Donne e lavoro: Rosaria Mastroianni Ianni, Assegnista di Ricerca dell’UMG

“Il nostro vero studio è quello della condizione umana”

É con questa frase, nelle prime pagine dell’Emilio, che Jean-Jacques Rousseau prova a far capire che per iniziare a istruirsi è fondamentale iniziare a vivere. É quanto ho appreso discutendo e confrontandomi con una giovanissima e motivata Assegnista di Ricerca. Tra i delicati problemi del diritto e della cittadinanza, conosceremo insieme una donna che, in tempi di crisi, rappresenta l’equilibrio perfetto tra studio, passione e lavoro. Rosaria Mastroianni Ianni, consegue una Laurea in Giurisprudenza, con la qualifica accademica di Dottore Magistrale. Diverse sono le capacità professionali che ha saputo esprimere negli anni, tra le quali il titolo di Dottore di ricerca in “Teoria del diritto e ordine giuridico europeo” presso l’Università “Magna Græcia” di Catanzaro e la Scuola di Specializzazione in Professioni Legali.

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 Rosaria, quando nasce la tua passione per il diritto?

Fin da quando ero bambina sognavo di fare l’avvocato. Adesso, invece, mi ritrovo a lavorare all’Università e devo dire che amo ciò che faccio. Stare a contatto con gli studenti, confrontarsi con loro, studiare, ricercare… credo che sia, in assoluto, uno dei lavori più interessanti al mondo. Da quando ho iniziato a frequentare il Dottorato di ricerca la mia vita è cambiata. Sono stati anni di sacrifici, ma anche anni proficui e soddisfacenti. Ho studiato e scritto anche durante il mese di agosto, ma ho anche viaggiato tantissimo e conosciuto gente meravigliosa che mi ha dato speranza, forse quella speranza che alla mia generazione, per svariate ragioni, è stata tolta.

Qual è il tuo settore di ricerca? 

Premetto che collaboro da ormai più di sei anni con il professore Massimo La Torre, Coordinatore del corso di Dottorato di ricerca in Teoria del diritto ed Ordine giuridico ed economico europeo, nonché Professore Ordinario di Filosofia del diritto presso l’Università “Magna Græcia” di Catanzaro. Una persona verso la quale nutro una stima immensa, sia professionalmente che umanamente. Al prof. La Torre devo tanto, difatti, grazie a lui ho approfondito lo studio e dunque la conoscenza della filosofia del diritto e dall’anno scorso sono anche cultrice della materia. Inoltre, e con questo non vorrei uscire fuori tema, ci terrei a dire che a lui devo anche la passione per i romanzi e l’approfondimento delle lingue straniere. Ricordo ancora quando mi disse che non avrei potuto scrivere una tesi di dottorato dignitosa senza una buona conoscenza della lingua inglese e così mi fece trascorrere tutta l’estate ad Hull, una cittadina dell’Inghilterra dove ricordo di aver sofferto molto. Le condizioni climatiche, il cielo sempre grigio, il cibo…etc. e mentre i miei amici si divertivano al mare io passavo le mie giornate tra il corso di inglese (dove ero l’unica europea iscritta, gli altri erano arabi e cinesi) e lo studio in biblioteca. Un professore esigente, inflessibile e con una cultura immensa.

Ma tornando al mio settore di ricerca, dunque, durante il corso di Dottorato mi sono occupata di Cittadinanza europea ed anche attualmente continuo a studiare il tema, soprattutto perché lo ritengo alquanto interessante sotto innumerevoli punti di vista. Tale Istituto, infatti, rappresenta un esempio unico di scissione tra Stato e cittadinanza, non paragonabile a nessun’altra esperienza, neppure a quella federale. Interessante è soprattutto lo studio di alcune sentenze della Corte Europea di Giustizia, specialmente al fine di comprendere cosa rappresenta oggi la cittadinanza europea ed anche per indurci a riflettere sul suo futuro e dunque sul nostro.

Inoltre, da dicembre per me, con la vincita dell’Assegno di Ricerca è iniziata una nuova  ed entusiasmante esperienza. Adesso mi sto occupando di bioetica e sto studiando temi alquanto interessanti tra cui: l’aborto, la surrogazione di maternità e la procreazione medicalmente assistita.

Chi ha il piacere di conoscerti sa che numerose sono le tue esperienze all’estero. Quali sono i paesi dove hai lavorato e come vedi il tuo futuro da ricercatrice in Italia?

Come dicevo prima, da dottoranda ho trascorso un periodo in Inghilterra e poi sono stata varie volte in Spagna. Nel periodo di post-doc ho avuto la fortuna di trascorrere un mese all’Institut Européen de l’Université de Genève, dove mi sono confrontata con ricercatori veramente molto preparati. Quelli che mi conoscono sanno già che sono rientrata da qualche settimana da Madrid. Qui ho avuto la possibilità di fare ricerca presso l’Università Carlos III dove ho vissuto otto meravigliosi mesi, nei quali ho scritto tanto, (anticipo che a giugno uscirà una mia recensione su un’importante rivista dell’Istituto di “Derechos Humanos” Bartolomé de las Casas” sempre dell’Università Carlos III), ho conosciuto persone splendide, migliorato non solo il mio spagnolo ma anche l’inglese.

Il mio futuro da ricercatrice in Italia? Beh, con questa domanda mi metti un po’ in difficoltà. Il nostro paese vive un periodo molto particolare. Credo che ogni commento al riguardo sia superfluo e preferirei evitarlo. Io cerco di dare il massimo, tenendo innanzitutto in considerazione che chi si dedica al mondo accademico non lo fa per soldi, perlomeno non in Italia, e dunque sono quasi certa che continuerei a studiare e a fare ricerca anche qualora non dovessi essere più retribuita. Ma allo stesso tempo non mi sento di escludere la possibilità di andar via definitivamente da qui.

Tra pochi giorni si svolgerà il Gran Galà della Ricerca presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro. Dopo anni di studio, presenti un ottimo lavoro, frutto di impegno e dedizione, dal titolo “L’inclusione attraverso i diritti: verso un nuovo modello di cittadinanza”. Di cosa si tratta? Potresti anticiparci qualcosa?

Ti ringrazio per aver definito il mio lavoro “ottimo”. Premetto che ho un pessimo rapporto con la telecamera e che il giorno della videointervista avevo la febbre a 38. Anzi, colgo l’occasione per ringraziare Donatella Soluri, tra l’altro mia collega di università ed un’altra sua collaboratrice per l’enorme pazienza avuta nei miei riguardi. Per il resto, mi limito a dirti che c’è un mio articolo sulla rivista Tigor dell’Università di Trieste, laddove spiego meglio quali sono le mie idee. In breve, oltre a quello che si percepisce dal video, sostanzialmente ritengo che ogni individuo possiede il diritto di appartenere ad una determinata comunità politica e che la scelta di appartenere a questa o a quella comunità politica deve essere rispettata dagli stati ospitanti che saranno tenuti ad integrare tutti gli individui in possesso di determinati requisiti. Un tema ovviamente che solleva numerose questioni, in parte affrontate nella tesi di dottorato, in parte nell’articolo sopra citato ed in parte ancora da affrontare. Questioni certamente attuali e alquanto complesse.

L’obiettivo che mi sono posta è stato quello, tenendo conto anche del rilevante numero di stranieri presenti sul territorio europeo, di sostenere la possibilità di un nuovo modello di cittadinanza, che dovrebbe caratterizzarsi per l’inclusività e dunque per una più facile concessione dei diritti.

Rendici complici del tuo progetto. Quali sono i benefici che potrebbe portare, questa tua ultima fatica, alla comunità e agli individui?

