Tutto pronto per la III edizione della Festa dell’Emigrante a Simeri

Manca pochissimo al tanto atteso evento

Si svolgerà mercoledi 10 agosto, con inizio alle ore 20 presso Piazza Martiri, la “Festa dell’Emigrante” – Le notti di Trischene – riproposta in una veste totalmente nuova, all’insegna della valorizzazione della storia e della tradizione locale.

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Dopo aver riscosso un grande successo nella scorsa edizione – con ben 5.000 presenze registrate  – la Festa dell’Emigrante rappresenta ormai un’ottima sinergia tra istituzioni, associazioni e cittadinanza tutta. Questo evento, infatti, organizzato dall’Archeoclub d’Italia – sezione di Simeri Crichi – con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, punta alla sempre più vicina e possibile dimensione regionale. Rappresenta altresì un’istanza dal basso per il recupero delle tradizioni, la tutela del patrimonio artistico-culturale e la valorizzazione di un territorio troppo spesso sottovalutato. Il programma dell’evento prevede l’allestimento sul corso principale di stand enogastronomici e dell’artigianato locale. La serata verrà introdotta dal presidente Lorenzo Antonio Chiricò con una proiezione video sull’attività di promozione del territorio, svolta dall’Archeoclub, con spunti di riflessione sulla tematica dell’emigrazione. A seguire la serata sarà allieta dal concerto dei Taranta Jonica, band di musica popolare che può annoverare la partecipazione ai più importanti festival del genere musicale, primo tra tutti il Caulonia Tarantella Festival.

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Si tratta di un modo abbastanza semplice per trascorrere una splendida serata estiva, non dimenticando la possibilità di ragionare tutti insieme per la costruzione di una Calabria diversa, tra la consueta apertura degli stand di prodotti tipici e l’artigianato locale, nonché la degustazione in compagnia degli stessi. Il tema affrontato, poi, in riferimento al fenomeno sia dell’emigrazione che dell’immigrazione, è quanto mai attuale in ogni nostra famiglia.

Antonio Mirko Dimartino

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Quando Hollywood diventa alla portata di tutti

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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L’incontro tra droni e fotografia professionale garantisce prospettive un tempo improponibili

Immortalare attimi indimenticabili, spesso ricorrendo alle migliori tecnologie. Una definizione, quella appena scritta, che risulta calzante per diverse categorie professionali, e due in particolare: i fotografi professionisti e gli operatori di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto (SAPR), anche noti come droni. I primi utilizzano fotocamere avanzate e svolgono il loro lavoro con la prospettiva di un normale essere umano, mentre i secondi scattano foto e riprendono video con “occhi” montati su strumenti avanzati capaci di volare. Cosa succede quando la macchina fotografica professionale incontra il drone, e il fotografo professionista incontra l’operatore di SAPR? Il fronte dei droni ha garantito anche alle persone comuni l’accesso a foto e video aerei un tempo limitati ai grandi colossal di Hollywood, in quanto la loro registrazione richiedeva l’impiego di elicotteri o aerei, con tutto il background burocratico di pianificazione tra programmazione, tasse, costi operativi, consumo di carburante, disponibilità di aeromobili ed equipaggi, nonché la fattibilità stessa delle riprese, in quanto un aereo o un elicottero erano soggetti a limitazioni e non potevano avvicinarsi più di tanto ai soggetti da inquadrare, caratteristica invece che nel caso dei droni risulta peculiare, benché soggetta alle restrizioni imposte dalle norme sulla sicurezza e dal buonsenso.

Avere l’accesso a “una fetta di Hollywood” è una delle tante conquiste garantite dalla tecnologia moderna, un’altra cosa “da elite” che diventa di pubblico accesso, o quasi, in quanto bisogna tenere sempre a mente i concetti cardine di rispetto delle leggi e delle persone. Col tempo e lo sviluppo tecnologico, siamo riusciti ad avere telefoni cellulari sempre più performanti, messaggi vocali e foto facilmente inviabili con un click, una buona informatizzazione dei servizi, servizi bancari a distanza, voli accessibili a tutti, vacanze altrettanto accessibili, infrastrutture via via più efficienti, e ora, coi SAPR, riusciamo anche a mettere le mani sul cielo sopra di noi, rendendolo una nuova frontiera di conquista per riprendere i nostri eventi, spedire i nostri pacchi, salvarci dai rischi ambientali, etc. Non si tratta che di uno dei tanti segni inesorabili del progresso, e dato che migliora sensibilmente la qualità complessiva delle nostre vite, possiamo considerarlo un segno positivo.

