori, e il meccanismo ripartirà dal principio, rinforzandosi secondo un circolo virtuoso. Infine, si arriva anche alla crescita turistica, dato che un’area ben curata e con una base di clientela fissa cresciuta e costante può contare su un maggior apporto di potenziali turisti e quindi rivalutare il proprio patrimonio artistico e storico che il visitatore forestiero può imparare a conoscere ed apprezzare durante i tempi morti del proprio viaggio. Sembra una buona dose di ottimismo infuso ma non si discosta molto dalla possibile realtà di un centro urbano che soffre la mancanza di flussi economici e di una sana crescita commerciale. Va, senza ombra di dubbio, considerato che è compito delle amministrazioni curare aspetti imprescindibili come la manutenzione stradale, gli impianti luminari e i servizi di base come fogne, rete idrica e rete elettrica, e chissà che una piccola rivoluzione urbana avviata dai privati non serva da maggior sprono alle istituzioni a decidersi per impegnarsi in modo attivo nei confronti nel benessere generale urbano, che dà benefici a tutti. Diventa poi molto difficile per le istituzioni stare indietro rispetto alla rivoluzione urbana, e decideranno – di conseguenza – di stare al passo coi tempi e migliorare la propria efficienza. Almeno, questo è quanto accade di norma nei paesi ricchi del globo.

Francesco D’Amico

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Le due facce del BVLOS per i sistemi aeromobili a pilotaggio remoto

Nella definizione di BVLOS ricadono tipi diametralmente opposti di operazioni. Perché?

Col progressivo adeguamento del regolamento italiano pubblicato da ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, alle nuove disposizioni del regolamento europeo voluto dalle commissioni EASA, European Aviation Safety Agency, si va sempre più a delineare il quadro normativo che regolerà i sistemi aeromobili a pilotaggio remoto (SAPR) negli anni a venire. Un settore molto promettente che è stato già ampiamente rallentato da normative non al passo con le tecnologie e con le esigenze professionali di privati, enti e importanti aziende. Per chi segue il settore da anni, la progressiva apertura delle istituzioni a nuove concessioni operative risulta essere notevole: basti pensare che ora, con le dovute autorizzazioni e disposizioni tecniche, è possibile operare in ambito urbano anche di notte, un frangente operativo fino a non molto tempo fa ritenuto impossibile se attuato nel pieno rispetto delle regole.

Droni e sviluppo sono ormai un connubio consolidato: ottimizzazione delle risorse, riduzione dei rischi per le persone, apertura a nuovi sbocchi fino a poco tempo fa assimilabili alla fantascienza. Parallelamente a questa diffusione capillare, normative non sempre complete. Fonte: TechnologySalon.org.

Si è assistito anche ad una certa apertura nei confronti del BVLOS, o Beyond Visual Line of Sight, il contesto operativo specifico che non prevede che il pilota di APR abbia il drone entro il suo raggio visivo. E’ il contrario del VLOS o Visual Line Of Sight, il frangente operativo che impone che, sebbene i droni siano dotati per la maggior parte di fotocamere orientabili, debba essere sempre mantenuto il contatto visivo per ovvi motivi di sicurezza. ENAC ha autorizzato alcuni operatori a condurre missioni sperimentali in BVLOS in aree appositamente contingentate, ma in linea di massima rimane un ambito pesantemente soggetto a restrizioni; si attende, infatti, la piena “commercializzazione” dell’ambito, dato che sperimentazioni a parte non rientra nel grosso delle cose “che si possono fare” coi SAPR. D’altronde, se è vero che la tecnologia dronistica ha fatto passi da gigante negli ultimi 5-6 anni, bisogna riconoscere che l’affidabilità tecnica dei droni disponibili sul mercato (anche i droni industriali o “Enterprise”) non è ad oggi comparabile a quella degli aeromobili manned, e anche se lo fosse, non li renderebbe esenti da sporadici inconvenienti tecnici. L’ente regolatore sa che lo streaming visivo di una fotocamera sullo schermo di un controller altro non è che la funzione di una app che può andare in crash in qualsiasi momento, rendendo il pilota “cieco”. A questo si aggiunge anche il fatto che nella massima parte dei casi non è possibile ricevere segnali audio a distanza, ergo il pilota del drone non sente quello che sentirebbe se fosse al posto del drone, lontano da lui, riducendo la possibilità di avere un’idea accurata dello spazio circostante e di chi lo occupa, ergo la celebre situational awareness. Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali il BVLOS continua ad essere pesantemente regolamentato, nonostante sul web imperversino i prodotti mediatici di operatori abusivi che vanno palesemente oltre il BVLOS e addirittura si vantano di mandare i propri droni a kilometri e kilometri di distanza, “sicuri” di non essere perseguiti legalmente.

