Tendenze occupazionali? Sempre più nei lavori creativi

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 217) l’1 maggio 2015.

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Tentare di superare il problema della disoccupazione studiando per diventare “art director”

In un periodo di forte disoccupazione giovanile è d’obbligo cercare di guardare da vicino le trasformazioni del mondo lavorativo. In questa prospettiva assumono un’importanza notevole alcune figure lavorative – relativamente nuove – come quella dell’art director, che appartiene sicuramente al mondo creativo, ma che offre altresì l’opportunità di trasformare una richiesta formativa in una soluzione su misura, in cui il cliente si possa identificare. Sembra una figura particolarmente in grado di accontentare l’ipotetico consumatore, sovrano nel mercato. Proprio per questo motivo bisogna incominciare ad amare i progetti complessi, organici, come l’idea di avvicinarsi a questa figura, tipica del settore pubblicitario, che potenzialmente mira ad essere inserita in lavori a contatto con il cinema, con il teatro, con il design e le arti visive in genere.

La creatività e una profonda cultura dell’immagine sono elementi indispensabili per chi decide di intraprendere questo percorso lavorativo. Il compito principale di un art director, infatti, è quello di valorizzare l’idea contenuta nell’immagine di un prodotto – o di un servizio – che deve essere pubblicizzato. Questa professione non è semplice da intraprendere, ma è necessario uno sforzo visto che i giovani italiani non trovano un’occupazione proprio perché immersi in un sistema vecchio di modus operandi lavorativo.

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L’art director può operare sia come dipendente che come lavoratore autonomo, ragion per cui le possibilità di inserimento in questo settore sono molto alte. Si tratta però di una figura professionale che oltre a definire l’immagine di un progetto, deve preoccuparsi del taglio visivo, del tipo di comunicazione da tenere o del tono da usare. Generalmente ha maturato una lunga esperienza come graphic designer, che gli permette di delineare anche un vero format grafico. Per far questo è necessario studiare, con il solo obiettivo di migliorare la propria creatività e il proprio senso estetico, da unire a un buon utilizzo della moderna tecnologia in simbiosi con forti capacità comunicative. Tutto è importante: dalla storia dell’arte alla comunicazione visiva, per arrivare alla fotografia o alla teoria della percezione. L’art director si occupa di definire non solo l’immagine, ma soprattutto il sapore di un progetto, tanto da sviluppare un coordinamento continuo con altre figure professionali come il fotografo, il professionista del 3D o l’intramontabile tipografo. In tal senso si delinea, quindi, come una figura trasversale, la cui attività inizia dalla raccolta di informazioni sull’identità visiva del cliente, si muove attraverso la proposta di un concept visivo – curando la trasposizione grafica – e controlla la qualità dell’output.

In tutto questo l’uomo è fondamentale: se lo sviluppo tecnologico ha sicuramente migliorato il flusso operativo, le capacità umane rimangono sempre al primo posto. Quest’ultime sono indispensabili in questa particolare professione, spesso caratterizzata da un precariato naturale che coinvolge figure come i lavoratori dello spettacolo, gli archeologi, gli stagisti, i ricercatori e perfino i giornalisti. Per un vero art director è altresì fondamentale sviluppare quella indispensabile capacità essenziale di vivere nel girone dell’incertezza economica-occupazionale. In una simile condizione i futuri lavoratori del settore devono essere pronti a qualsiasi tipo di sfida visto che le opportunità scarseggiano, ma quelli bravi, quelli realmente bravi, riescono comunque a lavorare rendendosi indispensabili.

Antonio Dimartino

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Le cinque grandi estinzioni dell’Eone Fanerozoico

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 217) l’1 maggio 2015.

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La storia della vita sulla Terra è costellata da eventi catastrofici che l’hanno messa alla prova

Nell’immaginario collettivo, l’unico grande evento catastrofico della storia della Terra è quello che, 65 milioni di anni fa, ha spazzato via i dinosauri. Non tutti sanno, però, che la vita sulla Terra ha affrontato prove molto più dure e terribili, molto più incisive dell’asteroide il cui impatto con la superficie terrestre lasciò un cratere largo 180 kilometri. I paleontologi, ossia gli studiosi delle forme di vita antiche, hanno preso in analisi l’Eone Fanerozoico (il periodo della storia del nostro pianeta che va da 540 milioni di anni fa o m.a.f. ad oggi, una piccola frazione della storia della Terra che si calcola abbia 4 miliardi e mezzo di anni) e hanno individuato cinque grandi estinzioni di massa le cui cause sono spesso oggetto di lunghi ed articolati dibattiti. L’estinzione di una specie vivente non è un’eccezione ma costituisce la regola: si calcola, infatti, che il 99 per cento delle specie vissute sul nostro pianeta siano ormai estinte. L’estinzione è un processo naturale e avviene regolarmente; tuttavia, lo studio del record fossile presente nelle rocce fanerozoiche ha evidenziato occasioni in cui le estinzioni si sono concentrate maggiormente. Le estinzioni di massa, appunto.

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Opera di Sante Mazzei.

In ordine cronologico, la prima estinzione di massa è quella dell’Ordoviciano-Siluriano (450-440 milioni di anni fa o m.a.f.), nonché la seconda per gravità dato che ha spazzato via circa 60 per cento dei generi (raggruppamenti di specie) che vivevano allora. Questo evento in realtà comprende due estinzioni minori, causate dalla migrazione progressiva dell’antico continente Gondwana verso il Polo sud, migrazione che generò enormi masse di ghiaccio, abbassò sia la temperatura che il livello del mare e spazzò via innumerevoli ambienti marini pieni di vita. C’è addirittura chi ha proposto una causa extraterrestre, ossia le radiazioni di un lampo gamma arrivato da un’ipernova esplosa nel raggio di 6.000 anni luce dalla Terra: questa ipotesi, tuttavia, non è stata confermata da prove tangibili.

La seconda estinzione risale alla fine del periodo Devoniano (375-360 m.a.f.), ha interessato un lasso di tempo lungo e ha colpito circa il 70 per cento delle specie dell’epoca, soprattutto marine; la durata dell’estinzione suggerisce la presenza di cause multiple, che probabilmente sono da ricondurre a profondi cambiamenti climatici. Un’ipotesi concreta è l’evoluzione delle piante, che nel Devoniano hanno visto la loro altezza massima crescere da appena 30 centimetri a 30 metri, con innumerevoli conseguenze per i suoli e per il clima: alterando la composizione chimica dei fiumi, le piante possono aver compromesso gli ambienti marini poco profondi come le scogliere. Per noi è assurdo pensare ai “polmoni” del nostro pianeta come ad una delle cause di un’estinzione di massa, eppure così è stato.

La terza estinzione in ordine cronologico, e la prima in assoluto per gravità dato che avrebbe annientato tra il 90 e il 96 per cento delle specie marine e il 70 per cento di quelle terrestri, è quella che separa il periodo Permiano dal Triassico e, di conseguenza, l’Era Paleozoica da quella Mesozoica (circa 252 m.a.f.). Detta anche Grande Morìa, sembra essere stata la conseguenza di una miriade di fattori, tra i quali il vulcanismo e l’avvelenamento dei mari ad opera di alcuni microbi. L’ambiente marino in particolare è stato flagellato dalla formazione del supercontinente Pangea, avvenuta in quel periodo, che cambiò il clima e distrusse tanti ecosistemi. Ci vollero milioni e milioni di anni per permettere alla vita sulla Terra di riprendersi da questo duro colpo: dopo questa crisi, lentamente, si sono evoluti i dinosauri e gli antenati di quelli che sarebbero diventati i mammiferi.

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Circa 50 milioni di anni dopo e poco prima della rottura della Pangea, alla fine del Triassico (201 m.a.f.), ci fu la quarta grande estinzione di massa che colpì duramente tra il 70 e il 75 per cento delle specie. Il dibattito sulle cause di questa estinzione è aperto e l’ipotesi delle eruzioni vulcaniche è tra le più concrete. Questa estinzione è avvenuta in circa 10.000 anni, un batter d’occhio per i tempi geologici, e ha spazzato via dalla terraferma alcuni parenti dei mammiferi e dei coccodrilli, lasciando ai dinosauri il dominio pressoché totale della terra che si sarebbe intensificato nel periodo successivo, il Giurassico. A sorpresa, i dinosauri sono comparsi dopo la più grande estinzione di tutti i tempi, e una seconda estinzione di massa ha permesso la loro affermazione come dominatori. La terza, tuttavia, gli ha riservato un destino crudele.

La quinta estinzione di massa, quella del Cretaceo-Paleogene che separa l’Era Mesozoica da quella Cenozoica (65 m.a.f.), è nota per aver spazzato via i dinosauri dalla terra, permettendo ai mammiferi e agli uccelli (discendenti di alcuni dinosauri) di ereditarla. L’ipotesi dell’impatto di un asteroide di enormi dimensioni è stata confermata da molteplici studi, ma c’è chi include tra le cause anche l’intensa attività vulcanica della regione del Deccan, in India, e l’abbassamento del livello del mare già in corso da milioni di anni. Il mondo così come lo conosciamo noi è il frutto, pero così dire, di questa catastrofe: i dinosauri hanno lasciato “spazio” ai mammiferi, che hanno avuto un’evoluzione rapidissima e hanno portato dopo milioni di anni alla nascita degli ominidi, di cui facciamo parte.

Che dire, è doveroso riconoscere che la Vita, per arrivare a noi, ha affrontato con successo prove che possiamo a malapena immaginare. E anche per questo merita rispetto.

