[Trip Report] La Calma prima della Tempesta

Nota: questo Trip Report è ancora work in progress.

Una trasferta transatlantica che comprende otto voli con cinque compagnie aeree diverse – tre voli in classe Economy, cinque in classe First e due in classe Business

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

Questo trip report arriva con mesi di ritardo, e porta un nome caratteristico. La fine di questo report, infatti, marca l’inizio di un calvario culminato con una gravissima perdita familiare. E’ stata, appunto, la calma prima della tempesta.

Il viaggio in questione comprende varie tappe e sulle due immagini, sopra e sotto, potete trovare un po’ di “trivia” circa gli aeroporti coinvolti e le distanze percorse.

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

Il mio viaggio verso la costa occidentale dell’Oceano Atlantico inizia, come di consueto, da SUF, l’aeroporto di Lamezia Terme. In fase di prenotazione, scelgo la soluzione di viaggio AZ1168-AZ610, una soluzione comoda che non costringe il passeggero a svegliarsi prestissimo di mattina. Il primo volo era programmato con partenza alle 10:45 circa e arrivo a Roma circa 1h15min dopo, un orario pratico e comodo che mi avrebbe risparmiato le solita sveglia tra le 3 e le 4 di mattina. Proprio in aeroporto, due settimane prima della mia partenza, mentre parlavo con un amico biologo ricercatore che stava per prendere un volo Ryanair per Bologna, ricevo un sms da parte della compagnia già di bandiera che mi informa della cancellazione del mio volo, AZ1168, con riprotezione automatica sul volo successivo, AZ1166, ed un tempo di transito a Roma di poco superiore all’ora. Il transito è “fattibile” e rientra tra le soluzioni di viaggio vendibili, ma memore delle baraonde vissute al check-in coi voli AZ in ritardo e le riprotezioni da gestire a valanga, decido di optare per una maggiore tranquillità. Contatto l’assistenza clienti per chiedere un cambio di prenotazione e viaggiare con la soluzione AZ1162-AZ608, partenza da Lamezia alle 7:00 e circa 2h30min di transito per New York, ma dato che la soluzione proposta in seguito alla cancellazione risulta vendibile, la mia richiesta è assimilabile alla richiesta di un cambio di prenotazione ed è quindi soggetta al pagamento di penali.

Un pensiero fantozziano permea la mia mente: tordo intero!

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Tordo intero!

Decido di partire la mattina alle 7:00 e di aspettare ben 6 ore a Fiumicino. I giorni passano, la data della partenza si avvicina, contatto i miei parenti per fornire i dettagli dei miei voli… e parto. Sarà un’ammazzata? Sarà piacevole? Dormire durante il volo intercontinentale sarà un obbligo se non voglio arrivare a New York in modalità zombie.

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Aeroporto di origine: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A319
Registrazione: EI-IMR
Nome dell’aereo: Italo Calvino
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 3A (finestrino)
Gate: 02
Bagagli: 3/30KG
Ora di partenza prevista: 7:00
Ora di arrivo prevista: 8:10
Ora del decollo: 7:10
Ora dell’atterraggio: 8:13
Tempo di volo: 1h 3min

Partire dal proprio luogo di lavoro ha vantaggi e svantaggi: i primi consistono nel conoscere nei minimi dettagli procedure, strutture e tempistiche, i secondi riguardano soprattutto l’aspetto personale. Se un lavoratore prende l’aereo per un viaggio, diciamo, “non convenzionale”, tempo qualche ora e lo sanno anche i colleghi in ferie in Australia. Forse quest’allusione è esagerata, ma rende l’idea.

Mi presento al banco 4, riservato ai soci Premium Alitalia e SkyTeam, col passaporto e tre bagagli da stiva. La tariffa Business garantisce due pezzi da 32kg e con la carta Freccia Alata Plus ho diritto ad un terzo pezzo da 32kg, per un totale di 96kg di franchigia (che per le mie esigenze è stratosferica dato che non credo di aver mai superato il peso complessivo di 50kg). La collega del check-in rimane spiazzata dai miei bagagli, chiama la biglietteria e la collega lì presente le conferma che per il terzo pezzo non devo pagare nessuna penale. Vabbé, qualche svista può capitare a tutti ed è sempre meglio chiedere; a check-in finito procedo verso il gate.

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Un po’ di folla al gate 02. Ovviamente non potevano mancare i passeggeri che sbagliano intenzionalmente la fila nel tentativo di imbarcarsi insieme a chi ha diritto all’imbarco prioritario. Loro ci provano e come va, va.

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E’ l’alba, ecco come si presenta il nostro A319. I voli domestici che precedono o seguono un volo intercontinentale, per me, sono completamente scollegati dal resto. Sapere di dover passare diverse ore su un aeromobile, o di averle già passate, rende un viaggio con un tempo di volo inferiore all’ora quasi insignificante, ma comunque necessario: se non ci fosse il feederaggio, spostarmi tra l’Italia e gli USA diventerebbe una vera e propria impresa. Salito a bordo riconosco il capocabina del volo, un compagno di sventure col quale però non ricordo che situazione lavorativa abbiamo vissuto. Era un volo in forte ritardo? Un problema informatico che ci ha costretti a verificare i posti dei passeggeri a bordo? Non lo ricordo, e lui non si ricorda di me perché di rampisti ne vede tantissimi, e di continuo.

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Un volo tranquillo, come tanti altri. Sto sempre al finestrino e penso alle mille cose che dovrò fare. Ho preso tutto? Il ricarica batterie del telefono? Il computer? Il passaporto è in tasca o l’ho dimenticato nel cobus? Millemila preoccupazioni che precedono le mie coincidenze intercontinentali. In questo caso specifico si aggiunge la piccola tensione per lo scalo da sei ore, del tipo… arriverò a New York stanco morto?

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Una coltre di nebbia mai vista prima, sembra un quadro.

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L’atterraggio avviene in orario, e una volta uscito dall’aereo penso a come gestire quello che al momento detiene il record di transito più lungo della mia vita.

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La mia prima mossa è andare alla Sala VIP “Le Navi”, che si trova in prossimità dei gate H. Entro e mi fanno notare che sono lontano dalla mia area d’imbarco, ma ne sono cosciente e dato che il transito è molto lungo passerò metà del tempo a Le Navi e l’altra metà alla Giotto, nell’area G.

Il tempo passa e noto una cosa: il volo AZ608, quello che avrei teoricamente dovuto prendere se avessi cambiato la prenotazione, è operato da EI-EJG, l’A330 con livrea speciale della Calabria, sul quale non ho mai avuto il piacere di volare. L’aereo è ormai riverniciato e sono solo riuscito a spottarlo qualche volta a Fiumicino e a New York. Sul suo gemello più piccolo, EI-DSM, ho volato un paio di volte ma non quando aveva la livrea della mia regione: con lui, o esso, ho però vissuto attimi di preoccupazione. Una volta EI-DSM è arrivato a Lamezia con un’emergenza medica a bordo, e allo sbarco c’era l’ambulanza sottobordo. Una passeggera, sentitasi male e soccorsa da un medico che per fortuna era tra i passeggeri del volo, è stata fatta coricare ai posti 1ABC. Che esperienza. Ma continuiamo col viaggio…

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Questa è l’entrata della lounge “Le Navi” di Fiumicino, normalmente utilizzata dai passeggeri premium che si imbarcano attraverso i gate H (sì, quelli da terzo mondo).

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Il bellissimo panorama della lounge, chissà se e quando finiranno il molo coi nuovi gate.

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I pasti non sono eccelsi ma se paragoniamo questa lounge a tante altre, è sicuramente sopra la media. E’ anche spaziosa, i passeggeri non sono costretti a stare l’uno attaccato all’altro come avviene, per esempio, alla Borromini.

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: New York – Kennedy  (JFK)
Distanza tra gli scali: 6873km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A330
Registrazione: EI-EJJ
Nome dell’aereo: Michelangelo Merisi Da Caravaggio
Classe: Business
Posto: 2L (finestrino)
Gate: G05
Bagagli: 3/30kg (in transito da volo precedente)
Ora di partenza prevista: 14:35
Ora di arrivo prevista: 18:25
Ora del decollo: 15:10
Ora dell’atterraggio: 18:28
Tempo di volo: 9h 18min

Non ricordo esattamente a che ora mi sono spostato dalla lounge Le Navi alla Giotto, ricordo solo che prima di farlo ho controllato lo status del volo AZ1166 (quello sul quale ero stato inizialmente riprotetto) e ho visto che il volo è stato operato regolarmente. Avrei potuto prendere quel volo, dormire di più e fare un transito regolare, ma non mi sono pentito affatto della mia decisione: io sono per i viaggi tranquilli, comodi e senza pensieri, non voglio scali con biglietti separati, compagnie che limitano anche la quantità d’aria che respiro, etc. E poi con quel transito i miei tre bagagli sarebbero stati a rischio.

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Ecco un “compagno di gate”, Airbus dell’Aer Lingus.

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Ed ecco EI-EJJ “Michelangelo Merisi da Caravaggio”, l’Airbus A330 che opererà il volo AZ610.

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Boeing 747 della Thai, quasi pronto per andare a Bangkok. Peccato che, a causa della forte concorrenza di Etihad, Qatar ed Emirates, Thai è stata costretta a cancellare la rotta Roma-Bangkok dal proprio operativo. Presto, questa diventerà una foto “storica”.

Sento qualcosa cadere per terra dietro di me. Mi giro e noto che, sorpresa, una tasca del mio zaino targato Frecce Tricolori è lacerata e un ricarica batterie è caduto per terra. Controllo per vedere se sono cadute altre cose, ma per fortuna è tutto ok. Metto tutto nella tasca centrale.

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Il magnifico comfort della Magnifica. Ok, scusate la cacofonia.

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Il Caravaggio si riflette sui vetri del molo G.

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Via col sistema di intrattenimento…

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Sguardo d’insieme. Siamo in tanti in Business ma c’è spazio per tutti anche nelle cappelliere. Da notare il fatto che l’Airbus A330 non ha la cappelliera centrale che è invece presente sul Boeing 777. Chissà se in Economy hanno dovuto sbarcare dei bagagli.

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Qualcuno benedica la porta USB dei sedili di Magnifica!

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Siore e siori, alla nostra destra, Airbus A380 della Emirates.

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Durante la fase di taxi, di fronte a me, credo di vedere EI-DSL, anche lui (o esso) un vecchio compagno di sventure, e noto il già citato EI-DSM, che qualche ora dopo sarebbe diventato protagonista di un episodio particolare.

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Pronti per il decollo…

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Guardare le nuvole dall’alto è sempre un’emozione.

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Rotta per JFK, direzione nord-ovest.

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Gli assistenti di volo Alitalia della Magnifica, appositamente formati per questo tipo di servizio, preparano il pasto.

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Tutto inizia a prendere forma. Vedete quel bigliettino col logo SkyTeam? E’ un invito ad un sondaggio riservato ai clienti premium, al quale ho partecipato successivamente inserendo i dati riportati sul bigliettino stesso. In palio, se non erro, due biglietti di andata e ritorno in Economy per una destinazione SkyTeam che ovviamente, viste le scarse probabilità di vincere, non ho ottenuto.

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Quando prendo l’aereo i miei gusti musicali cambiano. Oddio, Desert Rose di Sting merita anche quando sono a terra…

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Si dia inizio alla grande abbuffata!

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Ribadisco: grande abbuffata!

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Non potevano mancare due deliziosi dolci come contorno al tutto.

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Chi mi conosce sa che sono un grandissimo fan del the, soprattutto al limone. Caldo o freddo che sia.

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Il viaggio procede, chiudiamo i finestrini. Il sistema di intrattenimento dell’IFE dell’A330 è nettamente superiore rispetto a quello del Boeing 777.

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Il magico tramonto…

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Succo d’arancia…

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Dai non manca molto. Sorvoliamo Boston, città che ho visitato circa due anni prima.

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L’atterraggio avviene alle 18:28 e lo sbarco è tutto regolare. Chi ha familiarità con l’aeroporto JFK sa che non è possibile scattare foto dell’area arrivi con l’infrastruttura doganale, neanche in casi eccezionali come quello da me sperimentato. Ebbene, per la prima e fino ad ora unica volta, non trovo orde di passeggeri ai controlli doganali e mi sbrigo in meno di 20 minuti, giusto il tempo di far passare gli altri passeggeri della Business del mio volo. Voli in ritardo o cancellati, dirottamenti, iperefficienza della dogana, non so il motivo per il quale questa volta è andato tutto liscio come l’olio. Alla riconsegna bagagli trovo qualche passeggero Air France e il relativo equipaggio, sicuramente arrivati prima di noi dato che la calma era proprio piatta.

Questo netto anticipo mi lascia un po’ spiazzato, dato che generalmente non dipendo dai mezzi pubblici quando arrivo a JFK. Un parente passa per venirmi a prendere e decido di aspettarlo nell’area arrivi, vicino ai vari uffici Lost & Found delle compagnie che operano presso il Terminal 1.

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Le strade sono mediamente trafficate e per arrivare a Yonkers, nel Westchester, ci mettiamo tra i trenta e i quaranta minuti. Nei giorni che seguono ho impegni per lo più “istituzionali”, dopodiché mi preparo per la seconda tappa del viaggio: la città perduta di Atlantid… ehm… Atlanta.

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Aeroporto di origine: White Plains, Westchester County (HPN)
Aeroporto di arrivo: Atlanta – Hartsfield-Jackson (ATL)
Distanza tra gli scali: 1257km
Compagnia: Delta Air Lines (DL)
Aeromobile: Canadair Regional Jet 900
Registrazione: N197PQ
Nome dell’aereo: –
Classe: First
Posto: 2A (finestrino)
Gate: G
Bagagli: 1
Ora di partenza prevista: 7:25
Ora di arrivo prevista: 9:58
Ora del decollo: 7:58
Ora dell’atterraggio: 10:15
Tempo di volo: 2h 17min

Qui inizia la parte più caratteristica del viaggio. La rotta Roma – New York è molto trafficata anche per coloro che viaggiano in Business, ma sono in pochi a conoscere la piccola ma interessante realtà dell’aeroporto di White Plains, che si trova nella Contea del Westchester, poco più a nord di New York City.

Lo scalo è considerato molto comodo ed efficiente dai locali, che quando possono partono da qui: gli scali newyorchesi veri e propri sono, per molti, un’ultima spiaggia e chi può li evita. La clientela di HPN è variegata ma tendenzialmente altospendente, tant’è che moltissimi voli da e per HPN hanno la classe First, e non mancano gli aerei privati. Quella del Westchester è una delle contee più benestanti degli Stati Uniti e questo va ad influenzare la clientela dell’aeroporto. Non vi faccio la lista dei personaggi famosi che hanno un aereo privato parcheggiato proprio qui a HPN…

Ad HPN ci arrivo con la macchina in una ventina di minuti circa, e prima di scendere non riesco a scattare una foto del P-80 esposto all’entrata dello scalo come gate guardian. Vista l’ora, la foto sarebbe uscita malissimo.

La mia destinazione è Atlanta, l’hub per antonomasia, e ci andrò con un aereo regional della compagnia che ad ATL regna incontrastata, la Delta. Prima del mio volo per ATL ne parte un altro che però non ho deciso di prendere per non disturbare troppo chi mi avrebbe accompagnato con la macchina.

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Come potete vedere, HPN è il classico aeroporto americano: tantissimi voli operati con aerei a bassa capienza e network degno di tutto rispetto. Le major americane garantiscono comode coincidenze e con appena due voli si possono raggiungere non solo le principali città degli USA ma anche tantissime destinazioni chiave in tutto il mondo. Il point to point è dominato dalla ben nota compagnia jetBlue, che collega White Plains con vari scali della Florida usando i suoi A320, gli aerei civili più grandi che operano qui: molti residenti del Westchester, come alcuni miei parenti, hanno appartamenti o addirittura intere case in Florida, e la jetBlue costituisce la chiave per poterli raggiungere.

Quella mattina, però, è una strage! Apparentemente, quasi tutti i voli jetBlue risultavano cancellati per motivi che non sono mai andato ad investigare. Gli aerei erano parcheggiati, e in giro per l’aeroporto c’erano alcuni equipaggi a zonzo; forse non capirò mai cos’è successo ma le ipotesi a mio avviso più fondate potrebbero essere a) uno sciopero o b) maltempo esteso in tutta la Florida.

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Ecco come si presenta l’area check-in: piccola e ottimizzata. Il check-in della Delta è proprio di fronte, mentre quello della jetBlue sta a destra. Proprio lì c’era un po’ di fila, sicuramente dovuta alle varie cancellazioni di quella mattina.

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Una super bandiera americana non poteva mancare: il patriottismo statunitense si trova anche negli aeroporti.

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Scelte artistiche che rendono l’ambiente più amichevole.

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Foto notturne dall’osservatorio dello scalo. Prima dell’alba, l’APRON e la pista di White Plains si presentano così.

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Maggiori dettagli sui voli della fascia oraria 6:00-9:30. Il mio parte alle 7:25 e risulta perfettamente regolare, mentre alcune frequenze jetBlue, come già detto, sono state cancellate. Il gate del mio volo non è ancora uscito.

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C’è un po’ da aspettare ma è sempre, dico sempre, meglio aspettare un po’ in aeroporto piuttosto che vivere il dramma di perdere un volo. Nella sala dei gate c’è gente di tutti i tipi, a testimoniare il fatto che l’utenza di HPN è molto trasversale. Quella mattina l’età media mi è sembrata un po’ più bassa del solito.

Purtroppo non ci sono sale VIP dove poter aspettare, ma non si può dire che l’ambiente sia scomodo e poco piacevole.

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Dopo aver visto l’imbarco dei voli che hanno preceduto il mio, tocca a noi. La nostra uscita è la G e come potete vedere è facile ritrovarsi in qualche fila confusa, dati gli spazi molto ristretti. Nessun caos all’italiana: i passeggeri si dispongono come possibile e a parte qualche battuta qua e là sul finire a bordo dell’aereo sbagliato, tutto va liscio come l’olio.

Ovviamente, per i passeggeri di classe First è previsto l’imbarco prioritario e mi imbarco tra i primi. Al gate ritrovo la stessa addetta che mi ha fatto il check-in un paio d’ore prima.

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Una volta passato il gate G, seguiamo la stessa strada dei passeggeri imbarcati attraverso l’uscita H con la differenza che il nostro aereo è più vicino del loro. Un’addetta smista i passeggeri onde evitare che le battute di prima si trasformino in fatti reali degni della stampa d’aviazione più catastrofista. No, aspetta, non siamo in Italia…

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Ecco il nostro regional. Al parcheggio adiacente, un altro regional… e poi un aeromobile jetBlue.

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La macchina che opererà il nostro volo è N197PQ, un regional jet con divisione della cabina in due classi.

