Grande successo per il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”

Il trionfo della poesia in Europa per opera del presidente organizzatore Mario De Rosa

Si è svolta lo scorso sabato 26 settembre, con inizio alle ore 18, presso la sala consiliare del monastero di San Bernardino da Siena di Morano Calabro, la cerimonia di premiazione dei diversi vincitori del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”.

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Preziose, per il senso di questo premio, le dichiarazioni del presidente Mario De Rosa, ideatore e promotore dell’evento. “La vita di un poeta, non è mai costellata da grandi gioie o tripudi, egli coglie sensazioni invisibili ai più e le trasforma in ragioni di vita; portare a termine il premio su “Arthur Rimbaud”, che per me rappresenta la conclusione di una triade perfetta, dopo Campana e Keats, ha rappresentato motivo di viva gioia”. Il medesimo presidente ha poi specificato come si tratti di: “Una gioia condivisa, con poeti, amici e collaboratori, incontrati durante il percorso poetico; una volta raggiunto un traguardo, non si considerano i graffi, le contusioni del faticoso viaggio, ma s’assapora la quiete senza curarsi delle lievi ferite”, che ha semanticamente concluso affermando che “portare la conoscenza di poeti come quelli da me trattati, mi ha reso più forte, per rituffarmi con passione nella ricerca poetica dettata dall’estro; un grazie di cuore a tutti quelli che mi hanno dimostrato genuino riconoscimento e anche a quelli che non hanno compreso a fondo il mio messaggio”.

L’evento, realizzato proprio grazie dalla tenacia del presidente Mario De Rosa, insigne poeta contemporaneo e promoter della poesia, è organizzato con il patrocinio del Comune di Morano Calabro e il suo assessorato alla cultura, dall’Associazione Culturale “L’Allegra Ribalta” (Morano Calabro), l’International Vesuvian Academy (Napoli), l’Accademia Federico II di Sicilia (Messina), la Federazione Europea Beni Artistici Culturali (F.E.B.A.C. di Messina) e l’Associazione Onlus “Marinella” (Morano Calabro).

Arthur Rimbaud è il poeta maledetto che attinge all’ignoto per sviluppare la funzione della poesia in chiave di “poeta veggente”, capace altresì di vivere con libertà il deragliamento di tutti i sensi. La sua non fu una vita facile ma, sempre perseguitato dall’amore per la libertà, fu proprio questa condizione a rappresentare quella personale capacità di passare agevolmente dalla poesia alla prosa. Vagando per l’Europa – e non solo – di fine ottocento, Rimbaud ci lascia testimonianza di un netto rifiuto del conformismo e di un vissuto senza punti di riferimento, difficile da comprendere per il comun pensiero. Scandalizza la Parigi romantica di fine ottocento con la sua relazione con Paul Verlaine e muore molto giovane. Arthur Rimbaud, rinnega – inizialmente – proprio quel classicismo a noi particolarmente noto, per descrivere il “reale”, lasciando pagine e poesie autentiche ed ineguagliabili.

La serata è stata presentata da Emilia Zicari, assessore alla cultura del Comune di Morano Calabro, accompagnata dai virtuosismi musicali del maestro Flavio Poli, particolarmente apprezzato da un pubblico numeroso e motivato. Un momento decisamente delicato – è stato vissuto in platea – quando l’uomo dai torti pensieri, che i segreti del poeta veggente nasconde nella sua poesia, è stato svelato dalle accurate parole di Giusi De Rosa, segretaria artistica del premio, che ha saputo descrivere l’azzurro tempestoso del maledetto poeta prodigioso francese. Un concorso aperto a tutti, nobile e riconosciuto, giunto ormai alla sua terza edizione, che ha visto anche la presenza – in rappresentanza dell’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo” – del dott. Giovanni Brandi Cordasco Salmena.

I vincitori di questa edizione del premio, visibilmente entusiasmati e orgogliosi, nonché provenienti dalle diverse regioni italiane, sono stati designati dalla giuria presieduta da Lorenzo Curti, accompagnato da Salvatore Di Luca, Giusi De Rosa, Antonio Mirko Dimartino e Mauro Montacchiesi per quanto riguarda la poesia; da Trento Vacca, Carmen Caravia, Roberto Coscia e Daniela Voto per quanto riguarda i racconti brevi.

Un concorso articolato in diverse sezioni, proprio per dare spazio al maggior numero possibile di partecipanti, che ha premiato le diverse liriche nella sezione della poesia inedita in lingua italiana. Il primo premio assoluto – una magnifica coppa – è stato consegnato a Sebastiano Impalà di Reggio Calabria per la lirica “Suoni siciliani (A Tindari)”, mentre Stefano Baldinu di San Pietro in Casale (Bologna) con “Sera di Bogotà” e Mario Miller di Pomezia (Roma) con “Olio”, si sono aggiudicati rispettivamente il secondo e terzo posto. La giuria ha poi assegnato diversi diplomi di merito a Ludovico Iaconianni per “Forse è meglio così” (San Felice sul Panaro – MO), Roberto Benatti per “La solitudine” (Marina di Massa – MS), Paolo Tulelli per “A Lea, tenera rosa indifesa” (San Pietro Magisano – CZ), Gerardo Melchionda per “La felicità” (Nemoli – PZ), Gianni Mascia per “Languore africano” (Cagliari), Oliviero Angelo Fuina per “Notturno spogliato” (Oggiono – LC) e Maria Chiriatti per “Addio” (Reggio Calabria). Due i premi speciali attribuiti: il primo consegnato da parte della “Ass. Them Romano” di Santino Spinelli,  per il giovane Paolo Rotella di Catanzaro per la sua lirica “Stephen” e il secondo premio speciale “Fedele Mastrascusa” ad Antonio Sciarrotta di Rossano Scalo (CS) per “Fiori di pistacchio”.

É seguita poi la premiazione nella sezione dedicata alla poesia in vernacolo, sempre a tema libero, che ha visto la vittoria assoluta – con relativa coppa di rito – di Valerio D’Amato di Roma, per la sua poesia “Te porterò ‘na rosa”. Il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Salvatore Gaglio di Sant’Elisabetta (Agrigento) per la sua “Cu campa, accanza e perdi” e a Vito Tricarico di Palo del Colle (Bari) per “La protest di bracciand”. Diversi i diplomi di merito assegnati a Vincenzo Lagrotteria per “Calabria terra margia” (RC), Roberto Angelo Motta per “U’ pajsu meju” (Morano Calabro – CS), Carla Curcio per “Usu e abbusu” (Castrolibero – CS), Cesare Castiglione per “1938 Tadeschi a Curinga” (Rende – CS), Francesco Ortale per “U’ Pitturu” (Castrovillari – CS), Angelo Canino per “Si potissa…” (Acri – CS) e Pietro Pometti con “L’amure nun ppè ttìa” (Rossano – CS).

