Il nuovo presidente argentino e il vento Sudamericano

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 223) il 19 dicembre 2015.

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La vittoria di Mauricio Macri va a delineare un nuovo scenario politico

A poche ore dall’assunzione del Presidente della Repubblica eletto si è reso necessario l’intervento di un magistrato per definire come e quando il potere argentino dovrà passare di mano. La presidente uscente Cristina Kirchner è rimasta in carica sino alle 23:59 del 9 dicembre, mentre l’outsider vittorioso al ballottaggio del 22 novembre, Mauricio Macri, ha assunto l’incarico il giorno successivo, 10 dicembre alle 10 del mattino nel Congresso. Ad interim il potere ripone nelle mani del Presidente del Senato, che siede appunto nel Congresso. Sembrano dettagli di poco conto, e ci si immagina che siano già definiti da un articolo della Costituzione o da leggi promulgate successivamente e ormai entrate nella tradizione, ma in un paese litigioso, con conveniente memoria del passato e poca capacità di quello che si potrebbe definire lavoro di gruppo per il futuro, come è l’Argentina, sono le pieghe e i dettagli, piuttosto che le bandiere, a nascondere le verità dei fatti. Il peronismo ha perso le elezioni, e questo è un fatto. Dopo 12 anni di staffetta familiare presidenziale, nonostante i generosi favori elargiti alle fasce sociali che costituiscono lo zoccolo duro degli elettori e la moltiplicazione quasi miracolosa dei posti di lavoro statali, è stata l’economia del quotidiano, leggi l’inflazione, la crescita ridotta e la corruzione dilagante, a premiare un candidato con un programma ancora da definire.

Il leader di Cambiemos, Cambiamo, e già Sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, ha dalla sua la buona gestione della grande città che tutto accentra nel paese, ma non si è ancora pronunciato sul tipo di sviluppo economico che intende dare all’Argentina. Sarà un neoliberista o un desarrolista (contemplando in quest’ultimo caso una gestione attiva, da parte dello Stato, delle risorse naturali e verso uno sviluppo industriale che manca e vincola l’Argentina alle fluttuazioni  del mercato mondiale delle materie prime)? Risvolti di non poco conto che vanno oltre il protocollo.  Per il momento l’Ingegner Macri, senza accento sulla i, come da buon oriundo italiano di origini calabresi, non eccelle in dialettica e capacità di arringare le folle, prerogativa che corrisponde da sempre ai peronisti, ma non manca di carattere e coraggio, se è vero che, come si dice, abbia richiesto una decapottabile per il non breve tragitto tra il Congresso e la Casa Rosada, il Palazzo Presidenziale. Tra le tante identità dell’Argentina, infatti, una delle meno invidiabili è quella di fischiare, insultare e pure a lanciare oggetti al nuovo presidente. L’esperienza toccò pure al primo presidente eletto dopo gli anni della dittatura, Raul Alfonsin, che, signorilmente restio a ribattere alle parole e altro che gli pioveva dai palchi del pubblico, si limitò a commentare laconico “che calamità il sottosviluppo”.

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Folclore a parte, quello dell’Argentina è solo l’ultimo dei venti di cambiamento che soffiano in una regione segnata negli ultimi anni dal populismo imperante. In questo inizio di dicembre, in Venezuela, il chavismo ha perso il controllo dell’Assemblea Nazionale, e in Brasile è iniziato il processo politico alla presidente Dilma Rousseff. Macri arriva al potere in un momento nel quale manca un vero leader nei paesi delle economie emergenti indicate come BRIC, e per quanto l’Argentina non ne faccia parte e abbia un’economia dalle dimensioni ridotte, questo può essere l’inizio di un circolo virtuoso. Senza dubbio il peronismo farà di tutto per mettere il bastone tra le ruote alla nuova amministrazione, ma l’Ingegnere, a differenza dei tanti avvocati che l’hanno preceduto, di sicuro sa che senza confidenza nel paese non si recuperano gli investimenti internazionali, senza investimenti non c’è crescita, e senza crescita non c’è riduzione della povertà. E non si esce dal sottosviluppo.

Michele Molinari

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Avere una buona idea non basta. In una sola parola: Imprenditorialità!

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 223) il 19 dicembre 2015.

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L’idea nasce quando talento, voglia di fare, creatività e innovazione incontrano l’opportunità

Il termine imprenditorialità, per iniziare, definisce “un’attività che implica la scoperta, la valutazione e l’utilizzo di opportunità di introduzione di nuovi beni e servizi, processi, materiali, modelli di business”. Alla base del successo di un’impresa vi è la conoscenza degli aspetti specifici di tipo gestionale ed organizzativo, che caratterizzano il settore dove la stessa va ad operare. L’imprenditore è pertanto chiamato a possedere queste competenze e a circondarsi di collaboratori che abbiano un’esperienza specifica nel settore. L’attività imprenditoriale è volta alla realizzazione di profitto: ciò significa che la decisione di sfruttare una certa opportunità verrà presa solo se i benefici attesi dallo sfruttamento saranno maggiori dei costi. Imprenditori sono gli individui pronti a scoprire una certa opportunità, a sviluppare l’idea, ottenere le risorse necessarie, progettare l’organizzazione adatta e incrementare una strategia d’azione adeguata per lo sfruttamento dell’opportunità. La sola idea però non basta.