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La First domestica americana, il più delle volte, non è nulla di eccezionale: buon pitch e servizio a bordo sopra la media, ma nessun apparato IFE né tanto meno la possibilità di reclinare il sedile di 180°. Il vantaggio principale per un maniaco del finestrino come me è avere alla mia sinistra il finestrino stesso e alla mia destra il corridoio: insomma, posso gestire al meglio i miei spazi senza avere la preoccupazione di poter dare fastidio a qualcuno.

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Coca Cola pre-volo, non avete idea di quante ne prenderò prima dell’arrivo ad Atlanta. Il “bello” è che quando scrivo questo trip report la Coca Cola è diventata, per me, una specie di tabù a causa di alcuni problemi di salute, si spera non gravi.

Dopo gli annunci di routine, inizia l’accensione motori e la fase di taxi verso il fondo pista.

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Dato che pioveva, era difficile cogliere alcuni dettagli da bordo. Potete comunque notare i mezzi aeroportuali in attività e alcuni dei millemila aerei privati basati a HPN, segno anche loro che ci troviamo in un’area degli USA in cui i ricchi sicuramente non mancano.

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Behind the curtain. Una piccola “panoramica” della cabina, con marcato il passaggio da First a Economy che “devia” leggermente il corridoio a causa del passaggio da una configurazione 1-2 ad una configurazione 2-2. Il volo è pienotto e tutti quanti sembrano concentratissimi.

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La sicurezza prima di tutto…

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…senza però rinunciare alle delizie offerte dall’assistente di volo dedicato. Perdo facilmente il conto dei bicchieri di Coca Cola bevuti.

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Ci lasciamo le spalle il maltempo e rotoliamo verso Sud. Dato che il volo supera le due ore di durata, ho il tempo per qualche foto e per un po’ di relax. A bordo è disponibile una connessione wi-fi gratuita (almeno per chi viaggia in First, immagino) e ne approfitto per navigare sul web. Tra una cosa e l’altra, per un po’ seguo il mio stesso volo su flightradar24.com.

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Durante le fasi finali della discesa si possono apprezzare i tipici paesaggi della Georgia, uno stato degli USA che sembra aver trovato un buon compromesso tra edilizia e natura. Anche nella stessa Atlanta c’è spazio per questa macedonia di colori. La discesa è molto tranquilla e non si ha mai l’impressione di andare verso un aeroporto molto trafficato.

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Benvenuti ad Atlanta, l’aeroporto più trafficato del mondo! Il taxi in dura un po’ e rimaniamo in attesa per diversi minuti, in attesa che vari aerei della Delta – soprattutto vetusti MD-80 – decollino. I decolli in parallelo sono un vero e proprio spettacolo, così come l’Airbus A380 della Korean Air che non ha bisogno di presentazioni.

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Non ricordo esattamente il terminal – o concourse – d’arrivo ma doveva essere uno dei più esterni dall’area check-in Nord-Sud.

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Come dicevo prima, questo è lo scalo più trafficato del mondo e da questa foto si capisce perché.

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L’area di riconsegna dei bagagli non è enorme e i tempi di consegna non sono proibitivi, anche perché la maggior parte del tempo si passa spostandosi dal gate d’arrivo ai nastri (per spostarsi all’interno di ATL serve una linea della metro interna). Fatto curioso: tutti i terminal hanno il nome di una lettera e una voce automatica riporta anche  la parola nel gergo aeronautico che indica quella stessa lettera. Tuttavia, anziché usare la parola Delta per indicare il terminal D, la voce dice “David”, probabilmente per evitare un’ulteriore pubblicità gratuita alla compagnia di casa qui ad ATL.

Preso il bagaglio, con un taxi procedo verso l’albergo.

Atlanta, Georgia, USA

La città perduta di Atlantid… ehm, Atlanta, che tanto perduta non è dato che è uno dei principali hub del trasporto, non solo aereo, del continente americano, non è una super metropoli come New York ed è l’ideale per una visita da week end.

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I fan della serie The Walking Dead troveranno queste strade sicuramente familiari.

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Molto bello da visitare è l’acquario, noto ai più per la sua chicca principale: il Rhincodon typus, o squalo balena.

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Molto bello anche questo beluga.

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Modello con alcuni dettagli anatomici del Rhincodon.

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Semplicemente stupendo. L’acquario ha un tunnel che passa praticamente sotto un’immensa vasca, e se siete fortunati potete riuscire a scattare una foto dello squalo balena dal basso, quasi come se nuotaste insieme ad esso.

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Atlanta è anche la casa della Coca Cola. Oltre ad un caratteristico grattacielo, ad Atlanta potete trovare il Coca Cola World, un museo dedicato, appunto, alla storia di una tra le bibite più diffuse al mondo.

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La guida turistica presenta un video di presentazione sul fantastico mondo della Coca Cola.

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La sua storia è secolare e ogni paese, in ogni periodo storico, ha avuto bottiglie caratteristiche con pubblicità caratteristiche. All’interno del World c’è un’enorme sala in cui – udite udite – potete provare aggratis millemile tipi diversi di Coca Cola.

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Riconosco che le mie foto notturne non sono proprio il top del top. Il gioco di luci di Atlanta è molto carino, e nonostante la popolazione di milioni e milioni di abitanti, le strade larghe e i giardini danno al viaggiatore l’impressione di non stare in un posto con una densità di popolazione così alta.

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Conoscete la catena Caribou Coffee? Fanno del latte caldo semplicemente delizioso.

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L’orto botanico, così come quasi tutte le attrazioni di Atlanta, è facilmente raggiungibile a piedi dal centro. Immerso nella natura, è un compromesso tra la botanica pura e l’arte.

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Modello in scala di un trenino.

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Margaret Mitchell. Probabilmente, questo nome non vi dirà nulla. E se vi dicessi che si tratta dell’autrice del libro Via col Vento? La sua casa, trasformata in un museo, è visitabile e ha pure un negozietto di souvenir. Io ho comprato qualche stampa caratteristica, oltre ad un calendario del 2015.

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Atlanta è anche la città di Martin Luther King.

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Questa è la casa di King. Fa un po’ riflettere il fatto che a visitare questi posti ormai da considerarsi “storici” ci siano per lo più afroamericani. Anzi, praticamente tutti i visitatori, me escluso, erano afroamericani. Sono capitato in una fascia oraria particolare o il senso di appartenenza ad una razza o l’altra è ancora così marcato negli USA?

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Aeroporto di origine: Atlanta – Hartsfield-Jackson (ATL)
Aeroporto di arrivo: White Plains, Westchester County (HPN)
Distanza tra gli scali: 1257km
Compagnia: Delta Air Lines (DL)
Aeromobile: Canadair Regional Jet 900
Registrazione: N131EV
Nome dell’aereo: –
Classe: First
Posto: 2A (finestrino)
Gate: E34
Bagagli: 1
Ora di partenza prevista: 20.35
Ora di arrivo prevista: 22:42
Ora del decollo: 20:51
Ora dell’atterraggio: 22:40
Tempo di volo: 1h 49min

Finita la scampagnata ad Atlanta, è giunto il tempo di tornare nel Westchester.

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Prospettiva della skyline di Atlanta mentre il taxi svolta a sinistra per andare verso l’aeroporto.

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Faccio il check-in fuori, presso un banco drop off SkyPriority, ed entro. L’area check-in della Delta non sembra proporzionata al traffico, ma bisogna ricordare che una grossa porzione di traffico arriva ad ATL per prendere una coincidenza e quindi non passa dal frontline.

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Non potevano mancare le macchinette per il self check-in.

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Due targhe commemorative in prossimità dei controlli di sicurezza ricordano Hartsfield e Jackson, due afroamericani che hanno fatto molto per la città e il suo aeroporto.

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Trovare il proprio volo è un po’ come cercare un ago in un pagliaio, ed oltretutto c’è anche il rischio che il gate possa cambiare. Mentre prendo la metro interna, il tassista mi chiama perché ha nuovamente bisogno dei dati della mia carta di credito per il pagamento; dato che non sentivo bene, esco non appena possibile, fornisco i dati e prendo il treno successivo.

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Da uno spiraglio riesco a notare e poi fotografare uno dei tanti wide body della Delta, dopodiché decido di andare verso la sala VIP più vicina. A distanza di mesi è stata un po’ una sorpresa realizzare di aver scattato un’unica foto della saletta. Mi scuso con chi avrebbe voluto qualche foto in più per scoprire com’è fatta.

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Il servizio è standard per una sala VIP SkyTeam, con un catering abbastanza al di sopra della media e comunque superiore a quello di Alitalia (compagnia che dovrebbe puntare sull’italianità del cibo d’eccellenza, ma vabbè). Non mancano i divani e il posto non è particolarmente affollato. La connessione wi-fi è molto veloce.

Ad una certa ora decido di andare via per dirigermi verso il gate E34, che si presenta così:

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L’aereo è un regional e ad imbarcarci non siamo tantissimi. Vicino a me, durante l’attesa dell’imbarco, un signore che a giudicare dalla carta d’imbarco dovrebbe essere italoamericano ma col quale non scambio parola.

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Dettaglio del tappetino con la scritta “SkyPriority”. Il colore rosso cede il posto ad una tonalità più “deltiana”.

Dopo un po’ l’imbarco inizia e un’addetta molto gentile imbarca i clienti prioritari. L’imbarco è col finger e una volta saliti a bordo ci sistemiamo abbastanza velocemente; il mio posto è il 2A, lo stesso dell’andata. Coincidenza? No, preferisco i finestrini anteriori ma non nutro, a differenza di altri, una profonda ammirazione per la prima fila: mi sistemo dalla 2 in poi è dato che la configurazione della First è 1-2, il posto 2A è proprio l’ideale. Fatto curioso riguardo il volo: il Comandante, col quale ho avuto l’occasione di scambiare qualche parola, ha lo stesso cognome (che non rivelerò per ovvi motivi) di uno dei presidenti degli USA dell’ultimo ventennio.

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Pitch sempre e comunque molto generoso.

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Ma come, non siete ancora decollati e già inizi a riempirti lo stomaco di Coca Cola? La risposta è .

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Mezzi aeroportuali in piena attività e dettagli dei vari gate che vedo scorrere durante la fase di taxi out.

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Quello dovrebbe essere un A330 dell’Air France, accompagnato, se non erro, da un altro wide-body della KLM Royal Dutch. Il feederaggio è sicuramente un fattore chiave che mantiene collegamenti aerei del genere, peccato che non ci sia un volo diretto da Fiumicino operato da Alitalia; l’unica opzione praticabile è la Delta, sia da Roma che da Milano-Malpensa. Questo, comunque, ci fa capire che nonostante la sua importanza in Europa e, in parte, nel mondo, l’Italia non movimenta flussi paragonabili a quelli del duo francolandese. Rispetto ai grandi traffici europei, noi siamo periferici.

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“Fly Delta Jets”, dice quell’enorme insegna pubblicitaria rossa. La fase di taxi procede e vedo decollare, prima di noi, vari aeromobili della Delta e in particolare almeno un paio di Boeing 757. Vedo passare anche un Airbus della Frontier, compagnia low cost che conosco appena. Qualche minuto dopo siamo in aria.

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Poco dopo il decollo sentiamo un rumore secco e notiamo una fonte di luce interna alla cabina. Nel giro di qualche secondo realizzo che la porta della lavatory anteriore non è stata chiusa bene e durante il decollo si è spalancata. Gli assistenti di volo risolvono subito il problema e la cosa finisce lì, certo però che quel rumore è stato improvviso e fastidioso anche per chi è abituato a prendere l’aereo molto spesso.

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Le luci di Atlanta dopo il decollo. Le foto da me postate non sono proprio di alta qualità e quando si tratta di scattare foto di un paesaggio notturno questa pecca si manifesta al 100 per cento. Garantisco, tuttavia, che lo spettacolo era mozzafiato.

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Ogni tanto bevo anche qualche bottiglia d’acqua. Sì, è una battuta. Il volo procede normalmente e la fase finale di discesa verso White Plains permette ai passeggeri seduti in prossimità dei finestrini sinistri di ammirare New York City in tutto, è proprio il caso di dirlo, splendore. Le foto dell’Atlanta di notte erano mozzafiato ma queste dovrebbero esserlo ancora di più; purtroppo, la fotocamera non riesce a rendere lo stesso effetto. La prospettiva è fantastica e decisamente panoramica: con un occhio molto attento si possono notare i vari borough della Grande Mela e gli edifici più importanti. Atterrando di notte al Kennedy o al La Guardia non credo sia possibile avere una simile prospettiva; forse, e dico forse, qualcosa di simile si può sperimentare atterrando a Newark, sempre di notte, arrivando dalla direzione giusta.

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Questa chicca è stata inaspettata e scoprire che le foto non hanno la qualità sperata è stato un certo disappunto. Ci lasciamo NYC alle spalle e dopo qualche minuto atterriamo a White Plains, dove i tempi di sbarco sono molto brevi.

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Ciao ciao N131EV! Sarà molto improbabile rivederti, ma mai dire mai!

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Ecco la piccola area di riconsegna bagagli di HPN. Mentre aspetto il mio pezzo, vedo passare l’equipaggio del mio volo, due piloti e due assistenti di volo, che esce in fretta e furia per andare verso l’hotel a loro assegnato. Dopo qualche minuto anch’io mi ritrovo fuori, col mio bagaglio, in attesa del mio parente. Purtroppo, nonostante sia un aeroporto molto comodo per gli abitanti del Westchester, lo scalo di White Plains ha il difetto di non essere ben collegato con mezzi pubblici e di avere policy molto restrittive nei confronti dei tassisti, che possono sostare di fronte all’aerostazione per un tempo molto limitato. Per me, che ho un parente ad aspettarmi a poche decine di metri dall’area di riconsegna bagagli su un’auto di tutto rispetto, non è un grosso problema, ma per chi non ha un appoggio locale i grattacapi non devono essere pochi. Durante il tragitto di ritorno con la macchina noto qualche cumulo di neve in prossimità delle strade, e infatti mi confermano che durante la mia assenza ha nevicato non poco. Un forte contrasto rispetto al bel clima di Atlanta.

Ocean City, Maryland, USA

(galleria work in progress)

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Aeroporto di origine: Newark – Liberty (EWR)
Aeroporto di arrivo: Washington – Dulles (IAD)
Distanza tra gli scali: 341km
Compagnia: United (UA)
Aeromobile: Dash 8
Registrazione: N34NG
Nome dell’aereo: –
Classe: First
Posto: 2A (finestrino)
Gate: C101
Bagagli: NO
Ora di partenza prevista: 10:00
Ora di arrivo prevista: 11:23
Ora del decollo: 10:07
Ora dell’atterraggio: 10:55
Tempo di volo: 48min

La prossima tappa del viaggio è l’aeroporto di Washington-Dulles. Esattamente, la metà non è una città specifica, è proprio l’aeroporto internazionale di Washington, in Virginia, presso il quale si trova un museo d’aviazione molto interessante.

Piccola premessa: non molto tempo fa qualcuno, su un forum italiano d’aviazione, aveva detto che il vero hub di New York era lo scalo di Newark, che si trova nel vicino New Jersey. EWR, è questo il suo codice IATA, è ben collegato alla Grande Mela ma per chi conosce le realtà residenziali dello stato di New York, tutto può essere tranne che l’hub di riferimento della zona. Se andate a Manhattan, Newark può essere una buona alternativa al Kennedy, ma se state nelle aree dal Westchester in su, come nel mio caso, arrivarci può essere un incubo, tant’è che passare dalla comodità di White Plains al caos di Newark è stato un mezzo trauma. Molto più difficile da raggiungere dello scalo JFK, e con soluzioni di viaggio che prevedevano a) una donazione di sangue/organi ai tassisti o b) più cambi tra taxi, treni e pullman, per chi sta nel Westchester l’aeroporto Liberty di Newark è forse l’ultimissima tra le opzioni preferite.

Vista la situazione, devo farmi accompagnare con la macchina la mattina presto, prima dell’alba. Ecco come si presenta l’area immediatamente al di fuori dell’aerostazione.

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Viaggio in classe First con United e questa è l’entrata riservata ai passeggeri premium della compagnia che fa di Newark il suo hub di riferimento per la East Coast.

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Un po’ di caos mattutino, più che giustificato. Alla fila per i controlli di sicurezza prioritari, un signore americano – il tipico businessman – dice con calma e a voce medio-alta che questa lentezza nei controlli è ingiustificata perché i passeggeri premium, generalmente, non hanno grossi bagagli a mano e i controlli dovrebbero essere fluidi. Ha ragione, ma a me non sembra una questione di inefficienza dei controlli quanto di sovraffollamento dei passeggeri.

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Ecco il bel panorama garantito da una lounge Premier di United.

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Lounge affollata, sì.

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Ma come, niente Coca Cola? Vabbè, un succo ogni tanto ci può stare. Mentre aspetto, faccio il check-in online del volo che prenderò il giorno successivo, poi scoprirete quale…

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Sì, le lounge americane battono in stile quelle italiane. La cosa invita a riflettere, vero?

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Spazi-lavoro dedicati a chi viaggia per lavoro.

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Vasta scelta di riviste e schermi dove monitorare lo status del proprio volo.

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Uscendo dalla lounge per andare al gate, scatto una foto dell’entrata.

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Premio Priority Pass “Lounge of the year 2010”, credo meritatissimo.

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Via verso il gate d’imbarco.

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United Express Dash 8. Ecco il turboelica che mi porterà a Dulles.

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Divisione in file molto complessa, man mano che l’orario d’imbarco diventa imminente il gate inizia ad affollarsi. In Italia, e non lo dico solo per fare una battuta, un gate con divisione in gruppi da 1 a 5 sarebbe improponibile.

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Eccomi a bordo.

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Pitch generoso anche su United First. Durante le operazioni d’imbarco, l’assistente di volo dell’Economy annuncia ai passeggeri il benvenuto a bordo su un volo diretto a Washington-Reagan, l’altro aeroporto di Washington. La passeggera seduta all’1A, di fronte a me, si preoccupa e parla con la capocabina che sta di fronte a noi. Lei garantisce che il volo è diretto al Dulles, non al Reagan, e rassicura la passeggera dicendo che pur volendo non è possibile atterrare a DCA anziché a IAD. Usa l’interfono per dire alla collega, testualmente, “We’re going to I-A-D!”. Problema risolto, a partire dall’annuncio successivo in poi, si parla solo ed esclusivamente del Dulles.

Durante l’imbarco un signore si siede al corridoio al lato opposto al mio, un tizio vestito bene che non mastica bene l’inglese. Si siede, e durante le operazioni di imbarco passano due signori italiani che parlano con questo passeggero facendo battute sull’essere in First anziché in Economy. No, basta, anche qui? Mi perseguitate, vi siete messi tutti d’accordo… scherzi a parte, dovevano essere passeggeri in transito arrivati da Malpensa e diretti a Washington.