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La serata si è ampiamente soffermata sulla premiazione dei vincitori per la sezione interamente dedicata al poeta maledetto Arthur Rimbaud, particolarmente apprezzata dal pubblico presente in sala, che dà altresì il nome al relativo Premio Internazionale di Poesia e Letteratura, con la consegna di un splendida coppa per il primo posto assoluto di Luciano Monti di Viterbo per la sua lirica “Gli amanti impuri”. Il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Giovanni Scafaro di Napoli per la sua poesia “Sulle orme di Rimbaud” e a Giuseppe Maria Maradei di Castrovillari (Cosenza) per la sua “Amore è coltello”. Anche qui non sono mancati i diplomi di merito per Gerardo Melchionda con “Dopo la morte” (Nemoli – PZ), per Therry Ferrari con “Sens-azioni” (Castellarano – RE), per Shurouk Hammoud con “Poet’s identity card” (Damasco – Siria), per Nicola Rutigliano con “La fuga” (Bari), per Oliviero Angelo Fuina con “Il veggente che abitava sotto l’Orsa Maggiore” (Oggiono – LC), per Mario Miller con “Arthur Rimbaud – il principe che torna dalle nubi” (Pomezia – RM) e per Marco Bologna con “Di tutti i colori” (Monza – MB). Il premio speciale “Nicola de Cardona” è stato assegnato, invece, per la lirica “L’ultimo canto (ad A. Rimbaud)” di Michela Zanarella di Roma.

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Grandi emozioni anche per la nuova sezione del premio dedicata al racconto breve a tema libero, fortemente voluta dal presidente Mario De Rosa, che ha decretato la vittoria di Giuseppe Caputi di Anzio (Roma) con l’opera “Sarai il mio Armaduk sul mare”. Il secondo e terzo posto sono andati, rispettivamente, a Mario De Fanis di Falconara Marittima (Ancona) per l’opera “L’anno che viene” e a Gerardo Giordanelli di Castiglione Cosentino (Cosenza) per l’opera “Io la amo, il resto che importa?”. Diplomi di gran merito sono stati poi consegnati a Rolando Perri per “il sapere non ha età” (Cosenza), a Bruno Alberganti per “Il violinista” (Borgosesia – VC), a Monica Fiorentino per “Il cielo sopra la guerra” (Sorrento – NA), ad Anna Paola Lacatena per “I miei nonni non prendevano il sole” (Taranto), ad Armando Bonato Casolaro per “Il talento? Tutti ne hanno uno” (Asolo – TV), a Tiziana Tomai per “La veste rossa” (Taranto) e a Rosaria Mastroianni Ianni per “Riflessioni di Euthalia” (Gizzeria – CZ).

Interessanti, quale prospettiva di un futuro diverso, le due segnalazioni della prestigiosa giuria: “Storia di una donna” di Vincenza D’Angeli di Castellanza (Varese) e “Figli del sole” di Lizi Budagashvili di Tiblisi (Georgia), quest’ultima autrice giovanissima di soli 15 anni.

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A margine della cerimonia è stato assegnato il Premio Speciale “L’Allegra Ribalta” per il giornalismo ad Antonio Mirko Dimartino di Catanzaro, per il continuo contributo in sostegno del premio “Arthur Rimbaud”. Infine, un quadro bellissimo, è stato consegnato dal presidente Mario De Rosa, quale “Premio Reporter”, a Francesco D’Amico di Lamezia Terme per aver sviluppato un meraviglioso servizio su Charleville-Mézières, il paese natio di Arthur Rimbaud.

Antonio Mirko Dimartino

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Giovanni Gorelli, il sogno prima della realtà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015.

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L’eccellenza di un pianista concertista italiano spopola in tutta Europa

“Maestro” nel senso più profondo del termine e ambasciatore di un disegno melodico senza confini, Giovanni Gorelli ci rappresenta in tutta l’Europa. É quanto si apprende studiando il suo percorso professionale dopo aver avuto il privilegio unico di assistere ad un suo concerto. Toscano di origine, con un’indole eccelsa ed elevata fin da bambino, Giovanni dedica tutta la sua vita allo studio degli strumenti quali la chitarra, il basso elettrico e il tanto amato pianoforte. Oggi svolge in tutta Europa l’attività di pianista concertista, immergendosi nei diversi stili di musica classica. Il disegno melodico di Giovanni Gorelli, infatti, rappresenta quell’Italia che non conosce crisi.

Un maestro, arriva alla melodia compiuta, con l’ispirazione divina della mente. In questo, il nostro caro Giovanni, diventa l’esempio da seguire. Lasciare la propria terra, scommettere su se stessi, riporre le proprie speranze nell’arte del suono e correre senza tempo. Dopo brillanti risultati al conservatorio di Firenze “Luigi Cherubini”, infatti, il maestro Gorelli si perfeziona presso l’École Normale Alfred Cortot e il Conservatorio Rachmaninov di Parigi, la capitale del romanticismo dove risiede, che ne ha definito le abitudini, il carattere, il modo di vestire e di comunicare. Conoscendolo, sarà facile apprezzare proprio il suo modo di porsi quale ultimo dei romantici, capace di illuminare il prossimo come simbolo del misterioso e secolare amore per la vita. Suonando nei festival, nelle chiese, nei teatri e perfino in alcuni consolati, Giovanni fa del prestigio l’unica sua meta, sulla scia delle magnifiche note di Frédéric François Chopin, il compositore-pianista polacco naturalizzato francese.

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In tempi di crisi economica e morale, la musica è chiamata a svolgere un ruolo fondamentale nel raggiungimento di un’assoluta compenetrazione ed equilibrio con la realtà circostante. Quella musica, che più di qualsiasi altra cosa può sottolineare sentimenti ed emozioni, vive allora nelle mani del pianista, capace di cambiare l’atmosfera dei nostri pensieri: dai colori freddi e drammatici dei nostri problemi, alla sostituzione con le tinte calde e rassicuranti dei nostri sogni o dei nostri desideri più intimi. Giovanni Gorelli vuole che il suo pubblico esca dalla semplice condizione statica e passiva di mero spettatore, per farlo vivere in un connubio vincente tra lo stile classico e quello romantico. Un concerto visivo-dinamico, quindi, con un tipo di comunicazione diretta con lo spettatore, carica di aggressioni altamente intellettuali.

Tra insegnamento – e concertismo attivo – Giovanni nutre da sempre una preferenza per brani virtuosistici, pur mantenendo la sensibilità necessaria per ricreare un’intima melodia e il suono dolce del pianoforte. Noi umani, infatti, siamo in grado di percepire l’interiorità degli oggetti ascoltando il suono che essi emettono: come la voce dà vita alle parole, Giovanni Gorelli dà vita al pianoforte. Le sue interpretazioni diventano ben presto un linguaggio, mentre costruiscono negli spettatori emozioni intense. Chi ama il pianoforte, dunque, sa per certo quanto gli studiosi e i maestri si siano espressi in merito al concetto di “tocco”. Si tratta del modo attraverso il quale il pianista abbassa i tasti del pianoforte, con la successiva caduta dei vari martelletti sulle corde. La dottrina insegna che per alcuni il tocco sia – essenzialmente – un elemento ricompreso nel diversi gesti tecnici, quindi qualcosa di spiegabile concretamente. Per altri, invece, il tocco va oltre il semplice gesto tecnico e diventa qualcosa di inspiegabile. Ecco, sono inspiegabili le mille assonnate emozioni che nella notte si sprigionano, dopo aver assistito a un concerto dell’immenso Gorelli, un grande professionista che cura la tecnica ma soprattutto l’interpretazione.

Il maestro Gorelli, poi, non si è occupato solo della scoperta della natura dei suoni o della loro combinazione armonica, ma si è altresì orientato sull’invisibile sentiero dell’amore per la scrittura. Il suono è sfuggente, evanescente, proprio come la parola che muore nell’attimo della sua pronuncia. Proprio per questo il nostro Giovanni ha in mente di lasciare un percorso, una via, una direzione da seguire, quale profondo estimatore della pittura, del cinema, del teatro e della letteratura. Per avere una lettura completa dei vari linguaggi artistici, infatti, il maestro ha conseguito anche una laurea in Psicologia, dimostrando un’apertura totale alla cultura. Tutto questo è il “cantiere” vivo dei suoi romanzi e delle sue dolci poesie.

