L’Aquila: una ricostruzione mancata a dieci anni dal sisma

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 249) il 30 settembre 2019.

Il paradosso di una politica capace di fermare le politiche pubbliche

La ricostruzione di L’Aquila è un processo fiacco e problematico. Dopo il tremendo sisma del 6 aprile 2009, infatti, tutti gli attori coinvolti nella riedificazione, sia pubblica che privata, hanno segnato l’evidenza di totali malfunzionamenti che non possono ˗ e non devono ˗ passare inosservati. Era la notte del 6 aprile 2009, precisamente le ore 3.32, quando una devastante scossa sismica di magnitudo 6.3 uccise ben 309 povere anime sfortunate, con oltre 1600 feriti, lasciando 80.000 persone senza la propria casa e danni per oltre 10 miliardi di euro. E questo solo in quel di L’Aquila, in quanto i dati sono ancor più tremendamente infausti guardando alle diverse città e comunità abruzzesi colpite dal sisma. E chi scrive affonda spesso il suo muso nel cuscino, la sera, per non pensare a cosa sia successo. Sono trascorsi ben dieci anni e non è facile dimenticare. Chi firma questo articolo, infatti, si è speso materialmente sia per la fase dei primi soccorsi che per quella della ricostruzione pratica e, negli anni, anche giornalisticamente mettendo luce sul tremendo fenomeno con articoli, pensieri roventi e perfino poesie in libri.

È chiaro che il grado di riuscita delle politiche di ricostruzione non sia elevato. Questo lo si percepisce facilmente guardando i diversi telegiornali e approfondimenti che, di tanto in tanto, ricordano l’accaduto. Ma prima di trovare il colpevole, sia esso rappresentato dalla politica, dalla burocrazia o semplicemente dall’uomo stesso, sembra opportuno descrivere la situazione alla luce di chi, questa ultima estate, lì ci è tornato, come ogni anno del resto. E così chi vi scrive può comunicarvi con certezza ˗ e dopo aver realizzato un preciso reportage non solo fotografico ˗ un’amara verità, ovvero quella di come a ben dieci anni dal sisma di L’Aquila la ricostruzione privata sia giunta ormai al 70% mentre quella pubblica “ceda il passo”, perché praticamente ferma o del tutto assente. Chi visita il capoluogo abruzzese, infatti, soprattutto il centro storico, non può non notare come i privati siano ripartiti e abbiano faticosamente ricostruito case e riaperto negozi, mentre il pubblico muoia di giorno in giorno, paurosamente, nella burocrazia imperante.

E’ assai nota l’immagine di quel “Palazzo di Governo”, spezzato perfino nella sua scritta, che ha fatto il giro del mondo in quanto visitato dal Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, ma anche tutte le altre pubbliche esposizioni non sono da meno. E questo, vediamo di non nasconderci dietro un dito, solo e perché le esigenze di efficacia e di efficienza nella ricostruzione si sono scagliate contro le esigenze politico-elettorali. Potremmo inventarci addirittura un gioco di parole nel dire che la “politica” ha interferito con le “politiche”, pubbliche si intende! E in tal senso ci chiediamo se non sia necessario un sistema di coordinamento vincolante a livello europeo per la prevenzione, la gestione e la ricostruzione, tenendo presente il fallimento del modello nazionale al riguardo.

Tutto questo, poi, esprime anche importanti riflessioni non solo dal punto di vista giuridico-normativo ma anche da quello sociologico-conflittuale. Si tratta di conflitti che dovrebbero essere studiati in chiave di tensioni politico-amministrative che hanno sicuramente determinato i risultati deludenti della ricostruzione, che sono sotto gli occhi di tutti. È sufficiente, infatti, fare due passi in città per comprendere la lentezza della ripresa alla vita quotidiana di uno dei borghi più belli del nostro paese. Sia ben chiaro, il problema non è la fase strettamente emergenziale, che si è conclusa nel febbraio 2010 per opera del ruolo di primo piano della Protezione Civile ma, semmai, la fase di ricostruzione. E questo, ovviamente, accade anche per la minore attenzione di cui ha goduto L’Aquila negli anni successivi al 2010 e che ci porta a far riemergere un problema da risolvere utilizzando questo mezzo, ovvero la semplice pubblicazione di taglio giornalistico.

Antonio Mirko Dimartino

Annunci
Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Una storia ben oltre il dolore del tempo: Romeo &Juliet

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 249) il 30 settembre 2019.

Il tempo è dolore perché passa inesorabile e lascia solo la morte

Come si può parlare di una delle più grandi storie d’amore e morte di tutti i tempi senza essere presi da uno strano senso di tremore, magia e buffa atmosfera di inadeguatezza? Si, perché aprire il sipario sulla tragedia delle tragedie scritta dal genio Shakespeariano è un’apertura su colossali sensazioni di paura e incanto avvolti dal timore di non essere mai all’altezza dell’opera.

