Nascita e storia dei Blog: Habitat immateriale e linguaggio virtuale

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

“Io bloggo, dunque sono!”

In informatica, un Blog è un diario in rete. Più dettagliatamente, il termine stesso blog è la contrazione di web-log, ovvero “traccia su rete”. Il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America dove il 23 dicembre dello stesso anno viene pubblicato il primo blog grazie a Jorn Barger, che ne conia anche il termine. La versione tronca blog è stata creata da Peter Merholz che nel 1999 ha usato la frase “we blog” nel suo sito, dando origine al verbo “to blog” (bloggare, scrivere un blog). I blog sono un fenomeno del web in continua crescita, una forma di pubblicazione online, un’estensione di una homepage, formattata in maniera differente. Mentre le homepage sono spazi dove le persone possono inserire figure statiche, descrizioni non interattive, i weblog sono pagine web dinamiche, caricate attraverso regole di base che supportano vari strumenti i quali permettono di caricare blog in maniera molto più facile e veloce senza usare il linguaggio markup di base HTML. La struttura di un blog è costituita da un programma di pubblicazione che permette di creare una pagina web senza conoscere il linguaggio base, una struttura che può essere personalizzata con vesti grafiche delle quali ne esistono diverse centinaia. Attraverso software preimpostati o svariati servizi web come Blogger, LiveJournal, WordPress e tanti altri, è possibile creare blog in maniera semplice e veloce, stabilendo in seguito la piattaforma che ospiterà il nostro diario in rete e compiendo una prima scelta comunicativa: dare un nome alla pagina che sarà l’etichetta attraverso la quale nuovi link e nuovi visitatori giungeranno a noi. I blog hanno un’area principale fatta di contenuti, oltre a una lista di entrate: “post” di solito scritti attraverso frasi brevi e “paratattiche”.

Quando, anni fa, si iniziarono a collezionare informazioni attraverso i siti internet, il termine bookmarking ebbe un nuovo significato. Presto, la necessità di “postare” divenne l’inizio di un processo infinito. Lo sa bene Tim Berners-Lee, informatico inglese co-inventore del World Wide Web, quando afferma che “Internet può essere considerato come una world wide conversation senza fine, dove i blog abbattono le barriere di scrittura e lettura creando piattaforme aperte attraverso publishing pages di espressione e scambio culturale”. Ma “bloggare” è qualcosa di più, è avere un diario intimo reso pubblico e “senza lucchetto” dove poter stare insieme agli altri ed esprimere liberamente la propria opinione, un luogo cibernetico dove poter scrivere e parlare di sé in tempo reale, pubblicare notizie, informazioni e storie di ogni genere, aggiungendo, se si vuole, anche dei link. Nel blog, il vero protagonista è l’autore stesso, il blogger, il quale gestisce in maniera autonoma la traccia dei propri pensieri condividendoli con gli altri avventori della rete che leggono e lasciano opinioni attraverso i commenti dei post. Nasce una reazione a catena: scambi di notizie, sussurri, discussioni, racconti, amicizie; si crea un mondo intero di sensazioni e di emozioni, una Wunderkammer (camera delle meraviglie) che naviga incessante sulle “onde” del Web tenendo in contatto migliaia di blogger, gli abitanti comuni di quella “stanza piena di gente”, quell’ambiente virtuale, nonché “comunità o rete sociale” che porta il nome di BlogoSphere, un habitat immateriale costellato di blog entro il quale gli internauti si incontrano per conoscere gli altri e mettere a nudo se stessi, una galassia del linguaggio virtuale che, attraverso milioni di link collega fra loro gli aitanti blogger del futuro. Si può interagire col P.C. e conoscere qualcuno, certo, o in questo caso visitare il suo blog, ma sarà sempre un “qualcuno” che non si conosce in maniera diretta, in maniera fisica. Questo incide sul modo di comunicare e mette una barriera tra il mondo reale che coinvolge le persone fisiche e quello del cyberspazio dove la presenza fisica non esiste ed è immateriale tanto quanto ciò che si scrive. Il Blog resta la rivoluzione indiscussa della pagina scritta che, spogliatasi del suo “abito” cartaceo, ha indossato quello elettronico. Il linguaggio è scritto sullo schermo e da lì prende vita sotto le nostre mani e a noi stessi ritorna in un viaggio virtuale dove la scrittura stessa si fa garante di ciò che siamo, di ciò che comunichiamo e diventa spesso una sorta di manifesto futurista dell’informazione culturale libera. Ma che ne sanno gli influencer?

Matilde Marcuzzo

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Lavorare all’estero per connettere l’Italia con l’Europa

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

Un giovane geologo calabrese, a Innsbruck, segue i lavori della nuova galleria del Brennero

Mario Maragò, classe 1989, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università della Calabria e abilitato alla libera professione di geologo, è uno dei tanti talenti calabresi che, volenti o nolenti, finiscono con l’emigrare all’estero per realizzare i propri sogni professionali. Quello che caratterizza Mario rispetto tanti altri talenti è il fatto che lavora all’estero, per la precisione in Austria, e lo fa per connettere meglio l’Italia col resto del mondo: si occupa, infatti, dell’aspetto geologico presso un settore del lotto austriaco dedicato alla galleria di base del Brennero (Brenner Basistunnel), una imponente opera iniziata nel 2007 la cui ultimazione è prevista per il 2028.

Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità. Vuoi raccontarci qualcosa di te, su come è nata la tua passione per la Geologia, sul tuo percorso di formazione e sui risvolti professionali?

La passione per la Geologia è nata probabilmente quando ancora ero piccolo e, insieme con i miei genitori, mi piaceva guardare in televisione i programmi di divulgazione scientifica. Rimanevo estasiato ogni volta che osservavo le diverse specie animali che popolarono in passato e che attualmente vivono nel nostro Pianeta così come rimanevo incantato dalla forza della Natura, eruzioni vulcaniche e terremoti su tutto. Successivamente terminata la scuola superiore decisi di iscrivermi nel Corso di Studi in Scienze Geologiche presso l’Università della Calabria, ma ancora fino a quel momento non avevo ben chiari gli innumerevoli campi di interesse delle Scienze della Terra. Fu una piacevole, continua scoperta.

Al momento vivi a Innsbruck, lavori per una società che sta contribuendo alla realizzazione di un’opera infrastrutturale che migliorerà i collegamenti via terra tra Italia e il resto dell’Europa continentale. Cosa significa per te lavorare in questi lotti sapendo che, dall’altra parte delle Alpi, c’è il paese dal quale ti sei trasferito?

Credo che per tutti quelli come me, la permanenza per motivi lavorativi in una città lontana da casa e in particolare in uno Stato estero sia un capitolo di passaggio, purtroppo spesso obbligatorio, nella propria vita. Potrei sembrare un po’ nostalgico e romantico se rispondessi facendo riferimento alle scene finali di uno dei miei film preferiti “Once Upon a Time in the West”: la mia, la nostra, “Sweetwater” è e resterà sempre la Regione che ci ha visto crescere ovvero la Calabria e almeno personalmente, nonostante tutto, non la cambierei per nulla al Mondo.

In virtù di questo, la tua idea dell’Italia – e, nello specifico, della Calabria – è cambiata nel corso del tempo? Cosa vorresti dire ai tanti giovani geologi italiani e soprattutto calabresi, appena formatisi, che incontrano numerosi ostacoli nella loro vita professionale?

Purtroppo sotto alcuni aspetti penso proprio di sì, visto che viviamo in una terra che oltre ad un’eccellente formazione attualmente ci dà veramente poco dal punto di vista lavorativo. Conosco molti amici, geologi e non, che hanno due lauree e che per eccellere ulteriormente hanno continuato a studiare seguendo corsi di alta formazione e master. Per dare un riscontro positivo a tutti i sacrifici fatti è importante che si riesca a trovare un lavoro che ci soddisfi, possibilmente vicino casa e nel settore per cui si ha studiato, altrimenti non resta che dotarsi di coraggio, preparare la valigia e provarci altrove.

C’è una cosa, in particolare, che cambieresti nel modo in cui la Geologia e le sue scienze affini sono inquadrate in Italia? Ritieni si stia operando bene nel settore del contenimento del rischio idrogeologico, per esempio?

In linea generale no in quanto in Italia, sulla carta, siamo all’avanguardia su quasi tutti gli aspetti che concernono gli aspetti geologici e a tutto ciò che ne è connesso. E’ altrettanto vero però che molto ancora si deve fare in termini di prevenzione: è sotto gli occhi di tutti che qualcosa non funziona dal punto di vista politico e burocratico.

Se potessi ritornare indietro nel tempo, cambieresti qualcosa nelle tue scelte accademiche e professionali?

Ovviamente sono contento delle scelte che ho fatto e se avessi l’opportunità, rifarei lo stesso identico percorso con le sue note positive e negative perché penso che siano stati proprio gli ostacoli incontrati e successivamente superati ad aver accresciuto la mia autostima. Inoltre, se potessi ritornare indietro chiederei di incontrare gli stessi “amici d’avventura”: è anche grazie a loro se sono diventato quel che sono.

Grazie mille, buon lavoro e… ad maiora!

Francesco D’Amico

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Grande successo per lo Styling Day 2019

Conclusa la terza edizione confermandosi tra gli eventi più attesi della Calabria

PANNACONI – Si è svolto ieri, con inizio alle ore 19, presso Piazza del Popolo di Pannaconi di Cessaniti, la serata in onore della “sposa”. L’incontro, ideato ed organizzato da Nicoletta Battaglia e Davide D’Ascoli, con il patrocinio del Comune di Cessaniti, è stato arricchito dalla presenza di un pubblico numeroso e particolarmente attento.

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Dopo aver riscosso un ottimo successo nella scorsa seconda edizione, con grande soddisfazione per gli organizzatori, si è giunti a questa attesissima terza edizione dello Styling Day 2019. Grazie al numero altissimo di adesioni è stata realizzata una vera e propria serata “wedding” con relativo intrattenimento, capace di movimentare un intero comprensorio con sfilate, premi ad estrazione, balli, ospiti d’onore e l’immancabile buffet. La serata è stata arricchita dalla presenza di Fabio Mascaro, che ha presentato magistralmente le diverse attrattive con eleganza e dinamicità, nonché sottolineata dall’attenta presenza del sindaco Francesco Mazzeo, che si è complimentato pubblicamente per la lodevole iniziativa. Nel corso dell’evento, particolarmente gradito è stato anche l’intervento dello special guest model Antonio Paolicelli, mister Sanremo 2019, nonché della graziosa presenza di Federica Morello, modella ufficiale della serata.