Francesco D’Amico
Prima immagine concessa dall’autore, Sante Mazzei (Paleoarte.com)

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Gizzeria: inaugurata la nuova sede dell’Avis

In Calabria è fondamentale essere attrezzati per la donazione del sangue

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È stata inaugurata sabato scorso la nuova unità di raccolta sangue dell’Avis di Gizzeria, presso il Rione Case Popolari, vicino al Municipio, alla presenza delle autorità civili e religiose. Moltissimi i cittadini e volontari intervenuti alla festa di inaugurazione che, dopo la benedizione dei locali da parte di Padre Paolo e il rituale taglio del nastro, è stata aperta dal saluto del presidente dell’Avis, Annita Villella. “Non troverò mai le giuste parole per ringraziare il sindaco per la sua disponibilità, come non è facile ringraziare il presidente dell’Avis provinciale e tutti i componenti qui presenti, oltre a tutte le persone provenienti dagli altri paesi”, ha dichiarato entusiasta e con grande soddisfazione il presidente Villella. Giusto, quanto doveroso, visto che la nuova struttura si presenta accogliente, igienica e sicura, il commento positivo del presidente provinciale dell’Avis, Gianpaolo Carnovale, che ha chiarito a tutti i presenti: “Si tratta di un’altra struttura idonea tra le 35 sedi, articolazioni territoriali, presenti attualmente nella provincia di Catanzaro, resa disponibile dal comune di Gizzeria”.

All’inaugurazione era naturalmente presente anche il primo cittadino, l’ingegnere Pietro Raso, che ha sottolineato alcuni aspetti importanti per il comune di Gizzeria e per la realizzazione di questa nuova sede dell’Avis. “Qualche anno fa avevo promesso la sede dell’Avis e ho mantenuto la promessa, trovando le risorse finanziarie e ristrutturando questo stabile che prima era fatiscente” ha dichiarato il sindaco che ha altresì sottolineato di essere stato coinvolto – e spronato – proprio dalla partecipazione attiva dei cittadini, orientandosi a definire alcuni aspetti tecnici della vicenda, che riguardano proprio la realizzazione di questi locali. “I lavori alla struttura sono stati eseguiti con la mia personale cura, dedicando tempo alla supervisione della realizzazione della stessa e creando anche un’opportunità di lavoro per gli operai che hanno eseguito l’opera, ragazzi disoccupati e in mobilità”, è quanto lo stesso primo cittadino ha voluto infine ricordare con grande orgoglio.

L’Avis (Associazione volontari italiani sangue) è un’organizzazione che non si orienta alla scopo di lucro, composta da persone che donano volontariamente, periodicamente e gratuitamente, il proprio sangue. Uno spazio adeguato e sicuro per uno dei centri raccolta sangue della medicina trasfusionale, che non va solo a vantaggio dei diversi donatori ma anche di coloro che – pur non potendo donare per motivi di inidoneità alla donazione – collaborano a tutte le attività di organizzazione e promozione di quel messaggio d’amore e solidarietà che l’Avis lancia da decenni. Fare qualcosa per gli altri, senza avere nulla in cambio. Di questo ha bisogno la nostra amata Calabria. E l’aria festosa di questa inaugurazione, tra strette di mano e volti sorridenti, ne è la prova.

 

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Sicuramente un bel traguardo, dunque, quello raggiunto dal comune di Gizzeria e dall’Avis provinciale, presentando alla popolazione dei locali realizzati nel rispetto delle normative europee, che rappresentano la sensibilità sviluppata – dall’amministrazione tutta – nei confronti della generosità dei donatori gizzeroti. Essendo anche un’associazione di promozione e organizzazione, l’Avis si occupa di tutelare la salute, non solo dei donatori ma anche dei soci, attraverso tutta una serie di attività che vanno dal semplice “prelievo” fino all’organizzazione di vere e proprie giornate di screening per la classica prevenzione sanitaria. Si tratta, quindi, di un circolo virtuoso del quale la nostra regione potrà e dovrà sicuramente gioire, considerando anche lo spessore del gruppo di persone coinvolte, che rappresentano la proposta gizzerota alle future attività avisine.

Il Consiglio direttivo, rappresentato dal presidente Annita Villella e dal vice presidente Vittorio Caterina, si avvale di una segreteria gestita da Katia Roppa e dal tesoriere Federico Elvidio Mastroianni, nonché dalle figure dei diversi consiglieri: Silvio Ammendola, Rosario Ianni, Francesco Palmieri e Vittorio Mastroianni. Il Collegio dei revisori dei conti, invece, guidato dal presidente Rosaria Mastroianni Ianni, è composto da Carmela Cuda e Corrado Agapito. Ultima, ma non meno importante, la Commissione verifica poteri, con il presidente Vincenzo Luciano Toia e i due componenti Emanuele Palmieri e Roberto Pallone. Tutto questo a Gizzeria, immagine di solidarietà per la Calabria del futuro.

Antonio Mirko Dimartino

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Furto del cane: i proprietari abbandonati al loro dolore

Leggi questo articolo sul blog dei Giovani Scrittori Indipendenti. Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 216) il 28 marzo 2015.

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Rubare il cane altrui è certamente una delle cose più abiette che la mente umana abbia mai partorito.

Non soltanto per il dolore che causa al proprietario, che si vede privato con la forza di qualcuno che considera come un amico speciale, ma anche per i danni ed i maltrattamenti che possono essere arrecati allo stesso animale. E’ stato davvero un brutto colpo quello di sentirmi dire da un caro amico, che di recente ha perso il padre, “il giorno delle esequie, sapendo che in casa non c’era nessuno, estranei si sono introdotti nella mia proprietà e mi hanno rubato un cane”.

Ebbene si, “mi hanno rubato un cane”. E’ possibile che l’essere umano possa spingersi a tanto? Purtroppo, considerando la nostra storia passata e quella contemporanea, la risposta è affermativa. Sembrerebbe, inoltre, che la pratica del furto di cane sia in espansione in ogni parte del paese. Le ragioni per la quali i nostri amici a quattro zampe vengono rapiti sono molteplici.

L’avidità di animali ha lo scopo di soddisfare le più inquietanti delle ipotesi: richieste di riscatto, vendette trasversali, lotte clandestine, accattonaggio, mercato di carne e pelle, vivisezione, allevamento irregolare, messe nere e sadismi. Ed è proprio dopo aversi visto sottrarre il proprio animale che i proprietari vengono lasciati soli.

L’ipotesi di furto del cane non è una fattispecie criminosa tipica prevista dall’ordinamento penale, viene assorbita nell’ambito del furto generico, o con scasso se ne sussistono i presupposti, e mancano quindi azioni particolari volte soprattutto alla ricerca ed alla restituzione della bestiola.

L’unico riferimento specifico è la legge 189 del 2004, che tutela i cani e gli altri animali d’affezione, ma le circostanze concrete la rendono assolutamente inapplicabile.

Il cane stesso, inoltre, non è considerato quale “bestiame” e pertanto non si applicano nemmeno le circostanze aggravanti previste dai casi specifici.

Non va neppure dimenticato che, a livello nazionale, non esiste alcun database generale sul numero e sul tipo di animali registrati (microchip), cosa che rende impossibile qualsiasi determinazione statistica e vanifica ogni tentativo di ricerca capillare. Senza dimenticare che la gran parte degli animali domestici non è regolarmente registrata, sia per mancanza di una precisa normativa in materia sia per l’inerzia dei proprietari, facendo si che molti animali domestici siano, per così dire, “sconosciuti allo Stato”.

Sulla totalità dei furti di cane, inoltre, solo il 3% dei casi viene denunciato, mentre il 15% viene indicato come semplice smarrimento (fonte Associazione Italiana Difesa Animali e Ambiente), ed a tale scopo si ricorda che solo a seguito di una denuncia per furto o rapimento le autorità possono aprire una indagine.

Infine, i problemi endemici del Paese quali l’assenza di una normativa certa, la mancanza di certezza della pena, la mancanza di ricerca capillare, la scarsità del personale di polizia, l’arretratezza tecnologica (quanti commissariati dispongono di lettore di microchip?), uniti alla velocità ed alla scaltrezza dei malviventi, fanno si che la ricerca dei poveri scomparsi sia praticamente impossibile. Solo pochissime volte, per ottenere un cospicuo riscatto, i cani vengono riconsegnati ai loro proprietari; nella maggior parte dei casi o non fanno più ritorno a casa o vengono ritrovati senza vita dopo qualche tempo.

Sicuramente il modus operandi tipico italiano (o italiota) addiverrebbe a dire le solite cose, ormai banali, relative al “sistema ed al fatto che deve cambiare”. Cosa che, fra l’altro, non avviene mai. In questo caso il cambiamento deve provenire da noi, in piccolo, registrando correttamente i nostri cani all’anagrafe canina (microchip), denunciando correttamente alle autorità tutti i casi di furto, rapimento o maltrattamento, attivandosi a mezzo stampa per pubblicizzare le notizie.

Nello specifico chiunque avesse notizie di Fanni, detta Fannina, una drahthaar di quasi due anni, che potete vedere nella foto, con una macchia bianca sulla zampa sinistra, numero chip 380260020122302 è pregato di allertare le forze dell’ordine, che si metteranno in contatto con il legittimo proprietario.

