Sei più delle battaglie che hai combattuto

Cosa significa per una donna avere un tumore al seno?

Quando da bambina mi domandavano cosa volessi fare da grande, io rispondevo la “Donna”.  Ci sono grandi donne che spaziano in tutti i settori – scienza, arte, letteratura, ingegneria, musica, cinema – e in tutte le epoche, potremmo portare esempi come Maryam Mirzakhani che ha messo una pietra sopra agli stereotipi sulle donne e le materie scientifiche vincendo la Medaglia Fields nel 2014, il più prestigioso premio mondiale per la matematica; Margaret Bulkey, che si finse un uomo per 56 anni pur di fare il medico nell’esercito inglese nel 1865, quando alle donne non era concesso. Esiste un gruppo, purtroppo ampio, di donne che hanno “ dovuto ricominciare”, ricostruendo loro stesse, affrontando una malattia oncologica con l’intervento e le terapie che ne conseguono: il tumore al seno, allontanando la nostalgia per le donne che erano, per la loro femminilità e la menopausa precoce a causa della chemio. Comparando la caduta dei capelli e l’asportazione di un seno, come mancati simboli di femminilità e seduzione. La paura e l’angoscia di fronte alla notizia di avere il cancro sono reazioni naturali ma non certo facili da gestire. L’intervento chirurgico modifica una parte del corpo visibile della donna, parte che per lei rappresenta tre grandi temi della vita: la femminilità, la maternità, la sessualità. Molte donne, inoltre, si preoccupano dell’immagine sociale, ossia del fatto che l’intervento, più o meno mutilante, possa influire negativamente su ciò che gli altri pensano di loro. Quindi, accade che il mutamento dell’assetto corporeo, della propria qualità di vita, della propria immagine esterna, della propria intimità e non ultima la paura del cancro possano creare uno stato di depressione e sfiducia nel futuro.

È importante ogni singola testimonianza delle eroine che stanno lottando o hanno vinto. Dalla testimonianza di Gioia Locati:

Nell’ottobre del 2007 la batosta: scopro di avere un tumore al seno, un tu-mo-re. Lo sillabavo per digerirlo meglio ma restava sempre una camionata in faccia. Uno di quegli scossoni che prima ti stordiscono e poi, quando la consapevolezza riaffiora, ti lasciano appiccicati addosso strati di paure, quasi una seconda pelle. Io alternavo momenti di rabbia ad altri di assoluto rifiuto: insabbiavo cartelle mediche e pensieri, non ne parlavo con nessuno. Da allora la mia vita è cambiata profondamente e non solo per gli interventi e le cure: chemio, radio, pastiglie, punture. Mi sono inventata interessi per restare a galla, mi sono aggrappata ai miei grandi amori, la famiglia prima di tutto, gli amici, il lavoro che ho potuto riprendere part-time,  piano piano ho messo nell’angolo i fantasmi, ogni tanto li tiro fuori, uno alla volta, ma solo per metterli al tappeto. Da quando ho finito le cure e vivo “fra color che son sospesi” ho sempre pensato di trovare un modo per aiutare chi è ancora nel tunnel.

La malattia è uno dei modi in cui la vita “toglie il tappeto da sotto i piedi”. Arriva sempre nel momento sbagliato, interrompendo bruscamente progetti e speranze. Spazza via di colpo un’agenda di appuntamenti, incombenze, impegni di lavoro, cene con gli amici. Per un periodo, che può essere anche piuttosto lungo, sembra che il ritmo della vita normale sia sospeso e che non ci sia spazio per altro che per la malattia. Ci si può rendere conto di essere molto più forti di quello che si credeva, si possono rivedere le priorità della propria vita, e si inizia a scoprire il valore di cose spesso date per scontate. È molto complesso per una donna gestire la menomazione risultante da un intervento al seno: insieme al tumore, infatti, sembra che sia stata asportata anche l’immagine di sé. La cancellazione, o comunque la minaccia, a una parte del corpo che culturalmente rappresenta la femminilità in tutte le sue accezioni (materna, erotica, simbolica) può generare un sentimento di crisi dell’identità, un senso di perdita irreparabile e di rabbia. Inoltre, la paura delle conseguenze fisiche delle terapie amplificano questa sensazione di perdita di controllo sul proprio corpo. Sono sentimenti condivisi più o meno da tutte le donne, normali reazioni a un evento forte e traumatico. Essere donna non dipende dalla grandezza del seno. È importante rimodellare la percezione di come vedere se stesse. Partire da quello che si è, utilizzando quello che si ha, facendo quello che si può, tenendo conto delle infinite possibilità. La vita non è trovare se stessa. La vita è creare se stessa, metti il tuo nome più spesso nell’agenda degli impegni e non lesinare su tempo concessoti. Sei Donna dentro, non fuori.

Maria Chiara Mangiavillano

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Wedding planner: quando il sogno diventa realtà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 237) il  28 ottobre 2017.

Sviluppare un percorso professionale formandosi nel settore del wedding

Quante volte ci siamo chiesti cosa fa un wedding planner? La strada più opportuna da intraprendere per rispondere a questa domanda è quella di limitare la confusione che, negli ultimi anni, si è creata intorno a questa professione. Il wedding planner, infatti, è un professionista. Il settore è quello del wedding e quindi parliamo di una persona che pianifica il matrimonio per mestiere o, se volete, ne diventa manager. Tutto questo, però, porta a false paure in esame a credenze antiche. Un wedding planner organizza un matrimonio creando un progetto che rispecchi la personalità degli sposi, non sceglie dei percorsi sostituendosi a loro. Grazie alla professionalità dettata dalla presenza sul campo, infatti, può proporre alternative non alla portata della singola coppia risolvendo i problemi, limitando lo stress o il consumo eccessivo di energie e determinando per gli sposi grandi risparmi. La figura del wedding planner, così, si affianca alle necessità della coppia con l’idea di realizzare i loro desideri scegliendo soluzioni in linea con il loro budget.