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Il tutto nasce, con non poche difficoltà, dalla volontà di esprimersi al meglio sulla propria professionalità, quindi non presentando solo la classica sfilata ma creando invece una vera e propria arena dei sogni per evidenziare tutti i professionisti del settore, partner che hanno aderito numerosi e con grande soddisfazione. Nicoletta Battaglia e Davide D’ascoli, sempre in prima linea con l’intonazione complessiva del lavoro che una simile organizzazione richiede, nonché esempio di un equilibrio perfetto tra la dinamicità e la precisione del proprio operato, si confermano capaci di raccontare una Calabria diversa.

Antonio Mirko Dimartino

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Dolceroma, un film dirompente

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

Un Luca Barbareschi geniale con la sua spietata ironia

Dolceroma è un film molto intenso, arrivato nelle sale agli inizi di aprile, opera seconda del regista Fabio Resinaro. É tratto dal romanzo “Dormiremo da vecchi” di Pino Corrias, ma ridisegna aspetti del controverso animo umano tra azione e un po’ di thriller. Il grande Luca Barbareschi, che non ha certo bisogno di presentazioni, è protagonista nonché produttore di questo film che potremmo definire a tratti schizofrenico. Si, avete inteso bene. Una commedia schizofrenica. E si utilizza volutamente un termine di questo genere, assolutamente in senso positivo, per delineare la genialità dell’opera.

L’idea di questo film è inconsueta, come lo sono i pensieri di chi definiamo “schizofrenico”. É il sogno di tutti: lo scrittore sfigato, interpretato da un bravo Lorenzo Richelmy che tuttavia perde – scena dopo scena – il ruolo di protagonista oscurato da uno strabiliante Barbareschi, che riceve la telefonata di un grande produttore pronto a realizzare un film sul suo libro. Si tratta di Oscar Martello, noto produttore cinematografico residente a Roma, sempre pronto ad impicci vari e imbrogli di qualsiasi genere per vivere nel super-lusso dell’Italia “perbene”. Barbareschi, con grande maestria, interpreta il grande produttore in qualche modo prigioniero di se stesso, o del grande amore impossibile da avere, ma sempre capace di tessere quelle ragnatele necessarie agli inganni perenni. E cosa c’è di geniale in tutto questo? Facile, il fatto che viene abbandonato quel falso moralismo a buon mercato che vede lo scrittore, solitamente, diventare famoso in un mondo tutto fatato. Non è così nella vita reale. La fama ha necessariamente un prezzo da pagare ma, soprattutto, un rischio da correre. Noi, infatti, conserviamo un’idea sbagliata, che deriva dal cinema americano, ovvero che la cosiddetta “grande occasione” della vita debba tirare per forza fuori il meglio di noi stessi. Chi lo ha detto? L’occasione della vita non può essere semplicemente un mutamento in negativo? Ecco che allora qualcosa, che parte bene nelle nostre menti, in realtà ci spiega come il peggio di noi è lì, sempre pronto a venir fuori, magari per colpa di uno stimolo intenso ma comunque assiduamente lì.

Dolceroma è innovativo. Lo scrittore dei nostri sogni, pronto a fare successo, richiama alcuni personaggi dei fumetti e forse lo stile di un londinese cupo sotto l’eterno cielo grigio. Tutto questo si scontra con la performance eccezionale di Luca Barbareschi, che nel suo Oscar Martello si perfeziona scena dopo scena, creando un personaggio che potrebbe essere inserito in film successivi con storie nuove e sempre più intriganti. Oscar Martello, infatti, è la perfezione della menzogna, l’animo becero del venditore, l’uomo dell’inferno che tuttavia attrae molto l’animo umano. É descritto all’inizio del film, curato nei dettagli, straordinarimente vero. Si, Luca Barbareschi ha il coraggio di raccontare lo “schifo” di una certa Roma perbene, di un veicolato cinema verso l’assenza di contenuti per la ricerca del profitto. Il motivo? Semplice, cercare a tutti i costi di distribuire un film, a dir poco indecente, attraverso una finta promozione piena di colpi di scena. E qui vivono importanti interpreti come Claudia Gerini nella parte di una moglie stanca del marito produttore più che altro di menzogne, oppure di Francesco Montanari che interpreta un poliziotto atipico ed improbabile o ancora una spenta Valentina Bellè quale protagonista femminile del film in promozione.

Questa pellicola induce ad andare oltre i nostri pensieri, tra i sintomi dei nostri errori e dei nostri orrori, anche se è fondamentale essere aperti di idee per comprenderne il vero senso. Chi crede di vivere in un mondo dorato, nel quale il cinema è solo la bellezza di Sofia Loren o la grazia di Claudia Cardinale, avrà molta difficoltà a valutarne i contenuti. Chi invece è capace di andare oltre ciò che sta vedendo nello schermo di un cinema, oltre quei luoghi comuni del ciò che tutti conoscono, spesso in modo sbagliato, potrà vivere delle emozioni uniche. Dolceroma è un grande film che trova il suo momento più intenso nelle piccole e poco visibili arseniche lacrime, tipiche del miglior truffatore, di un Oscar Martello interpretato da un Luca Barbareschi straordinario. Ma si sa, tutto quello che negli anni ha realizzato Barbareschi in termini di attore, regista e produttore, è stato sempre innovativo, controcorrente, diretto, spietato, geniale.