Il tempo è dolore perché passa inesorabile e lascia solo la morte. Non in questo caso. Non nella penna che ha dato vita alla storia di Romeo, giovane Montecchi che incarna le vesti di amante del mondo e di Giulietta, ninfa acerba dei Capuleti che diviene presenza divina, una figura quasi allegorica, da venerare in nome dell’amore. Il loro tempo va ben oltre il dolore, benché si consumi per intero in quattro giorni soltanto. Siamo nell’antica Verona, i due nobili casati ai quali i due giovani appartengono sono in rivalità. A dispetto di questo odio, l’amore si fa spazio e germoglia in seno ad esso. In un mondo violento fatto di arrivismi e lotta al potere, Shakespeare lancia i dadi del puro sentimento degli amanti, una freccia d’amore che colpisce i protagonisti rendendo tutto incanto attraverso i loro occhi. Grazie ad un linguaggio squisito e leggero come le nuvole, il lettore riesce a divenire parte stessa della lettura, riesce quasi a percepire su di sé il fuoco dell’attrazione e a sentirsi bruciare. Chi legge è al tempo dell’antica città degli eterni innamorati, può soffrire e sospirare con loro fino alla fine, un capolinea che in realtà è inizio del mito. Il sommo poeta, dando vita a Romeo & Juliet, seguendo per certi versi la trama originale di Piramo e Tisbe (giovani amanti babilonesi resi celebri da Ovidio nelle Metamorfosi) è riuscito a rendere l’opera immortale. L’amore stesso va oltre i confini del possibile e sfidando la morte porta vita eterna nei cuori. Per infausto gioco del destino, si sa, i due giovani amanti muoiono, ma il loro desiderio è più forte e di morte son ricongiunti poiché l’amore non li separa. La brillante linea narrativa non perde mai di vista l’esperienza d’amore dei giovani che invece, dal momento in cui si incontrano dimenticano qualsiasi altra cosa. Romeo e Giulietta sono in qualche modo però consapevoli proprio dall’inizio di essere destinati a morire. Non solo l’amore ma, tutte le altre emozioni vengono elevate e tese a portare al tragico evento poiché miste al conflitto tra odio e amore stesso. Il fato detta le regole sulle vite umane e come direbbe Mercuzio, le vite umane a loro volta, determinano il loro destino. La figura di Mercuzio, spezza per un po’ la tensione di violenza e d’odio che avvolge i sentimenti dell’opera. Il suo personaggio porta leggerezza e divertente atmosfera poiché pregna di satira ammaliante e coinvolgente. Si pensi a come riesce a trasformare l’attimo triste prima della sua morte, poiché trafitto dalla lama infausta di Tebaldo, in uno giocoso e burlone, introdotto dal suo abilissimo monologo ricco di battute. Sta morendo e prende in giro i presenti e se stesso della sua condizione fingendo di non essersi fatto nulla. Ma, prima di cadere al suolo non esita a maledire le due famiglie, portatrici di morte. Di nuovo morte per colpa di troppo amore, un sentimento descritto da Shakespeare in diversi modi. Si pensi a Paride che collega l’amore all’idea di decoro, o alla balia di Giulietta per la quale l’amore è soprattutto fisico e sensuale. Il padre di Giulietta invece vede l’amore come un accordo di convenienza per unire due famiglie e impone alla figlia di sposare chi lui vuole, anche se lei non lo ama, questo ci fa capire che Giulietta non è padrona del proprio cuore, non può ribellarsi alle regole imposte dalla società in cui vive, ma deve accettare e rispettare il volere paterno. Tulle le forme dell’amore vengono sconfitte dall’odio, dal destino e dalla mancanza di comunicazione. Spesso, nell’opera si comunica attraverso messaggi che i vari personaggi si inviano, e quasi sempre questi messaggi vengono consegnati erroneamente come capita a Frate Lorenzo che, pur se nelle migliori intenzioni, mette in moto una serie di eventi che avranno conseguenze tragiche. Egli invia un messaggio a Romeo tramite Frate Giovanni per informarlo che Giulietta non è morta, ma questo messaggio non arriva mai a destinazione, mentre Baldassarre gli riferisce la falsa notizia della morte di Giulietta.  Il caso vuole che la ragazza si svegli subito dopo che Romeo si è tolto la vita accanto alla sua tomba e, disperata, a sua volta, si uccide. Questa tragica fine dei due giovani innamorati è narrata da frate Lorenzo e i capi delle due famiglie, commossi dalla catastrofe provocata dalla loro inimicizia, si riconciliano tra loro. La morte ha reso immortale un amore impossibile agli occhi del mondo ma non a quelli dello spazio oltre il tempo, oltre i confini del reale, attraverso i muri del dolore e dell’oblio.

“Con le ali lievi dell’amore volai sopra quei muri: confini di pietra non sanno escludere amore, e quel che amore può fare, amore osa tentarlo…”

Matilde Marcuzzo

 

Pubblicato in Arte e Cultura, Il Lametino, Matilde Marcuzzo | Contrassegnato , , | Lascia un commento

S.O.S. piccoli paesi, come recuperarli?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 249) il 30 settembre 2019.

Il cuore pulsante della vecchia Calabria ora rischia di scomparire

Un tempo costituivano l’anima, la linfa vitale della Calabria così come di tante altre regioni, e ora rischiano di scomparire del tutto: sono già tanti i piccoli paesi completamente disabitati, ossia con zero abitanti, e si stima che tanti altri si aggiungeranno alla lista nell’arco di uno o due decenni al massimo. Tanti altri paesi non arriveranno a tanto ma vedranno comunque una riduzione drastica della propria popolazione, con tutte le conseguenze che ciò comporta. Il tutto sta avvenendo inesorabilmente, ma con le dovute eccezioni: alcuni paesi non solo resistono adeguatamente allo spopolamento generale, ma si reinventano diventando piccole eccellenze del turismo, dell’arte e dell’urbanistica, spesso dando vere e proprie “lezioni” a centri urbani molto più grandi.