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Taxi out e decollo sul turboelica Dash.

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La rotta è corta e l’aereo non raggiunge mai una quota elevata. Durante la crociera, il rumore delle eliche si sente molto di meno.

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La rivista di bordo United.

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Il volo è corto, si ha sempre l’impressione di volare con le nuvole a fianco. La discesa permette a chi vuole di scattare qualche foto del paesaggio da periferia che caratterizza queste zone. Non è tipico come quello della Georgia, anzi… sembra quasi italiano.

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La serietà e la concentrazione dei passeggeri americani è una caratteristica peculiare. A proposito, anche qui si nota la separazione tra First ed Economy, e il passaggio dalla configurazione 1-2 a quella 2-2.

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Hehe…

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Inizia la discesa, direzione Washington Dulles.

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Che bel fiume, chissà se è il Potomac…

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Atterraggio a IAD con frenata molto ma molto brusca…

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Particolare del motore sinistro durante la fase di taxi in. Arriviamo all’area di parcheggio ma le porte non si aprono, aspettiamo diversi minuti. Il passeggero italiano alla mia destra, col quale sono più che orgoglioso di non aver scambiato nemmeno una parola, inizia a borbottare, magari fiero di portare la cultura dei viaggiatori italiani in giro per il mondo. Però, purtroppo per lui, siamo in un paese serio con persone serie, e nessun altro si lamenta.

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Usciamo dal Dash, una rapida foto all’aeromobile prima di andare via e realizzare cos’è successo…

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Vedete i signori sulla sinistra? Quello seduto è un operatore aeroportuale di terra di ovvie origini asiatiche rimasto ferito poco prima. Un fiume di sangue usciva dalla sua testa, tamponato in parte da un panno bianco poi diventato rosso. Persino il comandante è sceso per assicurarsi che non sia stata una ferita grave. Ascoltando gli altri operatori, credo di aver capito cosa sia successo: aprendo lo sportellino laterale per attaccare il GPU, ground power unit, l’operatore è stato colpito alla testa dallo sportellino stesso, e anche con una certa violenza.

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Uscendo dal finger scatto una foto del concourse in cui ci troviamo…

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…e poi mi giro per scattare un’altra foto dell’aeromobile. I colleghi dell’operatore sono andati in suo soccorso, e credo che il secondo da sinistra sia proprio il comandante del volo. Chissà se il tizio italiano ha visto l’accaduto, e chissà se nonostante tutto ha continuato a borbottare. Non c’è limite all’insensibilità delle persone.

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Una delle caratteristiche del Dulles è il modo in cui i passeggeri si spostano da un terminal all’altro. Dei mezzi speciali parcheggiati a ridosso della struttura caricano i passeggeri e si spostano tra un edificio e l’altro. Sembrano una via di mezzo tra i normali cobus aeroportuali e delle auto da Destruction Derby.

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Procedendo verso gli arrivi, passiamo vicino ad un Airbus della Virgin in fase di pushback.

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L’aeroporto di Dulles è dedicato, appunto, a John Foster Dulles.

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Piccola galleria d’arte presente in aeroporto.

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Gem Gallery, credo dedicata agli impiegati di United e/o di IAD.

Una volta uscito dall’aeroporto, prendo un pullman per uno dei posti più belli al mondo se siete appassionati d’aviazione.

Steven Udvar-Hazy Center, Virginia, USA

(galleria work in progress)

 

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Aeroporto di origine: Washington – Dulles (IAD)
Aeroporto di arrivo: New York – Kennedy (JFK)
Distanza tra gli scali: 366km
Compagnia: jetBlue (B6)
Aeromobile: Embraer 190
Registrazione: N198JB
Nome dell’aereo: Big Apple Blue
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 10D (finestrino), effettivo 8C (corridoio)
Gate: B70
Bagagli: NO
Ora di partenza prevista: 19:40
Ora di arrivo prevista: 21:00
Ora del decollo: 20:05
Ora dell’atterraggio: 20:57
Tempo di volo: 52min

Reduce dalla bella esperienza al Center, ritorno al Dulles e passo i controlli di sicurezza. Ovviamente non potevano mancare due o tre italiani che borbottavano. Ribadisco: basta. Almeno quando sono in vacanza lasciatemi stare!

Aspetto al B70 e assisto, da lontano, ad una strana scena. Se ho capito bene, al gate opposto al nostro c’era un volo in ritardo che poi ha recuperato il ritardo stesso ed è partito. Un paio di passeggeri, due ragazzi intorno ai trent’anni, si sono presentati al gate quando era ormai troppo tardi e hanno perso il volo, dando inizio ad uno spettacolo che si è poi concluso pacificamente (anche perché se qui fai casino arriva la Polizia che prima ti prende a manganellate e poi ti chiede cos’hai fatto).

Ora, per quanto io possa essere un fan di jetBlue, che di low cost ha forse solo il nome, la differenza rispetto alle esperienze di volo precedenti si nota. Innanzitutto, manca una lounge e questo rende l’attesa più “lunga”. Secondariamente, avendo solo la classe Economy disponibile su questa rotta, avrò sicuramente qualcuno al mio fianco e questo ridurrà la percezione del comfort.

L’aereo, un Embraer E190, arriva e parcheggia. Escono i passeggeri del volo in arrivo, tra i quali uno o due piloti di un’altra compagnia, credo American Airlines. Non ricordo bene; è interessante però notare come gli accordi interni permettano ad equipaggi di compagnie diverse di usufruire dei voli per spostare gli equipaggi in base alle esigenze.

Prima dell’imbarco, mentre aspetto, una ragazza bionda seduta per terra di fronte a me si piega e permette ai fortunati (in questo caso soltanto il sottoscritto) di guardare il bel panorama. Un dettaglio poco rilevante, direte voi.

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Avevo preassegnato il posto 10D, un finestrino, e mentre sto per sedermi la ragazza seduta al posto a fianco al mio mi chiede gentilmente di passare al corridoio 8C, posto assegnato alla sua amica. Vorrebbero sedersi insieme ma gli sono capitati due posti separati… le dico che forse dovremmo informare un assistente di volo dell’avvenuto cambio, ma per lei non è il caso. L’altra ragazza si imbarca, mi vede al suo posto, mi ringrazia tanto e va ad occupare il 10D. Al mio fianco, all’8D, una signora mora.

Non starò al finestrino, pazienza, ma volare con jetBlue è uno spettacolo a prescindere da tutto. Lo svantaggio di non avere una lounge e di non poter stare in First è ampiamente compensato dal sistema di intrattenimento di bordo.

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Comando laterale per controllare l’IFE del mio schermo.

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Visualizzo la mappa per scattare una foto dello schermo. Come potete vedere, Dulles è periferico rispetto a Washington, è un po’ quello che Malpensa costituisce per Milano. Reagan, l’aeroporto nazionale, è praticamente in città e non dista molto da Arlington.

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La jetBlue offre, in Economy, i posti più spaziosi d’America. Chi vuole Even More Space, ancora più spazio, può acquistare dei posti dedicati con un seat pitch migliore.

Aspettiamo un po’ prima di partire, credo per traffico aereo (stiamo andando a JFK, credo sia normale), dopodiché decolliamo. Il rumore dei motori dei jet regionali Embraer è caratteristico.

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Tantissimi canali televisivi, musica a go go… che sistema stupendo. Quello dovrebbe essere John Cena un attimo prima di un incontro di wrestling.

Una volta, i passeggeri di un volo jetBlue protagonisti di un incidente sono riusciti a vedere sul sistema di intrattenimento del proprio posto i servizi televisivi esclusivi dedicati al loro volo decollato da Los Angeles e costretto al rientro per un problema al carrello.

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La nostra destinazione è la principale base di jetBlue, il Terminal 5 di JFK.

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Un’assistente di volo molto carina di nome Kristen o Kristin, credo Kristin, serve queste patatine. Nonostante la compagnia sia low cost, il catering di base è gratuito.

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Non manca molto all’arrivo a New York.

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Ecco come si presenta il Terminal 5, considerato il migliore del Kennedy e comunque uno tra i migliori d’America. Dato che ho un volo la mattina successiva, molto presto, non mi faccio venire a prendere e faccio un pit stop presso un hotel del Queens. Fuori dal T5, una fila interminabile di passeggeri in attesa di un taxi, che riuscirò a prendere dopo un’attesa non inferiore ai 45 minuti.

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Aeroporto di origine: New York – Kennedy (JFK)
Aeroporto di arrivo: Charlotte – Douglas (CLT)
Distanza tra gli scali: 872km
Compagnia: American Airlines (AA) operato da US Airways (US)
Aeromobile: Airbus A321
Registrazione: N543UW
Nome dell’aereo: –
Classe: First
Posto: 2F (finestrino)
Gate: 36 (Terminal 8)
Bagagli: NO
Ora di partenza prevista: 8:15
Ora di arrivo prevista: 10:23
Ora del decollo: 8:43
Ora dell’atterraggio: 10:18
Tempo di volo: 1h 35min

Rieccomi a JFK per un altro viaggio. Una navetta gratuita porta i clienti dell’hotel al Kennedy, facendo vari stop lungo tutta la strada circolare dei vari terminal. Gratuita o no, la mancia all’autista per la sua gentilezza ci sta, sempre.

American Airlines e US Airways, in fase di fusione ormai avanzata, hanno combinato un mezzo “guaio”: il volo è AA, operato da US, e le compagnie hanno fornito due codici di prenotazione e due numeri di biglietto diversi. Per qualche strano motivo, non ho potuto stampare le carte d’imbarco al banco check-in e ho dovuto smanettare ai chioschi self check-in per ottenerle, provando più volte l’uno o l’altro codice.

Il tempo non è tantissimo e bypasso la lounge per andare direttamente al gate.

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La destinazione è Charlotte, uno dei principali hub della US che però vedrà le sue operazioni di lungo raggio ridotte in seguito alla fusione con American. Durante l’attesa, a due o tre gate dal mio una serie di annunci invitano i passeggeri di un volo in overbooking a rinunciare al volo in cambio di un voucher e riprotezione su una frequenza con scalo. Credo che il voucher annunciato fosse di 200 dollari circa.

Sembrava tutto così concitato, anche perché fino all’ultimo al gate hanno atteso passeggeri in transito provenienti da altre destinazioni senza cancellarli per cedere il posto ai passeggeri overbooked.

L’imbarco del nostro volo inizia. Io vado matto per gli Airbus A321 e ammetto anche di regolare le mie prenotazioni anche in base alla presenza o meno di quest’aeromobile, un gigante tra i narrow body. Se, per esempio, posso scegliere tra i voli Alitalia da Lamezia che partono alle 7 e alle 8 del mattino, e il primo è operato da A321, sceglierò quello.

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Ho volato più che altro su A321 Alitalia, ma quelli di US Airways sono avanti. Innanzitutto, hanno una vera classe First con configurazione 2-2 e vere e proprie poltrone, mentre la configurazione in Economy è la classica 3-3. Io credo che chi comanda in Alitalia debba come minimo fare un viaggio su uno di questi aerei per capire cosa significa offrire un servizio all’altezza ai passeggeri premium.

Barriere che separano la First dall’Economy. Ops, si vede anche un ciuffo dei miei capelli.

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Rivista di bordo US che tratta la Georgia che, come già visto, ha uno stile caratteristico.

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Il capocabina, credo con un forte accento del Sud, serve rinfreschi ai passeggeri di First. Prima del decollo l’aeromobile si ferma e il comandante annuncia un po’ di attesa: mancano alcuni dati dal weight and balance office, l’equivalente del nostro ufficio del centraggio, senza i quali ovviamente l’aereo non può decollare. Per me è una cosa inusuale perché da noi nessun aereo sblocca dal parcheggio se i dati del centraggio non sono stati finalizzati e firmati sia dall’agente di rampa che dal comandante. L’America è un altro mondo per chi lavora nel settore dell’aviazione civile.

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Siamo quasi allineati, pronti a lasciare JFK per andare al Douglas di Charlotte, CLT.

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Ci siamo quasi…

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Via, siamo in volo! Questo è il paesaggio tipico del Queens, e il lontananza potete notare la skyline di Manhattan.

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Mi improvviso latinista per affermare: Coca Cola biscottisque abbundant in ore viatorum.

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Nuvole, sempre e solo nuvole durante il tragitto. US offre anche una connessione internet (altra cosa da far sapere a chi comanda in Alitalia) ma non ne usufruisco perché ho dormito poco e preferisco riposarmi.

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Ovviamente si capisce che siamo in un hub dominato dal gruppo American Airlines. Ecco a voi Charlotte-Douglas.

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Prima di lasciare l’aeromobile scatto una foto della poltrona di classe First.

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Ecco l’area transiti di CLT. La mia destinazione è il museo d’aviazione della Carolina del Nord e del Sud, non molto distante dallo scalo.

Carolinas’ Aviation Museum, North Carolina, USA

(galleria work in progress)

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Aeroporto di origine: Charlotte – Douglas (CLT)
Aeroporto di arrivo: New York – Kennedy (JFK)
Distanza tra gli scali: 872km
Compagnia: American Airlines (AA) operato da US Airways (US)
Aeromobile: Airbus A321
Registrazione: N151UW
Nome dell’aereo: –
Classe: First
Posto: 1A (finestrino)
Gate: C06
Bagagli: NO
Ora di partenza prevista: 18:35
Ora di arrivo prevista: 8:30
Ora del decollo: 19:12
Ora dell’atterraggio: 20:29
Tempo di volo: 1h 17min

Che dire, esperienza interessante, non proprio ai livelli del Center di Dulles ma comunque degna di nota. Ritorno al Douglas, per prendere l’aereo che mi riporterà a New York.

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Qui così come ad Atlanta, ho fatto una gran bella fesseria. Ho una sola foto scattata alla lounge US Airways che, tra l’altro, mostra alcuni aeromobili parcheggiati fuori. Ancora stento a crederci… per fare un paragone, la lounge era molto simile a quella di United già visitata a Newark, con aeree riservate a chi deve lavorare al computer.

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Durante l’attesa vedo atterrare un paio di A330 della US Airways, molto belli, e un aeromobile Lufthansa. Su un articolo letto un paio d’anni prima, avevo appreso che il Douglas ha addirittura due torri di controllo, una delle quali è controllata da US Airways e serve per gestire gli spostamenti degli aeromobili sulla rampa. Nonostante questo, il traffico era molto intenso e ho visto diversi aerei aspettare fermi per qualche minuto prima di procedere col taxi out e decollare. Charlotte non avrà un super aeroporto, ma non si può dire che non è congestionato.

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Dal gate, riesco a scattare una foto all’aereo che mi riporterà a New York, un altro A321.

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Eccomi qui, al posto 1A. Come ho già detto non sono un fan delle prime file, ma nel momento in cui ho fatto il check-in online l’1A era l’unico posto disponibile. Scambio quattro parole col comandante del volo e la capocabina, e mi siedo.

Il volo partirà in ritardo per traffico aereo (Charlotte è già quello che è e il nostro volo è diretto al Kennedy, immaginate il caos). Due passeggeri con coincidenza per Doha, credo operata da Qatar, sono stati fatti sbarcare perché avrebbero sicuramente perso la loro coincidenza. A loro è stata garantita la riprotezione via Londra (probabilmente Heathrow), e ciò ha comportato qualche minuto di attesa exra per permettere agli operatori di trovare i bagagli dei due passeggeri e rimuoverli. Entrambi i passeggeri erano in First, a pochi passi da me.

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Guardando verso avanti vedo questo. Non è proprio il massimo, ma è opportuno notare che con la fusione tra US e AA, il logo US presto diventerà storico.

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Foto di pessima, anzi pessissima qualità, lo riconosco. Ma tra il cellulare che non era proprio al top e la luminosità, il risultato è questo.

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Allo sbarco, scatto questa foto del sedile 1A.

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Arrivato a New York JFK T8, prima di uscire, scatto un paio di foto a queste opere artistiche molto carine. Come prevedibile, là fuori il traffico era inaudito e ho dovuto aspettare un bel po’ prima che il mio parente mi venisse a prendere per portarmi nuovamente nel Westchester.

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Aeroporto di origine: New York – Kennedy (JFK)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 6873km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A330
Registrazione: EI-EJM
Nome dell’aereo: Giovanni Battista Tiepolo (livrea speciale: Expo Milano 2015)
Classe: Business
Posto: 4A
Gate: 03 (Terminal 1)
Bagagli: 3/40kg
Ora di partenza prevista: 22:00
Ora di arrivo prevista: 12:35
Ora del decollo: 22:25
Ora dell’atterraggio: 12:09
Tempo di volo: 7h 44min

Rieccomi al T1 di New York per ripartire e tornare in Italia, sicuro come al solito che è solo questione di mesi prima di tornare nuovamente qui.

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Arrivo decisamente presto e i passeggeri al check-in sono pochi. Io vado al desk SkyPriority e lascio i miei tre bagagli con peso complessivo di 40kg. Questa volta l’addetta al check-in conosce bene la mia franchigia.

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Il Terminal 1 di JFK non è proprio all’altezza delle compagnie che vi operano, ma qualche miglioramento c’è stato. A partire dalla segnaletica, per esempio.

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Dalla lounge Michelangelo riesco a scattare una foto di EI-EJM, l’A330 con livrea speciale dell’Expo che opererà il mio volo.

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Non ho mai capito a cosa servono questi schermi, mai trovati accesi.

Coincidenza delle coincidenze, mi rendo conto – ma ormai è troppo tardi – che un amico blogger si trovava nella lounge Air France a poche decine di metri dalla Michelangelo. Non siamo riusciti a salutarci, purtroppo. Certo che è stata un’occasione davvero particolare dato che nessuno dei due era al corrente della presenza dell’altro a New York, men che meno della presenza a JFK proprio in quel momento.

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Si ritorna in Business! Le operazioni d’imbarco in Magnifica sono sempre fluide e scorrevoli, c’è tanto spazio pro capite ed è molto difficile incrociare un altro passeggero.

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Siete riusciti a cogliere il dettaglio? Pollice all’insù con la mano destra, cellulare con la sinistra.

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Come quasi tutti sanno, al ritorno serve meno tempo. Un po’ per il jet stream che facilita il volo, un po’ per la rotta, più morbida.

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Mai dire di no agli assistenti di volo che preparano il tavolino per servire il pasto, mai.

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Un bel salto di qualità rispetto alle cose mangiate e bevute durante i voli domestici in America, giusto?

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Durante il volo, ne approfitto per guardare il remake de Il Pianeta delle Scimmie. Ho visto al cinema il seguito di questo remake, e pur conoscendo la storia, qualche tassello mancava e ho deciso di riempirlo. Bel film, molto psicologico, nonostante il finale sia scontato praticamente dal principio.