Antonio Mirko Dimartino

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“Globalizzazione e disuguaglianze”, di Luciano Gallino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

Quando i media pongono troppa enfasi sul fenomeno della globalizzazione

Il libro “Globalizzazione e disuguaglianze”, pubblicato da Laterza editori, descrive come il mercato sia un’istituzione sociale in un discorso ampio che ci porta a riflettere su come la globalizzazione e la localizzazione siano due facce opposte e complementari dello stesso fenomeno. L’autore di questo provocatorio libro è Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, scomparso purtroppo da qualche anno. É un testo con qualche lustro sulle spalle, che si presenta particolarmente utile per sviluppare delle riflessioni sui diversi “luoghi comuni” che nei primi anni 2000 avevamo sulla globalizzazione e che, forse, qualcuno di noi si porta ancora dietro. Dobbiamo riconoscere sin da subito che l’impostazione di Luciano Gallino su questo elaborato è prettamente orientata al mercato, forse anche troppo. Per il noto professore non può venir meno in alcun modo l’importanza della costruzione sociale del mercato, tanto da fare un’allusione ai diversi contrattualisti come Hobbes, Locke e Rousseau nello spiegare che il mercato “non è lo stato di natura dell’economia”. Il mercato è socialmente costruito e per fare questo è necessario un lungo processo di istituzionalizzazione con il quale determinati valori e orientamenti si devono strutturare come costruzioni solide ma, soprattutto, generalmente accettate.

Su questa base, sempre il professore Gallino, ci spiega come sia la tecnologia a tracciare un passaggio dal mercato come luogo fisico e concreto al cyber-mercato. Le NICT, infatti, intese come new information and communication technologies, hanno strasvolto il mercato stesso annullando il concetto di “spazio”. Si parla di un mercato del mondo, grazie ad internet quale acronimo di interconnected network, nel quale file, immagini, suoni e grafici arrivano dall’altra parte del pianeta in un decimo di secondo. Tralasciando aspetti importanti che qui citeremo solamente, come il fatto che ormai committenti e produttori non si incontrano di persona e non vogliono neanche farlo, Gallino si orienta a spiegare come i mass media abbiano enfatizzato troppo il concetto di “globalizzazione”, mettendo erroneamente in secondo piano quello di “localizzazione”. Provando ad essere schematici, visto che il testo contiene molte riflessioni difficili da riassumere in poche righe, la globalizzazione deve essere intesa come l’idea di imprese e lavoratori che ormai sono in competizione con altre imprese e lavoratori in tutto il mondo. Da qui si crea quella fase di “universalismo del mercato” che si scontra con una “localizzazione” intesa come recupero e difesa delle tradizioni locali. Si creano così, soprattutto nei primi anni del 2000, movimenti sociali, culturali, politici di opposizione alla mondializzazione del mercato. Il professore Gallino parla – senza mezzi termini – di un concetto superficiale di competitività, legato ad un mercato senza regole che porta imprese ed individui a competere duramente gli uni con gli altri. La durezza, infatti, deve essere trovata nella consapevolezza che i diversi paesi del mondo hanno un diverso sistema di protezione sociale, un diverso sistema di tutela dell’ambiente, un diverso sfruttamento del lavoro minorile. E allora i paesi del nord del mondo delocalizzano nel sud del mondo stesso, per approfittare di queste differenze.

In altri aspetti, poi, l’autore di questo complesso libro riprende considerazioni abbastanza note, come il fatto che con la Rivoluzione industriale la “forza lavoro” si afferma come merce uguale alle altre, puntando a far comprendere come il mercato del lavoro porti a una stratificazione sociale dalla quale hanno origine le disuguaglianze. Tutto questo, precisa Gallino, è stato reso ancor più turbolento dalla globalizzazione stessa. E le riflessioni che potremmo fare son tante e vanno dal declino di settori professionali nei quali le persone perdono il posto di lavoro per “obsolescenza” delle mansioni, per arrivare alla disoccupazione di giovani che hanno l’unica colpa di essere “troppo qualificati” in quanto super laureati, con master e quant’altro. Dunque il mercato del lavoro cambia e si dirige verso imprese che si avvalgono sempre più di lavoratori autonomi, come per esempio consulenti, oppure che decidono di esternalizzare interi segmenti di produzione, il famoso outsourcing. Dulcis in fundo, gli stati sviluppano interventi legislativi per flessibilizzare il mercato del lavoro. Finiscono i contratti a tempo pieno e indeterminato, o quasi, e ci ritroviamo con contratti a tempo determinato, contratti di apprendistato e tante altre cose belle che, però, stravolgono le sicurezze lavorative portando precarietà e insicurezza per il proprio futuro.