Paolo Leone

Due settimane dopo la diagnosi di una grave ed incurabile malattia, nostro padre Vincenzo D’Amico è venuto a mancare il 21 febbraio scorso qui, a Lamezia Terme. Abbiamo fatto il possibile affinché la perdita non diventasse di dominio pubblico, ma ciò non è bastato: col semplice passaparola da paese, la notizia della scomparsa di nostro padre si è diffusa a macchia d’olio e, approfittando della nostra assenza temporanea, qualcuno ha violato la nostra proprietà privata per sottrarre, tra il tardo pomeriggio del 21 febbraio, giorno della scomparsa di nostro padre, e il pomeriggio del 22, giorno del suo funerale, un cane dal canile di casa. Il cane in questione si chiama Fanni, detta Fannina, una drahthaar femmina di quasi due anni con pelo corto di colore marrone scuro e con una macchia bianca striata sulla zampa sinistra. Fanni è stata ceduta dal suo vecchio proprietario Francesco Tornello a nostro padre circa un anno e mezzo fa; il numero del suo microchip è 380260020122302 e siamo sicuri che sia stata presa con forza da almeno un individuo. Il tutto è stato denunciato ai Carabinieri e ad alcuni enti venatori. Nostro padre ha vinto i suoi ultimi riconoscimenti con Fanni, e ciò che è successo proprio a ridosso della sua scomparsa è un atto universalmente condannabile come sbagliato e frutto di un’insensibilità non umana, qualcosa che solo una mente molto contorta avrebbe potuto organizzare nei minimi dettagli. Come se il dolore per la perdita di nostro padre non fosse già abbastanza, abbiamo anche vissuto momenti di tensione e preoccupazione che ci hanno di fatto costretti a prendere seri provvedimenti, in termini di sicurezza, al fine di evitare che un fatto del genere possa ripetersi. Giudizio morale a parte, quanto è accaduto è comunque condannabile in virtù delle leggi vigenti in materia.

Fanni

Se chi ha commesso il fatto irrispettoso nei confronti di nostro padre sta leggendo queste parole, è pregato di restituire Fanni viva e in buono stato, direttamente alla famiglia o ad un ente che possa farlo in sicurezza. Chi conosce dettagli relativi all’accaduto e che possono essere utili, è pregato di segnalare il tutto alle Forze dell’Ordine. Prevediamo una ricompensa monetaria, la cui entità è da definire, alla persona che ci permetterà di riavere viva e vegeta la nostra Fanni.

Vi ringraziamo per aver dedicato parte del vostro tempo alla lettura di questo appello.

Francesco ed Enzo D’Amico

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Giovanni Gorelli, l’anima di un pianista internazionale

Un approccio europeo alla musica classica

É immenso il piacere nel ritrovarmi a poter intervistare Giovanni Gorelli, considerato dalla stampa tra i migliori pianisti internazionali. Dedito al suo lavoro, sempre alla ricerca della snervante nota perfetta, il Maestro Gorelli è di sicuro un grande uomo, nonché un amico prezioso. I miei ringraziamenti son d’obbligo, sia per la stima dimostratami e sia per la preziosa opportunità concessa al nostro The Lightblue Ribbon con questa corposa intervista.

Premiato per la sua intraprendenza, per la tenacia e il coraggio di vivere i piaceri della vita sempre fino in fondo, Giovanni percorre i sentieri della melodia suonando strumenti quali la chitarra, il basso elettrico e il suo amato pianoforte. Sinonimo di cultura, non soltanto in Italia ma anche in tutta l’Europa, comincia le sue esibizioni in pubblico all’età di soli dieci anni. Dopo brillanti risultati al conservatorio di Firenze, si perfeziona presso l’École Normale Alfred Cortot e il Conservatorio Rachmaninov di Parigi. Suonando nei festival, nelle chiese, nei teatri e perfino in alcuni consolati, Giovanni fa del prestigio l’unica sua meta, sulla scia delle magnifiche note di Frédéric François Chopin, il compositore-pianista polacco naturalizzato francese.

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Giovanni, quando è nata la tua passione per la musica?

Vorrei cominciare, per non essere banale, con una piccola parentesi. Personalmente credo che la musica sia una forma di incarnazione di un profondo sentire che va al di là di ogni spiegazione razionale. Non sappiamo veramente da dove venga e perché la gradiamo così tanto. Non é sempre esistita perché rispetto all’evoluzione della specie compare decisamente molto tardi, specie nella forma complessa nella quale la conosciamo oggi. Non é neanche propriamente un’invenzione, quindi è una realtà che trascende la nostra specie. La musica é qualcosa di assoluto e matematico e l’invenzione della sua scrittura dovrebbe essere considerata come una tappa fondamentale dell’umanità. Io personalmente la considero una forma di connessione tra noi e un’entità superiore, ordine o linguaggio trascendente.

Quindi è per me difficile dire quando e come la musica ha preso una tale importanza nella mia vita visto che prendiamo contatto forse già quando siamo nel ventre materno e sentiamo le voci o le melodie che ci vengono sussurrate. Credo che la musica mi ha sedotto sin dalla più tenera età. Quando avevo tre anni rimanevo incantato davanti alla televisione durante i programmi di musica classica, mi trovavano incantato e catturato dall’ascolto. Insistevo per poter partecipare al famoso concorso per bambini “Lo Zecchino d’Oro”, preparavo da solo le mie canzoni. Un momento fondamentale é arrivato quando avevo otto anni, poiché cominciai effettivamente a prendere lezioni di pianoforte grazie alla decisione di mia madre, grande appassionata di musica e d’arte in generale.

Quel periodo marcò la mia vita perché pur non rendendomene conto si stava creando un legame quasi indissolubile. Feci un primo concerto a nove anni che mi marcò molto e poi continuai studiando la chitarra. Tornai poi più tardi sul pianoforte per non lasciarlo più. A undici anni già suonavo la musica dei Pink Floyd, che ascoltavo anche quando mi volevo addormentare. Ho passato praticamente la maggior parte del tempo della mia vita in contatto con la musica, ascoltandola suonandola o sentendola nel silenzio. Divenni ai tempi del liceo un ottimo chitarrista, esibendomi con il mio gruppo sia nel liceo stesso che in alcune parrocchie e festival de l’Unità. Ho quindi più la sensazione che la passione per la musica sia stata un continuum, una parte di me in costante evoluzione assieme alla mie varie tappe della vita. La musica é quasi sempre stata  presente ed é cresciuta con me, aiutandomi spesso a superare anche i momenti più difficili.

Risiedi da diversi anni nella magnifica Parigi, città dell’amore e del romanticismo. Come mai questa scelta?

La città di Parigi entrò a far parte della mia vita molto presto, un po’ come la musica. I miei genitori decisero di fare un lungo viaggio in Europa e salii in cima alla torre Eiffel all’età di tre anni. Scendendo da lassù, poi ne feci un disegno che impressionò mio padre, il quale pensò che un giorno sarei diventato un pittore; non posso dire che avesse torto perché la vita é lunga e chissà che non sia l’ultima mia tappa quando da anziano, stanco di dedicarmi al faticoso mestiere del pianista, non voglia prendermi un’ulteriore estensione artistica.

Parigi, è ormai la mia città, mi sento profondamente legato a lei. Per me è il simbolo della città dove mi sono completamente liberato dal punto di vista artistico, è il luogo dove sento che posso essere veramente me stesso, ma è difficile capirne il significato e il perché in modo preciso e dettagliato. Diciamo che è sempre stata una città profondamente presente nel mio spirito, affine per sentimento e non solo per intelletto. L’amore, la libertà, l’arte, l’apertura internazionale hanno sempre contato molto per me. É uno dei luoghi dove il mondo sembra non avere fine, dilatato in un tempo e in uno spazio senza limiti, dove per magia la grandezza dello spirito è sempre vincente. Simbolo della rivoluzione francese e delle arti moderne, è destinata a difendere quei valori che mi sono cari.

Parigi è per molte ragioni il punto nevralgico del mio essere, il punto di approdo e la concreta continuità dei miei sogni. Benché in questi tredici anni di vita che ho passato abbia potuto conoscere anche i suoi aspetti negativi, considero questa città un baluardo nei confronti di ciò che mi può nuocere, come se in effetti la mia natura fosse in osmosi con quella urbana. Penso che i luoghi determinano in parte la nostra vita, si è ciò che si vede, si comunica ciò che ci circonda. L’estetica dell’Ile Saint Louis, un’isoletta sulla Senna dove abito da sette anni, ha influenzato profondamente la mia arte. La storia dei luoghi è impregnata di forti significati e essi influenzano la nostra anima più di quanto non si creda. I ponti, i lampioni, i palazzi tutto é parte integrante del nostro sentire. I modi, i comportamenti e l’indole delle persone hanno un certo legame con la natura dei luogo. Il luogo e il vissuto hanno una forte  relazione anche se ovviamente non è che una parte della sfera psicologica di una persona. Parigi racchiude nei suoi luoghi e forse ancora di più nel modo di vivere una lotta costante per la bellezza e il sentimento. La libertà d’essere finalmente “altro” e di trovare nella storica “liberté” il diritto affinché ciò avvenga.

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Quali sono i motivi che ti hanno consentito di realizzarti nella capitale francese?

Sono stati molti. Il più importante é stato quello di poter continuare a formarmi e perfezionarmi. Frequentai appunto una delle scuole più prestigiose di Parigi, L’École normale Alfred Cortot. Poi continuai a formarmi e a perfezionarmi, fino a diventare dopo qualche anno professore di pianoforte per ben due scuole private di musica. Presto arrivò anche il momento del successo come pianista concertista, grazie ad alcune registrazioni che feci negli studi di Radio France.

L’insieme delle varie possibilità della città mi ha spinto a crescere e ad affermarmi. La possibilità di usufruire dell’arte in tanti aspetti, musei, teatri, concerti ha promosso in me la voglia di comunicare, sperimentare, affermare il mio talento. Ho potuto così far crescere più aspetti della mia personalità artistica. Ho sentito come la sensazione di far parte di una comunità, ampia e varia di persone unite dalla necessità di sperimentare l’Arte, sia facendola che osservandola.

Ho avuto cosi l’input per poter lavorare e farmi conoscere. Ho quindi creato una grande rete di contatti con tanti musicofili, creando rapporti di amicizia e di professionalità che sono stati preziosi.