Dunque, la storia della cittadinanza è una storia di continue dinamiche di inclusione ed esclusione. Il susseguirsi inevitabile tra “chi è dentro e chi invece rimane fuori”. Chi oltrepassa i nostri confini statali o europei, suscitando spesso timore, perplessità e sicuramente molta diffidenza, spesso viene ritenuto una minaccia incombente alla nostra sicurezza e se vogliamo anche alla nostra ricchezza. Esclusione, emarginazione e soprattutto espulsione ne costituiscono le “logiche” conseguenze. La mia aspirazione è dunque quella di indurre il lettore ma soprattutto le nuove generazioni a riflettere sulla condizione che vive oggi “lo straniero” intendendo con questo termine il “non europeo”. A Madrid ho avuto molte occasioni di confronto soprattutto con persone provenienti dal Sud America, episodi che confermano sempre di più le mie idee: mentre noi, cittadini europei, a volte dimentichiamo di possedere tale status, per molti stranieri esso viene visto come una conquista enorme, che darebbe loro la possibilità di muoversi liberamente nei vari paesi che compongono l’Europa nella ricerca di lavoro e di migliori condizioni di vita.

Concludiamo questa piacevole intervista e ti ringraziamo. Prima di lasciarti, però, ti chiediamo un’ultima riflessione, alle luce delle tue esperienze sempre impegnative, che si collega alla frase di apertura di Jean-Jacques Rousseau. Il tuo lavoro ti porta a un contatto continuo con gli studenti. Quali consigli pratici ti senti di dare a questi giovani in cerca di occupazione?

Premetto che per me stare a contatto con gli studenti significa anche apprendere da loro. Non di rado instauro con gli stessi legami di amicizia, (dopo il superamento dell’esame intendiamoci!), e ciò che più mi gratifica è sentirmi chiedere dei consigli. Quello che percepisco dalle loro domande o affermazioni è una evidente paura per il futuro lavorativo. Sono spaventati, alcuni perché non sanno come “muoversi”, altri perché sono già coscienti che dal giorno successivo alla discussione della loro tesi di laurea entreranno a far parte del mondo dei “disoccupati”. I consigli che mi sento loro di dare e che difatti ad alcuni ho già dato sono, innanzitutto, quello di fare l’Erasmus, andare all’estero per un periodo è fondamentale, specialmente per chi studia a Catanzaro e dunque non ha la fortuna di interagire con persone provenienti da altri paesi. Io, ad esempio, sono stata in Erasmus ben 12 mesi… ma solo perché non potevo chiedere ulteriori prolungamenti e, ti dirò di più, per andare in Erasmus ho posticipato di alcuni mesi la mia laurea, ma credimi ne è valsa la pena; poi, fondamentale è certamente imparare l’inglese. Una laurea in giurisprudenza serve a ben poco se si conosce solo l’italiano. Dico giurisprudenza ma potrei dire lettere, scienze politiche etc. Certo, c’è sempre chi nasce con la camicia e dunque non deve sgomitare, ma per la maggior parte di noi non è stato così e non sarà così.

Infine, e mi ricollego a quanto afferma Rousseau ed anche al tuo commento, “per iniziare a istruirsi è fondamentale iniziare a vivere”, e mi permetto di aggiungere che è necessario vivere con onestà e con una grande dose di tenacia. Quest’ultima è indispensabile per chi cerca oggi lavoro, non bisogna mai abbattersi, bensì bisogna insistere, perseverare, far leva sulla cultura, leggere almeno un romanzo al mese, viaggiare e lavorare all’estero. La seconda, vista l’epoca che ci è toccato vivere è necessaria se vogliamo lasciare un mondo migliore ai nostri figli.

Permettimi di concludere con una frase di Nelson Mandela: “Un vincitore è semplicemente un sognatore che non si è arreso”.

Antonio Mirko Dimartino

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Mario De Rosa, tra poesia e cultura moderna

Solo e pensoso i più deserti campi
vo mesurando a passi tardi e lenti,
e gli occhi porto per fuggire intenti
ove vestigio uman la rena stampi.

É grazie a questi versi che possiamo immaginare come sono fatti i poeti. Questo sonetto, presente nel Canzoniere, è uno dei più profondi di Francesco Petrarca. Egli mette a nudo se stesso nella veste di poeta che si aggira per luoghi deserti in preda al suo tormento sempre vivo. Oggi, però, questa disperazione del poeta vive in arene nuove, quelle tecnologiche. Si sviluppa sempre più la passione di scrivere poesie utilizzando anche i social network e non solo la tradizionale carta. Di questa passione poetica, ne abbiamo parlato con un prodigioso poeta calabrese simbolo di un animo profondo che si nutre di versi e vive di emozioni, Mario De Rosa.

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Mario, quando nasce la tua passione per la poesia?

La poesia è stata sempre presente in me, solo che non me ne rendevo conto. Più i sentimenti scottavano, più mi schernivo nell’esternarli. Ho sempre amato la poesia e la letteratura, ma solo abbastanza tardi, nel 2006, la sotterranea acqua è affiorata. Ora è fiume, che a volte tracima e invade la pianura.

Nei tuoi versi ti ispiri a qualche poeta in particolare? Quali sono i tuoi modelli?

Tanti poeti, nel corso degli anni, mi hanno arricchito dei loro versi. Ritengo ognuno di loro indispensabile alla mia formazione, dai classici ai “postmoderni”. Amo molto Mario Luzi, genio non ancora del tutto studiato. Ritengo magnifici Dino Campana e Alda Merini, Milo De Angelis e diversi, non ancora conosciuti dal grande pubblico.

Alcuni anni fa, nel 2006, hai vinto il prestigioso concorso internazionale di Anguillara Sabazia. Lo consideri il punto di partenza della tua carriera di poeta?

La mia prima emozione internazionale, con il “prestigioso premio selezione”, che ha tenuto a battesimo, poeti interessanti. La mia vera carriera, però, inizia con il primo posto assoluto, al Premio di Poesia “Jacques Prèvert” del Club degli autori. Da lì, tante altre vittorie ho colto.

Sei da sempre attivo nelle moderne arene tecnologiche come facebook. Ci credi davvero? Possono favorire il messaggio poetico?

Purtroppo la carta stampata, non va alla ricerca di “voci nuove”, ma segue il solito sistema all’italiana, degli amici compari. Almeno Facebook e altri social network, permettono a tutti, forse anche troppo, di esprimersi. Per chi non si piega al “baronaggio letterario”, ci vuole oltre al “genio”, anche tanta fortuna. Di solito, però, i poeti non ne hanno.

Chi ti conosce sa che sei molto legato alla tua terra, la meravigliosa Morano Calabro, nella quale organizzi ogni anno un premio internazionale di poesia. Cosa consigli ai giovani poeti emergenti che ne prenderanno parte?

In realtà le difficoltà non mancano, ma un premio si organizza per la gente, per chi ama la poesia e la cultura in generale. Ai giovani poeti emergenti consiglio di buttarsi nella mischia solo se si è motivati, e si ha qualcosa da dire. Importante è la voglia di migliorarsi, nel ricercare nuovi ed originali orizzonti poetici.

Antonio Mirko Dimartino

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Lavoro: mobilità interna e territoriale

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 215) il 28 febbraio 2015.

