Il riscatto dei “giovani d’oggi”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 5 maggio 2012. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Da oggetto di critiche e pregiudizi a vittime rivalorizzate della generazione precedente

Ricordo che, fino a qualche anno fa, noi giovani eravamo oggetto di critiche pesanti da parte delle generazioni precedenti e a dare peso a queste critiche c’erano fatti di cronaca raccapriccianti che vedevano i classici “giovani sbandati” come protagonisti. Ricordo che per me l’adulto era una figura di riferimento importantissima, un baluardo di vecchi valori che si stavano pian piano perdendo. Vedevo l’adulto come una figura che non poteva sbagliare mai, se non in casi veramente eccezionali. Vedevo l’adulto come una specie di guerriero impavido che, ogni giorno, doveva combattere contro noi poveri disgraziati che non avevamo conosciuto l’umiltà dei nostri padri e dei nostri nonni e che, pertanto, non meritavamo di avere tutto pronto e servito sul piatto d’argento. Ricordo di essermi messo le mani tra i capelli più di una volta pensando a quello che i miei coetanei ribelli avrebbero fatto da adulti. Con loro il mondo sarebbe finito, oddio.

Non ho mai pensato che, a distanza di qualche anno e grazie alla “complicità”, passatemi il termine, della crisi economica che continua a flagellarci, la mia opinione sarebbe cambiata completamente.

Ora, quando accendo la tv o il computer e vengo sapere ciò che accade, la mia percezione del rapporto giovani-adulti si allontana sempre di più da quelle che erano le mie idee di un tempo. Ho sentito che, per la prima volta in Italia dal secondo dopoguerra, i genitori sono costretti a dire ai propri figli frasi del tipo “voi starete peggio di noi”. Ho letto che la ricchezza sta nelle mani di adulti e anziani, perché loro hanno i beni immobili e riescono a sfruttarli per limitare i danni della crisi, mentre i giovani vivono nel precariato e possono contare solo sulle loro tasche (vuote, il più delle volte) o sui genitori abbienti. Parallelamente a tutto ciò ho notato una progressiva “martirizzazione”, chiamiamola così, della mia generazione, prima considerata immeritevole e sbandata e ora vista come una vittima della generazione precedente che non ha saputo garantirle un futuro. Pur continuandoli a rispettare, ho individuato negli adulti la causa di tutto il caos che regna sovrano oggigiorno. Anche le esperienze di vita sono state d’aiuto e grazie a loro sono riuscito, finalmente, ad aprire gli occhi: crescendo si iniziano a fare cose “da grandi”, come guidare, andare a pagare le bollette, lavorare… e in tutte queste cose ho notato che, dopotutto, c’è poco da imparare dai nostri predecessori e, in alcuni casi, meno interagiamo con loro meglio è. Ho visto adulti comportarsi peggio dei giovani sbandati che criticavano un tempo, comportandosi come dei veri e propri trogloditi…et mihi ceciderunt brachia, e mi caddero le braccia.

Costretto dalle circostanze a rimboccarmi le maniche, ho imparato a fare le file da solo perché in questo Paese non ho mai conosciuto una persona in grado di spiegarmelo, e se qualcuno mi supera provo a non iniziare discussioni inutili come spesso accade nei luoghi pubblici. Ho imparato, sempre da solo, a rispettare le regole della strada, perché se il limite di velocità è 90km/h significa che non bisogna superarlo, e al solito barbaro di turno che sbraita da dietro mando, col pensiero, un invito a superare i limiti di velocità in America e a pagarne le conseguenze come è giusto che sia. Ho imparato a non alzare la voce in caso di disservizio, perché chi sta dall’altra parte del banco o della cornetta sta facendo il proprio lavoro e, con calma, trova una soluzione al mio problema e se le cose non si mettono bene per me non c’è scusa al mondo che giustifichi urla e offese. Ho imparato ad essere onesto dichiarando il vero e rifiutandomi di fare il furbo nelle piccole cose, tra le proteste e i singhiozzi del mio portafogli. Ho imparato che “mi scusi”, “prego”, “grazie” e “permesso” non sono parolacce ma alcuni dei tanti segni di educazione e civiltà. Ho imparato che lamentarsi sempre e comunque della nostra Lamezia, della nostra Calabria, della nostra Italia non serve a niente se non mettiamo in pratica quello che diciamo. Ho imparato che l’Italia e gli italiani hanno la classe politica che meritano perché decidono di non votare o votano la persona sbagliata. Ho imparato a rispettare gli altri perché nessuno di noi sta su un piedistallo e può guardare gli altri dall’alto. Il bello (si fa per dire) è che io non devo nulla di tutto questo alla generazione precedente ma ad una mia semplice riflessione maturata col tempo. Ora, pubblicamente e a nome di tanti altri ragazzi che hanno individuato negli adulti la vera causa dei loro problemi, accuso i nostri predecessori di non averci dato gli elementi di base per vivere civilmente, li accuso di averci lasciato un Paese sul lastrico anziché uno ricco e prospero, li accuso del trattamento “speciale” che hanno riservato a noi giovani senza speranza, li accuso di aver ridotto la laurea ad un semplice pezzo di carta che, ormai, non dà alcuna garanzia.

L’accusa giustificata di una generazione perduta. E’ questo il nostro riscatto, è questa la nostra vittoria, anche se si tratta di una vittoria di Pirro: noi giovani paghiamo più di ogni altra categoria il prezzo di questa crisi ma, almeno, ora sappiamo che la colpa non è nostra ma di chi un tempo ci criticava dandoci degli sbandati. Ora, queste persone devono fare i conti con le proprie responsabilità. Sono parole al vento, inutili parole al vento, e lo so benissimo, ma le preferisco comunque allo stato di rassegnazione che sembra regnare sovrano tra i miei coetanei.

Francesco D’Amico

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