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Momento folle: mentre tutti dormono attivo il flash per scattare questa foto che non ha molto senso.

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A poco più di cinque ore dalla partenza, la rotta diventa più diretta e andiamo verso Fiumicino. Come al solito, sorvoleremo la Francia e prima dell’arrivo prenderemo la colazione.

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Ci siamo quasi, siamo a meno di 430 miglia da Roma.

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Anche qui, distesa di nuvole su nuvole…

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Ormai manca poco, la luce del Sole rianima l’ambiente dopo il volo notturno.

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A bassa quota il paesaggio laziale che si può ammirare è questo.

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Ci siamo quasi, manca poco al tocco.

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Sorpresa, parcheggiamo ai remoti. Questo renderà lo sbarco un po’ più scomodo, ma c’è anche un piccolo vantaggio: potrò scattare delle bellissime foto dell’aereo con livrea Expo Milano 2015. L’annuncio fatto a bordo specifica che per i passeggeri di classe Business è previsto un cobus dedicato per lo sbarco.

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EI-EJM in tutto il suo splendore! Ora è giunto il momento di prendere la coincidenza per Lamezia…

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A320
Registrazione: I-BIKI
Nome dell’aereo: Girolamo Frescobaldi
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 4F
Gate: B15
Bagagli: 3/40kg (in transito da volo precedente)
Ora di partenza prevista: 14:45
Ora di arrivo prevista: 15:55
Ora del decollo: 17:24
Ora dell’atterraggio: 18:06
Tempo di volo: 42min

Decido di aspettare alla Borromini ma col senno di poi sarei potuto andare alla Dolce Vita, a breve capirete il motivo.

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Commetto l’errore di andare al gate come se il mio volo fosse in orario…

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…e trovo il cosiddetto Chaos nella sua personificazione multipla. Le operazioni di imbarco sono tutte bloccate causa maltempo. Nonostante la lunga attesa, decido comunque di aspettare lì.

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Alla fine l’imbarco inizia e ci dirigiamo verso un parcheggio remoto. Rispetto al volo precedente, la differenza è veramente abissale.

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Praticamente sono le stesse persone con le quali avrò a che fare in aeroporto.

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Il nostro compagno di parcheggio, EI-IMI con livrea speciale del Friuli Venezia Giulia, ormai riverniciato. Bella livrea, vista da vicino più di una volta sia come passeggero che come addetto.

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Cielo da scenario post-apocalittico, ma comunque bello da vedere. Merita decisamente una foto. C’è anche un addetto che fa cucù.

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Un attimo prima di salire a bordo, sento il dovere morale di scattare questa foto per tramandarla ai posteri. Gioco di luci molto bello.

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Venendo da un volo intercontinentale operato da EI-EJM, vedere questo logo vicino alla porta anteriore dell’Airbus sembra quasi aprire un continuum spazio-temporale.

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Ma perché Alitalia non introduce una First domestica all’americana? Perché, perché, perché?

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Alla nostra sinistra avevamo EI-IMI, alla nostra destra un Embraer e altri Airbus. Partiamo finalmente, e come accade puntualmente dopo un volo intercontinentale mi annoio da morire.

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A Lamezia è già buio quando arriviamo. A fianco a noi un Boeing 737 della Ryanair.

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Andando agli arrivi noto per la prima volta questo cobus promozionale che riprende lo stesso stile usato sugli aerei Alitalia con livree speciali calabresi.

Il viaggio finisce, e subito dopo inizia il calvario…

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Tariffa Light Alitalia, tutto quello che c’è da sapere

Tutti i pro e i contro della novità tariffaria sul medio raggio nazionale e internazionale

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Slogan promozionale della nuova tariffa. Fonte: Alitalia.com

Seguendo il modello di altre compagnie tradizionali, Alitalia ha introdotto, a partire dal 14 settembre 2015, una nuova tariffa chiamata “Light” sulle direttrici di medio raggio nazionali ed internazionali, ad eccezione delle rotte Roma-Parigi e Milano-Parigi dove è già in vigore una tariffa “Light” che segue regole separate. Il tutto avviene a qualche anno dalla prova, rimasta un casto isolato, della tariffa “Basic”, testata su un manipolo di rotte domestiche e poi accantonata. La Light è molto più restrittiva della vecchia Basic ma per chi sa adeguarsi a qualche limite in più, è l’ideale.

La compagnia già di bandiera marca, quindi, un primo passo verso la differenziazione delle tariffe tipica delle compagnie americane, e attua una politica di risposta alle promozioni delle compagnie low cost. L’introduzione di questa tariffa, che segue le promozioni in Premium Economy o Classica Plus, potrebbe essere solo uno dei primi passi verso un riassestamento della Società Aerea Italiana voluto da Etihad Airways, un modo per ottimizzare gli utili riadeguando i piani tariffari. Differenziando le tariffe, è infatti possibile attirare porzioni di clientela più variegate e quindi attirare clienti appartenenti alla categoria “cost sensitive”, ossia coloro che sono molto sensibili al prezzo e sono disposti a pagare poco per avere poco. Un passo successivo potrebbe andare nella direzione opposta e attirare ancora di più la clientela altospendente, quella che non bada al prezzo: l’introduzione di una vera classe Business anche sul nazionalebasata sulla First domestica americana, contribuirebbe sicuramente a rendere ancora più trasversale la clientela Alitalia. Chissà se vedremo mai qualcosa del genere.

Fantaviazione a parte, è sempre meglio iniziare la descrizione di questa nuova tariffa con le dovute premesse; dato che non mancano i passeggeri “impreparati”, ossia coloro che scoprono di viaggiare con la Light appena una o due ore prima della partenza, è opportuno precisare che Alitalia non ha ridotto la qualità del proprio servizio, e non sta provando a “fregare” i propri clienti con sottili inganni. In poche parole, non si sta “ryanairizzando” per arrotondare i propri guadagni, e ciò ha una semplicissima spiegazione: la Light è una scelta opzionale. Esattamente: chi viaggia con tariffa Light, sceglie di farlo, e chi lo scopre all’ultimo momento, non è particolarmente smart e/o non è stato informato a sufficienza da chi ha comprato il suo biglietto. Chi reputa esagerate le restrizioni della Light e pensa di essere stato “fregato”, dovrebbe tenere bene a mente che la Economy Light è una tariffa più economica della Economy Classic disponibile al momento dell’acquisto. Che sia più conveniente della Classic in termini assoluti, e quindi non prettamente economici, può essere oggetto di discussione, ma la convenienza economica risulta abbastanza evidente. Se ci si lamenta dei prezzi esagerati di Alitalia, continuare a farlo quando la compagnia mette a disposizione dei clienti una tariffa più economica con alcune restrizioni, non ha molto senso. Fatte queste precisazioni, è il caso di procedere.

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Airbus A319 con la nuova livrea Alitalia, fotografato a Rivolto il 6 settembre 2015, in occasione del 55esimo anniversario delle Frecce Tricolori. L’aereo, che ha trasportato vari VIP, è stato scortato da tre Eurofighter Typhoon dell’Aeronautica Militare Italiana. Foto di Giorgio Varisco.

Va precisato che, almeno ora, la tariffa Light è applicabile solo agli itinerari che prevedono voli diretti operati da Alitalia: i biglietti con voli in connessione e quelli con voli operati dai partner, a quanto pare, sarebbero esclusi, ma ci segnalano diverse eccezioni. Inoltre, un biglietto di andata e ritorno può essere combinato e includere una tratta con tariffa Light e l’altra con una tariffa standard. La caratteristica principale della Light è la mancanza del bagaglio da stiva da 23kg, normalmente incluso nel prezzo di qualsiasi biglietto; chi vuole spedire un pezzo da 23kg deve modificare la propria prenotazione online e pagare la modica cifra di 15 euro a tratta, che salgono a 30 euro se si vuole applicare la modifica direttamente in aeroporto. Per i biglietti emessi dal 20 aprile 2016 in poi, la penale online è di 20 euro e quella aeroportuale di ben 40 euro. E’ quindi molto importante sapere in anticipo se si manda un bagaglio da stiva oppure no. Tale supplemento è decisamente più incisivo rispetto a quello applicato dalla defunta tariffa Basic (il primo bagaglio costava 10 euro).

Ovviamente, le restrizioni per i bagagli si applicano alle valigie normalmente spedite presso i banchi check-in aeroportuali: i bambini hanno sempre e comunque diritto ad un passeggino, sia quando hanno il posto assegnato a bordo (categoria “child”), sia quando stanno in braccio ad un genitore o a chi ne fa le veci (categoria “infant”).

Per i soci MilleMiglia dei Club Esclusivi (Ulisse, Freccia Alata, Freccia Alata Plus e Freccia Alata Plus PS), è previsto un solo bagaglio da stiva anziché i due normalmente inclusi. Per spedire un secondo pezzo, si applica la penale già citata, ossia: 15€ online, 30€ in aeroporto. I titolari di carta di credito Intesa SanPaolo Alitalia hanno sempre diritto al primo bagaglio da stiva.

Tutti i soci MilleMiglia che scelgono l’Economy Light guadagneranno il 25% delle miglia volate secondo il solito IATA TPM (Ticketed Point Mileage).

La Light applica alcune restrizioni al check-in, che – salvo casi particolari che andremo a vedere tra poco – deve essere fatto unicamente online o, in alternativa, ai chioschi self check-in presenti in alcuni aeroporti. Questo è sicuramente un disagio che chi si ritrova con un biglietto Light senza saperlo o comunque per chi non ha molta dimestichezza con i sistemi informatici. Non è detto neanche che il self check-in in aeroporto sia possibile, e in quel caso è necessario rivolgersi ad un addetto di scalo aeroportuale. Se i soci MilleMiglia di alto valore viaggiano con un accompagnatore ed entrambi hanno la tariffa Light, possono presentarsi direttamente al banco check-in senza fare il check-in online o presso i chioschi self check-in. Attenzione: la compagnia si riserva il diritto di ispezionare il vostro bagaglio a mano al gate e, qualora non fosse idoneo, di mandarlo in stiva applicando la penale di 30 euro. Una procedura simile a quella del “gate bag” applicata dalle low cost, ma più morbida coi prezzi (le già citate Ryanair ed easyJet, per esempio, applicano una penale di 55 euro).

Direttamente dal sito di Alitalia:

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Esempio di tariffa Economy Light: Palermo-Roma a 40€, un prezzo molto competitivo sul nazionale. Esistono anche esempi di tariffe Light con prezzi più bassi. Da notare come, in questo caso, la differenza tra Light e Classic equivalga al supplemento per l’aggiunta del bagaglio online, 15 euro (20 euro dal 20 aprile 2016 in poi). Fonte: Alitalia.com

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Informazioni relative ai bagagli da stiva e alle relative penali. Attenzione: per i biglietti emessi a partire dal 20 aprile 2016, online si applica una penale di 20 euro mentre in aeroporto si applica una penale di 40 euro. Fonte: Alitalia.com

Cosa succederà con l’introduzione di questa tariffa? La compagnia potrebbe riuscire a far quadrare, almeno in parte, i conti durante la stagionalità invernale, quando i voli sono lungi dall’essere pieni e i passeggeri cost sensitive sottratti alle low cost possono essere utili. E’ anche una buona occasione per far riavvicinare ad Alitalia tantissimi potenziali clienti allontanatisi a causa della concorrenza a basso costo, il tutto senza penalizzare troppo alcune categorie speciali di passeggeri (i passeggeri a ridotta mobilità e coloro che viaggiano con un animale non sono soggetti alle limitazioni che riguardano il check-in e possono rivolgersi tranquillamente ai banchi aeroportuali). Potremmo assistere al fenomeno che interessa i voli low cost italiani, dove – pur di non pagare il supplemento per un bagaglio da stiva – tanti (troppi) passeggeri portano un trolley come bagaglio a mano, superando la capacità massima delle cappelliere e costringendo gli addetti aeroportuali a sbarcare decine e decine di bagagli a volo. Gli aeromobili Alitalia, tuttavia, hanno una densità minore e posti più comodi rispetto a quelli low cost (eccezion fatta per gli Airbus A320 ex AirOne con configurazione da 180 posti), e la tariffa Light interessa solo una piccola parte dei passeggeri presenti su un volo. Pericolo “carro bestiame” sventato? Forse sì, almeno nei periodi di bassa stagione, ma anche se fosse un problema ricorrente 365 giorni all’anno, va ricordato che Alitalia non può più permettersi di chiudere in rosso e le tariffe differenziate costituiscono solo una delle chiavi di volta necessarie per tornare in utile.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Annalisa Di Lazzaro, un ingegnere che crea moda Made in Italy

Da Rocca Imperiale a tutto il Sud Italia

Annalisa Di Lazzaro è una giovanissima stilista calabrese, ma con ibridazioni pugliesi e presto ne avrà di napoletane (per via dei suoi spostamenti), ma è di Rocca Imperiale. La sua passione per la moda nasce per caso e per studio. Studentessa d’Ingegneria, fa degli stage in ambito della moda con l’Accademia New Style. In seguito, con Moda Movie, patron Santo Orrico, decide di mettersi in gioco e continua la sua bella passione incentrata e rivolta alla moda, vincendo la selezione. Reduce dal litorale dell’altro Tirreno Cosentino e con l’evento “Seduzioni e gusto. Trame di moda” ci racconta un poco di sé e di come amplifica la sua passione nel tempo.

il marchio

In una nota fornitaci dalla nostra stilista, leggiamo:

La forte e innata passione per la moda e un desiderio irrefrenabile di esprimere la propria creatività, hanno spinto a piccoli passi Annalisa Di Lazzaro a ritagliarsi la sua immagine nel mondo della moda. Dopo varie esperienze sia di studi sia lavorative, la giovane designer calabrese ha iniziato lo studio del suo omonimo brand, dal quale emerge una forte attenzione per i dettagli, per l’importanza della Sartorialità italiana e per la ricerca di materiali unici. Annalisa Di Lazzaro sostiene la tradizione italiana, con uno sguardo al futuro: le sue collezioni nascono da profonda sperimentazione su tessuti e per un risultato di grande qualità e ricercatezza estetica. Uno stile unico che sostiene l’artigianalità e una femminilità forte, ma delicata allo stesso tempo. Grazie alla partecipazione a numerosi eventi e concorsi, borse di studio, stage di formazione e collaborazioni con artisti e fotografi, la Di Lazzaro presenta la sua collezione nel 2014 a Parigi e riesce a lanciare la propria Immagine di Fashion designer sia attraverso gli spazi web che nel real-life rivolgendo la propria attenzione all’alta moda.

Eppure Annalisa è una ragazza con i piedi per terra, che vive molto il suo territorio e anche con energia, curiosità e semplicità. Un fisico perfetto, un volto nei lineamenti da fotomodella, eppure par dimostrare meno dei suoi anni, di certo la stessa attenzione, che riversa nel suo lavoro e nella scelta delle sue indossatrici, non fa che manchi neppure a sé.
I suoi abiti, ci dice, sono ispirati all’acqua, hanno effetti azzurri su tulle in seta. Abiti interamente ricamati a mano dalla nostra stilista, che segue l’iter del suo lavoro dal modello alla realizzazione. Ogni tanto è aiutata, ma come spesso accade, è difficile far comprendere un’ispirazione ad un’altra persona. Quindi realizzandoli da sola è sicura di ottenere il risultato desiderato.

Un mondo da conoscere anche nelle sfumature linguistiche, quello della Di Lazzaro, che conoscendo diverse lingue si destreggia bene in uno scenario internazionale. Le piattaforme mettono in collegamento diverse realtà della Moda.

Mi colpisce, il parlare al plurale di Annalisa. Si dice di chi lo fa che pensa costantemente a un “noi” e non solo a un sé. Molto interessante il suo fare anche nella scelta linguistica del descriversi, che penso abbracci anche il mondo che le ruota attorno, a chi le offre la possibilità vetrina della sua creatività, che chiama una grande famiglia, a chi sfila con i suoi meravigliosi abiti, eleganti e romantici, ma anche veramente innovativi e, sappiamo essere costantemente ispirati all’Oro blu.

premio moda 2015 Matera

Il mercato migliore per la sua moda, ci dice Annalisa, essere i due estremi del mondo: il sud dell’America e l’Oriente. Il Made in Italy, per queste due etnie, è davvero il massimo dell’indossare.

Al suo attivo ha diverse partecipazioni, tra cui anche la vincita di una borsa di studio con l’evento di Amantea (CS), molto importante a livello regionale per gli stilisti, che è “la Grotta dei desideri”. Ma, nominarli tutti e con i loro staff senza dimenticarne qualcuno non è impresa da poco, per cui sono certa mi scuseranno. In ordine di tempo, tra i recenti, arriva il premio internazionale di Matera, difficile classificarsi tra i finalisti e data la mole degli stilisti partecipanti, eppure la Di Lazzaro vi riesce.

Arriva in luglio il riconoscimento della Camera della Moda della Calabria, come stilista di eccellenza: per manifattura, tessuti utilizzati, materiali innovativi come quelli tecnologici, artigianato dei materiali pregiati e creatività. E la creatività di certo è quella che non manca alla Di Lazzaro, abiti ispirati alle cascate, strutturati e curati in ogni particolare. Come gli ultimi, di Amantea, che scintillano di luce, come le acque schiumose o in cascata, a ogni movimento dell’indossatrice.

annalisa di lazzaro a lavoro

La Di Lazzaro, giovane rappresentate della Calabria, ma del Sud Italia per la moda, vuole rimanere ancorata al Meridione e coltivare le sue passioni principali. Lavora nella sua attività principale nell’Ingegneria edile, che rimane il suo percorso formativo a cui deve anche la nascita e crescita nella Moda. Una costante ricerca in ogni ambito, anche fotomodella nel passato, ma solo rimasta un’attività che le ha permesso di cominciare ad affrontare la non difficile situazione del guadagno e di confrontarsi costantemente con nuove realtà.

Lucia De Cicco

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Un poeta per la vita a Sestriere

Sotto una montagna di sport

Il 16 agosto scorso, un già proposto per due volte al Nobel per la Letteratura, e Cavaliere della Repubblica Italiana per meriti Letterari, Silvano Bortolazzi, diventa a Sestriere nel corso di un Concorso di poesia, organizzato dal Comune Olimpionico e più alto d’Italia e dall’UMP, poeta onorario a vita della cittadina.

logo ufficiale

Silvano Bortolazzi è autore di diverse pubblicazioni sul filone risorgimentale alla Vittorio Alfieri. Si dichiara e, in effetti, lo è, il solo poeta patriottico, che c’è in Italia. Ha costituito dapprima con il solo ausilio del web una delegazione italiana dal nome Scuola di poesia, divenuta UMP (unione mondiale poeti) con delegazioni in Europa e nelle Americhe.

