Frida Kahlo, un racconto lungo un’Estate calabrese

Giunge al termine la collettiva tra arte, prosa, musica, ballo e poesia, dedicata a Frida Kahlo

Nei giorni scorsi, si è tenuta nella suggestiva cornice del terrazzo dell’Hotel Barbieri ad Altomonte (Cosenza), la terza ed ultima tappa della mostra. Organizzata dall’Associazione Aletheia con direttore artistico la pittrice, Morena Dipressa, coordinatore Esperia Piluso, sociologa e delegata di San Marco e Altomonte dell’Unione Mondiale Poeti del cavaliere Silvano Bortolazzi, da pochissimi giorni nominato a Sestriere, poeta onorario a vita della cittadina e di cui coordinatrice regionale è la sottoscritta, con la preziosa collaborazione della professoressa, Marilù Pallone. Il convegno, che ha previsto importanti contributi da parte di esperti della figura della Kahlo, è stato moderato dal giornalista Silvio R. Vivone. Il programma molto articolato ha previsto un convegno di apertura cui è seguito il reading di poesia. Poesie di Franca Marino, Lucia De Cicco, Maria Santoro, Antonino Guglielmini, Susanna Camoli e Esperia Piluso. Letture di Frida a cura della professoressa Marilù Pallone e brani poetici a cura dell’attrice Pasqualina Ponte. Un “Tango per Frida” a cura della Scuola di Ballo Arabesque con Direttore artistico Giovanni Veltri di San Marco Argentano. Un Concerto New Duo “Diego e Frida: le note di un amore”. Le tre tappe di successo: Torre normanna di San Marco Argentano, Palazzo della Provincia di Reggio Calabria e infine Altomonte con inserimento della notte bianca tenutasi nel borgo.

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Una Frida Kahlo, quella descritta, che ha destato molto interesse e anche qualche velata critica sull’immagine dell’artista messicana. Chi la vede come l’incarnazione di un femminismo molto morbido ma pur presente, e chi invece ne ha voluto dare, nella tappa reggina, un’immagine assoggettata al mondo artistico maschile. Di certo la Kahlo fu una donna determinata che seppe sfruttare tutto ciò che la vita le pose dinnanzi, dall’incidente  alla sua nascita artistica fino all’incontro con grandi nomi dello scenario artistico maschile e femminile. Certo, a determinare queste sue vittorie ci fu, alle spalle, una famiglia importante che seppe spronarla proprio nel momento del bisogno facendone un’icona per molte categorie sociali.  Complice il suo saper vivere nel presente e nonostante i limiti.

Una serata suggestiva che per la durata di più di due ore ha reso più consapevoli un pubblico, accorso anche dal vicino mare, su questa figura di donna ma che ancora ha molto da raccontare sulla Kahlo. Immagine già singolare, specchio di una discendenza alto locata,  che attraverso i baffi e le ciglia unite del suo viso ne rendevano omaggio e novità al contempo. Inoltre, anche se ferita nella sua femminilità,  una trave d’acciaio le attraversa la vagina,  non rinuncia a tentare una maternità,  unico rammarico di una vita pienamente vissuta e voluta.

Si potrebbe apprendere tanto da questa donna, di come la vita possa essere ogni giorno scoperta e cambiamento anche attraverso il male. Nasce come artista, si evolve come poeta e scrittrice. Importanti i suoi scritti agli amanti e la sua personale descrizione dell’incidente. Unica a rimanere ferita in un mezzo pubblico. La sua presunta o reale bisessualità fanno di lei una donna ancor più affascinante e in totale ricerca.

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Ripartirà una tappa autunnale ma ancora è tutto in embrione. Probabile una puntata fuori regione forse anche all’estero? Alla collettiva è stato abbinato un catalogo con le opere degli artisti, che hanno partecipato. Tanti gli sponsor e patrocini provinciali e comunali che hanno contribuito al successo delle tre tappe estive.

Lucia De Cicco

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Umanisti da strapazzo

Poveri ma belli

Scrivo in relazione a due articoli scritti dal vice direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Stefano Feltri, il dottor Stefano Feltri, sul proprio blog: “Il conto salato degli studi umanistici” e “Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri” (sì, virgola anziché due punti). Come è facile notare già dai titoli, si disquisisce di università, studi, piacere e passioni. Mi piacerebbe commentare ciò che è scritto. [Tra l’altro, il dottor vicedirettore è stato bastonato quasi immediatamente in questi due articoli usciti sempre sulla stessa piattaforma: questo e questo].

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Dunque. Prima di iniziare a esporre delle mere opinioni personali, conviene descrivere il contesto (cosa che bisognerebbe sempre tenere in considerazione, per non cadere nella tuttologia oggi di moda e cercando di non scadere nel più dannoso relativismo), e in questo caso il contesto potrebbe essere in primo luogo il background dell’autore stesso. Due parole soltanto: classe 1984, laureato “con sacrifici” in Economia alla Bocconi. Primo campanello d’allarme. Quando io mi ritrovo giù nel mio orticello e mi metto a zappare o a legare e alzare i pomodori non mi posso permettere il lusso di ascoltare i consigli che mio padre, che mai ha avuto un orto, prova a darmi dalla finestra di casa. Allo stesso modo, se dovessi imbiancare casa, chiaramente chiederei aiuto a lui, se non proprio affiderei a lui il lavoro, in quanto di mestiere si occupa di ciò. In questo senso, non posso permettermi il lusso (reitero volontariamente e a ragione la parola “lusso”… parlando di Bocconi ed Economia) di provare ad ascoltare dei consigli riguardo al mio futuro, futuro di un figlio di precario dell’edilizia, da parte di uno laureato alla Bocconi: mi dispiace, sono due contesti che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro (per tornare al discorso agricolo di sopra: non posso permettermi il lusso di consociare il pomodoro con il cetriolo – non chiedetemi il motivo, ma è così). E questo mi porta dritto dritto al secondo campanello d’allarme: il “con sacrifici”, che l’autore esprime riguardo la decisione dei suoi genitori di mantenerlo alla Bocconi. Dunque: il sacrificio. Senza disquisizioni eccessive, il sacrificio è sempre sacrificio sulla base di ciò che posso fare. Come dire, sempre parlando di agricoltura: se voglio mantenermi un orto, devo avere a disposizione del tempo ogni giorno da dedicare alla cura dello stesso. Ora: togliendo le ore di sonno necessario (e riduciamole a 6); togliendo quelle per lo studio necessario (a riduciamole a 4-5); togliendo quelle per sé – igiene personale, nutrimento, grattarsi un braccio se prude, pulirsi le lenti degli occhiali, rispondere alle rare mail, rari sms importanti che arrivano, burocrazia varia… (riduco a 2-3); togliendo quelle per la partner, piacere che qui riduco al minimo (3-4 ore); togliendo quelle per i rapporti con la famiglia (vai a prendere tua sorella che è rimasta a piedi, aiuta tua mamma a raccogliere i vetri di un bicchiere rotto e così via…) (3-4 ore) – togliendo tutto ciò in media rimangono 4-6 ore al giorno per lavorare in giardino. Perfetto. Il tempo c’è, ma lo stress non è calcolato. A ogni modo, sarebbe possibile lavorarci. Piccola parentesi, dalla quale poi continuare il discorso: non ho un lavoro. Pensiamo un attimo: con questa divisione del tempo, aggiungiamo il lavoro e, guardando i risultati ci rendiamo conto che, anche se fosse un part-time da 4 ore al giorno, non avrei più il tempo necessario per avere l’orto. Direi che proprio non vi sarebbe la possibilità di sacrificare altro tempo per avercelo, proprio perché, come avrete notato, ho già da subito ridotto al minimo il tempo. Non so se è chiaro: non si può togliere nulla al vuoto, insomma.

Fatta questa spiegazione/esempio, provo a ridurre ai minimi termini: se non vi è la possibilità di sacrificare nulla, nulla posso sacrificare. Ecco perché il sacrificio è sempre sulla base di qualche mia possibilità (e, quando tutto manca, ciò che posso sacrificare è la mia stessa vita. Ora, secondo voi, è lecito chiedere ai miei genitori – e “chiedere” non è per forza una richiesta vera è propria – di sacrificare la propria esistenza per mantenermi negli studi? Ecco il campanello d’allarme: se il vicedirettore è andato alla Bocconi a studiare è perché, comunque, aveva la possibilità di sacrificare qualcosa che non fosse la vita dei genitori o, ancora più insensatamente, la sua per sborsare circa diecimila euro annui – solo di tasse, senza dunque contare la casa, la spesa, le bollette, gli autobus o la macchina se ce l’hai – per studiare. Io, che forse nemmeno li vedo diecimila euro annui, non posso sacrificare nulla per andare alla Bocconi. (Per favore ora non dilunghiamoci sulla questione “borse di studio”).

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Terzo campanello d’allarme, strettamente connesso al primo (e casa mia è diventata un campanile a mezzodì): è laureato in Economia. Mi si dirà: “embè?”. Ritorniamo in giardino. Se mio padre venisse giù nel mio orto anziché darmi consigli dalla finestra, credete che sarà di nuovo così sicuro di quello che da lassù mi urlava? Credete che, una volta che avesse iniziato ad avere le mani ricche di bolle per la zappa (da ribadire una cosa: il suo è pure un lavoro manuale comunque), sarebbe così sicuro di ciò che prima mi diceva? Io credo che, come minimo, potrebbe iniziare a titubare. Ora, un laureato in Economia, uno che guarda dati statistici, andamenti, linee e grafici (cioè: è alla finestra) (oh, chiaramente è riduttivo come discorso: ma non sto assolutamente giudicando – e chi sono io per farlo? – lo studio dell’Economia, ma sto solo mettendo in relazione), quanto può conoscere, che ne so, del giudizio riflettente kantiano? Certo, potrebbe averlo studiato per conto suo, ma anche un kantiano, allora, potrebbe studiare per conto suo una tabella dell’andamento del PIL. Cosa cambia? Non è questo il punto. Il punto è che il vicedirettore dottore bocconiano economista liberista “crescitista”, ista, ista e ista (giusto perché egli ha etichettato pure tutti gli umanisti sulla base di dati, anche io etichetto lo stesso sulla base di dati, che si trovano ovunque: Monti è l’emblema), anziché esporre freddamente i dati, dati che tutti possono conoscere, dona al mondo anche dei giudizi di valore, e forse anche inconsapevolmente – il che è ben più grave:

«Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte» (Il conto salato degli studi umanistici, Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2015 (modificato il 13 agosto alle 18.35)

Non pare anche a voi, questo, un netto giudizio di valore: egli sta iniziando così il suo articolo! Sta dicendo che scegliere una facoltà (non tenendo conto dell’attuale inesistenza della facoltà, né del significato proprio della parola: non è che una facoltà la si sceglie, ma si è portati) è “pericoloso”, e si possono commettere “errori”. Errori sulla base di dati, trend, statistiche, sondaggi… Non sta semplicemente affermando che i ragazzi possono commettere errori scegliendo una “facoltà”, ma dice che commettono un errore a scegliere quella, proprio quella facoltà. Non prende minimamente in considerazione il fatto che io, per esempio, laureato in Filosofia, avrei potuto commettere un errore a iscrivermi, che ne so, a Ingegneria. No, perché aprioristicamente scegliere Iingegneria non è un errore, per il dottore, ma solo le “facoltà” umanistiche (o, come direbbe qualcuno, umaniste). Eccolo il giudizio di valore. Il dato preso in sé, cioè che i letterati, i filosofi, gli storici, gli storici dell’arte, gli scienziati politici (che sono, a ben vedere, tutt’altro che “umanisti”, quindi: un altro campanello d’allarme), è quasi certo che non troveranno lavoro, viene preso come il consiglio: “Non iscrivetevi a dette “facoltà” perché non troverete lavoro”. Il salto è ben grande. Un dato non è un consiglio, ma, appunto, l’attestazione, su basi scientifiche (vabbè), di una certa tendenza del mondo. Il consiglio è quello del giornalista economista bocconista vicedirettorista, non quello del dato, degli studi fatti. Notiamo, qui, allora, una sorta di petitio principii: il dottore usa i dati per andare oltre e confermare una sua teoria (legittimo, se correttamente usati i dati) che consente di giudicare e consigliare – dalla finestra sull’orto – le scelte altrui (illegittimo). Vorrei solo fare una domanda al vicedirettore (chiaramente retorica: non è che sto qua a interessarmi della risposta… che scendesse nel mio orto prima!): ma, secondo lei, noi che abbiamo scelto questa strada non eravamo, siamo consapevoli delle prospettive? Ma, secondo lei, noi veramente ci lamentiamo di non trovare lavoro? Dove le ha sentite queste lamentele? Noi ci lamentiamo di non trovare lavoro nemmeno in un bar! È completamente un’altra cosa, che esula dal nostro percorso formativo (perché noi cosiddetti “umanisti” ci siamo formati)! Non c’entra nulla con le prospettive della nostra scelta! Eravamo e siamo ben consapevoli di quello a cui andavamo incontro (eccolo il sacrificio, quello vero, quello delle nostre vite)! Ma lei ci ha preso per degli immaturi, fannulloni, scarsi, idioti, mediocri e quant’altro. Caro dottor vicedirettore: la nostra vita è ben altro dei dati di qualche studio scientifico, se lo ricordi. E si tratta di una vita che va ben oltre il “sonocazzituoi” del suo secondo articolo, molto oltre. Lei in questo modo dimostra un individualismo che lascia i nostri corpi senza braccia, un atteggiamento “bocconiano” per cui ognuno merita ciò che ha, così il barbone merita di essere tale, perché non fa mai niente da mattina a sera: suvvia, sono cose da cabaret.

