Grandi soddisfazioni per il “Premio Lettere, Arte e Scienza per l’Area dello Stretto”

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 222) il 14 novembre 2015.

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Un viaggio dall’arte alla ricerca scientifica per valorizzare e promuovere la nostra terra

Si è svolta a Reggio Calabria, presso la sala convegni del Palazzo Storico della Provincia, la cerimonia di premiazione del “Premio Lettere, Arte e Scienza per l’Area dello Stretto”, giunto quest’anno alla terza edizione. Per cui, lo scorso 23 settembre, sono stati riconosciuti ben 35 premi ordinari e 11 premi straordinari ai vincitori delle diverse sezioni. Il successo è stato ampiamente e gradevolmente confermato dalla presenza di un folto pubblico, nonché da un notevole numero di partecipanti; infatti, sono pervenute oltre 130 opere che spaziavano dalla medicina all’arte pittorica, passando per la poesia in lingua italiana e dialettale, la narrativa, la saggistica e la ricerca storica meridionale.

Il premio fortemente voluto dalla sua fondatrice, la prof.ssa Rossana Rossomando Smorto, è stato creato in onore del compianto dottore Domenico Smorto, illustre medico calabrese, e nasce con l’intento di valorizzare e promuovere la cultura in tutte le sue sfaccettature attraverso uno studio accurato delle problematiche legate alla nostra terra, accompagnato da un momento di riflessione. L’organizzazione è stata resa impeccabile grazie al lavoro svolto dalla segreteria curata dal dr. Daniele Zangari (presidente dell’Associazione culturale “Due Sicilie”) e dal prof. Giuseppe Livoti (presidente dell’Associazione culturale “Le Muse”), nonché dalla d.ssa Emanuela Elettra Smorto e dalla già menzionata prof.ssa Rossana Rossomando Smorto, rispettivamente figlia e vedova dell’illustre medico calabrese.

Immagine Premio Area dello Stretto

Il concorso articolato in diverse sezioni, ha premiato per la sezione A, ricerca medico-scientifica, “I tendini” di Gian Nicola Bisciotti in ex-aequo con “Droghe da stupro” di Monica Capizzano. É seguita poi la premiazione nella sezione B dedicata alla poesia in lingua italiana, con la vittoria – per la silloge edita – di Giuseppe Melardi con “Schegge”. Il secondo, terzo e quarto posto sono stati assegnati rispettivamente a Danilo Ricco per “Ho scritto ciò che non so dire… sporcando fogli di parole”, a Monica Fiorentino per “Il pettirosso dalle ali di neve” e a Giuseppe Gervasi per “I tuoi passi lenti”. Per la silloge inedita è stato premiato il primo posto di Angela Caccia con la silloge  “Sul ramo alto del giorno” e il secondo posto di Mirella Putortì con “Luce”. Nella sezione dedicata alla poesia inedita in lingua italiana, la premiazione ha visto una vittoria ex-aequo di Elisabetta Carbone con “Tutte le donne” e Marisa Provenzano con “Profumo di reseda”. Questi i premiati dal secondo al quinto posto: Pierina Laganà con “L’oro dei silenzi ovattati”, Anna Maria Mustardino con “Rsa – Giardino della memoria”, Antonio Dimartino con “Migranti sullo Stretto dei venti” e Francesco D’Amico con “La meraviglia del volo”. La sezione C, invece, dedicata alla narrativa, ha visto la premiazione della vincitrice Assunta Antonini con l’opera “Il caso”, seguita da Elisa Casu con “Il dono del visir”, Angelo De Marco con “Nel nome di Dio”, Salvatore Lisi con “L’inchino” e Simona Leone “Sopra i miei occhi”. Segnalazioni di merito sono state conferite a Pietro Nardiello per “Un sogno meraviglioso” e Vittorio Gatto per “Al di là della barricata”. É stata poi la volta della sezione D, dedicata alla poesia dialettale, che ha proclamato la vittoria di Nuccia Foti con l’opera “Terra prumissa”, seguita da Bruno Versace con “Andata e ritorno”, da Fracesco Mazzitelli con “Calabria terra mia”, Paolo Lacava con “Carn’i i capra” e Giuseppe Cavallaro con “A supala”. Grandi emozioni per il premio saggistica, della sezione E, vinto da Paolo Ragni – Luigi Fontanella con l’opera edita “Assurdo e familiare” e da Rolando Perri con l’opera inedita “Guy in Sicilia”. Infine, il prestigioso premio ricerca storica meridionale, della sezione F, è stato vinto da Annamaria Valletta con “La guerra continua”, seguita da Maria Stella Brancatisano con “I luoghi del cuore: Samo, mio piccolo mondo paesano” e Francesco Mazzitelli con “I cartaginesi e l’origine di Borrello” (inedita). Il premio speciale sezione giovani è andato alla dottoressa Pasqualina Ciccone per la poesia “Estate”, mentre il premio alla carriera medico-scientifica è stato consegnato al dottore Vincenzo Montemurro per importanti meriti di ricerca. Tra i premiati, Francesco D’Amico e Antonio Mirko Dimartino sono entrambi collaboratori esterni de il Lametino.

Martina Pirrone

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Applausi ed emozioni al Premio Internazionale “Arthur Rimbaud”

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 222) il 14 novembre 2015.

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Il presidente Mario De Rosa disegna un approccio europeo alla cultura

Si è conclusa trionfalmente nella meravigliosa sala consiliare del monastero di San Bernardino da Siena di Morano Calabro, davanti un pubblico numeroso ed emozionato, la cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”.

Preziose, per il senso di questo premio, le dichiarazioni del presidente Mario De Rosa, ideatore e promotore dell’evento:

“La vita di un poeta, non è mai costellata da grandi gioie o tripudi, egli coglie sensazioni invisibili ai più e le trasforma in ragioni di vita; portare a termine il premio su Arthur Rimbaud, che per me rappresenta la conclusione di una triade perfetta, dopo Campana e Keats, ha rappresentato motivo di viva gioia”.