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L’azienda crede nel neolaureato come potenziale manager del domani

Persone che vogliano esprimere le proprie capacità, di questo ha bisogno il mercato del lavoro. Brillanti neolaureati con spiccate capacità relazionali, magari dinamici e flessibili, ovviamente predisposti al lavoro di squadra. É quanto emerge dai sondaggi relativi all’accesso diretto alle selezioni per le assunzioni, messi in campo dalle varie società insieme a svariati progetti formativi. Anche in un periodo di elevata disoccupazione, sintomo di quella crisi che ci portiamo dietro dal 2008, si continua a parlare di alcuni requisiti di base per poter lavorare. Stiamo parlando della proattività, della passione, dell’energia e della voglia di mettersi in gioco. Si punta a questi come dei “criteri essenziali” per poter sviluppare il talento di un potenziale giovane assunto. E cosa si promette in cambio di tanta dedizione? Facile, esperienze lavorative trasversali e l’assunzione di posizioni lavorative sempre più importanti.

Le aziende che hanno una profonda conoscenza del mercato del lavoro e degli scenari economici internazionali, si dirigono verso la realizzazione – nel loro interno – di un ambiente dinamico nel quale il neoassunto possa esprimersi e realizzarsi. Così, con non pochi sacrifici economici, le varie aziende mirano a garantire alle varie persone un costante supporto per il loro sviluppo professionale attraverso un percorso formativo continuo, che possa accrescere competenze e conoscenze. Proprio per questo motivo, si punta molto ad incoraggiare le inclinazioni naturali del lavoratore, cercando di coltivare anche le potenzialità inespresse. Tutto questo ha un costo, ma soprattutto un obiettivo. L’idea è quella di ritrovarsi con dei futuri lavoratori pronti ad utilizzare tutte le proprie capacità e le numerose giovani energie, per un lavoro che sia sviluppato sui canoni di una estrema mobilità interna all’azienda stessa, nonché di una necessaria mobilità territoriale.

Tutto questo è legittimo per le imprese di un mondo globalizzato, che cercano di costruire un presente e un futuro coerenti con le aspettative di tutti gli stakeholders. Il problema è che questo tipo di impostazione fa presa sui giovani ambiziosi, ai quali vengono promesse vertiginose scalate e la tanto desiderata possibilità di assumere velocemente ruoli di responsabilità. Spesso, questi ruoli, sono inesistenti e riportano solo quel classico nome in lingua inglese, sicuramente molto fashion, ma decisamente poco costruttivo per il loro futuro. E come accade da diversi anni ormai, la difficoltà, in una situazione del genere, non è mai nella parole utilizzate bensì nella sostanza.

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Sembra lecito chiedersi, attraverso la facoltà del pensiero, che senso abbia tutto questo. Sia ben chiaro, l’idea di sviluppare un lavoratore pronto alla mobilità interna ed a quella territoriale, non è per nulla sbagliata, anzi è necessaria per combattere la crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo. Il problema è la logica di corto respiro, che illude i giovani e rallenta il processo di realizzazione aziendale. Non ci sono più le condizioni politiche ed economiche dei fortunati anni ottanta, ragion per cui è necessaria una presa di responsabilità, anche quando si assume il giovane laureato.

Tra le altre cose questo processo è identico sia per le assunzioni che per il semplice stage. Quest’ultimo, finalizzato all’apprendimento on the job, è un’esperienza altamente formativa che permette ai neolaureati di entrare in contatto con le varie realtà aziendali gestendo direttamente alcuni progetti in affiancamento con i classici tutor aziendali. Questo iter permette alle imprese, infatti, di monitorare i giovani in cerca di occupazione con un determinato processo di valutazione. É chiaro che non è sicuramente semplice comprendere quanto gli stessi possano essere orientati alla eventuale futura mobilità interna, per non parlare della più complessa mobilità territoriale. Quello che ci chiediamo, però, è se sia giusto un identico processo di selezione sia per gli stage che per l’assunzione. Non è forse uno degli errori di reclutamento più diffusi? É chiaro che la verità certa e assoluta non sia – essenzialmente – di questo mondo, ma è sicuramente possibile un’attenta analisi dei pensieri. La stessa, infatti, dovrebbe portare le aziende a fare differenza tra semplici assunzioni e stage, evitando altresì di far credere ai vari candidati speranzosi che sono già in lista per divenire i futuri manager proprio di quell’impresa.

I giovani che sono a contatto con la disperata realtà economico-finanziaria, che hanno studiato realmente i testi universitari e hanno imparato a “stare al mondo” lavorando nei call-center, sanno perfettamente che questo modello di comunicazione – targato anni ottanta – non funziona più. L’inserimento nel mondo lavorativo, infatti, è molto complesso. Proviamo a non illudere questi ragazzi, perché tale inserimento deve essere accompagnato da un grande impegno e da un processo graduale di conoscenza dell’azienda. Cerchiamo di non impostare colloqui e stage sull’idea che dal giorno dopo questi ragazzi dovranno “gestire” qualcosa o qualcuno, ma proviamo a fare emergere invece le loro capacità tecnico-applicative o, ancor meglio, quel “senso pratico” che aiuta nella vita in generale e non solo in quella lavorativa.

Antonio Dimartino

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L’importanza della consulenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 215) il 28 febbraio 2015.

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La chiave per un’innovativa gestione aziendale

Con il termine “Consulenza” si intende una prestazione professionale da parte di un professionista il cui compito è quello di consigliare e assistere, mediante informazioni e pareri, il committente, nello svolgimento e risoluzione di situazioni richieste, portando e aggiungendo quei fattori di sua esperienza, conoscenza e professionalità alla realtà aziendale. Tale figura nasce nei primi anni del ‘900 quando, per raggiungere risultati più immediati, avere una maggior efficienza e risoluzione, pareri diversi ed innovativi, si ricorreva alle figure di staff: organo di supporto, questo è il suo significato ed il cui compito era proprio quello di dare un aiuto, un supporto, alla struttura aziendale dall’esterno.

Nell’attuale contesto di mercato sempre più competitivo e allo stesso tempo stressato dalla crisi economica, le imprese si affidano a consulenti esperti quando devono fare scelte strategiche, operative e organizzative, cruciali per la loro sopravvivenza e la loro crescita.

Tempi incerti, difficoltà nel reperire informazioni, pressione per il raggiungimento dei risultati attesi, sono alcuni dei motivi che spingono le aziende, in particolare quelle di grandi dimensioni, ad affidarsi all’esperienza specifica delle società di consulenza.

Le aziende devono saper reagire tempestivamente ai mutamenti, gestire la corsa all’innovazione tecnologica, focalizzarsi sulla riduzione del time-to-market e farlo in un’ottica di contenimento o, sempre più, di abbattimento dei costi di gestione, senza che ciò vada a discapito dell’efficienza e dell’organizzazione. La consulenza “su misura” diventa, dunque, una insostituibile forma di collaborazione per i manager i quali devono prender decisioni che hanno un impatto rilevante sull’organizzazione e sulle persone che gestiscono. Internazionalizzazione, innovazione, razionalizzazione dei costi, ricambio generazionale o anche pianificazione finanziaria e fiscale, implementazione del sistema di controllo o, ancora, apertura aziendale a una prospettiva globale, sono le sfide che i manager possono affrontare meglio affidandosi a consulenti dotati di dinamismo, competenza, impegno e professionalità. Sfruttando, così,  la grande esperienza accumulata sul campo del business consulting, le imprese che si affidano alla consulenza strategica possono raggiungere performance di eccellenza, generando valore per tutta la realtà aziendale.

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Allora ci domandiamo: “Perché le aziende hanno bisogno di un consulente aziendale?”.

