Giovanni Gorelli, l’anima di un pianista internazionale

Un approccio europeo alla musica classica

É immenso il piacere nel ritrovarmi a poter intervistare Giovanni Gorelli, considerato dalla stampa tra i migliori pianisti internazionali. Dedito al suo lavoro, sempre alla ricerca della snervante nota perfetta, il Maestro Gorelli è di sicuro un grande uomo, nonché un amico prezioso. I miei ringraziamenti son d’obbligo, sia per la stima dimostratami e sia per la preziosa opportunità concessa al nostro The Lightblue Ribbon con questa corposa intervista.

Premiato per la sua intraprendenza, per la tenacia e il coraggio di vivere i piaceri della vita sempre fino in fondo, Giovanni percorre i sentieri della melodia suonando strumenti quali la chitarra, il basso elettrico e il suo amato pianoforte. Sinonimo di cultura, non soltanto in Italia ma anche in tutta l’Europa, comincia le sue esibizioni in pubblico all’età di soli dieci anni. Dopo brillanti risultati al conservatorio di Firenze, si perfeziona presso l’École Normale Alfred Cortot e il Conservatorio Rachmaninov di Parigi. Suonando nei festival, nelle chiese, nei teatri e perfino in alcuni consolati, Giovanni fa del prestigio l’unica sua meta, sulla scia delle magnifiche note di Frédéric François Chopin, il compositore-pianista polacco naturalizzato francese.

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Giovanni, quando è nata la tua passione per la musica?

Vorrei cominciare, per non essere banale, con una piccola parentesi. Personalmente credo che la musica sia una forma di incarnazione di un profondo sentire che va al di là di ogni spiegazione razionale. Non sappiamo veramente da dove venga e perché la gradiamo così tanto. Non é sempre esistita perché rispetto all’evoluzione della specie compare decisamente molto tardi, specie nella forma complessa nella quale la conosciamo oggi. Non é neanche propriamente un’invenzione, quindi è una realtà che trascende la nostra specie. La musica é qualcosa di assoluto e matematico e l’invenzione della sua scrittura dovrebbe essere considerata come una tappa fondamentale dell’umanità. Io personalmente la considero una forma di connessione tra noi e un’entità superiore, ordine o linguaggio trascendente.

Quindi è per me difficile dire quando e come la musica ha preso una tale importanza nella mia vita visto che prendiamo contatto forse già quando siamo nel ventre materno e sentiamo le voci o le melodie che ci vengono sussurrate. Credo che la musica mi ha sedotto sin dalla più tenera età. Quando avevo tre anni rimanevo incantato davanti alla televisione durante i programmi di musica classica, mi trovavano incantato e catturato dall’ascolto. Insistevo per poter partecipare al famoso concorso per bambini “Lo Zecchino d’Oro”, preparavo da solo le mie canzoni. Un momento fondamentale é arrivato quando avevo otto anni, poiché cominciai effettivamente a prendere lezioni di pianoforte grazie alla decisione di mia madre, grande appassionata di musica e d’arte in generale.

Quel periodo marcò la mia vita perché pur non rendendomene conto si stava creando un legame quasi indissolubile. Feci un primo concerto a nove anni che mi marcò molto e poi continuai studiando la chitarra. Tornai poi più tardi sul pianoforte per non lasciarlo più. A undici anni già suonavo la musica dei Pink Floyd, che ascoltavo anche quando mi volevo addormentare. Ho passato praticamente la maggior parte del tempo della mia vita in contatto con la musica, ascoltandola suonandola o sentendola nel silenzio. Divenni ai tempi del liceo un ottimo chitarrista, esibendomi con il mio gruppo sia nel liceo stesso che in alcune parrocchie e festival de l’Unità. Ho quindi più la sensazione che la passione per la musica sia stata un continuum, una parte di me in costante evoluzione assieme alla mie varie tappe della vita. La musica é quasi sempre stata  presente ed é cresciuta con me, aiutandomi spesso a superare anche i momenti più difficili.

Risiedi da diversi anni nella magnifica Parigi, città dell’amore e del romanticismo. Come mai questa scelta?

La città di Parigi entrò a far parte della mia vita molto presto, un po’ come la musica. I miei genitori decisero di fare un lungo viaggio in Europa e salii in cima alla torre Eiffel all’età di tre anni. Scendendo da lassù, poi ne feci un disegno che impressionò mio padre, il quale pensò che un giorno sarei diventato un pittore; non posso dire che avesse torto perché la vita é lunga e chissà che non sia l’ultima mia tappa quando da anziano, stanco di dedicarmi al faticoso mestiere del pianista, non voglia prendermi un’ulteriore estensione artistica.