Andando ad analizzare statisticamente i piccoli paesi calabresi che sono riusciti, seppur a fatica, a contrastare il totale abbandono, la cosa più importante che emerge da una prima analisi è la mancanza di un fattore comune alla base di questo trend in controtendenza. Non c’è, necessariamente, una caratteristica comune a questi paesi: non sono principalmente di montagna o prossimi alle coste, non sono generalmente collegati meglio di altri, non partono necessariamente da un bacino di abitanti più ampio. Ci sono, ed è facile notarlo, paesi morenti con molti abitanti che non distano molto dai centri nevralgici dei trasporti via terra, e paesi molto isolati che invece riescono a reinventarsi e ad ospitare giornate di arte, sport e letteratura. Ad accomunare i paesi “rinascenti”, tuttavia, è il senso comune di appartenenza, la voglia di fare qualcosa, il giusto amalgamarsi di realtà associative ed istituzioni le quali trovano punti d’incontro e sopperiscono alle mancanze e alle criticità con la giusta ricetta di capitale umano e interventi normativi. Ci si guarda intorno, si scovano le eccellenze locali e si decide di partire da queste: antichi palazzi in rovina diventano B&B e portano visitatori, luoghi storici conosciuti solo agli autoctoni vantano targhe descrittive in più lingue, si ospitano eventi regionali e capaci di attirare molti turisti, si fa il grande passo di sbarcare sui media (social e non) promuovendo la propria realtà locale come il posto ideale dove trascorrere brevi periodi di tempo, si reinventano le eccellenze artigianali del luogo trovando i giusti canali di vendita per esportare i prodotti creati. Piccole strategie che, fortuna permettendo, portano anche a risultati notevoli come all’acquisto e al restauro, da parte di soggetti privati, di abitazioni abbandonate con la garanzia di avere persone disposte a usufruirne quantomeno in occasione delle vacanze estive. Quest’ultimo è un processo molto interessante, spesso facilitato dalle istituzioni, dato che non mancano i primi cittadini che sono riusciti a rivoluzionare i propri centri vendendo case a cifre veramente irrisorie, anche un solo euro, purché gli acquirenti si dimostrino interessati a mantenerle per anni.

L’embematico paese fantasma di Pentedattilo, nei pressi di Reggio Calabria.

Il tutto avviene, ovviamente, rimanendo coi piedi per terra e con le dovute cautele: è impensabile che i piccoli centri possano sperimentare una rinascita tale da renderli popolosi e attivi come un tempo, in quanto l’economia moderna ha decretato e consolidato il successo dei grandi centri abitati a discapito delle economie agricole e artigianali. Tuttavia, il potenziale di vocazione turistica dei piccoli centri, combinato al clima favorevole che oramai estende la stagionalità estiva calabrese da marzo a ottobre, ossia a otto mesi all’anno su dodici, può andare molto vicino al recupero pressoché totale di centri che altrimenti andrebbero in rovina.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , | Lascia un commento

Federica e Vitaliano: quando l’amore è poesia

 

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perché insieme è gioia…

Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

 

È ricca di passioni e di amori, la vita passata di Pablo Neruda. E nelle sue poesie si comprende quanto il famoso poeta cileno abbia amato le donne, quanto sia stato capace di raccontare l’amore in maniera magistrale. È tale si rivela l’amore profondo che lega Federica e Vitaliano nel sacro vincolo del matrimonio. L’esempio vivo di chi si conosce da sempre e si ama da ancor prima.

Ogni matrimonio è il racconto di una grande storia d’amore, potrebbe dir qualcuno. Ma quello che si sono promessi ieri Federica e Vitaliano, nella splendida chiesa di San Francesco, sul corso principale di una meravigliosa Catanzaro pronta a guardare verso il mare, è molto di più. È un amore che sa dar voce alle delizie del cuore umano, perché Vitaliano è sempre pronto nel catturare frammenti di vita di una dolce Federica che ricambia con sguardi che sciolgono tutta quella poesia di un amore puro. E quando Neruda conclude i suoi meravigliosi versi con “Allora sarà amore e non sarà stato vano aspettarsi così tanto”, trova casa il loro intenso fidanzamento, lungo e armonioso, simbolo di quegli amori di un tempo. Sì, a loro poco importa del mondo che scorre veloce, forse perché sono consapevoli del loro amore eterno.

Questi ragazzi vivono un sogno e lo fanno vivere anche a chi si trova accanto, con i loro desideri innocenti, con i mille baci, o con la tenerezza, o ancora la passione e quella immancabile speranza per l’avvenire. E chi ha un po’ di esperienza nella vita, sa che non è facile ˗ di questi tempi ˗ credere in qualcuno che afferma di amarti. Ma un poeta come Neruda sa che l’amore non dimentica chi ha fede in lui e così regala questa giornata meravigliosa a Federica e Vitaliano, insieme alle persone più care intervenute. E questa “fede” che sottolinea Pablo Neruda, Federica la porta addirittura nel suo nome, perché il destino ne dia sempre più certezza. La “fede” dell’amore.