Andiamo a vedere alcuni aspetti peculiari di questo tema e che, a mio avviso, possono far la differenza. Le motivazioni per cui lanciarsi nella strada dell’imprenditorialità sono il primo aspetto da considerare. L’imprenditore ha molte responsabilità fra cui la più importante è creare ricchezza e gestire in toto l’attività economica. Inutile girarci intorno: bisogna creare un bene o servizio che sia di utilità ad un cliente disposto a pagare per quel bene o servizio. Non ci si improvvisa imprenditori. Intraprendenza ed ottimismo: un buon imprenditore deve avere la giusta dose di audacia e intraprendenza, altrimenti il progetto non potrà mai prendere forma. Bisogna avere il coraggio di rischiare e credere sempre fortemente nel proprio progetto.  Pragmatismo: un buon leader non deve mai perdere il contatto con la realtà. L’eccessiva voglia di fare non deve far perdere di vista la realtà della situazione. Pazienza: la realizzazione di un business ha bisogno di tempo. Tempo per farsi conoscere, per avere una reputazione e per crearsi una rete di contatti stabili. Bisogna avere calma e pazienza. Le situazioni di stress devono esser gestite nel migliore dei modi. Intuizione: a volte bisogna anticipare la massa. Non serve arrivare secondi. Bisogna esser poliedrici e inventare strade nuove. Spirito di gruppo: costruire un team efficiente, circondarsi di persone competenti e capaci di svolgere quel determinato ruolo. Creare un clima sereno, collaborare per ottenere un risultato. Conoscenza: formazione e aggiornamento costante. Bisogna stare al passo con le tecnologie, conoscere le leggi, i vari aspetti del proprio business, le possibilità di crescita, etc. Creatività: è il solo modo per creare profitto ed emergere, unita al coraggio e all’intuizione. Disciplina: occorre aver rispetto delle regole, dei dipendenti, della clientela, dei collaboratori, degli avversari, di tutti. “Sono convinto che ciò che separa gli imprenditori di successo da quelli che non ne hanno è la semplice perseveranza”, citando Steve Jobs.

Claudia Siniscalchi

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Funziona l’esercizio inflessibile del potere disciplinare?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 223) il 19 dicembre 2015.

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Il problema dell’efficienza non può essere scaricato solo sui lavoratori

Stimolare i lavoratori di un’azienda verso l’efficienza e la produttività attraverso un vigoroso utilizzo del potere disciplinare. É quanto viene richiesto ai dirigenti di imprese del settore privato e, da qualche anno, anche a quelli del settore pubblico.

Nel tentativo di promuovere una “cultura manageriale” seguendo il modello americano, spesso ritenuto l’apice della produttività, si cerca di dare valore a due concetti fondamentali dell’economia moderna. Si tratta dell’efficacia, ovvero la capacità di raggiungere gli obiettivi che l’azienda persegue, e l’efficienza, ovvero la capacità di utilizzare il minimo delle risorse disponibili proprio per il raggiungimento degli obiettivi appena menzionati. Di per sé non ci sarebbe nulla di male, se non fosse per una certa esasperazione di questi concetti, portata avanti dalle politiche di azione delle varie imprese, per colpa della crisi economico-finanziaria che stiamo vivendo. In realtà questa situazione spinge l’azienda ad operare secondo una visione riduttiva del problema, tanto che uno degli effetti perversi di questa crisi diventa proprio l’eccessivo concentrarsi su uno dei tre poteri di lavoro. Quest’ultimi sono rappresentati dal potere direttivo di impartire ai lavoratori le direttive per l’esecuzione della prestazione, dal potere di controllo o vigilanza della corretta esecuzione della prestazione lavorativa e dal potere disciplinare che stiamo esaminando. Si collega al già citato potere direttivo e consiste nel punire il lavoratore – con delle sanzioni disciplinari – dopo aver verificato il mancato adempimento della prestazione lavorativa. É chiaro che non possiamo entrare in merito alle dettagliate leggi in vigore in materia di diritto del lavoro, che rappresentano un grande aiuto alla dignità del lavoratore, ma possiamo certamente richiamare il senso del potere disciplinare. Se da un lato lo stesso risulta essere punitivo, dall’altro deve essere sicuramente educativo, tanto che le sanzioni disciplinari del nostro codice civile – che appunto possono essere combinate dal datore di lavoro – devono seguire un principio molto importante: quello della “proporzionalità” tra l’infrazione e la sanzione disciplinare applicata. Ecco, il nostro codice prevede questo rimedio proprio contro la possibile invasività del potere disciplinare. In tempi di crisi, dunque, quando le cose non vanno bene dal punto di vista economico-finanziario, le imprese non possono e non devono dimenticare questo principio e, soprattutto, l’elemento educativo. L’obiettivo che deve porsi il dirigente che, grazie al suo ruolo, ha la possibilità di esercitare parte dei poteri disciplinari, è proprio quello di seguire il principio educativo.

La sanzione, per un lavoratore, ha un valore punitivo ma soprattutto educativo. Il punto è di fondamentale importanza, perché bisogna puntare a educare il lavoratore ad essere più efficiente e a produrre di più. É ovvio che considerazioni analoghe possono essere compiute, mutatis mutandis, sia per i dirigenti del settore privato che per quelli pubblici. Questi ultimi, tra le altre cose, sono anche appesantiti dal problema della macchina burocratica statale, nonché dall’ulteriore problema della pervasività della politica nel loro ruolo. Non va assolutamente dimenticato, infatti, che l’obiettivo di separazione tra l’amministrazione e la politica, sulla base di un globale disegno riformatore che ci portiamo dietro dagli anni novanta, è rimasto largamente irrealizzato. Stiamo parlando di qualcosa di irrealizzabile per sua natura, visto che si è tentato di portare la dirigenza ad assumere un’effettiva autonomia rispetto al potere politico, proprio nella gestione degli apparati amministrativi. Prescindendo dalla capacità dei vari dirigenti di rivendicare questa necessaria indipendenza nello svolgimento del proprio lavoro e quindi nell’esercizio delle proprie funzioni dirigenziali, rimane evidente il problema della atavica ingerenza della politica nella gestione amministrativa. Per anni si è cercato di dividere ciò che era di competenza del vertice politico da quello che riguardava i dirigenti, con scarsi risultati in merito.