La Calabria è uno dei territori, che da sempre – e ancor prima che Guerre mondiali e dittature, ne abbiano bloccata la vocazione, mai sopita sotto le ceneri e le macerie – un luogo di cultura. Filosofi, pensatori e matematici. Appunto per ciò ha risposto bene a ciò che proveniva dal mondo della cultura e coltiva questa vocazione anche se in modo in apparenza marginale. Ma l’UMP ne ha svelata la natura. Basta osservare la cartina resa nota dall’UMP per capire del lavoro svolto da marzo scorso nella Regione. E di come vi sia un grande interesse attorno a ciò. Eventi che hanno toccato e spaziato in tante direzioni. Tenendo conto sempre dell’ ambito dell’impegno verso la comunità e il Territorio. E non è forse ciò che ogni poeta dovrebbe fare? Parlare della propria terra.

Da ciò in Calabria nascono le delegazioni: ricoprire il cosentino con le sole forze del presidente onorario della Regione per l’UMP che è la sottoscritta, è stato facile e entusiasmante e trovato consensi. Estendendosi fino al reggino con la delegazione, nell’evento dedicato a Frida Kahlo, poetessa e pittrice, con tanto di catalogo che arreca il logo ufficiale dell’UMP con Esperia Piluso, Carmela Costanzo e Marisa Provenzano (direttore artistico Morena Di Pressa e associazione Aletheia del dottor Tricanico), nostre delegate e sostenitori. E poi coinvolgendo operatori sociali, quali mediatori familiari, artisti e politici, tanti gli eventi fino a Isola Capo Rizzuto con la dottoressa e vice presidente regionale Aimef, Maria Cristina Ciambrone. Il Memorial don Ciccio Fusaro, con il concorso dedicato alle scuole e i delegati UMP, Massimo Cistaro, poeta, Mario Mandarino, artista e Rosario Belmonte, politico con l’estro poetico. Ancora mettendo a segno una trasmissione radiofonica, Radio Valentina con il giornalista Procopio e le delegazione provinciale di Marco Vespari, e le Tv con TelesanMarco e Sergio Tursi Prato (Telitalia, che arriva fino alla Puglia Nord), ma non si finisce di sperimentare arriva l’associazione Davide Aino di Trebisacce nel cosentino. Quattro splendide donne, che presto organizzano mostre e concorsi e tutto con il patrocinio dell’UMP. Poi il riconoscimento nella Commissione Cultura della città capoluogo di Provincia, Cosenza, riconoscimento per la poesia in base curriculare in cui ho inserito una ricca documentazione riguardante la Scuola di Poesia. “E poi a codesta beltà che dal ligure ciel si estende fin qua…”con un volo di palloncini bianchi per il giorno più bello della nostra Patria il 25 aprile e tenutosi il 9 maggio 2015 presso Palazzo Sersale di Cerisano, ringraziando l’Amministrazione Comunale della cittadina delle Serre, che si è messa a disposizione per questa bellissima operazione.

Insomma ritornando a Sestriere, la Calabria simbolicamente ha ricevuto tramite la sua Presidente onoraria, un premio per la cultura e la poesia. Un premio, che arriva da una “montagna” di sport e che grazie a questo giovanissimo poeta di soli trentanove anni, aprono le porte alla Poesia. Più di 100 le adesioni da tutta Italia, che attratta dalla bellezza di Sestriere, anche se in tempi ristretti, non ha fatto attendersi.

L’evento di Sestriere si è tenuto nella Sala conferenza dell’Ufficio del Turismo. Presidente di giuria del Premio, la professoressa Rossella Lubrano, coordinatrice e supervisore dell’UMP. È stato proprio il sindaco Valter Marin a consegnare il conferimento di poeta onorario allo scrittore Cavalier Silvano Bortolazzi.

conferimento a Sestriere del titolo di poeta onorario

I nomi dei vincitori: Sezione A, poesia a tema libero, Giuseppe Gilardino, che si classifica anche nella sezione B a tema: “Montagna”. Nella sezione C, premio del pubblico, Vincenzo Filannino. Mentre Barbara Tornabene si è aggiudicata il premio per la poesia dedicata “a Te Sestriere”, premio speciale. Erano previsti anche altri premi per le tre sezioni, un secondo e terzo posto e sono andati a: Marilena Beltrano, Nadia Sussetto, Domenico Di Giorgio, Aventino Turbil.

Riportiamo di buon auspicio la poesia di una delle maggiori voci rappresentative della UMP (nello spirito rinnovato del suo fondatore e che mette l’altro prima di tutto e l’Italia al primo posto nella sua molteplicità e diversità).

All’imbrunire

Ardono di luce nel prato celeste
frammenti di sogni ridenti
che paiono vivaci luminarie in festa.
Germoglia una falce di pallida Luna
e lumeggia su case assopite
nei vicoli a riposo, sulle labbra dei fiori
e sulle acque in tacito ascolto.
Domina lo sguardo il giardino perlato
e la sua sfrenata allegria
che del buio ogni dolore carezza:
brezza di fugace ipocrisia.

Valeria Davide

Lucia De Cicco

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Pieni di opinioni e vuoti d’umano: il diritto e lo scambio

Violenza privata universale

Non riusciamo, perché non vogliamo, a scindere l’elemento fattuale e contestuale da quello universale. Non riusciamo, perché non vogliamo, estinguere il fuoco dello stomaco per comprendere razionalmente il corso delle situazioni così come sono. Non riusciamo, perché non vogliamo, a parlare di diritto in maniera universale e incondizionata, e continuiamo a parlarne come si trattasse di un mero do ut des. Ci sono colpi alla pancia che pubblicamente non possono essere condivisi: ciò che è condivisibile è ciò che viene dalla testa. E su questo non possono esserci dubbi.

Se pensiamo a ogni immane tragedia che accade (efferati omicidi, violenze di vario genere su chiunque), non possiamo che provare, sentire rabbia e profondo dolore. Come minimo, la vendetta immediata è la prima reazione che ci viene davanti. Peccato che già dai tempi del barbarico editto del barbaro Rotari (643 d.C.) la vendetta violenta e personale viene vista come contraria alla società civile (tra l’altro all’epoca fondamentalmente piccola, ristretta, rispetto alla popolazione: ma non stiamo qui a fare una lezione di Storia). Voglio dire, non è che un sentimento tipico dell’uomo può essere estirpato dall’uomo stesso, ma deve essere estirpato dalla società. Non ci può essere impedito di provare quello che proviamo, ma non si deve rendere questo sentimento qualcosa di socialmente affermato. La rabbia che provo io e la mia volontà di vendetta (in quanto singolo e in quanto somma di singoli che non è mai un tutto: ognuno potrebbe provare la stessa cosa, ma sarebbe sempre qualcosa di individualistico) non possono essere regola civile, legge di Stato. L’unico giudizio “sentimentale” e “individuale” che aspira, che deve aspirare alla condivisione universale è il giudizio di gusto (Kant docet): per il resto, dobbiamo renderci conto che la nostra vita pratica non può basarsi su elementi derivanti dal particolare, ma bisogna seguire una legge universale, magari priva di un vero e proprio contenuto (sempre tenendo di fronte a noi l’abitudinario di Königsberg e la sua seconda Critica). Siamo costretti, per il quieto vivere, a regolare la nostra vita sulla base della ragione, la quale può essere definita come quel buon senso che, direbbe Cartesio, col suo piglio un po’ paraculo un po’ ironico, è la cosa al mondo meglio distribuita.

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Già l’idea di discutere di una tragedia in questi termini fa un po’ senso, ma quello che posso dire è che non possiamo permetterci di seguire i nostri più umani e animali istinti tralasciando la nostra altrettanto umana ragione: in questo senso, il concetto di limite ci serve, eccome! Il limite ci rende chiaro quale è e deve essere il nostro territorio, uno spazio ben delineato oltre il quale non è che non si possa andare, ma se ci si spostasse lì saremmo nel caos individualistico, soggettivista ed emozionale più assoluto (la paura di Hobbes insomma). Ognuno sarebbe il guardiano, così ognuno sarebbe il portatore di giustizia.

Ma, in questi termini, l’universale giustizia diverrebbe un semplice agire da sé, individuale, sulla base del personale modo di vedere le cose. Pensiamo un attimo a una situazione paradossale in un contesto di questo tipo. Se qualcuno camminando mi urtasse (e quest’urto è un torto), in una società di quelle sopra descritte, io ci riderei su e ritornerei a passeggiare. Ma se lo stesso qualcuno urtasse qualcun altro e la reazione fosse diversa, cioè l’urtato, colui il quale ha subito un torto che sente essere gravissimo, lo uccidesse, chi potrebbe dire: “Ha sbagliato a ucciderlo”, se veramente per l’urtato quella fu un offesa che meritava, per giustizia, la morte? Non essendoci condivisione, vista la situazione di completo soggettivismo, nulla si potrebbe dire: nessuno può comprendere a fondo quello che un altro sente – la gravità dell’offesa secondo l’urtato. Dunque, è chiaro, è necessaria la condivisione dell’idea di giustizia. Ma, non solo la condivisione dell’idea: serve anche un organo che eserciti la funzione del giudicare cosa sia giusto fare e cosa no, e non arbitrariamente, ma sulla base di qualcosa di condiviso universalmente. In effetti, funziona così. E funziona anche quando e se sentiamo che qualcosa sia ingiusto, che una decisione del giudice sia ingiusta (forse i tre gradi di giudizio non sono poi così male ecco…). Ci serve, appellarci alla giustizia, per vivere in pace.

Quello che cerco di esprimere è: ma vi sembra normale andare avanti a istigare violenza e distorcere l’idea di giustizia e di diritto? Il diritto non è, appunto, qualcosa di guadagnato, per cui ce l’ho solo se faccio determinate cose (si tratta dei diritti umani in primis, ma non soltanto). Il diritto è e basta, ce l’ho e basta. Senza confronto e paragone con nessun altro caso. Per cui, posso essere anche il peggior assassino al mondo, se ho il diritto alla difesa, ce l’ho punto. Per quanto questa cosa possa far sussultare qualcuno. Fa male sentire queste cose, ma fa male alla pancia. Bisogna capire che le regole, l’ordine, il limite, il diritto non sono elementi superflui, ma costituiscono la vita nella società.

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È ovvio, se non banale, reputare assolutamente sbagliato divulgare messaggi che istighino alla violenza, alla giustizia de sé e così via per dovere di cronaca – eppure al giorno d’oggi è bene ribadirlo. È assolutamente giusta e comprensibile la reazione personale, carica di rancore, odio, rabbia e dolore di chi ha subito il crimine, ma mai si può andare oltre e pretendere che questi rancore, odio, rabbia e dolore diventino sociali, causando ciò reazioni violente velate da giustificazioni morali. Possiamo comprendere questi sentimenti, magari anche nel nostro intimo condividerli, ma non possiamo pretendere che la nostra società (che è qualcosa di diverso rispetto al mero affiancamento di individui) si regga su di essi. Per cui, quando sentiamo queste notizie, stiamo un attimino calmi e riflettiamo, ché è bello lasciarsi andare all’animalità nostra, ma non so quanto veramente ognuno e tutti potremmo guadagnarci. Almeno, io non voglio rischiare di venire ucciso se urto uno per strada, ecco…

A. Ve.

Pubblicato in (TLR) Antonio Verri, Società | Contrassegnato , , , , , , , , , | 1 commento

Chiara Dynys, “Pane al mondo” per nutrire il corpo e l’anima

Il museo Marca di Catanzaro presenta una mostra suggestiva che racconta, tra luci e colori, le emergenze legate alla sostenibilità ambientale

Chiara Dynys, artista fra le più quotate nel panorama dell’arte contemporanea italiana, è stata in questi giorni la protagonista di “Pane nel mondo”, una mostra dedicata al simbolo per eccellenza del cibo e dell’alimentazione.

L’intero percorso prende forma e si rafforza nell’anno di Expo e si guarda al cibo non solo come elemento di sostentamento, ma si esaltano altri aspetti quali la biodiversità e la sostenibilità ambientale.

Oltre cinquanta opere, realizzate negli ultimi anni, sono state esposte al Museo Marca di Catanzaro (dal 10 luglio al 9 settembre) grazie all’iniziativa dell’Amministrazione Provinciale di Catanzaro e della Fondazione Rocco Guglielmo, ed inoltre vi è stata un’importante collaborazione con il Museo Carlo Bilotti di Roma.

Chiara Dynys è un’artista lombarda che, si ricorda, ha partecipato a numerose mostre sia personali che collettive in importanti musei e istituzioni culturali pubbliche e private.

Allo stesso tempo,l’artista contemporanea è molto vicina alla nostra Calabria, come dimostrano le sue mostre alla Fondazione Rotella, la sua presenza nella collezione permanente del MAB di Cosenza, città per la quale sta preparando un’opera che verrà collocata in Piazza Bilotti, e il progetto per un’installazione pubblica presso la sede dell’Università della Calabria ad Arcavata, frazione del comune di Rende.

Il percorso al Marca rivela e svela il messaggio che Chiara Dynys vuole trasmettere allo sguardo di chi di osserva. Ciò che attrae la mente è certamente l’uso di materiali eterogenei che ben si fondono con altri linguaggi, quali la fotografia.

L’idea di voler aprire una riflessione sul tema della nutrizione è nata nel 2011, dunque ancor prima che questo diventasse il claim di Expo: un’intuizione che si è sviluppata dal tema sulla fragilità e per questo l’artista si è concentrata sul nutrimento inteso in senso fisico ed intellettuale.Luci, colori, illusione, fragilità, realtà sembrerebbero essere gli strumenti principali per esprimere un continuo passaggio.

Ad accogliere lo spettatore è “Tenda di luce”, che proietta la mente e lo sguardo ad aprirsi sul concetto di casa inteso come serra e nido pronta ad accoglierci. Inevitabilmente, l’attenzione viene successivamente rapita da”Pane al Mondo”, 364 forme di pane in alluminio di dimensioni variabili. Il pane, inteso come elemento di nutrimento, fa riflettere sulle emergenze alimentari e sulla disparità fra paesi ricchi e paesi poveri. In tal senso il pane pesa su ogni Paese rappresentato dal tappeto ellittico (realizzato in Oriente) istoriato con l’immagine del planisfero.

“Love Hate”, la calda luce rossa si oppone a quella bianca; il sotto al sopra; i due opposti sembrano rincorrersi volteggiando in una spirale infinita portando ad un disorientamento da parte di chi osserva.

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“Love Hate”, 2011- Acciaio e luce, 200x95x20 cm ca. “Pane al Mondo”, 2012- 364 forme in alluminio, tappeto di lana 200x400x40 cm.

Continuità di linguaggio ma non di stile per ammirare “PoisonedFlowers”,la serie con i fiori sbocciati in un ideale giardino dell’Eden. Le immagini sono state fotografate dall’artista e attraverso il ricorso alla stampa lenticolare appaiono e scompaiono davanti allo spettatore, realizzando un gioco di apparenze e dissolvenze. Ancora una volta, luci e colori instaurano un dialogo magico tra occhio e mente.

“Accampamento dei fiori” rappresenta l’evoluzione scultorea di “PoisonedFlowers”. Si tratta di una serie di tende (realizzate in fusioni di metacrilato) che ospitano una coppia di fiori realizzati nello stesso materiale e nello stesso colore della tenda in un gioco di trasparenze e smaterializzazione. I fiori al suo interno da una parte sono protetti dalle insidie esterne, ma, dall’altra sono aggrediti e soggetti a trasformazioni.

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“Accampamento dei fiori”, 2015- Fusione di metacrilato colorato 60x40x40 cm.

“Tutto”. Tutto e Niente e Whole Hole creano uno spazio in cui gli opposti si incontrano. Questi libri che richiamano alle trasparenze, colori, luci e ombre rappresentano un contenitore di idee che ciascuno può immaginare.

La contrapposizione fra il tutto e il niente si ritrova nei “Solidi Platonici”, solidi regolari composti da facce tutti uguali fra loro. Quest’opera riprende le teorie di Platone, essi sono la rappresentazione di quel ponte che unisce il disordine della Natura con la perfezione dell’Iperuranio, l’armonia dell’Universo. Per ciascun solido è accostato un elemento: il tetraedro è il fuoco, il cubo è la terra, l’ottaedro rappresenta l’aria e l’icosaedro l’acqua, il dodecaedro rappresenta la forma dell’universo.

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“Tutto”, 2015- Fusione di metacrilato colorato, 60x40x10 “Solidi Platonici”, 2015- Solidi in fusione di acciaio diametro 25 cm.

Il percorso al Marca è fondamentalmente un invito alla riflessione e probabilmente lo spazio più suggestivo è la “Gabbia d’Oro”. Si, la gabbia diventa uno spazio in cui chi osserva si riflette imprigionato. Attraversare quella soglia significa compiere un primo passo verso il rinnovamento. Al contrario noi, rappresentati dalla nostra stessa immagine riflessa siamo aggrappati alla quotidianità e all’abitudine che, mattone dopo mattone, innalza su di noi una prigione.

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“Gabbia d’Oro”, 2009- Ottone dorato e acciaio, 20x20x50 cm ca.

La mostra di Chiara Dynys crea un ambiente molto suggestivo in quanto il gioco di luci, ombre, trasparenze e colori si fonde e si confonde con l’eterogeneità dei materiali e dei linguaggi. Inoltre, da una parte lo spettatore si confronta con temi attuali quali l’emergenza alimentare e la sostenibilità ambientale, chiamato a riflettere sulle scelte future; dall’altra parte chi osserva ha uno spazio per riflettere su se stesso, sulla possibilità di riempire le pagine della vita con sogni ed idee, e di poter fuggire dalla propria gabbia d’oro oltrepassando la soglia di una stretta abitudine per ricercare il rinnovamento di sé.

Martina Pirrone

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La rivoluzione geotermica di una Napoli ottocentesca in “Sìon”, opera steampunk

Il team che sta creando il fumetto ci descrive i dettagli dell’opera tutta Made in Sud

In una Napoli ottocentesca e decisamente steampunk, i Borbone sono riusciti a sfruttare l’energia geotermica del Vesuvio per dare vita ai più disparati strumenti. E’ questo il background storico-sociale in cui Sìon, il protagonista di origine ebraica di questa storia, si butta a capofitto in un’indagine per poter investigare la presunta presenza di creature mostruose nei sotterranei della città partenopea. I presupposti della storia sono molto interessanti e c’è già chi ha dato a Sìon molto risalto anche a livello nazionale, ma andiamo a scoprire i dettagli dell’opera insieme ai suoi autori, il trio composto da Alessandra Lucanto, Simone Madeo e Sante Mazzei.