Mettendo da parte l’eccessiva concentrazione del professore Luciano Gallino sul mercato e sulla tecnologia nel leggere questo fenomeno della globalizzazione, per tutto il resto, vi sembra davvero un libro scritto da più di quindici anni? Riflettiamo. E non solo giornalisticamente.

Antonio Mirko Dimartino

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Frank O’Hara: the Urban Poet

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

Il genio artistico del diario poetico

Francis Russell “Frank” O’Hara (1926-1966), è stato un poeta, scrittore e critico d’arte statunitense. Il suo lavoro di curatore presso il Museum of Modern Art, lo aveva portato inevitabilmente ad essere un personaggio di spicco nel mondo dell’arte di New York. O’Hara era anche membro della N. Y. School, un gruppo di artisti che traevano le loro ispirazioni dal jazz, l’espressionismo astratto e l’action painting. I suoi studi furono prevalentemente letterari, ad Harvard si laureò in Inglese nel 50’. Affascinato dal mondo delle arti visive e dalla musica contemporanea, apprezzava autori come Rimbaud, Mallarmé, Pasternak. Conosciuto da centinaia di amici e amanti per la sua espansiva calorosità, O’Hara iniziò a scrivere seriamente in seguito all’assunzione al Museum of Modern Art.

La poetica O’Hariana, sebbene riflettesse tratti autobiografici, era impregnata fortemente di vissuti quotidiani e frenetici della sua New York. Il tempo passato dal poeta in gioventù, prima alla scuola cattolica e poi in marina, gli fece sviluppare un way of writing solitario e astratto che egli in seguito rifletté nelle sue poesie. La geniale qualità dello scrittore era quella di sapersi estraniare balenamente dalle situazioni e, afferrandone gli aspetti più singolari, saperseli appuntare velocemente su taccuini per poi utilizzarli in scritti successivi o addirittura nelle lettere. Questa abilità di scrutare e registrare durante il trambusto della vita quotidiana sarebbe diventata, in seguito, uno degli aspetti più importanti che hanno caratterizzato O’Hara come un poeta urbano che scriveva a braccio. Così era la vita artistica del poeta: “sputare fuori poesie in momenti del tutto assurdi: nel suo ufficio al MoMA, in strada all’ora di pranzo e addirittura in stanze piene di gente, per poi metterle via in cassetti e dimenticarsele”.

Nel 1959 scrisse un finto manifesto chiamato Personism in cui spiega la sua posizione sulla struttura formale: “Non mi piacciono il ritmo, l’assonanza, tutte quelle cose. Fanno venire il nervoso, per quanto mi riguarda, la metrica e gli altri apparati tecnici, sono solo questione di buon senso: se compri un paio di pantaloni, vuoi che siano abbastanza stretti così tutti vorranno venire a letto con te. Non c’è niente di metafisico in questo”.

Un calice poetico astratto e urbano, quello di O’Hara, colmo di pregiato vino surrealista e simbolista da bere tutto d’un fiato ovunque ci si trovi: per strada, a casa, mentre si balla, si ride, si piange, perché no, mentre si sogna. I suoi toni dai contenuti personali, fanno in modo che la sua poetica venga descritta come “leggere pagine di diario”. Il poeta e critico Mark Doty sostiene che la poesia di O’Hara è ironica, a volte genuinamente celebrativa e spesso selvaggiamente divertente”. Un geniale materiale di paesaggio quotidiano di attività sociale a Manhattan, musica jazz, telefonate di amici. Scrivendo, O’Hara ha cercato di cogliere nelle sue poesie l’immediatezza della vita, convinto che la poesia dovrebbe essere “tra due persone, non tra due pagine”. Maestro di spontaneità e casualità, l’autore vinse il National Book Award per la poesia con la raccolta postuma The Collected Poems of Frank O’Hara, pubblicata nel 1971. Tra i suoi scritti più noti: A City Winter and Other Poems (1952), Oranges (1953), Meditations in an Emergency (1957), Second Avenue (1960), Odes (1960), Lunch Poems (1964), Love Poems (1965). O’Hara morì nel 1966 a Fire Island, investito da una Dune Buggy a soli 40 anni.

Matilde Marcuzzo

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Il nuovo dinamismo nel mercato del lavoro

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

E’ inevitabile il passaggio dal mito del “posto fisso” alla “gig economy”

C’è crisi, il mercato economico si evolve e per potersi realizzare in una delle cose più basilari per un adulto, il tanto agognato lavoro senza il quale non si può minimamente pensare di realizzare i propri progetti di vita, bisogna sapersi reinventare e sfruttare le proprie abilità nonché i propri talenti. Il mito che ha fatto sognare una generazione e mezza del secondo dopoguerra, quello del “posto fisso” acquisito prima del compimento del ventesimo anno di età e con un’istruzione non avanzata, cede il posto a un mercato molto più complesso e dinamico in cui una formazione d’eccellenza non garantisce più la possibilità di assicurare un futuro professionale e, conseguentemente, anche una stabilità personale. Il tutto si somma alle sempre maggiori incertezze del campo pensionistico, dove si tende sempre di più a posticipare la fine della carriera lavorativa di un individuo.