Questa immagine sublime fin qui descritta, è accompagnata, però, da un accordo dissonante. Tutti i grandi pianisti, con le loro vite e i loro travagliati rapporti con il potere, creano un contesto nel quale l’arte del suono racconta la sofferenza ma, molto spesso, si oppone anche alla stessa. La tragica crisi economica che stiamo vivendo, infatti, ha portato tagli molto netti nelle risorse finanziare dedicate alla musica, al cinema e all’arte in generale. In un’Italia povera di idee e ricca di personaggi attratti solo dal potere o dalla “vetrina” occasionale, è sempre più necessario dare spazio ai pionieri dell’emozione. Si parla di uomini dediti al miglioramento della collettività. Per fortuna, c’è chi ancora crede nella magia di quest’arte e della cultura in generale.

Da un’idea di Marco Vespari, il noto poeta e scrittore calabrese che per primo ha creduto nelle sue potenzialità, Giovanni Gorelli potrebbe arrivare presto in Calabria. Aspettiamo con ansia questo nuovo episodio armonico, per vivere un concerto del maestro, prefigurando l’esito di una battaglia intellettuale in una vittoria ottenuta in virtù della lealtà, dell’impegno, della passione e dell’onestà.

Antonio Mirko Dimartino

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Parte ‘Earundor’, gruppo culturale dedicato a J.R.R. Tolkien

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015.

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Nato nel 2006 come sezione locale Eldalië, ha finalmente ritrovato una nuova linfa vitale

John Ronald Reuel Tolkien, pilastro della letteratura fantasy e noto ai più per essere l’autore de Il Signore degli Anelli, ha ormai raggiunto il livello di autore immortale. Le sue opere hanno avuto uno slancio non indifferente grazie ai primi tre film del regista Peter Jackson e, recentemente, sono tornate alla ribalta grazie alla seconda trilogia, liberamente ispirata – con qualche licenza cinematografica, è il caso di dirlo – a Lo Hobbit. I fan di Tolkien, o tolkieniani, sono tantissimi e sparsi per il mondo, e spesso formano gruppi di stampo culturale intenti ad organizzare iniziative di vario genere. Uno di questi gruppi, Eldalië, è nato su internet prima del successo inarrestabile della trilogia cinematografica, e ha raccolto adesioni da tutta Italia, dando anche origine ad un gruppo operativo in svizzera. Nel 2006, quasi per caso, nacque la “Nossë Calabria”, ossia il gruppo affiliato ad Eldalië e basato in Calabria, e tra i membri fondatori c’era l’autore di questo articolo, all’epoca quindicenne. La Nossë non decollò mai fino a quando, per puro caso e grazie ai social network, è stato possibile chiamare a raccolta fan calabresi provenienti da varie parti della regione, soprattutto Lamezia Terme, e ristabilire i contatti con la sede centrale dell’associazione culturale Eldalië. Da lì al rilancio impetuoso della Nossë il passo è stato breve, e tra le prime questioni da affrontare c’è stata quella del nome da attribuire alla Nossë, che in nove anni non è mai stata “battezzata”. Il nome scelto in elfico, così come da tradizione, è “Earundor”, “Terra dei Due Mari”, un chiaro riferimento alla particolare geografia della Calabria.

Importantissimo è stato l’aiuto di Gianluca Comastri, un esperto del legendarium del professore inglese. Il suo curriculum tolkieniano è degno di rispetto: nel 1999 ha tradotto dall’inglese il sito Ardalambion, dedicato alle lingue della Terra di Mezzo; tra il 1999 e il 2000, è stato co-fondatore del sito Eldalie.it e, nel 2004, fondatore dell’associazione culturale legata al sito. Molto belle le sue parole di incoraggiamento per la nascita di Earundor, che condividiamo coi lettori:

“Dieci anni fa, quando Tolkien conobbe la prima forte ondata di popolarità grazie ai film della trilogia de Il Signore degli Anelli, la voglia di conoscere altri appassionati con cui discutere i vari aspetti delle opere era tanta, al punto che i gruppi locali si formavano quasi spontaneamente. Per questo ci venne l’idea di dare un aiuto concreto a queste iniziative fondando le nossi, cioè dei clan Eldalië sul territorio, mettendo loro a disposizione gli strumenti informatici (allora limitati a forum e mailing list, ma sufficienti alla bisogna!) per favorire l’organizzazione di incontri e ritrovi. Oggi quei gruppi si sono purtroppo disciolti, per vari motivi, ma le possibilità sono ancora maggiori, l’interesse sembra rifiorito e si coglie di nuovo la voglia di vivere assieme le belle atmosfere della Terra di Mezzo. Per questo vogliamo ricominciare, sfruttando anche altri canali che sono sorti negli anni e che oggi sono il mezzo più utilizzato per tenersi in contatto: per questo, pur in questa folata di modernità che ha cambiato di molto le cose, la rinascita di una nossë è un segnale stupendo, pari forse al ritrovamento dell’Alberello bianco da parte di Aragorn durante la ricostruzione di Minas Tirith. E con lo stesso spirito, vogliamo ricostruire quanto di bello era sorto allora, magari vedendolo crescere più rigoglioso negli anni a venire.”

Le prime iniziative? Le idee sono tante e grazie al Lamezia Comics tenutosi in città proprio due settimane fa, è stato possibile far avvicinare altri potenziali membri al progetto. Gli interessati che vogliono partecipare alle iniziative del gruppo possono contattare Earundor sul gruppo Facebook “Raduni/Eventi Tolkien in Calabria”. Vi aspettiamo!

Francesco D’Amico
Membro Nossë Calabria “Earundor”

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Chi controlla i gestori aeroportuali?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015.

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Il mercato è distorto da accordi sottobanco e progetti contrari agli interessi della collettività

Qualche mese dopo l’incendio che ha ridimensionato le operazioni al Terminal 3 di Fiumicino, l’amministratore delegato di Alitalia, Cassano, ha lanciato un ultimatum ad AdR, Aeroporti di Roma, società che gestisce il sistema aeroportuale della Capitale: se non si punta sulla qualità operativa e infrastrutturale, la compagnia già di bandiera sarà costretta ad investire altrove. Apriti cielo. Subito i cosiddetti “malpensanti”, i fan nel cuore e nell’anima dello scalo di Malpensa, hanno ipotizzato un ritorno in pompa magna di Alitalia presso la brughiera, non perché esplicitamente dichiarato ma per il semplice fatto che, tolto Fiumicino, l’unica alternativa è Malpensa. La cosa è finita lì e, a sorpresa, alla vigilia di settembre la società SEA che gestisce gli scali di Linate e Malpensa ha annunciato una conferenza stampa con Ryanair, compagnia irlandese leader del settore low cost: come prevedibile, gli irlandesi hanno annunciato l’apertura di una nuova base in brughiera, l’assegnazione di un Boeing 737 allo scalo e l’apertura di quattro rotte.