Semplice schema che riassume le differenze tra BVLOS, VLOS ed EVLOS. Anche qui, si pensa al BVLOS come al semplice andare oltre i limiti di distanza orizzontale, quando si possono creare scenari di questa tipologia anche a brevi distanze. Fonte: Tecnologia.ig.com.

Spulciando un po’ la normativa italiana, che non è molto discorde da altre normative nazionali, emerge una cosa molto interessante: quando si parla di BVLOS sembra che si faccia riferimento, sostanzialmente, alle lunghe distanze, ossia a voli lungo una orizzontale superiore ai 500 metri consentiti dalla legge attuale (200 in CTR, 100 in area critica e di notte). Si prende come unico esempio di BVLOS, in buona sostanza, lo scenario in cui il drone si allontana in uno spazio aereo relativamente sgombro e il suo pilota non lo vede più, ma lo controlla in base allo streaming video della fotocamera e ai dati telemetrici dell’applicazione di navigazione. Si tratta, sperando che il lettore accetti la licenza letteraria che l’autore si prende nel dare questa definizione ufficiosa, di BVLOS-R, dove la R sta per “Range”, il raggio d’azione, la distanza da chi lo controlla, con tutte le criticità del caso esplicate in precedenza. La normativa italiana dispone che, in caso di perdita di VLOS e passaggio a BVLOS non autorizzato, si attivi immediatamente il sistema di terminazione del volo, ergo si deve forzare il drone a precipitare per interrompere la missione. Non si prendono affatto in esame situazioni assimilabili a uno scenario, e qui si chiede ulteriormente al lettore di accettare una seconda licenza letteraria, di BVLOS-O, dove la O sta per “Obstacle”, ostacoli che a breve distanza bloccano il campo visivo. Nel complesso, di ambiti operativi in cui si perde il contatto visivo col drone in quanto coperto da un ostacolo di spessore variabile, ma si possono sentire i motori (importante indicatore manutentivo e di navigazione che può preannunciare problemi di natura disparata), si ha una certa situational awareness dell’area circostante per minimizzare i rischi contro terzi, e si dispone di un segnale tale da controllare il mezzo e svolgere azioni in un contesto sicuro e diverso dall’EVLOS, in quanto non ci sono Osservatori SAPR e altri ausili tecnici che mantengono il contatto visivo col drone. Uno scenario, quello del “BVOS-O”, che di fatto è applicato da molti operatori per brevi frangenti (a chi non è mai capitato di perdere il contatto visivo col drone per almeno una frazione di secondo?) ma che al momento non è contemplato dalla normativa, nonostante le sue innumerevoli applicazioni, e di conseguenza genera un vuoto anche nella complessa formazione dei piloti.

Un esempio di BVLOS-O così come inteso dall’autore dell’articolo. Una situazione tipo prevede casi concreti quali le ispezioni all’interno degli edifici disastrati. In questo caso, in base alla normativa vigente sul VLOS, il pilota che inoltra il drone all’interno di questo edificio colpito da un terremoto dovrebbe terminarne immediatamente il volo, nonostante l’importanza strategica dell’ispezione in atto. Fonte: CNN.com.