Tutto questo permette al wedding planner di poter subentrare nel percorso verso il “sì” in qualsiasi momento, progettando il matrimonio per intero o fornendo singole consulenze per determinati desideri che si trasformano in problemi. É una figura sempre attiva, con grandi risorse che spende al posto dei futuri sposi, anche la risorsa più importante che possa esistere: il vostro tempo. Proviamo a pensare ai rapporti con i fornitori, spesso molto cari, che non sono sempre disponibili con i vostri orari lavorativi per degli incontri oppure non propensi ad effettuare sconti. Bene, con un wedding planner professionista, che porta a questi fornitori più coppie durante gli anni di lavoro, lo sconto è assicurato, i prezzi totalmente diversi ma, soprattutto, gli sposi hanno la garanzia di ottenere un servizio eccellente: anche la coppia può ottenere prezzi bassi ma questo, spesso, implica un servizio che non risponde alle esigenze qualitative dettate dalla stessa. Questo perché un wedding planner – o per meglio dire un vero wedding planner che ha studiato e proviene da qualche accademia – ha sicuramente un’ottima conoscenza del mercato e può comprendere nonché sviluppare le esigenze del cliente. Ecco, un altro aspetto delicato è sicuramente quello della dedizione di una figura professionale al vostro matrimonio tra fioristi, operatori video, servizi di autonoleggio, location o fotografi.  Il matrimonio, infatti, è un evento particolarmente importante e molto complesso nella sua organizzazione, per il quale è fondamentale la riduzione degli imprevisti nonché la cura del dettaglio. Insomma, contrariamente a quanto si possa pensare, scegliere un wedding planner professionista non è tanto più dispendioso rispetto al fare tutto da sé, soprattutto tenendo conto dei costi che un matrimonio tradizionale comporta.

Il wedding planner propone, sceglie, pianifica, organizza e risolve. É come un grande direttore d’orchestra che arriva al matrimonio compiuto con l’ispirazione divina della mente e le giuste conoscenze. Queste ultime, infatti, devono essere acquisite attraverso corsi adatti – e non improvvisate aiutando un’amica nel giorno delle sue nozze – nei quali sia possibile apprendere questa professionalità. In Italia e all’estero sono diversi i corsi disponibili per diventare wedding planner ma è necessario fare attenzione alla loro validità, sia effettiva per quanto riguarda l’insegnamento che burocratica. Nel nostro paese esiste addirittura una vera e propria accademia, volta da anni a creare figure professionali ormai note in questo campo, che è trainata dalla personalità esplosiva del più famoso dei wedding planner, Enzo Miccio. Affidarsi alla Enzo Miccio Academy, infatti, vuol dire intraprendere davvero questa nuova figura professionale e riuscire a realizzare quel famoso “sogno che diventa realtà”, da sempre alla base del giorno del nostro matrimonio. Quel cammino che non riserva nessuna preoccupazione e nessun affanno, passa dunque attraverso la figura del wedding planner. Proviamo allora a credere nei sogni e in chi li può realizzare per noi.

Antonio Mirko Dimartino

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Il gran dilemma dell’emigrazione giovanile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 237) il  28 ottobre 2017.

I flussi aumentano e chi rimane nella propria terra si chiede se sia giusto o meno

Le cose cambiano molto in fretta: qualche anno fa, gli stereotipi vari sui più giovani erano completamente diversi da quelli attuali. Il nocciolo delle varie discussioni tra esponenti di generazioni diverse riguardava i “giovani d’oggi”, irrispettosi nei confronti degli adulti, deviati nell’educazione da fattori di stimolo esterni, strane persone con strane abitudini che non riuscivano ad apprezzare i beni in loro possesso per i quali le generazioni precedenti avevano combattuto. “Non apprezzi questo perché non sai cosa voglia dire star senza”, era la frase tipo. Molti di noi rimpiangono quei “bei tempi”: sarebbe quasi come una sogno se i problemi dei giovani fossero i litigi con gli adulti su orecchini, piercing, tatuaggi, serate, videogiochi, eccetera. La situazione ora è molto più drammatica: i giovani sono senza futuro, non hanno garanzie e per la prima volta è stato riconosciuto, grazie a opportune osservazioni statistiche, che le nuove generazioni sono in media meno ricche e stabilizzate di quelle precedenti. Se da una parte è vero che il problema è generalizzato e riguarda le nuove generazioni in più paesi del mondo, ancora una volta si apprende con tristezza che le solite regioni dei soliti stati mantengono il loro saldissimo ruolo di fanalini di coda. Non è un segreto, infatti, che l’Italia e in particolare il Meridione siano terre oggetto di ampi flussi di emigrazione giovanile interna ed esterna; si è consolidata nell’immaginario collettivo l’idea secondo la quale in Italia e, in particolare, in regioni come la Calabria, non sia più possibile realizzarsi in contesti meritocratici. Così, mentre i flussi aumentano in intensità e interi gruppi di amici, familiari e conoscenti si smembrano, in chi rimane scattano continui dubbi e dilemmi sul perché della scelta di non fare, almeno fino a questo momento, il gran passo verso l’esterno, quel balzo nel vuoto a caccia di opportunità.

Una foto diventata ormai celebre e simbolica.

