Gli Italiani raccontati da Luigi Barzini

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 12 marzo 2011.

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Riscopriamo un libro dimenticato

Il secondo conflitto mondiale e i fatti che lo hanno preceduto marcano un vero e proprio periodo buio per l’Italia. Schiacciato dalla superiorità dei suoi avversari, il nostro paese è stato colpito gravemente e le lotte interne tra filofascisti e partigiani hanno lasciato ferite profonde. Dopo la fine del conflitto, riemergere dalle macerie è stata una necessità per tutti gli italiani, che hanno dimostrato di avere una forza di volontà e una voglia di rinascere praticamente impareggiabili. Confidando nella neonata Costituzione, che può vantare radici nobili, e negli aiuti provenienti dall’estero, come il Piano Marshall, lo “stivale” ha fatto tutto il possibile per riprendersi. Gli anni ’60 sono stati gli anni del boom economico italiano, un periodo storico memorabile che ha permesso l’affermazione a scala mondiale dell’Italian way of life. All’estero, soprattutto negli Stati Uniti, l’Italia era di moda e molte persone avevano la necessità di comprendere appieno il fenomeno italiano, quel miracolo di rinascita che ha trasformato un paese sconfitto in una fonte apparentemente inesauribile di prodotti di qualità. Economia a parte, era anche la cultura italiana ad attirare moltissima attenzione: chi erano gli italiani e quali erano le radici della loro cultura? Che ruolo ha avuto, nella cultura italiana, la storia millenaria dei popoli che si sono avvicendati nella penisola? Per quale motivo il fascismo è riuscito ad affermarsi, e cosa fece Mussolini per conquistare la fiducia della popolazione? Alla redazione del New York Times si pensava che un libro volto a dare una risposta a tutte queste domande sarebbe stato un grande successo, e serviva un italiano per scriverlo. Il compito fu affidato a Luigi Barzini (1908-1984, collaboratore del già citato Times come giornalista e laureato alla Columbia University), che in tre anni di lavoro e dopo ripetute consultazioni completò l’opera The Italians (“Gli Italiani”), oramai quasi del tutto sconosciuta ai suoi stessi protagonisti, cioè noi. L’autore, con un’alternanza molto sapiente di aneddoti, racconti storici e riflessioni, ha dato agli americani un modo semplice per comprendere lo stivale partendo dalla storia e dai costumi dei suoi abitanti, senza tralasciare le differenze tra settentrionali e meridionali. La data di pubblicazione indurrebbe il lettore moderno a considerare Gli Italiani un libro ormai obsoleto, eppure dopo mezzo secolo il testo appare sempre attuale e ciò ne aumenta esponenzialmente il valore. Se non fosse per i riferimenti all’Unione Sovietica, al partito comunista italiano, al divorzio (la cui affermazione in Italia era alquanto improbabile per Barzini) e per qualche altra piccola citazione, sembrerebbe quasi che il libro sia stato scritto appena qualche anno fa, prima dell’inizio del nuovo secolo. Le caratteristiche peculiari dell’italiano, che secondo l’autore e vari scrittori citati nel libro hanno radici storiche molto antiche, non sono mai cambiate, e questo è di enorme aiuto nel capire la società italiana moderna in tutte le sue sfaccettature e dare una spiegazione sia ai nostri problemi che ai nostri punti di forza. Altra cosa importante, sulla quale dovremmo riflettere, è la presunzione di essere cambiati, di aver lasciato il passato alle spalle e di essere molto diversi dagli italiani di un tempo. Niente di più sbagliato: se non accettiamo l’esistenza di una continuità storica nella nostra identità culturale, siamo destinati a non reggere il confronto con i popoli più coesi.

Quella di Barzini non è un’opera finalizzata alla promozione del Made in Italy, e per rendersene conto basta leggere la descrizione di tanti, forse troppi, difetti degli italiani. Le grandi conquiste del nostro paese hanno lo spazio che meritano e le loro descrizioni sono ricche di particolari, ma sarebbe alquanto difficile offrire ad uno straniero un quadro completo del sistema Italia limitandosi alle cose che, in fin dei conti, conosce già. Non basterebbero due pagine intere per citare i passi più importanti de Gli Italiani, ma vale la pena soffermarsi su alcuni particolari della vita da giornalista dell’autore stesso. Barzini ricorda il ventennio fascista e ne descrive in dettaglio l’aspetto propagandistico, dedicando molte pagine alla figura di Benito Mussolini e al controllo dei mezzi di informazione, volto a dare dell’Italia fascista un’immagine sempre positiva. “Per amor di patria”, questa era l’espressione usata, il giornalista di allora non doveva raccontare fatti sconvenienti per il fascismo, indipendentemente dalla loro natura: nella lista di cose “che non si potevano dire” figurano le condizioni meteorologiche pessime. O ancora, “chi si firma è perduto”, chiaro riferimento al rischio che correvano i giornalisti, verso la fine del Fascismo, quando pubblicavano articoli molto forti col loro nome reale, pagandone spesso le conseguenze e a caro prezzo. Ovviamente, questa è solo una delle tante cose che l’italiano del ventunesimo secolo può imparare da Barzini.

In fin dei conti, è molto difficile rimanere impassibili di fronte ad un capolavoro come Gli Italiani. Si tratta di un’opera sempre attuale, specialmente quando descrive “le grandi gesta” dei politici italiani (l’esperienza di Barzini come deputato in tre legislature dal 1958 al 1972 gli ha permesso di conoscere molto bene la classe politica italiana), e ognuno di noi dovrebbe nutrire la necessità di rivalorizzarla. La nostra Lamezia è nata quando gli stranieri leggevano Gli Italiani e guardavano il nostro paese e l’ottimismo dei suoi abitanti con assoluto rispetto. Che fine ha fatto questo ottimismo? Perché non proviamo a sfruttare meglio l’immagine del nostro paese?

Francesco D’Amico

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