Normativa a parte, anche l’addestramento e le prescrizioni tecniche risentono di questo “vuoto” nonostante si tratti di uno scenario reale: il segnale del controller deve essere sufficientemente potente da garantire la copertura anche in presenza di ostacoli, il pilota deve essere appositamente istruito a interpretare dati telemetrici potenzialmente falsati nonché a gestire i sistemi anticollisione, ove presenti, in un modo diverso rispetto agli ostacoli in campo aperto e in VLOS, le funzioni di emergenza quali il Return-To-Home o RTH devono essere gestite in modo diverso rispetto al campo aperto (è impensabile prevedere che il drone si porti a decine di metri di quota e torni verso l’Home Point in caso di perdita di segnale, quando si sta operando in uno scenario potenzialmente ricolmo di ostacoli sul piano verticale). Si tratta, nel complesso, di uno scenario de facto applicato dagli operatori ma che presenta una lacuna normativa non indifferente, associata alla mancanza di prescrizioni tecniche aggiuntive volte a gestire questo genere di operazioni. Insomma, anziché applicare questo scenario di continuo e fare finta che non esista per ovviare alle limitazioni normative che derivano dal passaggio dal VLOS al BVLOS quando la distanza tra SAPR e pilota è esigua, perché non iniziare a prendere atto dell’esistenza di simili scenari, a regolarli e a studiarli in maniera dettagliata?

Francesco D’Amico
Operatore SAPR CRO

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Tutto pronto per un magico Natale

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CATANZARO – Si è svolta ieri sera, alla presenta di un gremito pubblico, con inizio alle ore 17.30, la presentazione della II edizione di “Sarà Tre Volte Natale”. La manifestazione è organizzata dall’Amministrazione Comunale, di concerto con gli assessorati al Turismo e Spettacolo, Cultura e Attività Economiche e affidata alla direzione artistica di Antonio Pascuzzo. Si tratta di un suggestivo percorso tra suoni e immagini, nonché sapori e odori, presentato in una conferenza stampa, tenutasi nel meraviglioso Cinema Teatro Comunale, alla presenza del sindaco Sergio Abramo, del vice sindaco con delega alla Cultura, Ivan Cardamone; dell’assessore al Turismo e Spettacolo, Alessandra Lobello; dell’assessore alle Attività Economiche, Alessio Sculco; del Presidente della Camera di Commercio, Daniele Rossi; del Comandante dell’Esercito Militare Calabria, Colonello Giampiero Battipaglia.

La manifestazione avrà inizio venerdì 7 dicembre con un racconto speciale, quello di Alessandro Baricco – evento realizzato grazie alla Ubik – che, per la prima volta nella sua carriera di scrittore, racconterà il suo ultimo romanzo “The game” – Einaudi editore – in un luogo intriso di storia e sacralità come la Chiesa del San Giovanni. Per di più, ci sarà un grande spazio dedicato all’animazione con spettacoli per grandi e piccini come “Vita a pedali”, “Il Grande Lebusky Show” e “La danza aerea”.

Non solo eventi e spettacoli, però, ma anche uno spazio doveroso per le iniziative in sinergia con privati e commercianti atte a far pulsare di nuova linfa – almeno in questi giorni di festa – il centro città. Con le luminarie installate su corso Mazzini e nei giardini “Nicholas Green”, una piacevole novità, dopo il “vuoto” dello scorso anno, è segnata dal ritorno dei mercatini che verranno allestiti nei prossimi giorni lungo il Corso tra piazza Grimaldi e piazza Rossi. L’evento, firmato Antonio Pascuzzo, è come sempre molto atteso e arricchirà le feste natalizie del capoluogo.

Mirko Dimartino

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Quando la canzone cerca di spiegare l’inspiegabile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

Un prestigioso seminario sul diritto e la giustizia nella canzone d’autore italiana

Si è svolto nei giorni scorsi presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, un importante e prestigioso seminario dal titolo “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore italiana”.