L’ingresso irlandese, preso singolarmente, non è un problema: aiuterà sicuramente ad aumentare il traffico di Malpensa per rimediare all’abbandono del gruppo Air Berlin, trasferitosi in massa a Linate. Il problema è ciò che la presenza di una seconda base low cost in brughiera può comportare. Andiamo ad analizzare la situazione nel suo complesso: Milano ha tre aeroporti, Linate, Malpensa e Orio. Linate è il fulcro delle attività per le compagnie tradizionali, è quasi controllato da Alitalia e compagnie partner, ma ha seri limiti infrastrutturali e non può avere voli di lungo raggio. Orio è uno scalo a vocazione low cost praticamente dominato da Ryanair, con un settore cargo promettente. Malpensa è una macedonia sottoutilizzata, ha voli intercontinentali di tante compagnie diverse, è il primo polo italiano per il cargo ma il suo medio raggio è dominato dalla low cost easyJet che, udite udite, non mobilita cargo.

Un sistema forte, quello milanese, ma con un grandissimo difetto: nessuno dei tre scali ha un hub carrier vero e proprio, ossia una compagnia che renda lo scalo stesso una base utilizzata per gestire le coincidenze dei passeggeri e del cargo tra il medio e il lungo raggio. Non è quello che Alitalia costituisce per Fiumicino, insomma. La stessa Alitalia non può essere considerata l’hub carrier di Linate: non vi può operare il lungo raggio e gestisce le sue coincidenze solo relativamente all’Italia e all’Europa (nel secondo caso grazie al supporto dei partner come la già citata Air Berlin). Ryanair non è l’hub carrier di Orio: ha quasi il monopolio dello scalo ma il suo modello di mercato è il point-to-point, punto a punto, che non interessa quindi le coincidenze di passeggeri e cargo, e non ha il lungo raggio. EasyJet non è l’hub carrier di Malpensa: segue lo stesso modello di mercato di Ryanair, non ha il lungo raggio e, come è stato già detto, non mobilita merci.

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L’Antonov An-225 Mriya, “Sogno”, è l’aereo più grande del mondo e si occupa di trasporto strategico. Fotografato da Giorgio Varisco a Milano-Malpensa, mette in risalto le potenzialità di Malpensa come centro per lo smistamento delle merci, opportunità però compensata dalla presenza massiccia di easyJet e, a breve, anche di Ryanair.

Nel complesso, quindi, ne consegue che il sistema milanese è paralizzato, può crescere solo marginalmente e non può generare un indotto e uno sviluppo che solo un hub carrier può garantire. Per alcuni “malpensanti”, la soluzione è chiudere Linate, spostare tutte le compagnie ivi operanti a Malpensa e indurre quantomeno l’Alitalia a ritornare ai tempi di Malpensa hub, progetto poi accantonato a causa delle troppe perdite finanziarie generate. Il problema è che con lo sbarco di Ryanair a Malpensa, e la già massiccia presenza di easyJet, Alitalia farà pressioni per lasciare Linate aperto ed evitare lo scontro diretto con le due low cost. Ma la “colpa”, se si può parlare di “colpa”, di chi è? Uno dei mali del trasporto aereo italiano è l’eccessiva autonomia data alle società di gestione aeroportuali, che fanno regolarmente accordi con le compagnie aeree puntando al guadagno a discapito degli interessi della collettività (una nuova compagnia che porta tanti passeggeri genera introiti, il fatto che possa affossare lo sviluppo di un hub passa in secondo piano). Manca quindi un’autorità che, a monte, supervisioni questi enti a partecipazione pubblica per bloccare sul nascere tutti gli accordi non in linea con i piani di sviluppo.

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Rielaborazione dei dati di Assaeroporti relativamente alle merci mobilitate a Fiumicino e Malpensa. Il picco raggiunto da Malpensa nel 2007, ai tempi dell’hub Alitalia, sembra un caso destinato a rimanere isolato. Immagine di http://www.slideshare.net.

A rendere il quadro ancora più chiaro e allarmante sono state le dichiarazioni di Michael O’Leary, patron di Ryanair. Oltre ad ammettere di essere stato “corteggiato” da SEA (leggete: SEA ha promesso forti sconti in cambio della presenza di Ryanair a Malpensa), esprimendosi sulla possibile fusione tra SEA e SACBO (gestore di Orio), ha dichiarato che una fusione del genere potrebbe avere conseguenze negative nei confronti della concorrenza, e ha addirittura minacciato di ridurre le operazioni a Bergamo qualora le tasse aeroportuali dovessero aumentare (leggete: qualora non ci fossero più sconti). Questo come a testimoniare che, mentre nel mondo civile la concorrenza è tra le compagnie aeree, che sono società private, e premia chi garantisce il servizio migliore ai passeggeri, in Italia è tra i gestori aeroportuali, che sono enti a partecipazione pubblica, e “premia” chi garantisce gli sconti più bassi alle compagnie. Con la fusione tra SEA e SACBO, infatti, Ryanair non potrà “ricattare” l’una o l’altra società minacciando di trasferire i propri voli tra Malpensa e Orio in base agli sconti garantiti, ma, “purtroppo”, dovrà adattarsi alle tariffe prestabilite. Eh sì, “purtroppo”.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Immigrazione, parte I. Lo stato delle cose

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015. Leggi anche la seconda parte.

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Dalle proposte legislative dell’ex ministro Kyenge all’emergenza attuale

In questo periodo tre sono le parole più diffuse su tutti i mass media: immigrati, ondata, emergenza. Data la sempre crescente misura che il fenomeno migratorio sta assumendo col trascorrere del tempo, appare chiaro come questo sia il tema principale di dibattito dei principali organi di informazione mondiali. Nonostante trovare una soluzione definitiva al problema sia certamente un processo difficile e lungo, si rende necessaria una analisi sistematica e distaccata del problema al fine di individuarne le principali cause e le possibili conclusioni. Il primo passo da fare, dunque, è quello di eradicare dall’argomento ogni concezione di carattere politico, al fine di evitare strumentalizzazioni, estremizzazioni o argomentazioni per assurdo; anche le tipizzazioni storiche ormai troppo lontane nel tempo (es. “eh, il colonialismo!” “ma i complotti delle multinazionali!”), per quanto possano avere contribuito in maniera decisiva allo svolgersi degli eventi, devono essere tralasciate, così da permettere di inquadrare il tutto in una sola e ben determinata finestra temporale. Il secondo passo è quello della individuazione del problema in maniera concisa, la cui definizione, tolti i corollari e le implicazioni accessorie, risulta essere la seguente: l’Europa risulta essere il momento finale di un flusso migratorio costante e sempre crescente, il cui inizio di verifica nei paesi africani e mediorientali, i cui effetti hanno un impatto maggiore in un periodo di crisi economico sociale e la capacità di assorbimento degli Stati membri è inversamente proporzionale all’aumentare del fenomeno stesso.

Storicamente, l’Europa è stata sempre luogo in cui le migrazioni hanno avuto ruoli determinanti (popoli indoeuropei, celti, variaghi e vichinghi, unni, ecc), ma appare ormai chiaro come la civiltà contemporanea imponga metodi di valutazione totalmente diversi rispetto al passato. Se prima questo fenomeno, in una forma mediata, risultava essere assorbibile in diversi modi o addirittura positivo per la produttività dei paesi c.d. ospitanti (es. manodopera turca nelle industrie tedesche, manodopera dei migranti africani nelle campagne italiane), adesso, essendo aumentato in maniera esponenziale, risulta essere poco gestibile e pericoloso per l’equilibrio del sistema precostituito. Le ragioni per le quali la situazione ha raggiunto lo stato critico sono sostanzialmente tre: la politica interna dell’Unione Europea, disorganizzata, divisa e discontinua; la politica estera del “blocco occidentale” (UE ed USA), il cui sviluppo risulta essere schizofrenico ed assurdo; la crisi economico-politica degli ultimi anni, i cui effetti risulteranno essere molto più gravi e profondi rispetto al previsto.