La differenza, in primis,  tra il profilo di un manager di successo e un consulente di successo, spesso non ha un gap rilevante. In questo nuovo scenario ad un consulente viene chiesto di portare un’esperienza di settore, per esempio, come nei comparti delle telecomunicazioni, della grande distribuzione e di avere una forte specializzazione di settore. Non è più tempo di ‘tuttologi’ come si era, nel nostro paese, negli anni ’60. Oggi, è fondamentale una conoscenza sempre di più specifica, e di settore. Si richiedono, per cui,  competenze ed esperienza sempre più specializzate. Spesso, infatti, i manager delle aziende non hanno le necessarie conoscenze delle variabili critiche dei singoli settori ed hanno competenze più generali. Qui ci sono i nuovi spazi per il consulente d’azienda. Secondo importante aspetto è che un consulente esterno, porta tutta una serie di vantaggi quali: costi meno elevati; risparmio di  tempo da dedicare ad attività primarie delegando le altre; avere una visione esterna del vissuto aziendale, della sua cultura e modus operandi riuscendo, così, ad inquadrare subito il problema da risolvere; maggiore professionalità e costante aggiornamento; sfruttare una filiera di aziende e partner di prim’ordine selezionate nel tempo e che, lo stesso,  condivide con il cliente come valore aggiunto; maggiore libertà dai condizionamenti aziendali e dai rapporti di potere interno; riesce più facilmente ad indurre il cambiamento.

Guardiamo, dunque, con occhi diversi. Guardiamo al futuro, all’innovazione e al cambiamento. Cerchiamo di trovar le figure di staff giuste che ci permettano di far la differenza, perché nel mercato moderno è ciò che conta di più. Anche in questo modo possiamo diventare dei veri ‘imprenditivi‘, ossia degli imprenditori di noi stessi e delle nostre competenze e professionalità.

Claudia Siniscalchi

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La Magia dell’Anello, tra film e libri

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 215) il 28 febbraio 2015.

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Dopo “Il Signore degli Anelli” e “Lo Hobbit”, si guarda a “Il Silmarillion

John Ronald Reuel Tolkien, o J.R.R.T., è stato un famosissimo scrittore inglese del secolo scorso, ma è inutile negare che le sue opere hanno raggiunto una celebrità mai riscontrata prima grazie alla trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli del regista neozelandese Peter Jackson, uscita tra il 2001 e il 2003. Il successo della trilogia è stato inarrestabile e ha fatto conoscere le opere di Tolkien a tantissime persone, molte delle quali sono diventate dei fan sfegatati. Un decennio dopo, Jackson ci ha riprovato con la trilogia de Lo Hobbit, liberamente ispirata all’omonimo libro scritto da Tolkien prima del secondo conflitto mondiale e pensato per un pubblico di bambini. La seconda trilogia cinematografica è stata oggetto delle critiche più disparate, molte delle quali sono condivisibili, ma ai più forse sfugge che Lo Hobbit è stato scritto e pubblicato prima de Il Signore degli Anelli, quando le idee di Tolkien per il suo mondo fantastico non erano ancora mature: è ovvio che un film basato su Lo Hobbit deve necessariamente rifarsi allo stile del suo successore, prendendo le distanze dalla narrativa per bambini.

Polemiche sulla nuova trilogia a parte, cosa accadrà in futuro? Finita la trilogia de Lo Hobbit, i fan iniziano a sperare in uno o più film basati su Il Silmarillion, la “Bibbia” dell’universo di Tolkien, un libro che tratta episodi che precedono di migliaia e migliaia di anni le vicende di Bilbo e Frodo Baggins. I racconti presenti ne Il Silmarillion, che descrivono scontri epici e battaglie epocali, hanno stuzzicato la fantasia di innumerevoli fan che hanno deciso di pubblicare le bozze – ovviamente non ufficiali – di ipotetiche locandine di film basati sul Silmarillion. Il potenziale del testo non è sconosciuto a chi lo ha letto, ma almeno per ora l’ipotesi di veder coronato questo sogno deve essere messa da parte: Peter Jackson ha deciso di prendere una pausa di durata non meglio definita dai film basati sul mondo di Tolkien, e come se ciò non bastasse ci sono anche dei problemi di copyright di difficile risoluzione, oltre che alcuni problemi un po’ più “personali” che riguardano la famiglia del defunto professore. La Warner Bros. non ha i diritti per poter far girare un film basato sul Silmarillion, e come se ciò non bastasse gli eredi di J.R.R. Tolkien, in particolare il figlio Christopher che ha personalmente curato la pubblicazione delle opere postume di suo padre, non hanno apprezzato le versioni cinematografiche. Il motivo, o meglio, i motivi? Storie denaturalizzate, bilancia che tende troppo verso le scene di violenza e di azione, tematiche cardine messe in secondo piano e tanto, tanto marketing.

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Lo scontro tra la nave volante Vingilot e il più potente servo di Morgoth, il drago volante Ancalagon il Nero. Questo episodio, tratto da Il Silmarillion, è solo uno dei tanti momenti epici che i fan vorrebbero vedere in forma cinematografica.

Le correnti di pensiero si dividono tra chi condivide queste critiche, bacchettando Jackson per ciò che avrebbe fatto alle storie del “professore”, e chi le respinge, evidenziando che una reinterpretazione in chiave moderna è necessaria per rendere i film appetibili al pubblico del nuovo millennio. In effetti, lo stile letterario di Tolkien è molto poetico e descrittivo, e si rifà alle tradizioni dell’Europa del nord: chi legge Tolkien sa che può aspettarsi descrizioni accurate e dettagliate di paesaggi, sentimenti, discorsi e linee di sangue, ma ben poco quando si tratta dei dettagli di scontri armati e battaglie. E noi, che viviamo nell’era dei film d’azione e degli effetti speciali, abbiamo dei gusti che i registi devono saper intercettare sapientemente; ecco “giustificate”, pertanto, le scelte di Jackson che sono ormai diventate l’oggetto di tantissime discussioni su internet. Questi dibattiti, tuttavia, non devono distogliere l’attenzione da quello che è il miglior modo per apprezzare il professore inglese e ciò che ci ha tramandato: leggere i suoi capolavori ed immergersi nel suo mondo fantastico. E i fan italiani che hanno un po’ di tempo libero a disposizione, dal 24 gennaio al 22 marzo a Milano, presso il WOW Spazio Fumetto, potranno visitare l’interessantissima mostra La Magia dell’Anello.

Francesco D’Amico
Membro Nosse CalabriaGruppo Eldalië

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Arte e cultura. Conclusa la mostra personale di Giuseppe Galati

La pittura come mezzo di riscatto dalle discriminazioni sociali

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Nell’ambito delle manifestazioni fortemente volute dall’Accademia dei Bronzi e dalle Edizioni Ursini, grande emozione e successo ha riscosso – nei giorni scorsi – la mostra personale di Giuseppe Galati, ospitata nei prestigiosi locali del Circolo Unione di Catanzaro.

“Una mostra – ha detto il presidente dell’associazione culturale catanzarese – che rientra nel nostro programma culturale per il 2015, iniziato con la presentazione di un libro su Hannah Arendt di Caterina Tagliani e proseguito con una mostra di pittura di Antonella Oriolo. Tale programma si arricchisce con la mostra di Giuseppe Galati, per il quale abbiamo ritenuto necessario organizzare questa iniziativa, avendolo conosciuto in occasione del nostro Calendario di Arte, che viene distribuito gratuitamente in tutte le scuole che ne fanno annualmente richiesta. Come molti sanno – ha aggiunto il medesimo presidente – l’Accademia dei Bronzi e le Ursini Edizioni sono presenti in Calabria da 35 anni con iniziative del tutto gratuite, che si portano avanti con modesti contributi di privati che ci sostengono quotidianamente nelle nostre attività culturali”.