Il seminario – inserito nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo – è stato presieduto dal chiarissimo professor Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto, Sociologia della Devianza e Sociologia del Mutamento Sociale nel medesimo Ateneo. L’illustre professore – dopo i doverosi saluti iniziali ai numerosi intervenuti – ha sin da subito aperto una discussione su cosa sia la canzone e su cosa rappresenti per l’autore e per l’ascoltatore. Così, nel richiamare un volume di Luigi Manconi intitolato “La musica è leggera”, il prof. Bruno Maria Bilotta ha introdotto quel concetto semplice ma essenziale di una canzone che cerca di spiegare l’inspiegabile. La canzone è canzone, un piccolo e grande mistero: ecco perché ci piace la canzonetta. La canzone è magia – ha poi aggiunto l’esimio professore – una magia tutta particolare, assolutamente singolare nel mondo della magia, che la rende unica nel panorama dell’arte in generale, di tutte le arti, ed ha una caratteristica tutta peculiare e sua propria ed è quella per cui l’ascoltatore si appropria totalmente della canzone fino a farla propria. In questo senso la canzone finisce per dismettere il suo autore vero per innestarsi in un altro autore, precisamente l’ascoltatore coinvolto. Un furto? Sì, certamente, il più nobile e il più innocuo dei furti – ha confermato il relatore – il furto più gradito al vero autore della canzone che sa di aver trasmesso ad un altro un’emozione che non è solamente la sua ma diventa interamente di un altro, di altri, diffusamente di altri, tanto più diffusamente e senza confini quanto più bella è la canzone: un rapporto triadico “autore-canzone-ascoltatore”, che diventa inevitabilmente duale, autore-ascoltatore: quando questo avviene si realizza la vera magia dell’arte della canzone.

Nella seconda parte del seminario, poi, il prof. Bruno Maria Bilotta ha coinvolto i diversi giovani presenti in un percorso innovativo atto a far comprendere come il “diritto”, ma soprattutto la “giustizia”, siano presenti nei testi di grandi autori. Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Enzo Iannacci, Roberto Vecchioni, Rino Gaetano o Paolo Conte, sono solo alcuni esempi di come la canzone registra, in maniera più efficace ed evidente di altri indicatori sociali, il mutamento sociale. Non è certo un caso – ha infine spiegato il professore riprendendo il suo importante saggio – che l’enorme fiorire, specialmente nell’ultimo ventennio, di libri sulla musica cosiddetta leggera tiene conto in primo luogo della storia della musica stessa, e che per ciascun singolo autore la sua storia musicale viene descritta per epoche, com’è giusto che sia;  ogni canzone è debitrice a quella successiva di un ulteriore processo di evoluzione, talora anche di involuzione, ma comunque di un processo di mutamento che deve tener conto tanto del mutamento dell’autore quanto del mutamento sociale. Quindi la canzone, in questi termini, diventa una piccola storia breve e concentrata nel tempo, ma dilatata nell’emozione in cui l’elemento evolutivo è fondamentale tanto in chi la canzone scrive tanto per chi la canzone recepisce.

L’illustre professore ha condotto numerosi studi e doviziose ricerche sul tema della giustizia e del conflitto sociale che, negli anni, hanno prodotto la pubblicazione di importanti volumi. Membro aderente all’International Institute for Sociology of Law di Oñati, nonché membro dell’Associazione italiana di Sociologia e componente della Direzione Scientifica della Rivista “Sociologia del Diritto”, il prof. Bruno Maria Bilotta è da sempre un sapiente studioso e profondo conoscitore delle dinamiche sociali. Fondatore e direttore della collana “Conflitti, Criticità e Mutamenti Sociali” per la casa editrice Aracne, come altresì della collana internazionale “Logiques culturelles et Droits” per l’Harmattan-Parigi, il noto professore ha presentato un seminario decisamente innovativo indirizzato alla riscoperta della canzone d’autore. La musica, forse più di ogni altra cosa, è in relazione diretta con la società e questo ha risvegliato le diverse emozioni dei presenti, sottolineate dalle numerose domande poste – con grande entusiasmo – al relatore. Puntuali come le rondini, le risposte del prof. Bilotta, hanno poi disegnato quegli orizzonti perduti che nutrono l’anima di chi ama la vera canzone d’autore italiana. Il tutto raccontando una Calabria diversa, finalmente.

Antonio Mirko Dimartino

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