Noi che abbiamo scelto questa strada l’abbiamo scelta ben consapevolmente. Sappiamo cosa significa, non c’è bisogno del dato di qualche studio per scoprirlo: ha scoperto l’acqua calda! Ma c’è qualcosa che va ben oltre i dati, le statistiche e i soldi: siamo noi stessi. Noi siamo quelle cose lì, siamo la letteratura critica. Noi siamo quelli che stanno anni e anni, se non decenni, sullo stesso testo senza stancarci, senza considerarlo obsoleto (sarebbe ridicolo considerare Platone e Aristotele obsoleti). Il vicedirettore sa cosa vuol dire una cosa del genere? Sa cosa vuol dire scoprire sempre, a ogni lettura, qualcosa di nuovo in quella pagina che ha già letto decine e decine di volte? Sa che ciò è possibile grazie al tempo presente? Lo studio delle cosiddette scienze umane è uno studio del presente, non del passato: è uno studio delle cose in movimento, del mondo come va oggi. Considerarlo uno studio del passato è da ignoranti (come dicevano Aldo, Giovanni e Giacomo: “nel senso che ignora”). La differenza con lo studio dei dati è che i dati non siamo noi. E se la sua risposta a questo discorso sarà o porterà conseguentemente a: “Con la cultura non si mangia”, beh, sarà incommentabile. (Ah, tenga presente che dopo questa sua uscita ha perso un assiduo lettore, con buona pace del suo direttore, che almeno non se la prende con i “poveracci”, come lei ci considera).

Se il mondo dona più opportunità a uno che è laureato in Economia, Ingegneria e così via, non significa che tutti dobbiamo omologarci a tale indirizzo del mondo. Un atteggiamento del genere è massificatorio, contraddittorio e alquanto retorico. Pare proprio un discorso da bar, in quei bar dove i tuttologi proliferano: gli ambienti per eccellenza della cultura in Italia. La nostra vita non è una semplice scelta dei mezzi adatti per raggiungere un fine che lei ci dice essere quello giusto. Mi dispiace, ma il fine della mia esistenza lo scelgo io sulla base non tanto delle mie passioni cangianti a ogni piè sospinto (che sennò il don Giovanni sarebbe un eroe vero e proprio), ma sulla base di ciò che io sono: io devo realizzare la mia propria natura (e, come vede, Aristotele non è proprio così obsoleto), e la mia natura non è il lavoro da economista, non è lavorare in camicia bianca a vendere e comprare azioni a Wall Street (che per qualcuno è gratificante: per me no. Questo è non dare un giudizio di valore: capire la vita altrui senza pretesa di mettervi bocca dalla finestra sull’orto). Non è lecito né legittimo che il mondo mi imponga dei fini che non sento, che non sono miei: non significa estraniarsi dal mondo, ma dare il proprio contributo, unico e inimitabile, alla storia, piccolissimo e insignificante che sia. Non siamo in grado di donare tutti lo stesso contributo al mondo (e meno male!).

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Caro vicedirettore, lo ripeto: non è un errore realizzare se stessi. Forse uno della Bocconi non può concepire l’idea secondo la quale una società giusta non è quella che dona a qualcuno ciò che merita, ma quella che dona a tutti la possibilità di essere, e di essere al meglio delle proprie potenzialità.

P.S.
Non capisco perché ogni secondo ci dobbiamo sentire dire che siamo un peso per la comunità (soprattutto da parte di individualisti meritocratizzanti) quando siamo dei cittadini che pagano le tasse, studiano e magari lavorano, scrivono e non fanno cagare i loro cani per strada, ma portano la palettina.

P.P.S.
Mi scuso per la lunghezza dell’articolo, ma più corto di così non poteva essere. Tra l’altro, già di queste dimensioni, lascia alcuni punti in sospeso e facilmente fraintendibili. Mi rimetto alla buona fede dei pochi lettori.

A. Ve.

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La compagnia JetBlue promuove “Tile” e promette: non perderete più i vostri bagagli

La nota compagnia low cost americana ha trovato un accordo interessante con i produttori di “Tile”, un tracker bluetooth

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L’e-mail con la promozione inoltrata dalla compagnia jetBlue ai suoi iscritti.

A chi non è mai capitato di aver perso un oggetto di valore o un bagaglio da stiva? Si tratta di un’esperienza frustrante, che nel primo caso può rovinare un’intera giornata e nel secondo può rovinare una vacanza o un appuntamento lavorativo importantissimo. Ancora più frustrante è rendersi conto, diversi giorni dopo lo smarrimento di un bagaglio, che dello stesso non si ha alcuna traccia sui sistemi informatici delle compagnie aeree, cosa resa ancora più paradossale dal fatto che viviamo in un’epoca in cui il mondo è interconnesso come mai prima d’ora. In un microsecondo è possibile comunicare con chi sta in Australia ricorrendo alle migliori tecnologie del momento, ma spesso non è possibile avere dati certi circa i bagagli che viaggiano per migliaia e migliaia di kilometri senza arrivare a destinazione. Alcuni bagagli, semplicemente, “svaniscono” nel nulla e non saranno mai ritrovati dai loro legittimi proprietari.

JetBlue, basata al Terminal 5 di New York JFK e considerata la miglior compagnia a basso costo americana, e sicuramente una tra le migliori al mondo (niente a che vedere con le low cost europee, distanti anni luce in termini di qualità del servizio), ha lanciato una promozione rivolta ai membri del suo programma frequent flyer, TrueBlue. Non contenta della sua ottima reputazione tra gli utenti americani e non, la jetBlue si è spinta oltre con qualcosa di potenzialmente rivoluzionario.

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Airbus A380 della compagnia Emirates, basata a Dubai, con la quale jetBlue ha stretto importanti accordi di code sharing. Foto scattata da Giorgio Varisco a Milano-Malpensa.

Ricordiamo, jetBlue di low cost ha ben poco. Offre ai clienti sedili confortevoli, una classe Business sui voli di alcune direttrici strategiche, pasti gratuiti, sistema di intrattenimento di bordo per tutti i passeggeri, uno dei programmi frequent flyer più social mai ideati e solo di recente ha introdotto tariffe non comprensive di bagaglio da stiva. Compagnia indipendente nello scenario americano, dove la concorrenza è molto forte, ha l’intenzione di espandersi sul lungo raggio e ha già stretto importanti accordi di code sharing con compagnie del calibro di Emirates, per garantire comode coincidenze ai passeggeri in transito. Detto questo, ecco spiegato il succo della nuova promozione lanciata dalla compagnia e rivolta ai suoi clienti più fedeli: comprando alcuni pacchetti di Tile da 1, 4, 8 o 12 pezzi, è possibile guadagnare fino a 1.500 punti TrueBlue da utilizzare per viaggi premio.

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Comprando più di un Tile si ha diritto a sconti vari.

Ma cos’è Tile? Si tratta di un dispositivo che permette di ritrovare gli oggetti smarriti, come le chiavi di casa, della macchina o i bagagli da stiva spediti al check-in. Un video semplice ed intuitivo disponibile su YouTube spiega il funzionamento del dispositivo e dell’app ad esso associata, grazie alla quale è possibile indurre l’emissione di brevi suoni per facilitare la ricerca degli oggetti. E’ possibile addirittura marcare alcuni oggetti come smarriti usando il proprio account, facendo scattare un meccanismo sicuro ed anonimo che traccia la posizione dell’oggetto qualora si trovasse vicino ad un qualsiasi altro utente di Tile. Sul sito di Tile è presente una sottosezione chiamata “Stories” nella quale si descrivono alcuni episodi in cui oggetti e addirittura persone sono state ritrovate proprio grazie a questo dispositivo rivoluzionario. Si tratta di un sistema molto utile nella vita quotidiana ma che nel campo dell’aviazione commerciale trova applicazioni molto interessanti: mettendo un dispositivo Tile dentro un bagaglio da stiva è possibile tracciarlo e sapere, un attimo prima della riconsegna bagagli, se il vostro pezzo ce l’ha fatta oppure no.

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La brutta sorpresa per gli utenti italiani che vorrebbero comprare un pacchetto di Tile.

L’unica pecca di questa interessantissima promozione sta nel fatto che Tile è disponibile per la spedizione solo nei seguenti paesi: Stati Uniti, Australia, Canada, Guam, Irlanda, Nuova Zelanda, Porto Rico, Regno Unito, Isole Vergini americane e altre isole minori appartenenti agli USA. I creatori di Tile vorrebbero espandersi nel mercato internazionale, e chissà, magari un giorno questo giovane prodotto sarà disponibile anche in Italia. Un’altra pecca riguarda la durata della batteria del dispositivo, che è di circa un anno: i produttori raccomandano, infatti, la sostituzione dei Tile ogni 12 mesi, ma promettono di voler trovare metodi più convenienti per la sostituzione o l’eventuale ricarica dei dispositivi. Chissà, magari un giorno questa tecnologia verrà integrata a tutti gli effetti coi sistemi di tracciamento bagagli, rendendoli più efficienti e permettendo ai passeggeri con bagagli smarriti di avere risposte più chiare e trasparenti sulla posizione dei loro bagagli.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Aviazione e RPAS | Contrassegnato , , , , , , , , , , | 1 commento

[Trip Report] La splendida cornice poetica di Charleville-Mézières, la città di Arthur Rimbaud

Nel verde cuore delle Ardenne si trova la città natale del poeta maledetto, e il Premio Rimbaud diventa un’ottima occasione per visitarla…

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

Questo Trip Report ha ottenuto uno speciale riconoscimento in occasione della cerimonia finale del Premio Internazionale di Poesia “Arthur Rimbaud”, tenutasi a Morano Calabro (CS) il 26 settembre 2015. L’autore, infatti, ha ottenuto il Premio Speciale “Reporter” per il servizio dedicato alla città natale del poeta maledetto.

La Calabria ospiterà, per la prima volta, un concorso letterario internazionale dedicato ad Arthur Rimbaud, il poeta maledetto delle Ardenne francesi. Dato che partecipo a questo concorso letterario, mi è sembrato il caso – compatibilmente con gli impegni vari – di fare una rapidissima scampagnata alle Ardenne per visitare gli stessi luoghi che hanno plasmato la mente del poeta.

Arrivare a Charleville-Mézières, la città natale di Rimbaud, non è proprio semplicissimo per chi parte dall’Italia e soprattutto per chi parte dal Mezzogiorno. Escludendo a priori uno spostamento esclusivamente via terra, bisogna optare per una combinazione di aereo e treno. I taxi non sono necessari, e sono anche dannatamente costosi.

A sorpresa, l’aeroporto apparentemente più conveniente è Charleroi, che però non ha ottimi collegamenti via terra con la zona di interesse e non è servito giornalmente da Lamezia Terme. Alla fine si opta per la solita Alitalia, l’unica ad offrire prosecuzioni strategiche dalla Calabria, e l’aeroporto di destinazione scelto è lo scalo Charles de Gaulle di ParigiRoissy. Una volta arrivato lì, dato che i taxi sono impraticabili e non è proprio il caso di noleggiare una macchina, basta prendere un treno TGV dal Terminal 2 di Charles de Gaulle, fare il cambio a Champagne-Ardenne e poi dirigersi verso Charleville.

