Poveri ma belli
Scrivo in relazione a due articoli scritti dal vice direttore de “Il Fatto Quotidiano”, Stefano Feltri, il dottor Stefano Feltri, sul proprio blog: “Il conto salato degli studi umanistici” e “Università, studiate quello che vi pare, ma poi sono fatti vostri” (sì, virgola anziché due punti). Come è facile notare già dai titoli, si disquisisce di università, studi, piacere e passioni. Mi piacerebbe commentare ciò che è scritto. [Tra l’altro, il dottor vicedirettore è stato bastonato quasi immediatamente in questi due articoli usciti sempre sulla stessa piattaforma: questo e questo].

Dunque. Prima di iniziare a esporre delle mere opinioni personali, conviene descrivere il contesto (cosa che bisognerebbe sempre tenere in considerazione, per non cadere nella tuttologia oggi di moda e cercando di non scadere nel più dannoso relativismo), e in questo caso il contesto potrebbe essere in primo luogo il background dell’autore stesso. Due parole soltanto: classe 1984, laureato “con sacrifici” in Economia alla Bocconi. Primo campanello d’allarme. Quando io mi ritrovo giù nel mio orticello e mi metto a zappare o a legare e alzare i pomodori non mi posso permettere il lusso di ascoltare i consigli che mio padre, che mai ha avuto un orto, prova a darmi dalla finestra di casa. Allo stesso modo, se dovessi imbiancare casa, chiaramente chiederei aiuto a lui, se non proprio affiderei a lui il lavoro, in quanto di mestiere si occupa di ciò. In questo senso, non posso permettermi il lusso (reitero volontariamente e a ragione la parola “lusso”… parlando di Bocconi ed Economia) di provare ad ascoltare dei consigli riguardo al mio futuro, futuro di un figlio di precario dell’edilizia, da parte di uno laureato alla Bocconi: mi dispiace, sono due contesti che non hanno nulla a che vedere l’uno con l’altro (per tornare al discorso agricolo di sopra: non posso permettermi il lusso di consociare il pomodoro con il cetriolo – non chiedetemi il motivo, ma è così). E questo mi porta dritto dritto al secondo campanello d’allarme: il “con sacrifici”, che l’autore esprime riguardo la decisione dei suoi genitori di mantenerlo alla Bocconi. Dunque: il sacrificio. Senza disquisizioni eccessive, il sacrificio è sempre sacrificio sulla base di ciò che posso fare. Come dire, sempre parlando di agricoltura: se voglio mantenermi un orto, devo avere a disposizione del tempo ogni giorno da dedicare alla cura dello stesso. Ora: togliendo le ore di sonno necessario (e riduciamole a 6); togliendo quelle per lo studio necessario (a riduciamole a 4-5); togliendo quelle per sé – igiene personale, nutrimento, grattarsi un braccio se prude, pulirsi le lenti degli occhiali, rispondere alle rare mail, rari sms importanti che arrivano, burocrazia varia… (riduco a 2-3); togliendo quelle per la partner, piacere che qui riduco al minimo (3-4 ore); togliendo quelle per i rapporti con la famiglia (vai a prendere tua sorella che è rimasta a piedi, aiuta tua mamma a raccogliere i vetri di un bicchiere rotto e così via…) (3-4 ore) – togliendo tutto ciò in media rimangono 4-6 ore al giorno per lavorare in giardino. Perfetto. Il tempo c’è, ma lo stress non è calcolato. A ogni modo, sarebbe possibile lavorarci. Piccola parentesi, dalla quale poi continuare il discorso: non ho un lavoro. Pensiamo un attimo: con questa divisione del tempo, aggiungiamo il lavoro e, guardando i risultati ci rendiamo conto che, anche se fosse un part-time da 4 ore al giorno, non avrei più il tempo necessario per avere l’orto. Direi che proprio non vi sarebbe la possibilità di sacrificare altro tempo per avercelo, proprio perché, come avrete notato, ho già da subito ridotto al minimo il tempo. Non so se è chiaro: non si può togliere nulla al vuoto, insomma.
Fatta questa spiegazione/esempio, provo a ridurre ai minimi termini: se non vi è la possibilità di sacrificare nulla, nulla posso sacrificare. Ecco perché il sacrificio è sempre sulla base di qualche mia possibilità (e, quando tutto manca, ciò che posso sacrificare è la mia stessa vita. Ora, secondo voi, è lecito chiedere ai miei genitori – e “chiedere” non è per forza una richiesta vera è propria – di sacrificare la propria esistenza per mantenermi negli studi? Ecco il campanello d’allarme: se il vicedirettore è andato alla Bocconi a studiare è perché, comunque, aveva la possibilità di sacrificare qualcosa che non fosse la vita dei genitori o, ancora più insensatamente, la sua per sborsare circa diecimila euro annui – solo di tasse, senza dunque contare la casa, la spesa, le bollette, gli autobus o la macchina se ce l’hai – per studiare. Io, che forse nemmeno li vedo diecimila euro annui, non posso sacrificare nulla per andare alla Bocconi. (Per favore ora non dilunghiamoci sulla questione “borse di studio”).