Il fenomeno è estremamente complesso per essere affrontato in questa sede in quanto emigrare o meno non è una scelta dettata sempre e solo da pure logiche di carriera e di prospettive, ma fa i conti con situazioni familiari particolari. Ciò non impedisce di delinearne i fattori principali cercando, quantomeno, di trovare una radice, un problema alla base di tutto. Generalmente, pare che siano i territori con poca attrattiva imprenditoriale a soccombere per primi, prosciugati dalle floride zone propense al business e all’innovazione: se c’è poca propensione a facilitare il nuovo, l’azzardo imprenditoriale giovanile che avanza, e molta propensione a mantenere il vecchio ordine prestabilito a tutela delle generazioni precedenti e delle solite poltrone, potete star certi che il flusso di giovani emigranti sarà costante, solido e addirittura crescente. Per chi rimane nella propria terra, vista l’ovvia impossibilità nel realizzarsi completamente in un contesto socio-economico ostile ai giovani e all’innovazione, si canalizza tutta la speranza nel riempire progressivamente le nicchie lasciate vuote dalle generazioni precedenti, o nel provare a ritagliare piccoli spazi di crescita e innovazione nei quali provare a cercare qualche sbocco lavorativo. Il tutto mentre interi paesi fanno del ricambio generazionale e nell’attrazione di professionisti provenienti dall’estero uno dei punti focali della propria crescita economica e sociale.

Francesco D’Amico

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Il cambiamento è un fatto dinamico

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 237) il  28 ottobre 2017.

Impariamo a cogliere le opportunità

Il cambiamento è inevitabile, spontaneo e naturale. Esso è un fatto dinamico, un fenomeno concepito come mutazione che può avvenire in un singolo individuo o nei rapporti tra gli individui. La persona può accettarlo o meno, favorirlo, frenarlo o ostacolarlo, in risposta ai vissuti, alla cultura di appartenenza, alle abilità raggiunte e alle intenzionalità affettive. Il cambiamento a volte avviene ancor prima che i nostri sensi se ne accorgano, prima che la nostra mente lo concepisca. Dentro e fuori di noi, c’è mutamento sempre, ogni giorno, ed esso può dipendere o prescindere da noi. Una cosa è certa: “non è la specie più intelligente a sopravvivere, né la specie più forte, ma quella più predisposta al cambiamento”.

Non cambiare è l’impossibile, è la fissità, l’immobilità. Cambiare è crescita, evoluzione, un condito di speranze, aspettative, senonché perplessità e difficoltà. Il cambiamento disegna quadri di rinnovate prospettive, crea talvolta solchi di errori quando si osa scavare troppo, genera ansia e stress. La strategia migliore è quella di non farsi trovare impreparati, disponendo di una mente sempre volta al mutamento, ad un’apertura di idee e situazioni. C’è un solo modo per gestire e affrontare al meglio gli imprevisti: imparare sin da subito a non vedere il cambiamento come corrente impetuosa e spaventosa ma ammirare la bellezza e tentare di lasciarsi andare nel flusso. Seguire il flusso significa ogni giorno, ogni mattina accettare l’imprevisto della macchina rotta, accettare che per quel giorno non puoi fare quello che avevi programmato con l’auto. Seguire il flusso significa considerare l’imprevisto come un’opportunità per impegnarti in qualcosa di diverso e per apprezzare ancora di più le future occasioni per praticare la meditazione. E ancora, significa non pensare che la strada giusta sia soltanto quella che avevi immaginato: significa accettare il cambiamento e l’imprevisto come parte naturale dell’esistenza, senza ritrovarti stressato e frustrato. Significa prendere dalla vita ciò che ti offre, piuttosto che cercare in modo esasperato di modellarla come vorresti che fosse. Per questo diventa ancora più preziosa la capacità di resilienza: la capacità di un individuo di affrontare e superare un evento traumatico o un periodo di difficoltà. Si tratta di una competenza in grado di migliorare le performance professionale, la qualità della vita e di trasformare il cambiamento in sviluppo.

La realtà è dolorosa, caotica, faticosa, in continua trasformazione, ma meravigliosamente perfetta. Il mondo è già bellissimo così com’è. La vita non è qualcosa di statico, ma un flusso in continuo cambiamento, non è mai uguale a se stessa, non si arresta mai e in ogni forma che assume abbiamo comunque l’opportunità di ammirarne la meraviglia. Ogni cosa intorno a noi è bella soltanto se i nostri occhi sono pronti ad ammirarla con una lente particolare: la lente del cambiamento.

Claudia Siniscalchi

 

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La Composizione Musicale: un mestiere. Parte II.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il  30 settembre 2017. Leggi la prima parte.

Continua la riflessione su chi opera da “dietro le quinte” nel mondo della musica

Se voi chiedeste ad uno studente di Matematica se lui potesse stabilire se è ben preparato per un esame o meno, egli saprebbe certamente rispondervi e questo testimonierebbe se non altro la capacità di comprendere l’entità della materia che sta studiando. Al contrario, nella composizione è possibile che un eventuale candidato non abbia la minima idea non solo sul fatto che possa vincere o meno, ma nemmeno eventualmente sul fatto che il suo brano sia effettivamente migliore di quello che lo ha vinto. Tutto questo ha estrema importanza soprattutto quando pensiamo che talvolta, giudici, insegnanti, direttori artistici o in generale le persone che si occupano del lato decisionale relativo al far passare una composizione o meno, vengono pagati per questo tipo di lavoro e pertanto ci si augurerebbe che possano essere anche valutati sulla base dei risultati che producono. Ma come valutarli? Posso supporre che se dovessimo chiederlo a loro stessi, risponderebbero che dovremmo valutare il successo della composizione che hanno scelto e ad una prima impressione potrebbe risultare un’affermazione ragionevole. Tuttavia, dobbiamo immaginare anche che il pubblico che ascolta le nuove composizioni in un Auditorium o in una qualsiasi Sala da Concerto non ha molta influenza su quanto venga programmato se non forse per quanto riguarda la musica di repertorio che di fatto può facilmente contenere brani noti o magari già sentiti in ogni stagione concertistica. Per quanto riguarda invece la musica contemporanea, o anche solo la musica dell’ ultimo scorcio del ‘900, la decisione di metterla in cartellone o meno non sembra così influenzata dalle reazioni del pubblico, e questo induce a dubitare. Del resto, sulla percezione estetica di qualsiasi cosa si potrebbe indagare da un punto di vista psicologico e scoprire quante persone appartenenti ad uno stesso gruppo culturale abbiano opinioni magari radicalmente diverse. Qui semplifico un po’ per provocare il lettore: paghereste qualcuno per decidere se gli piace esteticamente un altro individuo, una decorazione o una macchina? Quanto arrivereste a pagare per questo tipo di servizio, se veramente può definirsi tale? Abbiamo ampliato i nostri sospetti all’intero metro di giudizio sulla composizione perfino di persone accreditate come competenti per cercare delle “prove del nove”che riescano in qualche modo a valorizzare oggettivamente un brano. Giova ripeterlo a costo di diventare petulanti, è un concetto fondamentale, avere opinioni su un brano di musica è legittimo, ma laddove si ottengono dei soldi per averle date o si mette in circolo un sistema che dà soldi a qualcuno invece che a qualcun altro vi è una necessità fondamentale di verificare questo giudizio.