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Le soluzioni via terra offerte da Google Maps, treni esclusi, con i tempi stimati di percorrenza.

Inutile dire che un ringraziamento particolare va al presidente del comitato del Premio Rimbaud, Mario De Rosa, il quale con la sua iniziativa mi ha dato lo spunto necessario per questa esperienza.

Al ritorno il viaggio sarà un tantino più complicato, dato che farò uno scalo in più, passando per Linate. Fare uno scalo in più significa correre dei rischi aggiuntivi per quanto riguarda i bagagli in transito e le coincidenze stesse, ma non c’erano alternative convenienti per il ritorno e mi sono adeguato.

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

Prima della partenza da Lamezia scopro che, coincidenza, lo stesso equipaggio e lo stesso aereo del volo Lamezia-Roma avrebbero operato anche la successiva turnazione Roma-Parigi. A conferma avuta, ho deciso di offrire una colazione all’equipaggio dei miei due voli presso Il Cantagalli dell’aeroporto di Lamezia.

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Aeroporto di origine: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A321
Registrazione: I-BIXS
Nome dell’aereo: Piazza San MartinoLucca
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 2A (finestrino)
Gate: 01
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 7:00
Ora di arrivo prevista: 8:10
Ora del decollo: 7:44
Ora dell’atterraggio: 8:38
Tempo di volo: 54min

Non avendo bagagli da imbarcare, cosa che per me è rara, e avendo già fatto il check-in online, bypasso il check-in a Lamezia e vado al Cantagalli, dove incontro l’equipaggio Alitalia che mi ringrazia per l’offerta.

Il tempo di transito a Roma non è molto lungo, ma la certezza di viaggiare con lo stesso aereo e lo stesso equipaggio mi tranquillizza. Il meteo a Roma riduce le operazioni e ritarda la nostra partenza da Lamezia: decolliamo, infatti, alle 7:44 e atterriamo a Fiumicino alle 8:38.

Durante la fase di sbarco (sì, anche se l’aereo, il gate e l’equipaggio sono gli stessi, bisogna uscire dall’aereo e poi rientrare) un assistente di volo mi chiama per confermarmi che ci saranno sempre loro. Li avrei rivisti dopo neanche mezz’ora.

Per fortuna non siamo ai parcheggi remoti e, uscendo dal finger, noto che lo schermo sopra di me riporta proprio il numero del volo della mia coincidenza: AZ318 per Parigi Charles de Gaulle. Il gate è il B02.

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: Parigi – Roissy (CDG)
Distanza tra gli scali: 1.101km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A321
Registrazione: I-BIXS
Nome dell’aereo: Piazza San MartinoLucca
Classe: Economy
Posto: 4F (finestrino)
Gate: B02
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 9:15
Ora di arrivo prevista: 11:30
Ora del decollo: 9:51
Ora dell’atterraggio: 11:25
Tempo di volo: 1h 34min

Sembra una scena che ha del comico, ma in realtà è proprio così che funziona. Esco dal finger e mi metto in fila allo stesso gate, nell’attesa che I-BIXS sia nuovamente pronto ad accogliere i passeggeri a bordo.

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Il ritardo da Lamezia per slot comporta un ritardo anche da Roma a Parigi. In fila ci sono tantissimi passeggeri canadesi, probabilmente diretti a CDG per prendere una coincidenza intercontinentale per il Canada.

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Guardando fuori dalla fila SkyPriority del gate B02, si vede questo: I-BIXS è lì, in attesa, e più in là si trova un aereo dell’Air Berlin, EI-DSJ, che fino a qualche giorno prima aveva la livrea Alitalia e che presto sarebbe diventato D-ABZJ. Gli accordi tra le due compagnie, voluti da Etihad, prevedono anche lo scambio interno di aeromobili.

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Finalmente si parte! Il comandante, del quale purtroppo non posso fare il nome ma che ringrazio tantissimo, prende una pagina del piano di volo, la firma e la fa firmare al copilota e agli altri membri dell’equipaggio.

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Doppio servizio catering offerto gentilmente da un assistente di volo per ringraziarmi della colazione al Cantagalli.

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Il volo non è brevissimo ma va che è una meraviglia. Durante la discesa finale c’era un bel po’ di nebbia, ma niente di che. Atterriamo a Parigi alle 11:25 e per arrivare al nostro parcheggio impieghiamo 12 minuti abbondanti.

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Benvenuti a Parigi! Saluto l’equipaggio e mi dirigo verso la stazione TGV di Charles de Gaulle, dalla quale partirà il treno superveloce per Champagne-Ardenne.

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Ecco il mitico TGV francese.

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“Prima classe, ma è uno sballo! Spremute d’arancia in bicchieri di cristallo…” [cit. Will Smith nel ruolo di Willy, il Principe di Bel Air]

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L’organizzazione dei treni francesi merita un plauso. Nel mio percorso di studi avevo imparato che la fitta rete ferroviaria francese, già durante la Grande Guerra, garantiva flussi interni di entità non indifferente e col tempo non ha fatto altro che migliorare. Siamo lontani anni luce dalle scene desolanti alle quali è possibile assistere nelle stazioni ferroviarie del Sud Italia.

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Particolare degli interni della Prima Classe del TGV.

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La stazione Champagne-Ardenne è un mini-hub ferroviario dell’omonima regione, a qualche kilometro dalla città di Reims.

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L’entrata della stazione.

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Mappa della regione di Champagne-Ardenne, con i suoi collegamenti ferroviari. Charleville sta a nord, quasi al confine col Belgio e alle porte delle Ardenne, campo di battaglia del famoso scontro del secondo conflitto mondiale che ha preso il suo nome proprio da questa regione.

Charleville-Mézières, Champagne-Ardenne, Francia

Città a misura d’uomo, davvero. E’ possibile spostarsi ovunque a piedi, non c’è tanto traffico e la gente, pur avendo con l’inglese un rapporto molto difficile, è cordiale.

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Il fatto che Arthur Rimbaud sia nato a Charleville si sente, ecco infatti cosa trovo alla reception dell’hotel subito dopo il mio arrivo.

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Scalo tecnico in hotel, e poi subito in giro per Charleville. Vado velocemente al museo dedicato a Rimbaud per scattare una foto da mandare alla redazione de il Lametino, dato che il numero è prossimo alla chiusura. La foto è per un articolo dedicato al Premio Rimbaud che sarebbe uscito qualche giorno dopo sul giornale del comprensorio di Lamezia.

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Il Musée Rimbaud è circondato dal verde e dall’azzurro, un posto proprio bello.

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Questa è l’entrata del museo. La signora, con molta fatica, mi spiega che per le visite guidate bisogna aspettare; nessun problema, continuo il mio giro turistico promettendomi di visitare il museo non appena possibile. A due passi dal museo, la mia tappa successiva: la casa di Arthur Rimbaud, nota anche come La maison des Ailleurs.

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Eccoci qui, alla Maison Rimbaud. La casa è stata trasformata in un piccolo museo, complementare al Musée Rimbaud.

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Gli interni della maison sono stati curati e cambiati per offrire ai visitatori deliziosi giochi di colore.

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Ovviamente, non poteva mancare una piccola biblioteca dedicata all’autore.

Per volontà personale, proprio nel piccolo spazio che separa la casa di Rimbaud dall’entrata del museo, apporto le ultime modifiche ai miei due pezzi per il concorso letterario dedicato ad Arthur: una lirica a tema imposto sull’autore francese, e un racconto breve a tema libero. Ormai è fatta, una volta tornato in Italia avrei spedito entrambe le opere – da quel momento in poi congelate e non più modificabili – al comitato del premio.

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Lascio un messaggio sul libro degli ospiti, con un ringraziamento doveroso al presidente del comitato, e mi lascio alle spalle il museo per tornare all’hotel. La redazione mi ha inviato l’anteprima della pagina di giornale coi nostri articoli e bisogna preparare il tutto per la pubblicazione sul blog.

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Sembrerà strano ma tutto il lavoro fatto al computer mi tiene fermo in hotel fino alla mattina del giorno successivo. Colazione abbondante, e poi di nuovo in giro per Charleville.

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Confermo: città non caotica e molto, molto vivibile. Peccato che per gli italiani sia praticamente sconosciuta, c’è tanto da apprendere dall’urbanistica di questo posto.

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 Maison de l’Ardenne, edificio con il simbolo del Rotary.

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Il corso principale della città che porta alla Place Ducale inizia con una statua dedicata al fondatore di Charleville, Carlo I di Gonzaga.

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Verso la Place Ducale. Ci sono tantissimi negozi, due dei quali portano il nome del poeta Rimbaud.

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Questa è la Place Ducale, il fulcro della vita di Charleville.

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Chi mi conosce sa che dopo aver pronunciato quelle tre parole, la quarta espressione diventa spontanea: per carité.

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Questo è l’ufficio locale del turismo, dove per fortuna trovo una commessa che parla un buon inglese (alleluia!). Svaligio letteralmente il negozio di souvenir, tant’è che ricevo pure un libro omaggio per essere stato un cliente “top”.

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Prendo questo, questo, questo, questo, questo e questo

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Uscito dal negozio di souvenir, non potevo non scattare una foto di questa fontana caratteristica.

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Anche questa giostra è molto bella.

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Un po’ più a est rispetto alla Place Ducale si trova l’Institut International de la Marionnette, di importanza internazionale. Charleville, infatti, oltre ad essere la città natale di Arthur Rimbaud, è riconosciuta come la Capitale delle Marionette. Tra l’Istituto e il Museo delle Ardenne, si trova il Grand Marionnettiste, che puntualmente ad ogni ora si anima per dar vita ad un brevissimo spettacolo con le marionette.

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Direzione: Museo delle Ardenne, che si rivela molto più grande del previsto. Quelle che seguono sono solo alcune delle tantissime foto che ho scattato lì. Una visita a questo museo è d’obbligo.

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Il museo ripercorre la lunga storia della regione delle Ardenne, che ne ha viste praticamente di tutti i colori. L’entrata del museo e la biglietteria hanno reperti di periodi diversi, ma una volta entrati si segue un percorso cronologico che parte dai primissimi insediamenti preistorici dei quali si hanno le tracce.

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 Il riferimento alla tradizione delle marionette non poteva mancare.

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Modello in scala del Grand Marionnettiste, che si trova a poche decine di metri dal museo.

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Anche qui, ringraziamento al presidente sul libro degli ospiti.

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Ritorno al Musée Rimbaud, dove purtroppo la visita guidata non è ancora disponibile. Mi avventuro verso nord, oltre questo ponte che si trova vicino al museo e che porta all’area più verde della città.

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Tra camper e ristoranti, questa zona della città è ancora più tranquilla del resto. Per una passeggiata, corsa o giro in bicicletta, è proprio l’ideale.

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Molto carino, chissà se le lancette si muovono. Non ho verificato.

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Si ritorna al Musée Rimbaud, dove la visita guidata sembra essere quasi pronta. Un po’ di attesa fuori dal museo, e poi via verso l’interno. La visita è in francese e il museo, riaperto al pubblico praticamente poco prima del mio arrivo, è ancora work in progress. La guida mi dice che per la seconda metà di ottobre 2015, i lavori saranno ultimati e il museo avrà molto più materiale da esporre, al momento custodito in alcuni depositi.

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Nonostante tutto, la visita al museo si rivela interessante. Certo, una brochure in inglese sarebbe stata molto utile, ma grazie ai miei – seppur limitati – studi della biografia del poeta, riesco ad associare i vari cimeli esposti alle tappe più importanti della vita del bohémien.

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Bello quel busto, ne prenderò uno simile.

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Pittura e poesia si combinano in queste opere, un vero spettacolo per gli occhi.

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Oggi, 22 luglio 2015, scatto una foto ad una lettera scritta da Rimbaud il 22 luglio 1881.

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Semplicemente stupendo. La visita termina e prima di tornare in Italia, rimangono da fare due cose: una visita a Mézières, la parte meridionale della città, e una visita al cimitero dove Arthur Rimbaud riposa in pace. Ah, e devo comprare un busto del poeta da portare a casa.

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La prossima tappa è al cimitero, che raggiungo a piedi in una ventina di minuti. Durante il cammino, sento l’obbligo morale di scattare la foto di questa segnaletica… mi raccomando, se volete andare a Charleroi (detta Chalalah dagli equipaggi Ryanair), tirate dritto!