Ad ogni modo, sia che si tratti di privato o che si parli di pubblico, il potere disciplinare non si deve avviare verso un suo esercizio inflessibile, perché si tratta di un potere molto importante e delicato. Gli studi portati avanti dagli esperti di organizzazione aziendale, infatti, dimostrano come un esercizio inflessibile del potere disciplinare non è sufficiente – e indicato – a sviluppare nei lavoratori un atteggiamento attivo. Proviamo dunque a stimolare i lavoratori diversamente, cercando nuovi metodi di collaborazione, magari spiegando ai nostri lavoratori che il maggior numero delle loro conoscenze è spesso inespresso. In tal senso il focus si sposterebbe dall’idea di punire a quella di educare.

Antonio Mirko Dimartino

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Presentato a Tiriolo il Calendario dell’Accademia dei Bronzi

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 223) il 19 dicembre 2015.

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Tra i premiati dal Presidente Vincenzo Ursini anche un collaboratore esterno de il Lametino

Si è svolta nei giorni scorsi, presso la Casa della Cultura di Tiriolo (CZ), la cerimonia di presentazione dei diversi poeti e pittori selezionati per il Calendario di Arte e Poesia 2016 dell’Accademia dei Bronzi e delle Edizioni Ursini. L’evento, realizzato grazie alla tenacia del Presidente Vincenzo Ursini, è stato organizzato con la collaborazione dell’Associazione “Teura” e del suo presidente Antonio Montuoro, con la disponibilità del sindaco della città Giuseppe Lucente, nonché del suo assessore alla cultura Angelo Colacino. Il presidente Ursini ha subito espresso pubblicamente un vivo ringraziamento al presidente Antonio Montuoro e a Renato Grembiale, sottolineando anche la presenza dell’ex sindaco Domenico Greco e delle bellissime “pacchiane” Federica Canino e Marta Vanzetto. Sulla base di questi presupposti sono stati presentati, davanti un pubblico attento ed emozionato, i pittori selezionati: Abritta Alba, Antonini Lia, Basile Mariacaterina, Calabrò Grazia, Cimini Vittorio, D’Ortona Alessandra, Galati Giuseppe, Gallelli Mimma, Iofalo Maria, Martina Lucia, Oriolo Antonella, Palella Michele, Rizzo Caterina, Rizzo Giuseppe e Scillia Giuseppe. Il consiglio direttivo del sodalizio culturale catanzarese, presieduto da Vincenzo Ursini e composto da G. Battista Scalise, Mario Donato Cosco, Antonio Montuoro e Mauro Rechichi, ha poi motivato le opere dei 48 poeti che affiancano la parte artistica della pubblicazione. Si tratta di poeti che partecipano – da anni e con assiduità – ai più importanti premi letterari italiani, tra i quali il Premio Alda Merini, ottenendo sempre significativi riconoscimenti: Alfano Anna, Amelio Biagio, Angotti Rosy, Annunziata Salvatore, Avarello Liliana, Baldelli Paolo, Benatti Graziella, Bernio Mariella, Bisciari Timea, Bocotti Massimo, Brunasso Giuseppe, Camellini Sergio, Cappella Anna, Capria Francesco Saverio, Chiappetta Angelo, Colicchio Maria Rosaria, Dell’Aria Giuseppina, Dimartino Antonio Mirko (collaboratore esterno de il Lametino e membro del gruppo The Lightblue Ribbon), D’Urso Marino, Famà Concetta, Ferrara Iolanda Erminia, Franchetti Maria Bertilla, Fusar Poli Donata, Galati Giuseppe, Giorgi Maria Concetta, Gosti Francesca, Ianigro Patrizia, Iorio Gino, Lepera Massimiliano, Mayer Grego Diana, Manca Marinella, Marra Rita Iris, Melchiorre Sergio, Morabito Caterina, Panetta Rosita, Patierno Vincenzo, Pedatella Rocco, Pugliese Catia, Pullano Antonietta, Ranieri Anna Rachele, Rinforzi Lolita, Risalvato Flavia, Roperto Mario, Rotundo Gesuzza, Tagliani Caterina, Talarico Anna, Tassone Bruno Agostino, Veneziano Marco.

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Un appuntamento, quello del Calendario di Arte e Poesia, che lascia il segno sugli organi di stampa sia cartacei che telematici e sta avendo una forte eco anche sui social network, strumenti solitamente poco utilizzati per diffondere la cultura di questa tipologia. L’impegno a favore della cultura dell’Accademia dei Bronzi e del Presidente Vincenzo Ursini non passa sicuramente inosservato ed è uno dei pochi segnali positivi in un contesto, come quello calabrese, che le statistiche purtroppo danno tra gli ultimissimi posti in Europa per la lettura e la cultura. E’ così, col grande successo del Calendario, che l’Accademia dà ai poeti nostrani l’appuntamento per il Premio Alda Merini 2016, un concorso letterario di rilevanza internazionale ormai consolidato e appoggiato dalle più alte cariche dello Stato.

Francesco D’Amico

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[Trip Report] Ecco a voi il Museo della Creazione

Si trova nel cuore della Bible Belt americana e, purtroppo, non si pone come luogo di intrattenimento

Esperti che discutono argomenti e lo fanno con toni accesi, moderatori che danno la parola a ciascuno di loro segnando tutte le tempistiche col cronometro nel tentativo di non fare torti a nessuno. Uno dei retaggi filosofici più “politically correct” ci porta, di fronte a determinati “dibattiti”, a dare lo stesso valore a due posizioni contrastanti, o quantomeno ad indurci a pensare che ci siano dibattiti in corso che, chissà, un giorno termineranno con un “vincitore”. Una filosofia secondo la quale se Tizio, persona di spicco, si esprime su una cosa dicendo A, e poi Caio, altra persona di spicco, si esprime dicendo B, con A e B completamente diversi, tutti e due meritano lo stesso spazio, hanno lo stesso peso e devono essere studiati e rispettati. Che la verità sia più vicina ad A o a B, passa in secondo piano… l’importante è dare peso ulteriore a quella concezione secondo la quale chi dice una cosa spesso conta più della cosa stessa. Insomma, una filosofia che induce una paura nel prendere posizioni e che, anche se concettualmente positiva e democratica, può portare a risultati compromettenti.