Tra questi tumulti sociali ed economici, è sempre più diffuso il fenomeno del secondo o terzo lavoro, ossia di una o più fonti di guadagno che integrano un’occupazione principale spesso non sufficiente, secondo un trend che in inglese prende il nome di gig economy, grossomodo traducibile in italiano con l’espressione “economia dei lavoretti”, anche se nasconde una miriade di complesse sfaccettature che vanno oltre la semplicità apparente di questo termine. In buona sostanza, vista la crescente concorrenza di un mercato sempre più globale in cui le distanze geografiche relative si accorciano, i muri normativi concorrenziali tra paesi crollano e la tecnologia semplifica un numero sempre crescente di procedure, si prevede una riduzione generale delle entrate derivanti dalle singole professioni, con la necessità di avere più lavori in modo da mantenere un tenore di vita all’altezza. Se i nostri nonni e bisnonni erano abituati a sistemi economici locali in cui praticamente tutto seguiva un percorso articolato nell’ambito di un’area geografica ben circoscritta, ora ci si ritrova in un sistema in cui una fetta cospicua di prodotti e servizi arriva da altre parti del paese se non addirittura dall’estero, con tutte le incertezze lavorative che questo comporta: il mestiere che caratterizza l’intera vita professionale di un individuo, in un mondo così incerto, ormai non esiste più perché basta un’innovazione tecnologica o normativa “di successo” (per la clientela, s’intende) e intere categorie professionali non possono far altro che scomparire.

Pro e contro della “gig economy”, in cui bisogna sapersi districare.

Allo stato attuale non è raro trovare persone che già fanno della gig economy la propria filosofia di vita, e col passare del tempo saranno sempre di più, per passione o per pura necessità. Assisteremo anche a singolari combinazioni di titoli di studio e occupazioni secondarie che varieranno nelle modalità in base al background del lavoratore stesso, andando a introdurre criteri di variabilità imprevedibili. Come in tutte le cose, tuttavia, serve molta lungimiranza nell’anticipare i trend sociali e di mercato, nonché una buona dose di capacità gestionale personale per poter mantenere nel tempo sbocchi variegati nel caso in cui uno dei lavori dovesse andare male. Viva la modernità e le sfide che questo mondo moderno ci offre, ma non dimentichiamo mai di affrontarle… con la testa.

Francesco D’Amico

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Daniela Volpe: la wedding planner più conosciuta della Calabria

Daniela Volpe è una wedding planner diplomata all’Accademia di Enzo Miccio, da diversi anni attiva nell’organizzazione di matrimoni nonché titolare della Glamour Events. Premiata con il “bollino consigliato” da matrimonio.com, il sito più importante del settore, Daniela Volpe vanta numerose ed eccellenti recensioni per il suo operato. Le coppie che desiderano sposarsi e sono in cerca di una wedding planner in Calabria, troveranno in testa questa nota imprenditrice lametina, tra le più consigliate, conosciute ed amate, soprattutto dalle sue spose. Noi di TLR abbiamo avuto l’onore e il piacere di poter intervistare Daniela, che ringraziamo per averci concesso un po’ del suo tempo in un freddo, atipico, pomeriggio di aprile.

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Benvenuta Daniela e grazie per aver accettato l’intervista per TLR. Cosa ti ha ispirato a voler diventare organizzatrice di matrimoni e quando è iniziata questa tua passione?

Ben trovati, sono io a ringraziare tutti voi di TLR. La mia passione è iniziata diversi anni fa grazie ad Enzo Miccio, che attraverso le sue trasmissioni è riuscito a far approdare questa professione, di origine anglosassone, anche in Italia. L’ho sempre seguito ed apprezzato, così ho scelto di iscrivermi ad uno dei suoi corsi di wedding planner e mi sono diplomata alla sua Accademia.

Quali sono le maggiori difficoltà che incontri nel tuo lavoro?

La più grande è sicuramente quella di far comprendere il valore della figura professionale del wedding planner. In Italia c’è ancora molto da lavorare a tal proposito e le coppie optano spesso per il cosiddetto “matrimonio fai da te”, trascurando i vantaggi che l’assistenza di un’organizzatrice di matrimoni può offrire.

Bene, bene. E quali sono, dunque, i vantaggi di cui parli?

A dire il vero sono numerosi, difficile poterli elencare tutti. Direi che il primo – e forse più importante – è la possibilità di risparmiare beneficiando della rete di fornitori che la wedding planner mette a disposizione degli sposi. Ogni wedding planner, infatti, si avvale di partner commerciali, tra cui fotografi, fioristi, musicisti e così via, con i quali stringe accordi economici vantaggiosi proprio per permettere ai propri sposi di usufruire di questa importante scontistica.

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Questo è vero, cara Daniela. Molte coppie, però, sono scoraggiate rispetto alla possibilità di assumere una wedding planner perché questo significa aggiungere una voce di spesa in più alle già numerose che una coppia deve sostenere per sposarsi. Cosa ne pensi?

Una wedding planner, in quanto professionista, deve essere pagata, certo, ma i futuri sposi che si avvalgono della sua assistenza possono usufruire degli sconti sui servizi dei fornitori di cui parlavo poc’anzi, compensando così il costo della parcella. Senza parlare del risparmio di tempo per gli sposi: è la wedding planner, infatti, che passa ore al telefono per concordare e gestire gli appuntamenti con i fornitori, che si occupa di risolvere i numerosi imprevisti che l’organizzazione di un matrimonio comporta. Non avere imprevisti, infatti, vuol dire non sostenere costi. A questo nessuno pensa.