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Questa è l’entrata del museo. Il custode, che probabilmente non parla l’inglese, è chiuso in una stanza e ha una discussione accesa al telefono. Prendo l’iniziativa e controllo la cartina del cimitero, grazie alla quale scopro che la tomba di Rimbaud è vicina all’entrata. Mi sono risparmiato le peripezie che sperimento a Woodlawn, New York, quando vado al cimitero per portare dei fiori ai miei parenti che riposano lì.

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Forse, e dico forse, la foto di una tomba non è particolarmente rispettosa ma è stata scattata per omaggiare il noto poeta, non per altro. R.I.P. Arthur e Vitalie Rimbaud.

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Tornando indietro, noto per puro caso un negozio che vende busti di Rimbaud e ne prendo uno. Chiedo una busta ma il negoziante mi dice che se metto il busto dentro la busta questa potrebbe spaccarsi e far cadere il busto stesso, mandandolo in frantumi. Bene, porto il pesante busto a mano fino all’hotel, dove faccio un rapido pit stop, e poi mi dirigo verso sud, a Mézières.

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Mézières è ancora più caratteristica di Charleville quanto ad architettura: non mancano i palazzi vecchi, usati per praticamente qualsiasi scopo.

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Sinceramente, non ho capito se c’è un nesso tra quest’opera e la tradizione delle marionette, ma credo di sì.

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I paesaggi si confermano stupendi anche qui, è inutile negarlo.

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Questo è un famoso hotel di Mézières, con una facciata davvero molto bella.

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Mézières rende omaggio ai suoi caduti della Grande Guerra. R.I.P.

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I fiumi che attraversano Charleville-Mézières non compromettono affatto la viabilità, dato che i ponti per passare da una parte all’altra non mancano.

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Questa è la Basilica di Mézières, edificio alto e curato che si nota in lontananza. Il giro turistico è praticamente finito e lo stomaco brontola, quindi torno alla Place Ducale e mi infosso in un ristorante giapponese, il Sushido.

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Birra giapponese, chi l’avrebbe mai detto.

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I piatti giapponesi a base di pesce non saziano, ma quelli a base di carne sì. Il tutto costa un pochino ma devo ammettere che ne è valsa la pena.

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Tornando verso l’hotel passo per una libreria con un nome scontato, “Rimbaud”, dove compro un paio di auricolari (i miei si sono rotti) e un mattone con tutte le opere originali di Rimbaud scannerizzate e stampate. Dopo questo ennesimo “acquisto pazzo”, torno nella mia comoda stanzetta di hotel dove mi preparo per il viaggio di ritorno.

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Aeroporto di origine: Parigi – Roissy (CDG)
Aeroporto di arrivo: Milano – Linate (LIN)
Distanza tra gli scali: 644km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A320
Registrazione: EI-DTI
Nome dell’aereo: Niccolo’ Machiavelli
Classe: Economy
Posto: 4A (finestrino)
Gate: F33
Bagagli: 2/26kg
Ora di partenza prevista: 15:25
Ora di arrivo prevista: 16:55
Ora del decollo: 15:55
Ora dell’atterraggio: 16:57
Tempo di volo: 1h 2min

Un giorno interamente passato a viaggiare, ebbene sì. Il treno parte da Charleville alle 6 in punto, direzione Champagne-Ardenne dove c’è la coincidenza per Charles de Gaulle. Faccio la somma fesseria di non preparare il bagaglio la sera prima, e per sistemare tutto gioco a tetris rovinando in parte uno dei poster acquistati al negozio. Dato che, ovviamente, nel bagaglio non c’entra tutto, metto quello che rimane dentro due buste non proprio ingombranti ma un po’ scomode da portare in giro.

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L’alba di questo giorno che passerò tra treni, sale VIP e aerei.

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Ecco nuovamente la stazione di Champagne-Ardenne TGV. L’attesa supera di poco l’ora ed è tutto tranquillo. Stavo per rivolgermi al banco TGV + Air, un servizio che combina treni e aerei, ma avendo un biglietto Alitalia rinuncio dato che il servizio sembra limitato a chi ha acquistato biglietti Air France e di alcune compagnie partner, Alitalia esclusa. Tanto, alla fine, non credo cambi molto.

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Do una rapida occhiata all’edicola della stazione che si intravede nella foto precedente e compro una copia di Charlie Hebdo, il noto giornale satirico diventato protagonista mondiale in seguito all’attentato di Parigi.

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Il TGV arriva e si riparte per Charles de Gaulle. Il treno è abbastanza affollato.

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Bene, ora bisogna trovare il check-in Alitalia e sperare che accettino il mio bagaglio con diverse ore di anticipo rispetto alle solite due ore che precedono la partenza del volo. Sono le 8:30 e il volo parte dopo le 15… aspettare fino alle 13 col bagaglio a zonzo sarebbe un macello.

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Al Roissy si vedono aerei di tutti i tipi.

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Questo è l’interno della biglietteria Alitalia, a due passi dal check-in SkyPriority.

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Guardandomi intorno noto un negozio di souvenir e faccio un pensierino pazzo.

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Vedete quel bagaglio a sinistra? All’andata non ce l’avevo. L’ho comprato al Roissy e l’ho riempito con una miriade di cose, comprate allo stesso negozio. La transazione è dolorosa, tant’è che ho dovuto pagare una parte degli acquisti col bancomat e un’altra parte in contanti prelevati presso un vicino sportello. Il busto di Rimbaud sta dentro quello nero, incrociamo le dita.

Per fortuna, il banco SkyPriority accetta i miei due bagagli in anticipo, e questo mi alleggerisce non poco. Ora bisogna cercare una lounge Air France.

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Questa è l’architettura caratteristica dei moli del Terminal 2 di CDG, praticamente monopolizzati da Air France e compagnie partner.

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L’entrata di un Salon Air France, al quale ovviamente ho accesso in qualità di viaggiatore Elite Plus SkyTeam.

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Vasti assortimenti di alcolici e cibi vari, ma sedili non proprio comodissimi (opinione personale). Sempre meglio di un’attesa di ore e ore fuori dalla lounge, ovviamente!

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Avventuriamoci nei meandri di questa lounge…

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Giù la situazione è più tranquilla.

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La visuale da qui è stupenda, gli aerei e i mezzi di terra sono proprio a due passi! A metà attesa, passo da una lounge all’altra e l’addetta all’entrata della seconda lounge se ne accorge e me lo chiede in italiano. Beh, dopo diverse ore di attesa tanto vale dare un’occhiata anche all’altra, no? Le due lounge del T2 sono praticamente uguali e infatti non ricordo con precisione quando finiscono le foto di una lounge e iniziano quelle dell’altra. Pardon!

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E’ facile cadere in tentazione.

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Ecco, appunto.

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Un salto all’angolo bevande alcoliche è un must. Vediamo un po’ cosa c’è…

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A proposito, mi ricordo che il mio prossimo volo sarà il numero 150 con Alitalia. Si brinda!

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Mix apparentemente letali ma che in realtà sono deliziosi.

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Questo mix invece è davvero letale.

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Ecco che arriva il nostro aereo, EI-DTI, lo vedo parcheggiare e scatto una foto. Proprio a fianco, un Airbus di Air France con livrea speciale SkyTeam.

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Il nostro gate è l’F33. Ad imbarcare il volo un addetto tipicamente francese che nei confronti degli italiani ha un atteggiamento molto ma molto distaccato. Prima dell’ok all’imbarco per tutti i passeggeri, un UMNR (minore non accompagnato il cui trasporto è curato dai servizi di terra e dagli assistenti di volo) passa il gate ed entra a bordo.

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Ecco, ci siamo quasi. Direzione Linate!

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L’imbarco è fluido. Purtroppo, durante il decollo, non riesco a scattare una buona foto di Parigi nonostante il mio sedile fosse proprio rivolto verso la città romantica. Viriamo verso sud est, dritti verso Milano.

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Aeroporto di origine: Milano – Linate (LIN)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 471km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A319
Registrazione: EI-IMO
Nome dell’aereo: Isola d’Ischia
Classe: Economy
Posto: 6F (finestrino)
Gate: A18
Bagagli: 2/26kg (in transito dal volo precedente)
Ora di partenza prevista: 18:20
Ora di arrivo prevista: 19:30
Ora del decollo: 18:35
Ora dell’atterraggio: 19:22
Tempo di volo: 47min

I transiti a Linate sono un po’ un terno al lotto. Se si ha la fortuna di arrivare ai parcheggi situati presso i finger, basta semplicemente andare al gate del volo successivo. In caso contrario, il più delle volte, si finisce ai remoti e bisogna rifare i controlli di sicurezza.

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Ecco, come dicevo, i remoti. Una volta arrivato all’area arrivi scappo verso le scale mobili che portano su e per fortuna, avendo accesso al fast track, seguo la linea prioritaria ai controlli di sicurezza.

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La sala VIP Alitalia “Alessandro Manzoni” di Linate è sempre affollata e spesso non si trova un posto per potersi sedere. Chissà, forse alla Welcome Lounge la situazione è più tranquilla, ma non mi va di fare un tentativo anche lì anche perché il tempo di transito non è tantissimo e bisogna andare al gate.

Sorprendentemente, l’imbarco è con autobus. La rotta Roma-Milano è importante per Alitalia e garantisce ai suoi passeggeri l’accesso diretto all’aeromobile col finger, ma questo accade solo a Fiumicino. A Linate, anche e soprattutto a causa della disponibilità limitata di finger, capita di imbarcarsi con l’interpista. L’attesa dentro il bus è più lunga del previsto: il personale di terra ci informa che l’equipaggio sta resettando l’aria condizionata e l’operazione richiede un po’ di tempo. Chi vuole può uscire temporaneamente dal bus, e qualcuno lo fa. Io rimango dentro.

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Il volo è tranquillo, soprattutto la discesa finale verso Fiumicino. Il pensiero va ai miei bagagli in transito e al busto di Rimbaud, che ho sistemato nel miglior modo possibile.

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A321
Registrazione: I-BIXK
Nome dell’aereo: Piazza Ducale – Vigevano
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 3F (finestrino)
Gate: B14
Bagagli: 2/26kg (in transito dai voli precedenti)
Ora di partenza prevista: 20:45
Ora di arrivo prevista: 21:55
Ora del decollo: 21:45
Ora dell’atterraggio: 22:32
Tempo di volo: 47min

Dopo due Salon Air France e la saletta Manzoni, ora si passa alla Dolce Vita di Fiumicino. Quattro sale VIP in un giorno, record personale.

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Un po’ di folla al Pilot Bar.

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Ok, lo ammetto. Ho un debole per il simulatore offerto da FSC, fatevene una ragione.

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Circuito intorno a San Francisco, stupendo soprattutto per il paesaggio. Poi, subito verso il gate per Lamezia. Il volo decolla un’ora dopo l’orario di partenza, e nonostante il doppio scalo i bagagli sono arrivati a destinazione… segno che le etichette prioritarie servono a qualcosa! Segno particolare: alcuni membri dell’equipaggio del volo Roma-Lamezia avevano già operato il mio volo Milano-Roma, ma su un aereo diverso questa volta. E’ un piacevole vizio?

Il giorno dopo, però, la brutta sorpresa… apro il bagaglio e scopro che il busto di Rimbaud è spaccato a metà all’altezza del collo, e ha danni in altre parti. Argh! Anche un bicchiere con scritto “CDG” è rotto, pazienza. Uso la colla in entrambi i casi e lascio il busto in standby, nella speranza di farlo aggiustare. Certo, però, che coi danni che ha avuto ora sembra avere un appeal da scultura greca provata dal tempo e dai barbari… che dite?

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Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Turismo e Trip Report | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , | 4 commenti

[Trip Report] Con il pioniere degli Emirati tra la Capitale ed Elmas

L’Alitalia mette a disposizione dei clienti un Airbus A330 su una tratta nazionale, e gli appassionati ne approfittano…

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

Per il secondo anno consecutivo, la Regione Autonoma della Sardegna e Alitalia hanno trovato un accordo per potenziare l’offerta sulla rotta RomaCagliari, con l’assegnazione degli Airbus A330 ad alcune turnazioni del fine settimana. Per gli appassionati di aviazione civile è un’occasione quasi imperdibile, dato che è possibile viaggiare in Magnifica (Business) e Classica Plus (Premium Economy) comprando un normalissimo biglietto di classe Economy. La configurazione degli Airbus a tre classi (20 in Business, 17 in Premium e 213 in Economy) passa “ufficiosamente” ad una configurazione full Economy da 250 posti. C’è chi ha già sperimentato questa esperienza, mi riferisco al buon Edoardo, e mi è sembrato il caso di unirmi a questo particolare “Club”.