Per poter avere un minimo di luce in questo tunnel bisognerebbe chiedersi a cosa serve comporre musica nuova e, partendo da qui, come comprendere se i nuovi brani composti svolgano questo eventuale compito. La difficoltà nello stabilirlo è evidente: possiamo cercare di capire storicamente come sono andate le cose andando ad analizzare i tipi di committenza che si ottenevano nel passato e, se continuano ancora oggi, in che modo avvengano. Si può individuare nel finanziamento privato un atteggiamento storicamente molto diffuso, pensando anche ai grandi compositori che venivano finanziati dalla classe nobiliare. Non ho alcun documento che dimostri qualsiasi delle mie supposizioni e pertanto vanno prese come semplici ipotesi, ma sono abbastanza convinto che una tale pratica avvenga ancora oggi e se non per composizioni specifiche, quanto meno per eventi, concerti, festival di musica contemporanea. Ma, a questo punto, mi chiedo: può un mestiere che richiede così tanta preparazione, così tanta consapevolezza della materia e che potenzialmente genera i capolavori della cultura di un intero paese essere ridotto quanto a utilità all’intrattenimento di una stretta cerchia di persone benestanti? Può essere questo lo scopo di tanti anni di studio anche di una persona che in qualche modo sa esattamente come vanno le cose? Sarà bene premettere da subito onde evitare delusioni che in questo articolo non vi sono risposte definitive sia per la vasta ampiezza della trattazione che richiederebbe ben più di un articolo, sia perché reperire dati certi su questo tipo di realtà è estremamente difficile, dato che alcune fonti sono di scarsissima accessibilità.

Continuando a indagare su questa strada è possibile supporre che vi siano anche dei finanziamenti pubblici per concerti di nuova musica e sicuramente esistono associazioni che se ne occupano, finanziate pubblicamente. Non entrando nel merito di quanto vengano finanziate resta da comprendere esattamente il loro operato, nonché il loro criterio di giudizio, il pensiero con cui fanno eseguire questo tipo di composizioni.  Va detto, a questo punto, che non sempre si riscontra un attività tale da riuscire da sola a mantenere i compositori da essa promossi, dunque bisognerà comunque andare a cercare i contesti in cui i proventi dei concerti, dei diritti d’autore e via dicendo siano sufficienti a tale scopo. Un’indagine simile va effettuata su tutto ciò che concerne la promozione di musica contemporanea nell’ambito operistico, teatrale e cinematografico.

Ora veniamo allo scopo di questi dubbi e di queste indagini: per comprendere veramente il valore di quello che è un mestiere a tutti gli effetti, bisogna conoscerlo. Sebbene la conoscenza specialistica e quella non specialistica approfondiscano in modalità diverse uno stesso argomento è bene che ogni individuo tenga ben presente entrambe per poter dare non solo un nome all’attività presa in esame ma anche comprenderne l’importanza e godere dei suoi frutti. Quanto ai tipi di enti e alle cariche con potere decisionali citate è doverosa la seguente precisazione: il presente articolo non vuole in alcun modo danneggiare l’immagine o far cadere l’autorevolezza di nessuno di loro, ma solo incitare ad una totale trasparenza con il pubblico e con gli addetti ai lavori stessi che vengono valutati onde evitare che alcuni tipi di comportamenti possano favorire il problema lavorativo cui si accenna all’inizio. Più il potere decisionale è grande e più grandi sono le responsabilità che ha chi lo possiede: la musica e la composizione musicale sono un lavoro a tutti gli effetti  e del lavoro possiedono sia il grande impegno sia i grandi risultati di cui l’umanità può godere. Facciamo in modo che del lavoro abbiano anche la possibilità di sostentamento e la dignità.

Alessandro Severa

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“The Chosen One – La profezia”, di Ferdinando Capicotto

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il  30 settembre 2017.

Quando in una trilogia fantascienza e problematiche sociali di scontrano e s’incontrano

Uno studente impacciato e tormentato dalla vita, senza amici e poco dedito allo sport, prigioniero di se stesso. É la storia di Max, giovane studente molto dedito allo studio che finirà con l’essere travolto da un evento fantastico, fuori da ogni realtà. Una storia molto singolare, quella raccontata nel libro del brillante scrittore-giornalista Ferdinando Capicotto, pubblicato a cura della casa editrice Talos.