Parigi, è ormai la mia città, mi sento profondamente legato a lei. Per me è il simbolo della città dove mi sono completamente liberato dal punto di vista artistico, è il luogo dove sento che posso essere veramente me stesso, ma è difficile capirne il significato e il perché in modo preciso e dettagliato. Diciamo che è sempre stata una città profondamente presente nel mio spirito, affine per sentimento e non solo per intelletto. L’amore, la libertà, l’arte, l’apertura internazionale hanno sempre contato molto per me. É uno dei luoghi dove il mondo sembra non avere fine, dilatato in un tempo e in uno spazio senza limiti, dove per magia la grandezza dello spirito è sempre vincente. Simbolo della rivoluzione francese e delle arti moderne, è destinata a difendere quei valori che mi sono cari.

Parigi è per molte ragioni il punto nevralgico del mio essere, il punto di approdo e la concreta continuità dei miei sogni. Benché in questi tredici anni di vita che ho passato abbia potuto conoscere anche i suoi aspetti negativi, considero questa città un baluardo nei confronti di ciò che mi può nuocere, come se in effetti la mia natura fosse in osmosi con quella urbana. Penso che i luoghi determinano in parte la nostra vita, si è ciò che si vede, si comunica ciò che ci circonda. L’estetica dell’Ile Saint Louis, un’isoletta sulla Senna dove abito da sette anni, ha influenzato profondamente la mia arte. La storia dei luoghi è impregnata di forti significati e essi influenzano la nostra anima più di quanto non si creda. I ponti, i lampioni, i palazzi tutto é parte integrante del nostro sentire. I modi, i comportamenti e l’indole delle persone hanno un certo legame con la natura dei luogo. Il luogo e il vissuto hanno una forte  relazione anche se ovviamente non è che una parte della sfera psicologica di una persona. Parigi racchiude nei suoi luoghi e forse ancora di più nel modo di vivere una lotta costante per la bellezza e il sentimento. La libertà d’essere finalmente “altro” e di trovare nella storica “liberté” il diritto affinché ciò avvenga.

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Quali sono i motivi che ti hanno consentito di realizzarti nella capitale francese?

Sono stati molti. Il più importante é stato quello di poter continuare a formarmi e perfezionarmi. Frequentai appunto una delle scuole più prestigiose di Parigi, L’École normale Alfred Cortot. Poi continuai a formarmi e a perfezionarmi, fino a diventare dopo qualche anno professore di pianoforte per ben due scuole private di musica. Presto arrivò anche il momento del successo come pianista concertista, grazie ad alcune registrazioni che feci negli studi di Radio France.

L’insieme delle varie possibilità della città mi ha spinto a crescere e ad affermarmi. La possibilità di usufruire dell’arte in tanti aspetti, musei, teatri, concerti ha promosso in me la voglia di comunicare, sperimentare, affermare il mio talento. Ho potuto così far crescere più aspetti della mia personalità artistica. Ho sentito come la sensazione di far parte di una comunità, ampia e varia di persone unite dalla necessità di sperimentare l’Arte, sia facendola che osservandola.

Ho avuto cosi l’input per poter lavorare e farmi conoscere. Ho quindi creato una grande rete di contatti con tanti musicofili, creando rapporti di amicizia e di professionalità che sono stati preziosi.

Molto importante è stato il Theatre de L’ile Saint Louis dove ho potuto suonare più volte, che mi ha permesso di diventare più visibile agli occhi di tante persone. La città di Parigi è stata fondamentale perché appunto ha molti teatri di qualità, senza necessariamente essere particolarmente grandi. Affermarsi a Parigi è più facile che in altre città, perché c’è un’affluenza costante in questa rete capillare di teatri che ci sono in città.

Potresti renderci partecipi delle tue sensazioni? Riesci a descriverci l’emozione che provi quando sei al tuo pianoforte e la differenza che intercorre tra suonare e interpretare?

Per me suonare rappresenta tanti processi che si sommano e si intersecano allo stesso tempo. É un’avventura, un momento in cui mi lancio verso un altro mondo, profondo e magico. Le mie emozioni si liberano e mi lascio andare all’incontro con la Musica. Lei stessa mi da l’energia per eseguire o improvvisare, lascio che le emozioni che mi suscita mi ispirino per quello che segue. Diversamente da altre Arti, la Musica è una realtà in continuo divenire. Bisogna saper ascoltare dentro e fuori di sé e vivere le emozioni in modo autentico senza fingere. Le difficoltà tecniche sono sempre presenti, trattandosi ovviamente di qualcosa di molto difficile da fare, ma anche l’aspetto espressivo non è da meno. Penso che non si possa fingere l’emozione musicale e che in realtà è un mettersi a nudo, un autentico momento di commozione pubblica. La forza risiede nelle nostra natura emotiva, quindi quando mi metto al piano sento questa parte di me venir fuori svilupparsi articolare. Prende il mio corpo e la mia mente e cerco – per quanto possibile – di lasciarla libera.