La possibilità di viaggiare in Magnifica con biglietti in Economy è molto rara e si ripropone in circostanze molto particolari, come l’impiego da parte di Alitalia di aeromobili wide body per operare voli charter.

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Immagine creata su http://www.gcmap.com

L’aumento dell’offerta è tangibile, così come è tangibile l’apprezzamento della clientela che si ritrova su aeromobili normalmente utilizzati per il lungo raggio, ma a conti fatti – e qui partono i dubbi – un’operazione del genere conviene? Per potenziare l’offerta non c’era necessariamente il bisogno di impiegare gli A330, che hanno appena 50 posti in più dei più piccoli A321 già ampiamente usati da Alitalia: sarebbe bastato aumentare la capacità delle altre turnazioni giornaliere con risultati simili, se non superiori, senza movimentare colossi dispendiosi come gli A330.

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Fonte: SeatGuru.com

Questa è la seat map dell’Airbus A330 utilizzato. Guardate quanto spazio occupano la Magnifica e la Classica Plus, e immaginate a quanto potrebbero ammontare i mancati ricavi per la compagnia che vende i posti in Business come se fossero in Economy. Manovra pubblicitaria concordata tra la compagnia già di bandiera e la RAS? Potrebbe essere, ma andiamo avanti.

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Aeroporto di origine: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A320
Registrazione: EI-DTK
Nome dell’aereo: Giovanni Verga
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 2A (finestrino – ufficiale); 1A (finestrino – effettivo)
Gate: 02
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 10:25
Ora di arrivo prevista: 11:40
Ora del decollo: 10:47
Ora dell’atterraggio: 11:37
Tempo di volo: 50min

I miei viaggi iniziano quasi sempre da qui, da Sant’Eufemia Lamezia. Il volo AZ1168 è stato scelto per garantire un transito un po’ lungo e tranquillo, dato che una delle chicche di questo TR è la sala VIP “Dolce Vita” del T1 di Fiumicino, e tutte le sue amenities. Il volo da Lamezia a Roma è stato un volo come tanti altri: l’unica cosa “inusuale” è stata la richiesta da parte di un assistente di volo di cambiare posto e passare dal 2A all’1A per permettere a due passeggeri separati di viaggiare insieme. Pur non essendo un fan delle prime file, che non trovo particolarmente comode, accetto volentieri. Non poteva mancare, ovviamente, un bel primo piano della bag tag di Aviazione Civile.

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Atterriamo alle 11:37, parcheggiamo qualche minuto dopo presso uno dei tanti parcheggi remoti di Fiumicino e le circostanze ci costringono ad attendere l’arrivo delle scale per qualche altro minuto. I soliti passeggeri italioti slacciano le cinture di sicurezza prima del dovuto, si alzano e rimangono in piedi, rigorosamente invano, prima dell’apertura delle porte… una scena alla quale siamo tutti abituati e che la dice lunga sull’educazione dei passeggeri italiani. Facile spazientirsi quando si aspetta inutilmente in piedi, lo posso capire, ma perché farlo quando si può stare comodamente seduti fino all’effettiva apertura delle porte?

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Dato che l’attesa è abbastanza lunga, mi tocca uscire dall’area transiti e prendere l’ascensore che porta al piano partenze del Terminal 1 di Fiumicino, che si presenta così. Prima però mi tocca passare dall’Unieuro per prendere un ricarica batterie per Samsung, dato che il mio l’avevo scordato a casa e non mi piace andare in giro con la minaccia incombente di spegnimento dello smartphone.

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La sala VIP “Dolce Vita”, a mio avviso la migliore lounge Alitalia dello scalo e di tutt’Italia, si trova proprio in prossimità dell’area check-in del T1. Questa è l’entrata.

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La lounge è affollata e i posti scarseggiano, ma qualche angolino si trova. La clientela è trasversale, si passa dai soliti passeggeri business ai passeggeri premium vacanzieri.

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Panini, pasta e budini. No, non sto scherzando! Queste sono le prime leccornie che provo.

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Questa è la prospettiva da una delle comode poltrone che si trovano sulla sinistra, in prossimità dei servizi.

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Che non lo proviamo un bicchierino di Pampero?

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Dato che il Pampero ha avuto effetti devastanti sulla mia già travagliata gola, passo ad un “semplice” succo di arancia e a qualche arachide.

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Questo è il lato destro, rispetto all’entrata, della lounge. Qui è possibile effettuare le operazioni di check-in e biglietteria.

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La nuova Alitalia, frutto della collaborazione con Etihad Airways.

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Area lavoro che si trova dietro ai banchi check-in della lounge. E’ talmente nascosta che pur avendo visitato questa lounge diverse volte, questa è solo la seconda volta che la guardo.

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Questo poster pubblicitario è quanto resta dell’accordo tra Alitalia e Regione Calabria per la sponsorizzazione della stessa regione. Quest’accordo prevedeva anche la presenza di due aeromobili con livrea speciale calabra – un A320 con marche EI-DSM e un A330 con marche EI-EJG – che ad accordo concluso sono stati nuovamente riverniciati. Potrei riaprire una vecchia parentesi sull’efficacia della promozione turistica calabrese, ma forse è meglio evitare.

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Il Pilot Bar della lounge e il suo vasto assortimento di alcolici. I primi tempi lo spazio era gestito da Eataly, ma con la gestione attuale la situazione non è poi così tragica, dopotutto quello che servono non è di bassa qualità.

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All’angolino a destra si trova la chicca della lounge, il simulatore di Boeing B737 gestito da FSC, Flight Simulator Center. L’aeroporto di oggi dal quale i piloti virtuali partono è lo scalo veneziano Marco Polo.

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Dettagli della cabina di pilotaggio del Boeing, riprodotta quasi fedelmente. Certo, la differenza rispetto ai simulatori delle scuole di volo e dei traning center di compagnia che ho già avuto il piacere di provare si nota, ma ciò non rende la cabina FSC meno degna di apprezzamento. Le sessioni di volo simulato sono completamente gratuite, quindi tanto di cappello a FSC per il servizio che offre ai visitatori!

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Pronti per la partenza da Venezia! Faremo un circuito intorno allo scalo e alla sua caratteristica città lagunare, per poi atterrare.

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La grafica è proprio carina. Non dettagliatissima, ma efficace quanto serve per poter ammaliare chi fa le sessioni di volo… e poi non c’è il tempo di guardare fuori, bisogna tener sempre d’occhio i comandi!

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In fase di allineamento per l’atterraggio. LAREN, LATUS, e poi discesa finale. La manovra di flare è morbida e l’istruttore, chiamiamolo così, frena l’aeromobile.

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A sessione conclusa quello della FSC mi dà questa spilla, è la seconda che ottengo dato che ne ho già ricevuta una a gennaio. Non so se la danno a tutti o solo ad alcuni visitatori, ma poco importa… il viaggio continua e bisogna andare verso il molo D.

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: Cagliari – Elmas (CAG)
Distanza tra gli scali: 392km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A330
Registrazione: EI-EJL
Nome dell’aereo: Piero della Francesca
Classe: Business (effettivo); Economy (biglietto)
Posto: 2A (finestrino)
Gate: D08
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 15:05
Ora di arrivo prevista: 16:10
Ora del decollo: 15:37
Ora dell’atterraggio: 16:16
Tempo di volo: 39min

Per arrivare al molo D partendo dalla Dolce Vita bisogna passare il varco di sicurezza dedicato SkyPriority, bypassare l’area imbarchi B e dirigersi verso quella D. Camminando nel tunnel che collega i moli B e D è possibile dare un’occhiata a tantissimi aerei parcheggiati presso suddetti moli… il più vicino a me è un aeromobile Alitalia con la nuova livrea.

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Ecco a voi EI-DSY. In lontananza, sulla sinistra, c’è una mia vecchia conoscenza…

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Molo D, gate numero 8. Ecco EI-EJL “Piero della Francesca”, l’Airbus A330 che opererà la turnazione Roma-Cagliari-Roma. Perché lo chiamo “vecchia conoscenza”? Perché ho già avuto l’occasione di viaggiare su questo aereo circa tre anni prima. Era il 1 dicembre 2012 e il volo in questione era l’AZ852 da Fiumicino ad Abu Dhabi, il volo inaugurale di una rotta che sarebbe stata solo il primo passo verso l’acquisizione del 49 per cento di Alitalia da parte di Etihad Airways. EI-EJL è stato il pioniere degli Emirati… e ciò spiega il titolo di questo trip report. Beh, anch’io sono stato un pioniere degli Emirati…

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Water cannon per EI-EJL il 2 dicembre 2012 al suo arrivo ad Abu Dhabi. Fonte: Alitalia.

Bella foto… sarà strano, ma io ho guardato verso fuori tutto il tempo ma il water cannon non l’ho notato proprio. Ero seduto a destra, al 14L (finestrino). Chiusa questa parentesi “storica”, torniamo al succo del racconto.

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Mi avevano detto che il volo sarebbe stato strapieno, con un riempimento vicinissimo al limite dei 250 posti, ma la fila al gate non è poi così lunga. Il volo partirà comunque pieno, con i passeggeri che si presentano al gate a piccoli gruppi.

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Per accedere a bordo dell’A330 bisogna camminare non poco. Si scende giù e poi si svolta a destra…

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Rieccoti, finalmente! Non avevo l’onore di viaggiare su “Piero della Francesca” da quasi tre anni… quanto tempo!

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L’aereo si riempie pian piano e chi ha avuto l’opportunità di sedersi in Magnifica rimane quasi sbalordito. Molti di loro non sono pratici con i comandi del sedile e dello schermo touch screen.

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Questo è il 2A, il mio posto.

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Schermata di benvenuto tipica di Alitalia e un piccolo sguardo all’esterno per dare un’idea della lunghezza del sedile di classe Business.

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Tra le opzioni disponibili smanettando col sistema di intrattenimento c’è anche la telecamera anteriore dell’Airbus, che permette di guardare quello che accade di fronte a noi prima del decollo e sotto di noi dopo il decollo.

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La tratta e breve e il sistema marca chiaramente Cagliari come la destinazione del volo.

Per partire bisogna aspettare un po’: il comandante ci ha informati della rimozione dei bagagli di due passeggeri che non si sono presentati, e della conseguente attesa per l’autorizzazione da parte della torre di controllo. Ad autorizzazione avuta, via col motore 1 alla mia sinistra e poi col 2, sblocco e taxi verso il fondo pista.

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Questo è il classico briefing di sicurezza del lungo raggio Alitalia. Fino a qualche anno fa gli assistenti di volo lo attivavano pure sul corto raggio, in rare occasioni.

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Eccoci quasi pronti per il decollo dalla 25 di Fiumicino, destinazione Elmas. Lasciamo lo scalo romano alle 15:37.

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Le belle coste laziali alla nostra sinistra.

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Il sistema di intrattenimento fornisce vari dettagli sulla rotta, la temperatura esterna e l’orario stimato di arrivo a Cagliari, nonché la velocità del nostro Airbus.

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Interessante gioco di colori dopo il decollo: il riferimento al tricolore è ovvio.

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Il servizio di catering è standard per tutti ed è lo stesso dei voli nazionali, anche perché non c’è il tempo di servire un pasto di Magnifica in 20-30 minuti.

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Una foto d’obbligo.

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Non manca molto all’arrivo a Cagliari.

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Durante la discesa finale è possibile ammirare le belle coste della Sardegna meridionale.

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Arrivati a Cagliari ci dirigiamo verso un parcheggio remoto, dove il personale dell’handling “aggredisce” (in senso positivo) EI-EJL e posiziona i vari mezzi.

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La porta più vicina alla Magnifica rimane chiusa e tutti i passeggeri scendono da due scale. Gli interpista ci portano all’area arrivi di Elmas.

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Aeroporto di origine: Cagliari – Elmas (CAG)
Aeroporto di arrivo: Roma – Fiumicino (FCO)
Distanza tra gli scali: 392km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A330
Registrazione: EI-EJL
Nome dell’aereo: Piero della Francesca
Classe: Business (effettivo); Economy (biglietto)
Posto: 2L (finestrino)
Gate: 12
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 17:40
Ora di arrivo prevista: 18:45
Ora del decollo: 17:57
Ora dell’atterraggio: 18:39
Tempo di volo: 42min

Il tempo tra i due voli non è tantissimo e perdere tempo non è mai una buona idea. Faccio qualche foto panoramica del terminal, prendo qualche regalo per amici e parenti e “volo” via, in tutti i sensi.

