Un artista giramondo come pochi, Michele Molinari

Artista visivo, scrittore, fotografo, giornalista e come se tutto ciò non bastasse, perenne viaggiatore e blogger

La biografia di Michele Molinari, disponibile sul suo sito in ben tre lingue, è ricca di dettagli: nato a Mantova e sempre dedito a scrivere articoli per testate di rilevanza nazionale; dal 1997 al 2005 ha vissuto a New York City, USA, dove ha lavorato come corrispondente, e dal 2005 al 2012 a Buenos Aires, Argentina, dove si è occupato principalmente di arte visuale. Addirittura, si è spostato tra le due città ricorrendo a mezzi di trasporto terrestri, connettendo di fatto le due Americhe.

mounting Percepciones Relativas BsAs exhibition mounting Percepciones Relativas BsAs exhibition | Sept. 8 - Oct. 5, 2011 |

Percepciones Relativas, Buenos Aires

Michele, com’è nata la passione per la scrittura e l’arte visuale?

Reputo siano nati prima l’interesse e la passione per l’arte visuale. Ho sempre fotografato, sin da ragazzino, sviluppavo le pellicole, stampavo con l’ingranditore. Ovviamente, stampavo in bianco e nero… e ho iniziato a collegare la scrittura quando, viaggiando, mi sono reso conto che le fotografie avevano bisogno di un supporto per ampliare il discorso, per ampliare la storia che volevo trasmettere. E da qui mi sono messo a fotografare, a scrivere e a cercare un lavoro che potesse permettermi di fare entrambe le cose.

Parlaci della tua esperienza a New York e Buenos Aires, nonché del viaggio via terra tra le due città. Che sensazioni si provano viaggiando per le Americhe?

New York e Buenos Aires sono due grandi città, due splendidi posti dove vivere, e in un certo qual modo agli antipodi per tipo di società, per tipo di persone che vi vivono, per cultura, per ragioni secondo me anche per le quali uno va a vivere in questi posti anziché in altri. New York è un posto dove si ha la sensazione che si può arrivare a qualsiasi goal, a qualsiasi obiettivo, basta avere energia, voglia, avere un’idea perché si trova sempre qualcuno che ti accompagna in quest’idea, che sia il sistema paese o che siano altre persone che credono in te e che ti vogliono accompagnare, vogliono averti come leader.

Buenos Aires è stato un contraltare a tanti anni a New York, avevo bisogno di un mondo diverso attorno a me, avevo bisogno delle persone, più dei sentimenti, perché sicuramente a Buenos Aires non si va sperando di fare fortuna o sperando di poter portare avanti un business. Il paese vive di balzi, vive di scossoni, ci sono alti e bassi, sono di nuovo in gravi problemi dal punto di vista sociale, politico, economico, mentre negli Stati Uniti c’è comunque una crescita economica.

Le due città fanno quasi parte di due mondi diversi. Vivendo a lungo in ciascuna di esse, e partendo già con un retaggio culturale italiano consolidato, che pensieri ai maturato sulle rispettive società e sul mondo in generale? La tua opinione dell’Italia è cambiata?

Quando ho deciso che sarei andato a vivere a Buenos Aires ho pensato che sarebbe stato molto interessante sia dal punto di vista personale che dal punto di vista professionale. Congiungere le due realtà, le due città con un viaggio di terra… non volevo arrivarci per aereo, perché nonostante abbia tanti vantaggi, mi piace volare, non permette di vedere quello che c’è tra i due luoghi, non dà il tempo di considerare, di vedere come cambiano gli orizzonti, come cambia la geografia, come cambiano le persone, come cambiano i dialetti, come cambia il modo di mangiare, anche. E’ stato un viaggio molto interessante, è stato un viaggio, quello tra New York e Buenos Aires, del quale ho scritto un libro, “Le Americhe in scala 1:1“, un viaggio che è durato tre mesi attraverso realtà cangianti. Sino all’Ecuador, al nord del Perù, la gente pensava che fossi un americano, uno yankee, e poi poco a poco hanno cominciato a considerare che potessi essere un’altra cosa, perché l’area di influenza degli Stati Uniti veniva scemando. Quello che è stato molto interessante è stato vedere il cambiamento delle facce, rendermi conto che tanti preconcetti, probabilmente superficiali… anzi, superficiali che mi ero fatto sulle Americhe che non avevo mai visitato, vivendo a New York, e conoscendo solo delle comunità di emigranti, se ne sono andati poco poco. Viaggiando per terra, con mezzi di trasporto pubblici, si ha il modo e il tempo per conoscere le persone, ci si siede di fianco, si parla, si chiacchiera, vedendo che viaggiavo da solo avevano voglia di intavolare una discussione con me, di parlare, di raccontarmi, spesso mi hanno invitato nelle loro case, mi hanno invitato a vedere il loro paese. E’ stata un’esperienza proprio bella, che mi ha portato, mi ha condotto per mano tra una realtà e l’altra, tra i due estremi in un certo qual modo, del continente americano.