La struttura normativa e giurisprudenziale dell’Unione è stata da sempre caratterizzata da una natura bifronte, opposta, con aspetti molto avanzati e sviluppati (diritto dei consumatori, tutela privacy) ed altri profondamente arretrati o non regolati (disciplina del trust uniforme, diritto commerciale comune). Le norme sulla immigrazione, purtroppo, si collocano in questa seconda categoria. Senza stazionare sulle singole norme, la cui esegesi richiederebbe una trattazione così specifica e tecnica tale da non conciliarsi in questa sede, è possibile individuare l’inesistenza di una norma comune, con la frammentazione della casistica in base al diritto dei singoli Stati. In sostanza, una norma comunitaria sul controllo, sulla gestione, e sulla organizzazione del soccorso in mare dei flussi migratori è mancante, è previsto soltanto l’obbligo per le navi civili e militari che hanno prestato soccorso lo sbarco nel porto dello Stato membro più vicino; norma che penalizza gli stati mediterranei (vedi l’Italia) rispetto agli altri;

una norma comunitaria comune sui criteri per l’individuazione e la classificazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo è mancante, lasciando al diritto ed ai magistrati dei singoli stati il compito di individuare i requisiti, sopratutto senza garantire schemi unici di attuazione, lasciando ai giudici come unico strumento di valutazione i rapporti ONU sui paesi “a rischio ed in stato di guerra”, conseguentemente le procedure di verifica sono lunghe ed il lavoro dei tribunali ingolfato;

una norma comunitaria sulla divisione bilanciata tra gli Stati di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato o il diritto di asilo è mancante;

una norma comunitaria sulla divisione bilanciata tra gli Stati di coloro che non hanno i requisiti per essere considerati rifugiati o richiedenti asilo, ma sono comunque arrivati nel territorio dell’Unione è mancante: in tal modo, senza criteri basati sulla capacità economica, sociale di integrazione, di assorbimento o di assistenza, vengono penalizzati i paesi di arrivo (vedi ancora Italia), che non possono dividere la mole di persone cui dare assistenza, ed anzi devono provvedervi necessariamente, generando talvolta disparità di trattamento rispetto ai propri cittadini, creando una situazione di contrasto sociale e razziale.

Paolo Leone
(fine parte I)

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Lui disse solo: “Senta, io vorrei fotografare Andy Warhol”.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015.

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Al museo Marca di Catanzaro una mostra che rende omaggio ad Aurelio Amendola, il fotografo dei grandi artisti.

New York, 1977. Aurelio Amendola, compose il numero della Factory. Rispose la segretaria, peraltro italiana. Lui disse solo “Senta, io vorrei fotografare Andy Warhol.

Il giorno seguente Amendola si ritrovò nello studio del maestro della Pop Art al quale scattò numerose fotografie che dal 12 settembre al 12 ottobre saranno in esposizione al Museo Marca di Catanzaro, a cura di Piero Mascitti, storico braccio destro di Mimmo Rotella. Saranno esposti 22 ritratti fotografici che Aurelio Amendola dedicò ad Andy Warhol in due sue visite alla Factory, nel 1977 e nel 1986, pochi mesi prima che il padre della Pop Art morisse. Le due serie di ritratti di Warhol sono molto differenti: i primi scatti, quelli del 1977, sono dei ritratti in stile classico del grande artista americano; nelle foto del 1986, invece, Warhol è già provato dalla sua malattia, dolente ma quieto. L’evento è stato organizzato dalla Fondazione Rocco Guglielmo e dall’Amministrazione Provinciale di Catanzaro con il supporto dell’associazione culturale Spirale d’Idee di Milano.

Durante la conferenza stampa, che ha preceduto il taglio del nastro, più volte è stato messo in risalto il grande lavoro sinergico realizzato dalla Provincia di Catanzaro e la Fondazione Rocco Guglielmo, ed inoltre grazie a questa mostra il Museo Marca dimostra sempre di più di essere una struttura d’eccellenza che pone lo sguardo non solo entro i confini locali, ma in particolare si affaccia sul panorama europeo. Infatti, la mostra fotografica approderà successivamente a Torino (dal 17 ottobre al 5 novembre) presso la galleria Accademia, e a  Londra (dall’11 al 31 ottobre) presso la galleria Moretti Fine Art nelle stesse settimane in cui si svolgerà la Frieze Art Fair, importante fiera di arte contemporanea.

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All’incontro hanno accettato l’invito persone poliedriche di grandissimo livello, tra cui Domenico Piraina, calabrese direttore dei Musei di Milano, il pittore Alessandro Papetti, lo stilista Diego Dolcini, Massimo Ferrarotti dell’associazione Spirale di Idee di Milano, lo storico dell’arte Alan Jones. Ciascuno dei presenti ha dato il via a una ricca serie di interventi, moderati dallo stesso curatore Mascitti. Nel raccontare il proprio rapporto con Andy Warhol, Domenico Piraina ha sostenuto che “il maestro della Pop Art ci ha regalato il saper vedere la bellezza in ogni cosa, anche negli oggetti quotidiani; d’altra parte, Aurelio Amendola è importante perché ci fa vedere la bellezza nei dettagli delle cose”. Dunque, è questo l’aspetto caratterizzante dei due artisti che li accomuna. Il dibattito è stato concluso da un intervento di Alan Jones, tra i massimi esperti della Pop Art, il quale ha paragonato la Calabria ad una cassa di buon vino rarissimo, ed ogni volta in cui si ritorna si apre una nuova bottiglia. La fotografia di Amendola, in questo museo, offre quel secolare enigma del viso umano, quel viso che incontriamo, anche, nella pittura metafisica di un altro pittore che il maestro Amendola ha fotografato, Giorgio de Chirico. “La mostra è una tappa dell’esplorazione di questo enigma”. Alan Jones, ha voluto sigillare il suo intervento con un riferimento al turismo sostenendo che “se si sceglie di fare del turismo artistico culturale, Catanzaro è sulla buona strada”.

Il maestro Amendola, a fine conferenza non ha voluto aggiungere altro, facendo in modo che fossero le sue opere a raccontare di quei meravigliosi incontri “muti” poiché né Amendola parlava l’inglese, né Warhol l’italiano. Con questa esposizione, il fotografo chiude un cerchio: la seconda volta che tornò da lui, Warhol stava già male, era un uomo stanco ma sempre gentile. Non vide mai queste fotografie, e alla morte del maestro non sono state mandate ai giornali, ma l’occasione si è presentata a Catanzaro grazie a Piero Mascitti e Rocco Guglielmo in occasione di questa meravigliosa mostra fotografica che fa rivivere il suo doppio Andy Warhol.

Martina Pirrone

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Essere ostetrica in Marocco

L’esperienza della giovanissima Teresa Mastrota

Nei mesi di luglio e agosto 2015 Teresa Mastrota ha svolto l’attività di ostetrica in missione umanitaria presso l’ospedale italiano di Tangeri in Marocco, ed è proprio quest’esperienza la parte focale della nostra intervista. Teresa, attraverso Facebook, giornalmente ci propone una realtà diversa da ciò che probabilmente siamo portati a credere. Una serie di foto con tra le braccia i figli di quei parti, che per cultura sembrano difficili e lontani da noi, sono in realtà molto familiari, ed accomunano le donne di diversa etnia. Che Teresa faccia un uso intelligente del social network è innegabile, ed è per questo che dare voce ad una voce internazionale ci proietta in un contesto, che deve essere fuori dalle logiche private e, a volte, di paura.