L’evento, realizzato proprio grazie dalla tenacia del presidente Mario De Rosa, insigne poeta contemporaneo e promoter della poesia, è organizzato con il patrocinio del Comune di Morano Calabro e il suo assessorato alla cultura, dall’Associazione Culturale “L’Allegra Ribalta” (Morano Calabro), l’International Vesuvian Academy (Napoli), l’Accademia Federico II di Sicilia (Messina), la Federazione Europea Beni Artistici Culturali (F.E.B.A.C. di Messina) e l’Associazione Onlus “Marinella” (Morano Calabro).

La serata è stata presentata da Emilia Zicari, assessore alla cultura del Comune di Morano Calabro, accompagnata dai virtuosismi musicali del maestro Flavio Poli e dalla presenza del dott. Giovanni Brandi Cordasco Salmena. La prestigiosa giuria, infine, presieduta da Lorenzo Curti, è stata arricchita dalle magistrali intuizioni di Giusi De Rosa – segretaria artistica del premio – sui segreti del poeta veggente.

Il primo premio assoluto – una magnifica coppa per la sezione poesia inedita in lingua italiana  – è stato consegnato a Sebastiano Impalà di Reggio Calabria per la lirica “Suoni siciliani (A Tindari)”, mentre Stefano Baldinu di San Pietro in Casale (Bologna) con “Sera di Bogotà” e Mario Miller di Pomezia (Roma) con “Olio”, si sono aggiudicati rispettivamente il secondo e terzo posto. La giuria ha poi assegnato diploma di merito a: Ludovico Iaconianni, Roberto Benatti, Paolo Tulelli, Gerardo Melchionda, Gianni Mascia, Oliviero Angelo Fuina e Maria Chiriatti. Due i premi speciali attribuiti: il primo consegnato da parte della “Ass. Them Romano” di Santino Spinelli,  per il giovane Paolo Rotella di Catanzaro per la sua lirica “Stephen” e il secondo premio speciale “Fedele Mastrascusa” ad Antonio Sciarrotta di Rossano Scalo (CS) per “Fiori di pistacchio”.

É seguita poi la premiazione nella sezione dedicata alla poesia in vernacolo, sempre a tema libero, che ha visto la vittoria assoluta – con relativa coppa di rito – di Valerio D’Amato di Roma, per la sua poesia “Te porterò ‘na rosa”. Il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Salvatore Gaglio di Sant’Elisabetta (Agrigento) per la sua “Cu campa, accanza e perdi” e a Vito Tricarico di Palo del Colle (Bari) per “La protest di bracciand”. Diplomi di merito assegnati a Vincenzo Lagrotteria, Roberto Angelo Motta, Carla Curcio, Cesare Castiglione, Francesco Ortale, Angelo Canino e Pietro Pometti.

Immagine Premio Rimbaud

La sezione interamente dedicata al poeta maledetto Arthur Rimbaud è stata vinta da Luciano Monti di Viterbo per la sua lirica “Gli amanti impuri”, mentre il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Giovanni Scafaro di Napoli per la sua poesia “Sulle orme di Rimbaud” e a Giuseppe Maria Maradei di Castrovillari (Cosenza) per la sua “Amore è coltello”. Anche qui non sono mancati i diplomi di merito per Gerardo Melchionda, Therry Ferrari, Shurouk Hammoud, Nicola Rutigliano, Oliviero Angelo Fuina, Mario Miller e per Marco Bologna. Il premio speciale “Nicola de Cardona” è stato assegnato, invece, per la lirica “L’ultimo canto (ad A. Rimbaud)” di Michela Zanarella di Roma.

Grandi emozioni anche per la nuova sezione del premio dedicata al racconto breve a tema libero, fortemente voluta dal presidente Mario De Rosa, che ha decretato la vittoria di Giuseppe Caputi di Anzio (Roma) con l’opera “Sarai il mio Armaduk sul mare”. Il secondo e terzo posto sono andati, rispettivamente, a Mario De Fanis di Falconara Marittima (Ancona) per l’opera “L’anno che viene” e a Gerardo Giordanelli di Castiglione Cosentino (Cosenza) per l’opera “Io la amo, il resto che importa?”. Diplomi di merito sono stati poi consegnati a Rolando Perri, Bruno Alberganti, Monica Fiorentino, Anna Paola Lacatena, Armando Bonato Casolaro, Tiziana Tomai e a Rosaria Mastroianni Ianni. Interessanti, quale prospettiva di un futuro diverso, le due segnalazioni della prestigiosa giuria: “Storia di una donna” di Vincenza D’Angeli di Castellanza (Varese) e “Figli del sole” di Lizi Budagashvili di Tiblisi (Georgia), quest’ultima autrice giovanissima di soli 15 anni.

A margine della cerimonia è stato assegnato il Premio Speciale “L’Allegra Ribalta” per il giornalismo ad Antonio Mirko Dimartino di Catanzaro – per il lavoro svolto con grande tenacia – e un quadro bellissimo è stato altresì consegnato dal presidente De Rosa – quale “Premio Reporter” – a Francesco D’Amico di Lamezia Terme per aver sviluppato un meraviglioso servizio su Charleville-Mézières, il paese natio di Arthur Rimbaud, entrambi collaboratori esterni de il Lametino.

Antonio Dimartino

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Distinguersi con stile, la chiave per essere un professionista

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 222) il 14 novembre 2015. Leggi questo articolo anche sul blog di Imprenditivo.

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Essere solo bravo tecnicamente nel proprio lavoro non vuol dire essere un bravo professionista

“Si può riconoscere facilmente il fotografo professionista in mezzo a una folla di turisti: è quello che nasconde la sua macchina fotografica”, disse Roland Topor. Spesso ci domandiamo cosa vuol dire esser professionale. Studiamo, ci formiamo,  miglioriamo le nostre competenze, rafforziamo il nostro know how al fine di avere un bagaglio efficiente e soprattutto eccellente. Esser solo bravi tecnicamente nel proprio lavoro, qualunque esso sia, non vuol dire esser un bravo professionista. E’ difficile, se non impossibile, spiegare in maniera univoca che cosa significa essere professionali, ma sono sicura che ognuno ha ben chiara la differenza tra chi è professionale e chi non lo è. E’ nei primi anni del ‘900, con la teoria weberiana, che inizia a prender piede questo concetto. Con l’introduzione delle figure di supporto (c.d. organi di staff)  che la parola professionista – intesa come persona preparata che ha investito su se stessa – inizia a diffondersi. A mio avviso, l’unione delle competenze e della propria personalità, unita ad altri fattori che ora vedremo, danno vita al concetto proprio di professionalità.