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I taxi gialli, inconfondibili.

New York è l’ombelico del mondo, tutto passa da New York, quasi tutto inizia da New York, è il vero melting pot, è il posto dove si fondono le emigrazioni, da dove partono le idee, bene o male è la piazza finanziaria internazionale. Spesso, anche con gli altri amici italiani che vivevano a New York, abbiamo pensato che splendido sarebbe stato vivere ad “Atlantide“, un paese tra l’Italia e gli Stati Uniti, tra l’Italia e New York, perché New York è comunque un posto estremo, un posto che lascia poco tempo all’uomo, alle conoscenze, all’amicizia, ai rapporti umani, ci sono tre cose, consideravamo e considero che siano il vivere a New York le cose veramente interessanti… anzi, due: i soldi e il sesso. Per scopare, per fare sesso, non c’è mai nessun problema, si riesce a fare più volte al giorno, per fare i soldi pure, ma non si va a New York né per grattarsi la pancia, né per prendere il sole, né per farsi degli amici.

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Decollando da Buenos Aires.

Buenos Aires è un posto totalmente diverso, questo è dovuto sia, secondo me, all’emigrazione che ha ricevuto Buenos Aires, il 50 per cento degli abitanti hanno un cognome italiano, il 40 per cento un cognome spagnolo e il 10 per cento del nord Europa e questo la dice lunga sulle capacità di rapportarsi con il prossimo, dei portenos [gli abitanti di Buenos Aires, ndr] e degli argentini in generale. Considerando pure che non hanno la frenesia dell’economia, del business, della piazza finanziaria di importanza mondiale che va in un certo qual modo a condizionare le loro vite. Hanno molto più tempo per stare in compagnia, molto più tempo per stare insieme, c’è sempre una telefonata che va o che viene, sempre una voglia di stare con gli amici, di passare del tempo in comune. E’ comunque, una città molto viva dal punto di vista culturale, probabilmente la città più viva dal punto di vista culturale del Sud America e questo lo dicono anche i brasiliani che vivono a Rio, a San Paolo, anche se per varie ragioni, non ultima quella geografica, è una città ai margini dei grandi movimenti e dei grandi canali dell’arte mondiale.

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Splendido gioco di colori alla Biennale di Venezia, 2009.

La mia opinione dell’Italia? Mah, ti dirò che dopo sedici anni all’estero e tanti viaggi non ricordo l’idea che ne avessi prima; di sicuro considero l’Europa un’isola felice dove vivere, e l’Italia uno splendido Paese, nonostante tutto. Accettazione dell’essere Italiani, e si vive meglio… i confronti non sono onesti e possono essere superficiali: meglio organizzata dell’Argentina ma meno degli USA, si mangia meglio che in entrambi i paesi dove ho vissuto ma, se l’Italia avesse gli abitanti di Buenos Aires, non avrei dubbi su dove andare a vivere. Comunque, ripeto: gira gira, ci si rende conto di come l’Italia sia un Paese splendido, in molti sensi, nonostante tutto.

Torni spesso a New York?

Sì, torno spesso a New York, se possibile spero di tornarci almeno una volta all’anno, poi a volte ci torno una volta ogni due anni perché comunque ho lasciato dei conoscenti, non ho lasciato degli amici, per cui cerco di combinare visite a delle mostre, un po’ di shopping digitale, un viaggio negli Stati Uniti, ma non ho dei grandi affetti in città.

Usa, NYC: waiting for the bus

New York, fermata B&H.

E a Buenos Aires?

Cerco di tornare almeno una volta all’anno, negli ultimi anni sono tornato anche due volte, perché oltre alla vivacità culturale e ai viaggi che ho continuato a fare nel Sudamerica, ho lasciato tanti affetti, ho lasciato tante persone care che mi hanno voluto bene, alle quali voglio bene, con le quali ho molto piacere a stare assieme.

Ora di cosa ti occupi?

Più di arte, a dir la verità, non da ora ma da quando ho lasciato New York, mi occupo più di fotografia, mi occupo di pittura, di installazioni che immagino, che invento, cerco di mettere assieme delle forme d’arte. Qui a Mantova ho aperto uno spazio d’arte, uno spazio aperto che ho chiamato Terzo Piano Open Studio, perché è al terzo piano di un palazzo, dove espongo le mie installazioni o le mie opere in comunione con altri artisti; non voglio che sia una galleria privata con solamente le mie cose ma mi piace lavorare concettualmente, con altri artisti, che siano musicisti, ballerini, artisti visuali, artisti plastici… di tutto un po’.