“Una persona perbene, seria e puntuale”, così il Maestro Giuseppe Galati ha definito il presidente Ursini, ringraziandolo per l’offerta ricevuta di realizzare insieme questa mostra nel comprensorio catanzarese. “Una mostra – ha spiegato il maestro Galati – rappresentata da opere che abbracciano un decennio circa della mia attività, con delle tematiche diverse che tratto frequentemente e che seguono tre temi fondamentali. Il lavoro è uno di questi, messo in luce con gli uliveti e tutto ciò che comporta il lavoro per gli stessi. Abbiamo poi i temi che hanno un valore storico-memoriale come per esempio la donna che cuce o la donna che inserta – ovvero realizza una corona – dei classici peperoni. Infine troviamo i paesaggi con le nature morte che sovente mi ritrovo a celebrare con la pittura, spesso simbolo delle zone dove io vivo, nelle quali il paesaggio e queste manifestazioni di lavoro sono ancora vive”.

Nato ad Acquaro, paese delle preserre della provincia di Vibo Valentia, Giuseppe Galati è un pittore con una affermata e riconosciuta attività artistica alle spalle. Incuriosito dalla sua passione per il disegno e per i colori, frequenta il Liceo Artistico di Reggio Calabria diventando, fin da subito, uno degli allievi migliori. Dedito all’insegnamento, non trascura la partecipazione a diversi concorsi e mostre, ottenendo numerosi riconoscimenti. In questa cornice di successi riceve il premio “Arte oggi”, consegnato direttamente dal dottor Rechichi. Gli anni settanta segnano la comunanza tra la sua passione per la pittura e quella per la politica. Giuseppe Galati, infatti, diventa ben presto il sindaco del suo paese e il presidente della Comunità Montana “Alto Mesima”.

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La sua pittura nasce dai contenuti della realtà, dal mondo degli uomini e delle cose, dalle sensazioni che ne scaturiscono e che egli ricrea con un processo di trasfigurazione lirico-espressivo in cui segno e colore s’impongono su un tessuto compositivo dal quale le forme emergono in tutta la loro consistenza per trasmettere, ora il tormento e l’inquietudine che attraversano la nostra vita nevrotica, ora la nostalgia e la mestizia struggente della memoria. L’artista è attratto dai temi sociali e dalla natura aspra e selvaggia che lo circonda e con la quale dialoga in solitudine alla ricerca di emozioni e sensazioni che poi traduce in una pittura a volte tormentata e a volte venata da una sorta di contemplazione poetica. Le sue opere emanano un fascino attrattivo spesso permeato da una sottile inquietudine che rimanda a una realtà percepita con forte passione ed espressa con il pulsare di un sottile pathos.

Particolarmente apprezzata è stata l’opera “Madre in fuga”, più volte ammirata e fotografata dai numerosi visitatori presenti alla mostra. “Un’opera dai tratti caldi e forti – così ha definito il presidente Ursini questa creazione – che accompagnano i passi di una madre mentre fugge dalla guerra portando con sé i suoi figli nella speranza di trovare altrove un futuro migliore. È una madre zingara che esce dal ghetto, dal mondo degli ultimi e che si avvia verso la cosiddetta società evoluta. Un lembo di azzurro alle sue spalle suggerisce che non tutto ancora è perduto e che al buio della disperazione può seguire un’atmosfera più accettabile, più dialogante o, meglio, un barlume di speranza per approdare in un modo diverso e migliore”.

Antonio Dimartino

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Come essere… “imprenditivi”?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 214) il 24 gennaio 2015.

Lametino214_CS01 Le leggi del mercato cambiano di continuo, come stare al passo coi tempi?

La crisi economica che sta coinvolgendo quasi tutti i settori, mette in pericolo la sopravvivenza di molte imprese. Tutti si chiedono quando e come si uscirà da questa tempesta ma nessuno è in grado di fare una previsione affidabile. Tra le professioni che meglio di altre stanno uscendo dai cambiamenti strutturali che sono in atto nel sistema produttivo italiano, spiccano quelle attive nell’efficienza della gestione aziendale, nel controllo di qualità e nello sviluppo di nuovi mercati, o, ancora, professioni di progettazione e sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Per molte imprese questo è un periodo di grandi preoccupazioni e difficile da gestire perché da un lato, il calo delle vendite impone di intervenire, nel più breve tempo possibile, per abbattere i costi e render più snella e più efficiente l’organizzazione; dall’altro, è necessario investire tempo e denaro per studiare i cambiamenti in atto al fine di individuare rapidamente le strategie da adottare per dare un futuro proficuo all’azienda. Per uscire dalla crisi occorre agire contemporaneamente in entrambe le direzioni, con grande lucidità e determinazione, senza lasciarsi prendere dal panico. Si può crescere in un mercato in crisi? Sì! Siamo nell’era della comunicazione, del networking e dei social network. Se non si è abili ad adattarsi a questi strumenti difficilmente riusciremo a fare la differenza. Sappiamo che Internet ha rivoluzionato completamente il modo di comunicare degli esseri umani, eliminando i limiti spazio-temporali e arrivando a diventare negli anni, il più grande luogo di conversazioni al mondo. Il web non è, come credono alcuni, un canale o un media: è un luogo in cui abbondano discussioni sui temi più diversi, su prodotti, marche, aziende. Nasce così, una nuova forma di business che vede le aziende cercare un contatto diretto con gli utenti attraverso canali pubblicitari (e non solo). Questo avviene perché oggi, sono le persone i “cittadini della Rete” a produrre contenuti, dal basso, e le aziende devono adattarsi a questo nuovo modo di comunicare. Il marketing sul web è oggi molto ascoltato e un’azienda deve esser pronta a produrre contenuti su se stessa in modo rapido e flessibile, a renderli fruibili, aperti, a chiedere un feedback. Deve esser pronta a modificarli o a lasciarli modificare, a farli viaggiare su Internet. Soprattutto, deve esser propensa a gestire le relazioni con i soggetti interessati. Grazie ai social media e agli strumenti di social networking tutto questo è possibile. Oggi non si discute quasi più nelle piazze di paese, si discute nelle nuove piazze virtuali. Nei blog, forum, social network, diverse tipologie di siti e portali web che hanno in comune un’unica cosa: la possibilità di discutere e scambiarsi opinioni in piena libertà. Tutto questo nell’ottica di esporre un ventaglio di opportunità che possono dare spunti e suggerimenti a chi sta pensando di aprire un’attività o è in fase di startup. Sappiamo che non è semplice creare da zero un’attività, sostenere i costi di avvio e pianificare le tappe da percorrereImpegno, creatività, costanza e innovazione possono fare la differenza purché si mantenga quell’apertura mentale e quella fantasia tanto utili alla crescita. In tempi dove il mercato è inflazionato, concorrenziale, saturo e dove è difficile emergere dando per scontate molte cose: scopri delle strategie, un modus operandi nuovo che ti permette di render più accattivante il tuo brand, di far crescere il tuo business e soprattutto, scegli di far la differenza! Imprenditivo Prova a guardare dove gli altri non guardano, ragiona fuori dagli schemi, cerca nuovi mercati e nuove soluzioni, sii folle e creativo, mettiti alla prova. Scegli di esplorare nuovi territori. Sii Imprenditivo di te stesso: investi in modo propositivo e con spirito d’iniziativa al fine di raggiungere i tuoi obiettivi; adattati alle diverse situazioni; cavalca l’onda del successo e delle difficoltà trovando sempre nuove soluzioni, guarda al futuro e all’innovazione al fine di emergere e far la differenza.

Claudia Siniscalchi

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Esiste ancora la carriera?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 214) il 24 gennaio 2015.