Essere professionali significa non perder tempo in lamentele, pettegolezzi, vendette, cattiverie: nessun professionista che conosco dedica tempo a queste attività improduttive e inutili. Essere professionali significa, quindi, saper riconoscere che in ogni progetto di successo ci sono degli ingredienti di cui la fortuna è solo una piccola parte: per migliorare bisogna saper riconoscere e analizzare gli altri elementi ed imparare ad utilizzarli. Bisogna saper individuare la bravura e le persone di talento, non esser invidiosi, ammirare per imparare. Col tempo ci si migliora, si imparano tante cose come  la conoscenza di se stessi e dei propri limiti; la capacità di costruirsi un proprio metodo; continuare a studiare per arricchirsi; si sviluppa maggiore pazienza al fine di capire di entrare nel mercato solo quando si è pronti; si impara a lavora in gruppo, etc.

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Andiamo a vedere quali sono gli elementi che rendono vincente un  professionista. La passione per il proprio lavoro è il valore fondamentale: alzarsi la mattina, avere la motivazione giusta e soprattutto amare ciò che si fa. La competenza, ossia specializzarsi ed esser eccellenti nel lavoro che si svolge. La responsabilità, che consiste nel trovare la soluzione migliore, essere nel posto giusto al momento giusto. La tempestività, ossia prendersi cura dei propri clienti. La presentabilità, vale a dire essere preciso, ordinato ed attento ai dettagli. Dialoga, interagisci ed ascolta. Soprattutto bisogna essere puntuali, rispettare i tempi e svolgere il proprio lavoro in modo accurato. Fondamentale è dunque investire sempre su stessi, sulle proprie competenze, conoscenze e modus operandi. Trovare la strada giusta da percorrere, cercare nuove soluzioni, guardare con occhi diversi adattandosi alla situazione ed all’ambiente circostante, rispettare e farsi rispettare, aver la capacità di essere leader e nello stesso tempo gestire il proprio team di lavoro, tenere sempre presente i propri valori e la propria personalità: tutti questi fattori incastrati nel modo giusto rendono, a mio avviso, un professionista eccellente. “Non esiste alcuna professione in cui non si lavori per il denaro. Il salario, che è comune a tutte, dà a tutte una certa aria di famiglia” Cit.  A. de Tocqueville.

Claudia Siniscalchi

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Macchina di proprietà: perché questa mania?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 222) il 14 novembre 2015.

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Un retaggio culturale calabrese che danneggia le nostre tasche

Qualche anno fa, negli Stati Uniti, mi è capitato di avere una discussione particolare con alcuni ragazzi provenienti da varie parti del mondo: parlavamo, infatti, dei problemi principali delle nostre nazioni. Un messicano ha parlato della corruzione dilagante del suo paese, problema che come ho confermato è caratteristico anche dell’Italia. A sorprendermi è stata una ragazza olandese, che ha detto “ci servono più case”. Più case? “Sono troppo poche, da noi tantissime persone vivono in affitto”. Un altro mondo rispetto all’Italia, dove la cultura individualista che “premia” il singolo e danneggia il sistema ci porta ad avere alcune manie come la casa di proprietà e l’auto di proprietà: da noi le case di proprietà (escluse quelle con mutuo) sono circa il 60% del totale, mentre in Olanda arrivano a stento al 10%. In Svezia, addirittura, la casa di proprietà senza mutuo è un miraggio. Ma ne vale veramente la pena? Per costruire o comprare una casa servono sforzi economici non indifferenti, spesso i guadagni di un’intera vita, costi che nel caso delle auto sono ridotti ma rimangono comunque di una certa entità. La casa tende, inoltre, a mantenere il proprio valore, mentre quello dell’auto va via via riducendosi fino a rendere il bene in questione praticamente inutilizzabile e invendibile. Ora, quando si parla di noleggio si pensa al classico noleggio a breve termine, tipico dei turisti in vacanza che vogliono usufruire di una macchina o di chi deve ricorrere temporaneamente ad un mezzo alternativo di trasporto per far fronte ad esigenze personali impellenti (è il caso, per esempio, di chi ha avuto un incidente stradale di una certa entità e di fatto si ritrova senza un mezzo di trasporto autonomo). Ben altra cose, invece, è il noleggio a lungo termine, una nuova frontiera dell’uso dei beni mobili.

Il noleggio a lungo termine garantisce vari vantaggi, come canoni mensili fissi, nessun immobilizzo di capitale (il canone mensile comprende anche l’intero finanziamento del veicolo), detrazione fiscale degli importi versati, l’azzeramento di tempo e risorse per la gestione del veicolo e delle pratiche amministrative (assicurazione, bollo, revisione, etc.), manutenzione ordinaria e straordinaria inclusa nel canone, l’assistenza immediata anche in altri paesi e l’accesso ad una mobile app per visualizzare tutti i dettagli (kilometraggio, cambio gomme, etc.), il tutto ad un costo complessivo nettamente inferiore a quello di un’automobile acquistata ex novo. Per noi, così abituati ad una concezione della proprietà e dello sfruttamento di un bene che a conti fatti è poco flessibile e che si riassume con la frase “o è mio al 100 per cento o non lo prendo affatto”, e così poco propensi all’uso dei mezzi pubblici così come delle biciclette (la scarsità di piste ciclabili e di una vera cultura del ciclismo lo dimostra), è una sorpresa apprendere che quello del noleggio a lungo termine è un contesto in cui nella nostra realtà locale opera uno dei pionieri del settore, attivo anche sul web dove è presente presso il portale lametino soluzionenoleggio.it. Una piccola inversione di tendenza nel nostro modo di concepire i beni, sia mobili che immobili, potrebbe essere un toccasana non solo per la società nel suo complesso ma anche e forse soprattutto per i portafogli dei singoli individui.