Foto Federica e Vitaliano.jpg

“Tutti meritano una grande storia d’amore”, afferma la loro wedding planner Daniela Volpe, particolarmente nota in Calabria per i suoi matrimoni, in questa foto sorridente con Federica e Vitaliano. Daniela ha curato il matrimonio nei minimi particolari, alla luce dell’esperienza maturata sul campo, coordinando il sogno di questi due ragazzi sia nel loro lungo percorso e sia nel loro giorno più bello che, iniziato sotto le braccia di San Francesco si è poi concluso festosamente nella splendida cornice di Villa Ventura, maestosa ed elegante, proprio come questo amore solenne.

Perdendosi al crepuscolo della sera, verso la fine di una giornata meravigliosa, Federica e Vitaliano hanno iniziato ieri il loro percorso di vita da marito e moglie. A loro TLR fa tanti cari auguri, nel sentito desiderio di seguirli sempre nel loro percorso d’amore, che rappresenta una speranza di cambiare l’avvenire, in un mondo sempre più difficile da capire che spesso, questo “amore”, lo mette da parte per i problemi e le vicissitudini. Ma il loro amore è difficile da contrastare, perché vive sulle onde del mare… che non hanno ritorno!

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Società | Lascia un commento

UMG: il poeta Antonio Mirko Dimartino riceve una seconda laurea con la prestigiosa “menzione accademica”

Una grande soddisfazione che il Dimartino aggiunge a quelle in campo letterario

Il noto poeta-scrittore pugliese Antonio Mirko Dimartino ha ricevuto ieri, presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro, una seconda laurea in Organizzazioni e Mutamento Sociale – Analisi e Gestione dei Conflitti – riportando una votazione di 110 e lode con l’assegnazione della prestigiosa “menzione accademica”. Un grande riconoscimento quello dell’Ateneo, con una Commissione di laurea che ha approvato la giusta pubblicazione scientifica di una tesi molto profonda incentrata sul mondo della giustizia dal titolo: “Aspettativa di giustizia e potere nel conflitto sociale”. L’illustre relatore, il Prof. Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto e Sociologia della Devianza e del Mutamento Sociale, ha presentato il lavoro del Dimartino alla commissione definendolo capace di una sintesi e critica di autori particolarmente complessi in un ottimo eloquio scritto. Ha poi aggiunto – l’illustre relatore – come il Dimartino si sia dimostrato capace di confrontare teorie sociologiche differenti e particolarmente complesse, attraverso il supporto di una bibliografia assai ampia, simbolo di una esemplare dedizione ai temi trattati, per un lavoro che merita un plauso come una nota di merito e una dignità di stampa. Dato il livello scientifico dell’opera, la commissione ha approvato la menzione con voto unanime.

Ateno - premiato

Una grande soddisfazione che il Dimartino aggiunge alle altre quale giovane scrittore pugliese – ma residente da diversi anni in Calabria – già brillantemente laureato in Scienze dell’Amministrazione, con la passione per la poesia, nonché giornalista della principale testata di Lamezia Terme e professore presso un liceo privato. Il Dimartino è altresì membro di giuria in diversi concorsi letterari, come il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Jack Kerouac nonché quello di Amelia Rosselli e di Sylvia Plath. É vincitore di uno dei concorsi più importanti in Italia, il Premio Alda Merini organizzato dall’Accademia dei Bronzi e proviene dal successo della sua ultima fatica letteraria incentrata sul problema degli operai della ex Ilva di Taranto, un libro che sta avendo molto successo dal titolo “Neoplasie evidenti”.

Negli anni ha collezionato numerosi riconoscimenti, come il primo posto assoluto alla Scuola di Liberalismo “Ludwig von Mises” nel 2011 con una tesi incentrata sul problema dei beni pubblici e una borsa di studio della Unipol Banca nel 2012 per un elaborato sul problema della “Società aperta” di Karl Popper. Nel 2013 il Dimartino ottiene anche uno speciale riconoscimento dalla Fondazione Vincenzo Scoppa durante il Premio Internazionale Liber@mente. Nel 2014 arriva una menzione d’onore al Premio John Keats con una lirica dedicata al poeta prematuramente scomparso e l’anno successivo un quarto posto al Premio Letterario Area dello Stretto di Reggio Calabria. Nel 2015 riceve altresì un importante riconoscimento per la professione di giornalista durante la cerimonia di chiusura del Premio Internazionale di Poesia Arthur Rimbaud, per la tenacia e concretezza dimostrata nei numerosi articoli redatti per difendere i giovani dai problemi legati al precario mondo del lavoro.

Presente con le sue poesie in numerose antologie, tra le quali ricordiamo la selezione per ben tre anni di seguito al Premio Tropea Onde Mediterranee, il Dimartino si cimenta in concorsi ed esperienze sempre nuove. Nel 2016 viene selezionato per il Repertorio di Arte e Poesia, un censimento nazionale dei migliori poeti contemporanei e nel 2017 per il prestigioso Calendario di Arte e Poesia, con la lirica “Sublime incanto”. Dal 2018 è Socio Ordinario dell’Accademia dei Bronzi.

 Martina Corini

 

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Società | Lascia un commento

Nascita e storia dei Blog: Habitat immateriale e linguaggio virtuale

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

“Io bloggo, dunque sono!”