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Ecco come si presenta Elmas in un caldo pomeriggio di agosto.

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Il nostro gate è il numero 12, e il collegamento col parcheggio remoto è effettuato tramite autobus. Il gate 12 si trova in una piccola area dominata da cartelli e sponsor di compagnie low cost.

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Rieccoti, finalmente! Non avevo l’onore di viaggiare su “Piero della Francesca” da quasi tre anni, quanto tem-… no, aspetta, ti ho visto circa un’ora fa!

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Per l’imbarco vengono utilizzate due porte su tre. Non male, l’organizzazione mi permette di scattare questa foto del fronte dell’aeromobile.

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Il volo è un po’ meno pieno al ritorno ma comunque abbastanza affollato. Prima che qualcun altro arrivi in Magnifica, dal mio posto (2L – finestrino) scatto una foto della classe Business. Una foto ormai storica, dopo il valzer di riconfigurazioni.

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L’IFE, il sistema di intrattenimento, ci permette di “spiare” il traffico di mezzi di terra di fronte a noi. Passa di tutto durante la fase di preparazione all’accensione motori…

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Motore 2, proprio alla mia destra, e poi motore 1. Accensione motori alternata durante la turnazione tra Roma e Cagliari… sblocchiamo dal parcheggio anticipati dalla solita macchina col “follow me” e colgo l’occasione per scattare una foto del terminal di Elmas.

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Quasi allineati con la pista e pronti per il decollo!

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Lasciamo il suolo sardo alle 17:57 e grazie all’IFE è possibile vedere l’inizio della pista con orientamento 14, proprio sotto di noi.

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La vasta pianura del Campidano, che attraversa trasversalmente la parte sud-occidentale della Sardegna, e le sue tante abitazioni.

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Dopo una virata che ci permette di gustare il panorama del Campidano e delle coste cagliaritane, voliamo verso norst-est, direzione Roma-Fiumicino.

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Anche nel tardo pomeriggio, questa si conferma una giornata molto tranquilla.

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Il catering è da Economy anche al ritorno. Il succo d’arancia e i soliti crostini non potevano mancare.

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Dal posto 2L è possibile leggere la registrazione dell’aeromobile, EI-EJL.

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Foto scattata intenzionalmente per far notare al lettore quanto è breve questa rotta rispetto alle normali rotte intercontinentali.

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A circa 20 miglia da Roma, il più è passato e la procedura di discesa è già nella sua fase inoltrata.

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Viriamo a destra per atterrare, da nord, su una delle due piste parallele 16.

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L’occhio ci ha ingannati: nonostante i bei panorami, un po’ di vento costringe i piloti a compensare le raffiche con un assetto particolare; solo nelle fasi finali dell’atterraggio, quelle che precedono il tocco, l’aereo si allinea con la pista. L’IFE di bordo permette di seguire tutta la procedura ma le correzioni sono talmente piccole da risultare impercettibili se non si guarda l’apposito schermo.

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La camera per spioni è sempre attiva.

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Sembra proprio una giornata tranquilla a Fiumicino.

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Iniziamo a scendere dall’aereo e come prevedibile usiamo due porte su tre. Il personale di terra riconsegna tantissimi passeggini ai passeggeri che li hanno richiesti.

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Sbarco fluido, complice il fatto che questo volo non era proprio pieno.

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Una volta arrivato al terminal, il lavoro non è concluso! C’è ancora un ultimo volo da prendere. Provo, forse ingenuamente, a dirigermi verso la sala VIP “Borromini” che si trova all’inizio del molo D, nella speranza che l’abbiano riaperta. Faccio tutta quella camminata a vuoto: la lounge è chiusa e mi tocca uscire per tornare alla Dolce Vita.

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Aeroporto di origine: Roma – Fiumicino (FCO)
Aeroporto di arrivo: Lamezia Terme – Sant’Eufemia (SUF)
Distanza tra gli scali: 469km
Compagnia: Alitalia (AZ)
Aeromobile: Airbus A320
Registrazione: EI-DSA (livrea speciale “pigiama”)
Nome dell’aereo: “Muoviamo chi muove l’Italia”
Classe: Economy (unica disponibile)
Posto: 4F (finestrino)
Gate: B23
Bagagli: No
Ora di partenza prevista: 20:45
Ora di arrivo prevista: 21:55
Ora del decollo: 21:05
Ora dell’atterraggio: 21:50
Tempo di volo: 50min

Il personale della lounge “si è rinnovato”: gli addetti incontrati prima hanno finito il loro turno, sostituiti da un nuovo organico. Durante l’attesa incrocio Renato Schifani e qualche altro politico con la faccia familiare, ma del quale non ricordo il nome.

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Da dove vengono imbarcati, il più delle volte, i voli per Lamezia? Ma dagli orribili gate con collegamento tramite autobus, ovviamente. In questo caso il gate è il B23.

L’imbarco è fluido e ad accogliermi è un’altra mia vecchia conoscenza, EI-DSA, con livrea speciale detta “pigiama” dagli appassionati di spotting. Spulciando i miei dati su MyFlightMemory emerge che questa è la quinta volta che prendo questo aereo, un record personale.

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“Muoviamo chi muove l’Italia”. Saliamo a bordo e mi siedo al 4F, finestrino destro. Mentre osservo le operazioni di carico qualcuno mi chiama, mi giro e noto un caro amico che stava tornando da Amsterdam per un viaggio di riposo post-laurea con lode, più che meritato! L’incontro non era assolutamente programmato e lui va al sedersi al posto 11E, con quattro suoi amici. Conservo le solite battute sull’Olanda per dopo.

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Foto di Giorgio Varisco, scattata a Milano-Linate.

Il volo per Lamezia è tranquillo e dura 50 minuti, dalle 21:05 alle 21:50, così come il volo di andata; al nostro arrivo era già buio. Certo, la stanchezza si fa sentire e quattro voli in un giorno solo sono tanti, ma niente di tragico. Al 4E, a fianco a me, un infant in braccio ad una signora che gli parlava alternando inglese e italiano ogni tanto mi ha lanciato addosso alcuni suoi giocattoli. Per fortuna sono abbastanza tollerante.

Chattando con lo spotter che ha scattato la bellissima foto di EI-DSA di cui sopra, è emerso che al titolo di “Asso del Pigiama” con cinque voli al mio attivo sul -DSA deve seguire qualcosa, qualche iniziativa di qualche genere. Ho deciso di farmi fare un poster usando proprio quella foto, con sopra scritti tutti i miei voli a bordo dell’aeromobile che muove chi muove l’Italia.

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Quando il vostro pilota paga per volare

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 220) l’1 agosto 2015. Si ringrazia lo staff de L’Eco della Pista per il crossposting.

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La pratica del “Pay to Fly” o P2F è diffusissima e minaccia la sicurezza dei voli di linea

Il pilota di un aereo di linea è un individuo professionalmente formato per portare, e in sicurezza, un aeromobile da un aeroporto A ad un aeroporto B. Dato che lo fa per lavoro, si presume che la sua compagnia aerea lo paghi per quello che fa, ma non è sempre così: spesso è il pilota a pagare la compagnia aerea per avere il “privilegio” di volare e guadagnarsi il famoso type rating, l’abilitazione ad un tipo specifico di aereo, con conseguenze negative nei confronti della sicurezza dei voli. Nello scenario, molto complesso, dell’aviazione commerciale, a soffrire non è quindi solo il settore dell’handling aeroportuale ma anche quello dei piloti naviganti. Andiamo per gradi: per diventare pilota di linea serve una licenza particolare chiamata ATPL (Airline Transport Pilot License), i cui costi sono stratosferici e solitamente oscillano tra i 50.000 e gli 80.000 euro, ai quali bisogna aggiungere i costi extra relativi a vitto, alloggio e tutte le altre spese che un aspirante pilota deve poter sostenere. Il passo successivo è ottenere il type rating per un determinato tipo di aereo come il Boeing 737 o l’Airbus 320, il cui costo è di altri 25.000 euro circa. Ebbene, se un tempo le compagnie erano più propense a farsi carico di questo costo addizionale pur di formare piloti con esperienza e professionali, e magari attingevano direttamente dalle eccellenze delle forze aeree dei loro paesi, i modelli di mercato che sono emersi negli ultimi anni hanno decretato il successo della pratica nota ai più come “Pay to Fly”, ossia “paga per volare”: il pilota di linea, che ha già investito cifre astronomiche per ottenere l’ATPL, si fa carico delle spese relative al type rating e quindi riduce le spese a carico della compagnia aerea. La cosa, presa singolarmente, non sembra costituire un problema, ma diventa molto più seria quando la compagnia assume nuovi piloti non tanto per le loro qualità di maestri del volo ma anche (e forse soprattutto) in virtù della loro volontà di pagare il type rating, introducendo di fatto un criterio di valutazione che poco dovrebbe avere a che fare coi criteri normalmente usati per valutare l’assunzione di un individuo. Sembra uno scandalo, ma è solo la punta dell’iceberg: il Pay to Fly ha radici molto più profonde e va ben oltre il semplice type rating. Il P2F puro, infatti, interessa anche il line training, un pacchetto da 300, 500 o addirittura 1.000 ore di volo che i piloti pagano per acquisire una maggiore esperienza e di conseguenza migliorare, nei limiti del possibile, le chance di assunzione. Il costo? Normalmente oscilla tra i 50.000 e i 60.000 euro, con picchi stratosferici che arrivano a 85.000 euro, e il tutto include un’insidia nascosta: il line training non è affatto da considerarsi una garanzia di assunzione e spesso porta i piloti a volare gratis, o meglio a pagamento, per un periodo che arriva fino a 12 mesi. Un ulteriore smacco per le tasche degli aspiranti piloti di linea, e potremmo dire che oltre al danno (finanziario) spesso c’è anche la beffa.

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Airbus della compagnia tedesca Lufthansa. La presenza di questa immagine in questa pagina è puramente casuale, è dettata da pure esigenze giornalistiche e non è da intendersi come un’accusa diretta o indiretta alle politiche di assunzione della compagnia tedesca. Foto di Giorgio Varisco, scattata a Milano-Linate.

Le conseguenze per la sicurezza dei voli, quindi, diventano evidenti: il pilota bravo cede il posto al pilota ricco e, moltiplicando questo scenario migliaia e migliaia di volte, ne consegue che un’intera nuova generazione di piloti si affaccia al mondo dell’aviazione civile non perché meritevole del proprio posto di lavoro, ma per il semplice fatto di avere alle spalle una famiglia capace di sostenere una spesa di circa 120.000 euro. Non è molto diverso dall’aumentare le tasse universitarie a dismisura e produrre un’intera generazione di ingegneri, medici, avvocati e professori ricchi, non bravi. Come se ciò non bastasse, diverse compagnie hanno deciso di optare per il modello “scuola di volo”: assumono piloti giovani e più economici, disposti a pagare per volare, e scartano i piloti con esperienza, perché costano di più e possono fare obiezioni sulle politiche di compagnia. Sanno che dopo qualche anno i piloti giovani cambieranno compagnia per cercare qualcosa di migliore, e impostano le modalità di assunzione su questo “mutuo accordo di cooperazione”: noi vi facciamo lavorare a pagamento e tra qualche anno ciao ciao, amici come prima. Ivan Anzellotti, pilota di linea e autore del libro “Storia di un pilota: dal funerale di Alitalia alla fuga dal Qatar”, già intervistato da TLR il 25 marzo 2015, non a caso dichiara: Il Pay to Fly sta uccidendo una professione che è soprattutto passione, cancellando tradizioni e azzerando una cultura centenaria”. Forse è giunta l’ora, per il bene di tutti, di abolire il Pay to Fly e di sanzionare duramente le compagnie che si ostinano a praticarlo.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

Petizione contro il Pay to Fly promossa dal sito www.secure.avaaz.org.
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Grande successo per il Premio Alda Merini

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 220) l’1 agosto 2015.