Terzo campanello d’allarme, strettamente connesso al primo (e casa mia è diventata un campanile a mezzodì): è laureato in Economia. Mi si dirà: “embè?”. Ritorniamo in giardino. Se mio padre venisse giù nel mio orto anziché darmi consigli dalla finestra, credete che sarà di nuovo così sicuro di quello che da lassù mi urlava? Credete che, una volta che avesse iniziato ad avere le mani ricche di bolle per la zappa (da ribadire una cosa: il suo è pure un lavoro manuale comunque), sarebbe così sicuro di ciò che prima mi diceva? Io credo che, come minimo, potrebbe iniziare a titubare. Ora, un laureato in Economia, uno che guarda dati statistici, andamenti, linee e grafici (cioè: è alla finestra) (oh, chiaramente è riduttivo come discorso: ma non sto assolutamente giudicando – e chi sono io per farlo? – lo studio dell’Economia, ma sto solo mettendo in relazione), quanto può conoscere, che ne so, del giudizio riflettente kantiano? Certo, potrebbe averlo studiato per conto suo, ma anche un kantiano, allora, potrebbe studiare per conto suo una tabella dell’andamento del PIL. Cosa cambia? Non è questo il punto. Il punto è che il vicedirettore dottore bocconiano economista liberista “crescitista”, ista, ista e ista (giusto perché egli ha etichettato pure tutti gli umanisti sulla base di dati, anche io etichetto lo stesso sulla base di dati, che si trovano ovunque: Monti è l’emblema), anziché esporre freddamente i dati, dati che tutti possono conoscere, dona al mondo anche dei giudizi di valore, e forse anche inconsapevolmente – il che è ben più grave:
«Tra qualche settimana molti studenti cominceranno l’università. I loro genitori che si sono laureati circa trent’anni fa potevano permettersi di sbagliare facoltà, errore concesso in un’economia in crescita. Oggi è molto, molto più pericoloso fare errori. Purtroppo migliaia e migliaia di ragazzi in autunno si iscriveranno a Lettere, Scienze politiche, Filosofia, Storia dell’arte» (Il conto salato degli studi umanistici, Il Fatto Quotidiano, 12 agosto 2015 (modificato il 13 agosto alle 18.35)
Non pare anche a voi, questo, un netto giudizio di valore: egli sta iniziando così il suo articolo! Sta dicendo che scegliere una facoltà (non tenendo conto dell’attuale inesistenza della facoltà, né del significato proprio della parola: non è che una facoltà la si sceglie, ma si è portati) è “pericoloso”, e si possono commettere “errori”. Errori sulla base di dati, trend, statistiche, sondaggi… Non sta semplicemente affermando che i ragazzi possono commettere errori scegliendo una “facoltà”, ma dice che commettono un errore a scegliere quella, proprio quella facoltà. Non prende minimamente in considerazione il fatto che io, per esempio, laureato in Filosofia, avrei potuto commettere un errore a iscrivermi, che ne so, a Ingegneria. No, perché aprioristicamente scegliere Iingegneria non è un errore, per il dottore, ma solo le “facoltà” umanistiche (o, come direbbe qualcuno, umaniste). Eccolo il giudizio di valore. Il dato preso in sé, cioè che i letterati, i filosofi, gli storici, gli storici dell’arte, gli scienziati politici (che sono, a ben vedere, tutt’altro che “umanisti”, quindi: un altro campanello d’allarme), è quasi certo che non troveranno lavoro, viene preso come il consiglio: “Non iscrivetevi a dette “facoltà” perché non troverete lavoro”. Il salto è ben grande. Un dato non è un consiglio, ma, appunto, l’attestazione, su basi scientifiche (vabbè), di una certa tendenza del mondo. Il consiglio è quello del giornalista economista bocconista vicedirettorista, non quello del dato, degli studi fatti. Notiamo, qui, allora, una sorta di petitio principii: il dottore usa i dati per andare oltre e confermare una sua teoria (legittimo, se correttamente usati i dati) che consente di giudicare e consigliare – dalla finestra sull’orto – le scelte altrui (illegittimo). Vorrei solo fare una domanda al vicedirettore (chiaramente retorica: non è che sto qua a interessarmi della risposta… che scendesse nel mio orto prima!): ma, secondo lei, noi che abbiamo scelto questa strada non eravamo, siamo consapevoli delle prospettive? Ma, secondo lei, noi veramente ci lamentiamo di non trovare lavoro? Dove le ha sentite queste lamentele? Noi ci lamentiamo di non trovare lavoro nemmeno in un bar! È completamente un’altra cosa, che esula dal nostro percorso formativo (perché noi cosiddetti “umanisti” ci siamo formati)! Non c’entra nulla con le prospettive della nostra scelta! Eravamo e siamo ben consapevoli di quello a cui andavamo incontro (eccolo il sacrificio, quello vero, quello delle nostre vite)! Ma lei ci ha preso per degli immaturi, fannulloni, scarsi, idioti, mediocri e quant’altro. Caro dottor vicedirettore: la nostra vita è ben altro dei dati di qualche studio scientifico, se lo ricordi. E si tratta di una vita che va ben oltre il “sonocazzituoi” del suo secondo articolo, molto oltre. Lei in questo modo dimostra un individualismo che lascia i nostri corpi senza braccia, un atteggiamento “bocconiano” per cui ognuno merita ciò che ha, così il barbone merita di essere tale, perché non fa mai niente da mattina a sera: suvvia, sono cose da cabaret.