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La realtà, tuttavia, è un altro paio di maniche. Ci sono argomenti che riguardano la Scienza in cui, semplicemente, ci sono posizioni contrastanti e una delle due è sbagliata. Punto. Che sia Tizio o sia Caio a sostenere la posizione sbagliata, magari anche grazie all’appoggio di Sempronio, non conta nulla: nel mondo scientifico, se A è giusto e B è sbagliato, A è giusto e B è sbagliato e l’argomento si chiude qui.

Chi non ha molta dimestichezza con la Scienza, infatti, spesso è portato ad applicare ad alcuni dibattiti quella stessa concezione filosofica di cui sopra, con risultati potenzialmente devastanti. E’ il caso, per esempio, del “dibattito” tra Evoluzionismo e Creazionismo, in cui le virgolette non sono state messe lì per caso. Per i conduttori televisivi di parte e i fondamentalisti, il dibattito c’è, bisogna parlarne e nelle scuole gli studenti dovrebbero studiare entrambe le cose. Per la Scienza, quella vera, il dibattito non esiste in quanto l’Evoluzionismo è supportato da prove, il Creazionismo no, ergo quest’ultimo non merita nessuno spazio in nessun contesto accademico o scolare. Tanto per fare un esempio analogo, c’è un motivo ben chiaro per il quale nelle scuole si insegna l’Astronomia anziché l’Astrologia.

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Gli USA sono un insieme di stati molto variegati, con economie e società diverse. Una fascia di stati (marcati in rosso nella cartina qui sopra) prende il nome di “Bible Belt”, ossia “Cintura della Bibbia”, ed è caratterizzata da una massiccia predominanza cristiana protestante molto incline al fondamentalismo. Ebbene, in una realtà culturalmente molto tarata come questa cintura si manifestano cose che nemmeno in un paese vaticanizzato come l’Italia possono manifestarsi. Un esempio eclatante è il Creation Museum, il Museo della Creazione, che si trova a pochi minuti di macchina dall’aeroporto di Cincinnati, che serve anche l’area del Kentucky del nord. Il museo, infatti, si trova a Petersburg, proprio nello stato americano del Kentucky.

Arrivare al museo partendo dall’aeroporto CVG di Cincinnati non è affatto difficile. Le guide turistiche dell’aeroporto sanno cos’è e dove si trova, stessa cosa per quanto riguarda i tassisti che si offrono addirittura volontari per venirvi a prendere al ritorno dalla visita. Condividerò con voi la breve storia del sottoscritto, studente italiano di Geologia e paleontofilo da sempre, e di questa breve ma intensa visita al Creation Museum. La visita è stata fatta nel contesto di un lungo viaggio negli USA, fatto per motivi familiari, durante il quale ho potuto ritagliare una giornata di tempo per volare da New York a Cincinnati.

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Non serve una mente particolarmente razionale per pensare, o almeno sperare, che questo luogo sia stato costruito e sviluppato come una specie di parco giochi, un modo per intrattenere le masse, bambini inclusi. E invece no. E’ tutto dannatamente reale e professionale, e lo stile un po’ infantile della prima sala e della biglietteria viene subito ridimensionato da un approccio pseudoscientifico simil-serio che accompagna il resto della struttura. Il problema è che, non conoscendo la Scienza, per un visitatore è difficile distinguerla dalla pseudoscienza propinata al Creation Museum. Il primo pensiero va ai bambini che, dopo una simile visita, risulterebbero molto più facili da plagiare e manipolare. Provate a mettervi nei loro panni: come si fa ad avere una visione critica di quanto descritto in un museo, che nell’immaginario collettivo è un luogo di conoscenza, divulgazione culturale e verità?

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All’inizio, una piccola galleria con pareti che ricordano nello stile un affioramento roccioso mostrano varie immagini relative alle leggende sui draghi, creature fantastiche che, ovviamente, in questo contesto sono utilizzate per dare peso ad un’ipotesi che potremo “ammirare” un po’ più avanti. La leggenda dei draghi funge da fondamento per qualcosa che il museo insegnerà ai visitatori poco dopo, andando avanti con la visita.

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Ecco, infatti, che si inizia con la propaganda per invasati redneck, un termine che identifica gli americani fondamentalisti che vivono nella Bible Belt e che spesso ha assunto una connotazione negativa. E’ un po’ come il termine “terroni“, in fin dei conti. Come inizia la propaganda in questione? Parte identificando il Behemoth, una grande creatura biblica, come un sauropode, un grosso dinosauro erbivoro: è qui che l’inizia la vera e propria epopea nella pseudoscienza che caratterizza questo museo.

Andando poco oltre, sulla sinistra, si passa al museo vero e proprio. L’entrata sembra abbastanza curata, quasi come se fosse quella di un museo normale, potremmo azzardare.

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Fin qui, infatti, nulla veramente di strano. Voglio dire, abbiamo visto immagini di draghi in stile da cartone animato volte a suggerirci “qualcosa”, e abbiamo potuto notare un’interpretazione paleontologica di una vaga descrizione biblica. Sono ipotesi, suggerimenti, piccole osservazioni che servono ad alimentare la curiosità del visitatore, nonché a convincerlo ad accettare le tesi esposte nel resto del museo. Il vero tuffo nella pseudoscienza religiosa del creazionismo sta per iniziare. Tenetevi pronti!

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Ora potete assaporare l’atmosfera che permea questo “museo”: questa ricostruzione mostra due dinosauri teropodi di piccole dimensioni insieme a un essere umano. Certo, perché secondo chi ha costruito il Museo della Creazione, dinosauri ed esseri umani avrebbero convissuto nonostante il gap temporale di sessantasei milioni di anni che separa l’era mesozoica, anche nota come era dei dinosauri, dall’Olocene in cui viviamo.