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Dal modello dell’alpinista a quello del surfista: implicazioni socio-psicologiche

La carriera è stata per molti anni il simbolo della condotta lavorativa di milioni di italiani. Si tratta di un modello che ha rappresentato il sogno di una vita diversa per le categorie sociali più deboli, ma anche l’espressione del desiderio di una maggiore giustizia sociale. Eppure, per questa gioventù che si affaccia alla vita, non è un concetto semplice da comprendere. Se i nostri padri, infatti, hanno ben chiara nelle loro menti l’idea dello “scatto”, i giovani – in contropartita – non riescono neanche a trovare un lavoro stabile. Facciamo allora qualche passo indietro e cerchiamo di comprendere che il termine carriera, che deriva dal latino carraria e rimanda alla via sulla quale circolavano i carri, descrive la strada che un lavoratore percorre in una prospettiva dove si valuta il successo in base al salario, alle promozioni e alla posizione che si occupa nell’organigramma aziendale.

Questa concezione di carriera è mutata nel tempo? Decisamente sì. Partiamo dal periodo post-bellico, per intenderci quello del miracolo economico, quando i giovani del tempo entrarono in massa nei contesti lavorativi. La situazione occupazionale era abbastanza certa e mediamente stabile grazie ai “contratti indeterminati”, ragion per cui il lavoratore si dedicava alla verticalità. Stiamo parlando di un approccio tradizionale, nel quale il lavoratore poteva pianificare il proprio percorso professionale, valutando vantaggi e avanzamenti futuri. Successivamente, in uno scenario caratterizzato dalla flessibilità nei rapporti di lavoro – più vicino ai giorni nostri – le cose sono molto cambiate: da una carriera di tipo europea siamo passati ad una carriera di tipo anglosassone. Nel primo caso stiamo parlando di una carriera legata alla verticalità, alla scalata, tanto da immaginare il lavoratore come una specie di alpinista. In pratica il lavoratore opera in un’azienda piramidale, nella quale deve appunto arrampicarsi per scalare la piramide, cercando di crescere professionalmente all’interno dell’organizzazione. L’immagine che abbiamo è legata al famoso “scatto”, ben rappresentato nei film fantozziani, dove il carattere lavorativo è quello della specializzazione e della parcellizzazione dei compiti. Con il tempo, però, si sono ridotte le posizioni di responsabilità – spesso ricoperte per anzianità di servizio – con una netta diminuzione delle linee gerarchiche. In buona sostanza spariscono le aziende verticali con molti livelli gerarchici e, di conseguenza, la possibilità di far carriera.

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La mitica carriera fantozziana.

Il passaggio dalla carriera verticale a quella trasversale è così rappresentato dalla già citata carriera anglosassone o degli USA, quella che potremmo anche definire del surfista. Siamo in una situazione nella quale non abbiamo più un lavoratore che opera in una sola azienda, ma – spesso e volentieri – lo stesso si sposta da un’organizzazione ad un’altra. In questo caso la professionalità è data proprio dal fatto di aver ricoperto nel tempo più posizioni, dall’aver interagito in più organizzazioni aziendali e dall’aver vissuto molteplici e differenziate esperienze. Con la carriera americana o anglosassone, che dir si voglia, nasce anche un problema di tipo culturale, in quanto viene richiesto agli individui di cambiare i rapporti con la verticalità e l’organizzazione. In una carriera che non si sviluppa più per livelli bensì per professionalità, infatti, il lavoratore si ritrova ad avere delle grosse difficoltà di tipo psicologico-culturale nell’accettare una situazione completamente nuova. L’impresa per la quale lavora è ormai inserita in un sistema dinamico, ma il concetto di carriera e di professionalità è – per l’individuo – molto personale. In pratica le trasformazioni che hanno investito l’attuale mercato del lavoro hanno anche prodotto implicazioni socio-psicologiche rilevanti, che si estrinsecano in un problema tra l’identità individuale e l’identità lavorativa. Le stesse, infatti, coincidevano nel vecchio mercato del lavoro. Oggi non più.

L’obiettivo da perseguire per i prossimi anni sarà quello di esaminare i cosiddetti “lavoratori flessibili”, tenendo presente l’evoluzione dei percorsi di carriera nei quali sono inseriti e rivoluzionando la prospettiva d’indagine. Cosa si vuole intendere? Molto semplice, solo che è necessario abbandonare una visione pessimistica del lavoro flessibile, cercando di non pensare solo alla precarietà bensì alla possibilità di imparare ad esprimersi in un modo alternativo e in diverse situazioni lavorative. Implementare competenze e capacità è sicuramente possibile, ma solo con la collaborazione delle imprese. La forza lavoro, infatti, è rappresentata da un melting pot di competenze, culture e bisogni. In questa prospettiva le risposte delle persone sono fondamentali, visto che molti dei risultati di tipo quantitativo e qualitativo dipendono proprio dalle capacità, dagli interessi e dalle intenzioni degli esseri umani. Le aziende che riescono a rimanere sul mercato, investono sulle persone indipendentemente dalla “forma contrattuale” in vigore. Riflettiamoci.

Antonio Dimartino

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Dove sbaglia il meridionalismo neoborbonico?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 214) il 24 gennaio 2015. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

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Il riscatto del Sud è possibile, ma è necessaria un po’ di sana autocritica

Il divario Nord-Sud è un onnipresente argomento del giorno nel nostro paese. L’Italia si è lasciata alle spalle il razzismo interno più estremo, ma continua a confrontarsi con profonde spaccature sociali ed economiche. Negli ultimi anni, grazie anche all’operato di scrittori del calibro di Pino Aprile, abbiamo assistito alla nascita di un dibattito molto acceso sul revisionismo storico, che ha fatto risorgere l’orgoglio “duosiciliano” di chi non vuole più che il Regno Delle Due Sicilie sia descritto come arretrato e sottosviluppato di fronte agli altri regni preunitari. Ad accompagnare questo revisionismo inarrestabile, parole durissime nei confronti dei personaggi chiave dell’Unità d’Italia come Giuseppe Garibaldi, che passa da “eroe dei due mondi” a “massacratore di innocenti”.

Bisogna precisare, tuttavia, che alcune argomentazioni a favore della tesi che vede le Due Sicilie molto più avanzate di quanto “vogliono farci credere”, nascondono errori di ragionamento e tendono pertanto ad essere fallaci sia nel modo in cui sono articolate sia nel loro contenuto. Ecco due esempi: il primo è il primato dei Borbone nella costruzione della prima linea ferroviaria italiana, la Napoli-Portici del 1839 che copriva una distanza di 7.25km, mentre il secondo riguarda la superiorità igienica dei meridionali nei confronti delle popolazioni del Nord che si riassume con l’aneddoto dei soldati piemontesi che, arrivati alla Reggia di Caserta, trovarono oggetti a “a forma di chitarra” a loro praticamente sconosciuti, dei bidet. Sembrano entrambe delle argomentazioni molto convincenti, peccato però che alla vigilia dell’Unità le reti ferroviarie settentrionali fossero molto più fitte e lunghe di quelle meridionali, e peccato per i napoletani che pur avendo dei sovrani che ci tenevano all’igiene, vivevano in condizioni scandalose. Essere i primi a fare qualcosa, o avere qualche sporadica eccellenza, è poca cosa se poi, nel complesso, il sistema è malato. Altrettanto fallaci sono le vere e proprie battaglie che nascono sui social network e che vedono come protagonisti dei neoborbonici estremisti che difendono alcuni atti di criminalità che interessano le proprie terre facendo presente che anche su al Nord accadono le stesse cose (le frasi tipo sono “anche a Milano succede che…” e “Napoli? No, Milano!”). Queste affermazioni sono anch’esse molto fallaci, perché dire che qualcun altro ha dei problemi non rende i nostri meno gravi o meno importanti, e non li giustifica (fallacia logica del tu quoque).