In informatica, un Blog è un diario in rete. Più dettagliatamente, il termine stesso blog è la contrazione di web-log, ovvero “traccia su rete”. Il fenomeno ha iniziato a prendere piede nel 1997 in America dove il 23 dicembre dello stesso anno viene pubblicato il primo blog grazie a Jorn Barger, che ne conia anche il termine. La versione tronca blog è stata creata da Peter Merholz che nel 1999 ha usato la frase “we blog” nel suo sito, dando origine al verbo “to blog” (bloggare, scrivere un blog). I blog sono un fenomeno del web in continua crescita, una forma di pubblicazione online, un’estensione di una homepage, formattata in maniera differente. Mentre le homepage sono spazi dove le persone possono inserire figure statiche, descrizioni non interattive, i weblog sono pagine web dinamiche, caricate attraverso regole di base che supportano vari strumenti i quali permettono di caricare blog in maniera molto più facile e veloce senza usare il linguaggio markup di base HTML. La struttura di un blog è costituita da un programma di pubblicazione che permette di creare una pagina web senza conoscere il linguaggio base, una struttura che può essere personalizzata con vesti grafiche delle quali ne esistono diverse centinaia. Attraverso software preimpostati o svariati servizi web come Blogger, LiveJournal, WordPress e tanti altri, è possibile creare blog in maniera semplice e veloce, stabilendo in seguito la piattaforma che ospiterà il nostro diario in rete e compiendo una prima scelta comunicativa: dare un nome alla pagina che sarà l’etichetta attraverso la quale nuovi link e nuovi visitatori giungeranno a noi. I blog hanno un’area principale fatta di contenuti, oltre a una lista di entrate: “post” di solito scritti attraverso frasi brevi e “paratattiche”.

Quando, anni fa, si iniziarono a collezionare informazioni attraverso i siti internet, il termine bookmarking ebbe un nuovo significato. Presto, la necessità di “postare” divenne l’inizio di un processo infinito. Lo sa bene Tim Berners-Lee, informatico inglese co-inventore del World Wide Web, quando afferma che “Internet può essere considerato come una world wide conversation senza fine, dove i blog abbattono le barriere di scrittura e lettura creando piattaforme aperte attraverso publishing pages di espressione e scambio culturale”. Ma “bloggare” è qualcosa di più, è avere un diario intimo reso pubblico e “senza lucchetto” dove poter stare insieme agli altri ed esprimere liberamente la propria opinione, un luogo cibernetico dove poter scrivere e parlare di sé in tempo reale, pubblicare notizie, informazioni e storie di ogni genere, aggiungendo, se si vuole, anche dei link. Nel blog, il vero protagonista è l’autore stesso, il blogger, il quale gestisce in maniera autonoma la traccia dei propri pensieri condividendoli con gli altri avventori della rete che leggono e lasciano opinioni attraverso i commenti dei post. Nasce una reazione a catena: scambi di notizie, sussurri, discussioni, racconti, amicizie; si crea un mondo intero di sensazioni e di emozioni, una Wunderkammer (camera delle meraviglie) che naviga incessante sulle “onde” del Web tenendo in contatto migliaia di blogger, gli abitanti comuni di quella “stanza piena di gente”, quell’ambiente virtuale, nonché “comunità o rete sociale” che porta il nome di BlogoSphere, un habitat immateriale costellato di blog entro il quale gli internauti si incontrano per conoscere gli altri e mettere a nudo se stessi, una galassia del linguaggio virtuale che, attraverso milioni di link collega fra loro gli aitanti blogger del futuro. Si può interagire col P.C. e conoscere qualcuno, certo, o in questo caso visitare il suo blog, ma sarà sempre un “qualcuno” che non si conosce in maniera diretta, in maniera fisica. Questo incide sul modo di comunicare e mette una barriera tra il mondo reale che coinvolge le persone fisiche e quello del cyberspazio dove la presenza fisica non esiste ed è immateriale tanto quanto ciò che si scrive. Il Blog resta la rivoluzione indiscussa della pagina scritta che, spogliatasi del suo “abito” cartaceo, ha indossato quello elettronico. Il linguaggio è scritto sullo schermo e da lì prende vita sotto le nostre mani e a noi stessi ritorna in un viaggio virtuale dove la scrittura stessa si fa garante di ciò che siamo, di ciò che comunichiamo e diventa spesso una sorta di manifesto futurista dell’informazione culturale libera. Ma che ne sanno gli influencer?

Matilde Marcuzzo

Pubblicato in Il Lametino, Matilde Marcuzzo, Società | Contrassegnato , , , , , | 1 commento

Lavorare all’estero per connettere l’Italia con l’Europa

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

Un giovane geologo calabrese, a Innsbruck, segue i lavori della nuova galleria del Brennero

Mario Maragò, classe 1989, laureato in Scienze Geologiche presso l’Università della Calabria e abilitato alla libera professione di geologo, è uno dei tanti talenti calabresi che, volenti o nolenti, finiscono con l’emigrare all’estero per realizzare i propri sogni professionali. Quello che caratterizza Mario rispetto tanti altri talenti è il fatto che lavora all’estero, per la precisione in Austria, e lo fa per connettere meglio l’Italia col resto del mondo: si occupa, infatti, dell’aspetto geologico presso un settore del lotto austriaco dedicato alla galleria di base del Brennero (Brenner Basistunnel), una imponente opera iniziata nel 2007 la cui ultimazione è prevista per il 2028.