Sembri fluente anche nella lingua francese, e stando alle tue foto pubblicate sui vari social network sembri un assiduo frequentatore di Parigi. Cosa ti porta nella capitale francese?

E’ un grande posto, è una grande città, io sono francofono più che anglofono, non ho dubbi a scegliere tra le due grandi capitali europee – Londra e Parigi. La seconda è quella nella quale vorrei andare a vivere, nella quale vorrei stare, mi sento a casa. A dir la verità, mi rendo conto di sentirmi a casa in troppi posti nel mondo, sono in perenne e frenetico passaggio tra una casa e l’altra, tra un ambiente e l’altro. Torno a Parigi per trovare degli amici, per chiacchierare, per sedermi al tavolino e guardare la gente in strada, per mangiare il pane, per annusare l’odore della metropolitana.

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La Francia non è solo caos.

Torno a Parigi per le mostre d’arte contemporanea, non vado più al Louvre da anni, vedo la Tour Eiffel solo svettare sui tetti delle case, cerco di evitare le orde di turisti che si ammassano sempre più numerosi a Parigi, ma non mi faccio mai mancare la Fondation Cartier, il Palais de Tokyo, non mi faccio mai mancare qualche galleria nuova che scopro, spesso cerco di tornare a novembre per il Mois de la Photo e poi solo per flâner, solo camminare e passeggiare per Parigi è veramente un piacere.

Rispetto al passato, viaggi di più o di meno?

Di meno, ma con maggiore qualità. Viaggio di meno forse perché ho più cose da fare, e anche perché devo pagare io, mentre prima viaggiavo per lavoro, per cui andavo dove mi mandavano. C’è più qualità perché ho più tempo per approfondire gli interessi, ho più tempo per approfondire le diversità culturali, sociali, artistiche dei posti dove vado, e vado con interessi che in un certo qual modo sono meno commerciali, quando viaggiavo lo facevo per delle riviste di viaggio che ogni mese hanno bisogno di sviluppare un’idea nuova che spesso è un’idea poco approfondita, deve solo far colpo sull’acquirente, su quei turisti che hanno bisogno di comprare una rivista per farsi venire un’idea.

“Io faccio una distinzione tra viaggiatore e turista. Il viaggiatore è uno stato che si raggiunge passando attraverso il turista, dopo tanti anni di viaggi, dopo una capacità di analisi dei luoghi, delle persone, una voglia di empatia, di immedesimarsi, anche una capacità di percepire, di ascoltare, e soprattutto tanta umiltà, tanta disponibilità a non porsi, e tanta disponibilità pure a non portare necessariamente le proprie idee ma ad accettare quelle dei posti, dei luoghi, delle persone, dei popoli che si visitano.”

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Un vero viaggiatore si immedesima.

Hai volato tantissime volte, eppure il volo è per tutti un’esperienza entusiasmante, a prescindere dall’esperienza. Vivi i tuoi voli come una parte integrante del viaggio, o quasi come un “ostacolo” da affrontare che si pone tra te e la tua destinazione?

Il volo è sempre un’esperienza entusiasmante, è un’esperienza che reputo divertente, che come ti dicevo prima ho evitato solo quando ho deciso di viaggiare per terra, per ragioni diverse, perché avevo il bisogno di capire cosa ci fosse tra un luogo e l’altro, ma per me è parte del viaggio, è divertimento, è un uso della tecnologia, della meccanica, dell’ingegneria, e poi mi diverto a sedermi al finestrino, a guardare fuori le nuvole, a fare le fotografie… mi stimola molto. Mi diverte molto il volare.

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Ryanair e cargo DHL.

Quando posso, cerco di volare con le compagnie locali, le compagnie degli stati che vado a visitare per entrare un po’ nella mentalità, per vedere come si sono sviluppate, per cercare di fare dei confronti tra le varie compagnie anche se non è sempre possibile perché poi mi faccio condurre dai prezzi, mi faccio condurre dalle associazioni tra una compagnia e l’altra, eccetera, cose delle quali tu sei a conoscenza. [Si tratta dei programmi di fidelizzazione come il MilleMiglia di Alitalia, ndr.]

Com’è nata l’idea di creare Fammi Volare, il tuo blog dedicato all’aviazione commerciale su Boardingarea.com? Dedichi molto tempo a questo progetto?

