La sicurezza nazionale passa attraverso l’intelligence economica

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Quando il potere dell’informazione diventa il nostro futuro

Il concetto di intelligence economica è in piena evoluzione, richiamando tutte quelle attività al servizio delle decisioni strategiche per la sicurezza nazionale di un paese. Con il processo di globalizzazione, infatti, gli antagonismi commerciali degli Stati hanno raggiunto livelli esasperati, portando all’incessante necessità di sviluppare un apparato di intelligence economica. Per fare questo serve una politica molto forte che sia capace di guidare gli interessi pubblici, ma che notoriamente non è presente in tutti i paesi.

L’intelligence economica è rappresentata dall’insieme delle azioni coordinate di ricerca, analisi e distribuzione delle informazioni. Un sistema economicamente competitivo, infatti, sviluppa un’economia basata sulle informazioni, visto che la supremazia di una nazione non si esercita più con la sola forza militare. Paesi come la Germania o il Giappone, per non parlare dei lungimiranti Stati Uniti d’America, hanno da subito compreso tale importanza, moltiplicando in periodi brevissimi il loro “capitale informativo” e risparmiando allo stesso tempo in ricerca e sviluppo.

In Italia, come in altri paesi, manca un approccio sistemico allo sviluppo di un adeguato apparato di intelligence economica. É necessario, infatti, un ulteriore cambio di mentalità verso gli elementi che caratterizzano questo processo: la presa di coscienza di una diversa visione dello “spionaggio industriale” nonché dello scambio di informazioni in generale. Sia ben chiaro, il nostro paese ha fatto diversi passi avanti per lo sviluppo di un apparato di intelligence economica, ma forse manca ancora quell’idea che lo consideri una vera necessità – più che un opzione – per divenire più competitivi economicamente sui mercati.

La nota legge 127/2007 ha rappresentato un primo passo verso la giusta direzione, perfezionato con la successiva legge 133/2012 che ha sviluppato un’adeguata protezione cibernetica puntando sulla sicurezza informatica nazionale. Il tutto si è concluso, però, solo con un ulteriore passaggio nel 2013 quando si è creato un fondo di investimento nazionale cercando, come molto spesso abbiamo fatto in passato, di seguire il modello francese. Ma tutto questo sembra non bastare. Dobbiamo allora dimenticare tutte quelle logiche, ormai obsolete, legate alle alleanze politiche della guerra fredda, spostando la nostra attenzione dal campo militare a quello economico. Nella competizione globale, infatti, risulta determinante il controllo dell’informazione, in una giusta correlazione tra economia e sicurezza. É necessario altresì abbandonare anche quelle logiche al servizio di una distinzione tra paesi amici o nemici, visto che ormai tutti i paesi risultano essere concorrenti e competitori nella ricerca di nuovi mercati per il controllo di quelle risorse, davvero vitali per i prossimi anni, come per esempio l’acqua o l’energia.

Il processo di globalizzazione unito alla recente crisi economica mondiale, che ci portiamo dietro ormai dal 2008, hanno sicuramente accelerato tutte quelle dinamiche che evidenziano una mancanza – in alcuni paesi – di un apparato di intelligence economica. Il terrorismo e la criminalità organizzata hanno un carattere sempre più globale, al quale spesso si risponde con logiche nazionali, mettendo da parte strumenti come appunto l’intelligence economica solo per paura di un cambio di mentalità. É necessaria una difesa, a livello nazionale per ogni singolo Stato, del capitale scientifico e intellettuale delle proprie imprese. Tutto questo passa attraverso l’intelligence economica quale vettore verso una riuscita globalizzazione, considerato il suo ruolo chiave nei processi di carattere economico, politico e industriale. L’idea è quella di prevenire le diverse minacce alla sicurezza economica nazionale, provando a sfruttare nuove opportunità per la competitività delle imprese. Proviamo a comprendere la realtà per come si presenta e non per come “dovrebbe essere”, possibilmente senza averne paura.

Antonio Mirko Dimartino

Annunci
Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Business, Il Lametino | Lascia un commento

Derek Walcott, ritratto di un amore altruista del sé

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Una poesia in dono per scoprire l’Innocenza essenziale, la gioia che viene al di fuori dell’essere

Derek Walcott, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992, è considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali. Solo un piccolo sunto, questo, che racchiude la sua vocazione poetica che, in Walcott arriva già in tenera età, anche grazie alla madre insegnante, e si sviluppa in un contesto geo-politico particolare; il poeta nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia, nelle Antille Minori, una piccola isola vulcanica, ex-colonia britannica, dove si mescolano culture e lingue differenti.