Noi che abbiamo scelto questa strada l’abbiamo scelta ben consapevolmente. Sappiamo cosa significa, non c’è bisogno del dato di qualche studio per scoprirlo: ha scoperto l’acqua calda! Ma c’è qualcosa che va ben oltre i dati, le statistiche e i soldi: siamo noi stessi. Noi siamo quelle cose lì, siamo la letteratura critica. Noi siamo quelli che stanno anni e anni, se non decenni, sullo stesso testo senza stancarci, senza considerarlo obsoleto (sarebbe ridicolo considerare Platone e Aristotele obsoleti). Il vicedirettore sa cosa vuol dire una cosa del genere? Sa cosa vuol dire scoprire sempre, a ogni lettura, qualcosa di nuovo in quella pagina che ha già letto decine e decine di volte? Sa che ciò è possibile grazie al tempo presente? Lo studio delle cosiddette scienze umane è uno studio del presente, non del passato: è uno studio delle cose in movimento, del mondo come va oggi. Considerarlo uno studio del passato è da ignoranti (come dicevano Aldo, Giovanni e Giacomo: “nel senso che ignora”). La differenza con lo studio dei dati è che i dati non siamo noi. E se la sua risposta a questo discorso sarà o porterà conseguentemente a: “Con la cultura non si mangia”, beh, sarà incommentabile. (Ah, tenga presente che dopo questa sua uscita ha perso un assiduo lettore, con buona pace del suo direttore, che almeno non se la prende con i “poveracci”, come lei ci considera).
Se il mondo dona più opportunità a uno che è laureato in Economia, Ingegneria e così via, non significa che tutti dobbiamo omologarci a tale indirizzo del mondo. Un atteggiamento del genere è massificatorio, contraddittorio e alquanto retorico. Pare proprio un discorso da bar, in quei bar dove i tuttologi proliferano: gli ambienti per eccellenza della cultura in Italia. La nostra vita non è una semplice scelta dei mezzi adatti per raggiungere un fine che lei ci dice essere quello giusto. Mi dispiace, ma il fine della mia esistenza lo scelgo io sulla base non tanto delle mie passioni cangianti a ogni piè sospinto (che sennò il don Giovanni sarebbe un eroe vero e proprio), ma sulla base di ciò che io sono: io devo realizzare la mia propria natura (e, come vede, Aristotele non è proprio così obsoleto), e la mia natura non è il lavoro da economista, non è lavorare in camicia bianca a vendere e comprare azioni a Wall Street (che per qualcuno è gratificante: per me no. Questo è non dare un giudizio di valore: capire la vita altrui senza pretesa di mettervi bocca dalla finestra sull’orto). Non è lecito né legittimo che il mondo mi imponga dei fini che non sento, che non sono miei: non significa estraniarsi dal mondo, ma dare il proprio contributo, unico e inimitabile, alla storia, piccolissimo e insignificante che sia. Non siamo in grado di donare tutti lo stesso contributo al mondo (e meno male!).

Caro vicedirettore, lo ripeto: non è un errore realizzare se stessi. Forse uno della Bocconi non può concepire l’idea secondo la quale una società giusta non è quella che dona a qualcuno ciò che merita, ma quella che dona a tutti la possibilità di essere, e di essere al meglio delle proprie potenzialità.
P.S.
Non capisco perché ogni secondo ci dobbiamo sentire dire che siamo un peso per la comunità (soprattutto da parte di individualisti meritocratizzanti) quando siamo dei cittadini che pagano le tasse, studiano e magari lavorano, scrivono e non fanno cagare i loro cani per strada, ma portano la palettina.
P.P.S.
Mi scuso per la lunghezza dell’articolo, ma più corto di così non poteva essere. Tra l’altro, già di queste dimensioni, lascia alcuni punti in sospeso e facilmente fraintendibili. Mi rimetto alla buona fede dei pochi lettori.
A. Ve.





















































































































































































































