Innanzitutto, grazie per la tua disponibilità. Vuoi raccontarci qualcosa di te, su come è nata la tua passione per la Geologia, sul tuo percorso di formazione e sui risvolti professionali?

La passione per la Geologia è nata probabilmente quando ancora ero piccolo e, insieme con i miei genitori, mi piaceva guardare in televisione i programmi di divulgazione scientifica. Rimanevo estasiato ogni volta che osservavo le diverse specie animali che popolarono in passato e che attualmente vivono nel nostro Pianeta così come rimanevo incantato dalla forza della Natura, eruzioni vulcaniche e terremoti su tutto. Successivamente terminata la scuola superiore decisi di iscrivermi nel Corso di Studi in Scienze Geologiche presso l’Università della Calabria, ma ancora fino a quel momento non avevo ben chiari gli innumerevoli campi di interesse delle Scienze della Terra. Fu una piacevole, continua scoperta.

Al momento vivi a Innsbruck, lavori per una società che sta contribuendo alla realizzazione di un’opera infrastrutturale che migliorerà i collegamenti via terra tra Italia e il resto dell’Europa continentale. Cosa significa per te lavorare in questi lotti sapendo che, dall’altra parte delle Alpi, c’è il paese dal quale ti sei trasferito?

Credo che per tutti quelli come me, la permanenza per motivi lavorativi in una città lontana da casa e in particolare in uno Stato estero sia un capitolo di passaggio, purtroppo spesso obbligatorio, nella propria vita. Potrei sembrare un po’ nostalgico e romantico se rispondessi facendo riferimento alle scene finali di uno dei miei film preferiti “Once Upon a Time in the West”: la mia, la nostra, “Sweetwater” è e resterà sempre la Regione che ci ha visto crescere ovvero la Calabria e almeno personalmente, nonostante tutto, non la cambierei per nulla al Mondo.

In virtù di questo, la tua idea dell’Italia – e, nello specifico, della Calabria – è cambiata nel corso del tempo? Cosa vorresti dire ai tanti giovani geologi italiani e soprattutto calabresi, appena formatisi, che incontrano numerosi ostacoli nella loro vita professionale?

Purtroppo sotto alcuni aspetti penso proprio di sì, visto che viviamo in una terra che oltre ad un’eccellente formazione attualmente ci dà veramente poco dal punto di vista lavorativo. Conosco molti amici, geologi e non, che hanno due lauree e che per eccellere ulteriormente hanno continuato a studiare seguendo corsi di alta formazione e master. Per dare un riscontro positivo a tutti i sacrifici fatti è importante che si riesca a trovare un lavoro che ci soddisfi, possibilmente vicino casa e nel settore per cui si ha studiato, altrimenti non resta che dotarsi di coraggio, preparare la valigia e provarci altrove.

C’è una cosa, in particolare, che cambieresti nel modo in cui la Geologia e le sue scienze affini sono inquadrate in Italia? Ritieni si stia operando bene nel settore del contenimento del rischio idrogeologico, per esempio?

In linea generale no in quanto in Italia, sulla carta, siamo all’avanguardia su quasi tutti gli aspetti che concernono gli aspetti geologici e a tutto ciò che ne è connesso. E’ altrettanto vero però che molto ancora si deve fare in termini di prevenzione: è sotto gli occhi di tutti che qualcosa non funziona dal punto di vista politico e burocratico.

Se potessi ritornare indietro nel tempo, cambieresti qualcosa nelle tue scelte accademiche e professionali?

Ovviamente sono contento delle scelte che ho fatto e se avessi l’opportunità, rifarei lo stesso identico percorso con le sue note positive e negative perché penso che siano stati proprio gli ostacoli incontrati e successivamente superati ad aver accresciuto la mia autostima. Inoltre, se potessi ritornare indietro chiederei di incontrare gli stessi “amici d’avventura”: è anche grazie a loro se sono diventato quel che sono.

Grazie mille, buon lavoro e… ad maiora!

Francesco D’Amico

Pubblicato in Business, Francesco D'Amico, Il Lametino, Interviste, Scienza | Contrassegnato , , , , , , , , | 1 commento

Grande successo per lo Styling Day 2019

Conclusa la terza edizione confermandosi tra gli eventi più attesi della Calabria

PANNACONI – Si è svolto ieri, con inizio alle ore 19, presso Piazza del Popolo di Pannaconi di Cessaniti, la serata in onore della “sposa”. L’incontro, ideato ed organizzato da Nicoletta Battaglia e Davide D’Ascoli, con il patrocinio del Comune di Cessaniti, è stato arricchito dalla presenza di un pubblico numeroso e particolarmente attento.

00.jpg

Dopo aver riscosso un ottimo successo nella scorsa seconda edizione, con grande soddisfazione per gli organizzatori, si è giunti a questa attesissima terza edizione dello Styling Day 2019. Grazie al numero altissimo di adesioni è stata realizzata una vera e propria serata “wedding” con relativo intrattenimento, capace di movimentare un intero comprensorio con sfilate, premi ad estrazione, balli, ospiti d’onore e l’immancabile buffet. La serata è stata arricchita dalla presenza di Fabio Mascaro, che ha presentato magistralmente le diverse attrattive con eleganza e dinamicità, nonché sottolineata dall’attenta presenza del sindaco Francesco Mazzeo, che si è complimentato pubblicamente per la lodevole iniziativa. Nel corso dell’evento, particolarmente gradito è stato anche l’intervento dello special guest model Antonio Paolicelli, mister Sanremo 2019, nonché della graziosa presenza di Federica Morello, modella ufficiale della serata.