“Noi poeti iniziamo nella giovinezza con la gioia, e finiamo la nostra attività nella tristezza e nella pazzia”. Walcott, per spiegare la sua poetica cita William Blake, l’artista inglese che nelle sue poesie esaltava l’emozione della “gioia dei bambini”, lo stato d’innocenza in cui tutto è più chiaro, vicino al divino. “I poeti cercano nelle loro poesie di arrivare all’Innocenza essenziale, una felicità non personale e non legata alla vita terrena. Ogni bambino è un poeta, ma molti di loro crescendo perdono la propria innocenza a causa di cattivi insegnanti”. In una delle sue molteplici raccolte poetiche, “Mappa del nuovo mondo” del 1948, è racchiusa Amore dopo amore (Love after love), considerata la più grande poesia d’amore del ‘900. Nei versi, è racchiuso il senso della solitudine dell’uomo che, alla ricerca di sperimentazioni e novità, si distacca da tutto ciò che riguarda la propria persona. Walcott auspica che la coscienza di ognuno arrivi a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui si recupera se stessi. Un colossale inno a quella riconciliazione e riappacificazione che porta ad amare ciò che normalmente è inamabile: noi stessi. Con il pane, con il vino, coi ricordi delle lettere d’amore, con le fotografie, con tutto questo il poeta ci invita ad apparecchiare la tavola per riaccogliere lo Straniero che eravamo a noi stessi. Il poeta incita noi stessi ad amare quell’estraneo che abitava il nostro Io, ad amare il prossimo come noi medesimi, come la Bibbia insegna. In questo parallelo c’è il fondersi di due amori, quello spontaneo per se stessi e quello per gli altri, spesso conquistato con qualche fatica ma che dovrebbe essere altrettanto intenso. Dobbiamo tentare di ricondurre il nostro cuore “a se stesso”, cioè alla sua coscienza profonda. «Walcott ci dà più di se stesso o di un “mondo”; ci dà il senso dell’infinito che è racchiuso nel linguaggio poetico», scrive il poeta e saggista Iosif Brodskij. Il suo verso, tanto nelle composizioni brevi, quanto in quelle problematiche, letteralmente “naviga”. Un Io cerca se stesso nel mare di un mondo che agogna la luce di un faro, lo fa ad intermittenza in egual modo, ma si intinge di foscoliniane radici. Una Zacinto di uomini soli, nati sull’isola della propria coscienza, della propria solitudine e allo stesso tempo, al centro del mondo, nel cuore della propria avventura umana. Una nuova Itaca forse, dove il tempo è senza tempo ed è la lettura dell’Io, l’oceano di Ulisse, la terra di Walcott. Nella solitaria clessidra del tempo, cerchiamo noi stessi, il nostro periodo della “recherche” quasi proustiana che, occupa un’estensione evocativa indefinita ed incalcolabile, perché il momento dedicato a noi è un istante eterno, perché il nostro è il viaggio nell’Empireo dantesco, un viaggio dal tempo divino. Uno stadio di Nirvana, tanto abbiamo pensato a noi stessi e alla nostra interiorità, in evidente disagio e in uno stato di necessario risanamento. Ci sembra di aver guarito una ferita, di essere rinsaviti, di aver dato abbastanza spazio al nostro Ego che aveva bisogno di affetto e considerazione. E allora ci guardiamo allo specchio e ci sentiamo pieni, completi, intrisi di una pienezza ontologica che ci fa credere ancora una volta di essere soli. Prima ci sentivamo soli perché stavamo scegliendo di prenderci una pausa dall’altro e dal mondo circostante per osservare, scrutare e comprendere all’interno. Pochi istanti prima di guardare la nostra sagoma nello specchio, sapevamo di aver raggiungo la meta e di poter, quindi, concludere la nostra fase. Ora, invece, specchiandoci osserviamo con crescente e nuovo timore quello che abbiamo di fronte. Ora siamo soli. La Nostra fase è durata troppo a lungo. Poi, la nostra coscienza arriverà a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui non solo si recupera il mondo, ma anche se stessi. Ci siamo persi e ora dobbiamo ricominciare. Questa la grande filosofia poetica interiore di Walcott, il suo capolavoro raffinato sullo straniero e il desiderio per la propria conoscenza. Il poeta muore nel 2017 a Cap Estate, nella sua Saint Lucia circondato da “Amore dopo amore”:

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
– D. Walcott  –

Matilde Marcuzzo

 

Pubblicato in Arte e Cultura, Il Lametino, Matilde Marcuzzo | Lascia un commento

Limitarsi a constatare nell’Italia dei profondi divari

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Le differenze Nord-Sud crescono e le azioni di convergenza sono poche

Si parla dell’Italia come del Bel Paese, all’estero si apprezzano le sue potenzialità turistiche e la sua capacità di imporsi nello scenario internazionale non solo come un posto bello da visitare ma anche come una potenza economica, di fatto una delle principali potenze mondiali. Eppure, quest’Italia da sogno, lo Stivale dal quale si scappa solo se si è messi alle strette dalla mancanza di lavoro, persiste un problema atavico e lungi dall’essere risolto. Nel periodo di ripresa dalla crisi economica degli ultimi anni, nonché nel periodo che l’ha preceduta, il divario Nord-Sud, un perenne argomento del giorno per noi tutti, è andato semplicemente a intensificarsi, con un netto incremento del gap sociale ed economico tra le due parti del Paese a favore del Settentrione. Per qualcuno è la normalità, mentre per altri c’è molto da dire su una mancata occasione di convergenza tra due parti di uno Stato che potrebbe beneficiare della presenza di un benessere e di una crescita economica estesi e generalizzati, non concentrati in pochissime e definite aree.