Molto importante è stato il Theatre de L’ile Saint Louis dove ho potuto suonare più volte, che mi ha permesso di diventare più visibile agli occhi di tante persone. La città di Parigi è stata fondamentale perché appunto ha molti teatri di qualità, senza necessariamente essere particolarmente grandi. Affermarsi a Parigi è più facile che in altre città, perché c’è un’affluenza costante in questa rete capillare di teatri che ci sono in città.

Potresti renderci partecipi delle tue sensazioni? Riesci a descriverci l’emozione che provi quando sei al tuo pianoforte e la differenza che intercorre tra suonare e interpretare?

Per me suonare rappresenta tanti processi che si sommano e si intersecano allo stesso tempo. É un’avventura, un momento in cui mi lancio verso un altro mondo, profondo e magico. Le mie emozioni si liberano e mi lascio andare all’incontro con la Musica. Lei stessa mi da l’energia per eseguire o improvvisare, lascio che le emozioni che mi suscita mi ispirino per quello che segue. Diversamente da altre Arti, la Musica è una realtà in continuo divenire. Bisogna saper ascoltare dentro e fuori di sé e vivere le emozioni in modo autentico senza fingere. Le difficoltà tecniche sono sempre presenti, trattandosi ovviamente di qualcosa di molto difficile da fare, ma anche l’aspetto espressivo non è da meno. Penso che non si possa fingere l’emozione musicale e che in realtà è un mettersi a nudo, un autentico momento di commozione pubblica. La forza risiede nelle nostra natura emotiva, quindi quando mi metto al piano sento questa parte di me venir fuori svilupparsi articolare. Prende il mio corpo e la mia mente e cerco – per quanto possibile – di lasciarla libera.

Quando improvviso, ho una sensazione che la creatività sale alle stelle, il mio sentire è un tutt’uno con la forza musicale più pura, più spontanea quella della ricerca delle note a seconda del mio stato d’animo e del mio essere. Sento l’improvvisazione come un’estensione di quello che ho dentro e appunto, lo strumento necessario per farlo, è il pianoforte. Quando interpreto, invece, mi concentro sulla bellezza della composizione: sono, in qualche modo, anche uno del pubblico. Mi godo con più libertà le squisite ricerche armoniche e melodiche, lasciandomi prendere dal tipo di mood che il pezzo stesso mi suggerisce. La vita scorre velocemente ma quando la musica comincia ci fermiamo, smettiamo di parlare, di fare. Siamo trasportati verso quei paesaggi, quei pensieri finalmente autorizzati a mostrarsi. Vinciamo la timidezza della natura e delle convenzioni. Siamo puri, forti e audaci.

Nell’interpretazione sento una responsabilità maggiore che é quella di rappresentare il pensiero musicale di un altro e anche se sono comunque libero di rappresentarlo come io lo sento in quel momento, lasciando all’interpretazione anche la mia personale traccia, la mia forma, la mia identità.

Capisco che per te la musica sia stata una “scelta di vita”. Alla luce del tuo coraggio, quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tuo percorso?

Le difficoltà nella musica per pianoforte, specie quella classica, sono tante. La principale è quella di poter sviluppare ed acquisire una conoscenza della musica che possa essere di un livello importante nel momento in cui ci si confronta con i grandi compositori della storia e si vogliono magari proporre anche le proprie idee compositive. Questo è un percorso che dura – per certi aspetti – tutta la vita e richiede costanza, passione, perseveranza e assiduità.

Poi ci sono tutta una serie di difficoltà che definirei extra musicali, dovute alla società così come la conosciamo oggi. Ho dovuto sormontare tutta una serie di preoccupazioni e pessimismi di varia natura che, purtroppo, spesso toccano chi fa questo mestiere. È come intraprendere una strada che molti considerano diversa, complicata, privilegiata. Convincere gli altri che quello che si fa ha un grande valore – e che questo va riconosciuto – è nella professione del pianista una lotta continua. Ogni volta che si raggiunge un traguardo si è contenti ma non si può mai avere la sensazione che questo duri a lungo, perché bisogna subito tornare a fare meglio e continuare ad impegnarsi nella ricerca di altre opportunità per esprimersi.

La totale precarietà di questo lavoro ci mette nella condizione di dover fare fronte sempre alle nuove sfide, ci vuole un coraggio costante per certi aspetti leonino. Credere in sé stessi – quindi – è forse l’elemento focale di un’attività come quella del pianista. Avere la volontà di raggiungere ogni volta nuovi traguardi, mettendosi in gioco, provando pezzi sempre più difficili, programmi sempre più impegnativi, etc. É un’attività comparabile per certi aspetti ad uno sportivo di alto livello, ci vuole un certo stile di vita e una dedizione particolare e perseverante per raggiungere certe performance che poi – senza continuità – possono di nuovo calare. Non è come per il pittore o lo scrittore il cui fare segue il proprio ritmo e comunque hanno la possibilità sempre di rifare prima di presentare il prodotto finito. Il musicista agisce in quel tempo, in quel momento esibisce una performance, quel giorno in quel momento e nella sua grossa capacità di concentrazione sta anche la sua grandezza.

Consiglieresti alle nuove generazioni di studiare ancora il pianoforte?

Io, personalmente, consiglio a tutti di suonare uno strumento e penso che vi sia una ragione profonda perché è ciò ci rende migliori. Un esempio molto toccante è l’iniziativa che il Maestro Abbado realizzò in Sud America. Utilizzò la musica per permettere a tanti ragazzi – che crescono in condizioni difficili – di riscattarsi. Non bisogna poi dimenticarsi che l’origine del conservatorio era proprio quella di dare la possibilità a tanti ragazzi orfani di imparare un mestiere. Quindi penso che imparare il pianoforte sia una bellissima cosa che, chi sente la voglia di farlo, deve assolutamente realizzare.

Credo anche che dobbiamo lottare contro l’analfabetismo musicale. La musica si insegna troppo poco nelle scuole. Dobbiamo renderci conto che questa è una mancanza troppo grave. Fino ad un secolo fa, molte persone non sapevano leggere e scrivere. Oggi molte persone non sanno suonare uno strumento e non sanno leggere la musica. Potremo parlare di questa cosa solo al passato.

Credo che la musica possa essere una possibilità di percepire un reddito in un modo migliore di quanto non si voglia far credere. Certo, fa parte delle professioni difficili, ma vedo spesso – come professore – molti genitori eccessivamente preoccupati del futuro dei loro figli. Più numerose sono le persone che suonano e ascoltano musica di qualità e più i politici si renderanno conto dell’importanza che essa rappresenta. Ho notato altresì che molte persone rimpiangono di aver suonato per qualche anno e poi di aver smesso. Quindi non solo consiglio ai desiderosi di non esitare, ma soprattutto di non mollare mai.

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Chi ha la fortuna di conoscerti, ammira la tua cultura non solo in campo musicale. A tal proposito, so che stai scrivendo un libro meraviglioso nel tentativo di misurarti con linguaggi diversi. Ti va di anticiparci qualcosa?

Grazie per le qualità attribuitemi. Penso che la mia vita sia caratterizzata da un’apertura generale e ampia alla bellezza artistica in tutte le sue forme. Adoro la Pittura, il Teatro, il Cinema, la Letteratura. La mia laurea in Psicologia mi ha permesso di avere una lettura completa dei vari linguaggi artistici. Questo perché in effetti ognuno rappresenta qualcosa di diverso e specifico. Con la letteratura si possono esprime degli aspetti che nessuna musica può descrivere, ma è anche vero che la musica dice quello che le parole non possono dire. Nella storia, molto spesso, le diverse arti si sono unite. In modo particolare penso all’Opera e al Cinema. La musica ha cominciato a far parte del test (libretto) e ha sviluppato, così, una relazione sempre più prossima alla letteratura. Si è compenetrata, con le parole e lo scenario, influenzando e lasciandosi influenzare.

La colonna sonora in un film è qualcosa di molto importante, quasi focale. Alcune addirittura sono diventate molto famose e alcuni compositori come Nino Rota e Ennio Morricone, hanno fatto di questo tipo di utilizzo musicale la loro  principale forma di composizione. Quindi il legame tra musica e storie umane, raccontate in vario modo, è sempre esistito. La penna e la telecamera sono da molti secoli spesso legate alla musica, fornendosi a vicenda una diversa fonte di ispirazione.

Mi trovo, dunque, ad aver bisogno di spaziare e di abbracciare altre forme perché, per quanto la musica sia la mia passione principale, essa non può racchiudere tutto quello che è il mio mondo interiore. Ho trovato così nella Poesia e nella letteratura un’ulteriore possibilità di raccontare ed esprimere la mia vita.

Sto scrivendo un libro che è in gran parte autobiografico, ma anche molto romanzato e ambientato in un eventuale futuro. Il vissuto e l’immaginario si confondono facendo perdere al lettore ogni possibile riferimento per riuscire distinguere – in modo netto – il mondo reale e quello fantastico. Alcune persone, che mi conosco bene, forse si riconosceranno, ma tutto é sempre alterato da una lettura onirica e surreale. Intendo descrivere, così, anche le nostre parti meno accettabili e più nascoste, che per magia hanno la possibilità di esistere grazie alla natura del romanzo.

Grazie Maestro. I lettori di The Lightblue Ribbon hanno cominciato a conoscere un uomo che appartiene al mondo e ben presto non potranno fare a meno di emozionarsi nelle tue performance musicali. Proprio per questo motivo, provo a strapparti una piccola promessa: ci concederai altre interviste, vero?