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Procedendo, dopo il primo tocco di vera pseudoscienza, ecco che il museo inizia a propinarci il succo del Creazionismo, con un’alternanza di nozioni scientifiche rivisitate e menzioni varie dai testi sacri della religione cristiana. Qui descritte troviamo le 7 C del piano divino per l’Uomo e per la Terra: Creazione, Corruzione, Catastrofe, Confusione, Cristo, Croce e Consumazione.

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Il contrasto tra le due interpretazioni sul perché dell’esistenza dei fossili: secondo la parola di Dio, sono stati formati circa 4.350 anni fa, subito dopo il Diluvio Universale, mentre, “secondo gli uomini”, gli strati fossiliferi erano presenti già milioni di anni prima.

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Ecco qui ad ammirare una delle tante chicche di questo museo. Secondo gli scienziati secolari, e quindi laici/atei, il Grand Canyon sarebbe stato formato da processi geologici lentissimi ma inesorabili, protratti per centinaia di milioni di anni. L’eruzione vulcanica del Monte St. Helens in America, tuttavia, dimostrerebbe che strutture geologiche simili possono formarsi molto velocemente, anzi, quasi in modo istantaneo. Con questo schema, è palese l’intento di mettere la Geologia contro se stessa, nella speranza di cercare e trovare contraddizioni insite, da colmare successivamente con le risposte che si trovano tra i capitoli della Bibbia.

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In questa parte del museo si affronta un piccolo dilemma. I fatti sono gli stessi, ma cambiano le interpretazioni… perché? Io una mezza idea ce l’ho, e voi? Ecco ritornare lo strano spirito del quale è stata fatta menzione a inizio articolo, ossia quello strano intento del mettere, allo stesso livello e meritevoli delle stesse attenzioni, posizioni contrastante in cui il consensus scientifico è schierato da una parte soltanto.

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Ogni tanto, come in questo caso, presso il Creation Museum si manifestano sculture che attirano l’occhio dei visitatori paleontofili come me. Piccola opinione personale che molti di voi condivideranno: tale dedizione nel ricreare una creatura estinta è sprecata, visto l’uso che se ne fa. D’altronde, la cura riservata a queste sculture non fa altro che alimentare, nel visitatore con scarso background geologico-paleontologico, l’idea di visitare un museo come tutti gli altri.

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Due percorsi paralleli con due ipotesi altrettanto parallele per giustificare la presenza di un affioramento di fossili di Utahraptor negli strati geologici. Secondo l’uomo, l’Utahraptor rinvenuto fossile viveva circa 125 milioni di anni fa su una Terra diversa dalla nostra, con una compagine tettonica non comparabile a quella attuale. Il dinosauro è rimasto annegato nei pressi di un fiume antico; morto, sarebbe poi stato coperto da fini sedimenti che ne hanno garantito la fossilizzazione, preservandolo fino ai giorni nostri. Secondo la parola di Dio, sarebbe vissuto poco prima del Diluvio, 4.300 anni fa, e morto annegato nel grande cataclisma. Dopodiché, il suo corpo sarebbe stato sepolto dai sedimenti depositatisi dopo l’immane catastrofe. Tutte due queste “interpretazioni” portano allo stesso risultato convergente: la scoperta del fossile di Utahraptor da parte dei paleontologi moderni.

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Non poteva mancare una piccola parentesi sull’arcinoto fossile dell’australopiteco Lucy. Lucy come gorilla, Lucy come essere umano, Lucy come scimpanzé… chi siamo noi per dire chi o cosa fosse? Chi sono i paleontologi per esprimersi e dire che fosse un’antenata degli esseri umani?

Piccolo particolare drammatico emerso dopo aver rivisto queste foto: dal riflesso del vetro si vede chiaramente che anche i bambini sono soliti visitare questo “particolare” museo. Lì per lì non ci avevo fatto caso, ma col senno di poi ho realizzato come il target ideale dei visitatori fosse proprio la tipica famiglia americana.

12278848_998945680128018_2156525220301821624_nNel proseguire la visita nel museo, diventano comuni le frasi a effetto volte a plasmare la mente dell’ignaro visitatore. Ecco qui che le scoperte scientifiche diventano un “attacco alla Bibbia”. Pensare che la Terra sia decisamente più vecchia di quanto detto da Ussher, vescovo che in base agli eventi biblici calcolò l’età della Terra in circa 6.000 anni (oggi sappiamo che la Terra ha 4.5 miliardi di anni), sarebbe una specie di eresia. Secondo questo schema, il semplice uso di espressioni come “milioni di anni fa” è un affronto nei confronti della Parola di Dio.

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Che questo stralcio di articolo di un giornale sia vero o no, colpisce una cosa: un evangelista cristiano che accetta l’evoluzione diventa in automatico ateo. C’è qualquadra che non cosa, mi permetto di pensare. Mi guardo intorno e noto di essere entrato in un’area del museo quasi interamente dedicata a ripetuti attacchi nei confronti dell’ateismo: si inizia con l’esempio dell’evangelista, oggetto di questo articolo in esposizione, e si finisce con lo “smantellamento” del “modello ateo” di famiglia e società.

Solitamente, non faccio un uso così esteso delle virgolette, ma le circostanze le rendono necessarie o rischierei davvero di passare per creazionista.

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In base ad un rapporto sul flusso dei fedeli nelle chiese britanniche, “la chiesa cristiana in questo paese sarà morta e sepolta tra 40 anni. Scomparirà dalla quotidianità della vita inglese, e solo lo 0.5 per cento della popolazione parteciperà alle funzioni domenicali”. Si tratta di un semplice trend statistico sulla scomparsa del Cristianesimo nel Regno Unito, uno dei tanti cambiamenti nella nostra società; qui, ovviamente, assume una connotazione negativa e catastrofica, perché al Museo della Creazione non potrebbe averne un’altra.

