Il “villaggio globale” ha un ordine?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 212) il 15 novembre 2014.

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La Cina leader momentaneo del mondo

Il “villaggio globale” non è un’ipotesi o una convenzione, è già realtà. Una delle problematiche più complesse da affrontare per i prossimi anni, infatti, sarà quella di cercare di comprendere come la Cina riesca a conciliare un rigido sistema governativo comunista con una spietata politica capitalista. I dati parlano molto chiaro: con una popolazione che sfiora un quinto dell’umanità e un tasso di crescita vertiginoso, la Cina punta inesorabilmente a ridisegnare un nuovo ordine globale.

Noi sappiamo – ormai – che la “globalizzazione” implica l’interazione di dinamiche complesse, caratterizzate dal comune confluire di processi non solo economici, ma anche politici, sociali e culturali. E perché parliamo di “villaggio globale”? Semplice, perché quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi, come se vivessimo davvero in un villaggio. In questo modo i confini politici e quelli etnici, se pur presenti nel mondo, diventano solo delle linee convenzionali di fronte alla globalizzazione dei problemi. Certo, dobbiamo intenderci: i problemi non esistono in natura, nel senso che non sono materializzabili e quindi non sono come le pietre, gli alberi o le foglie. I problemi sono “socialmente costruiti” quando si decide di far diventare un semplice “fatto” in qualcosa di socialmente rilevante.

In questa prospettiva, molto più ampia di quella che avevamo solo vent’anni fa, diventa sempre più difficile affrontare lo studio degli elementi macroeconomici e di quelli microeconomici. A tal proposito va ricordato che la macroeconomia studia il funzionamento del sistema economico nel suo complesso e quindi fenomeni come la disoccupazione, l’inflazione o la crescita economica di un paese; la microeconomia, invece, studia il comportamento dei singoli operatori economici, quindi il comportamento dei consumatori e delle imprese, o il meccanismo dei mercati, della domanda, dell’offerta, del monopolio, dell’oligopolio, della concorrenza perfetta e così via. A questo va aggiunto che queste teorie economiche non possono essere studiate separatamente, nel senso che esiste da sempre un processo di feed-back tale da far sì che situazioni sviluppatesi in una delle due aree finiscano per coinvolgere anche l’altra (area). Bene, questo feed-back, oggi, non rappresenta più un’interconnessione tra aree bensì tra paesi.

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Immagine simbolica che rappresenta “l’assalto cinese” all’egemonia economica statunitense.

La regina di questo processo di feed-back allargato è proprio la Cina, che ha saputo sviluppare un “approccio globale” e una capacità di competere in diversi mercati con il prodotto/servizio creato. Gli “effetti perversi”, però, sono evidenti quando possiamo comprare una maglietta a soli due euro, senza test chimici e controlli adeguati. Proprio per questo viene da chiedersi se il fatto che la Cina si candidi a divenire leader del mondo sia un trend destinato a perdurare nel tempo. I primi effetti perversi sono già evidenti e, se non si prendono delle decisioni, gli stessi diventeranno catastrofici. Forse la Cina ha davvero ridisegnato un nuovo ordine globale, ma l’effetto è solo momentaneo.

In tutto questo è mancato un giusto monitoraggio da parte dell’uomo. Noi siamo passati, infatti, da una “internazionalizzazione”, cioè la creazione di rapporti economici, giuridici, politici, culturali tra una comunità o stato e altri paesi, ad una “globalizzazione” intesa come diffusione di dispositivi, materiali, simboli, tecniche e procedure su scala mondiale. Da qui è nato il villaggio globale, con i suoi lati positivi e i suoi effetti perversi. Per intenderci, la triade USA, Giappone, Unione Europea per creare un unico mercato e ottenere profitti su scala mondiale, sembra non funzionare equamente. Se nell’immaginario comune la creazione di nuove tecnologie per lo scambio di beni e servizi è stata un grande traguardo, un privilegio unico dei nostri tempi, per quanto riguarda la formazione di un mercato finanziario globale – ad esempio – abbiamo tutti la stessa opinione? Esiste un senso comune nel dare un giudizio sul mercato finanziario globale? Forse no. Pensiamo alla crisi economica che parte dagli USA e arriva da noi, oppure ai problemi della Grecia.

La terra è un sistema molto complesso, nel quale gli uomini sono determinanti. Proviamo a non dimenticarlo.

Antonio Dimartino

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4 risposte a Il “villaggio globale” ha un ordine?

  1. Pingback: Esiste ancora la carriera? | The Lightblue Ribbon

  2. Mario De Rosa ha detto:

    Sempre molto illuminanti e pragmatici i tuoi scritti,caro Antonio,complimenti!!

  3. Rosa ha detto:

    Complimenti per l’articolo magistrale e attuale, il testo è perfetto veramente ben scritto!

  4. vittoria ha detto:

    Che dire sempre chiaro e preciso…bravo !! 🙂

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