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La prima domanda è decisamente scontata: da chi è composto il trio che sta dando vita a Sìon, e come è arrivato fin qui?

Alessandra: L’arte ha sempre fatto parte della mia vita. Ho fatto sì che fosse la costante che mi accompagnasse nel mio percorso. Dal liceo artistico di Cosenza sono sbarcata alla scuola internazionale di Comics a Roma, dove ho potuto colmare le lacune sul disegno e apprendere, grazie anche alla vicinanza di persone validissime, tecniche e aspetti di questa magnifica arte. Il fumetto.

Fu Sante, l’anno scorso, a propormi l’idea di Simone. Era intrigante. Realizzare una Napoli Borbonica con influenze steampunk sarebbe stato fantastico. Immaginare poi i colori di Sante sulle tavole poi, avrebbe reso il tutto più epico. E da allora siamo a lavoro per dar vita a questo progetto. La parola a Simone.

Simone: Sono cresciuto leggendo i fumetti bonelliani, Dylan Dog in primis. Ho immaginato, subito dopo le letture , dei finali alternativi e delle storie che avessero risvolti sempre diversi dalle trame che leggevo. Uno dei miei generi di letteratura preferiti era il “libro game”. Un giorno decisi di realizzare una sceneggiatura per fumetto, vera e propria, partecipando a un concorso di un evento legato al mondo del fumetto, nella mia città. Andò bene e finalmente ebbi la possibilità di vedere come si realizzava la sceneggiatura di un fumetto. Dopo l’evento, decisi di dare un seguito alla storia e alla ambientazione che avevo in mente, contattando Sante e, successivamente, Alessandra.

Sìon è il fumetto al quale stiamo lavorando. Una realtà alternativa della Napoli ottocentesca, legata all’energia geotermica. Abbiamo immaginato i risvolti di una società, inserendo un elemento (quello energetico), calcolandone gli effetti. Sìon, il protagonista, dà la caccia a degli strani esseri avvistati nei quartieri bassi della città. Tutta la trama e l’ambientazione cerca di essere quanto più credibile possibile, senza tradire la fantasia.

Sante: Vengo dal mondo dell’illustrazione e mi occupo prevalentemente di illustrazione scientifica legata alla Paleontologia [la Paleoarte, ndr], ovvero realizzo ricostruzioni di dinosauri e altri animali preistorici il più accurate possibile. Credo che un artista, soprattutto al giorno d’oggi, debba prendere l’impegno ad essere il più versatile possibile e di interessarsi anche ad altri settori, diversi da quelli in cui opera solitamente. Per questo oltre all’illustratore, svolgo di tanto in tanto anche il ruolo di grafico o di concept designer. Quello dei fumetti è un mondo che seguo e che mi affascina davvero molto e cercavo da tempo un progetto sul quale “mettere le zampe”, in particolare dedicandomi alla coloritura delle tavole. Sìon mi sembrava l’occasione giusta, sia per dare sfogo alla mia creatività che per migliorare le mie capacità. Oltre a questo, è un’ottima opportunità per lavorare insieme a persone in gamba come Alessandra e Simone, che stimo davvero molto. Il progetto mi colpì fin da subito, quando Simone iniziò a descrivermelo. L’idea di partire da un qualcosa di reale come la città di Napoli e aggiungere elementi fantastici era un pensiero affascinante. Ora che abbiamo iniziato a lavorarci, assistere alle ripercussioni che questi elementi “extra” hanno sulla città e sui personaggi, sia a livello narrativo che puramente estetico, è meraviglioso e stimolante!

Come è nata l’idea di creare quest’opera? La domanda è rivolta principalmente a Simone.

Simone: Qualche anno fa ho partecipato a un piccolo ciclo di lezioni con uno sceneggiatore. Per partecipare era necessario portare una sceneggiatura, che veniva esaminata da una giuria. La sceneggiatura che avevo realizzato mi piaceva e decisi che doveva avere un seguito reale. Così decisi di contattare Sante e, grazie a lui, Alessandra per iniziare un progetto che ci avrebbe dato la possibilità di esprimere quello che avevamo in mente. Dopo qualche tempo e qualche bella chiacchierata, abbiamo iniziato la nostra avventura per portare Sìon in vita.

Ambientare una storia prettamente steampunk nel Sud Italia ottocentesco è già di per sé un’idea rivoluzionaria, ma voi andate addirittura oltre: in Sìon, la civiltà umana è in grado di sfruttare l’enorme energia geotermica del Vesuvio. Tra gli innumerevoli impatti che una tecnologia del genere può avere nei confronti di una società, quali sono i più tangibili e come influenzeranno la storia?

Alessandra: Sicuramente le armi saranno di grande importanza. Sappiamo che la scoperta di nuove tecnologie finisce quasi sempre ad incrementare la potenza bellica di una società, per sentirsi protetta o semplicemente superiore a qualunque altra. Poi lo stile di vita in sé. La possibilità di avere una notte illuminata e con suoni che riprendono un po’ delle primordiali serate brave. Sarà uno scenario che ritroveremo sicuramente.

Sante: Occupandomi della coloritura devo sicuramente parlarti di come l’elemento del Vesuvio e le costruzioni lungo il suo perimetro hanno influenzato i colori di questa Napoli e di tutti gli elementi che la compongono. La città che vedrete in Sìon ha chiaramente preso una direzione più “industriale” rispetto a quanto è successo nella nostra realtà, pertanto vedrete spesso nuvole di fumo (prodotte dal vulcano e non solo) aleggiare sopra di essa e che andranno a modificare i suoi colori naturali. E’ uno degli aspetti più affascinanti e non è trattato con leggerezza; oltre ad aver visitato Napoli e i suoi dintorni, consultiamo spesso del materiale fotografico e video per conoscere il suo aspetto in base alle diverse ore della giornata. Abbiamo osservato anche scenari di città letteralmente sommerse dall’inquinamento, che personalmente definirei molto inquietanti, con l’intento di fondere le due cose.

Simone: Uno dei risultati più evidenti che, come ben dici, impatta sulla vita degli abitanti di una città ottocentesca, è la conquista della notte. Il carico energetico viene utilizzato per illuminare le strade, permettendo ai suoi abitanti di frequentare locali notturni. La trasmissione di informazioni viene migliorata grazie a un sistema di fili elettrici che veicolano impulsi, un po’ come il sistema morse. Anche l’intrattenimento subisce una mutazione, come ad esempio nell’ambito musicale. Impulsi trasmessi su cassa generano qualcosa simile al kick della musica elettronica. Glitch e onde elettriche fanno il resto. Questi sono solo alcuni dei risvolti provocati dall’introduzione della tecnologia avanzata nella città.

Da studente di Geologia, e considerato il fatto che il mio primo articolo in assoluto aveva la geotermia come argomento principale, non posso fare a meno di chiedervi qualche dettaglio extra circa il funzionamento dei meccanismi che sfruttano l’energia geotermica del Vesuvio.

Simone: Il sistema è “semplice”, almeno sotto il punto di vista teorico. Tutt’ora esistono degli studi per l’utilizzo del potenziale geotermico nell’area di Napoli. L’energia realizzata nel genere “steampunk” si ottiene attraverso la trasformazione dell’energia termica di un corpo in energia meccanica. In questo passaggio vi sono dei sistemi, come le macchine a vapore, che ne permettono la trasformazione. Nel caso dell’energia geotermica, il sistema è simile. Il decadimento di alcuni atomi genera naturalmente un potenziale geotermico. Questo potenziale, attraverso delle turbine, particolarmente grandi, che cingono, tutto il perimetro del Vesuvio, viene trasformato in energia meccanica e, successivamente, in energia elettrica.

Lo stesso Vesuvio è visto dalla popolazione locale come una specie di dio, o come una parte caratteristica del paesaggio locale?

Simone: Il Vesuvio, nel corso della storia umana, è stato naturalmente oggetto di venerazione e/o curiosità da parte della popolazione. Vedremo vari atteggiamenti nei confronti del Vesuvio, così come l’approccio alla tecnologia avanzata. Taluni la vedranno come la “terra promessa” per l’umanità, che permette di affrancarsi dalle limitazione della natura, altri la vedranno come una maledizione dalla quale fuggire.

Alessandra: Più che di un dio, se ne ha l’immagine di un qualcosa di sacro. Dopotutto è da lì che proviene tutto il loro benestare. Ma le redini sono tenute da ben altri che godono di un certo rispetto.

Decisamente rivoluzionaria è anche la decisione di avere un protagonista muto. Avete dichiarato, infatti, che Sìon non può parlare. In termini narrativi, cosa comporta questa scelta? Ci sono tecnologie geotermiche o di altra natura che riescono a compensare almeno in parte questo problema? Altra domanda: Sìon è nato così, o lo è diventato?

Alessandra: In questo caso la tecnologia può ben poco. Ai fini narrativi abbiamo deciso che basterà dare voce ai suoi pensieri e renderlo il più comunicativo possibile attraverso i gesti e le espressioni. No non è nato così. La sua mutilazione diventerà il punto di partenza della sua missione.

Simone: La prima conseguenza per il protagonista sarà quella di non poter comunicare attraverso il metodo convenzionale della parola alle persone che lo circondano. Si aiuterà utilizzando alcuni fogli di un taccuino, scrivendo quello che vuole dire. La tecnologia potrebbe aiutarlo nel migliorare questo medium di comunicazione, ma non può chiaramente restituirgli la voce. La sfida maggiore è quindi affrontata dalla nostra disegnatrice, Alessandra, che dovrà spingere al massimo le sue abilità nel rappresentare l’espressività facciale del personaggio, facendo cogliere al lettore, non solo la stato d’animo, ma anche le sue sfumature. Sìon non è nato muto, lo è diventato. Ma non possiamo dirti altro al momento, se non “scopri il suo segreto, leggendo il nostro fumetto!”

Le immagini trapelate sono davvero belle. Lo stile grafico è caratteristico e i colori sono molto accesi. Avete qualche tavola, magari inedita, da condividere coi lettori di The Lightblue Ribbon?

Sante: Certo, abbiamo qualcosa per voi. La prima tavola che ti mostro è stata già mostrata in rete anche nei mesi scorsi. Mostra il protagonista della storia intenzionato a condurre delle analisi scientifiche nel suo laboratorio. Il disegno è davvero molto bello, fu una delle prime tavole complete che vidi e la riprova dello straordinario talento di Alessandra. Per quanto riguarda i colori, pur mostrando una scena “tranquilla”, ci fa vedere la collisione tra l’illuminazione artificiale che viene dalla lampada e quella naturale, notturna, che viene dalla finestra alla sinistra di Sìon. Posso anticipare infatti che i due “ecosistemi di colori” che prevarranno nel volume saranno proprio questi, da un lato la notte spaventosa illuminata appena e dall’altro una festa di colori caldi (che personalmente adoro) e che ritroveremo negli intensi tramonti napoletani e nell’illuminazione artificiale utilizzata all’interno della città.

tavola1

Ti mostro anche una delle tavole del fumetto di anteprima che porteremo, stampato e sfogliabile, allo Steamfest di Roma. Qui possiamo vedere Sìon “a caccia”, impegnato ovvero a stanare alcune creature da una costruzione sotterranea. Come andrà a finire?

Esempio tavola a colori

Racconterete Napoli in un contesto steampunk ottocentesco, in cui il Vesuvio funge da enorme centrale energetica. Le licenze “poetiche” che potete prendere sono tantissime, ma trattandosi comunque di una città esistente qualche riferimento alla realtà è necessario. Dato che si parla di un periodo che ultimamente è diventato oggetto di accesi dibattiti (i movimenti meridionalisti e gli “storici conservatori” hanno idee contrapposte circa le reali condizioni del Sud Italia preunitario), quale Napoli racconterete? La città evoluta che i meridionalisti sostengono che fosse, o la città in perenne difficoltà descritta nei libri di storia “classici”?

Simone: Sai bene che ogni cosa ha una totalità di sfumature. Raccontarle tutte sarebbe quanto più di realistico possibile. Il nostro fumetto, tuttavia, non ha l’ardire di volere illuminare un periodo che è stato già abbastanza studiato e discusso. Semplicemente la nostra Napoli sarà una città tecnologicamente avanzata, con tutte le dinamiche che questo comporta. La città avrà un ordinamento forte, di una monarchia più o meno presente, con tutti i problemi che ha una capitale europea ottocentesca, con una popolazione molto grande. Abbiamo cercato di ricostruire un’atmosfera in cui ambientare il nostro fumetto, utilizzando tutte quelle caratteristiche che la Napoli ottocentesca offre.

Alessandra: Abbiamo detto spesso che Sìon non sarà politically correct, ma non per questo abbiamo intenzione di creare polemiche. La Napoli che racconteremo sarà solamente quella che “sarebbe potuta essere se…”. Poiché la inseriremo in un contesto moderno, si dovrà fare carico di tutti i pro e i contro che ne verranno fuori.

Senza dare troppi dettagli relativi alla trama, potete dirci se Sìon sarà ambientato interamente a Napoli?

Alessandra: Napoli e zone limitrofe. Ci sono luoghi talmente suggestivi che quasi si prestano volutamente all’ambientazione di Sìon.

Simone: No, non sarà ambientato totalmente a Napoli, ma anche in altri luoghi nelle immediate vicinanze.

Sante: Siamo tutti e tre dei viaggiatori quindi non possiamo negare che ci piacerebbe portare Sìon “a spasso” per il mondo, ma è una cosa che si vedrà più avanti dopo la conclusione di questa storia. Come ben sai in quel periodo storico stavano succedendo cose importanti anche in altre città d’Italia e d’Europa, immaginare come potrebbero essere nell’universo narrativo di Sìon per me è davvero bellissimo oltre che stimolante (pensa che adesso che ne abbiamo parlato vorrei fermare tutto e precipitarmi a dipingere la Londra di Sìon!). Ad ogni modo, con un disegno una volta abbiamo portato Sìon a Cosenza, la nostra città. Si tratta di una tavola completamente slegata dagli avvenimenti del fumetto e che mostra il nostro cacciatore alla ricerca del leggendario tesoro di Alarico, il fantasma del quale appare improvvisamente alle sue spalle.

tavola-cosenza

Il fatto che il protagonista sia ebreo ha delle implicazioni narrative, o è un dettaglio di poco conto?

Simone: E’ un dettaglio che sarà importante all’interno della trama. Ci saranno molti dettagli che permetteranno al lettore di fare luce sul passato e il mistero di Sìon.

Sìon vuole andare oltre i confini nazionali, e grazie all’aiuto di Marco Florio avrà una versione interamente tradotta in inglese. Secondo voi, quali sono le prospettive di un fumetto steampunk meridionale in un contesto internazionale? Ci sono paesi più propensi di altri ad accettare l’opera?

Simone: Credo che se c’è una buona trama, una buona ambientazione e una buona qualità nella realizzazione, non esistono confini. Alcuni fumetti hanno avuto più fortuna di altri all’estero, altri invece si sono solo attestati nella nostra penisola. Questo, come ben sai, è determinato dal tipo di sensibilità sviluppata nei vari ambiti. Il nostro fumetto vuole essere un fumetto per italiani e non. La nostra ispirazione, infatti, se da una parte è quella di fumetti nostrani, guarda alle caratteristiche “internazionali”, che hanno fatto breccia più o meno in ogni paese.

Alessandra: Sicuramente ci sono paesi che raccolgono un vero e proprio culto intorno al genere steampunk, come per esempio l’Inghilterra, ma non si tratta di cercare fortuna altrove, solo di condividere un bel lavoro anche oltre confine. E poi per quanto se ne dica, l’Italia ha sempre attirato l’interesse di molti a livello internazionale. Noi vogliamo renderla ancora più intrigante.

Un’altra componente dell’opera sarà il black humor. Perché, e in che modo influenzerà lo stile di Sìon?

Alessandra: Il personaggio di Sìon sarà, per ovvi motivi, silenzioso e introverso. Bisognava contrapporre a questo aspetto una variante più “soft” che alleggerisse, appunto, la situazione. Un po’ di humor non guasta mai.

Simone: Le storie che si prendono troppo sul serio non mi sono mai piaciute. Mi piace ridere di me stesse e delle mie storie. Questa caratteristiche è passata ai personaggi della storia. Le storie devono dosare bene la tensione, altrimenti si passa a leggere un articolo di cronaca nera, e non è quello che vogliamo.

Lo Steamfest di Roma è quasi alle porte, voi parteciperete?

Alessandra: Puoi dirlo forte! Siamo stati entusiasti di aver ricevuto la notizia. Presenteremo Sìon anche nella capitale.

Simone: Siamo immensamente felici di essere presenti allo steamfest di Roma!

Sante: Certamente. E’ una delle tappe fondamentali del tour che stiamo per iniziare, volto alla promozione del nostro progetto, per farlo conoscere al pubblico. Saremo onorati di partecipare allo Steamfest di Roma, un evento davvero unico, che lo scorso anno ha raggiunto oltre 10.000 visitatori! Come anticipato, porteremo un’anteprima cartacea di Sìon, con delle tavole appositamente realizzate e per l’occasione sveleremo alcuni dettagli importanti sul futuro di questo fumetto.

Definireste Sìon un’opera ambiziosa che si può completare solo grazie a contributi esterni, anche economici, o è un fumetto capace di prendere forma col minimo sforzo?

Alessandra: Il fumetto ha tutte le carte in regola per essere un progetto vincente. Ma senza pubblico non puoi fare un concerto. La linfa dei fumetti sono i lettori e quindi i fan. Senza di loro, resterebbe solo una delle tante storie nel cassetto.

Simone: Definisco Sìon un fumetto ambizioso, che ha bisogno dell’aiuto e del supporto di tutti gli amanti dei fumetti e, perché no, anche di chi ha solo voglia di leggere una storia interessante, con una ambientazione particolare e ben fatta. Permetteteci di raccontarvi una storia, che vi piacerà e vi farà vivere le indagini di Sìon, in una città che sta scoprendo la potenza del progresso.

Avete bisogno di aiuto?

Alessandra: Abbiamo bisogno di fiducia per dimostrare che tre ragazzi come tanti, possono realizzare qualcosa di forte per far vedere che ci sono!

Sante: Ci occorre qualcuno che ci prepari il caffè di continuo!

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La pubblicazione di Sìon è alle porte? Uscirà come fumetto vero e proprio, o state valutando la possibilità di farlo uscire come e-book?

Alessandra: L’obiettivo del crowdfounding è il volume cartaceo, ma non escludiamo la possibilità di renderlo disponibile anche in digitale.

Simone: Al momento è prevista l’uscita, attraverso una campagna crowdfunding, del fumetto cartaceo, pubblicato con una serie di bonus, come artbook, making of e tante (tante) sorprese che renderemo pubbliche nel corso del prossimo mese e allo start della campagna crowdfunding. Stiamo ancora valutando se pubblicare la versione digitale del fumetto, ma verrà reso noto quanto prima!