Francesco D’Amico

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In cerchio per la vita

La settimana dell’allattamento al seno e del lutto perinatale

Tornare al lavoro mentre si allatta: preoccupazioni e soluzioni da Mammechemamme. Tra arte e testimonianze attorno all’allattamento, una giornata di creatività estemporanea.

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Si è tenuta, nel mese di ottobre scorso, tra arte e testimonianza la settimana dell’allattamento al seno, che ha coinvolto anche l’Associazione “Mammachemamme” non solo per l’importante informazione attorno al latte materno, ma anche con la giornata di sensibilizzazione del lutto perinatale. Responsabile dell’associazione è Cecilia Gioia, psicoterapeuta, da qualche tempo impegnata con un nutrito staff nel sensibilizzare il mondo femminile a tutto ciò che riguarda la maternità e le sue criticità.

Tanti gli artisti che hanno preso parte presso il Museo del Presente di Rende (CS) alla manifestazione e provenienti da tante parti della regione, che a modo loro hanno contribuito a rendere il messaggio visivo, oltre che con le testimonianze di tante mamme. Era importante dare immagine all’arte più bella del mondo, l’essere madre e diventare nutrimento per il proprio bambino.

Artisti provenienti da Rossano, Trebisacce, Corigliano Calabro, tanti i cosentini, ma anche qualche artista straniero, oltre Alpi e pittori, scultori, artisti della creta… tutti hanno fatto delle bellissime maternità. L’estro e l’originalità invece di due in particolare, che hanno tenuto a fare una maternità al maschile: un papà che stringe il figlio, e un altro che tiene assieme come centro, il figlio e la madre. I materiali: dall’olio alla creta, dalla pietra al legno, e poi tra gli artisti una poetessa visiva, e d’arte postale. Le magnifiche cartoline decorate dall’artista, Lucia Longo di Casole Bruzio.

Riguardo le testimonianze, come sempre ricche, e tante le mamme, che hanno paura di non arrivare oltre l’anno ad allattare il loro bebè, per via del lavoro. Problematica difficile: il lavoro e allattamento non sempre sono amici, eppure ci sono delle soluzioni, di chi ha fatto del tiralatte un compagno insostituibile per lasciare il latte a un parente, che lo somministrasse al bambino in assenza della sua nutrice. C’è stato chi aveva le lacrime agli occhi perché non poteva stare accanto al figlio, perché operatore di aiuto verso terzi, come il caso di una psicoterapeuta presente. L’associazione Mammechemamme si avvale di un nutrito gruppo di professioniste, ostetriche, psicologhe e da poche settimane anche un consulente del lavoro, che aiuta le famiglie sul fronte amministrativo. Tutte donne, e mamme che si sono incontrate lungo il bellissimo percorso che quest’associazione compie, ormai, da qualche annetto. E che in molti casi sono diventate punto di riferimento importante per le neomamme dando consigli utili, dal parto all’allattamento, alla crescita nei primissimi mesi di vita.

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Presso la Casa delle Culture, si è tenuta, invece, la tavola rotonda gestita dal giornalista A. Sergi, per quanto riguarda il problema del lutto perinatale, che colpisce in Italia una famiglia su sei e, a volte, per ripetute gravidanze. “Rompiamo il silenzio”, questo il titolo dell’incontro con i giornalisti, che ha voluto fare il punto sull’accettazione del lutto, perché lo è a tutti gli effetti, di come nulla deve essere rimosso, e di come la memoria di queste vite precedenti deve essere conservata nella famiglia anche trasmessa ai figli, che sono sopravvissuti. Sono seguite una performance teatrale a cura degli attori di Scena Verticale con la drammatizzazione di un pezzo di Claudia Ravaldi, presidente di CiaoLapoOnlus e di Serena Bucca dell’Associazione cooperativa Pagliassi.

Lucia De Cicco

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Parlare di Maranello

Una visita al museo dedicato alla Ferrari

Parlare di Maranello nel modenese è parlare soprattutto del sogno di un uomo e della sua automobile, Enzo Ferrari. Ed è proprio che, lasciata via Enzo e Dino Ferrari, in fondo al viale si arriva dritti dritti al Museo della Ferrari.

lo studio di Enzo Ferrari

Noi giornalisti a Nord siamo dei professionisti, entriamo con accredito ed è anche giusto che si possa scrivere e mostrare la grandezza di un sogno, quando si avvera. Perché il descrivere il bello arricchisce anche il cronista. Essendo stanchi di cattive notizie, anche se necessarie, parliamo di una buona e di come le favole, anche per un paese di provincia, possono realizzarsi.

Entrare nel Museo della Ferrari è proprio entrare nel sogno di un grande uomo che lo ha realizzato. E nello specchiarsi degli occhi di ogni visitatore, più o meno informato e incuriosito, che la possibilità di guidare un’originale “testa rossa” d’epoca, da corsa, da rally o da passeggio, diventa possibilità. Ma, vi è scritto “non toccare” e allora il sogno diventa anche più avvincente e ti cattura. All’esterno è possibile guidare, nella cittadina, una Ferrari di ultima generazione, ma per la “modica cifra” di 80 euro, offerta da una deliziosa hostess… questo si chiama “anima del commercio”. Ma noi, come Ferrari ai piedi del suo studio blindato da vetri a teca, decidiamo di cercare un’altra opportunità nell’immaginario e che qualcuno creda in noi, proprio come successo a lui.

Sarà per questo che nel museo un giornalista può accedere con la sua valigia da cronista con accredito? Non lo so! Di certo ciò che vedo mi rimanda il senso, che tutto non deve avere per forza un costo e che anzi, a volte, i soldi si possono anche rischiare, giocandoseli a sorte in un motore rosso.

Brummmmmmmmmm! È un video, nelle Sale superiori, dove sono esposte le Ferrari da corsa, e un bambino si diverte con la sua mamma a giocare al sogno di Enzo e di suo figlio Dino, sepolti nel monumentale cimitero, a pochi passi da lì. Una coda di sognatori aspetta il loro turno, coprendo parzialmente tutti i grandi nomi dei Corridori Ferrari e gli innumerevoli trofei che su tre ripiani, uno attaccato all’altro, segnano i successi di Casa. Ci avviciniamo al “sogno”, mentre persone pervenute da ogni parte del mondo scattano foto con sullo sfondo la loro auto preferita. Preferita? Non siamo tanto certi! In quel posto c’è una magia speciale, che rende la scelta impossibile.