Quando improvviso, ho una sensazione che la creatività sale alle stelle, il mio sentire è un tutt’uno con la forza musicale più pura, più spontanea quella della ricerca delle note a seconda del mio stato d’animo e del mio essere. Sento l’improvvisazione come un’estensione di quello che ho dentro e appunto, lo strumento necessario per farlo, è il pianoforte. Quando interpreto, invece, mi concentro sulla bellezza della composizione: sono, in qualche modo, anche uno del pubblico. Mi godo con più libertà le squisite ricerche armoniche e melodiche, lasciandomi prendere dal tipo di mood che il pezzo stesso mi suggerisce. La vita scorre velocemente ma quando la musica comincia ci fermiamo, smettiamo di parlare, di fare. Siamo trasportati verso quei paesaggi, quei pensieri finalmente autorizzati a mostrarsi. Vinciamo la timidezza della natura e delle convenzioni. Siamo puri, forti e audaci.

Nell’interpretazione sento una responsabilità maggiore che é quella di rappresentare il pensiero musicale di un altro e anche se sono comunque libero di rappresentarlo come io lo sento in quel momento, lasciando all’interpretazione anche la mia personale traccia, la mia forma, la mia identità.

Capisco che per te la musica sia stata una “scelta di vita”. Alla luce del tuo coraggio, quali sono le difficoltà maggiori che hai incontrato nel tuo percorso?

Le difficoltà nella musica per pianoforte, specie quella classica, sono tante. La principale è quella di poter sviluppare ed acquisire una conoscenza della musica che possa essere di un livello importante nel momento in cui ci si confronta con i grandi compositori della storia e si vogliono magari proporre anche le proprie idee compositive. Questo è un percorso che dura – per certi aspetti – tutta la vita e richiede costanza, passione, perseveranza e assiduità.

Poi ci sono tutta una serie di difficoltà che definirei extra musicali, dovute alla società così come la conosciamo oggi. Ho dovuto sormontare tutta una serie di preoccupazioni e pessimismi di varia natura che, purtroppo, spesso toccano chi fa questo mestiere. È come intraprendere una strada che molti considerano diversa, complicata, privilegiata. Convincere gli altri che quello che si fa ha un grande valore – e che questo va riconosciuto – è nella professione del pianista una lotta continua. Ogni volta che si raggiunge un traguardo si è contenti ma non si può mai avere la sensazione che questo duri a lungo, perché bisogna subito tornare a fare meglio e continuare ad impegnarsi nella ricerca di altre opportunità per esprimersi.

La totale precarietà di questo lavoro ci mette nella condizione di dover fare fronte sempre alle nuove sfide, ci vuole un coraggio costante per certi aspetti leonino. Credere in sé stessi – quindi – è forse l’elemento focale di un’attività come quella del pianista. Avere la volontà di raggiungere ogni volta nuovi traguardi, mettendosi in gioco, provando pezzi sempre più difficili, programmi sempre più impegnativi, etc. É un’attività comparabile per certi aspetti ad uno sportivo di alto livello, ci vuole un certo stile di vita e una dedizione particolare e perseverante per raggiungere certe performance che poi – senza continuità – possono di nuovo calare. Non è come per il pittore o lo scrittore il cui fare segue il proprio ritmo e comunque hanno la possibilità sempre di rifare prima di presentare il prodotto finito. Il musicista agisce in quel tempo, in quel momento esibisce una performance, quel giorno in quel momento e nella sua grossa capacità di concentrazione sta anche la sua grandezza.

Consiglieresti alle nuove generazioni di studiare ancora il pianoforte?

Io, personalmente, consiglio a tutti di suonare uno strumento e penso che vi sia una ragione profonda perché è ciò ci rende migliori. Un esempio molto toccante è l’iniziativa che il Maestro Abbado realizzò in Sud America. Utilizzò la musica per permettere a tanti ragazzi – che crescono in condizioni difficili – di riscattarsi. Non bisogna poi dimenticarsi che l’origine del conservatorio era proprio quella di dare la possibilità a tanti ragazzi orfani di imparare un mestiere. Quindi penso che imparare il pianoforte sia una bellissima cosa che, chi sente la voglia di farlo, deve assolutamente realizzare.