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Le reti ferroviarie in Italia a paese unito, nel 1861. Si può notare che, nonostante la prima rete ferroviaria sia stata la Napoli-Portici tanto osannata dai meridionalisti, a questo primato non è seguito un piano di sviluppo concreto ed esteso a tutto il Regno delle Due Sicilie.

Quanto è stato scritto fino ad ora probabilmente ha irritato, e non poco, più di un meridionalista neobornico. Sia chiaro, qui non si vuole denigrare il Regno delle Due Sicilie in toto e, anzi, si riconosce che molte obiezioni dei “duosiciliani moderni” sono più che legittime (basti pensare a quanto è accaduto al Polo industriale di Mongiana). Tuttavia, si vuole far presente che, probabilmente, i veri problemi delle nostre terre non sono stati originati dalle politiche italiane postunitarie che avrebbero eclissato le eccellenze borboniche, ma da qualcosa di più atavico e radicato in noi: la mentalità non particolarmente propensa al progresso dei meridionali. Di cosa si tratta? Arriviamoci partendo dai presupposti sociali, politici ed economici della questione.

Piercamillo Falasca dell’Istituto Bruno Leoni ha trattato le luci e le ombre dell’Unità d’Italia analizzando la situazione nel suo complesso e difendendo l’Unità dai continui attacchi dei neoborbonici. Dal suo libro “Terroni 2.0 – Cambiare il Sud vivendo altrove“:

Nella vicenda di Civitella c’è, a spanne e grandi linee, un formidabile sunto di quel che fu il Risorgimento. Una pagina ingarbugliata della storia nazionale, in cui vincitori e vinti si confondono, ragione e torto si mescolano. Le tesi meridional-complottiste (che negli ultimi tempi hanno ritrovato smalto, anche grazie ad un fortunato saggio di Pino Aprile) servono solo a imbonire o ad infuocare i gonzi, facendo da pessimo contraltare a quel becero leghismo pseudopadano con le corna vichinghe.

[…]

Le modalità dell’annessione del Mezzogiorno al regno sabaudo non segnarono un momento fulgido nella storia nazionale, ma il loro prodotto – l’Italia unita – non fu peggiore, e forse fu migliore, di ciò che c’era prima.

Come ogni fenomeno complesso, anche l’Unità ebbe le sue ombre. Essa arrivò troppo tardi, quando lo Stato nazione come organizzazione politica e sociale aveva già sortito in Europa i suoi maggiori benefici e si apprestava a far esplodere il <> del suo lato deteriore, il nazionalismo come condotta politica delle dinamiche interne e nei rapporti internazionali. […] Gli italiani non vivevano bene sotto quei governi autoritari e anacronistici che guidavano gli Stati preunitari, primi fra tutti lo Stato Pontificio e il Regno delle Due Sicilie. Per i siciliani re Ferdinando II di Borbone era ‘u ‘nfamuni, l’infamone. Il brigantaggio non nacque con l’arrivo dei piemontesi, esisteva endemicamente da secoli […]. I primi decenni del nuovo Stato infusero una buona dose di laicità nella società e nelle istituzioni.

Insomma, le luci del Risorgimento superano le ombre. Unita, l’Italia seguì finalmente il sentiero della crescita economica e civile dell’Europa, affrancandosi dal torpore post-rinascimentale. La scolarizzazione, la creazione di un mercato unico nazionale, le infrastrutture, la partecipazione politica, la secolarizzazione dei consumi: l’Unità non <<creò>> l’Italia (che per fortuna esisteva già), ma le consentì gradualmente di modernizzarsi.

[…]

Il Nord ha subito un inaccettabile drenaggio di risorse per sostenere il Sud, e il Mezzogiorno ha finito per restare strozzato da un impianto normativo e istituzionale non adeguato a una società ancora molto arretrata.

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Chi sa individuare i veri problemi del Sud e si attiva per poterli risolvere? Immagine di 9GAG.com.

Vogliamo fare qualche esempio pratico di difetti del Sud non imputabili al Nord o all’Unità d’Italia? Basti pensare ad argomenti un po’ “caldi” della società moderna, come l’innovazione, il senso civico e l’omofobia. In ambiti come questi, il Meridione d’Italia risente dell’eco di una mentalità feudataria tramandata dai Borbone, noti per le loro sporadiche eccellenze ma colpevoli di aver mantenuto un sistema del quale noi “sudisti” continuiamo a pagare il prezzo, un sistema medievale in cui non è possibile emergere, in cui il diverso è soggetto a ripetute discriminazioni, in cui un’innovazione tarda ad affermarsi proprio perché si è ancorati nel vecchio, nell’obsoleto, in tutto ciò che è sempre stato e che tale dovrà rimanere, eccetera eccetera. E’ colpa del Regno Sabaudo se nel Sud Italia si ragiona ancora così 150 anni dopo l’Unità? E’ colpa dell’Unità se un omosessuale al Sud riesce a malapena a vivere, o se un furbetto del cartellino riesce a farla franca fino a quando non viene scoperto dalle telecamere, e dunque incastrato?

Appellarsi ai presunti lussi del passato neoborbonico serve a poco o nulla se proprio i Borbone, con il loro regno feudatario, hanno tramandato fino a noi una mentalità che premia il clientelismo e l’assistenzialismo, esaspera i culti religiosi e le strutture sociali a base familiare, annulla l’imprenditorialità e contribuisce alla diffusione dei pregiudizi e della diffidenza (anche nei confronti dei propri compaesani). C’è chi, dal Sud, se ne va anche a causa della mentalità, e pensa/spera di non farci più ritorno, proprio perché la mentalità chiusa tende a bloccare tutto, impedisce ai giovani di realizzarsi, di portare e fare innovazione, di essere quello che sono. Forse è il caso di fare un sano mea culpa e di capire che, se proprio vogliamo cambiare in meglio il Sud, dobbiamo iniziare dalla testa di chi, nel Sud, ci vive, e mettere il revisionismo storico in secondo piano. Forse, cambiando le nostre teste prima dei libri di Storia, qualcosa cambierà davvero.

Francesco D’Amico

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‘The Exodus’ movie may not be accurate at describing… what?

Widespread criticism about the movie indirectly points to the core of the issue

The Exodus: Gods and Kings movie triggered an avalanche of criticism due to its supposed lack of accuracy at describing biblical events. The point is that the Bible itself is not historically accurate with regards to the Jews’ enslavement under an Egyptian pharaoh. Evidence for the Red Sea crossing and Exodus myths never happening are here.

TheExodus

As for some claims of chariot wheels being under water in the Red Sea, one problem with that is the wood would have rotted away by now and it wouldn’t last thousands of years, though some metal could still be down there within a few hundred years depending on the type of metal used. So there could have been some transportation occurring in the past few hundred years, I believe. We don’t know if those wheels belonged to any chariots or if there are wheels down there to begin with, and as far as I know, they may not even be wheels but the claim being the result of some distorted story or exaggeration or a misinterpretation of a natural object, which happens often. It could be that some ships carrying horses and chariots were lost at sea in the past few hundred years.

On a side note, this sums up the fallacies in religion in a nutshell; more specifically Judaism and Christianity and the evidence against it.

Ancient book needed, 50 versions, dependent completely on fallible humans to spread it while many people will live and die without a magical being giving them a chance to know, 3000 denominations, contradictions with itself and reality and science; makes claims about things that don’t happen in the real world, open to interpretation, translation errors, logical fallacies, a god that contradicts itself, has traits that contradict themselves, and contradicts what you would expect in reality if a being like that was around. The word of primitive humans who I wouldn’t call reliable sources who were highly prone to misinterpretation of hallucinations, dreams, cause and effect, and natural events as supernatural. It has copied and modified elements from previous myths and was used to control people throughout history and still is. It was and is used to make profit. Fallible humans made the book (humans are open to exaggeration, lying, misinterpretation, falsely remembering stuff, hallucinations, as I said before). Each member of the same religion has contradicting answers and views and understanding, yet each claiming to know and be in contact with the same being (can’t all be right but can all be wrong). Much was used as religious propaganda or allegories There are also countless other religions. This shows it is man made.