250 Berlinetta passo corto-1959, prima Ferrari Gran Turismo con freni a disco, la prima, competitiva per il Tour de France, design Pininfarina. E la F40 LM, leggenda pura, vettura stradale e da corsa assieme, realizzata anche in versione racing. Il sogno di Enzo Ferrari si realizza con il supporto di una banca che credette in lui, perché – lo sappiamo – il denaro lo si dà solo a chi ha già il denaro, eppure il Banco San Geminiano e San Prospero di Modena, nel 1930 gli concede il prestito, facendo affidamento sulle potenzialità del sogno. Rapporto che continua nel tempo, attestato dalle documentazioni risalenti al 1963. E nel 1980 il Banco ha una sua Filiale di fianco l’Ingresso storico di Via Abetone.

Galleria fotografica della visita al Museo Ferrari

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Prototipo mai finalizzato a causa di contrasti interni.

Interessante, nel percorrere il Museo è il prototipo realizzato nel 1988, dal direttore tecnico Mauro Forghieri, con telaio in alluminio. Leggera e funzionale l’auto cambiava in automatico in assetto di velocità. Ma come spesso accade, per contrasti interni, l’auto rimase allo stato sperimentale. E vi siete mai chiesti da dove provengono le macchine del futuro che hanno caratterizzato videogiochi e comics? Dal concept di Formula 1 e dall’auto 512 S – 1970. E la Supersqualo? 555F1, monoposto con vita brevissima. Si ricorda la sua migliore prestazione: la vittoria al GP di Montecarlo proprio nel 1955 con Maurice Trintignant. 4 cilindri Lampredi, portata alla cilindrata di 2497 cc.

Apre la mostra la 205 Testa Rossa del 1957 con, alle sue spalle, fiammeggianti, il cavallino rampante simbolo di Casa Ferrari.

Lucia De Cicco

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Esperti da bar e da social

Definizione dell’italiano esperto

Metto già le mani avanti: questo articoletto potrebbe apparire contraddittorio in nuce. Ma in realtà… non lo so.

Se qualcuno (e questo qualcuno sono io stesso, ché non è che qualcuno si prende la briga di farmi domande, non è che ce ne sia bisogno, insomma) mi chiedesse di provare a dare una differenza specifica per la definizione di uomo italiano, probabilmente risponderei con piglio sicuro e quasi senza pensarci su: l’essere esperto in materia. Non dico “l’esperienza” in materia, anche perché molto spesso l’italiano esperto in materia di esperienza in materia non ne ha, punto, dico piuttosto che l’italiano è uno che ne capisce. E ne capisce di tutto. È nato con un talento naturale per la comprensione e la risoluzione dei problemi; portatore, egli, dell’opinione notevole che deve per forza essere espressa e pubblicata. La sua opinione, che per l’opinionista che la esprime è pura verità, soltanto camuffata da un velo di soggettività che si tramuta in assoluto soggettivismo, ma di quello spicciolo, quello che scade nell’individualismo estremo, se non – cosa che molto spesso accade – proprio nella pura idiozia (idiota in senso primo, come colui il quale non riesce a vedere oltre se stesso) –; la sua opinione, dicevo, bisogna che sia data agli altri, come atto di amore nei confronti del prossimo, al fine di migliorarne l’esistenza. Per questo l’italiano non può fare a meno di esprimere il proprio punto di vista, esposto come idea: per amore. Che poi, se anziché essere amore in senso proprio o amore per gli altri, sia amor proprio, vano egoismo connivente con il tipico egocentrismo, non fa niente. Per l’italiano è così, punto e basta.

[N. B. Il “mettere le mani avanti” dell’inizio. Sono italiano anche io, e probabilmente sto attuando la differenza specifica che espongo. Eh, Gaber, Gaber! Ma davvero, questa che sto dando, è una pura e individuale opinione? La parola ai critici che, sicuramente più esperti in materia di me, potranno dire la loro…]

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Imitazione dell’opinionista Paolo Del Debbio.

Proviamo ad entrare nel vivo della questione e tralasciamo le elucubrazioni. Entriamo nei luoghi italiani della cultura: i bar. Ma non i bar tipo il Café de Flore parigino (che, appunto, non è italiano), ma quelli nostrani, quelli benniani tipo Bar Sport (dove la preposizione articolata sarebbe un fronzolo eccessivo, quasi barocco). Nel primo i clienti abituali erano Picasso, Sartre, Rimbaud, Prévert e altri di codesto tenore; nel secondo, invece, la fauna tipica è quella superbamente e magistralmente descritta dallo scrittore italiano (nda: è probabilmente l’autore italiano che reputo il migliore degli ultimi trent’anni). Ora, tutti e dico tutti i clienti dei bar italiani sono degli esperti in materia. Lo si dice sempre: in Italia abbiamo circa 60 milioni di allenatori di calcio (un po’ di meno di basket), altrettanti critici cinematografici (e nella loro top ten vi è sul podio l’ultimo cinepanettone), politologi e politici, scienziati e quant’altro. E nei bar trovano il loro habitat naturale, quello dove possono liberamente mostrarsi al mondo dall’alto della loro sapienza sterminata quantitativamente e, secondo loro e tutti quelli attorno, qualitativamente, e spulciarsi a vicenda, in queste orge di opinioni e pidocchi, fragranze di caffè e cornetti e quotidiani, il più delle volte regionali quando non locali. Ultimamente, poi, sta prendendo piede l’essere esperti in materia in campo musicale e in campo culinario, solo che per questi due nuovi soggetti bisogna spostarsi sull’altra piattaforma culturale per eccellenza: i social network. E qui vai col commentatore, questo nuovo essere sociale che non può fare a meno di non trattenere le sue veloci dita per esprimere il suo giudizio sull’artista (che sia cuoco o cantante indifferentemente, l’esperto in materia, che è sempre lo stesso, ne sa di entrambi i campi): “Questo è un genio, quest’altro mi ha fatto emozionare, questo è bravissimo, quello fa pena, quell’altro ha scelto la canzone/il piatto sbagliato per esprimere al meglio le proprie capacità, il proprio talento” e così via dicendo.