01.jpg

Il tutto nasce, con non poche difficoltà, dalla volontà di esprimersi al meglio sulla propria professionalità, quindi non presentando solo la classica sfilata ma creando invece una vera e propria arena dei sogni per evidenziare tutti i professionisti del settore, partner che hanno aderito numerosi e con grande soddisfazione. Nicoletta Battaglia e Davide D’ascoli, sempre in prima linea con l’intonazione complessiva del lavoro che una simile organizzazione richiede, nonché esempio di un equilibrio perfetto tra la dinamicità e la precisione del proprio operato, si confermano capaci di raccontare una Calabria diversa.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Società | Lascia un commento

Dolceroma, un film dirompente

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 248) il 25 maggio 2019.

Un Luca Barbareschi geniale con la sua spietata ironia

Dolceroma è un film molto intenso, arrivato nelle sale agli inizi di aprile, opera seconda del regista Fabio Resinaro. É tratto dal romanzo “Dormiremo da vecchi” di Pino Corrias, ma ridisegna aspetti del controverso animo umano tra azione e un po’ di thriller. Il grande Luca Barbareschi, che non ha certo bisogno di presentazioni, è protagonista nonché produttore di questo film che potremmo definire a tratti schizofrenico. Si, avete inteso bene. Una commedia schizofrenica. E si utilizza volutamente un termine di questo genere, assolutamente in senso positivo, per delineare la genialità dell’opera.

L’idea di questo film è inconsueta, come lo sono i pensieri di chi definiamo “schizofrenico”. É il sogno di tutti: lo scrittore sfigato, interpretato da un bravo Lorenzo Richelmy che tuttavia perde – scena dopo scena – il ruolo di protagonista oscurato da uno strabiliante Barbareschi, che riceve la telefonata di un grande produttore pronto a realizzare un film sul suo libro. Si tratta di Oscar Martello, noto produttore cinematografico residente a Roma, sempre pronto ad impicci vari e imbrogli di qualsiasi genere per vivere nel super-lusso dell’Italia “perbene”. Barbareschi, con grande maestria, interpreta il grande produttore in qualche modo prigioniero di se stesso, o del grande amore impossibile da avere, ma sempre capace di tessere quelle ragnatele necessarie agli inganni perenni. E cosa c’è di geniale in tutto questo? Facile, il fatto che viene abbandonato quel falso moralismo a buon mercato che vede lo scrittore, solitamente, diventare famoso in un mondo tutto fatato. Non è così nella vita reale. La fama ha necessariamente un prezzo da pagare ma, soprattutto, un rischio da correre. Noi, infatti, conserviamo un’idea sbagliata, che deriva dal cinema americano, ovvero che la cosiddetta “grande occasione” della vita debba tirare per forza fuori il meglio di noi stessi. Chi lo ha detto? L’occasione della vita non può essere semplicemente un mutamento in negativo? Ecco che allora qualcosa, che parte bene nelle nostre menti, in realtà ci spiega come il peggio di noi è lì, sempre pronto a venir fuori, magari per colpa di uno stimolo intenso ma comunque assiduamente lì.

Dolceroma è innovativo. Lo scrittore dei nostri sogni, pronto a fare successo, richiama alcuni personaggi dei fumetti e forse lo stile di un londinese cupo sotto l’eterno cielo grigio. Tutto questo si scontra con la performance eccezionale di Luca Barbareschi, che nel suo Oscar Martello si perfeziona scena dopo scena, creando un personaggio che potrebbe essere inserito in film successivi con storie nuove e sempre più intriganti. Oscar Martello, infatti, è la perfezione della menzogna, l’animo becero del venditore, l’uomo dell’inferno che tuttavia attrae molto l’animo umano. É descritto all’inizio del film, curato nei dettagli, straordinarimente vero. Si, Luca Barbareschi ha il coraggio di raccontare lo “schifo” di una certa Roma perbene, di un veicolato cinema verso l’assenza di contenuti per la ricerca del profitto. Il motivo? Semplice, cercare a tutti i costi di distribuire un film, a dir poco indecente, attraverso una finta promozione piena di colpi di scena. E qui vivono importanti interpreti come Claudia Gerini nella parte di una moglie stanca del marito produttore più che altro di menzogne, oppure di Francesco Montanari che interpreta un poliziotto atipico ed improbabile o ancora una spenta Valentina Bellè quale protagonista femminile del film in promozione.

Questa pellicola induce ad andare oltre i nostri pensieri, tra i sintomi dei nostri errori e dei nostri orrori, anche se è fondamentale essere aperti di idee per comprenderne il vero senso. Chi crede di vivere in un mondo dorato, nel quale il cinema è solo la bellezza di Sofia Loren o la grazia di Claudia Cardinale, avrà molta difficoltà a valutarne i contenuti. Chi invece è capace di andare oltre ciò che sta vedendo nello schermo di un cinema, oltre quei luoghi comuni del ciò che tutti conoscono, spesso in modo sbagliato, potrà vivere delle emozioni uniche. Dolceroma è un grande film che trova il suo momento più intenso nelle piccole e poco visibili arseniche lacrime, tipiche del miglior truffatore, di un Oscar Martello interpretato da un Luca Barbareschi straordinario. Ma si sa, tutto quello che negli anni ha realizzato Barbareschi in termini di attore, regista e produttore, è stato sempre innovativo, controcorrente, diretto, spietato, geniale.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Arte e Cultura, Il Lametino | Contrassegnato , | Lascia un commento

“Globalizzazione e disuguaglianze”, di Luciano Gallino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 247) il 13 aprile 2019.