Ringrazio i lettori di The Lightblue Ribbon della loro presenza. Senza dubbio avrò modo di rilasciare altre interviste, anche perché da oggi ho delle persone in più per le quali voglio continuare ad esprimere la mia arte. Essere in relazione con gli altri é il motore principale di ogni emozione artistica. Spero anche, quindi, che chi lo desidera possa comunicare a sua volta con me tramite i vari social network sui quali sono raggiungibile [questo è il profilo LinkedIn di Giovanni, ndr.]. Un abbraccio caloroso a tutti e a presto!

Antonio Dimartino

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La Leadership in azienda

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 217) l’1 maggio 2015.

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Il Leader non è il “capo”, il Leader “guida” verso il successo

Il tema della Leadership Aziendale è sempre più frequente nelle organizzazioni moderne. Gestire il personale, relazionarsi con i dirigenti, motivare i membri dello staff e amministrare le problematiche quotidiane sono elementi che vanno tenuti seriamente in considerazione per raggiungere degli obiettivi rilevanti e portare l’intera azienda verso il successo. Può succedere che nemmeno i leader stessi siano consapevoli del loro ruolo e, proprio per questo, le strategie di leadership aziendale rimangono in secondo piano rispetto ad altri fattori considerati prioritari. È bene però che ogni imprenditore si renda conto che la gestione del personale è determinante per quel che riguarda il successo o il fallimento di un progetto, e proprio per questo motivo la leadership deve tornare ad essere l’argomento all’ordine del giorno durante le riunioni di pianificazione strategica. Diventare o individuare tra i propri collaboratori un buon leader,  è un modo molto efficace per dare al business quella spinta in più. “Il coraggio di un grande leader di compiere la sua ‘vision’ deve venire dalla passione, non dalla sua posizione” . Cit. John C. Maxwell.

E’ con questa citazione che ci addentriamo nel nostro argomento. Far sì che i capi gruppo di ogni dipartimento capiscano quanto siano in grado di influenzare i propri collaboratori e quanto contribuiscono al successo aziendale, è un imperativo. Spesso, infatti, queste persone pensano che “leader” sia semplicemente un titolo alla stregua di “dirigente” o “team manager”, ma dietro questa parola c’è molto di più. Il loro ruolo non è solo quello di organizzare il gruppo ma consiste nel motivare, incoraggiare e responsabilizzare gli altri membri, fornire loro la visione di un obiettivo comune e farli sentire a loro agio e parte di un gruppo affiatato. Una volta raggiunta questa consapevolezza, è possibile metter in atto un programma ad hoc  per le esigenze aziendali. Ma come fare per trasformare una strategia astratta in azioni concrete? Per raggiungere tale traguardo il leader deve prima di tutto fornire un obiettivo comune e condiviso da tutto il gruppo, evidenziando i vantaggi che può offrire la conclusione ottimale di un progetto, non solo per la società, ma anche per il singolo collaboratore. Deve inoltre creare un clima di lavoro sereno basato sul rispetto e su relazioni interpersonali efficaci, stimolando le risorse a lavorare al massimo e facendo sentire ogni collaboratore indispensabile per l’azienda. Deve infine dimostrarsi professionale e degno di fiducia. È il leader il problem solver all’interno del gruppo, il punto di riferimento cui tutti possano rivolgersi per avere un consiglio e ricevere un parere. Allo stesso modo deve mostrarsi aperto alle iniziative e ai suggerimenti dei propri collaboratori, sviluppando una strategia comunicativa volta non solo al parlare ma anche all’ascoltare. Una leadership aziendale che riesca a sviluppare al massimo queste caratteristiche può davvero compiere il suo compito, e far decollare la società tutta, verso l’alto.

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Possiamo così sintetizzare alcuni punti fondamentali di un buon Leader.

1. Il leader deve rendersi conto che una delle sue missioni fondamentali consiste nella sua capacità di interpretare e trasferire gli ideali, l’etica, gli scopi e le mete del gruppo a beneficio del gruppo stesso; deve guidare e persuadere i suoi collaboratori a produrre i migliori sforzi verso tali scopi.

2. Il leader deve proteggere tutti i canali che permettono una comunicazione fluida tra i vari collaboratori e le differenti parti della sua azienda.

3. Il leader deve difendere il livello e la qualità del feeling che esiste sotto forma d’armonia e di spirito di collaborazione tra i vari collaboratori e i gruppi di lavoro. Lui stesso deve lavorare per creare una forte complicità con ogni collaboratore.

4. Il leader deve sempre lavorare per ricercare il più alto livello d’accordo tra le varie parti della sua azienda. Il suo sforzo deve essere diretto a trovare creativamente dei sistemi che producano accordo tra le parti del gruppo.

5. Il leader deve fare in modo che i suoi collaboratori si facciano carico di trasferire fedelmente i suoi veri sentimenti e le ragioni delle sue decisioni nella maniera più cristallina possibile così da accrescere la comprensione di tutti i collaboratori su una sfera più ampia.

Appare chiaro come la sola capacità relazionale del leader sia di un’importanza vitale per la crescita e la prosperità del gruppo. Un leader può immediatamente migliorare il clima aziendale e la sua efficienza generale allacciando e mantenendo aperte le comunicazioni tra i vari settori dell’azienda (creando momenti d’incontro e di scambio comune d’informazioni), tra i vari collaboratori (attraverso le riunioni e un coinvolgimento attivo nelle riunioni stesse), tra tutte le persone del gruppo (tramite il contatto personale e le riunioni generali). I canali più importanti all’interno di un’azienda non sono quelli in cui vengono fissate le procedure o le operatività pratiche. Un’ottima gestione e l’attenzione ossessiva ai numeri non sono ingranaggi di processi decisivi. Il confronto, la creatività, la condivisione, il coordinamento, l’aiuto e la positività: sono questi gli elementi che fanno di  un’azienda un prodotto concorrenziale, appetibile e dunque vincente.  Il Leader non è il capo, il Leader guida verso il successo.

Claudia Siniscalchi

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Alcol e moda: strategie di marketing indirizzate ai giovani

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 216) il 28 marzo 2015.

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Il consumo di bevande alcoliche diventa un linguaggio moderno

La diffusione della cultura del bere per i giovani è fortemente condizionata dalle modalità di presentazione delle bevande alcoliche. Un ruolo determinante assume il cosiddetto marketing, caratterizzato dall’insieme di strategie comunicative atte a facilitare l’incontro tra il bisogno del consumatore e il prodotto reclamizzato. É quanto emerge dalle ultime ricerche in campo sociologico della dottoressa Marilena Amico – da diversi anni dedita allo studio delle problematiche giovanili – che ha ritenuto necessario comprendere la natura e l’origine di tale fenomeno.

Trattare gli aspetti sociali del bere non è cosa semplice. Non è cosa agevole. É fondamentale, infatti, sviluppare una visione globale che tenga conto anche degli aspetti storici, economici e sociologici. Questi, devono successivamente essere integrati agli aspetti culturali, verso la scoperta di tutto ciò che poi si andrà ad associare al consumo di alcol. Proprio per questo non dobbiamo dimenticare che le moderne società sono caratterizzate dalla frammentazione sociale e dall’isolamento. In un simile contesto, i giovani e – più in generale – le categorie che vivono fasi delicate di crescita, si presentano più vulnerabili nonché soggetti a deviazioni di comportamenti, individuali e di gruppo, quali la trasgressione, la ricerca del rischio o la protesta. In questo scenario il consumo di alcolici diventa una sorta di distintivo culturale che caratterizza il gruppo dei pari nell’uso e, soprattutto, nell’abuso. Si tratta di una specie di trait d’union o, più semplicemente, di filo conduttore di esperienze e di comportamenti. Il bere alcolici assume una funzione rituale: è considerato come un rito, in quanto è in stretta connessione con l’esigenza da parte dei più giovani di definire se stessi e di relazionarsi con gli altri, in particolar modo con i loro coetanei.

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Spinti da queste e altre simili ragioni, nasce l’idea delle grandi aziende di rendere il prodotto commercializzato bello e soprattutto diverso dagli altri. Libere da qualsiasi tipo di preoccupazione sociale, le imprese si avviano così in quel campo della produzione – e commercializzazione – delle nuove bevande dai colori sempre sgargianti, perfette esteticamente e dalle forme ricercate. Le stesse, molto spesso, non hanno neanche la necessità di essere degustate in un bicchiere, in quanto si presentano belle, facili da impugnare e ottime nell’uso stradale. Non potendo girovagare con dei bicchieri in mano, infatti, le aziende hanno puntato su bottiglie colorate che diano forza e integrazione nel gruppo dei pari. Sembra dunque lecito chiedersi quale sia la necessità di sviluppare colori diversi per lo stesso tipo di alcolico. Semplice, anche qui si cerca di andare incontro alla necessità del consumatore giovane e facilmente plasmabile, un consumatore che può finalmente scegliere una bottiglia di alcol da portare in giro, che sia in tono, non uguale ma in tinta, con il proprio modo di vestire.

É chiaro che un uomo di cinquanta anni – o anche più – sa per certo quanto sia inutile un simile ragionamento. Ma i giovani, molto spesso, non hanno questa capacità critica. Con la bottiglia colorata si integrano nel gruppo e, allo stesso tempo, si differenziano se l’amico non è riuscito a conquistare un coordinato vestire-alcolico come il suo. Per questo ultimamente le aziende hanno spostato l’attenzione dagli adulti ai giovani. É una scelta legata al profitto: il mercato è ormai saturo, siamo in piena crisi economica e risulta più semplice spostare i consumatori da un prodotto ad un altro, piuttosto che provare a conquistare nuovi clienti. Per vendere, la strada più opportuna sembra proprio quella di puntare alle menti facilmente plasmabili, quelle ancora in formazione, quelle spesso irresponsabili, insomma le nuove generazioni. Le case produttrici di alcol, infatti, sono sempre alla ricerca di nuove fette di mercato in cui inserirsi al solo scopo di mantenere i profitti e, il settore giovanile, non è solo il più plasmabile ma anche un probabile consumatore abituale del futuro. Il consumo di alcol assume, così, una funzione aggregante per rafforzare il senso di appartenenza. La pubblicità poi, più di ogni altra forma di comunicazione, propone un modello di mondo irreale, che porta ad evocare una rappresentazione della realtà fasulla. E il successo di una bevanda è spesso legato alla riuscita della collocazione di un prodotto presso i giovani, mirando al rinnovamento dell’immagine.