Quello che si fa, e che ci si limita a fare, è constatare l’incremento delle differenze come se fossero notizie al pari del bollettino meteo o del risultato di un incontro sportivo: il Sud peggiora così come le temperature invernali solitamente si abbassano, quelle estive aumentano, e la squadra X batte la squadra Y dopo un’accesa partita, tra fischi e contestazioni agli arbitri. Bravi gli economisti a prendere i dati per evidenziare le lacune e le differenze, a loro riesce molto ma molto bene: è la normalità alla quale siamo stati abituati, un processo che, se non fosse in atto, ci farebbe addirittura preoccupare. “Ma come, tutto a posto? Il Sud sta riducendo le barriere sociali ed economiche col Nord? Ma no, dai, non è possibile”, potrebbe azzardare qualcuno se queste notizie sul continuo peggiorare delle condizioni del Meridione rispetto al Settentrione non uscissero sui vari media con le frequenze alle quali siamo ormai abituati.

Il problema passa necessariamente dalla politica, ma lungi dalla natura di questo inserto culturale voler entrare nel merito politico sensu stricto di queste meccaniche. Se si parla di politica latu sensu, quella che tutti devono vivere e sperimentare per l’interesse personale e collettivo, il fatto che in Italia siano state portate avanti scelte molto discutibili in termini di convergenza economica dovrebbe far riflettere e renderci più reattivi, non passivi, di fronte all’incremento del gap. Non è un segreto, infatti, che da noi si parli spesso in pomposi convegni di “volano di sviluppo” per il Sud, una definizione il cui semplice uso nel 2018 è indicativo del fatto che qualcosa non è andata e non va nel senso giusto. Gli investimenti sulle infrastrutture, anche quelli essenziali, arrivano a singhiozzo e come se fossero fatti eccezionali, quando il problema reale è: perché non sono arrivati oltre cinque decenni fa? Insomma, non ci resta che accontentarci di quel poco che ci viene concesso, facendolo passare non come scontato ma come un favore per il quale bisognerà sdebitarsi (?), un motivo in più per riconoscere il divario col Nord come qualcosa che deve esistere, un trend che non si può invertire in alcun modo. Impiegare ore e ore per spostarsi via terra da un capo all’altro di una delle nostre regioni a causa delle infrastrutture stradali mediocri rientra nell’ordine generale delle cose, una legge naturale che qualcuno ha deciso di rendere antropica e a nostro diretto discapito.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Lascia un commento

L’idea della libertà individuale di scelta

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Quando la cultura liberale diventa interessante

Nei confronti del liberalismo vi è sempre stata una certa ostilità preconcetta. E diverse sono state le supposizioni errate, redatte nel secolo ormai passato, proprio sul tema degli obiettivi che lo stesso tendeva a proporsi. Ma cosa è davvero il liberalismo? Il liberalismo è una dottrina politica. Esso presuppone che la gente preferisca la vita alla morte, la salute alla malattia, il nutrimento all’inedia, l’abbondanza alla povertà ed insegna all’uomo come agire in base a queste valutazioni. Il liberalismo è l’idea della libertà individuale di scelta, che deve essere conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico. Sin dalle sue origini, questa dottrina politica, si confronta con l’individuazione di quelle funzioni il cui compimento deve essere demandato ai pubblici poteri. Avvicinarsi alla cultura liberale, infatti, vuol dire sviluppare una propensione a situazioni quali la cooperazione, la condivisione, la fallibilità umana. Il liberalismo affonda le sue radici nell’antichità classica con un unico Stato capace di praticare una via di dottrina liberale. Stiamo parlando di Atene che, per diversi studiosi di epoca recente, è considerata la terra classica della libertà, nonché il luogo in cui lo Stato doveva mettere tutta la sua potenza al servizio degli individui. Tutto questo partendo da un elemento imprescindibile qual è l’uguaglianza davanti alla legge che fu, per gli ateniesi, la condizione di libertà e la possibilità di manifestare le proprie opinioni.

Diversi sono stati i risultati positivi conseguiti con l’applicazione delle teorie liberali, come il fatto che il liberalismo ha contribuito moltissimo alla riduzione della mortalità infantile. Eppure la storia ci racconta di un liberalismo che dal XIX secolo in poi viene ad essere fortemente combattuto, probabilmente perché poco compreso e sicuramente poco tollerato dai poteri forti. Così, le teorie liberali non hanno mai avuto modo di svilupparsi pienamente. Quello che senza dubbio si può affermare è che il liberalismo non è anarchismo. E questo è ancor più valido quando si scopre, leggendo e riflettendo, che il liberalismo stesso non è altro che la lotta contro la presunzione che ci possa essere una fonte privilegiata della conoscenza. Esistono, infatti, molte concezioni errate riguardanti il fatto che il liberalismo sia contro lo Stato: non sono assolutamente vere. Si tratta di un semplice luogo comune, ovvero ciò che tutti sanno e che – molto spesso – risulta essere sbagliato. Per il liberalismo − e per chi si dichiara liberale nel vero senso della parola − lo Stato è imprescindibile. Ecco perché non è anarchismo, come prima enunciato.

Come se non bastasse, un altro problema molto discusso è che questa dottrina politica viene solitamente associata al capitalismo, aspetto che possiamo considerare solo relativamente giusto, perché anche se è stato molto criticato da diversi autori, va compreso che il capitalismo non è un preciso sistema economico ma, semmai, un’evoluzione storica dell’economia. Tuttavia, le accezioni più disparate su questo termine, hanno fatto si che lo stesso capitalismo diventasse molto spesso un elemento di disputa tra retorica e filosofia. Naturalmente, allo scarso onore attribuito al capitalismo corrispondeva un altrettanto scarso interesse per il liberalismo.