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L’ospedale di Tangeri.

Ha senso il ruolo di ostetrica in un contesto come quello altamente medicalizzato come il sistema italiano?

La vita, la nascita, la procreazione sono eventi che non possono essere arrestati, a prescindere dal contesto ambientale e culturale nel quale si vive; dunque l’ostetrica ha ragione d’esistere sempre e comunque. A maggior ragione se si riflette su quello che è il ruolo originario di colei che assiste alla nascita, ovvero proteggere e sostenere la donna, affinché possa sentirsi al sicuro e capace di partorire per proprio conto. Senza sentirsi osservata, giudicata o prevaricata. C’è stato un tempo in cui in Italia e in molti altri paesi industrializzati, con l’avvento di una tecnica moderna si è pensato che “fare al posto della donna” con taglio cesareo, induzioni, manovre, anche lì dove non ci fosse un’indicazione vera, o comunque affidarsi allo specialista, avrebbe dato esiti migliori su madre e bambino. In realtà alle immediate reazioni entusiastiche sono seguite gli scetticismi. E innescato paure riguardo alle probabili ripercussioni, a lungo termine, derivanti da un uso diffuso di queste pratiche. Inoltre gli studi riferiscono che l’assistenza ostetrica durante tutta la gravidanza e il parto da migliori esiti a breve e lungo termine. “Vi è stata un’epoca nella storia dell’umanità nella quale le donne si isolavano per partorire, come fanno tutti gli altri mammiferi” come riporta Odent.

Perché ha scelto l’Africa nell’ultimo anno?

In realtà nell’ultimo anno ho viaggiato abbastanza e sono stata per qualche periodo anche in Inghilterra, sempre alla ricerca del mio posto nel mondo. L’Africa, invece, era un sogno nel cassetto da molti anni, un’esperienza che mi avrebbe messo davanti ai miei limiti e alle mie potenzialità sia di ostetrica che di donna. E così è stato!

Fare l’ostetrica in questi ambienti è differente da quello italiano?

Assolutamente si, anche perché siamo inevitabilmente il frutto di un ambiente, di una cultura, delle persone con cui viviamo quotidianamente. Anche se i bisogni della donna che partoriva erano sempre gli stessi in Inghilterra, in Italia, in Marocco, ovvero il sostegno, la fiducia nel suo corpo e nel lavoro del suo bambino, l’accoglienza, il silenzio. Dunque fare l’ostetrica sarebbe dovuto essere la stessa cosa a prescindere dal luogo. In Marocco, però, mi sono sentita molto più vicina al mio essere l’ostetrica che vorrei essere, che osserva la donna in ogni sua parte cercando di percepire ogni segnale, che vada di là dei meccanismi del parto naturale ma che potrebbe essere d’ausilio per comprendere la fisiologia della nascita. E poi in Marocco ho avuto finalmente l’opportunità di usare il mezzo più importante e meno invasivo, le mani, come principale strumento, in particolare per valutare la presentazione e posizione del bambino, lo stetoscopio ostetrico per auscultare il battito cardiaco fetale e il metro da sarta per l’accrescimento. (Tutti mezzi diremmo, naturali e familiari delle nostre attività quotidiane e altri non invasivi).

Che cosa porterà a casa di questa esperienza?

Tutto! Dai profumi, ai colori delle loro “gilebe” e veli perfettamente abbinati, ai loro visi trasudati in prossimità del parto, alle nenie durante il travaglio per incitare il loro bimbo a nascere, alle paure vissute in momenti di difficoltà, alle lacrime quando ci sono stati momenti infausti, alla fiducia nel corpo della donna e la bellezza di essere cablà/sage-femme/ ostetrica.

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Non pensavo fosse così bello conoscere, confrontarsi e vivere l’ostetricia..non c’è lingua, cultura o religione che ponga limiti alla bellezza di far gruppo! Cit. Teresa Mastrota

La donna che partorisce in Africa è diversa dalla donna italiana?

In alcuni momenti pensavo di si, in altri no… è stato un po’ difficile arrivare ad una conclusione perché in certi momenti ho pensato che la fisiologia della nascita non fosse tutta uguale! Poi ho fatto mente locale, cercando di ricordare qualche nascita di marocchine in Italia e la differenza era ben poca! Dunque alla fine ho pensato semplicemente che effettivamente a far la differenza era il luogo, dove si partoriva, più che la donna. Infatti restavano con noi in sala travaglio non prima di un travaglio attivo, mentre magari in Italia succede spesso che in alcune realtà già ai prodromi le donne facciano più accessi al pronto soccorso. Oppure durante il travaglio sono molto più spontanee e attive, comunicano con il loro bambino, pregano il loro Dio, pretendono il silenzio e il rispetto della sacralità della nascita. E finito il parto le aiutiamo a lavarsi, cambiarsi, indossare il loro velo bianco ed uscire con il loro bambino tra le braccia per presentarlo alla famiglia, ma senza dimenticarsi uno “chockran” per l’ostetrica.

Pensa di ritornare o di stabilirsi in Africa in futuro?

Stabilirmi? Non so! Ci sto ancora pensando. Anche perché mi ha sorpreso quanto sia stato difficile riadattarmi qui, una volta tornata, quasi più di quando sono arrivata in Marocco, due mesi fa. Ritornare, però…sì, molto presto!

Un pensiero personale su questa esperienza lavorativa: Rapporti con i colleghi, medici, comunità.

In 26 anni, io credo che questa sia stata la più bella esperienza della mia vita in assoluto. Per i valori che mi hanno trasmesso le suore missionarie francescane (con le quali ho vissuto quotidianamente), per l’accoglienza di un popolo, che ci ha trattate sempre benissimo senza farci pesare le differenza culturali e religiose, per la stima, l’umiltà e la collaborazione delle colleghe ostetriche, dei medici, degli infermieri, delle femmes du menages, che erano sempre pronti a chiedere o dare con un sorriso, anche nei momenti in cui non c’era nulla di divertente.

Altre informazioni:

Teresa Mastrota consegue la Laurea in Ostetricia (Bari, 2012) e successivamente il Corso di Specializzazione della Scuola Elementale di Arte Ostetrica “La sicurezza nelle mani” (Firenze, 2015).

Continua la formazione sul campo, come Ostetrica volontaria presso l’U.O.C. Consultorio familiare di Trebisacce, Cosenza, svolgendo le seguenti funzioni: corsi di accompagnamento alla nascita, ambulatoriale (gestione e assistenza della gravidanza fisiologica, ecografia office, screening tumore collo dell’utero), partecipazione a gruppi di lavoro.

Negli anni di formazione dopo numerosi corsi, si è orientata in particolare sulle tematiche materno-infantili, inserite in un’assistenza fondata sulla “Salute e benessere femminile” con l’obiettivo di fornire informazioni e consulenze riguardanti gli eventi fisiologici, che appartengono alla riproduttività in tutte le fasi evolutive della donna: dal periodo neonatale, all’adolescenza, all’età fertile (contraccezione e sessualità, gravidanza, parto, puerperio, allattamento, rieducazione e riabilitazione perineale), alla menopausa attraverso l’attività di libero-professionista e consulente on-line sul portale http://www.leggepertutti.it

Da gennaio a febbraio 2014 ha prestato servizio come ostetrica strumentista presso la sala operatoria del Centro di procreazione medicalmente assistita del poliambulatorio Crea s.r.l., a Taranto.