Questa sensazione è presente – anche se con qualche distinzione – in entrambi i sessi. Nessuna meraviglia, infatti, se si sviluppa con il sesso maschile la maggiore incidenza dei forti bevitori di immagine, soprattutto nelle province del nord Italia rispetto a quelle del sud o del centro. Certo, negli ultimi anni, il sesso femminile sembra molto più sensibile alle tattiche sempre più aggressive – al solo scopo di ampliare e di mantenere il volume di affari – messe in campo dalle aziende produttrici, ma il primato nel consumo resta agli uomini.

Il problema comincia ad essere talmente complesso, viste le situazioni di abuso alcolico sempre più crescenti, che in alcuni paesi dell’Unione Europea si promuovono forme di limitazione alla pubblicità di bevande alcoliche. Si comincia a pensare a dei codici di autodisciplina oppure a semplici divieti stabiliti per legge, cercando di valorizzare il vero problema delle conseguenze dell’assunzione di alcol – indiscriminata – sulla salute dei più giovani. Questo è molto importante, perché la cosa più importante, quando si parla delle future generazioni, è che non cada mai il silenzio.

Antonio Dimartino

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I due tipi di moralità, religiosa e secolare

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 216) il 28 marzo 2015.

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Valori diversi provano a dare una risposta alla stessa domanda: “perché essere buoni con gli altri?”

Un anziano pensionato va a prendere la propria pensione sociale mensile, e mentre torna a casa, lascia cadere per terra la busta coi soldi dentro. Un giovane nota l’accaduto e, presa la busta, la consegna all’anziano, che lo ringrazia di cuore. Contemporaneamente, in un’altra città, si ripete un caso analogo ma il giovane, anziché restituire la busta, scappa via e pensa subito a come spendere i soldi del malcapitato. Siamo praticamente tutti d’accordo nel definire la prima azione come positiva o morale e la seconda come negativa o immorale. Il punto è: come siamo arrivati ad una conclusione così simile e così condivisa? In cosa consiste quella cosa che in inglese viene chiamata source of morality, l’origine della moralità?

L’argomento è troppo vasto per essere trattato in questa sede, dove ci limiteremo ad accennare i punti salienti delle due ipotesi principali, quelle che vedono contrapporsi la moralità religiosa, frutto dei precetti e degli insegnamenti dei testi sacri, e quella secolare, frutto di un pensiero laico e totalmente estraneo alla religione. Negli Stati Uniti il dibattito infuria e vede contrapporsi preti ed esponenti dei movimenti laici un po’ ovunque, anche negli stati più conservatori come il Texas. Secondo i laici, quello secolare è l’unico vero sistema morale, perché offre un metodo concreto per valutare le nostre azioni e le loro conseguenze sugli altri: secondo loro, gli insegnamenti religiosi sono semplici espressioni “a pillole” sulla moralità, precetti selezionati che non insegnano alle persone come comportarsi in tutte le situazioni ma solo in casi specifici, spesso con comportamenti che entrano in diretto contrasto tra di loro. La moralità secolare si basa su un’analisi diretta e razionale dell’interazione umana: preso il caso iniziale dell’anziano pensionato, secondo la moralità secolare restituire i soldi è la cosa giusta da fare perché i soldi appartengono all’anziano e, prendendoli, il giovane gli arrecherebbe un danno oggettivo e incontestabile. Secondo i religiosi, l’unico sistema morale valido è quello che viene da Dio, entità fuori dallo spazio e dal tempo che può, coi suoi insegnamenti, frenare gli istinti animali dell’uomo da lui creato. I testi sacri, pertanto, sarebbero i punti cardinali della moralità, l’insieme delle azioni da fare per essere premiati con la vita eterna (o con una reincarnazione positiva, dipende dalle religioni): i sistemi secolari sarebbero troppo imprecisi e relativi da una cultura all’altra, perché fatti considerati morali in alcune culture potrebbero essere considerati immorali in altre, e viceversa. E’ solo con le direttive che vengono dall’alto, molto dall’alto, l’uomo può comportarsi bene: nell’episodio che interessa il povero pensionato e il giovane, rubare i soldi dell’anziano andrebbe contro uno dei principali precetti divini, ergo è sbagliato.

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Moralità significa anche e soprattutto aiutarsi. Immagine di Alejandro Gonzalez per USA Today. 

Per provare a mettere la parola fine a questa discussione, c’è chi ha provato a proporre l’aspetto punitivo di molte religioni come l’ago della bilancia del dibattito: chi commette atti immorali viene punito da morto, con una reincarnazione di livello inferiore o con le pene infinite dell’Inferno, e ciò garantirebbe alla moralità religiosa la superiorità su quella secolare in qualità di unico sistema morale ad offrire un deterrente efficace contro gli atti immorali. Tuttavia, a sorpresa, da un’analisi statistica incrociata delle popolazioni carcerarie di vari paesi come gli USA e dei dati ufficiali sui crimini di alcuni paesi secolari come il Giappone e gli stati scandinavi, è emerso che la presunta paura di essere puniti nell’aldilà non influenza più di tanto il comportamento morale dei singoli individui. Il dibattito, quindi, sembra destinato a continuare…

Francesco D’Amico

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Il segreto di una startup di successo

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 216) il 28 marzo 2015.

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Il segreto sta nel capitale umano. Il talento non si può insegnare ma si può valutare!

Posto fisso, avanzamento di carriera, maggiore professionalità e preparazione: tutti concetti, ad oggi, molto discussi e posti al centro dell’attenzione. Siamo in un’era in cui anni di investimenti formativi passati sui libri a sostenere esami, a raggiungere risultati in tempi record, non trovano spesso la giusta collocazione lavorativa. Tali presupposti non devono, tuttavia, far inciampare nella trappola dell’insoddisfazione e dello smarrimento. Questo è il momento paradossalmente giusto per non abbattersi, per investire su stessi e dar vita ad un proprio lavoro, nuovo e creativo: questa è l’era delle tanto citate startup.

Con il termine startup si identifica la fase iniziale, di avvio di una nuova impresa, cioè quel periodo nel quale un’organizzazione cerca di rendere profittevole un’idea attraverso determinati processi. Prima di partire con una startup il futuro imprenditore deve valutare attentamente la validità e la fattibilità dell’idea attraverso un ben studiato e dettagliato piano strategico di impresa mediante l’elaborazione del Business Plan. Per lanciar, dunque, una startup di successo bisogna considerare e tener presenti alcuni determinanti fattori. In primis l’idea da sola, non basta: essa si deve concretizzare ed essere, dunque, un progetto. Al timone occorrono professionisti giusti e adatti a quel ruolo, con competenze differenti in grado di sopperire a qualsiasi situazione e capace di creare un team affiatato. Non è tutto. il modello di business va infatti definito e il prodotto va testato sul mercato. Anche il mercato dev’essere sottoposto ad un’attenta attività di comunicazione e marketing: studiare il target dei clienti a cui vogliamo rivolgerci, scegliere i canali pubblicitari adatti, uniti ad una oculata pianificazione e programmazione di tutte le operazioni necessarie. È la mescolanza di tali elementi a rendere il nostro prodotto sempre vincente.

Inquadrati questi fattori ci chiediamo: “La startup avrà successo?”.

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A mio avviso, e dopo anni di attività di consulenza, il segreto sta nel capitale umano. Il talento non si può insegnare ma si può valutare e di conseguenza migliorare. Questo avviene attraverso strumenti di valutazione, gli assessment center, utili ad individuare il possesso delle capacità necessarie a svolgere ogni tipo d’attività professionale. Una capacità è fondata su comportamenti che permettono di raggiungere risultati in collaborazione con altre persone, di affrontare temi complessi, di presidiare specifiche situazioni complesse, di tenere sotto controllo tensioni interpersonali, di innovare. Tale strumento, impiega simulazioni di situazioni organizzative che consentono la rilevazione, da parte degli osservatori, dei comportamenti fondamentali che dovranno esser messi in atto dalle persone valutate. Suddette esercitazioni, richiamando il più possibile la realtà aziendale, agiscono da stimolo per attivare i comportamenti che si vogliono osservare e vagliare. Nel potenziale della valutazione, e dunque del singolo, c’è il potenziale della squadra. E’ importante analizzare e tener presente la capacità del team di raggiungere certi risultati; omogeneità del gruppo ed eterogeneità delle competenze, nel senso che la squadra deve essere coesa ma ben differenziata nella competenza; infine, l’elemento più soggettivo, capire se c’è un leader, se quel fuoco interiore che lo porta dritto, verso gli obiettivi. Fare startup è durissimo e la prima valutazione è proprio la passione che si mette nel proprio lavoro, passione che può lievitare certamente sul campo dell’esperienza ma che anzitutto dev’essere condita dell’unico fattore capace di fare la differenza: la personalità.

