Immigrazione, parte I. Lo stato delle cose

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 221) il 3 ottobre 2015. Leggi anche la seconda parte.

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Dalle proposte legislative dell’ex ministro Kyenge all’emergenza attuale

In questo periodo tre sono le parole più diffuse su tutti i mass media: immigrati, ondata, emergenza. Data la sempre crescente misura che il fenomeno migratorio sta assumendo col trascorrere del tempo, appare chiaro come questo sia il tema principale di dibattito dei principali organi di informazione mondiali. Nonostante trovare una soluzione definitiva al problema sia certamente un processo difficile e lungo, si rende necessaria una analisi sistematica e distaccata del problema al fine di individuarne le principali cause e le possibili conclusioni. Il primo passo da fare, dunque, è quello di eradicare dall’argomento ogni concezione di carattere politico, al fine di evitare strumentalizzazioni, estremizzazioni o argomentazioni per assurdo; anche le tipizzazioni storiche ormai troppo lontane nel tempo (es. “eh, il colonialismo!” “ma i complotti delle multinazionali!”), per quanto possano avere contribuito in maniera decisiva allo svolgersi degli eventi, devono essere tralasciate, così da permettere di inquadrare il tutto in una sola e ben determinata finestra temporale. Il secondo passo è quello della individuazione del problema in maniera concisa, la cui definizione, tolti i corollari e le implicazioni accessorie, risulta essere la seguente: l’Europa risulta essere il momento finale di un flusso migratorio costante e sempre crescente, il cui inizio di verifica nei paesi africani e mediorientali, i cui effetti hanno un impatto maggiore in un periodo di crisi economico sociale e la capacità di assorbimento degli Stati membri è inversamente proporzionale all’aumentare del fenomeno stesso.

Storicamente, l’Europa è stata sempre luogo in cui le migrazioni hanno avuto ruoli determinanti (popoli indoeuropei, celti, variaghi e vichinghi, unni, ecc), ma appare ormai chiaro come la civiltà contemporanea imponga metodi di valutazione totalmente diversi rispetto al passato. Se prima questo fenomeno, in una forma mediata, risultava essere assorbibile in diversi modi o addirittura positivo per la produttività dei paesi c.d. ospitanti (es. manodopera turca nelle industrie tedesche, manodopera dei migranti africani nelle campagne italiane), adesso, essendo aumentato in maniera esponenziale, risulta essere poco gestibile e pericoloso per l’equilibrio del sistema precostituito. Le ragioni per le quali la situazione ha raggiunto lo stato critico sono sostanzialmente tre: la politica interna dell’Unione Europea, disorganizzata, divisa e discontinua; la politica estera del “blocco occidentale” (UE ed USA), il cui sviluppo risulta essere schizofrenico ed assurdo; la crisi economico-politica degli ultimi anni, i cui effetti risulteranno essere molto più gravi e profondi rispetto al previsto.

La struttura normativa e giurisprudenziale dell’Unione è stata da sempre caratterizzata da una natura bifronte, opposta, con aspetti molto avanzati e sviluppati (diritto dei consumatori, tutela privacy) ed altri profondamente arretrati o non regolati (disciplina del trust uniforme, diritto commerciale comune). Le norme sulla immigrazione, purtroppo, si collocano in questa seconda categoria. Senza stazionare sulle singole norme, la cui esegesi richiederebbe una trattazione così specifica e tecnica tale da non conciliarsi in questa sede, è possibile individuare l’inesistenza di una norma comune, con la frammentazione della casistica in base al diritto dei singoli Stati. In sostanza, una norma comunitaria sul controllo, sulla gestione, e sulla organizzazione del soccorso in mare dei flussi migratori è mancante, è previsto soltanto l’obbligo per le navi civili e militari che hanno prestato soccorso lo sbarco nel porto dello Stato membro più vicino; norma che penalizza gli stati mediterranei (vedi l’Italia) rispetto agli altri;

una norma comunitaria comune sui criteri per l’individuazione e la classificazione dei rifugiati e dei richiedenti asilo è mancante, lasciando al diritto ed ai magistrati dei singoli stati il compito di individuare i requisiti, sopratutto senza garantire schemi unici di attuazione, lasciando ai giudici come unico strumento di valutazione i rapporti ONU sui paesi “a rischio ed in stato di guerra”, conseguentemente le procedure di verifica sono lunghe ed il lavoro dei tribunali ingolfato;

una norma comunitaria sulla divisione bilanciata tra gli Stati di coloro che hanno ottenuto lo status di rifugiato o il diritto di asilo è mancante;

una norma comunitaria sulla divisione bilanciata tra gli Stati di coloro che non hanno i requisiti per essere considerati rifugiati o richiedenti asilo, ma sono comunque arrivati nel territorio dell’Unione è mancante: in tal modo, senza criteri basati sulla capacità economica, sociale di integrazione, di assorbimento o di assistenza, vengono penalizzati i paesi di arrivo (vedi ancora Italia), che non possono dividere la mole di persone cui dare assistenza, ed anzi devono provvedervi necessariamente, generando talvolta disparità di trattamento rispetto ai propri cittadini, creando una situazione di contrasto sociale e razziale.

Paolo Leone
(fine parte I)

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