Quando i media pongono troppa enfasi sul fenomeno della globalizzazione

Il libro “Globalizzazione e disuguaglianze”, pubblicato da Laterza editori, descrive come il mercato sia un’istituzione sociale in un discorso ampio che ci porta a riflettere su come la globalizzazione e la localizzazione siano due facce opposte e complementari dello stesso fenomeno. L’autore di questo provocatorio libro è Luciano Gallino, professore emerito di Sociologia all’Università di Torino, scomparso purtroppo da qualche anno. É un testo con qualche lustro sulle spalle, che si presenta particolarmente utile per sviluppare delle riflessioni sui diversi “luoghi comuni” che nei primi anni 2000 avevamo sulla globalizzazione e che, forse, qualcuno di noi si porta ancora dietro. Dobbiamo riconoscere sin da subito che l’impostazione di Luciano Gallino su questo elaborato è prettamente orientata al mercato, forse anche troppo. Per il noto professore non può venir meno in alcun modo l’importanza della costruzione sociale del mercato, tanto da fare un’allusione ai diversi contrattualisti come Hobbes, Locke e Rousseau nello spiegare che il mercato “non è lo stato di natura dell’economia”. Il mercato è socialmente costruito e per fare questo è necessario un lungo processo di istituzionalizzazione con il quale determinati valori e orientamenti si devono strutturare come costruzioni solide ma, soprattutto, generalmente accettate.

Su questa base, sempre il professore Gallino, ci spiega come sia la tecnologia a tracciare un passaggio dal mercato come luogo fisico e concreto al cyber-mercato. Le NICT, infatti, intese come new information and communication technologies, hanno strasvolto il mercato stesso annullando il concetto di “spazio”. Si parla di un mercato del mondo, grazie ad internet quale acronimo di interconnected network, nel quale file, immagini, suoni e grafici arrivano dall’altra parte del pianeta in un decimo di secondo. Tralasciando aspetti importanti che qui citeremo solamente, come il fatto che ormai committenti e produttori non si incontrano di persona e non vogliono neanche farlo, Gallino si orienta a spiegare come i mass media abbiano enfatizzato troppo il concetto di “globalizzazione”, mettendo erroneamente in secondo piano quello di “localizzazione”. Provando ad essere schematici, visto che il testo contiene molte riflessioni difficili da riassumere in poche righe, la globalizzazione deve essere intesa come l’idea di imprese e lavoratori che ormai sono in competizione con altre imprese e lavoratori in tutto il mondo. Da qui si crea quella fase di “universalismo del mercato” che si scontra con una “localizzazione” intesa come recupero e difesa delle tradizioni locali. Si creano così, soprattutto nei primi anni del 2000, movimenti sociali, culturali, politici di opposizione alla mondializzazione del mercato. Il professore Gallino parla – senza mezzi termini – di un concetto superficiale di competitività, legato ad un mercato senza regole che porta imprese ed individui a competere duramente gli uni con gli altri. La durezza, infatti, deve essere trovata nella consapevolezza che i diversi paesi del mondo hanno un diverso sistema di protezione sociale, un diverso sistema di tutela dell’ambiente, un diverso sfruttamento del lavoro minorile. E allora i paesi del nord del mondo delocalizzano nel sud del mondo stesso, per approfittare di queste differenze.

In altri aspetti, poi, l’autore di questo complesso libro riprende considerazioni abbastanza note, come il fatto che con la Rivoluzione industriale la “forza lavoro” si afferma come merce uguale alle altre, puntando a far comprendere come il mercato del lavoro porti a una stratificazione sociale dalla quale hanno origine le disuguaglianze. Tutto questo, precisa Gallino, è stato reso ancor più turbolento dalla globalizzazione stessa. E le riflessioni che potremmo fare son tante e vanno dal declino di settori professionali nei quali le persone perdono il posto di lavoro per “obsolescenza” delle mansioni, per arrivare alla disoccupazione di giovani che hanno l’unica colpa di essere “troppo qualificati” in quanto super laureati, con master e quant’altro. Dunque il mercato del lavoro cambia e si dirige verso imprese che si avvalgono sempre più di lavoratori autonomi, come per esempio consulenti, oppure che decidono di esternalizzare interi segmenti di produzione, il famoso outsourcing. Dulcis in fundo, gli stati sviluppano interventi legislativi per flessibilizzare il mercato del lavoro. Finiscono i contratti a tempo pieno e indeterminato, o quasi, e ci ritroviamo con contratti a tempo determinato, contratti di apprendistato e tante altre cose belle che, però, stravolgono le sicurezze lavorative portando precarietà e insicurezza per il proprio futuro.

Mettendo da parte l’eccessiva concentrazione del professore Luciano Gallino sul mercato e sulla tecnologia nel leggere questo fenomeno della globalizzazione, per tutto il resto, vi sembra davvero un libro scritto da più di quindici anni? Riflettiamo. E non solo giornalisticamente.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Arte e Cultura, Il Lametino | Lascia un commento