Also, the Hindu Vedas is about 60 times larger than the Bible (a library of writings) and much older. Anyway, to blindly trust ancient politicians and desert dwellers prone to mirages and PTSD no doubt putting words in people’s mouths and edited it away and added their own bits around the 4th century is 100 times worse than trusting modern day politicians. At least modern politicians don’t make extraordinary claims about magic that we just don’t see happen anywhere. Not to mention it is known that religion is used to control people, and any religion that uses fear tactics and discourages critical thinking and demands mindless obedience while asking for money is very suspect. Another reason not to go along with it.

It was used as a good way for leaders to control others when normal politics simply weren’t sufficient. Kingdoms long before have done the same thing. They combined it with politics. If a king or leaders can convince a population that a god is on their side, people are far less likely to oppose them. Also let’s not forget the dark ages and look at modern events. Less religious countries do better and all the first world nations are less religious than all the 3rd world, and the US is the most religious, yet we have the highest rate of rape and homicide in the first world while Scandinavian nations are the least religious (mostly atheist or non-affiliated) and do among the best in most ways these days. 1st world nations are secular nations and not theocracies, just as the US is a secular nation, which is why we have capitalism and individualism, which is anti-Christian, by the way, but has worked very well as long as it isn’t the extreme crony versions without a balance of democratic socialism (public property and services). This is a much better time to live than a few hundred years ago in comparison.

These religions make claims of fantastic stuff we never see happen in the real world and completely contradicts reality. There is absolutely no evidence of anything magical at all and no evidence that any gods smite cities, no talking donkeys or possessed talking snakes, no staffs turning into snakes, people living hundreds of years, no magical items or fruits, no mythical creation such as unicorns, dragons, angels, demons, giants, Seraphim, Nephilim, Cherubs. No sign of any of that. But there is evidence that people make up stuff or have disorders causing them to imagine stuff, like people on mushrooms. People who do drugs can hear plants talk, like a bush. Same with Schizos and probably people with dementia as well as epilepsy (which Paul seemed to have). If these events happened and sighting of all these magical creatures happened, we should still be seeing it happen today. We build towers much taller than the mythical tower of Babel, and even go into space, and no god is stopping us. New York City by Jewish and Christian standards is no doubt more sinful than the city in the Sodom and Gomorrah myth, yet no one is smiting it down. There is no sign of a god appearing to huge numbers of people like what supposedly happened. Nowhere to be found at all. Not to mention that we continue to discover natural explanations to events we used to believe were supernatural. The god of the gaps continues to shrink.

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Let us not forget that incest with immediate family members isn’t biologically sustainable in humans. That couldn’t work. Also many elements of Judaism were copied and altered versions of Mesopotamian religions, like Sumerian and Canaanite religions and the Epic of Gilgamesh is very similar to some of the stories and is an older different version of the Noah’s Ark myth. There were also many savior myths before the Yeshua or (Jesus) character. The term ‘I am the way, truth, and the light’ was copied from previous savior myths, such as Horus. Horus from 3000BC may have been one of these sons of god and has some similarities to the Jesus (Jewish rabbi Yeshua) story. Dionysus is the Greek god of wine and may have influenced the ‘water to wine’ claim. One way the Greeks and ancients paid people tribute was by attaching divinity to popular people. Hence these myths of sons of gods and demigods. It is possible some of them never lived and were just made up like a mascot to represent an idea or an amalgamation of different myths and people. Hercules as well is a son of a god, or Mithra from the much older religion Zoroastrianism. Christianity is a combination of Judaism, Paganism, Greek religion, Roman religion, Zoroastrianism, etc. Even the Christian hell was ripped off and modified from Hades, which is a word used in the bible, and the term ‘hell’ may have come from the name of the Norse goddess of the underworld ‘Hel’ which is Pagan. Most historians agree with that origin of the word ‘hell’. The Jews didn’t believe in an afterlife, so as a result, many believed in different possibilities after death. But primarily they believed in Sheol, which is an underworld of sorts where people are in a state of borderline nonexistence. Greek influence is when they started believing in ascension and descending. It was a motivator to get people to act accordingly. Of course both Greek religion and Judaism branched off from ancient Mesopotamian religions and no doubt influenced both, so it is possible the idea of ascending and descending is from Zoroastrianism. The idea of a judgment day is of Zoroastrianism origin.

Heck, it talks about Jehovah loving the smell of burnt offerings. This is obviously the words of primitive people comparable to Mayan nonsense. The leprosy cleansing verse is just as crazy and is attached to the sources at the bottom of this article.

You can find the verses online, not to mention a baby killing god who if was true, I would still not go along with it since I also believe in democracy; not bipolar dictatorships and slavery. The Christian heaven is just another hell as far as I’m concerned, and is like being in a lobotomized state forever and a plaything of someone who doesn’t even need you because he is supposed to be all powerful, which means the purpose in life that Christians hold dear is not only objectification of us humans, but is pointless because we are not needed in the first place. Besides, who would want to be surrounded by clones of Pat Roberson forever either and have no diversity and lose all humanity or ability to feel empathy since if you are in a state of pure joy forever, it is like a robot who has been lobotomized, on meds forever, and comes across as being a sociopath since you would feel nothing else. Also without some pain and displeasure, the happy moments and pleasure lose meaning and become stale over time. I like my humanity. If I was altered that much, it wouldn’t be me, thus reinforcing how pointless it would be.

Also if a god is truly unimaginable and all powerful, it would and could send you to countless different afterlives that don’t involve either torture forever or eternal bliss and not be so pointless and simplistic as to set up things so that you either kiss his feet forever or burn.

Even Christmas (formerly Yule) and Easter and the traditions like festivals on those days, a tree, Easter bunny, even Santa, who is a combination of St. Nicholas and the Norse head god Odin are Pagan, and the celebrations of the winter solstice and spring equinox, and spring time was salvation. It is possible that the sons of god myths, Jesus of which is the new kid on the block, could have been a way of anthropomorphism of the sun, solstice, and equinox, as well as constellations.

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Of course it is a known fact that people back then especially misinterpreted natural disasters as supernatural, just like their false claims that mental illness is demon possession. We know that is not true and we have modern medicine to treat it. Also mental illness and brain damage can cause people to have religious experiences and so can smoking stuff or breathing in some stuff. Ancient superstitious politicians are not reliable sources when you consider all the evidence against these religions, as I mentioned, as well as humans being prone to misinterpretation or other mental faults, especially back then in a time of ignorance.

I believe if there is a higher power, which there could be, it doesn’t care what you believe and it likely doesn’t get itself involved in petty human affairs. A deist version would be most compatible with reality if there is a god or gods.

On a side note, even though there could be some form of afterlife, the more we learn about the brain, the less likely it is. The fact that if you damage your brain, you lose your mind, can lose all your memories, alter personality, reduce awareness, etc, doesn’t bold well for an afterlife. If the core elements of NDEs are true, then it is the best evidence of an afterlife and what happens to us and indicates that most people regardless of belief have a good experience, which is consistent with a god not caring what we believe, which is consistent with reality and the fact that you believe what you are brought up to believe and a god isn’t taking it upon itself to ensure we all have the chance to believe in the same thing, which means if there is a god, it doesn’t give a rats ass what we believe.

Gary Daniel

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