Il liberalismo diventa così una pratica di pensiero e di azione, per la quale fondamentale sarà l’applicazione di norme e teorie scientifiche, partendo da un presupposto essenziale: la fallibilità umana. Questo emerge dagli studi di quella che viene solitamente definita “Scuola austriaca di economia”, attraverso la quale si comprende come il liberalismo non sia altro che un atteggiamento mentale che si traduce in azione. Si tratta, essenzialmente, dell’azione umana che si trova alla base di un’opera importantissima del grande Ludwig von Mises, uno degli esponenti di primo piano del circolo culturale “Grande Vienna”. Uomo geniale, capace di sviluppare sempre un’attenta analisi dei pensieri, nell’opera sua più importante dal titolo “Human Action” del 1949, delinea una delle definizioni più autorevoli e se vogliamo “chiare” del liberalismo: “Il liberalismo non è una teoria organica; non è un dogma rigido. È il contrario di tutto questo: è l’applicazione delle teorie scientifiche alla vita sociale degli uomini”.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Il Lametino, Società | Lascia un commento

Sicurezza stradale e tecnologia, un connubio necessario

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Molte innovazioni disponibili da anni potrebbero ridurre i sinistri, ma il progresso va a rilento

Il tema della sicurezza stradale è molto delicato ed è spesso oggetto di convegni e campagne di sensibilizzazione mirati a risolverlo, nei limiti del possibile e facendo uso di tutti gli strumenti in nostro possesso, incluso il web. Sono tante, troppe le persone che in Italia come nel resto del mondo perdono la vita nel semplice atto di spostarsi da un punto a un altro su un mezzo di strada: nella sola Italia, ogni anno l’equivalente in termini di popolazione di un piccolo paese trova la propria morte in incidenti stradali, un dato che ci invita a riflettere e che si apprende con enorme tristezza. Una tragedia continua, un misto di tragiche fatalità e atti intenzionali, un turbamento a quello che dovrebbe essere il normale prosieguo della vita in una comunità moderna ed evoluta che si è già lasciata alle spalle notevoli tassi di mortalità per determinate malattie. In questa sede si parla di sicurezza stradale in senso lato, dato che l’argomento ha le sue complessità interne: oltre a un poco corretto stile di guida e all’utilizzo dei mezzi quando si è sotto l’effetto di alcol e stupefacenti, si assiste anche a incidenti causati da problemi meccanici e dalla mancata messa in sicurezza di tratti di strada oggetto di eventi imprevisti.

Dato che in innumerevoli ambiti il progresso tecnologico ha fatto passi da gigante, c’è chi si chiede come mai nel settore specifico della sicurezza stradale il grosso dei mezzi a tutela dell’incolumità umana e materiale sia praticamente invariato da decenni a questa parte. Le tecnologie satellitari ed elettroniche già a disposizione possono incrementare i margini di sicurezza, eppure le vediamo impiegate un po’ a macchia di leopardo su un numero limitato di mezzi, e con applicazioni altrettanto limitate. Tra gli avvisi di cautela a un maggiore controllo dei limiti di velocità, dai sensori ottici di ostacoli agli avvisi vocali in caso di eventi eccezionali, sono tante le cose che potremmo vedere applicate sui nostri mezzi in modo standard, tutte con ripercussioni positive sulla sicurezza stradale, inclusa quella dei pedoni.

Nei prossimi decenni assisteremo almeno a una parte di questi mutamenti, ma non senza chiari stravolgimenti del sistema di trasporto terrestre così come è concepito oggigiorno. Le implementazioni dell’ultimo periodo stanno già andando a cozzare con questioni assicurative, e la questione dell’attribuzione della responsabilità di un sinistro si complica non poco se la componente elettronica/automatica, con tutte le sue variabili, si inserisce nell’attribuzione dell’errore umano. Si è dunque destinati ad avvicinarsi, almeno concettualmente, al mondo del trasporto aereo, dove la sicurezza è frutto anche della tecnologia e dei continui controlli, e gli incidenti spesso trovano la loro radice in una miriade di fattori concatenanti. Qualche grattacapo burocratico in più è, tuttavia, sempre e comunque preferibile rispetto alla perdita di vite umane.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Le tante emozioni di un percorso di cambiamento

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Riflessioni sulle mutazioni della vita moderna

In un cammino non sai mai cosa ti attende ed è proprio quello a renderlo seducente e coinvolgente per la nostra anima: avanzare verso l’ignoto, affrontare e superare situazioni diversamente sconosciute, il cammino ti fa sperimentare quella vita che la grigia monotonia della quotidianità ti aveva costretto a seppellire. Ogni individuo ha il proprio cammino, una strada specifica che nessun altro può percorrere. Riconoscerlo a volte è difficile ma quando lo si intraprende porta ad un grande senso di pace e di completezza. La vita, la società, i sogni e la propria cultura, spesso, sono dei limiti che ci allontanano da ciò che è giusto per noi. Ci ritroviamo a prendere decisioni in base a ciò che gli altri si aspettano senza ascoltare quello che realmente ci dice la nostra testa e soprattutto il nostro cuore. Seguire il proprio cammino implica andare controcorrente, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e vivere seguendo la propria natura. Se tutti iniziassimo a farlo si ridurrebbe lo stress, la tensione e ci sarebbe un miglioramento generale della qualità di vita. Ognuno deve sentirsi libero di fare ciò che desidera senza forzature e nei limiti delle proprie capacità. Per percorrere la propria strada ci vuole una grande quantità di coraggio e di consapevolezza; bisogna conoscersi a fondo e sapersi ascoltare intimamente. Spesso siamo così poco consapevoli di noi stessi da non renderci neanche conto di cosa può farci bene e di cosa, invece, ci ferisce. Siamo troppo assorbiti, coinvolti e quasi violentati dal mondo esterno e dalla routine quotidiana fatta di social, freneticità e coinvolgimenti di massa. La cosa importante è avere il coraggio di credere nella bellezza delle cose che ci possono accadere. Per far questo, però, dobbiamo vivere ed assaporare il nostro cammino. Accettare e apprezzare i momenti brutti e tristi per permetterci di godere ancora di più, dopo, di quelli belli.