Quanta altezzosa consapevolezza esiste in questi soggetti? E quanta reale competenza? Probabilmente, molta la prima, infima la seconda. Tant’è che molto spesso il vero esperto o viene scambiato per uno di loro (se commenta), o non commenta proprio. Oppure, se critica – molto spesso giustamente, perché veramente ne capisce (pensiamo a Monina per quanto riguarda la musica) – nella sua pagina, viene attaccato dai difensori (che quindi giocano un doppio ruolo) del criticato, deriso e lapidato e dilaniato da taglienti e profonde fauci manco fossimo al Colosseo! E qui, il pinco pallino di turno si alza, viene innalzato allo stesso livello del vero esperto, e si crea una democraticissima confusione nella quale tutto è uguale e tutto è penoso.

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Insomma, commentatori della Repubblica, studiate un po’ di più, commentate di meno (prima imparate anche un po’ a scrivere, al di là della presenza dei grammar-nazi) e soprattutto rendetevi conto che il vostro giudizio, soprattutto quando non è richiesto, non importa a nessuno. Rendetevi conto che state comunque parlando e sparlando, e per lo più a sproposito, di una persona, che sia anche il personaggio di turno: non avete nessun diritto di dare addosso a qualcuno. Il pubblico che si esalta per una fiera che sbrana un martire non è così lontano: quando si è dall’altra parte molto spesso non ci si rende conto. Quindi non sforzatevi tanto di esprimere il vostro parere, ché nessuno ve l’ha chiesto. Ora direte che se uno pubblica si deve esporre anche alle critiche. Ecco, le critiche: qual è il limite tra una critica e un’offesa? Probabilmente è l’esperienza, tutt’altra cosa che l’esperto in materia da bar e da social network.

A. Ve.

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Giornalismo, importante riconoscimento per Antonio Mirko Dimartino

Romanticismo e pragmatismo del pluripremiato definiscono la sua carriera di poeta e giornalista

Lo scorso 26 settembre, la suggestiva sala consiliare del monastero di San Bernardino da Siena di Morano Calabro ha fatto da cornice ad un evento ricco di emozioni e di soddisfazioni: il Premio Internazionale di Poesia “Arthur Rimbaud”. Durante il corso della cerimonia, sono stati premiati i vincitori delle diverse categorie, e tra questi, un  riconoscimento importante è stato  riservato al poeta-giornalista Antonio Mirko Dimartino. Infatti, il presidente organizzatore Mario De Rosa insieme al presidente Franco Guaragna dell’associazione “L’Allegra Ribalta”, hanno premiato il noto giornalista catanzarese con una meravigliosa targa al merito. Il riconoscimento mette in luce le peculiarità sia personali che professionali del giornalista Dimartino. Impegno, tenacia, passione, dedizione, concretezza, entusiasmo e puntualità descrivono il suo percorso, ma soprattutto si distingue per il suo essere costantemente vicino alla realtà che ci circonda ed ai relativi problemi e ostacoli. Di questo ne danno prova i suoi numerosi articoli dedicati ai problemi legati alla nostra terra e alle difficoltà che i giovani devono affrontare per migliorare lo status quo senza dover scegliere la via più semplice, ossia la fuga. Il giornalista Dimartino nell’affrontare tali vicissitudini non si è mai esposto in modo del tutto negativo, al contrario, le sue espressioni sono sempre state cariche di positività e di speranza verso un cambiamento culturale che possa ripristinare fiducia nelle nuove generazioni.

“Un giornalista di spessore e un uomo di valore – ha esordito il presidente De Rosa – che ha saputo sviluppare il lavoro di giornalista in maniera costante e con una grande tenacia” aggiungendo altresì che “a guardar bene i suoi articoli si ritrovano magistralmente descritti tutti i problemi dei giovani, in primis quello del lavoro, per il quale il Dimartino si spende da diversi anni cercando di raccontare il loro possibile futuro”.

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Ricordiamo che Antonio Mirko Dimartino, non è solo un giornalista molto attivo nel suo territorio, ma anche uno scrittore – primo classificato alla Scuola di Liberalismo 2011 per una tesi sui beni pubblici – e un poeta romantico vincitore in diversi concorsi tra i quali il Premio Internazionale di Poesia “John Keata” e il Premio Lettere, Arte e Scienza per l’Area dello Stretto.

Un romantico poeta ed un pragmatico giornalista, combinazione speciale per esprimere il suo essere poliedrico nelle varie attitudini artistiche, con la straordinaria capacità di coniugare gli argomenti più svariati, e proponendo valide soluzione nell’affrontare i problemi reali.

Il carisma e l’entusiasmo sono certamente le doti che lo contraddistinguono, sia dal punto di vista professionale che personale, infatti lo stesso Presidente Mario De Rosa lo ha definito “un motorino sempre acceso, per il premio, ma anche come amico”.

Visibilmente emozionato per il premio ricevuto, ma con il solito animo nobile che lo rappresenta, il giovane giornalista ha ringraziato il presidente, la giuria e tutti gli intervenuti ponendosi un quesito quanto mai attuale e dandosi – da solo – una risposta: “Progetti per il futuro? Preferisco avere un futuro per i miei progetti”. Immancabile, per un poeta-giornalista, la dedica ad una persona cara da poco scomparsa, che ha destato quella naturale e silenziosa attenzione della platea.

Il Premio è un riconoscimento molto importante per lo stesso Dimartino non solo perché rappresenta una soddisfazione personale per il lavoro svolto, ma soprattutto perché diventa occasione di dimostrare che l’impegno porta i suoi risultati nel tempo. La Calabria porta con sé amarezze e delusioni, ma spesso lascia spazio a gioie e soddisfazioni per i suoi giovani talenti. Riprendendo il pensiero del poeta-giornalista appena premiato, dobbiamo riconquistare la fiducia e l’entusiasmo nella nostra amata terra perché in fondo il risultato altro non potrà essere che la somma delle nostre scelte e delle nostre azioni. Finisce così il tempo dei rimpianti e delle angosce e si apre quello di un futuro all’insegna della crescita.