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L’Accademia dei Bronzi ottiene consensi ufficiali nel trionfo della poesia

Si è svolta nei giorni scorsi, presso la sala convegni dell’Hotel Guglielmo di Catanzaro, la cerimonia conclusiva del Premio di Poesia Alda Merini, alla presenza di centinaia di poeti – onorati e deliziati – provenienti da ogni regione d’Italia. Il premio, giunto ormai alla IV edizione, è promosso e organizzato dall’Accademia dei Bronzi, con l’adesione della Camera di Commercio di Catanzaro, presieduta da Paolo Abramo, dell’associazione di volontariato “Anvos” e del maestro orafo Michele Affidato. A presentare le opere dei premiati sono state le attrici Adele Fulciniti e Annarita Palaia, con la collaborazione alla conduzione della giornalista Giulia Zampina e con l’eleganza dell’avvocato Letizia Furina per le premiazioni di rito.

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Il concorso dedicato alla più grande poetessa dei Navigli, scomparsa a Milano il 1° novembre del 2009, è stato – come ogni anno – un incontro di altissimo spessore letterario, nel corso del quale sono stati consegnati anche i tre premi istituzionali inviati all’Accademia dei Bronzi dal Presidente della Repubblica, dal presidente del Senato e dal presidente della Camera dei Deputati; premi assegnati rispettivamente a mons. Antonio Cantisani, al dottor Roberto Coppola e alla giornalista Terri Boemi. Incredibili i numeri di questo premio, che conferma la sua rilevanza nazionale, visto che al concorso sono pervenute ben 2252 opere delle quali 681, in rappresentanza di 660 poeti, hanno superato la prima selezione e sono state incluse gratuitamente nell’antologia “Alda nel cuore”: testo di ottima fattura che contiene anche un approfondito saggio di Mario Cosco sul tema “La carne degli angeli in Alda Merini”.

L’illustre giuria presieduta da G. Battista Scalise e composta da Antonio Montuoro, Vincenzo Ursini, Mauro Rechichi e Mario Cosco, ha assegnato il primo premio assoluto – una splendida targa di argento del maestro Michele Affidato e relativa pubblicazione gratuita di una raccolta di liriche di cento pagine – a Mariangela Costantino di Reggio Calabria per la lirica “Ti donerò i miei occhi”. Il secondo premio (targa di argento) è stato invece assegnato ex-aequo agli altri quattro finalisti: Lucia De Cicco di Cerisano per l’opera “Novella Dante col suo Virgilio”, Gino Iorio di Calvi Risorta per la lirica “4 gennaio 2015” (in dedica al compianto Pino Daniele), Angelo Napolitano di Cosenza per l’opera “Del pane fatto casa” e Mario Roperto di Vibo Valentia per la lirica “In memoria di mio padre”.

La cerimonia è proseguita dando ampio spazio ai premi speciali “Merini”, che il sodalizio culturale catanzarese assegna ogni anno ad esponenti del mondo sociale o culturale, e che per il 2015 sono stati consegnati invece ad Angela Paravati, direttore dell’Istituto penitenziario di Catanzaro, Caterina Tagliani, per una lirica dedicata ad Antonio Benefico, e a Giuseppe Galati, artista di Acquaro, premiato per l’opera “Il nostro terzo mondo”. Al maestro Michele Affidato, invece, è stata consegnata la nomina di socio benemerito dell’Accademia dei Bronzi.

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Una segnalazione speciale è stata attribuita dalle Edizioni Ursini a Maria Pia Furina, Massimiliano Lepera e Antonella Oriolo di Catanzaro, Nicola Miriello di Lamezia Terme e Caterina Rizzo di Pizzo Calabro. La giuria ha poi assegnato una segnalazione di merito a Maria Pina Abate (Angri), Bruno Bianco (Montegrosso d’Asti), Angelo Chiappetta (Cosenza), Maria Teresa Infante (San Severo), Vito Massimo Massa (Bari), Sina Mazzei (Pianopoli) e Vincenzo Ricciardi (Roma).

Segnalazioni d’onore e targhe di merito sono state, infine, consegnate ad altri poeti provenienti da tutta Italia: Agresta Bernardina, Aloisi Silvio, Amelio Biagio, Angotti Rosy, Avarello Liliana, Baldelli Paolo, Barillaro Fiorella, Barresi Teresa, Benatti Graziella, Bordino Salvatore, Brogna Rodolfo, Brunasso Giuseppe, Calabretta Emanuela, Calabrò Nancy, Camellini Sergio, Cappella Anna, Capria Francesco Saverio, Caraglia Rosanna, Caramia Marica, Carnì Teresa, Chiappetta Angelo, Chisari Filippo, Cistaro Massimo, Console Saverio Angelo, Costantino Mariangela, Costanzo Carmela, Dagostino Mariateresa, D’Amico Francesco, D’Amico Vita, D’Anna Antonio, De Cicco Lucia, De Paola Antonia, Di Mauro Giovanni, Di Persio Valentino, Doglio Maria Antonietta, Dolce Fioravante, Donato Leo, Favazzi Mario, Errico Maria Carmela, Eucalipto Paola, Falabella Rosa, Famà Concetta, Ferrara Iolanda Erminia, Fornaro Maria, Frangipane Antonio, Fratto Parrello Nuccia, Furina Maria Pia, Galati Giuseppe, Gosti Francesca, Iorio Gino, Iannone Domenico, Lagrotteria Vincenzo, Lamanna Franca, Lapiana Pietro, Laugelli Maurizio, Lepera Massimiliano, Mangano Giovanna, Marrapodi Francesco, Mazzei Sina, Melchiorre Sergio, Merino Mirella, Mihai Veronica, Minniti Giuseppe, Morabito Caterina, Mosillo Maria Giulia, Napolitano Angelo, Nardo Domenico, Nicolazzo Silvana, Notaro Rocco, Olivadoti Francesco, Oriolo Antonella, Pace Marina, Palma Maria, Pazzini Maria Cristina, Pedatella Rocco, Pipicelli Pasquale Annunziato, Pitardi Mario Lucio, Politi Giovanna, Polverino Vincenzo, Pudano Pasqal, Pugliese Catia, Pullano Antonietta, Quaranta Lucia, Rizzo Caterina, Romeo Caterina, Roperto Mario , Rosarno Gaetano, Rossello Antonella, Rotella Ida Annamaria, Rotundo Gesuzza, Rotundo Sara, Russo Angelina, Russo Paola, Scardamaglia Pietro Ferdinando, Spadera Giuseppe, Stinchi Giuseppe, Tagliani Caterina, Talarico Maria Teresa, Tarzia Barbara, Tassone Bruno Agostino, Tortora Valentina, Trovato Maria Concetta, Vergoni Gilberto, Verzì Elena, Vespari Marco, Villirillo Luigi, Zaccone Francesco e Zappalà Filomena.

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Il premio “Alda Merini” si conferma come l’evento culturale più atteso, che rimarrà nella storia della nostra amata Calabria, realizzato con un’autentica competenza organizzativa e capace di dare spazio anche alle giovani generazioni. Tra i premiati, infatti, il giornalista Francesco D’Amico, da cinque anni collaboratore esterno de il Lametino, che ha stupito la giuria con l’opera “In viaggio per crescere”, simbolo dell’animo profondo di una mente brillante priva di barriere e confini.

Antonio Mirko Dimartino

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Art. 34bis, una proposta per modificare la Costituzione

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 220) l’1 agosto 2015.

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Seconda parte dell’intervista a Guido D’Ippolito, promotore del progetto

Caro Guido, puoi gentilmente aggiornare i lettori sullo stato della proposta?

La prima novità rispetto al periodo dell’ultima intervista vostra è che la proposta è stata ripresentata anche alla Camera dei Deputati da diversi deputati di tutti i partiti. Così l’art. 34-bis oggi è contenuto in due disegni di legge costituzionale: il n. 1561/2014 al Senato della Repubblica e il n. 2816/2015 alla Camera dei Deputati. In particolare, quello al Senato è già a buon punto. L’iter legislativo al Senato, infatti, è già iniziato. La proposta è stata quindi discussa dalla prima Commissione, Affari Costituzionali, la quale ha disposto delle audizioni con gli esperti e alla fine approvato il 34-bis come testo base dei lavori del Senato. Attualmente è stato dato un termine per gli emendamenti. In poche parole, dopo aver analizzato e approvato il testo, i senatori della commissione affari costituzionali hanno la possibilità di formulare eventuali modifiche. Alcune di queste modifiche, specialmente in tema di Net Neutrality, sono state da noi stessi riproposte al Senato dopo i consigli che ci sono arrivati numerosi da cittadini, esperti e professori universitari, sia in sede di audizioni sia durante la conferenza da noi organizzata alla Camera l’8 maggio sul 34-bis.

Una politica come quella italiana attuale, in crisi, avulsa dalla società, anziana, può comprendere a pieno le potenzialità e l’utilità della progetto? Se si, vi sta aiutando realmente o solo come strumento per ampliare il bacino elettorale nella fascia “giovani”?

La domanda andrebbe estesa alla società. La politica è, con buona approssimazione, lo specchio della società. E quindi, la società è cosciente delle potenzialità del progetto?  In base alla mia esperienza ho notato che la politica si sta piano piano interessando alla proposta. Oltre ad onorevoli esperti della materia, che ovviamente sono consapevoli della portata e dei vantaggi del 34-bis che stanno sostenendo, ci sono politici che piano piano mostrano curiosità e voglia di saperne di più. Purtroppo però il tema non è ancora riuscito a entrare nei grandi dibattiti della politica, dell’opinione pubblica e ancora non arriva ad appassionare le masse. Mi dispiace dirlo ma questo è un dato in assoluta controtendenza con il resto delle grandi nazioni. Soprattutto negli USA questi temi sono all’ordine del giorno e di assoluta rilevanza politica.  In Italia sono ancora troppo poche le persone che non si rendono conto delle nuove discriminazioni sociali che uno scorretto uso della rete Internet produce. Questo “ritardo culturale” viene tecnicamente definito come “analfabetismo informatico”.

La “crisi” che ha colpito il nostro Paese, come l’Europa in generale, ha determinato sia l’introduzione del concetto di “spending review”, sia una razionalizzazione del pensiero del cittadino medio (es. “no agli F35, meglio investire nella sanità o nella scuola”). Perchè gli italiani dovrebbero essere con voi nel portare avanti l’introduzione in Costituzione dell’art.34bis?

Perché investire nel digitale fa risparmiare e vuol dire creare le basi per un futuro migliore. Vuol dire investire in istruzione, salute, lavoro, impresa, servizi, commercio, vuol dire svecchiare il sistema, ridurre la burocrazia. Prendiamo l’esempio dell’Estonia che grazie al digitale ha risolto problemi all’ordine del giorno del cittadino, della pubblica amministrazione, delle imprese, della giustizia, dell’università e tanto altro ancora. Rendiamoci conto che tutto il mondo va verso un’implementazione dei servizi on line e che Internet è trasversale a tutti gli ambiti della nostra vita. Qualunque attività oggi si svolge in rete. Se l’Italia non adegua il suo impianto normativo, infrastrutturale e culturale semplicemente saremo fuori dal mondo per ogni cosa.

Il mercato economico italiano è in assoluta controtendenza rispetto a quello degli altri paesi sviluppati. La rete (cavi, ripetitori, ecc) è privata (Telecom) e gli investimenti nel settore sono molto ridotti. Per rendere attuato l’art. 34bis, i privati sarebbero con voi nel progetto, e se si, di quanti capitali ci sarebbe bisogno per realizzare l’intento?

Il governo, insieme all’Agenzia per l’Italia Digitale, ha già disposto un primo programma (cosiddetta “Strategia”) per la diffusione della banda ultralarga. Gli aspetti più minuziosamente tecnici, come anche i costi, sono tutti scritti lì o comunque quello è un buon inizio. In ogni caso stiamo parlando di miliardi di euro gran parte dei quali derivano da fondi europei. Il 34-bis si occupa di principi costituzionali affinché l’azione tanto dello Stato quanto dei privati sia sempre rispettosa dei diritti di tutti: cittadini, lavoratori, imprenditori…

Qualora invece ci fosse bisogno di un massiccio intervento statale, a quando ammonterebbe la spesa ed eventualmente in quanti anni sarebbe realizzabile il tutto (considerando sia le infrastrutture necessarie, sia le leggi attualmente vigenti, vedasi appalti)?