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Questa foto riassume il contenuto di un piccolo tunnel presente all’interno del museo. Praticamente, alcuni televisori mostrano gente intenta a commettere atti poco consoni a quella che dovrebbe essere la famiglia ideale cristiana e ai precetti cristiani in generale; un ultimo video mostra questi individui in una chiesa, insieme, a distrarsi e a fare gli scostumati e scapestrati. Si tratta di una famiglia che ha fatto un grande errore: sostituire la verità divina con ciò che ha sfornato l’uomo, ossia la scienza “inesatta”. Anche qui, mi tocca usare le virgolette. Non credo di aver mai usato così tante virgolette in anni e anni di scrittura e giornalismo freelance, sapete?

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Si passa alla sala successiva e si lascia alle spalle la vena di catastrofismo sociale che il Museo della Creazione associa all’ateismo. Nella nuova sala si inizia a parlare della Genesi, il primo libro del Pentateuco, dove non poteva mancare un video sulla “nascita” di Adamo, il primo essere umano creato dal Dio giudaico.

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Un percorso successivo porta i visitatori in un ambiente molto chiuso e al buio, illuminato solo da alcuni luci concentrate su determinati punti. Tante le sculture e le rappresentazioni di animali e vegetali in perfetta armonia tra loro. Ecco a voi il Giardino dell’Eden così come l’abbiamo sempre immaginato.

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Forse il dinosauro nell’Eden non l’avevate immaginato, mentre i creazionisti non riescono a dormire la notte senza immaginare i dinosauri nell’Eden. Fa parte della loro forma mentis, c’è poco da fare.

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Nasce anche Eva, la prima donna, creata da Dio prendendo una costola di Adamo. In realtà, alcuni studiosi del testo biblico pare siano contrari all’uso della parola costola per descrivere l’episodio, in quanto – dicono loro – il termine originale in ebraico utilizzato nella Bibbia (tsela) indicasse la metà di qualcosa o qualcuno. Non la costola di Adamo, quindi, ma la metà di Adamo. Non che questa precisazione renda il racconto più veritiero, ma è un fatto molto interessante da sapere. A proposito, di questo dibattito linguistico non si fa menzione nel museo, o almeno non ricordo se ne facesse menzione: l’ho scritto perché ne ero venuto a conoscenza molto prima di questa visita e ho pensato che fosse il caso di tirarlo fuori.

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Ricordate come finisce la storia di Adamo, di Eva, dell’Eden e del serpente? Ecco che il Peccato Originale fa scattare morte e sofferenze, nonché catastrofi naturali. Tutte le cose brutte e orribili del nostro mondo sono riconducibili a quell’episodio, emblematico della scarsa fiducia dell’Uomo nei confronti del Creatore.

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Questa stanza si pone come un mezzo per mostrare la cruda realtà, il forte distacco tra l’atmosfera paradisiaca dell’Eden e quello che è successo dopo. Per potersi vestire e cibare, Adamo ed Eva devono togliere la vita ad altri esseri viventi. Si piange, si è tristi per il dramma dell’uccisione come mezzo necessario per sopravvivere nel nuovo e crudele ordine naturale. Il fine giustifica i mezzi, ma lo giustifica con malinconia.

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La prima famiglia umana della storia biblica si ritrova costretta a lavorare la terra. Il Peccato Originale ha portato anche questo, la “necessità” di lavorare, sudare e sentire dolore, in tutte le sue sfaccettature.

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La Bibbia, come sicuramente sapete, va avanti e continua con le sue storie, lasciando l’episodio di Adamo ed Eva alle spalle per raccontare altre storie. All’inizio, ci hanno parlato del Diluvio Universale e di come ha plasmato la superficie terrestre attuale: procedendo nel museo, si arriva in uno spazio interamente dedicato all’Arca di Noé.

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E’ proprio lui: Noah, Noé, al lavoro. Lui non scherza mica, lavora per l’umanità intera! Decisamente un supereroe di altri tempi.

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Modello in scala degli interni dell’Arca. Nel compartimento a sinistra vediamo dei dinosauri, mentre in quello a destra dei felini. Tutto normale secondo la logica cardine del Creation Museum.

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A Diluvio cessato l’Arca si ritrova sul monte Ararat, o almeno così dice la Bibbia.

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Ancora una volta, il Gran Canyon è considerato una prova a favore della tesi del Diluvio. Ora che il visitatore sa con precisione in cosa consiste quella colossale struttura geologica, è più facile rispondere ai geologi che spiegano la formazione di determinate formazioni rocciose ricorrendo a termini “blasfemi” come “milioni di anni fa”, “per milioni di anni”, eccetera. Ora, il visitatore sa che il Gran Canyon può essersi formato qualche migliaio di anni fa, e può trasmettere quella conoscenza ad amici e parenti.

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Come detto in precedenza, ogni tanto si trova qualche chicca per i paleontofili. Questa è la ricostruzione del cranio di un dinosauro teropode, un feroce predatore dei tempi antichi. Fin qui, siamo d’accordo coi creazionisti, ma è quando si quantifica l’antichità in questione che nascono le diatribe.

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Questo schermo è troppo bello per essere esposto al Museo della Creazione. Mi dispiace, ma non riesco a pensare ad altro guardando questa foto scattata durante la mia visita.

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La vita si riprende dal Diluvio e si differenzia. Ma, un momento, questo non significa accettare l’evoluzione? Cioè, fatemi capire, fino ad ora ci avete propinato tesi su tesi per dirci che animali e vegetali sono stati creati da Dio così come li vediamo… e ora si assiste, come se nulla fosse, alla schematizzazione dell’esplosione di varietà genetiche che avrebbe seguito il Diluvio? Metterci d’accordo e parlare insieme di esplosione cambriana è così difficile o si sceglie in modo arbitrario quale esplosione evolutiva accettare, e quale no?