Martina Pirrone

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Tra sinestesie e refrain embricati, in chiaroscuro, a persuasione dell’icona

Vince il Federiciano 2015, a sorpresa, Daniela Ferraro, mentre era a rappresentare una delle giornate della Cultura Calabrese per “la luce del poeta”

 “Filomena” da Piume di cobalto, Aletti editore

E sosteneva il passo/un fiero andare… / Su Filomena/ognuna lingua si tace. / Spiano i vetri / vetusta effigie nell’ora / che si dispoglia / nel vacuo di un tramonto. / E di madre esemplare, / sposa devota / reca cinte le tempie / e il guardo intatto. / Nessuno figge la pena / che in sé annoda / l’accigliata virtù, / spini in ghirlanda.

«Finostós e icona nella poesia di Daniela Ferraro

Nella traccia mnestica del nóstos, la “Filomena” di Daniela Ferraro, assume la valenza gerarchica dell’icona bizantina, essa, nella sprezzatura del gesto focalizza infatti una deissi non tridimensionale ma calibrata al mimetismo ieratico dello stilnovo: dipanato nel poietico in volume d’effigie. Il testo, Piume di cobalto quindi, associando la physis in parusia di parola, reitera nel proprio itinerarium lo speculum virtuale di codesta oltranza che, nella trama prosodica tessuta figurale, palesa stilistica l’immoto andare di Filomena correlata vicaria con la figura dell’ascesi, analogica sulla vicissitudine dell’ente. Insomma, la Ferraro, converte sacrale il vettore escatologico dell’icona e, nel vibrante iato esistenziale del dissidio, colloca inconscio il desiderio latente di un sisma psichico minimale mirato al formarsi del destino che, epifanico, sovrasta l’identità della Kore, oltre il lucente spiare dei vetri. Inquisita nel passo, la Canefora, ha spini e ghirlanda combaciante col bildungsroman dell’autore in fieri e, in contrappunto col paesaggio, affine alla ciclica stagione si dispoglia il vacuo tramonto. Infatti, in simbiosi coll’imago, il poeta, introduce intransitivo un nóstos focale nello sguardo assente della figura che, dal profondo eterno femminino, riflette in superficie le tarsie paratattiche della scrittura, schiva alla deduzione logica. Infatti, il linguaggio di Daniela, risulta essenzialmente di tipo noetico, cioè basato sull’intuizione analogica manifesta dall’ipallage straniante. Intrinseco al fascino introvertito dell’icona, allora anche l’etimo scandaglia il sublime legato al verbo fingere della figura e, in transfert, lo compone in dittico mitico: veicolato dall’incedere di Filomena in cristiano dissidio tra fascinazione erotica e catarsi. Nella postura imperiale dorata d’icona, o nel respiro ionico della danza, la locrese Daniela, qui sugellata tattile un rilievo vascolare e, costellandolo in visione pudica, non lo esprime ad occultare il fenomeno naturale ma a renderlo leggibile, in litofania sul versus dell’arazzo. Tra sinestesie e refrain embricati in chiaroscuro a persuasione dell’icona, o nella patina del sacro implicito al disfarsi della cenere, Filomena, inderogabile possiede il proprio luogo e lo calca, nel ritmo metrico di un solco versificato, oppure in symmetros antico: autoctono al profilo di Nikopea, in parusia di parola». (Giovanni de Girolamo)

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Demetrio Guzzardi, Daniela Ferraro nella settimana della cultura calabrese.

Ho volutamente iniziato con questa pregevole recensione fatta alla poesia, ma anche poetica della professoressa Ferraro, poiché Daniela Ferraro è una “creatura poetica”, icona di un modo di vivere ma, anche, di fare poesia di altezza e purezza ineguagliabile, così come puro è il lessico di questo dire nella critica. Un ritornare allo splendore arcaico e profondo della parola, come a mio sentire un grande poeta, merita.

Daniela Ferraro è di Locri, nel reggino, vincitrice dell’ultima edizione del Federiciano, organizzato a Rocca Imperiale nel mese di agosto scorso. Edizione, che si ripete annualmente e che registra, da sempre, una grande partecipazione di letterati e poeti. La bellezza del concorso consiste nel rivestire il Paese della Poesia, così è chiamata la località calabrese, di stele di bellezza arcaica e tradizionale con i versi d’autori noti e vincitori.

Testimonial del Festival annualmente sono grandi personaggi della cultura a tutto tondo. E Rocca Imperiale diventerà presto set cinematografico di Pupi Avati.

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Daniela Guzzardi con l’editore Demetrio Guzzardi.

Pupi Avati si fa fotografare davanti alla stele con incisa la sua poesia “E noi del Cinema Italiano”, in cui il regista bolognese ha ricordato il soggiorno a Rocca Imperiale per le riprese del suo prossimo film “Le nozze di Laura”.

“Il Federiciano”, VII edizione, 28 Agosto 2015, Rocca Imperiale, ha però decretato la vittoria della nostra poetessa, che in quel momento allo svelamento della stele con la sua poesia, si trovava altrove, per presenziare alla Settimana della Cultura Calabrese a Camigliatello Silano e con l’editore Demetrio Guzzardi, entrambi allo scuro che questa meravigliosa poetessa di lì a poco sarebbe diventata una memoria storica impressa sulla passeggiata del centro storico del Paese della Poesia.

Noi l’abbiamo raggiunta per farci raccontare la sua emozione, sorpresa, e commozione, di aver due serate sulla sua “poetica coscienza” e di cui una vincitrice e, ironia dei fatti, anche rappresentate a pieni voti dell’altra: la cultura calabrese. Segno anche che Demetrio Guzzardi vede lontano e riconoscere i veri talenti da inserire a pieno titolo nelle sue manifestazioni.

La poesia che è stata premiata e che riportiamo in foto è Settembre 1939″, e che invitiamo a visitare nel luogo, occasione per vedere le meraviglie di Rocca Imperiale.