In aggiunta a quanto già detto prima, il 34-bis ha due tipi di effetti: quelli di breve periodo e quelli di medio e lungo periodo. I primi sono quelli di carattere giuridico, tutte le norme contrastanti con i principi del 34-bis e quindi di un Internet libero, aperto e neutrale, sarebbero incostituzionali e tutta la futura legislazione dovrebbe essere in linea con questi principi. Gli effetti di medio/lungo periodo sono quelli infrastrutturali e culturali. L’UE in materia di digitale ha stabilito un termine: il 2020. Entro il 2020 tutti gli Stati devono fornire al 100% dei cittadini una connessione di velocità pari ad almeno 30 Mb/s e almeno il 50% dei cittadini deve essere raggiunta da una connessione pari a 100 Mb/s. L’attuale velocità di connessione media italiana è di circa 5 Mb/s, vuol dire che siamo gli ultimi in Europa.

Ipotizzando che l’art.34bis venga costituzionalizzato e poi attuato, quali sarebbero i vantaggi per i cittadini nel breve, medio e lungo periodo.

I vantaggi sono numerosi e diffusi. Salvo quanto già detto, a livello pratico e concreto il cittadino ne noterà gli effetti sul medio/lungo periodo. I vantaggi sarebbero comunque raggruppabili in tre categorie:

Espansione e tutela di tutti i diritti. Non solo la libertà di espressione ma anche il diritto all’istruzione, alla salute, al lavoro, all’iniziativa economica privata, al buon andamento della Pubblica Amministrazione e molti altri ancora. Rimozione delle discriminazioni sociali, sia tradizionali come quelle basate sulle condizioni economiche, sia innovative come il divario digitale e l’analfabetismo informatico. Opererebbe da volano per l’economia, attirando investitori esteri, tutelando e incentivando tutti gli imprenditori, anche digitalizzando la pubblica amministrazione al fine di offrire servizi adeguati alle nuove esigenze e condizioni di vita nonché per semplificare i rapporti con i privati, incremento del PIL, creando lavoro, riattivando i commerci e la concorrenza e tanto altro ancora. Questo perché l’art. 34-bis soddisferebbe le esigenze della nuova società:

L’accesso ai servizi; si sta sempre più diffondendo una nuova concezione della società, che non è più basata sull’istituto della proprietà bensì sull’accesso ad un bene che sarà quindi comune e disponibile per tutti. Essere proprietari di un bene infatti non è più l’unico modo per godere di questo, l’importante è che ne venga assicurato l’accesso quando se ne ha bisogno, dove se ne ha bisogno, per quanto se ne ha bisogno e nel modo che si preferisce. Questa semplice quanto innovativa esigenza, spostando il baricentro della società dal diritto di proprietà al diritto di accesso, realizza una vera e propria rivoluzione giuridica che le istituzioni non possono ignorare. Tanto più se quello dei servizi è una fetta importante del Web, che crea sviluppo, progresso e che sarebbe incentivato dal momento che l’accesso ad Internet favorisce un sistema economico attivo e l’aumento della domanda degli utenti. E’ proprio tenendo conto di questa tendenza della società ai servizi basati sull’accesso, come il cloud, lo sharing o lo streaming, che la Commissione Europea sta cercando di realizzare un mercato unico digitale; Nuove possibilità di formazione e crescita tanto dei singoli quanto dei gruppi sociali; Nuove professionalità, digitalizzazione della PA e possibilità di lavoro e impresa; Il ricorso ad Internet permetterebbe l’aumento sia della domanda che dell’offerta di servizi economici al fine di soddisfare, in modo sempre più semplice e veloce, i propri bisogni, e tutto questo in condizioni di concorrenza economica. Elemento importante questo perché non c’è crescita senza concorrenza. La promozione di Internet permetterebbe inoltre la trasformazione e la semplificazione tanto della macchina economica che burocratica: incentiverebbe l’impresa e favorirebbe la trasparenza e il buon andamento della PA. Ma anche la possibilità di debellare il mercato illegale dei contenuti creando canali alternativi e leciti di accesso agli stessi, in modo agevole, conveniente e competitivo.

Paolo Leone

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Come gestire, in modo positivo, la propria realtà aziendale

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 220) l’1 agosto 2015.

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E’ l’atteggiamento a far la differenza.

L’estate è alle porte: sole, bagni, serate danzanti, risate, amici, aperitivi in spiaggia. Il file rouge di questi elementi è sicuramente il fatto che si ha un atteggiamento super positivo e spensierato. Dobbiamo così, attendere questa stagione per guardare il bicchiere mezzo pieno? Assolutamente no. La vita di tutti i giorni è fatta di lavoro, gestione dello stress, la famiglia e curare i propri interessi. L’atteggiamento positivo va sempre mantenuto e, soprattutto, alimentato. Andiamo per gradi. Avere un atteggiamento positivo significa pensare in modo positivo, gestire il proprio self control. Intanto si comincia da se stessi, dal veder i lati buoni in ogni cosa, guardare il bicchiere “mezzo pieno”, comprendere e convincersi che dove c’è ombra c’è anche luce. L’atteggiamento interiore positivo è quello che fa la differenza. Concentriamoci sulla figura di un leader, di un manager, di un capo, di una persona che gestisce una realtà aziendale e dunque un team di persone. Partiamo con questa citazione. L’ottimista vive nella penisola delle infinite possibilità. Il pessimista è incagliato nell’isola della perpetua indecisione – William Arthur Ward. Bene. Con chi preferisci praticare, lavorare o andare in giro? Con qualcuno che è sempre giù di morale o con qualcuno che riesce a vedere il bene intorno a sé, anche quando le cose non stanno andando alla grande? Le persone preferiscono esser circondate da individui che riescono ad intravedere anche una piccola parte di cielo azzurro tra le nuvole, piuttosto che notare solo le nuvole. Uno degli ingredienti fondamentali di un buon leader è proprio l’atteggiamento.

Un atteggiamento negativo non fa mai aumentare l’influenza di un leader e, certamente, non funge da polo di attrazione per persone di alto livello. Per alcuni l’atteggiamento positivo è più naturale che per altri, ma se desideri guidare gli altri con successo, allora l’atteggiamento positivo è quasi un obbligo. Un atteggiamento positivo, non significa che tu rifiuti la realtà ma se ti impegni a perseguire i tuoi obiettivi puoi trovare il meglio anche nella peggiore delle situazioni, aiutando te stesso a vedere il lato positivo anche nelle situazioni peggiori. Esso è un sano ottimismo verso te stesso, il tuo gruppo, le tue faccende e i tuoi fallimenti, integrato dalla speranza che accadranno cose buone, anche quando non c’è una buona probabilità di successo. Un tuo atteggiamento positivo riesce a dare alle persone la giusta ispirazione, affinché esse diano il meglio di quello che normalmente possono dare, le ispira a fare cose che fino a questo momento non hanno pensato essere possibili e permette loro di raggiungere sia gli obiettivi individuali che quelli del gruppo. Ecco alcune buone conseguenze di un tuo atteggiamento positivo. Influenza positiva. Il tuo atteggiamento è contagioso, poiché, di solito, coloro che ti circondano sono influenzati a seguire il tuo esempio, ancor di più se sei il loro leader. Ottimismo. Quando sei ottimista di fronte a circostanze scoraggianti, altri ammirano tale qualità e vogliono essere come te. Entusiasmo. Il tuo entusiasmo per il lavoro o per un particolare compito può essere contagioso e migliorare il morale della squadra. Per cui un buon leader deve cercar di esser appassionato, agire sempre, mantenere il senso dell’umorismo e cogliere ogni opportunità. Guardare con occhi nuovi, trovare sempre nuove soluzioni, porsi un obiettivo e perseguirlo, motivare e spronare il proprio team: questi fattori aiutano ad esser imprenditivi! Think positive!

Claudia Siniscalchi

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Morano Calabro, la prossima arena della poesia

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 220) l’1 agosto 2015.

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La città d’arte ospiterà il premio dedicato al poeta francese Arthur Rimbaud

Per poter partecipare al primo concorso letterario calabrese dedicato al noto poeta francese maledetto Arthur Rimbaud, si consiglia di seguire tutte le istruzioni presenti sia sui diversi siti nazionali di concorsi letterari – primo fra tutti il noto concorsiletterari.it – e sia sulla pagina Facebook appositamente creata per le esigenze dei diversi interessati, sotto la voce “Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Morano Calabro – Città d’Arte”. Il presidente organizzatore del premio, Mario De Rosa, ha da subito reso nota la sua giuria – nel bando del premio – sottolineando anche una certa cura per l’organizzazione dello stesso, così composta: presidente di giuria sarà Lorenzo Curti, accompagnato da Salvatore Di Luca, Giusi De Rosa, Antonio Mirko Dimartino e Mauro Montacchiesi per quanto riguarda la poesia; da Trento Vacca, Carmen Caravia, Roberto Coscia e Daniela Voto per quanto riguarda i racconti brevi. Il premio in onore del grande poeta dell’ottocento, che rappresenta una grande opportunità per tutte quelle persone che amano scrivere, è organizzato con il patrocinio del Comune di Morano Calabro e il suo assessorato alla cultura, dall’Associazione Culturale “L’Allegra Ribalta” (Morano Calabro), l’International Vesuvian Academy (Napoli), l’Accademia Federico II di Sicilia (Messina), la Federazione Europea Beni Artistici Culturali (F.E.B.A.C. di Messina) e l’Associazione Onlus “Marinella” (Morano Calabro).

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Nella splendida cornice di Morano Calabro, dunque, arriveranno nel mese di settembre poeti e scrittori da ogni regione d’Italia, pronti a dar lustro a quel poeta che – con i suoi versi – colpisce quella società spesso chiusa dentro se stessa e quel falso moralismo a buon mercato. Arthur Rimbaud, infatti, esprime perfettamente quello che era lo spirito delle avanguardie dell’ottocento, vissute in un contesto sociale probabilmente poco propenso ad accoglierle. Figure chiave di quel movimento, come lo “scapestrato” fanciullo delle Ardenne Arthur Rimbaud al quale il premio di Morano è dedicato, farebbero fatica ad affermarsi addirittura oggi, nel mondo moderno e all’apparenza più tollerante. Il concetto chiave delle avanguardie sarà quello di “cambiamento”; lo spirito avanguardistico si aggirerà nei circoli letterari europei del novecento e manifesterà sicuramente istinti di rottura con il passato, esprimendo l’esigenza di anticipazione del nuovo, attraverso il concetto di pura innovazione. E la poesia viene concepita da Rimbaud proprio come innovazione, come estremismo, come audacia, come aggressività. Celebre, a tal proposito, è la sua “Lettera del Veggente”, con la quale cerca di spiegare la visione che egli aveva del poeta: un profeta, un veggente che doveva guidare gli uomini verso l’avvenire. Rimbaud ritiene il poeta capace di vivere nello sregolamento di tutti i sensi, che ritiene la vera forza dei versi, perché un poeta diventa tale grazie alla malattia o coltivando le sue allucinazioni quotidiane, ma anche grazie alla droga o addirittura al delitto. Rimbaud, in un certo senso, segue l’idea dei surrealisti. Per il poeta maledetto, se vogliamo essere scrittori, dobbiamo prendere la penna e scrivere senza mai fermarci. Senza avere il timore di controllare, dal punto di vista grammaticale e logico, i concetti: soltanto questo continuo fluire della penna esprime il reale funzionamento del pensiero, portando alla perdita di quel controllo esercitato dalla “ragione”, la parte più evoluta del nostro cervello. Questa visione della poesia – e del poeta in generale – è una novità assoluta per l’ottocento, tanto che molti lo considerarono un primo manifesto delle correnti simboliste e surrealiste dei movimenti d’avanguardia letteraria.

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Il Musée Rimbaud di Charleville-Mézières. Foto dell’autore.

Il concorso è aperto a tutte quelle persone che amano scrivere: si tratta di un vero e proprio laboratorio artigianale di pensieri, sia per chi ha una storia da raccontare, sia per chi ha semplicemente la voglia di esprimere in versi le emozioni più feconde. A tal proposito il concorso è stato suddiviso in quattro sezioni – poesia libera, poesia in vernacolo, poesia in onore di Arthur Rimbaud e racconto breve – ciascuna con dei propri vincitori e premi in palio. L’obiettivo del presidente Mario De Rosa è quello di stimolare la creatività e l’originalità dei partecipanti attraverso le sezioni proposte, con la possibilità di poter vivere una delle esperienze personali più costruttive al mondo, trascorrendo una serata settembrina a contatto con poeti e scrittori di ogni tipo. Un occhio di riguardo alle giovani generazioni, che vogliano acquisire la consapevolezza nel gesto di narrare. L’appuntamento, quindi, sarà a Morano Calabro, città d’arte.

Francesco D’Amico

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