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Dopo lo shock dello schema sull’evoluzione “accettabile”, ossia sulla parte dell’evoluzione che ai creazionisti conviene (semplice varietà delle razze di una stessa specie equina), si procede e si arriva all’area di ristoro. Con un po’ di fantasia, potremmo pensare a un nesso tra questo accostamento: lo shock psicologico così sostenuto può far venire fame, sete, stanchezza, per cui sopraggiunge la necessità di rifocillarsi.

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Mini mostra sui dinosauri, accessibile dal piano di ristoro, andando su per una breve rampa di scale. Il problema di questa foto? Mostra due creature vissute in tempi geologici lontanissimi tra loro: abbiamo, infatti, uno stegosauride tipico del tardo Mesozoico, e quello che a me ricorda un Edaphosaurus, un rettile antico affine ai mammiferi, vissuto circa 300 milioni di anni fa, nel Paleozoico, che coi dinosauri c’entra poco o nulla!

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La visita sta per finire, è giunto il tempo dei ringraziamenti. A cosa dobbiamo la creazione del Museo della Creazione, pseudoscienza e creazionismo dilagante a parte? Il tutto è stato offerto in collaborazione con… Answers in Genesis, una piattaforma molto conosciuta dai secolari americani e che vanta anche un portale in italiano. Come suggerisce il nome, si tratta di una piattaforma online dove è possibile approfondire le tematiche scientifiche affrontate nella Genesi, interpretandole in modo da non entrare in contrasto col testo sacro del Cristianesimo.

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Siamo proprio alla fine, ai titoli di coda… e non poteva mancare il solito filo di patriottismo, nella forma di una bandiera esposta su una parete. In America, questo sentimento è molto forte e la cosa, per certi versi, è positiva: magari fossimo così anche in Italia. Il problema di questo sentimento è il suo uso, o meglio, abuso. In questo museo, come in altre zone e in altre occasioni, il patriottismo viene sfruttato per rivendicare le origini cristiane di una nazione che, in realtà, è nata come stato secolare, del tutto neutro rispetto alle religioni. Prendere un po’ di ignoranza scientifica, un po’ di fanatismo religioso, un po’ di patriottismo e mischiare le tre cose per continuare a parlare di creazionismo nel nuovo millennio, è una delle cose più vergognose della società moderna, con la quale dobbiamo, purtroppo, confrontarci quotidianamente. La presenza di un intero museo dedicato a questa corrente antiscientifica dovrebbe far riflettere sulla reale diffusione del fenomeno, che in un’America molto radicale prende piede in modo più marcato, ma che, in fondo, ha le sue radici un po’ in tutto il mondo occidentale.

Francesco D’Amico

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La fretta e la qualità

Un voto, un tempo o una persona

Come sempre, questo che scrivo è sì pubblico e pubblicato, ma sempre in modo non invasivo. Come sempre, non è che la lettura viene imposta, né c’è pretesa di una qualche verità. Non deve per forza stare bene al lettore, che comunque non si trova qui per caso, ma ha scelto lui. Dopo esserci rilassati un attimo, leggiamo.

Hai sbagliato, non c’è più possibilità di redimerti. Devi rimpiangere eternamente le tue scelte e guai a pensare di poter cambiare le cose. Sei quello che ti meriti di essere. Punto. E te lo dico io che non ho sbagliato, che non ho mai fatto scelte sbagliate e che sono felice. Avresti dovuto seguire il mio esempio, quello che ho fatto io, che “ce l’ho fatta”. Ma ora è troppo tardi, stai nella tua condizione e non lamentarti. Meriti di pagare le conseguenze dei tuoi errori compiuti cinquant’anni fa, nonostante il pentimento, il cambiamento e la voglia di riscatto. Non lamentarti se hai sbagliato. Io, da quassù, ti guardo e sadicamente me la rido.

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Dopo di questa brevissima digressione umoristica, cerchiamo di diventare seri, per un attimo almeno. La superficialità delle proprie idee è un problema che non è facile che tutti riconoscano, soprattutto quando esse sono l’opinione comune. Ho letto in queste ore più articoli, di stampo nettamente superficialista, che in qualche modo davano ragione al ministro Poletti nel suo esprimere un’opinione: meglio un voto di laurea basso (bassissimo!) in tempi brevi che un 110 e lode da fuori corso. Ora, un’opinione personale è legittima se viene espressa come tale, se non ha carattere universale, se non attua una violenza e, soprattutto, se non ha pretesa di infallibilità. Credo che, e qui si tratta di una mera opinione personale, questo non valga per le suddette dichiarazioni, che, anzi, vanno nella direzione esattamente contraria. Dunque, il ministro non ha espresso una semplice opinione, ma qualcosa che dovrebbe apparire come una corretta, esatta, adeguata visione del mondo. Io tengo la verità in mano, tu no. Lasciamo da parte questo – che non è proprio il caso di commentare – e, invece, proviamo a capire il seguito ottenuto, soprattutto tra le fila dei giovani.