Liberando l’inconscio e l’irrazionale, in questo primo libro di questa trilogia di fantascienza, il Capicotto dà vita a un personaggio a tratti vicino alla sua personalità realizzando un testo piacevole da leggere nonché perfetto per tutte le età. Un libro privo di barriere e confini che non si rivolge, quindi, solo agli adolescenti con le loro importanti problematiche. Max, il protagonista, ha sicuramente dei problemi, ma riesce a dare un senso alla sua vita superandoli solo con le sue forze e con un po’ di fantasia. Contro la verità violenta del presente, infatti, è capace di ritrovare una grande forza di volontà – che ancora non conosceva e non sapeva di avere nel suo animo – tale da unirsi alla capacità di trarre esempio dai propri errori, rialzandosi sempre dimenticando i dolori. In tutto questo è ovviamente determinante il valore della sua famiglia, a tratti opprimente, ma comunque sempre presente e protettiva: quel supporto che tutti i ragazzi dovrebbero avere, soprattutto in età adolescenziale. L’autore è particolarmente bravo nel raccontare quel passaggio dal mondo delle favole e delle magie al mondo attuale, quello artefatto che i tempi moderni presentano ad un giovane che si affaccia alla vita. L’impossibilità o semplicemente la difficoltà a rapportarsi con quello che la sociologia definisce come il “gruppo dei pari” – e qui emergono le potenzialità del giovane giornalista laureato brillantemente in sociologia – si tramuta nelle amicizie virtuali e nel vivere sui social e tra i diversi “like”, situazione a noi ben nota. Eppure, il dolce e sensato Max, ritroverà proprio nelle amicizie e nell’amore, tutto quello che serve per crescere e amare la vita. É chiaro dunque come Max non sia un ragazzo superficiale e presuntuoso, ma una persona che non vuole fallire nel campo del dovere. Un giovane capace di instaurare un rapporto quasi fraterno con il suo allenatore, figura molto importante di questa avvincente storia, che ci fa comprendere come ci sia di meglio che assopirsi nei travagli della vita.

Max è diviso tra casa e scuola, fin quando il segretario del Re di un altro Pianeta giunge sulla Terra per portare il ragazzo con sé perché è il protagonista di una profezia. È l’unico a poter salvare l’Universo da un nemico terribile, intenzionato a sconfiggere il sovrano ed impadronirsi di tutto. Il ragazzo si trova così catapultato in una realtà totalmente nuova dove tra allenamenti sovrannaturali e nuove conoscenze si deve preparare al meglio per sconfiggere il nemico, di gran lunga più forte. Proprio come in Harry Potter dovrà faticare per acquisire dei poteri magici che si riveleranno vitali o come, in Dragon Ball, il protagonista diventa capace di lanciare sfere di energia. Per il giovane terrestre si presenta l’occasione per cambiare totalmente vita. L’esperienza su questo nuovo Pianeta aiuta Max a modificare il suo carattere, rendendolo più forte e sicuro di sé. A supportarlo ci sono il sovrano del Pianeta, il suo consigliere ed un allenatore – poco fa menzionato nella sua importanza – con i quali instaura un rapporto di vera e profonda amicizia. Proprio quella che non aveva sulla Terra. Inoltre, Max si innamora follemente di una ragazza, per la quale arriva a fare di tutto. Insomma il giovane Max alla fine del racconto è un’altra persona, fino al punto di conquistarsi l’appellativo di eroe.

Con animo fiducioso possiamo dire che pur trattandosi di una trilogia di fantascienza, per la quale è in prossima uscita il secondo volume “The Chosen One – Il cristallo della forza”, con grande virtù Ferdinando Capicotto ci presenta il mondo reale con le sue problematiche a sfondo sociale. Nel mondo spesso mal colorato di Facebook e dei social in generale, questo straordinario autore ci spiega alcune differenze importanti della vita: una cosa è faticare, altra soffrire. L’abitudine alla fatica, però, rende più facile sopportare il dolore. É vero quindi che il protagonista del libro tira fuori una grande forza di volontà, ma ha comunque dei sani principi. É un ragazzo responsabile, che non si tira indietro dai doveri della vita. Max, infatti, trova diletto in se stesso, come dovrebbero far tutti.

Antonio Mirko Dimartino

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Terme di Caronte, queste sconosciute (Parte II)

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 236) il 30 settembre 2017. Leggi anche la prima parte, pubblicata tra il 20 marzo e il 3 aprile 2010, sul medesimo giornale.

I lametini credono ancora nell’esistenza di un fantomatico vulcano

Negli ultimi anni sono stati tanti gli articoli e i servizi di approfondimento scientifico sulle terme di Lamezia che hanno più volte provato a sensibilizzare la popolazione sulla mancanza di studi scientifici approfonditi per determinare le vere potenzialità di questa risorsa naturale nota da centinaia di anni. Ad oggi, infatti, non si ha una mappatura dettagliata di questa zona caratteristica del nostro territorio, ergo non si sa se è possibile sfruttarla in modi diversi da quelli attuali, con eventuali ripercussioni positive sull’economia locale e la creazione di nuovi posti di lavoro; d’altronde, basta fare un piccolo sondaggio tra i nostri concittadini per rendersi conto di come il lametino medio di fatto ignori cosa siano realmente queste terme, preferendo alla scienza in materia le varie dicerie e le leggende urbane su quest’area caratteristica del nostro territorio.

Ancora oggi, nel 2017, ci sono lametini che credono nell’esistenza di un “vulcano delle Terme” con “bocche laterali” e di antichi geyser. Tra questi, anche lametini “eccellenti” che hanno addirittura trattato queste leggende in libri e testi vari, spacciandole per vere e alimentando un circolo vizioso. Le conseguenze dirette di queste leggende diffuse hanno ripercussioni anche sul “mondo social”: i gruppi Facebook lametini pullulano di foto delle Terme Caronte e di post vari in cui i cittadini continuano a sostenere che si tratti di un “vulcano spento”. Quando qualcuno, pratico del settore delle Scienze Naturali e della Terra, prova a puntualizzare che non è così, partono piogge di insulti (!!!) in quanto si “osa” screditare secoli di racconti e di testi “autorevoli”, nonché le sacrosante testimonianze di zii, nonni e bisnonni.

Le Terme Caronte, immutate nel tempo.