Francesco D’Amico

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VI edizione per la “Settimana della cultura calabrese”. Nutrimento spirituale

Da domenica 23 a domenica 30 agosto, Camigliatello Silano torna ad essere la capitale culturale della Calabria

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Oltre 60 eventi, 120 personalità, 10 mostre, 3 premi. Questi i numeri della rassegna organizzata dall’Universitas Vivariensis.

La novità di quest’anno è un poeta inserito ogni sera nell’appuntamento con il libro. Appuntamento dal titolo: “La luce del poeta”. Una novità che spazia in vari ambiti: dal sacro al profano, dalla tradizione ai sentimenti. Poeti provenienti da tutto il territorio del Cosentino per spingersi sino alla Locride, fino ad oltre Regione ed abbracciare idealmente anche la Campania. Patron della rassegna, ormai giunta alla VI edizione,  l’editore cosentino, Demetrio Guzzardi. La luce dei poeti sarà illuminata da nomi importanti noti e meno noti dello scenario poetico intergiornale.  Dalla Campania ma naturalizzata della Sibarite,  Eleonora Gitto, che aprirà la prima serata, segue la sottoscritta nella serata del 25 con l’omaggio alla mistica tra sacro e profano. Il 26 sarà la volta di un poeta e scrittore vernacolare delle Serre Cosentine, Mario Mandarino che terrà desta l’attenzione anche sugli antichi mestieri calabresi e in particolare di Cerisano. Giorno 27 da Belsito la professoressa, Rossana Sicilia. Il 28 agosto sarà la volta di Maria Vittoria D’Aversa,  autrice di Progetto editoriale 2000 dell’editore Guzzardi. Seguiranno da Locri, Daniela Ferraro giorno 29 e Mirko Grandinetti il 30 agosto.

Il tema, molto attuale e in linea con il grande evento milanese dell’Expo 2015, sarà il Nutrimento. Inteso qui come nutrimento culturale. Con il patrocinio dell’Amministrazione comunale di Spezzano della Sila, nella Casa del forestiero nella centralissima via Roma di Camigliatello Silano.

Di questa sesta edizione lo slogan scelto sara: “Leggere nutre la mente… e diventi sovrano”. Difatti In una dichiarazione alla stampa l’editore Demetrio Guzzardi, che coordina tutte le iniziative della Settimana della cultura calabrese, ha detto: Anche quest’anno proponiamo un cartello di incontri per riaffermare con forza, in un luogo di grande bellezza come è la Sila, che la cultura ha da dire molto per il rilancio della Calabria. Noi crediamo che dal basso possano nascere i germi per un nuovo sviluppo anche economico della nostra terra. Il programma completo è disponibile qui.

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L’editore Demetrio Guzzardi:

“Quest’anno la Settimana della cultura calabrese è dedicata al nutrimento artistico, letterario e spirituale, per questo abbiamo voluto che tutti gli incontri dedicati ai libri si aprano con le liriche di poeti calabresi; la poesia sicuramente ci aiuterà a guardare con più positività la nostra vita. Vorrei segnalare inoltre due appuntamenti, direi con la “bellezza”; il primo martedì 25 agosto quando avremo con noi l’Eparca di Lungro, monsignor Donato Oliverio che ci parlerà delle icone come forma di bellezza, ma anche una delle mostre, quella dedicata a Franco Scaglione, il designer di auto, originario di Carolei, che ha disegnato e progettato, le auto più belle del Novecento. Due modi per raccontare come la Calabria abbia molto da dire nel campo del bello. Eppure tutti i giorni siamo sommersi da notizie cattive e dannose. In questi giorni di Camigliatello vogliamo respirare un clima diverso, un clima di positività e di bellezza. Ne abbiamo bisogno come il pane”.

Lucia De Cicco

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Elijah Shandseight, paleoamatore d’altri tempi. O quasi

E’ Elia Smaniotto, artista con una forte passione per la Paleontologia, nonché veterano di Jurassic Park Italia

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Autocaricatura di Elia Smaniotto, A.K.A. Elijah Shandsheight.

Elijah Shandsheight. Elia Smaniotto. Chi è, dove vive, e perché ha scelto un “nome d’arte” che praticamente risulta essere la traduzione letterale in inglese del suo nome?

Sono una persona qualunque che vive attualmente a Monfalcone (Friuli-Venezia Giulia) e che a 21 anni si diletta a disegnare e scrivere. A conti fatti sono un ‘paleoamatore’, immerso nel mondo dei dinosauri e tutto ciò che li riguarda, ma sono anche appassionato di film, fantascienza, fumetti, zoologia e molto altro ancora. Diciamo che sono un po’ una buona forchetta sotto questo punto di vista.

Per quanto riguarda la variante inglese del nome, in quella italica ho sempre trovato un brutto accostamento nome-cognome – c’ho impiegato vent’anni a farmelo piacere. Tra scherzi e battute con amici e la ‘general coolness‘ della lingua inglese, eccomi qua.

Così come me (Saurus Lord), Mauro Locati (Raptor86), Sante Mazzei (Darthsantuzzo) e tanti altri, sei un veterano del forum Jurassic Park Italia e il tuo nickname era smnt2000. Cosa ricordi di quelli esperienza, e come ha contribuito – artisticamente parlando – a renderti chi sei ora?

Jurassic Park Italia è stato il luogo dove ho potuto esprimermi per davvero. Quando si è ragazzini e con passioni così poco note come quelle della paleontologia è difficile trovare dei coetanei con la quale poterti sfogare e dare sfogo alla propria creatività, ma con gli utenti del forum tutto questo era invece possibile. Dalle semplici conversazioni fino alla condivisione di disegni e scritti, tutti hanno finito con il condizionare gli altri e ognuno di noi ne ha tratto solo che giovamento. Suona molto come una frase fatta, però mi ha aiutato a crescere in tutto e per tutto, dallo stile alla composizione, ma anche come persona.

deinocheirus - ficcala a caso

Deinocheirus.

Di cosa ti occupi, principalmente?

A dispetto della mia vena paleoartistica, faccio tutto fuorché disegnare a livello accademico o studiare dinosauri. Attualmente ho finito il terzo anno di Lingue e Letterature Straniere all’Università di Trieste e sono in procinto di laurearmi – poi staremo a vedere quel che accadrà. Più facile a dirsi che a farsi, ma prima o poi la spunto.

Com’è nato l’amore per i dinosauri, se così possiamo definirlo?

Amore, senza dubbio. Forse feticismo (ride). Quando si è all’asilo e quando un adulto ti chiede la fatidica domanda “Che cosa vuoi fare da grande?”, le risposte più frequenti sono due: astronauta o pompiere. E io volevo essere un vigile del fuoco, ad ogni costo. Ma un giorno, mentre guardavo la televisione, vedetti un servizio su Ciro (Scipionyx), il piccolo dinosauro che durante gli anni Novanta rimbalzò pressoché ovunque sulle reti nazionali. Alla vista di quella creatura ne rimasi folgorato. Non avevo mai visto nessun animale così fantastico eppure così reale. Istintivamente presi le matite colorate in mano e disegnai una ‘copia perfetta’ dell’animale. Ovviamente deve essere stato un obbrobrio di prima categoria vista la mia tenera età, ma non mi ero mai sentito così interessato e mai così fiero di una mia produzione come in quel preciso momento. E da lì non ho più smesso.

Perdona la domanda un po’ banale, ma… qual è il tuo dinosauro preferito? O i tuoi dinosauri preferiti, se ce ne stanno due o più ad occupare a parimerito il gradino più alto del tuo podio?

Nonostante la domanda sia banale, io non so mai come rispondere. Perché se è vero che ci sono dinosauri che mi hanno sempre affascinato (Therizinosaurus e Spinosaurus in primis, ma anche i classici Raptor ed il celebre T. rex) oramai ho smesso di ragionare per preferenze. Quando mi metto a disegnare una particolare specie, in quel momento non esiste altra bestia più interessante. Ci sono innumerevoli specie nel regno animale (odierno ed estinto) e la gente è spesso convinta che alcune siano più interessanti di altre, ma in realtà sono tutte ugualmente spettacolari per ragioni diverse.

deinonychus - da usare per dino preferito

Deinonychus.

Per rispondere a una domanda apparentemente banale, visto che vado a momenti, devo rispondere con una frase fatta: tutti e nessuno. Anche se devo ammettere che ho sviluppato anche una predilezione per gli pterosauri, i famosi rettili volanti del Mesozoico – non certo dinosauri, ma ugualmente affascinanti.

Ricordi la tua prima opera paleoartistica e tutto ciò che ha portato alla sua nascita? Ce l’hai ancora?

Solitamente faccio una cernita dei miei lavori, ma molti li salvo a prescindere. In qualche remoto angolo di casa mia ci dovrebbe essere ancora…

Se per prima opera intendiamo il Scipionyx fatto all’asilo, stendiamo un velo pietoso. Ma se parliamo di opere esposte invece non posso fare a meno di pensare ad una vecchia tavola riguardante Tethyshadros, il curioso adrosauro cretaceo soprannominato Antonio (e quasi mio compaesano), che fu esposta a Bologna circa 6 anni fa. Ai tempi Andrea Cau, paleontologo e autore del blog Theropoda, la criticò onestamente, volendo fare una distinzione tra paleoarte amatoriale e professionista, come quella eseguita dall’incredibile Davide Bonadonna. Non riuscii neppure ad arrabbiarmi – anzi, quell’articolo mi diede la giusta carica: è quella l’opera che mi ha portato dove sono ora e non smetterò mai di ringraziare Cau e l’inesattezza di quel disegno per la spinta che mi hanno dato. Ne ho ancora di strada da fare, ma proprio per questo non ho intenzione di fermarmi.

Come pensi di essere cresciuto, artisticamente parlando, nel corso degli anni?

La realtà è che sto ancora crescendo. Perfeziono costantemente quel poco che sono capace di fare – oggi sono in grado di fare cose che sei mesi fa riuscivo a malapena a concepire, e probabilmente tra altri sei mesi si ripeterà la stessa storia. Raramente sono soddisfatto di un’opera e per questo cerco costantemente di superarmi a dispetto di tutto. Può essere frustrante – alle volte mi ci vogliono giorni se non settimane prima che riesca ad accettare qualcosa che ho disegnato – ma una volta che realizzo cos’ho fatto mi sento appagato come nulla al mondo.

Alcuni illustratori sono ossessionati dal rigore scientifico, altri invece prendono spesso e volentieri una serie interminabile di “licenze paleoartistiche”, spesso discostandosi dalla Paleontologia ufficiale e riconosciuta. Alcuni, addirittura, inventano di sana pianta nuove specie. Il tuo stile dove si colloca?

Col passare del tempo, ho voluto intraprendere la rotta del rigore scientifico poiché l’obbiettivo di un bravo paleoartista è proprio questo – rappresentare il più fedelmente possibile i resti a disposizione ed infondergli nuova vita – ma in realtà non ho problemi a sconfinare in una o nell’altra categoria: tutto dipende da quanto deve essere divulgativa l’immagine a cui si sta lavorando. Trovo giusta la libertà che ci si prende nel ritrarre certi esseri estinti, ma penso anche che alcuni accorgimenti abbiano più classe di altri. Spesso alcuni pensano semplicemente ad abbellire le ricostruzioni secondo il gusto estetico o stravaganza senza però prendere in considerazione l’utilizzo di paragoni adeguati.

Come per la concept art ed il creature design, la regola primaria per la paleoarte è la stessa: occorre capire l’animale che si ha di fronte ed i suoi “Perché”, ossia i vari caratteri che lo portano ad avere quei precisi comportamenti e quell’aspetto fisico. Non c’è nulla di male nella speculazione, l’importante è non dimenticarsi mai di farlo con obiettività.

E’ una sfida ricostruire l’aspetto di un animale estinto? Certamente. Ma è proprio questo il bello. Non è insormontabile: bisogna solo saperla accettare.

A metà giugno hai partecipato, insieme ad altri ex forumite, al Jurassic Weekend di Melzo (Milano), per vedere il tanto atteso Jurassic World. Cosa pensi dell’evento, e come hai partecipato allo stesso?

Sono stato estasiato! Si è rivelata un’esperienza stupenda: ho avuto modo di vedere gente che non sentivo da anni, fare nuove conoscenze e devo dire che ho amato l’atmosfera di quei giorni – vedere tutto quell’afflusso di gente così presa dal nuovo capitolo della saga di Jurassic Park è stato incredibile. Anche se sono andato come portavoce dei miei portali web, la verità è che la manifestazione mi ha dato molto più di quello che potessi sperare. Spero vivamente che questa iniziativa venga ripresa perché connette fan e appassionati in modo assolutamente unico – vediamo che si farà col seguito di Jurassic World!

Da un punto di vista professionale, nella vita ti occupi di ben altro; come si concilia l’illustrazione coi tuoi impegni accademici? Pensi di trasformarla in una fonte di guadagno?

Come si conciliano le due cose? Male a quanto pare (ride). La verità è che l’una porta via tempo all’altra: quasi sempre mi succede che quando dovrei studiare divento iperattivo dal punto di vista artistico e quando invece dovrei essere preso dalle arti figurative non riesco lavorare come vorrei. Ma studiare lingue è una cosa che mi interessava e a conti fatti sono contento della scelta fatta: anche se in futuro voglio dedicarmi maggiormente alla carriera artistica, sono stato comunque in grado di soddisfare questo piccolo sfizio universitario.

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Non solo dinosauri!

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Non serve un esperto di cultura nerd per sapere a cosa è ispirato questo fumetto.

I paleoartisti spesso lavorano per la gloria. Come pensi di inserirti in un contesto in cui la scienza stessa che è alla base della Paleoarte – la Paleontologia – è perennemente minacciata dall’ignoranza altrui? Cosa pensi della formazione scientifica in Italia, e come valuti il proselitismo di minoranze come quella dei creazionisti?

Se io voglio lavorare coi professionisti del settore, è con loro che devo ragionare, non con gli altri. Uno che fa il cuoco non si mette a prendere lezioni di cucina da un architetto che non sa manco far bollire l’acqua per la pasta – allo stesso tempo, un paleoartista deve parlare con paleontologi ed artisti naturalisti, non certo con chi di evoluzione non vuole proprio averci a che fare. Tuttavia ritengo che la divulgazione sia un obbligo a cui non bisogna astenersi: è una gioia spiegare a chi è interessato davvero l’argomento ed è un bene esporre ciò che sai.

tupandactylus - anche questa a caso o in alternativa a deinonychus

Tupandactylus

Se uno non ha la voglia e la pazienza di ascoltare, io allora non ho né la voglia né la pazienza di spiegare; mi sembra logico. Lo ammetto: è un errore. Si dovrebbe sempre cercare di insegnare ed illustrare il proprio punto di vista per farti comprendere. Ma certa gente vuole essere ignorante. Non vuole fare conversazione: vuole aggredire, avere la meglio. E questo non vale solo per la scienza in generale, ma per qualsiasi disciplina e forma d’arte, dalla filmografia alla musica e chi più ne ha più ne metta.

Un atteggiamento del genere non lo si dovrebbe avere. I battibecchi ed i pettegolezzi li lascio a chi non è ancora uscito dalla pubertà; non mi aspetto che gente di 20, 30 o 40 anni non sappia ancora dialogare col prossimo. Alle volte è molto più facile troncare una conversazione sul nascere che non tirar fuori un discorso senza capo né coda. La ‘dominanza intellettuale’ non mi riguarda – “Non condivido quello che dici, ma mi batterò fino alla morte affinché tu possa essere libero di dirlo” è un concetto che tutti sono bravi a nominare, ma che nessuno è capace di applicare.

Su DeviantArt è presente il tuo canale di illustrazione, dove i visitatori possono trovare tantissime opere. Hai altri canali per farti conoscere? Pensi di espanderti in altri settori?

Al giorno d’oggi cani e porci hanno il proprio blog, e io non sono da meno: il K-T Boundary: Art, Dinos & Other Crap, una sorta di giornale e valvola di sfogo dove mi diletto a scribacchiare su film, dinosauri e quant’altro, spesso in modo sconclusionato. E’ da qualche anno che l’ho rianimato e, salvo qualche rifinitura, la motivazione per cui continuo è sempre la stessa: parlare di ciò che mi piace e nulla più. Lo potete trovare anche su Google Plus, per non parlare della pagina su Tumblr – spesso mi perdo in quel contorto regno di immagini, ma è anche piena zeppa di gente dall’incommensurabile talento.

In futuro mi piacerebbe espandermi su altri social e su certe gallerie on-line (come ArtStation, solo una delle moltissime piattaforme messe a disposizione sul web), ma fino a quando non riuscirò a considerarmi un professionista preferisco accontentarmi di quello che ho.

In questo come in tanti ambiti dell’arte, spesso arrivano pareri e giudizi negativi. Qualcuno ha mai avuto da ridire sulle tue opere, e se sì, per quale motivo? Qual è stata la tua reazione?

In realtà, salvo qualche sbandata, ho avuto quasi sempre un feedback positivo, anche dalla gente più profana in materia. Certo, ogni tanto mi devo soffermare sul perché di certe scelte fatte: alle volte mi dicono che esagero su certi aspetti delle mie ricostruzioni – escrescenze di pelle, pellicce, piumaggi, predominanza di bianchi e neri – ma nulla che non si possa spiegare. Guardando il regno animale in realtà questi e molti altri caratteri sono tutto fuorché sensazionali.

Più che per le opere di per sé, sono certi discorsi fatti con gente saccente o pedante – quelli fatti con persone che in realtà non si sono mai approcciate seriamente a certi argomenti – che mi possono irritare (e mi fermo al ‘irritare’, perché per farmi arrabbiare ci vuole ben altro che non queste sciocchezze). A volte ho la pazienza per spiegare fino all’esaurimento, altre volte evito di sbilanciarmi troppo. Diciamo che ci sono casi che valgono la pena più di altri, ecco.

C’è qualcosa in particolare alla quale stai lavorando in questo momento e che vorresti condividere con i lettori di The Lightblue Ribbon?

A breve pubblicherò sul mio blog una ricostruzione paleoartistica piuttosto particolare ed esporrò il processo creativo dietro l’opera, e da lì in poi arriveranno altre ricostruzioni ed articoli – sempre a sfondo paleoartistico – e probabilmente qualche vignetta, per non parlare di qualche comparsa di tutt’altro genere.

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Work in progress.

Purtroppo ci vorrà ancora tempo, ma spero di fare un buon lavoro. Però la sorpresa più grossa dovrebbe arrivare quest’autunno – ho preso parte ad un progetto di cui sono molto orgoglioso e non vedo l’ora di parlarne, ma non spetta a me l’annuncio ufficiale. Tutto a tempo debito!