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Sull’importanza dell’uso dei droni nel campo della fotografia professionale non ha dubbi il lametino Piero Mendicino, in arte Piero M, che ha un curriculum degno di rispetto, dato che ha alle spalle cooperazioni con operatori RAI, fotografi sponsor Kodak e vincitori di premi di rilevanza internazionale. “Abbiamo seguito lo sviluppo tecnologico dell’ambito fotografico e dei video dal 1978, passando per strumenti come le vecchie VHS, per poi arrivare ai giorni nostri dove tutto si avvicina al cinema e allo stile che lo caratterizza.” Ed è proprio qui che entrano in gioco i droni, proprio nell’avvicinare al pubblico tecniche e riprese hollywoodiane. “Il drone è una punta di diamante, una ciliegina sulla torta quando si tratta di un video professionale; dà un impatto visivo importante con le sue riprese aeree, che completano quelle convenzionali e garantiscono anche un impatto emotivo superiore in chi le guarda.” E aggiunge: “E’ come se ci fosse un occhio esterno che vede, con un campo visivo più ampio, non solo i protagonisti delle riprese e le loro azioni, ma dà ulteriore peso alle location, ai luoghi, proprio in virtù della sua capacità di guardare dall’alto ciò che noi guardiamo da terra.”

Col passare del tempo, i droni si insinueranno sempre di più nella nostra vita, e lo faranno con prepotenza, inducendoci a cambiare il nostro modo di concepire lo spazio e i servizi ai quali abbiamo accesso. La chiave di tutto, in un settore in continuo mutamento come questo, è proprio l’originalità, e per ricalcare la tematica hollywoodiana trattata in questo articolo, concludiamo con una frase di Russell Crowe, che nei panni di John Nash, protagonista del film di successo A Beautiful Mind, ha detto: “trovare una vera idea originale. E’ l’unica maniera in cui mi distinguerò. E’ l’unica maniera in cui riuscirò a contare qualcosa.”

Francesco D’Amico*
Operatore di SAPR riconosciuto da ENAC

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Un ritardo che fa bene allo spirito

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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Nella città dove Roma e Lamezia arrivano sullo stesso nastro

Siamo arrivati in perfetto orario. Quasi 10 ore di volo, 09:55 per l’esattezza, sfidando venti contrari e laterali, approfittando di quelli di coda, girando attorno a una cella di estrema bassa pressione, grazie Comandante, mentre costeggiavamo l’Atlantico Nord per poi infilarci lungo la valle del San Lorenzo come una corvetta venuta a caricare pelli di castoro, lontra di mare, orso, cervo, ermellino e puzzola, sì… anche la puzzola. Morbide e calde pellicce pregiate degli animali del Grande Nord. Ma noi siamo andati oltre la Nouvelle France, perché l’AZ650, nelle forme del possente Airbus A330-200, collega Roma Fiumicino con Toronto Pearson, sulle rive del lago Ontario e, fortunatamente, non siamo venuti per le pelli ma per il turismo, le visite ai parenti, altri affari.

Sbarchiamo in fretta, perché 10 ore dentro un tubo di metallo che vibra sono tante, e se anche le gentili e graziose signorine dalle-gambe-verdi hanno fatto di tutto, o quasi, per rendere più veloce il passare del tempo, il volo è ormai dietro alle nostre spalle. Come da copione passiamo il controllo passaporti come una brezza sul mare, addetti della TSA subito a sud della frontiera imparate imparate, e ci affolliamo attorno il nastro 9 per la riconsegna dei bagagli. Per molti dei 250 passeggeri Toronto non è la destinazione finale, ma sempre per il costume di questa parte di mondo i bagagli devono obbligatoriamente passare il controllo al primo punto di ingresso nel Paese, non a quello dove passeremo la notte con amici o familiari. Grazie a uno sprint giovanile nei corridoi dell’aeroporto sono arrivato al nastro in testa al plotone: la prima valigia romana ancora non ha iniziato a girare. A dirla tutta non c’è nulla che gira, il nastro è fermo.

Prima di noi, e se ne devono essere appena andati perché c’è ancora la scritta sul pannello luminoso ma non più le valigie, è arrivato il volo Air Transat da Lamezia Terme, il TS643. Abbiamo sicuramente viaggiato in tandem, percorrendo il lungo arco dal cuore del Mediterraneo sino al grande lago dolce a distanza di contatto radio, magari pure visivo. Scatto una foto al pannello e la mando a un amico che lavora a SUF (questo è il codice dello scalo lametino), mi ringrazia, si commuove. Noi appassionati di aviazione abbiamo un cuore particolare. Iniziano ad arrivare gli altri passeggeri, non sono più da solo.