Alle volte potrebbe sembrare di non averla, una strada. E’ importante, invece, ricordare che ognuno di noi sta, in qualche modo, seguendo il proprio percorso e che amarlo è una questione di atteggiamento. Se si ama la strada che si sta percorrendo, si ameranno anche i cambi di direzione, le svolte e le decisioni che si è chiamati a prendere. Amare il proprio percorso non significa continuare nella stessa direzione ma accettare le curve, le salite e le discese che ogni vita porta con sé.

E, poi, c’è sempre chi si affida alle piccole cose, quelle cose che vanno oltre la ragione e gli schemi, quelle cose dove si trova sempre la forza, quella forza dettata dal cuore. A tal proposito, ed infine, concludo con una frase che mi accompagna da tempo di Papa Giovanni XIII: “Quando le vostre le gambe saranno stanche iniziate a camminare col cuore e non sarete mai soli!”

Claudia Siniscalchi

Pubblicato in Claudia Siniscalchi, Il Lametino, Società | Lascia un commento

Stephen Hawking: uno per “tutto”, “tutto” per uno

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Una vita al servizio della mente

Fisico dalla mente visionaria, divulgatore scientifico, guru della cosmologia moderna: Stephen Hawking, morto a 76 anni il 14 marzo scorso, non è stato solo un brillante scienziato, ma un’icona pop dei nostri tempi, familiare tanto ai fan della serie tv I Simpson quanto a quelli di Star Trek, e ultimamente anche alle giovani seguaci della boy band One Direction o ai patiti di The Big Bang Theory.

La storia della sua stessa vita è stata omaggiata nella pellicola del 2014 di James Marsh “La teoria del tutto” (The theory of everything). L’attore Eddie Redmayne vestendo i panni del giovane Hawking, si è aggiudicato il Premio Oscar come miglior attore. La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia “Verso l’infinito” (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, pubblicata in Italia da Edizioni Piemme.

Provando a ripercorre la sua esistenza, la prima cosa da dire è probabilmente che tra Hawking e i libri non vi fu amore a prima vista. A nove anni i suoi voti erano tra i peggiori della classe; tuttavia si narra che il piccolo “Stevie” coltivasse un particolare interesse per radio, orologi e tutto ciò che potesse essere smontato per studiarne il funzionamento. Ecco perché, nonostante pagelle non eccelse, insegnanti e compagni gli avevano affibbiato con fiuto profetico il nomignolo di “Einstein”.

In gioventù, Hawking aveva sviluppato una genuina passione per la matematica, ma il padre Frank sperava che il figlio diventasse un dottore. Eppure, all’Università di Oxford non esisteva la facoltà di matematica, quindi egli si vide “costretto” a ripiegare sulla fisica, laureandosi con lode con una tesi in Scienze Naturali dopo tre anni. Subito dopo la laurea si trasferì a Cambridge dove approfondì i suoi studi in cosmologia, preferendo le grandi leggi dell’universo (che erano «ferme agli anni 30», dirà) al comportamento delle particelle subatomiche (un’area di ricerca molto dinamica, ma da lui definita «simile alla botanica»).

Ha solo 21 anni, Hawking, quando dopo alcune difficoltà motorie gli viene diagnosticata la Sla, o sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che gli avrebbe lasciato, stando ai medici, solamente due anni di vita. Una diagnosi fortunatamente sbagliata, o incompleta, sostituita più tardi dall’ipotesi di un’atrofia muscolare progressiva: una patologia che lo ha costretto a vivere quasi tutta la vita sulla sedia a rotelle, costringendolo via via a una paralisi quasi integrale del corpo ma che, per fortuna, ha un decorso più lento, offre un’aspettativa di vita decisamente più lunga della Sla e gli ha consentito di vivere fino a 76 anni. L’astrofisico, nonostante lo shock, proseguì gli studi di cosmologia e, successivamente sposò Jane Wilde (da cui avrà tre figli).Nel corso della sua straordinaria carriera, lo scienziato britannico ha collezionato un numero sterminato di premi e onorificenze. Oltre a essere membro della Royal Society (da cui ha ricevuto le prestigiose medaglie Hughes e Cople) e della Royal Society of Arts, nel 1986 è stato ammesso alla ristrettissima cerchia della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2009, invece, Barack Obama gli ha consegnato la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America. Un po’ a sorpresa, nella sua bacheca manca il riconoscimento forse più ambito, il premio Nobel.