Le necessità evidenziate, la competitività fra le imprese ed il continuo ed inarrestabile mutarsi delle variabili del sistema economico, incitano l’imprenditore a supportarsi spesso di consulenti esterni al fine di avere accanto una rete di finestre, capaci di far luce da angolazioni differenti e apportare miglioramenti alle proprie strategie. Il connubio management aziendale – consulente esterno è sempre più ricercato e diffuso. Questa rappresenta la chiave più rapida ed innovativa per raggiungere risultati per altri impensabili. E’, dunque, un prezioso strumento di supporto, capace di mettere nelle mani dell’imprenditore, la soluzione al problema. “L’innovazione non è mai arrivata attraverso la burocrazia e la gerarchia. È sempre arrivata attraverso gli individui.” Cit. John Sculley.

Claudia Siniscalchi

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La storia di un pilota expat di Mad Dog, Ivan Anzellotti

Da Alitalia LAI a Qatar Airways, dagli MD-80 agli A320: un pilota italiano si racconta

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Il nostro Ivan nelle vesti di copilota di MD-80.

Storia di un pilota: dal funerale di Alitalia alla fuga dal Qatar” è il libro di Ivan Anzellotti, pilota di linea della vecchia Alitalia – Linee Aeree Italiane che, dopo il “funerale” della compagnia aerea di bandiera, ha dato l’addio ai “Mad Dog” (nomignolo dei McDonnell Douglas MD-80) e ha passato un periodo di tempo a Doha, nel Qatar, dove ha lavorato per la Qatar Airways come Primo Ufficiale di Airbus A320. Il libro, disponibile sia in forma cartacea che come e-book, è la storia degli eventi che hanno portato Ivan in Medio Oriente, dove tra l’altro ha conosciuto quella sarebbe diventata la sua futura moglie, e si conclude con un colpo di scena che non rileveremo in questa sede per lasciare ai lettori il piacere della scoperta quando leggeranno il libro. La prima domanda è un po’ scontata: chi è Ivan Anzellotti e come si è avvicinato al volo?

Io sono semplicemente un grande appassionato di volo, con qualsiasi mezzo, per me l`importante è stare per aria. Mi sono appassionato al volo da bambino guardando i cartoni animati di Goldrake. Mi ha affascinato così tanto questo personaggio che sognavo di diventare anche io un pilota come Actarus e, volando, salvare il mondo. Ecco perché ho intrapreso la carriera militare all’inizio in Guardia di Finanza e sebbene non abbia mai combattuto contro cattivi alieni invasori, ho avuto anni impegnativi a caccia di mercantili contrabbandieri.

Il volo non è una cosa per tutti: come sei riuscito a coronare il sogno di diventare pilota? Che consigli daresti a chi si vuole avvicinare al vasto mondo dell’aviazione come pilota privato o commerciale, e quali sono i costi?

Sicuramente con tantissimo impegno sia nello studio delle materie teoriche che con una buona preparazione fisica, ma soprattutto credendoci sempre. Chi inizia dicendo soltanto “Ci provo…” difficilmente arriva alla fine. Purtroppo oggi le compagnie aeree non vogliono più spendere soldi per l’addestramento basico come ai miei tempi e quindi alle tante difficoltà si aggiunge una spesa iniziale per il conseguimento delle licenze che può essere di 150.000 euro o più e non tutti se lo possono permettere. Quindi tanti ragazzi col potenziale rimangono per forza esclusi.

Puoi riassumere brevemente le sensazioni che hai provato durante quella serie interminabile di eventi culminata col funerale di Alitalia? Ci riferiamo, ovviamente, anche al tuo ultimo volo su un MD-80.

Difficile da dire a parole, tristezza, ma anche rabbia e sconforto. Che CAI (Alitalia – Compagnia Aerea Italiana, ndr) non fosse la soluzione era così ovvio che sembrava impossibile che tutta la Nazione non lo capisse.

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Un MD-80 Alitalia all’aeroporto di Genova-Sestri. Foto di Giorgio Varisco.

Ricevetti la lettera di cassa integrazione un pomeriggio dopo quello che, senza saperlo, era il mio ultimo volo. E per fortuna che non lo sapevo, sarebbe stato troppo emozionante e magari pericoloso per tutti a bordo.

Quali sono i tuoi più bei ricordi del periodo passato in LAI, e cosa ricordi del tuo primissimo volo?

Con nove anni di quella vita intensa i ricordi sono infiniti, ma la parte più bella è stata l’incredibile umanità dei colleghi. Quando si condivide una passione il lavoro diventa un piacere e spesso alla fine della turnazione di 4 o 5 giorni in giro per l’Europa era triste lasciarci perché si creava un legame forte e poi era difficile volare insieme di nuovo, Alitalia era grande. Del primo volo infatti ricordo proprio l’anziano capo cabina che, appena arrivato al centro equipaggi, mi vide piuttosto perso e pazientemente, mentre aspettavamo l’arrivo del comandante, ha iniziato a spiegarmi ciò che c’era da fare, anche come stampare il piano di volo.

Secondo te, fatti di cronaca a parte, cos’è andato storto in LAI? La vecchia Alitalia è sempre stata condannata al fallimento, oppure credi che si sarebbe potuto fare qualcosa?

Si può sempre fare qualcosa finché se ne ha la voglia, il problema è che il salvataggio di Alitalia non è mai stata la priorità dei vari manager che si sono succeduti a suon di buone uscite milionarie né dei Governi.

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Un Boeing 747 della KLM ad Amsterdam Schiphol. Foto di Giorgio Varisco.

Cosa pensi della questione Malpensa e del famoso accordo con KLM che non si concretizzò mai?

Ecco, l’unione con KLM sarebbe stata probabilmente la chiave di volta per uscire dal tunnel e riposizionare Alitalia in una situazione leader in Europa. Purtroppo per noi gli olandesi avevano capito che non ci si poteva fidare e hanno preferito pagare una penale e non concludere l’accordo e considerato come è finita Alitalia direi che hanno fatto bene. Malpensa è un’ altra di quelle opere prettamente politiche e senza una strategia logica. Invece di usarlo per fare concorrenza agli aeroporti esteri ha iniziato a far battaglia a Fiumicino e agli altri aeroporti del nord, Linate incluso che ha continuato ad operare nonostante il progetto prevedesse lo spostamento dei voli a Malpensa.

Non sei stato l’unico pilota costretto dalle circostanze ad emigrare: sono tanti, infatti, i piloti con e senza esperienza che, a causa del periodo stagnante che sta vivendo il mercato europeo, hanno deciso di fare il gran salto e lavorare altrove. Quanti piloti expat conosci e come è cambiato il tuo modo di vederli dopo la fine dei tuoi rapporti lavorativi con Qatar Airways? Cosa pensi degli expat, piloti ed assistenti di volo, che sono rimasti in Qatar a lavorare? Quali sono le conseguenze, sul piano personale e sentimentale, della vita da pilota expat? Ne vale veramente la pena?

Ormai trovare un lavoro in Italia e in Europa è quasi impossibile, soprattutto per un ex Alitalia con tanta esperienza come me perché anche le varie low cost che operano nel territorio nazionale preferiscono i cadetti appena usciti dalle scuole per pagarli di meno. E poi un pilota con esperienza “rompe le scatole” perché ne sa troppo e ai manager questo non piace.

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Vista del nuovo quartiere di West Bay dalla Corniche, a Doha.

Emigrare sembra essere l’unica scelta, ma non solo nel mio lavoro. Viaggiando per il mondo incontro tanti italiani di ogni professione. È triste perché l’Italia è il paese più bello del mondo e vederlo rovinare così con tanti professionisti costretti a regalare il proprio talento all’estero è ridicolo. Poi ognuno fa le proprie scelte e ha necessità diverse. Io ho lasciato il Qatar appena ho potuto, altri restano e sono più o meni felici. Sono scelte personali. Certo la vita si sconvolge, soprattutto per chi ha moglie e figli ed è necessario uno spirito di adattamento enorme per ricrearsi una vita normale in un ambiente e cultura spesso molto diversi.

Se ne vale la pena? Ovviamente dipende da mille fattori. Io dopo aver cambiato 4 paesi e forse in procinto di cambiare ancora sto facendo una esperienza incredibile che mi sta arricchendo molto a livello umano, ma certo l’Italia mi manca.

Senza entrare troppo nel gergo tecnico, quali sono le differenze principali tra il buon vecchio MD-80 e l’A320? Quale dei due premia di più la bravura del pilota?

Sì, è vero, sono due aerei molto diversi per i quali sono necessarie abilità differenti. L’Md80 è ancora un aereo tradizionale, con cavi e lancette che girano e senza computer che processano gli input del pilota sui comandi di volo. Per l’A320 parlerei più di una gestione di sistema in cui si caricano tutti i dati prima del volo e poi si controlla che tutto proceda come previsto. Non vorrei parlare di bravura perché in entrambi i casi occorre essere molto preparati.

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Vista notturna di Doha, direttamente dal cockpit.

Col senno di poi, saresti andato comunque in Qatar? Consideri la tua esperienza in Medio Oriente un fattore determinante che ti ha reso ciò che sei ora? Incontro con la dolce metà a parte…

Il punto è che all’epoca non avevo scelta, la Qatar Airways era l’unica compagnia che assumeva piloti nel 2009, quindi direi che non mi sono proprio posto il problema. Molti non sanno che se un pilota passa più di sei mesi senza volare è molto difficile che poi possa essere assunto da un’altra compagnia. Siamo come un barattolo di marmellata e prima della scadenza dobbiamo trovare un lavoro che ci permetta di volare di nuovo a qualsiasi condizione e luogo del mondo. Questo i manager lo sanno bene, per questo spesso se ne approfittano. Certo non avrei mai immaginato di lasciare il Qatar con una moglie ed è sicuramente l`evento più incredibile e fortunato che mi poteva capitare nella vita.