Proviamo a fare un po’ di chiarezza: è vero che ci sono due vulcani sottomarini spenti nei pressi delle nostre coste che si chiamano Lametini, ma non c’entrano nulla con le nostre terme: dalle Terme di Caronte, queste sconosciute, esce acqua sulfurea e calda perché alcune fratture nella crosta terrestre, le faglie, permettono all’acqua di andare in profondità, riscaldarsi, arricchirsi di particolari elementi come appunto lo zolfo, e poi tornare in superficie. Le rocce circostanti hanno colori caratteristici perché sono dolomie giurassiche, rocce di circa 200 milioni di anni fa formate da un minerale che si chiama dolomite, ossia un carbonato di calcio e magnesio, un po’ come la celebre catena rocciosa delle Alpi orientali. La genesi delle Terme Caronte si discosta molto, pertanto, dalla genesi dei vulcani, anche se condivide con loro alcuni aspetti come la fuoriuscita dal sottosuolo di elementi quali lo zolfo e le temperature idriche superiori alla media, fattori che sono sicuramente alla base delle concezioni sbagliate sulle terme diffuse tra la popolazione locale. Nessuna traccia di vulcani, con tutto il rispetto per i racconti dei nostri nonni.

Francesco D’Amico

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L’amore è nello sguardo

Questo articolo è uscito sul periodico Reportage (anno 2017, numero marzo-giugno).

“Anche ad occhi chiusi sapresti che ti amo, ma guardami, che ti possa amare di più.” Claudius

La conseguenza dell’avvento del digitale sull’immaginario visuale è stata la trasformazione della sorpresa in ovvietà. Da quando lo scatto ha prodotto file che sono andati a riempire le memorie delle macchine fotografiche prima, e dei telefoni cellulari poi, le distanze tra i luoghi si sono ridotte, e l’inquinamento dell’immaginifico ci ha trasformati in osservatori apatici. Non c’è luogo aperto, e presto pure chiuso, che non sia o sarà su street view: l’originale è ridotto e fissato al momento del passaggio di un’auto che porta il globo dalle tante lenti; per l’esplorazione del mondo ci affidiamo supinamente ad un processo meccanico e involontariamente ripetitivo. Le città vengono etichettate con gli hashtag, ma non tutte. Si potrebbe dire che non c’è nulla di argentino nelle fotografie di Pulmón de Aires di Michele Molinari: non c’è né #tango né #BocaRiver, non si vedono #cupole e neppure #avenida, non c’è aroma di #cafè e nemmeno sapore di #mate. Ma invero questa è Buenos Aires. Il fotografo italiano non ha percorso le strade della metropoli per rinforzare il conosciuto, scattando controcorrente ha infatti puntato la macchina fotografica al cielo bordato da edifici che delimitano il suo cortile, il pulmón. Cosa c’è di più porteño di quest’ultimo? Tutti, o quasi, ne abbiamo uno. Un cortile spesso sporco, rumoroso, pieno di odori e di vicini, un luogo al quale non dedichiamo più che uno sguardo annoiato e di sufficienza, perché è un luogo banale e comune che ormai non riusciamo più a vedere come originale. Nella serie Pulmón de Aires, quattordici immagini non manipolate nei colori, l’occhio dell’artista ribalta i pregiudizi e ci insegna a guardare fuori da quella finestra sul retro.

Pulmon de Aires

Attraverso l’occhio di Michele Molinari l’umile pulmón assume una dimensione iconica, così come il cielo che solo occasionalmente ripete quello blanco y celeste della nostra bandiera. Anche il cemento scrostato degli edifici non è più così povero e sciatto: si trasforma nella tela di una quasi infinita palette di colori, mentre le vite dei nostri vicini, scandite dalla posizione delle tapparelle e dalle luci accese nelle abitazioni, marcano il perenne mutare del tempo reale. La scelta del soggetto, e lo sviluppo del progetto, hanno imposto al fotografo un protocollo severo. Per dodici mesi il cavalletto è rimasto nella stessa posizione sul terrazzino e, quando a qualsiasi ora del giorno e della notte e in qualsiasi situazione atmosferica l’artista si è emozionato alla luce mutata, ha ospitato la macchina fotografica, puntata verso la stessa inquadratura, pronta allo scatto. Come nel lavoro del fotografo californiano Richard Misrach, che ha beneficiato di un’icona già accettata dal grande pubblico, il Golden Gate, la narrazione visuale si è fatta potente nella costanza della ripetitività. Sulle rive dell’Oceano Pacifico come su quelle del Rio de la Plata, la passione dell’artista traspare dalle immagini e si trasforma in un amore sincero per il semplice e il quotidiano che solamente chi conosce a fondo il luogo può sentire, e riuscire a trasmettere.

“Juan Nahuel Junin”

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Grande successo per il Premio di Poesia Alda Merini

Un appuntamento culturale di prestigio realizzato senza contributi pubblici

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Si è svolta la scorsa domenica, nel capoluogo calabrese, la cerimonia di premiazione della VI edizione del Premio di Poesia “Alda Merini”, ideato e realizzato dall’Accademia dei Bronzi presieduta da Vincenzo Ursini, con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro.

Domenica mattina, infatti, centinaia di poeti di tutta Italia hanno partecipato alla consegna dei riconoscimenti, indirizzando scroscianti applausi ai vincitori e all’Accademia dei Bronzi. La sala del Guglielmo hotel era gremitissima e si respirava aria di festa e di condivisione, nonostante il caldo torrido di questi giorni. Il premio Merini, insomma, riesce a raccogliere intorno alla “grande famiglia dell’Accademia dei Bronzi” – così Ursini ha definito il sodalizio culturale da lui presieduto – un nutrito numero di poeti che condividono gli obiettivi dell’iniziativa ed in particolare quello legato alla diffusione della poesia contemporanea.

“I numeri del premio – ha sottolineato Ursini – sono davvero eccezionali. In queste sei edizioni sono arrivare quasi 10.000 opere, cosa straordinaria per un premio di poesia che non riceve alcun contributo di ente pubblico”.