E’ il blog nato per la mia voglia di condividere le mie esperienze con gli altri. Passando tante ore in aereo, tanti viaggi fatti in aereo, ha cominciato a crescere in me un interesse per un mondo, per un business, quello dell’aviazione civile, che usavo ma solo marginalmente. Non mi prende moltissimo tempo, leggo molto, leggo molto su internet, ho degli aggregatori di notizie che mi portano le news, sono iscritto alle newsletter, frequento vari blog e poi metto da parte e cerco di mettere assieme notizie che mi sembrano simpatiche, divertenti, cerco ovviamente di dare la mia impronta a quello che è il blog, cerco di partecipare perché non voglio essere solamente un ripetitore, una grancassa delle notizie che si possono trovare su internet, ma voglio mettere qualcosa di personale in modo che il lettore possa provare un’esperienza, un’esperienza personale, possa in un certo qual modo – se possibile – immedesimarsi.

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Airbus A340 della Swiss in atterraggio a Zurigo. Per diverso tempo, Michele Molinari ha usato la Swiss e Zurigo come i mezzi per spostarsi tra l’Italia e New York. Foto di Giorgio Varisco.

Il tuo curriculum dice che hai collaborato con globevisions. Di cosa si tratta?

Era, è, perché c’è tuttora ma da qualche anno non viene più aggiornato, il mio child project. E’ una pagina web che avevo messo in piedi nel 1999, quando ancora internet, il web design era agli albori, di viaggio, di arte, di fotografia, di libri. Era un web magazine che ha avuto un buon successo all’inizio quando i motori di ricerca non avevano nulla da aggregare, da listare e che poi poco poco è scemato soprattutto per il fatto che c’ero solo io e ogni tanto qualche collega amico a darmi una mano, e poi per varie ragioni ho lasciato perdere anche se sono ancora il proprietario del dominio.

E ora, una licenza giornalistica per una domanda un po’ banale ma allo stesso tempo obbligatoria: cosa vorresti fare da grande?

Mah, non lo so! A volte vorrei, che so, vorrei sognare di poter fare quello che avevo sognato da ragazzino, il direttore di un museo di Scienze Naturali. Sono laureato in Biologia, con indirizzo in Etologia. Altre volte mi rendo conto che non lo so e non lo voglio sapere perché ho fatto tante cose diverse nella mia vita e mi sono lasciato condurre per tanti cammini diversi… è questa la cosa più divertente, per cui non voglio saperlo perché l’esplorare, la curiosità che mi conduce, è quello che veramente mi ha divertito nella carriera personale e professionale sino a questo momento.

In questo preciso momento, di cosa ti stai occupando?

Il secondo fine settimana di settembre, c’è a Mantova il Festival di Letteratura, che è uno dei festival più importanti d’Europa. Nell’ambito del Festival di Letteratura, da due anni e questa sarà la seconda edizione (del festival vero e proprio mi sembra che sia la decima edizione), per noi, per un gruppo di amici, siamo in tre, organizziamo degli eventi collaterali, degli eventi d’arte, musica, spettacolo, fotografia, lettura di libri, presentazione di libri, pittura. Come dicevo, siamo in tre e noi stessi ci mettiamo in gioco, all’interno di una casa nobiliare con uno splendido cortile nel centro di Mantova, nell’ambito del festival di quest’anno che durerà cinque giorni (i nostri eventi durano tre giorni), presentiamo, mettiamo in piedi un calendario di questo genere.

Argentina, Buenos Aires

Argentina, Buenos Aires

Io presento come installazione ‘Buenos Aires’, un’installazione multimediale di fotografie prese da più edifici alti che ho organizzato in uno slide show con una colonna sonora di rumori registrati per strada e da me editati in modo che l’impressione dello spettatore sarà come quella di stare su un bancone di uno di questi edifici, guardando intorno a sé il panorama, le diverse luci del giorno e della notte che cambiano, ascoltando i rumori che salgono dalla strada. In quest’installazione, questo spazio che sarà una grande sala, una vecchia rimessa per le carrozze, ci sarà anche rappresentazione plastica, pittura, cartone e legno, di una di queste fotografie, e quest’installazione nel suo complesso si chiamerà appunto ‘Buenos Aires’.

Se qualcuno volesse seguire le tue orme, cosa dovrebbe fare?

Bella domanda… innanzitutto, non trovare mai delle scuse per non fare qualcosa, al massimo trovare delle motivazioni per non fare una cosa rispetto ad un’altra, ma mettere tutto l’entusiasmo e la voglia nella cosa che si è decisa, non porsi mai dei limiti, essere obiettivi, anche dei propri limiti, essere umili, ascoltare, ascoltare tanto, perché Allah ci ha dato due orecchie e una bocca per ascoltare tanto e parlare poco, quindi imparare dall’esperienza altrui, non avere paura di copiare perché quello che si fa viene mediato attraverso la nostra personale esperienza, non lasciarsi mai abbattere dalle avversità, andare sempre avanti, sorridere e divertirsi in quello che si fa!

Grazie, Michele, e in bocca al lupo!

Francesco D’Amico
Foto gentilmente concesse dall’intervistato
Foto dell’Airbus A340 Swiss di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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