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In sala parto con Teresa Mastrota.

Dal Maggio 2014, inizia la collaborazione con l’associazione  “MammacheMamme” di Cosenza, responsabile Cecilia Gioia, che si occupa di sostegno alle donne e alle mamme, promuovendo azioni sul territorio per le famiglie, ed in particolare, come ostetrica offre le seguenti attività: incontri in età fertile sulla conoscenza del ciclo mestruale, corsi di acqua-motricità neonatale e prenatale, stesura di articoli settimanali sul portale riguardanti la salute femminile.

In seguito alla partecipazione alla manifestazione nazionale di Orvieto di “Guadagnare salute” nell’ ottobre 2014, con tema “Costruire insieme la salute. Programmi ed interventi di promozione di salute tra inter-settorialità, fattibilità ed efficacia”,  inserito nell’Abstract Book il lavoro presentato “INTERRUZIONE VOLONTARIA DI GRAVIDANZA: INCIDENZA E CONOSCENZA TRA LE ADOLESCENTI E RUOLO DELL’ OSTETRICA NELLA PREVENZIONE ALL’ ABORTO”; successivamente pubblicato da Edizioni Accademiche Italiane.

Da Dicembre 2014 è eletta membro del Consiglio Direttivo del Collegio provinciale delle ostetriche di Cosenza, con la carica di segretaria.

Lucia De Cicco

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Grande attesa per la serata finale del Premio Internazionale di Poesia “Arthur Rimbaud”

MORANO CALABRO (CS) – Si svolgerà sabato 26 settembre, con inizio alle ore 18, presso la sala consiliare del convento di San Bernardino da Siena, la cerimonia di premiazione in forma solenne dei diversi vincitori del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”.

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Dopo aver riscosso un grande successo nella scorsa seconda edizione – interamente dedicata al prematuramente scomparso John Keats – il premio organizzato dal presidente Mario De Rosa, giunto ormai alla sua terza edizione, ha riportato un numero altissimo di adesioni, provenienti da tutte le regioni d’Italia e anche dall’estero. Articolato in diverse sezioni, per dare spazio al maggior numero possibile di partecipanti, il premio in onore del poeta francese di fine ottocento ha raccolto liriche nella sezione della poesia inedita – sia in lingua italiana che in vernacolo – a tema libero, in quella dedicata al poeta maledetto Arthur Rimbaud e componimenti per la nuovissima sezione interamente dedicata ai racconti brevi.

Le meravigliose poesie di Arthur Rimbaud sprigionano quella tensione etica necessaria per conoscere i capolavori assoluti di ogni tempo. Attraverso l’esclusiva lettura dei suoi versi è possibile rinvenire una guida costante alla scoperta dei grandi poeti del passato. Questo poeta del tardo Ottocento, quindi, è l’ideale percorso da seguire per comprendere quanto sia importante superare i “luoghi comuni”. Arthur Rimbaud, infatti, è stato capace di superare tutte le assurde convenzioni sociali. Irrompe nel mondo poetico verso i 15 anni, sconfessando la morale e la religione, attaccando le istituzioni del tempo e girovagando per tutta l’Europa. Tutto questo – e molto altro – si tradusse nella funzione sociale di quel “poeta veggente” che tutti conoscono e ammirano. E il mondo, si sa, ha da sempre tramandato le proprie innovazioni – e le diverse identità – in un succedersi di scrittori e poeti, tra i quali vengono annoverati artisti di grande fama.

I vincitori di questa edizione del premio sono stati designati dalla giuria presieduta da Lorenzo Curti, accompagnato da Salvatore Di Luca, Giusi De Rosa, Antonio Mirko Dimartino e Mauro Montacchiesi per quanto riguarda la poesia; da Trento Vacca, Carmen Caravia, Roberto Coscia e Daniela Voto per quanto riguarda i racconti brevi. I risultati sono già presenti sui diversi siti nazionali di concorsi letterari – primo fra tutti il noto concorsiletterari.it – e sia sulla pagina Facebook appositamente creata per le esigenze dei diversi interessati, sotto la voce “Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Morano Calabro – Città d’Arte”. Particolarmente apprezzato è stato il contributo di Giusi De Rosa, segretaria artistica del premio, sempre in prima linea con l’intonazione complessiva del lavoro dell’organizzazione, nonché esempio di un equilibrio perfetto tra la dinamicità e la precisione del proprio operato.

Questo evento, simbolo di una Calabria che diventa sempre più internazionale, è organizzato con il patrocinio del Comune di Morano Calabro e il suo assessorato alla cultura, dall’Associazione Culturale “L’Allegra Ribalta” (Morano Calabro), l’International Vesuvian Academy (Napoli), l’Accademia Federico II di Sicilia (Messina), la Federazione Europea Beni Artistici Culturali (F.E.B.A.C. di Messina) e l’Associazione Onlus “Marinella” (Morano Calabro).

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Mario De Rosa, insigne poeta e presidente organizzatore del premio, trascina ai piedi del Pollino un grande poeta maledetto, forse il più controverso, simbolo di una mente brillante che spesso si scontra con il suo lato impulsivo e lo rende vivo nella memoria di chi interverrà. La serata, infatti, è aperta a tutti.

Antonio Dimartino

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Smisurato egoismo (Parte II)

Leggi anche: Smisurato egoismo (Parte I)

Bisognerebbe imparare a comprendere

Non capisco perché ogni questione che si tratti, in qualsiasi contesto, debba sempre diventare una questione di parte, in cui vi è una divisione messa in atto, la formazione di gruppi diversi e, questo è il problema, divisi. Ci si rende sempre parte di una parte, per quanto misera possa essere. Come una necessità ontologica per cui io devo essere una cosa, l’altro deve essere opposta. E i governanti si divertono un mondo.

Vi stanno dividendo, rendendo faziosi e quindi vi stanno portando a fare guerre tra poveri, ognuno per il proprio orticello; vi stanno rendendo corporativi e portando a essere atomi; vi rendono singoli e separati; è tipico, e per voi è normale; vi stanno togliendo l’anima e per voi è naturale. Continuate pure a soddisfare il vostro ego sentendovi parte di una parte e non di un tutto, e prendetevela con le altre parti, dall’alto del vostro cieco e smisurato egoismo. Vi sta bene così, senza l’umanità che ci dovrebbe guidare. Guidati solo da finiti e idioti interessi privati. Poi, mi raccomando, andate a messa o in moschea (anzi, i musulmani sono almeno meno individualisti) e sciacquatevi le coscienze con acqua che non bagna.

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Anche qui, come si vede, si tratta di prendere una posizione, stare da una parte, contraria a un’altra. In questo caso, però, la contraddizione è possibile che venga meno, e se non viene meno non mi importa. In questo senso: sto sopra i vari insiemi particolari, cercando di oltrepassare le fazioni che ci rendono nemici. Con buona pace del paradosso degli insiemi di Russell. (Non è altezzosità, o superbia… cretinate. Si tratta di provare a salire un po’ per capire l’inutilità di certe lotte).