Per la sezione poesia, infatti, il primo premio è stato assegnato a Antonio Mirko Dimartino per l’opera “Neoplasie evidenti” nella quale il poeta addita, “con lucida consapevolezza – è sottolineato nella motivazione – le cause di un male oscuro che devasta speranze e corrode prospettive di una comunità – quella di Taranto, città dell’Ilva – a cui hanno rubato il futuro”. Il Dimartino, visibilmente emozionato, ha ritirato una preziosa targa d’argento realizzata dal Maestro orafo Michele Affidato, con attestato e la realizzazione prossima di un progetto editoriale con le Edizioni Ursini.

Il secondo premio è stato assegnato ex-aequo ai poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia per la lirica “Intarsi di vita” e Anna Cappella di Casapulla (Caserta), per la lirica “Il profumo delle camelie”. Assenti gli altri due poeti Alba Corrado di San Felice Circeo e Valeria Salvo di Comitini.

Particolare attenzione è stata riservata ai premi speciali assegnati quest’anno a Pino Verbaro (per il volontariato), Giuseppe Galati (per la sezione arte) e Franco Scrima (per il giornalismo) e ai riconoscimenti istituzionali attribuiti dall’Accademia dei Bronzi a Daniele Rossi (medaglia del Presidente del Senato Pietro Grasso) e Cettina Mazzei (medaglia del Presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini).

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Più che significativa è stata la nomina di Michele Affidato a socio honoris causa dell’Accademia dei Bronzi. “Spaziando dai gioielli all’arte sacra con eguale eleganza e personalità, Affidato ha trasformato pietre e nobili metalli in scrigni di rara eleganza ispirati alla grande tradizione sapienziale bizantina e magno-greca coniugata a linee moderne di stile inconfondibile e unico, trasmettendo in tal modo una visione positiva e feconda della Calabria nel mondo”. Con Michele Affidato sono stati nominati soci benemeriti i poeti Mariella Mernio, Maria Concetta Giorgi, Rocco Pedatella e Caterina Tagliani, e gli artisti Marcello La Neve e Giuseppe Rizzo.

Targhe d’onore sono state quindi consegnate a Mariella Bernio di Brugherio, Salvatore Bordino di Palermo, Vito Massimo Massa di Bari e Giuseppe Minniti di Limpidi di Acquaro, mentre la pittrice Antonella Oriolo ha ricevuto un attestato speciale per l’opera “Alda Merini”.

La targa del presidente dell’Accademia dei bronzi, assegnata per la qualità complessiva delle opere presentate a concorso, è stata invece consegnata a Giuseppe Brunasso di Santa Maria Capua Vetere, Sergio Camellini di Modena, Angelo Chiappetta di Rende, Francesca Costa di Pordenone, Irene Losito di Taranto, Gino Iorio di Calvi di Risorta, Agata Mazzitelli di Caraffa del Bianco, Gianni Palazzesi di Appignano, Rocco Pedatella di Trezzano sul Naviglio, Caterina Tagliani di Sellia Marina e ai catanzaresi Emanuela Calabretta, Francesco Saverio Capria, Daria Orma, Elisa Giovene di Girasole, Vitaliano Grillo, Bruna Marino. La giuria, presieduta da don Titta Scalise e composta da Mario D. Cosco, Antonio Montuoro, Mauro Rechichi e Vincenzo Ursini, ha quindi consegnato numerose targhe di merito ad altri poeti di tutta Italia.

Particolarmente significativa è stata la presenza, nella qualità di poeta, di Massimo Ronco, atleta pugliese, di Gioia del Colle, che ai prossimi campionati mondiali master di nuoto che si terranno a Budapest dal 17 al 20 agosto, gareggerà nella specialità 100 farfalla.

Le motivazioni critiche sono state lette da Annarita Palaia mentre Adele Fulciniti ha interpretato, con grande tensione emotiva,  le poesie premiate. Ai cinque finalisti, oltre ai premi messi in palio, è stato consegnato altresì il primo album musicale “Nessuno è perfetto” di Massimiliano Lepera. Per l’Accademia dei bronzi hanno portato il loro saluto Titta Scalise, Mario D. Cosco e Antonio Montuoro. Cosco si è particolarmente soffermato sulle opere di Alda Merini che saranno oggetto di una prossima pubblicazione a cura delle edizioni Ursini.

Un ringraziamento finale particolare è stato infine rivolto da Vincenzo Ursini al Commissario straordinario della Camera di Commercio di Catanzaro “la cui adesione in qualità di partner dell’evento – ha detto – è stata per noi di grande aiuto perché ci ha consentito di confermare tutti gli impegni assunti in precedenza”. Insomma, il premio Merini, pur non ricevendo contributi pubblici, si conferma come un appuntamento culturale di prestigio che offre anche alla città una autentica opportunità turistica.

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Antonio Mirko Dimartino è un giovane scrittore di origini pugliesi residente da diversi anni in Calabria, brillante laureato in Scienze dell’Amministrazione con la passione per la poesia, giornalista della principale testata di Lamezia Terme e professore presso un noto liceo privato. Membro di giuria in diversi concorsi letterari, tra i quali ricordiamo il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Jack Kerouac nonché quello di Amelia Rosselli e di Sylvia Plath, il Dimartino decide di rimettersi in gioco proprio come poeta al Premio Alda Merini di quest’anno, ottenendo il primo premio assoluto e riprendendo una meravigliosa carriera iniziata vincendo il Premio Neruda all’età di soli 16 anni. Negli anni ha collezionato numerosi riconoscimenti in ambiti spesso diversi, come il primo posto assoluto nella terza edizione della Scuola di Liberalismo Ludwig von Mises del 2011, per la quale ha affrontato e presentato una tesi sul problema dei beni pubblici ottenendo una borsa di studio della Camera di Commercio. Dopo aver ottenuto un’altra borsa di studio anche nel 2012, questa volta della Unipol Banca per un elaborato sul problema della “Società aperta” di Karl Popper, nel 2013 il Dimartino ottiene anche uno speciale riconoscimento dalla Fondazione Vincenzo Scoppa durante il Premio Internazionale Liber@mente. Nel 2014 arriva una menzione d’onore al Premio John Keats con una lirica dedicata al poeta prematuramente scomparso dal titolo “John sotto il peso del mondo” e l’anno successivo un quarto posto al Premio Letterario Area dello Stretto di Reggio Calabria, con una straziante lirica dal titolo “Migranti sullo Stretto dei venti”.