Ti seguiamo spesso sulla tua pagina e sappiamo che sei anche una docente che si occupa di formare giovani aspiranti wedding planner. Non ti spaventa aggiungere della concorrenza ad un mercato già difficile?

Assolutamente no. Il lavoro, attualmente, c’è per tutti. Ma i miei corsi hanno un altro importante fine: riuscire, attraverso le mie lezioni, a trasmettere la cultura dell’organizzatrice di matrimoni e soprattutto riuscire a far comprendere “chi è” e “cosa fa” la wedding planner, mestiere intorno al quale ruota ancora un’aura di mistero. Tanti falsi luoghi comuni devono essere sfatati e spero che grazie alle mie lezioni si possa diffondere il valore e l’importanza che l’assistenza di un wedding planner offre.

Siamo giunti quasi alla conclusione di questa intervista. Ci piacerebbe, come gruppo TLR, fare qualcosa di diverso dagli altri. Vorremmo pubblicare delle foto dei tuoi matrimoni, ovviamente, ma che siano “vere” e non le solite foto che si vedono in giro nelle diverse pagine, magari super-modificate o di allestimenti maestosi. É possibile avere delle foto di te mentre lavori a qualche matrimonio dei tuoi? Sarebbe fantastico.

Voi di TLR siete molto attenti, ora me ne rendo ancor più conto. Certo, non ci sono problemi. E mi fa anche molto piacere far vedere come lavoro. Posso darvi diverse foto al riguardo, le stesse che trovate sulla mia pagina “Daniela Volpe Wedding Planner”, dove non esistono foto “finte” ma solo immagini dei matrimoni effettivamente da me organizzati. Naturalmente, troverete pubblicati solo i matrimoni delle coppie che hanno voluto rendere pubblico su facebook e instagram il loro giorno più bello. Ho diverse coppie, infatti, che hanno preferito non essere pubblicate ed io ho rispettato la loro privacy, portando i ricordi di quei giorni nel solo mio cuore.

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Grazie Daniela, sei stata preziosa, proprio come emerge dai commenti che abbiamo letto su di te sui diversi social e che ci hanno spinto a contattarti. Ti poniamo un’ultima domanda, sperando che questo sia un arrivederci e non un addio. Sei sempre così graziosa, gentile e professionale?

Sono io a ringraziare voi e mi fanno piacere le parole utilizzate nei miei riguardi. É sicuramente un “arrivederci” il nostro. Tuttavia, non posso darvi ovviamente una risposta, ma posso sicuramente dirvi che il lavoro è la mia vita. Enzo Miccio mi ha insegnato cosa vuol dire essere professionali, questo si. Lo devo a lui. E vedo che le persone lo apprezzano molto. Questo mi spinge a fare sempre meglio, ad impegnarmi sempre di più per le coppie che scelgono me, che scelgono la Glamour Events.

Martina Corini

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“La salsiccia”, di Friedrich Dürrenmatt

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

Quando un romanzo fa riflettere sull’aspettativa di giustizia

Esiste un volume, edito Feltrinelli e dal titolo “Racconti”, che raccoglie le diverse meraviglie narrative del grande drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt. La traduzione è a cura di Umberto Gandini, che si prende l’impiccio e l’impaccio di svelarci l’esemplare produzione romanzesca di questo straordinario autore. Questo piccolo-grande volume ospita diversi racconti, che vanno dal 1942 al 1985, tra i quali s’annida silenzioso un brevissimo romanzo dal titolo “La salsiccia”. Si sviluppa in sole due pagine, che bastano comunque a far emergere la maestria del grande Friedrich Dürrenmatt. La vicenda vive in un’aula di tribunale piena di gente perfino appesa ai lampadari – ci narra il drammaturgo svizzero – e con il pubblico accusatore, il difensore, l’accusato, i poliziotti e ovviamente il giudice supremo con la sua toga nera. L’uomo è accusato di aver ucciso la propria moglie e di averne fatto delle salsicce. Davanti al giudice supremo, appoggiata in un piatto, l’ultima salsiccia rossa e gonfia, unica parte rimasta della moglie uccisa. L’uomo accusato del delitto viene condannato e quando il giudice gli chiede quale fosse il suo ultimo desiderio, egli esprime proprio quello di poter mangiare quello che avanzava della povera moglie, ovvero quell’ultima salsiccia rossa. E, davanti allo stupore di tutta l’aula, il giudice supremo pronto a diventare un Dio, acconsente.

Ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano, dobbiamo comunque riflettere sul fatto che, molto spesso, il primato della “legge su ogni cosa” è una facciata di cartapesta. Questo racconto, infatti, ci dimostra come non si possa parlare di un’idea di giustizia unica, universale e forse neanche largamente condivisa. Proviamo ad attualizzare il tutto e pensiamo a chi, nei giorni nostri, uccide la propria moglie o la propria fidanzata. Sia ben chiaro, stiamo parlando di un delitto assurdo e ripugnante per la specie umana, ma a noi interessano altre riflessioni. Pensiamo, dunque, a quante volte sentiamo parlare della “certezza della pena” o di quello che spesso definiamo “inasprimento delle pene”. É realmente qualcosa di così necessario? É qualcosa di così urgente? Come spesso accade nella vita, la risposta è: “dipende”. Chi uccide la propria moglie o fidanzata, infatti, molto spesso nell’arco di mezz’ora si suicida, oppure scende di casa e si consegna spontaneamente al commissariato più vicino o ancora telefona ai Carabinieri per confessare e poi sedersi sul divano di pelle ad aspettare che le forze dell’ordine vadano a prelevarlo. Come possiamo notare, l’idea di giustizia di un simile soggetto è diversa. A questa persona poco interessa il problema sociale della “certezza della pena” e neanche l’eventuale inasprimento della stessa. Qualcosa di diverso lo spinge ad un simile gesto, probabilmente simile all’alito caldo della bestia che si prepara a darti il colpo di grazia, sicuramente lontano da quanto ipotizzato come “senso di giustizia” da molti di noi. É evidente, allora, come tutto questo poteva essere espresso in sole due pagine solo dal più noto romanziere e drammaturgo svizzero di lingua tedesca del mondo. Tra realtà vera e rappresentazione grottesca, Dürrenmatt ci porta a riflettere sul concetto di giustizia e descrive un mondo privo di ordine, quanto meno di quello che noi tendiamo a dargli con le nostre ideologie. D’orizzonti perduti è, dunque, questa giustizia. Il nostro stomaco è molto sofferente, infatti, quando l’ultimo desiderio espresso dall’accusato è di mangiare quella salsiccia. Ma, Friedrich Dürrenmatt, va oltre e ci spiega come gli uomini sono spesso servi timorosi dell’aspettativa di giustizia.

Antonio Mirko Dimartino

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I fenomeno dei “Ghost Writer”, un danno culturale. Parte II.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019. Leggi la prima parte prima di procedere con la seconda.

Un fenomeno nascosto che bisogna imparare a conoscere

C’è un messaggio negativo trasmesso alla società mediante l’uso dei ghost writer, ossia di coloro che scrivono opere su commissione le quali sono poi attribuite ad altri: se non è importante che sia proprio l’artista a dare vita alla sua opera si percepisce che nessuno è necessario e tutti sono sostituibili. Questa percezione particolare rappresenta un enorme passo indietro per quanto riguarda il pensiero filosofico della società occidentale.

La conquista intellettuale che vede ogni individuo egualmente importante a tutti gli altri e con lo stesso diritto di essere salvaguardato rischia di rovesciarsi a favore di un atteggiamento opposto che vede ogni persona come egualmente sostituibile; ciò che si sente più spesso dagli stessi specializzati nei campi interessati a giustificazione di queste operazioni sono che l’artista che usa un ghost writer non si trova nell’agio di poter creare direttamente l’opera in quanto è più occupato a tessere reti sociali per assicurarsi commissioni e quindi persone che li paghino. In realtà questo mette luce su un altro problema importante della società: la svalutazione dell’oggettiva utilità di un lavoro a favore dei sistemi delle reti sociali in quanto, sostanzialmente, si tratta della stessa origine del clientelismo, della raccomandazione e di insiemi affini, in quanto l’aspetto in cui l’essere umano tende a concentrarsi maggiormente è quello della selezione sociale e non sull’oggettiva validità di un lavoro. Tuttavia, bisogna stare attenti a non confondere un comportamento sbagliato che abbia una causa da un comportamento giusto: la personalità che accetta la priorità o anche la necessità della rete sociale per poter avviare un lavoro (che paradossalmente nella pratica è utile di per sé a prescindere dal grado di conoscenza delle personalità coinvolte) ha già commesso un errore di valutazione e la scelta di utilizzare un ghost writer è una manifestazione di un atteggiamento sbagliato fin dal principio. Da questo si evince che firmare qualcosa che ha creato qualcun altro non è giustificabile per le modalità con cui la società sceglie la propria forza lavoro, anzi si può dire che è una manifestazione di aderenza a questo pensiero, della scelta di questa bandiera.

Altre obiezioni possono riguardare le autobiografie di personaggi politici compilate da terzi ma firmate dai politici stessi, ma anche in questo ambito non è detto affatto che una biografia si debba da spacciare per autobiografia, e che al nome del vero autore si debba sostituire il nome dell’oggetto della trattazione. Nel complesso, si invita il lettore a capire quanto sia culturalmente pericoloso il fenomeno dei ghost writer, di quanto favorisca il sonno della ragione, di quanto sia ben intrecciato con altri importanti problemi dell’organizzazione fra umani come la creazione di falsi miti e l’abbandono delle proprie scelte a schemi sociali che ignorano in parte o totalmente i dati e i vantaggi oggettivi del lavoro (su questo ultimo tema è illuminante leggere il testo di Eric Berne “A che gioco giochiamo”, sebbene le sue conclusioni siano opposte a quelle riportate in questo testo). L’invito qui rivolto è a controllare e limitare il fenomeno per poter progredire verso una sempre più trasparente e oggettiva gestione di ciò che è l’ arte e di ciò che è la vita.

Alessandro Severa

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