Grazie, Elijah, e alla prossima!

Grazie mille a te!

Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Interviste, Società | Contrassegnato , , , , , , , , , | Lascia un commento

Un artista giramondo come pochi, Michele Molinari

Artista visivo, scrittore, fotografo, giornalista e come se tutto ciò non bastasse, perenne viaggiatore e blogger

La biografia di Michele Molinari, disponibile sul suo sito in ben tre lingue, è ricca di dettagli: nato a Mantova e sempre dedito a scrivere articoli per testate di rilevanza nazionale; dal 1997 al 2005 ha vissuto a New York City, USA, dove ha lavorato come corrispondente, e dal 2005 al 2012 a Buenos Aires, Argentina, dove si è occupato principalmente di arte visuale. Addirittura, si è spostato tra le due città ricorrendo a mezzi di trasporto terrestri, connettendo di fatto le due Americhe.

mounting Percepciones Relativas BsAs exhibition mounting Percepciones Relativas BsAs exhibition | Sept. 8 - Oct. 5, 2011 |

Percepciones Relativas, Buenos Aires

Michele, com’è nata la passione per la scrittura e l’arte visuale?

Reputo siano nati prima l’interesse e la passione per l’arte visuale. Ho sempre fotografato, sin da ragazzino, sviluppavo le pellicole, stampavo con l’ingranditore. Ovviamente, stampavo in bianco e nero… e ho iniziato a collegare la scrittura quando, viaggiando, mi sono reso conto che le fotografie avevano bisogno di un supporto per ampliare il discorso, per ampliare la storia che volevo trasmettere. E da qui mi sono messo a fotografare, a scrivere e a cercare un lavoro che potesse permettermi di fare entrambe le cose.

Parlaci della tua esperienza a New York e Buenos Aires, nonché del viaggio via terra tra le due città. Che sensazioni si provano viaggiando per le Americhe?

New York e Buenos Aires sono due grandi città, due splendidi posti dove vivere, e in un certo qual modo agli antipodi per tipo di società, per tipo di persone che vi vivono, per cultura, per ragioni secondo me anche per le quali uno va a vivere in questi posti anziché in altri. New York è un posto dove si ha la sensazione che si può arrivare a qualsiasi goal, a qualsiasi obiettivo, basta avere energia, voglia, avere un’idea perché si trova sempre qualcuno che ti accompagna in quest’idea, che sia il sistema paese o che siano altre persone che credono in te e che ti vogliono accompagnare, vogliono averti come leader.

Buenos Aires è stato un contraltare a tanti anni a New York, avevo bisogno di un mondo diverso attorno a me, avevo bisogno delle persone, più dei sentimenti, perché sicuramente a Buenos Aires non si va sperando di fare fortuna o sperando di poter portare avanti un business. Il paese vive di balzi, vive di scossoni, ci sono alti e bassi, sono di nuovo in gravi problemi dal punto di vista sociale, politico, economico, mentre negli Stati Uniti c’è comunque una crescita economica.

Le due città fanno quasi parte di due mondi diversi. Vivendo a lungo in ciascuna di esse, e partendo già con un retaggio culturale italiano consolidato, che pensieri ai maturato sulle rispettive società e sul mondo in generale? La tua opinione dell’Italia è cambiata?

Quando ho deciso che sarei andato a vivere a Buenos Aires ho pensato che sarebbe stato molto interessante sia dal punto di vista personale che dal punto di vista professionale. Congiungere le due realtà, le due città con un viaggio di terra… non volevo arrivarci per aereo, perché nonostante abbia tanti vantaggi, mi piace volare, non permette di vedere quello che c’è tra i due luoghi, non dà il tempo di considerare, di vedere come cambiano gli orizzonti, come cambia la geografia, come cambiano le persone, come cambiano i dialetti, come cambia il modo di mangiare, anche. E’ stato un viaggio molto interessante, è stato un viaggio, quello tra New York e Buenos Aires, del quale ho scritto un libro, “Le Americhe in scala 1:1“, un viaggio che è durato tre mesi attraverso realtà cangianti. Sino all’Ecuador, al nord del Perù, la gente pensava che fossi un americano, uno yankee, e poi poco a poco hanno cominciato a considerare che potessi essere un’altra cosa, perché l’area di influenza degli Stati Uniti veniva scemando. Quello che è stato molto interessante è stato vedere il cambiamento delle facce, rendermi conto che tanti preconcetti, probabilmente superficiali… anzi, superficiali che mi ero fatto sulle Americhe che non avevo mai visitato, vivendo a New York, e conoscendo solo delle comunità di emigranti, se ne sono andati poco poco. Viaggiando per terra, con mezzi di trasporto pubblici, si ha il modo e il tempo per conoscere le persone, ci si siede di fianco, si parla, si chiacchiera, vedendo che viaggiavo da solo avevano voglia di intavolare una discussione con me, di parlare, di raccontarmi, spesso mi hanno invitato nelle loro case, mi hanno invitato a vedere il loro paese. E’ stata un’esperienza proprio bella, che mi ha portato, mi ha condotto per mano tra una realtà e l’altra, tra i due estremi in un certo qual modo, del continente americano.

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I taxi gialli, inconfondibili.

New York è l’ombelico del mondo, tutto passa da New York, quasi tutto inizia da New York, è il vero melting pot, è il posto dove si fondono le emigrazioni, da dove partono le idee, bene o male è la piazza finanziaria internazionale. Spesso, anche con gli altri amici italiani che vivevano a New York, abbiamo pensato che splendido sarebbe stato vivere ad “Atlantide“, un paese tra l’Italia e gli Stati Uniti, tra l’Italia e New York, perché New York è comunque un posto estremo, un posto che lascia poco tempo all’uomo, alle conoscenze, all’amicizia, ai rapporti umani, ci sono tre cose, consideravamo e considero che siano il vivere a New York le cose veramente interessanti… anzi, due: i soldi e il sesso. Per scopare, per fare sesso, non c’è mai nessun problema, si riesce a fare più volte al giorno, per fare i soldi pure, ma non si va a New York né per grattarsi la pancia, né per prendere il sole, né per farsi degli amici.

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Decollando da Buenos Aires.

Buenos Aires è un posto totalmente diverso, questo è dovuto sia, secondo me, all’emigrazione che ha ricevuto Buenos Aires, il 50 per cento degli abitanti hanno un cognome italiano, il 40 per cento un cognome spagnolo e il 10 per cento del nord Europa e questo la dice lunga sulle capacità di rapportarsi con il prossimo, dei portenos [gli abitanti di Buenos Aires, ndr] e degli argentini in generale. Considerando pure che non hanno la frenesia dell’economia, del business, della piazza finanziaria di importanza mondiale che va in un certo qual modo a condizionare le loro vite. Hanno molto più tempo per stare in compagnia, molto più tempo per stare insieme, c’è sempre una telefonata che va o che viene, sempre una voglia di stare con gli amici, di passare del tempo in comune. E’ comunque, una città molto viva dal punto di vista culturale, probabilmente la città più viva dal punto di vista culturale del Sud America e questo lo dicono anche i brasiliani che vivono a Rio, a San Paolo, anche se per varie ragioni, non ultima quella geografica, è una città ai margini dei grandi movimenti e dei grandi canali dell’arte mondiale.

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Splendido gioco di colori alla Biennale di Venezia, 2009.

La mia opinione dell’Italia? Mah, ti dirò che dopo sedici anni all’estero e tanti viaggi non ricordo l’idea che ne avessi prima; di sicuro considero l’Europa un’isola felice dove vivere, e l’Italia uno splendido Paese, nonostante tutto. Accettazione dell’essere Italiani, e si vive meglio… i confronti non sono onesti e possono essere superficiali: meglio organizzata dell’Argentina ma meno degli USA, si mangia meglio che in entrambi i paesi dove ho vissuto ma, se l’Italia avesse gli abitanti di Buenos Aires, non avrei dubbi su dove andare a vivere. Comunque, ripeto: gira gira, ci si rende conto di come l’Italia sia un Paese splendido, in molti sensi, nonostante tutto.

Torni spesso a New York?

Sì, torno spesso a New York, se possibile spero di tornarci almeno una volta all’anno, poi a volte ci torno una volta ogni due anni perché comunque ho lasciato dei conoscenti, non ho lasciato degli amici, per cui cerco di combinare visite a delle mostre, un po’ di shopping digitale, un viaggio negli Stati Uniti, ma non ho dei grandi affetti in città.

Usa, NYC: waiting for the bus

New York, fermata B&H.

E a Buenos Aires?

Cerco di tornare almeno una volta all’anno, negli ultimi anni sono tornato anche due volte, perché oltre alla vivacità culturale e ai viaggi che ho continuato a fare nel Sudamerica, ho lasciato tanti affetti, ho lasciato tante persone care che mi hanno voluto bene, alle quali voglio bene, con le quali ho molto piacere a stare assieme.

Ora di cosa ti occupi?

Più di arte, a dir la verità, non da ora ma da quando ho lasciato New York, mi occupo più di fotografia, mi occupo di pittura, di installazioni che immagino, che invento, cerco di mettere assieme delle forme d’arte. Qui a Mantova ho aperto uno spazio d’arte, uno spazio aperto che ho chiamato Terzo Piano Open Studio, perché è al terzo piano di un palazzo, dove espongo le mie installazioni o le mie opere in comunione con altri artisti; non voglio che sia una galleria privata con solamente le mie cose ma mi piace lavorare concettualmente, con altri artisti, che siano musicisti, ballerini, artisti visuali, artisti plastici… di tutto un po’.

Sembri fluente anche nella lingua francese, e stando alle tue foto pubblicate sui vari social network sembri un assiduo frequentatore di Parigi. Cosa ti porta nella capitale francese?

E’ un grande posto, è una grande città, io sono francofono più che anglofono, non ho dubbi a scegliere tra le due grandi capitali europee – Londra e Parigi. La seconda è quella nella quale vorrei andare a vivere, nella quale vorrei stare, mi sento a casa. A dir la verità, mi rendo conto di sentirmi a casa in troppi posti nel mondo, sono in perenne e frenetico passaggio tra una casa e l’altra, tra un ambiente e l’altro. Torno a Parigi per trovare degli amici, per chiacchierare, per sedermi al tavolino e guardare la gente in strada, per mangiare il pane, per annusare l’odore della metropolitana.

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La Francia non è solo caos.

Torno a Parigi per le mostre d’arte contemporanea, non vado più al Louvre da anni, vedo la Tour Eiffel solo svettare sui tetti delle case, cerco di evitare le orde di turisti che si ammassano sempre più numerosi a Parigi, ma non mi faccio mai mancare la Fondation Cartier, il Palais de Tokyo, non mi faccio mai mancare qualche galleria nuova che scopro, spesso cerco di tornare a novembre per il Mois de la Photo e poi solo per flâner, solo camminare e passeggiare per Parigi è veramente un piacere.

Rispetto al passato, viaggi di più o di meno?

Di meno, ma con maggiore qualità. Viaggio di meno forse perché ho più cose da fare, e anche perché devo pagare io, mentre prima viaggiavo per lavoro, per cui andavo dove mi mandavano. C’è più qualità perché ho più tempo per approfondire gli interessi, ho più tempo per approfondire le diversità culturali, sociali, artistiche dei posti dove vado, e vado con interessi che in un certo qual modo sono meno commerciali, quando viaggiavo lo facevo per delle riviste di viaggio che ogni mese hanno bisogno di sviluppare un’idea nuova che spesso è un’idea poco approfondita, deve solo far colpo sull’acquirente, su quei turisti che hanno bisogno di comprare una rivista per farsi venire un’idea.

“Io faccio una distinzione tra viaggiatore e turista. Il viaggiatore è uno stato che si raggiunge passando attraverso il turista, dopo tanti anni di viaggi, dopo una capacità di analisi dei luoghi, delle persone, una voglia di empatia, di immedesimarsi, anche una capacità di percepire, di ascoltare, e soprattutto tanta umiltà, tanta disponibilità a non porsi, e tanta disponibilità pure a non portare necessariamente le proprie idee ma ad accettare quelle dei posti, dei luoghi, delle persone, dei popoli che si visitano.”

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Un vero viaggiatore si immedesima.

Hai volato tantissime volte, eppure il volo è per tutti un’esperienza entusiasmante, a prescindere dall’esperienza. Vivi i tuoi voli come una parte integrante del viaggio, o quasi come un “ostacolo” da affrontare che si pone tra te e la tua destinazione?

Il volo è sempre un’esperienza entusiasmante, è un’esperienza che reputo divertente, che come ti dicevo prima ho evitato solo quando ho deciso di viaggiare per terra, per ragioni diverse, perché avevo il bisogno di capire cosa ci fosse tra un luogo e l’altro, ma per me è parte del viaggio, è divertimento, è un uso della tecnologia, della meccanica, dell’ingegneria, e poi mi diverto a sedermi al finestrino, a guardare fuori le nuvole, a fare le fotografie… mi stimola molto. Mi diverte molto il volare.

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Ryanair e cargo DHL.

Quando posso, cerco di volare con le compagnie locali, le compagnie degli stati che vado a visitare per entrare un po’ nella mentalità, per vedere come si sono sviluppate, per cercare di fare dei confronti tra le varie compagnie anche se non è sempre possibile perché poi mi faccio condurre dai prezzi, mi faccio condurre dalle associazioni tra una compagnia e l’altra, eccetera, cose delle quali tu sei a conoscenza. [Si tratta dei programmi di fidelizzazione come il MilleMiglia di Alitalia, ndr.]

Com’è nata l’idea di creare Fammi Volare, il tuo blog dedicato all’aviazione commerciale su Boardingarea.com? Dedichi molto tempo a questo progetto?

E’ il blog nato per la mia voglia di condividere le mie esperienze con gli altri. Passando tante ore in aereo, tanti viaggi fatti in aereo, ha cominciato a crescere in me un interesse per un mondo, per un business, quello dell’aviazione civile, che usavo ma solo marginalmente. Non mi prende moltissimo tempo, leggo molto, leggo molto su internet, ho degli aggregatori di notizie che mi portano le news, sono iscritto alle newsletter, frequento vari blog e poi metto da parte e cerco di mettere assieme notizie che mi sembrano simpatiche, divertenti, cerco ovviamente di dare la mia impronta a quello che è il blog, cerco di partecipare perché non voglio essere solamente un ripetitore, una grancassa delle notizie che si possono trovare su internet, ma voglio mettere qualcosa di personale in modo che il lettore possa provare un’esperienza, un’esperienza personale, possa in un certo qual modo – se possibile – immedesimarsi.

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Airbus A340 della Swiss in atterraggio a Zurigo. Per diverso tempo, Michele Molinari ha usato la Swiss e Zurigo come i mezzi per spostarsi tra l’Italia e New York. Foto di Giorgio Varisco.

Il tuo curriculum dice che hai collaborato con globevisions. Di cosa si tratta?

Era, è, perché c’è tuttora ma da qualche anno non viene più aggiornato, il mio child project. E’ una pagina web che avevo messo in piedi nel 1999, quando ancora internet, il web design era agli albori, di viaggio, di arte, di fotografia, di libri. Era un web magazine che ha avuto un buon successo all’inizio quando i motori di ricerca non avevano nulla da aggregare, da listare e che poi poco poco è scemato soprattutto per il fatto che c’ero solo io e ogni tanto qualche collega amico a darmi una mano, e poi per varie ragioni ho lasciato perdere anche se sono ancora il proprietario del dominio.

E ora, una licenza giornalistica per una domanda un po’ banale ma allo stesso tempo obbligatoria: cosa vorresti fare da grande?

Mah, non lo so! A volte vorrei, che so, vorrei sognare di poter fare quello che avevo sognato da ragazzino, il direttore di un museo di Scienze Naturali. Sono laureato in Biologia, con indirizzo in Etologia. Altre volte mi rendo conto che non lo so e non lo voglio sapere perché ho fatto tante cose diverse nella mia vita e mi sono lasciato condurre per tanti cammini diversi… è questa la cosa più divertente, per cui non voglio saperlo perché l’esplorare, la curiosità che mi conduce, è quello che veramente mi ha divertito nella carriera personale e professionale sino a questo momento.

In questo preciso momento, di cosa ti stai occupando?

Il secondo fine settimana di settembre, c’è a Mantova il Festival di Letteratura, che è uno dei festival più importanti d’Europa. Nell’ambito del Festival di Letteratura, da due anni e questa sarà la seconda edizione (del festival vero e proprio mi sembra che sia la decima edizione), per noi, per un gruppo di amici, siamo in tre, organizziamo degli eventi collaterali, degli eventi d’arte, musica, spettacolo, fotografia, lettura di libri, presentazione di libri, pittura. Come dicevo, siamo in tre e noi stessi ci mettiamo in gioco, all’interno di una casa nobiliare con uno splendido cortile nel centro di Mantova, nell’ambito del festival di quest’anno che durerà cinque giorni (i nostri eventi durano tre giorni), presentiamo, mettiamo in piedi un calendario di questo genere.

Argentina, Buenos Aires

Argentina, Buenos Aires

Io presento come installazione ‘Buenos Aires’, un’installazione multimediale di fotografie prese da più edifici alti che ho organizzato in uno slide show con una colonna sonora di rumori registrati per strada e da me editati in modo che l’impressione dello spettatore sarà come quella di stare su un bancone di uno di questi edifici, guardando intorno a sé il panorama, le diverse luci del giorno e della notte che cambiano, ascoltando i rumori che salgono dalla strada. In quest’installazione, questo spazio che sarà una grande sala, una vecchia rimessa per le carrozze, ci sarà anche rappresentazione plastica, pittura, cartone e legno, di una di queste fotografie, e quest’installazione nel suo complesso si chiamerà appunto ‘Buenos Aires’.

Se qualcuno volesse seguire le tue orme, cosa dovrebbe fare?

Bella domanda… innanzitutto, non trovare mai delle scuse per non fare qualcosa, al massimo trovare delle motivazioni per non fare una cosa rispetto ad un’altra, ma mettere tutto l’entusiasmo e la voglia nella cosa che si è decisa, non porsi mai dei limiti, essere obiettivi, anche dei propri limiti, essere umili, ascoltare, ascoltare tanto, perché Allah ci ha dato due orecchie e una bocca per ascoltare tanto e parlare poco, quindi imparare dall’esperienza altrui, non avere paura di copiare perché quello che si fa viene mediato attraverso la nostra personale esperienza, non lasciarsi mai abbattere dalle avversità, andare sempre avanti, sorridere e divertirsi in quello che si fa!

Grazie, Michele, e in bocca al lupo!

Francesco D’Amico
Foto gentilmente concesse dall’intervistato
Foto dell’Airbus A340 Swiss di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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