I buchi neri erano di certo la sua più grande passione ed è questo il settore dove ha realizzato i suoi lavori maggiori. Innanzitutto, elaborando per primo le leggi termodinamiche che li descrivono, rendendoli reali e non più solamente un’ipotesi fantascientifica. Poi, dimostrando che questi oggetti (per le loro caratteristiche di temperatura ed entropia) non erano completamente bui, bensì irradiavano particelle subatomiche: da qui la definizione della cosiddetta radiazione di Hawking, una nuova entità cosmica capace di rimpicciolire progressivamente la massa di un buco nero, fino alla sua completa evaporazione. Ciò è stato dimostrato sperimentalmente nel 2014.

Astrofisica e cosmologia sono le dimensioni scientifiche dove, da sempre, si muovevano le sue intuizioni, regalandoci i suoi contributi più grandi. La sua unica missione è stata comprendere le leggi che descrivono l’Universo, quasi a volerlo abbracciare tutto quanto, nel tentativo di scrivere nero su bianco l’intera storia del tempo.Nel 1988 Hawking pubblica il suo lavoro più famoso: non un paper scientifico, bensì un saggio divulgativo, dal titolo “A Brief History of Time” (in italiano: Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo): un testo creato ad hoc per rendere accessibile al grande pubblico i concetti della cosmologia moderna. E che diventa subito un bestseller, trasformando il suo autore in una celebrità.Si dice che Hawking avesse un quoziente intellettivo compreso tra 160 e 165 punti, pari a quello di Einstein o Newton, e che da giovane sfiorasse addirittura la soglia dei 200. Lo scienziato non lo ha mai confermato e anzi, ritiene che vantarsi del proprio Qi sia un atteggiamento da perdenti. Secondo il fisico, l’intelligenza non è ciò che si misura attraverso i test, ma è piuttosto “la capacità di adattarsi al cambiamento”. E anche in questo, di fatto, con la sua vita tortuosa ma piena di successi, rimane un esempio di eccellenza. Nel 1985, Hawking viene sottoposto a una tracheotomia per colpa di una grave polmonite, perdendo la capacità vocale, comunicando solo grazie al supporto della tecnologia. Dapprima, grazie a un sintetizzatore vocale che trasforma in suono quel che lo scienziato digita su un apposito computer producendo una voce artificiale, dall’accento curiosamente americano, che ormai lo scienziato considerava la sua.Nel 1994, il leggendario gruppo prog-rock Pink Floyd pubblica l’album The Division Bell. Nella nona traccia, Keep Talking, compare la voce metallica di Hawking che parla per mezzo del suo sintetizzatore: «Per milioni di anni gli uomini vissero come animali. Poi qualcosa accadde che scatenò il potere della nostra immaginazione. Imparammo a parlare». La “collaborazione” ha avuto un seguito nel più recente The Endless River (2014), dove l’astrofisico fa capolino nel brano Talkin’ Hawkin’. Nel 2007, all’età di 65 anni, Stephen Hawking ha sperimentato per alcuni secondi l’assenza di peso in volo parabolico (tradotto:la microgravità viene simulata attraverso la caduta libera dell’aereo) grazie alla compagnia Zero Gravity Corporation. Eclettico, forte come la roccia, tenace, mente aulica e geniale, Hawking ha vissuto pienamente tutti i suoi giorni, nonostante la sua grave malattia. Lo ha fatto abbracciando quel “tutto” che forse comprendeva, non solo il grande mistero delle leggi dell’universo, ma quello della vita stessa, trasformando ogni difficoltà in successo attraverso la sua grande mente. Un Io, una mente a servizio del “tutto” che a sua volta si ridimensionava in lui, trovando coerenza e concretezza. “Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.” (Stephen Hawking)

                                                                                                               Matilde Marcuzzo

Pubblicato in Il Lametino, Matilde Marcuzzo, Scienza | Contrassegnato , , , , , | 3 commenti

Karl Popper: idee essenziali per la sopravvivenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018.

L’impossibilità di creare una società perfetta secondo il grande filosofo politico

Karl Raimund Popper, grande maestro del secolo scorso, viene solitamente ricordato come filosofo politico ma, in realtà, fu molto di più di un filosofo. Egli riuscì ad andare oltre la filosofia, e lo fece con il suo ormai noto “razionalismo critico”, espressione da egli stesso inventata per descrivere il proprio approccio filosofico alla scienza. Popper si allinea nella difesa della democrazia, scagliandosi contro il totalitarismo e prediligendo il liberalismo.

Nato a Vienna nel 1902 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, dopo l’occupazione nazista dell’Austria, fu costretto ad emigrare in Nuova Zelanda proprio per la sue origini. Fece in tempo, però, a respirare l’aria feconda di Vienna, città fantastica in termini culturali, nella quale si laureò in filosofia, convolò a nozze e pubblicò il suo primo libro. Popper lascia la sua Vienna nel 1937 per le suddette motivazioni storiche ed è costretto ad abbandonare anche un dottorato in filosofia, ottenuto con immenso impegno. Approda in Nuova Zelanda e continua ad insegnare la sua amata filosofia, ma è solo un periodo di transito, visto che successivamente si trasferisce in Inghilterra per insegnare alla London School of Economics. Probabilmente la sua forza e la sua determinatezza derivano anche dall’aver vissuto in prima persona il senso del socialismo, visto che nei primi anni trascorsi a Vienna entra in contatto –  e non di striscio – con il marxismo, un’esperienza che lo deluse totalmente. In poco tempo divenne allora un pensatore curioso, non convenzionale, autoritario, insoddisfatto e quindi capace di sviluppare un pensiero libero da condizionamenti.