Hai avuto anche una breve esperienza con easyJet, compagnia low cost inglese con una certa popolarità ma lungi dall’essere esente da critiche di varia natura. Vorresti riassumerla?

La mia breve esperienza con EasyJet è stata la peggiore sorpresa che l’aviazione potesse darmi. Tra le varie opzioni che avevo per lasciare il Qatar ho scelto questa proprio per la ottima reputazione che ha sempre avuto in quanto a relazioni tra management e personale di volo. Invece nel 2012 decisero di chiudere la base in Madrid e aprire una base a Lisbona così low cost che nessun pilota ha voluto trasferirsi lì. Così proposero il trasferimento ai nuovi assunti come me promettendo un contratto a tempo indeterminato e miglioramenti delle condizioni dopo qualche mese di attività. Al contrario, ci è stato offerto un contratto di soli due anni e alla fine ci siamo ritrovati con turni massacranti prendendo la metà dei soldi degli altri piloti del gruppo.

Quando poi sono stato scelto per occuparmi di sicurezza del volo pensavo di poter fare il mio lavoro con passione, ma ancora una volta sono stato invitato per iscritto a non occuparmi di affari che non mi riguardavano e a godermi la mia vita a Lisbona. Il punto è che non si capiva come mai gli assistenti di volo si sentivano sempre male durante i voli, poi ho scoperto che siccome quando restano a casa in malattia viene decurtata loro la giornata di lavoro tutti venivano in volo anche influenzati e quindi gli svenimenti a bordo e i barotraumi non si contavano più. Il sindacato ha fatto quello che poteva ma durante i due scioperi che abbiamo organizzato la compagnia ha inviato da Londra due aerei con gli equipaggi per sostituire noi scioperanti, ovviamente a parte il discorso etico era una violazione della legge portoghese, ma lo hanno fatto lo stesso.

Comunque alla fine dopo neanche un anno e mezzo siamo andati via quasi tutti e ai tre rappresentati sindacali non hanno rinnovato il contratto mandandoli via, così hanno anche risolto il problema col sindacato.

La pagina Facebook dedicata al tuo libro e da te gestita supporta l’iniziativa “Stop ‘Pay to Fly’”, che è in crescita costante. Cos’è il Pay to Fly e perché, secondo te, comprometterebbe la sicurezza dei voli di linea?

Il Pay to Fly è una vergognosa pratica per la quale i giovani piloti che vogliono intraprendere questa professione sono costretti a pagarsi non solo il costo dell’addestramento ma anche una certa attività di volo per maturare l’esperienza minima e poter essere assunti. Quindi in pratica vi può capitare di prendere un aereo e il pilota invece di essere pagato è lui che sta pagando per portarvi a destinazione. Il problema sicurezza si pone nel momento in cui non c’è più selezione durante i corsi e basta avere i soldi, pagarsi un brevetto, comprarsi un pacchetto di ore e ci si ritrova seduto nel cockpit di un aereo di linea. Ci sarebbe bisogno di una legge che vieti il Pay to Fly ma il business che gira intorno è enorme.

Etihad Airways, compagnia emiratina in “concorrenza” con Emirates e con la stessa Qatar Airways, è diventata la dirigente dell’orchestra all’interno della nuova Alitalia SAI. Qual è la tua opinione sull’ingresso di Etihad? Ti aspetti un’imposizione di usi e costumi del Medio Oriente? Se fosse stata Qatar Airways ad entrare in Alitalia, quale sarebbe stata la tua reazione?

Se Etihad ha comprato Alitalia significa che il business c’è, siamo stupidi noi che abbiamo lasciato naufragare la compagnia per anni. E sono certo che questa nuova Alitalia tornerà presto a funzionare e a fare utili ma dubito che sarà di nuovo una grande compagnia. Infatti mentre l’allargamento del lungo raggio è ancora un progetto per il futuro la riduzione della flotta del medio è già avvenuta a vantaggio delle altre compagnie controllate da Etihad.

Fosse stata Qatar Airways sarebbe lo stesso, ma non credo che si potranno imporre usi e costumi del Medio Oriente, è una cultura troppo differente, non avrebbe senso e non sarebbe utile a nessuno.

Partecipazione di Etihad a parte, è ormai evidente il dominio delle compagnie aeree del Golfo. Come tutte le cose, anche questo “dominio” deve avere un prezzo: nel tuo libro, hai descritto il Qatar come un paese quasi schiavista, dove i diritti dei lavoratori sono un optional e le hostess della compagnia sono costrette a sottostare a regole ferree, per molti versi esagerate ed in netto contrasto con il mondo moderno. Che tu sappia, il Qatar è cambiato? A Dubai ed Abu Dhabi, le cose vanno meglio o la solfa è sempre la stessa in tutto il Golfo Persico?

Uno dei vantaggi enormi che hanno le compagnie in Medio Oriente è proprio il ridicolo costo del personale e la mancanza di diritti per i lavoratori che possono essere licenziati senza dare giustificazioni. I piloti possiamo considerarli nella fascia alta di questa scala di schiavizzazione per cui sono pagati bene, hanno dei benefit come gli alloggi e le scuole pagate e poi man mano che scendiamo giù arriviamo fino agli operai delle costruzioni che sono carne da macello e nessuno sa quanti ne muoiono ogni giorno. È troppo facile essere un imprenditore in questo modo, creare compagnie giganti e poi venire a fare concorrenza in Europa dove un operaio che carica i bagagli costa quanto una squadra intera a Doha. Da quello che sento dai miei amici che sono ancora a Doha non mi sembra sia cambiato molto da quando sono andato via, molti si lamentano che le condizioni a Dubai stiano peggiorando e difatti mi hanno detto che 130 piloti hanno dato le dimissioni l’anno scorso mentre ad Abu Dhabi sembrano tutti contenti, ma è sempre difficile avere un riporto realistico, perché dipende anche dalla propria personalità e nella stessa situazione trovi chi è felice e chi non lo è.

L’esperienza in Qatar Airways come copilota di A320 ti ha portato tantissime volte in India, un paese che hai imparato a conoscere bene e nel quale hai osservato le mille sfaccettature della vera povertà. Quello che hai visto in India ti ha cambiato?

Sì, come ho scritto nel libro, andare in India è  un viaggio in un’altra dimensione che non fa parte di questo pianeta. L’umanità ti colpisce subito; vedere la povertà vera di gente che non ha nulla se non gli stracci che ha addosso e con delle deformità che si capisce non sono normali ma causate apposta per sfruttarli per l’elemosina ti mette una tristezza dentro che non va più via. È il paese dei contrasti, tra le strade e i palazzi distrutti si vede l’edificio nuovissimo di in un hotel super lusso e uscendo dalle città sporche e piene di immondizia ovunque ci si ritrova in una natura rigogliosa e bellissima.

Almeno una volta nella vita bisogna andarci e anche io voglio tornarci per esplorare con calma le aree che non ho ancora visto.

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La vendita delle noci di cocco a Trivandrum, in India.

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Il tempio Padmanabhaswamy, sempre a Trivandrum.

Il mercato aereo europeo e quello italiano in particolare, sono cambiati non poco negli ultimi anni. Le compagnie low cost sono penetrate con prepotenza in vari settori, e nel caso di Ryanair la penetrazione nel nostro mercato è stata pressoché totale e devastante per le compagnie aeree italiane, sempre più costrette ad arroccarsi nei pochi aeroporti dove possono avere margini di guadagno modesti. Premettendo che la concorrenza, se gestita bene, non può che avere effetti positivi sul mercato, cosa pensi degli aiuti di stato concessi alla compagnia irlandese e come giudichi il suo operato? Secondo te, una compagnia che non garantisce ai passeggeri con esigenze speciali dei servizi di base merita aiuti statali di ingente entità?

Su questo argomento io sono molto chiaro: sono contro ogni aiuto di stato. Ci si lamenta degli aiuti ricevuti da Alitalia nel passato quando era compagnia di bandiera e almeno portando il tricolore in giro per il mondo pubblicizzava il nostro Paese però poi si accetta che una compagnia privata e straniera sia sovvenzionata con i soldi dei contribuenti italiani. Se il mercato deve essere libero nessuno può ricevere aiuti statali e solo così la concorrenza è reale.

Poi chiaro che il discorso ha ancora più senso se tali compagnie non forniscono servizi di assistenza speciale.

Quali sono i tuoi piani per il futuro? A cosa pensi di dedicarti?

Ho smesso di fare piani a lungo termine per il futuro, ormai è impossibile con questo lavoro. Le compagnie aprono e chiudono, cambiano le condizioni, ma ancora mi piace volare sebbene a volte trovare la motivazione è dura quando si lavora in ambienti aeronauticamente molto arretrati. Dopo il Qatar e il Portogallo ora volo sul B747 tra l’Asia e il nord America. Un’altra esperienza professionale e di vita molto importante ma che pone delle difficoltà alla vita familiare perché sto via di casa moltissimo tempo. Infatti sto pensando di ritornare al medio raggio ma sempre da qualche parte qui in Asia. La cosa bella è che qui ci sono tante compagnie che quando ricevono un curriculum come il mio sono ben felici e non lo rigettano subito come in Europa perché ho “troppa esperienza”.

Resta il sogno di tornare in Italia un giorno, ma con la situazione politica attuale non ci penso nemmeno e poi forse scriverò altri libri per poter condividere le mie esperienze in giro per il mondo con chi non può avere la fortuna di vivere e lavorare in tanti posti differenti come sta capitando a me.

Grazie per la tua disponibilità, Ivan, ed in bocca al lupo!

Francesco D’Amico
Foto gentilmente concesse dall’intervistato e, dove specificato, di Giorgio Varisco (GolfVictorSpotting.it)

Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Aviazione e RPAS, Interviste | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , | 4 commenti