Nel 2015 riceve altresì un importante riconoscimento come giornalista in quel di Morano Calabro, la splendida cittadina ai piedi del Pollino, durante la cerimonia di chiusura del Premio Internazionale di Poesia Arthur Rimbaud. Il riconoscimento, che mette in luce peculiarità personali del Dimartino quali la tenacia e la concretezza, realizza un eccelso merito al giornalista per quel percorso – di cui ne danno prova i numerosi articoli – atto a difendere i giovani e ad affrontare i problemi legati alla nostra terra, soprattutto nel mondo del lavoro. Presente con le sue poesie in numerose antologie, tra le quali ricordiamo la selezione per ben tre anni di seguito al Premio Tropea Onde Mediterranee, il Dimartino si cimenta in concorsi ed esperienze sempre nuove. Nel 2016 viene selezionato per il Repertorio di Arte e Poesia, un censimento nazionale dei migliori poeti contemporanei e nel 2017 per il prestigioso Calendario di Arte e Poesia dell’Accademia dei Bronzi, con la lirica “Sublime incanto”.

Francesco D’Amico

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Glamour: una storia tutta al femminile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

Quando il glamour racchiude lo stile e il fascino di una donna

Il piacere tormentato di un concetto spesso inafferrabile, tra i diversi significati profondamente legati alla femminilità e alle parole adagiate sullo stile. É questo il filo conduttore di “Glamour. Una storia tutta al femminile”, il libro della brillante scrittrice Carol Dyhouse, pubblicato a cura della casa editrice Donzelli.

Un libro approfondito e ricco in termini di immagini, dove gli schemi mentali cui solitamente fa riferimento la consapevolezza sociale media delle persone poco portate verso l’eleganza – e che spesso evolvono lentamente – vengono confusi con un bel sogno fatto da svegli. Si tratta di un saggio che si legge in maniera scorrevole nel quale Carol Dyhouse realizza, con una modestia tutta artigianale, il percorso del glamour partendo dal secolo scorso. L’autrice sviluppa le sue riflessioni da quella donna che si occupava della polvere che doveva essere nascosta sotto il tappeto di casa in occasione di una visita imprevista, per arrivare allo stile e al fascino della moda o della cinematografia, condizioni utili per prendere in mano – finalmente – il proprio destino. Insomma una donna non necessariamente dedita ai servizi domestici ma capace di far conoscere l’eleganza attraverso il costume e nuovi modelli di relazioni lavorative. E sono chiari, in questo testo acuto, i riferimenti alle icone del ‘900 e a tutte quelle dive del cinema legate al glamour. Come non citare la Marilyn Monroe, in un filo di perle e smorfie seducenti, pronta a cantare un “Happy Birthday Mr. President”, che farà poi il giro del mondo. Come non osservare, altresì, quanto sia stata testimone del tempo l’eleganza di Grace Kelly, simbolo intramontabile di quel glamour che affascina e cattura. E come non pensare all’innovazione che arriva con la splendida Marlene Dietrich, capace di anticipare tutti i tempi svelando una nuova bellezza femminile fatta di inconsueti abiti maschili e di un’ultima passata di rossetto – nel famoso film “Disonorata”– davanti un plotone prima di una esecuzione. Un glamour, dunque, legato al sogno di una trasformazione, a stretto contatto con la fantasia che nasce da qualcosa che affascina o da uno stile nuovo e diverso. Il glamour delle cantanti e delle top model, oltre che delle attrici e delle scrittrici stravaganti. Il glamour della bellezza sofisticata, della seduzione, della trasgressione nella dovizia dei particolari o del fascino più evoluto, qualche volta anche del lusso più sfrenato.

Questa idea di un glamour legato al mondo femminile, seppur intimamente rappresentato nella sua versione seducente da questo interessante libro, traccia sicuramente una linea di demarcazione tra vecchie e nuove logiche lavorative. Le aspirazioni del mondo glamour, dunque, sono sempre più alte e costruiscono la strada più opportuna per il mondo del lavoro. Nonostante la crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo ormai da un decennio, infatti, esistono comunque persone capaci di tirar fuori il numero elevato delle proprie conoscenze al mondo esterno e che hanno il coraggio di investire proprio in questo concetto di glamour, che abbiamo definito essere spesso inafferrabile. Esiste, per esempio, una rivista molto nota del gruppo RCS che si occupa proprio di glamour femminile e che ne determina il nome della testata stessa. Sono altresì diversi i corsi di formazione in questo campo, tesi ad inserire il glamour nel nostro immaginario e in situazioni importanti come matrimoni e cerimonie di ogni tipo. Il glamour è, quindi, da qualche anno il fattore principe di vere e proprie accademie dedicate alla professione di “wedding planner”, che tanto interessa le nuove generazioni di imprenditori del settore. Il glamour, infine, è essenzialmente qualcosa di intrigante, basti pensare alle società di organizzazione professionale di eventi, meeting, congressi o convegni, che decidono di utilizzare questo termine – delizioso e delicato – come ragione sociale. É il caso, per citare una valida esperienza a noi vicina, della Glamour Events Italy, gestita da una raffinata e determinata imprenditrice che svolge la sua attività in tutta Italia da diverso tempo, ma che è nata proprio nella nostra amata Calabria.

Antonio Mirko Dimartino

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