Tra neppure due ore ho un volo Air Canada da prendere. Una volta arrivata la valigia devo consegnare la dichiarazione doganale, rifare il check-in al bagaglio, cambiare terminal. Alitalia, come tutte le compagnie SkyTeam e Oneworld, arriva al Terminal 3, mentre Air Canada e le altre di Star Alliance sono insediate al Terminal 1. Toronto Pearson, YYZ per i patiti di codici aeroportuali, non è un aeroporto piccolo: anche se solo al trentesimo posto per traffico nella classifica mondiale è però al primo in Canada, ha visto passare nel 2015 la bellezza di oltre 41 milioni di passeggeri e in Nord America è secondo solo al JFK di New York per numero di voli internazionali. Ergo, non sarà una passeggiata. Ma la valigia non arriva. Il nastro s’è messo in moto, con una serie di tonfi successivi si sono allineati una serie di borsoni e bagagli di plastica rigida, e poi più nulla, silenzio, il nastro s’è fermato. Con buona pace dell’etichetta giallo fosforescente Priority che adorna il mio baggage tag. Molti passeggeri se ne sono già andati rimorchiando i loro bagagli, gli altri si guardano attorno spaesati, controllano i cartelloni luminosi degli altri nastri ma no, Signore e Signori, il nastro giusto è questo, dice Roma, anzi Rome. Lamezia-Terme, col trattino, già se n’è andato da un bel po’. Annunciato da una sirena e da un allarme luminoso riprende il giro. Altre due dozzine di valigie, o poco più. Altri passeggeri che se ne vanno. Io sono sempre qui.

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E il tempo passa, sono ormai sbarcato da quasi un’ora. C’è qualcosa che inizia a girare, di moto proprio. Il banco Alitalia per i bagagli smarriti non c’è, un volo al giorno non lo giustifica (!), ma ce n’è uno che si fa carico dei passeggeri le cui compagnie non hanno banco, appunto. Dietro una signorina, che parla al cellulare, e un ragazzo magro e alto, altissimo, un palo della luce. Gli spiego, gli faccio vedere le carte d’imbarco, gli chiedo delucidazioni del tipo: “se il mio bagaglio non arriva nei prossimi 15 minuti che faccio, corro al gate e gli fate fare dogana voi o devo aspettarlo e perdo l’aereo?”. Con un sorriso tranquillo, i canadesi hanno tutti un sorriso tranquillo, addetti della TSA subito a sud della frontiera imparate imparate, mi risponde che “sì, meglio sarebbe aspettarlo”, il bagaglio, non menziona il volo che perderei, ma è implicito.

Poi aggiunge: “Se il suo bagaglio arriva entro un quarto d’ora, per favore mi avvisi”. Il tono di tutta la frase s’è fatto musica sulle parole “arriva entro”. Il ragazzo ci sa fare. “Va bene”, gli rispondo, se ci tieni. Il moto proprio gira un po’ di meno, e in compenso il leggendario nastro 9 s’è rimesso in funzione. Pof, pof, cadono le valige, pof, cade anche la mia. Ma per la miseria, dove t’eri cacciata! Tutto a posto, non c’hanno messo le mani. Mi fiondo verso l’uscita e avviso il Palo della luce che il bagaglio è arrivato. “Sa dove andare?” Mi chiede, sereno. “No”. “Mi segua, l’accompagno”. Canada, Canada, questo non è un aeroporto, è un sogno. Passiamo la dogana, passiamo anche il banco del check-in perché la mia valigia rischierebbe di non essere smistata in tempo, mentre penso alle app per il cellulare, al Pokemon Go, al 4G, al 5G e al sistema d’anteguerra di controllo doganale. Il Palo gentile s’infila in corridoi laterali, sale scale di servizio, con me dietro che arranco perché, parliamoci chiaro, la mia falcata è almeno la metà della sua. Arriviamo alla stazione del Terminal Link Train, il trenino che collega i terminal. Altro Terminal altra corsa sino alla sala accettazioni affollata all’inverosimile.

“Non è che per caso ha una tessera Gold di Star Alliance”, mi chiede con quel sorriso tranquillo. “No, ma si può fare qualcosa, vero?!”. Perché non mi hai portato fino a qui per poi farmi fare la coda e perdere il volo. In effetti fa qualcosa e trova un banco libero, tutto per me.  “Corra”, mi dice l’addetto che scannerizza il mio baggage tag. Saluto, ringrazio, omaggio di mille sorrisi il Palo tranquillo e vorrei correre, ma c’è ancora il metal detector, il controllo carta d’imbarco, etc. etc. Quando, e finalmente, arrivo al gate, leggo che il mio volo è stato ritardato di 40 minuti. Fuori il giorno se ne sta andando mentre il cielo si colora di giallo, arancione e blu cobalto, meglio così, me lo sarei perso e invece ho il tempo per godermelo.

Michele Molinari

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