Nominato Sir nel 1965 e insignito con diverse lauree ad honorem in diversi paesi, Popper determina, illustra e difende quello che possiamo definire un “approccio razionale”, che vale tanto per la scienza quanto per la filosofia. Nel suo capolavoro, La società aperta e i suoi nemici, si avvia nell’articolato percorso dello spiegare le “basi razionali”, idee essenziali per la sopravvivenza, della società aperta. Popper ci invita a prendere coscienza della fallibilità della conoscenza umana – fondamenta della libertà di pensiero – che lo porta a mettere in discussione le fonti delle nostre conoscenze come lo studio della natura, la ragione umana, oppure Dio, perché vuol dire riconoscere un’autorità in quelle fonti, tanto da considerarle certe. Nessuna fonte è certa, secondo Popper, così tanto dallo svilupparsi di una necessità di riconoscere un “politeismo dei valori”, in quanto i valori di ognuno di noi non sono razionalmente fondabili.

Queste basi razionali hanno quindi il dovere di controbattere a quella società perfetta che spesso si cerca o idealizza, per accompagnarci all’idea di una “società aperta”. Quest’ultima si regge su di una base essenziale, ovvero il riconoscimento della fallibilità della conoscenza umana. Si tratta di una società nella quale manca un punto di vista privilegiato sul mondo, quindi una società libera, aperta, la più auspicabile, la società del confronto. Chi preferirebbe una società chiusa, tribale o piena di tabù? Così, comprende e ci piega come noi impariamo attraverso l’eliminazione di errori e che la scienza è fallibile perché la scienza è umana, avviandoci verso una società aperta a più scelte di valori, a più visioni filosofiche del mondo, a più fedi religiose, a più critiche, a più idee o ideali, anche contrastanti tra di loro. E cosa si deduce da tutto questo? Semplice, che la società aperta è chiusa solo agli intolleranti e che fonte dell’intolleranza è solitamente il credersi possessore di una “verità assoluta”.

In una società aperta non esistono dei nemici e questo avviene perché si supera un grande tabù ereditato dalle società tribali e chiuse: in una società chiusa si tende ad immaginare dei nemici in quanto “diversi” da noi e non si riflette sul fatto che quel nemico non è altro che un uomo, proprio come noi. Nella società aperta, poi, non esiste la gente che vive sotto la dittatura, che obbedisce per paura o, ancora peggio, per convinzione. Insomma il grande Popper descrive magistralmente la condizione esistenziale incerta e tormentata dell’uomo moderno, proviamo a vedere gli uomini come fallibili e sprovvisti di una verità assoluta, magari rileggendo le sue straordinarie opere.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Il Lametino, Società | Contrassegnato , | Lascia un commento

Qual è l’Italia che i giovani vogliono?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018.

Tra cambi generazionali e difficoltà continue, le aspettative di chi vuole rimanere

E’ certo, sicuro, inesorabile e continuo, è l’unica certezza di un giovane italiano moderno, e in particolare di un giovane meridionale. Non è la stabilità lavorativa ed economica, non è il desiderio di costruire un futuro solido e magari una famiglia, ma l’eterno dilemma: che fare, emigrare o provare tra mille difficoltà a rimanere in un’Italia che sembra voler respingere chiunque abbia meno di 40 anni di età? (E che comunque non garantisce rose e fiori a chi è sopra i 40?)

Anche chi si ritrova in una situazione per molti versi definita “invidiabile”, ossia con un lavoro precario che è sempre e comunque meglio di un’eterna disoccupazione, è costretto per forza di cose ad avere gli stessi dubbi di chi invece un lavoro non ce l’ha proprio. E’ normale, perché si pensa sempre a come potrebbe essere la propria vita se si vivesse altrove, e si pensa anche agli innumerevoli compagni, amici, conoscenti e parenti costretti dalle circostanze a emigrare. Per alcuni, questi pensieri sono una vera e propria ossessione, una melodia costante sullo sfondo della vita che si vive.

La ricetta per un’Italia più propensa ad accogliere i propri giovani non solo in scuole e università ma anche nel vasto mondo del lavoro è complessa e questa non è la sede adatta per affrontarla. Il problema principale che si percepisce è la scarsa propensione a garantire un ricambio generazionale occupazionale, oltre che una cultura lavorativa che premia troppo la figura adulta in carriera e lascia al giovane le briciole, cosa che invece non accade altrove, dove spesso si vedono giovani rientranti nella fascia 30-35 anni avere ruoli di prestigio e grosse responsabilità. Certo, l’esperienza in una carriera conta perché spesso fa la differenza, ma basta fare qualche paragone con alcuni paesi esteri per notare come in Italia questo concetto sia stato esasperato fino al punto da lasciare i giovani tra numerose incertezze.