Credo anche che dobbiamo lottare contro l’analfabetismo musicale. La musica si insegna troppo poco nelle scuole. Dobbiamo renderci conto che questa è una mancanza troppo grave. Fino ad un secolo fa, molte persone non sapevano leggere e scrivere. Oggi molte persone non sanno suonare uno strumento e non sanno leggere la musica. Potremo parlare di questa cosa solo al passato.

Credo che la musica possa essere una possibilità di percepire un reddito in un modo migliore di quanto non si voglia far credere. Certo, fa parte delle professioni difficili, ma vedo spesso – come professore – molti genitori eccessivamente preoccupati del futuro dei loro figli. Più numerose sono le persone che suonano e ascoltano musica di qualità e più i politici si renderanno conto dell’importanza che essa rappresenta. Ho notato altresì che molte persone rimpiangono di aver suonato per qualche anno e poi di aver smesso. Quindi non solo consiglio ai desiderosi di non esitare, ma soprattutto di non mollare mai.

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Chi ha la fortuna di conoscerti, ammira la tua cultura non solo in campo musicale. A tal proposito, so che stai scrivendo un libro meraviglioso nel tentativo di misurarti con linguaggi diversi. Ti va di anticiparci qualcosa?

Grazie per le qualità attribuitemi. Penso che la mia vita sia caratterizzata da un’apertura generale e ampia alla bellezza artistica in tutte le sue forme. Adoro la Pittura, il Teatro, il Cinema, la Letteratura. La mia laurea in Psicologia mi ha permesso di avere una lettura completa dei vari linguaggi artistici. Questo perché in effetti ognuno rappresenta qualcosa di diverso e specifico. Con la letteratura si possono esprime degli aspetti che nessuna musica può descrivere, ma è anche vero che la musica dice quello che le parole non possono dire. Nella storia, molto spesso, le diverse arti si sono unite. In modo particolare penso all’Opera e al Cinema. La musica ha cominciato a far parte del test (libretto) e ha sviluppato, così, una relazione sempre più prossima alla letteratura. Si è compenetrata, con le parole e lo scenario, influenzando e lasciandosi influenzare.

La colonna sonora in un film è qualcosa di molto importante, quasi focale. Alcune addirittura sono diventate molto famose e alcuni compositori come Nino Rota e Ennio Morricone, hanno fatto di questo tipo di utilizzo musicale la loro  principale forma di composizione. Quindi il legame tra musica e storie umane, raccontate in vario modo, è sempre esistito. La penna e la telecamera sono da molti secoli spesso legate alla musica, fornendosi a vicenda una diversa fonte di ispirazione.

Mi trovo, dunque, ad aver bisogno di spaziare e di abbracciare altre forme perché, per quanto la musica sia la mia passione principale, essa non può racchiudere tutto quello che è il mio mondo interiore. Ho trovato così nella Poesia e nella letteratura un’ulteriore possibilità di raccontare ed esprimere la mia vita.

Sto scrivendo un libro che è in gran parte autobiografico, ma anche molto romanzato e ambientato in un eventuale futuro. Il vissuto e l’immaginario si confondono facendo perdere al lettore ogni possibile riferimento per riuscire distinguere – in modo netto – il mondo reale e quello fantastico. Alcune persone, che mi conosco bene, forse si riconosceranno, ma tutto é sempre alterato da una lettura onirica e surreale. Intendo descrivere, così, anche le nostre parti meno accettabili e più nascoste, che per magia hanno la possibilità di esistere grazie alla natura del romanzo.

Grazie Maestro. I lettori di The Lightblue Ribbon hanno cominciato a conoscere un uomo che appartiene al mondo e ben presto non potranno fare a meno di emozionarsi nelle tue performance musicali. Proprio per questo motivo, provo a strapparti una piccola promessa: ci concederai altre interviste, vero?

Ringrazio i lettori di The Lightblue Ribbon della loro presenza. Senza dubbio avrò modo di rilasciare altre interviste, anche perché da oggi ho delle persone in più per le quali voglio continuare ad esprimere la mia arte. Essere in relazione con gli altri é il motore principale di ogni emozione artistica. Spero anche, quindi, che chi lo desidera possa comunicare a sua volta con me tramite i vari social network sui quali sono raggiungibile [questo è il profilo LinkedIn di Giovanni, ndr.]. Un abbraccio caloroso a tutti e a presto!

Antonio Dimartino

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