Il problema è uno: l’ego. Egoismo ed egocentrismo la fanno da padroni oggi. Uno smisurato oltrepassamento dell’io nella sfera sociale che costringe l’io stesso a stare sempre in mezzo, a porre il proprio punto di vista come assoluto e universale. E, in più, porlo come il grande parere del grande esperto. E lo si vede sempre, basta guardare per mezz’ora (non di più se non vogliamo farci del male) lo sviluppo di conversazioni su Facebook, i commenti dei commentatori sempre esperti, sempre sententi il diritto di dire la propria, dall’alto della loro sapienza e preparazione; un sacco di “esperti in materia” che nemmeno il mondo accademico ha la pretesa di dare. Pareri esperti uno dietro l’altro. Cavolate esperte una dietro l’altra. Senza vergogna né pudore. L’ego che sorpassa ogni forma di rispetto, non vedendo nemmeno, e dunque non rendendosi conto di quello che ha fatto. Così pieno di sé, quest’ego di quest’ipotetico ma realissimo uomo, non si è reso conto di quello che ha calpestato, e per lui è normale: la sua vita continua a procedere come prima.

Lo smisurato egoismo che lo caratterizza lo rende felice, lo rende consapevole dell’inesistente, cioè del proprio sapere, della propria scienza (e non fa niente se la grammatica che usa è un pochino incerta). E quest’egoista egocentrico ego vede nella sua vita l’esempio della vita altrui, e raccoglie nella propria esperienza le esperienze altrui. Per quest’uomo qui tutti possono, ma che dico “possono”, devono agire come ha fatto lui. Tutti devono fare le sue stesse esperienze, perché le considera giustissime e inappellabili, le considera il giusto procedere dell’esistenza. Quante volte capita di sentire dire da questo personaggio qui espressioni del tipo: “Io mi alzo alle cinque di mattina per fare questo, perché lui si deve alzare alle sette?”, oppure: “Io ho fatto un sacco di sacrifici, perché non li deve fare lui?”. Ecco. Il sacrificio, questa parola così usata… Ma il problema è che il valore del sacrificio è unico, vale per chi lo compie, e costui non può avere la pretesa che tutti lo compiano, pena, al minimo, la perdita di valore dello stesso. Che valore avrebbe un gesto compiuto sistematicamente da tutti? Ma tieniti il tuo sacrificio e glorificalo! Avrai il plauso di tutti! Il problema è la pretesa di questo personaggio di ripetere il proprio sacrificio in maniera sistematica, e di ripeterlo non su se stesso, ma principalmente sugli altri. Non è così, forse? Non è capitato a tutti di ragionare: “Se l’ho fatto io perché non dovrebbe farlo lui?”. Beh, la risposta è molto semplice: “Perché l’hai fatto tu”. La tua vita non è la mia, e tu, egoista egocentrico, non puoi avere la pretesa che la tue massime diventino leggi valide per tutti. Mio caro egoista, io ho le mie di massime, e delle tue non mi importa: bravo a rispettarle, degno di plauso, certo. Ma altro non posso dire. E tu, per favore, prima di fare ragionamenti spiccioli come questi, dovresti pensare un attimino alla vita altrui, prima che alla tua, senza avere la pretesa che quello che vale per te valga per gli altri, senza pensare che ciò che a te è possibile sia possibile per gli altri. Insomma, tu fatti i tuoi di sacrifici, io mi faccio i miei.

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La vita, di tutti, è unica, e nessuno può pretendere di uniformarla a un’idea, soprattutto soggettiva. La vita è fatta di dolore che ognuno vive a suo modo, di sacrifici che ognuno compie a suo modo, di notti insonni uniche e irripetibili. La vita non è pura ripetizione di un’esperienza singola che ritrovi in tutti, ma ogni gesto è unico e valido per sempre. E bisogna pensare che questo gesto si ripeterà in eterno, così per renderci conto della gravità di ogni nostro momento. (E così, tra il Kant di sopra e il Nietzsche di adesso, ho fatto arrabbiare qualcuno… ma sì. Però un conto è la pura citazione aforistica e senza senso, un conto è questa cosa qua. Anche qui, un po’ di comprensione non farebbe male).

La vita mia, in altri termini, non è uguale alla tua. E meno male.

A. Ve.

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Il simposio di Roccella Ionica con incursioni poetiche mondiali

L’Ump mette a segno un altro goal in campo calabrese

Questa volta si tratta del reggino, precisamente Roccella Ionica, con la delegata provinciale, l’artista Mariella Costa. Dal 13 settembre fino al 19 Settembre si è tenuto Il simposio d’arte contemporanea internazionale dal titolo “I colori e la natura a Roccella Ionica”. Un gruppo di artisti capeggiati, ma solo per un fare organizzativo, da Mariella Costa. La prima volta che succede a Roccella Ionica un avvenimento di questa portata.

momenti di lavoro

L’accoglienza artistica sarà spunto per ridisegnare nelle opere i colori e la bellezza della terra reggina. Effluvi emozionali della nostra regione, in tele e sculture. La poesia avrà il suo spazio. La Coordinatrice Regionale della Calabria, Centro Sud e isole che è la sottoscritta, insieme alla delegata della UMP di Roma, Carmela Costanzo, e alla poetessa Lia Lafronte, avvocato della Sacra Rota del Vaticano, per il convegno di chiusura dei lavori del Simposio, cui si aggiungeranno altre poetesse del luogo. La location è l’hotel Kennedy.

La Direzione artistica è della stessa Costa e del Maestro Enzo Angiuoni di Arte Europa Avellino. Il comitato scientifico è composto da Mariella Costa, Enzo Angiuoni, Maurizio Reale (direttore dell’hotel Kennedy), e da Laura Dominici, storico dell’arte e giornalista di Fimmina TV.

Durante il periodo del Simposio, gli artisti lavoreranno alla realizzazione di opere d’arte. Il convegno conclusivo sarà il 19 settembre alle ore 9.00 sempre presso l’hotel, durante il quale saranno presentate le opere degli artisti e gli artisti stessi da parte dello storico dell’arte, Laura Dominici. Moderatrice d’eccezione sarà la direttora di Fimmina TV, Raffaella Rinaldis, che introdurrà il direttivo dell’albergo stesso e le varie autorità presenti. Durante il convegno vi sarà la declamazione poetica d’importanti autori, alcuni già citati, con Nicola Guarino (artista e poeta), e Vanessa Riitano, consigliere comunale di Roccella Ionica.

Di Mariella Costa sappiamo:

“Io ho una grande passione per l’arte e per la scultura in modo particolare, quindi spazio dalla pittura, alla ceramica alla vetrofusione, anche se la maggiore forza espressiva è evidente nelle mie opere in marmo granitico e la pietra locale. Un modo anche per valorizzare le risorse della nostra Terra, per uscire da quella brutta cappa di luoghi comuni, che spesso aleggia sulla Calabria, ma anche una sorta di unione con l’origine della terra, proiettata verso il futuro. Sono Pietre, che dalla Calabria spesso faccio viaggiare un po’ in giro per il mondo. Le mie opere sono basate sulle emozioni, e ogni opera è il frutto di quella sensazione, che mi ha trasmesso nel momento dell’incontro con la pietra stessa”.

mariella costa

Si terrà anche la presentazione di un libro, in una delle serate del Simposio, intitolato “Racconti in tre tempi” di Rossella Scherl. Gli artisti che espongono sono: Rosa Spina, artista di caratura regionale, tra le ultime partecipazioni, l’Expo di Milano. Enzo Angiuoni, Beatriz Gardenas, la stessa Costa, Nicola Guarino, Augusto Ambrosone, Nadia Lolletti.  Tutti pittori e artisti dei tessuti e la Costa, l’unica scultrice.

Lucia De Cicco

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