Un altro problema è la fossilizzazione su tutto ciò che è vecchio e poco innovativo, mentre ci sono paesi che fanno dell’apporto economico derivante dalle nuove tecnologie una vera e propria ricchezza. Si fa ancora fatica a far emergere qualità e competenze come una buona confidenza coi computer e un inglese fluente, entrambe cose che dovrebbero essere requisiti minimi per alcuni incarichi. Nel Meridione il problema è ancora più accentuato, e si assiste a una chiusura verso l’estero che, se fosse rimodulata in un’apertura culturale ed economica, potrebbe dare un forte impulso all’economia. Che dire, per esempio, dei rappresentanti istituzionali che non sanno relazionarsi coi loro colleghi esteri, e degli impiegati di struttura ricettiva che hanno notevoli difficoltà nel colloquiare con stranieri? Sono problemi persistenti che contribuiscono alla chiusura socio-economica di un’area già afflitta da una miriade di problemi e che ripone eccessiva fiducia nello Stato centrale. Il tutto mentre il resto del mondo procede a ritmo sostenuto verso la globalizzazione.

Nonostante ciò, le leggi della natura impongono che, prima o poi, a governare ci sarà qualcuno attualmente rientrante nella categoria dei giovani, con le sue competenze “moderne” e determinate qualifiche che non lo rendono necessariamente “migliore” di chi lo ha preceduto in termini di preparazione, ma più aperto da un punto di vista culturale al cambiamento, al nuovo e all’opportunità per sé e chi deve rappresentare. Se l’attuale classe dirigente non può e non vuole cambiare l’Italia, sarà il ricambio generazionale più forzato a farlo.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , , | Lascia un commento

Il cuore e il pugnale, tra le incessanti pretese della nobiltà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Quando un romanzo storico racconta la politica fasulla e corrotta del Meridione

Il romanzo storico “Il cuore e il pugnale – Clemenza di Catanzaro e il Meridione Normanno”, edito dalla 13 Lab Edition, illustra il viaggio interiore di uno scrittore sublime tra le lotte astute durante il dominio normanno del sud Italia tra Catanzaro e Palermo. L’autore di questo romanzo che, seppur storico ha svariate tinte di giallo, è il giovane docente di italiano, latino e greco, Massimiliano Lepera.

Al capezzale dei valori il poeta-scrittore, molto conosciuto per le sue preziose opere precedenti, racconta aggrovigliate vicende importanti che sono legate a un particolare periodo storico, quello che va dal 1160 al 1163 d. C., sotto il regno di un Guglielmo I alle prese di un trono esteso e fragile. Inseriti tra retorica e filosofia, lo scrittore catanzarese delinea magistralmente luoghi meravigliosi e personaggi passionali tra intemperie di corte e classici giochi di potere. Non cercando l’approvazione sincera dei buoni, infatti, questo romanzo storico tratteggia personaggi come il giovane Matteo Bonello, un finto suddito capace di mettersi contro il grand’ammiraglio, il Re e addirittura l’intero regno. Del grand’ammiraglio era promesso genero, ma falsamente premuroso, visto che il suo cuore batteva per un’altra donna, la Contessa di Catanzaro Clemenza di Loritello. Si tratta di una figura graziosa e fortemente determinata, pronta ad opporsi al tiranno Guglielmo I detto il Malo. Amante della straordinaria arte della seta grezza catanzarese − seppur una delle più ricche ereditiere della Calabria − si innamora del giovane Bonello, uomo sadico e spesso sarcastico, ma soprattutto astuto nelle sue mosse, con il quale trascorre molto del suo tempo all’interno del magnifico castello. Si, la maestria dell’autore è anche nel descrivere e nel far immaginare la posizione invidiabile di Catanzaro, posta su tre colli. É lo stesso Lepera a definirla città-fortezza, capace di attirare per questo i normanni, nonché luogo nel quale il Guiscardo realizza un eccellente presidio militare.

É quasi impossibile, altresì, definire il piacere o il giovamento che si può trarre dalla lettura di questo libro, capace di immergere il lettore in un’atmosfera storica tra figure come il grand’ammiraglio, il protonotaro e il camerlengo, oltre alle solite figure della dolce contessa o del classico Re. A completare il quadro troviamo, poi, il cospicuo materiale di archivio che è in linea con l’intonazione complessiva del lavoro svolto da Lepera. Tra parole che sono specchio della realtà, infatti, l’autore descrive la violenza sfrenata di un popolo stanco, nella fattispecie raccontando del tiranno ammiraglio preso a calci e pugni in piazza perfino dai ragazzini, dopo essere stato trafitto al cuore dal Bonello rivoluzionario e umano traditore. Così, quando l’aria ha il senso del dolore, Massimiliano Lepera ruba al vento una foglia gialla, che colora di giallo il suo romanzo.


Questo libro illustra uno dei casi più affascinanti della storia del sud Italia, che può essere inserito tra i più complessi d’Europa, e che diventa una forte ispirazione all’origine del successo del romanzo stesso. La complessa personalità dei personaggi inseriti, infatti, non cade mai nel moralismo a buon mercato, che spesso urta nella lettura dei romanzi convenzionali. Lo scopo è quello di coinvolgere il lettore in un’esperienza visiva, a tratti quasi sonora, che lo emozioni e gli faccia provare il gusto della storia nell’intreccio sottile dei suoi personaggi. Palesemente innamorato del proprio lavoro di docente, Massimiliano Lepera realizza qualcosa di costruttivo da consigliare − come lettura del nostro passato − soprattutto ai più giovani, per spiegare con grande destrezza un periodo di rivoluzioni tra intrighi e congiure di qualsiasi tipo.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Arte e Cultura, Il Lametino | Contrassegnato , , , | 1 commento