Ritorniamo al nostro “Usignolo della Locride”, così è definita la nostra poetessa:

Che si prova a trovarsi su una stele nel Paese della Poesia?
Nel mio caso, tanta sorpresa. Mi capita spesso, partecipando a tante manifestazioni, d’incorrere in coincidenze di premi, devo dire che sono anche molto contenta di essere invitata e di classificarmi spesso tra i finalisti dei concorsi, ma devo di solito fare delle scelte, che sono di spostamento. Non era la prima volta che partecipavo, in altra occasione ho ricevuto la menzione di onore.

Daniela, è stata pubblicata anche dalla casa editrice di Roma Aletti (promoter “Il Federiciano”). Come inizia questa collaborazione?
Agli albori della pubblicazione del mio secondo libro, su invito della casa editrice. Hanno mandato l’invito, io ho spedito le mie liriche, che sono state bene accette nella preselezione e pubblicate. Così nasce: Cerchi concentrici (Sul cadere dell’alba). Trovandomi bene nasce il terzo libro, secondo con l’Aletti, nel 2014: Piume di Cobalto, con la prefazione di Lorenzo Spurio, critico letterario di Ancona e cover di Antonio De Blasi.

Qual è la musa ispiratrice che ti guida?
Sono una poetessa dei sentimenti. La mia prima poesia, a sette anni, per la morte di mia nonna. Da ragazzina scrivevo con la rima baciata, molto musicale ovviamente e diretta alla mia famiglia. Ero attratta dagli eventi tristi, che con il tempo avevo perso. Dieci anni fa ho ripreso in mano la Poesia, in seguito all’evento difficile della fine del mio matrimonio ho cominciato a scrivere a verso sciolto, scrivendo di fiabe, anche di satira e poetica d’amore. Ho raccolto le mie poesie come azione liberatoria. Così nasce “Icaro” nel 2011, quarantatré poesie solo e scritte di getto. Dopo mi sono fermata un poco, subito dopo il secondo libro con l’Aletti e arriva poi nel 2014 il secondo libro sempre edizione Aletti.

Piume di Cobalto

Piume di Cobalto

La poetica quindi è intesa come slancio emotivo?
La poesia esprime una situazione di disagio e raramente di gioia, infatti, sono davvero poche le poesie di gioia nella mia poetica. Il verso deve essere molto musicale anche se non in rima. Se succede, usi la rima: il verso classico. Inoltre credo che debba essere il contenuto a dettare lo stile.

Daniela, sei anche insegnante. Del resto, tanti sono i poeti docenti. Come concili le due attività?
Non è facile, insegnando in una scuola tecnica, le due attività sono totalmente diverse. Sarebbe bella la poesia anche per loro, ma hanno altre attitudini e non prettamente letterarie. Il linguaggio poetico da me usato è alto e non adatto al tipo d’insegnamento per determinate scuole, che richiedono per la didattica un linguaggio semplice.

Lucia De Cicco

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A Morano Calabro premiato un “trip report” targato TLR

Un riconoscimento originale ed innovativo, riservato a chi fa del viaggio una passione

Il Premio Internazionale di Poesia “Arthur Rimbaud” si è arricchito di un ulteriore momento e riconoscimento: il Premio “Reporter” assegnato al giornalista Francesco D’Amico per il servizio su Charleville-Mézières, paese natio di Rimbaud. Nominato quale “Premio Reporter”, questo giovane lametino è stato premiato personalmente dal presidente del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”, il noto poeta contemporaneo Mario De Rosa.

L’itinerario del viaggio descritto nel TR.

La cerimonia di premiazione si è svolta lo scorso 26 settembre 2015 in una cittadina meravigliosa, ai piedi dello splendido Pollino, che porta il nome di Morano Calabro. Nella cornice suggestiva e magica di Morano Calabro sono stati proclamati  i vincitori di questa edizione del premio – provenienti da tutta la nostra penisola – designati dalla giuria presieduta da Lorenzo Curti, accompagnato da Salvatore Di Luca, Giusi De Rosa, Antonio Mirko Dimartino e Mauro Montacchiesi per quanto riguarda la poesia; da Trento Vacca, Carmen Caravia, Roberto Coscia e Daniela Voto per quanto riguarda i racconti brevi.

Tra i diversi vincitori, per le diverse categorie, nonché alla presenza di un pubblico numeroso, queste sono state le parole di Francesco D’Amico, visibilmente fiero del suo operato:

“E’ stato il viaggio delle coincidenze. La prima è stata scoprire che lo stesso equipaggio, lo stesso aereo del volo Lamezia – Roma Fiumicino avrebbero operato il volo Roma – Parigi. La seconda coincidenza, ancora più emozionante, è stata quella di arrivare al museo il 22 luglio (2015) e scattare una foto ad  una lettera scritta dal poeta Rimbaud il 22  luglio 1881”.

Inoltre, il reporter speciale del premio di Morano Calabro ha ampiamente esaltato le caratteristiche urbanistiche e non solo, della città natale di Arthur Rimbaud, definita dallo stesso giornalista “città non caotica e molto vivibile. Insomma, una città a misura d’uomo”.

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Direttamente dal museo dedicato a Rimbaud.

Il riconoscimento più importante è stato, certamente, quello di aggiungere ad un Premio di per sé prestigioso, un valore in più. Infatti, attraverso questo meraviglioso Trip Report è stata regalata l’opportunità di viaggiare nel tempo, alla riscoperta di luoghi magici che hanno fatto da cornice alla vita e alla storia del poeta. La caratteristica più affascinante del reporter è stata la curiosità di voler intraprendere questo viaggio per comprendere appieno il senso del premio letterario dedicato allo stesso Rimbaud. Volontà e impegno sono state le parole chiave di questa meravigliosa esperienza, e quel valore in più è stato dato dalle emozioni suscitate nel pubblico che ha assistito alla cerimonia.

Ancora una volta, dunque, la Calabria diventa terra di opportunità e merito, di riconoscimenti e soddisfazioni sia per chi ha partecipato a questa edizione del premio, e sia per chi ha lavorato per la riuscita del concorso di poesia e letteratura. Iniziative ed opportunità che fanno crescere la nostra regione all’insegna della cultura, indirizzando i giovani alla scoperta dei propri talenti e dei riconoscimenti che non tardano ad arrivare, così come ci insegna l’esperienza del giovane ed emergente giornalista Francesco D’Amico e il suo speciale Trip Report.

Martina Pirrone

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