L’atteggiamento che si è tenuto, per la maggiore, è quello che non approfondisce le questioni, ma guarda tutto con l’occhio del sé, imponendo la propria visione come universale e, “ma è ovvio, suvvia!”, giusta. Avere la soluzione a tutto sulla base della propria esperienza, avere idee chiare su tutto sulla base della propria tradizione, sentire sé come legislatore in quanto “io ce l’ho fatta”: il via libera all’opinionismo più bieco, becero e compiacente e compiaciuto. Ah, quanto adoro chi “ce l’ha fatta”, chi “ne sa”! Ah, che meraviglia lo stare al passo coi tempi! Tempi che non ci consentono mica di tentare di capire le cose, ma che ci consentono di averne comunque l’idea. Io non è che so cosa tu stia dicendo o facendo, ma secondo me, che secondo me “ce l’ho fatta” e tu no, è sbagliato. Allora, stiamo a sentire sempre chi ce l’ha fatta, così ce la faremo anche noi. Così, chi “ce l’ha fatta” dà ragione al ministro, e si arroga il diritto di giudicare con fare disinvolto mani il tasca e mento sollevato chiunque “non ce l’abbia fatta”, perché impegnato a, che ne so, capire cose gli stesse capitando in determinati momenti. Chiaramente si tratterà di un giudizio negativo, spocchioso, espresso con quell’aria di sufficienza che va tanto di moda. Il ministro ha ragione nel dire che se ci metti tanto a laurearti non vali niente (non credo che egli sia arrivato a tanto con quelle dichiarazioni, almeno spero che non lo pensi, ma i commenti dei commentatori sono, invece, su questa falsariga). Guarda me, io “ce l’ho fatta” e non ho preso il massimo dei voti, anzi, ho preso quasi il minimo, però, che bellezza!, cinque anni esatti e ho finito.

L’idea o l’opinione che viene fuori da questo pullulare di idee od opinioni è tanto aberrante quanto raccapricciante: non vale mica la qualità, ottenuta con sacrifici (veri e non imposti agli altri, né universalizzati – come è stato già detto), pene, sforzi e soddisfazioni, ma conta la quantità di anni che hai. Alle aziende non importa se vi è un candidato preparato e consapevole, ma se è giovane e magari un po’ tonto, che si accontenta dei 18 (che sono onesti sempre – il discorso si vedrà più giù), l’importante è sbrigarsi, che va tutto veloce e uno deve essere sempre di fretta sennò si perdono gli autobus, gli aerei, i numeri alle poste o al banco degli affettati, semafori verdi, programmi in tv, azioni da vendere e acquistare (se così si dice), affari da concludere entro dieci minuti sennò arriva il miglior offerente e ricordati di respirare ma non ti cullare troppo. Ecco, anche lo studio è così. Non si tratta più di una costruzione di un sé consapevole, ma di una semplice acquisizione di contenuti da poter applicare praticamente e meccanicamente. Così il laureato, ma anche il diplomato (per quel che l’età permette), non deve essere più un uomo che sa di essere, ma un contenitore di quelli a levetta, che al bisogno, tirando tale leva, rilascia il suo pseudo sapere. Qui non si tratta di voti, qui si tratta di essere. Qui non si tratta di tempo, si tratta di consapevolezza. Non c’è scritto da nessuna parte che il voto o il tempo rappresentino il soggetto, ma ciò che si deve tenere in considerazione è il soggetto stesso, singolo, unico, con la propria storia e il proprio vissuto. Non c’è né un meglio, né un peggio.

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Questa breve digressione porta dritti dritti al centro. Se io, che “ce l’ho fatta”, credo di poter permettermi di dire che chi si laurea fuori corso con il massimo dei voti non vale granché, oltre a peccare di superbia (nella maniera più laica possibile), pecco anche di idiozia pura. Allo stesso modo se dico che non vale un granché chi si laurea in tempo con un voto basso, o tutte le altre possibilità. Non ho assolutamente il diritto di misurare il valore di una persona, e di farlo in generale, figuriamoci col tempo. Ciascuno ha la propria storia personale, ciascuno le proprie capacità, e non sono certo io, né nessun altro (neppure Dio in persona, per quei quattro che ci credono – non è un’offesa ai credenti, ma l’attestazione che stanno diminuendo, senza giudizio di valore) a potermi permettere di dire la mia sulla vita, e dunque sulla pelle, sul cuore e la mente altrui. Se la società mi consente di pensare così male degli altri non è detto che sia la cosa giusta: vi è la possibilità, forse, che ci sia qualcosa di malato in ciò, no? Un diplomato, e ancora di più un laureato lo si riconosce non dal voto o dal tempo, ma da quanto è formato, cioè da quanto sa e sa essere, cioè dalla qualità di quello che è. E non è certo un blogger di quart’ordine, un direttore di qualche giornale, casa editrice e così via, un ministro di una squadra di governo che ha ricevuto il mandato dal palazzo e non dalla piazza, o un grande imprenditore a poter dire se sia meglio o peggio di un altro. In ambito lavorativo si può dire soltanto che è più o meno adatto al compito, ed è cosa ben diversa – più semplice e pratica. E se uno non è adatto, vi è sempre la possibilità, anche remota, di adattarsi. Ma, purtroppo, dall’ignoranza e dall’idiozia non si può fuggire.

A. Ve.

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La Francia non si arrende alla paura

Lentamente Parigi riprende a vivere, affermando i suoi ideali democratici. La testimonianza di Elisabetta Ricci

Dopo gli attentati di Parigi, abbiamo preso contatto con una nostra connazionale ormai naturalizzata francese, Elisabetta Ricci, che vive ormai da anno nel paese con il marito. Elisabetta è una donna poliedrica, attiva, modella per il marito artista della fotografia d’autore che nella nostra città di Cosenza e non solo han partecipato a tanti momenti culturali di grande spessore tra fotografia, giornalismo e poesia con l’Associazione “Occhietti neri”. Attivi per un periodo anche in altri stati esteri, facendo la spola tra la Calabria e il mondo.

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“Abito a Parigi da tre anni. Mi sono trasferita poiché il ‘sistema Italia’ non mi corrispondeva più. Ben lungi dalla logica della corruzione, del malaffare e del nepotismo, ho preferito continuare la mia vita in un Paese libero, in cui tutti hanno uguali posizioni di partenza e in cui i diritti dei cittadini non sono oggetto di negoziazioni di alcun tipo.”

Riguardo agli attentati di Parigi dello scorso 13 novembre 2015…

La Francia e più nello specifico la città di Parigi sono state sottoposte a dura prova. Un vile attacco mirato a distruggere giovani vite, che non potranno più avere un avvenire. L’obiettivo del terrorismo è di annichilire la “joie de vivre”,  la gioia di vivere, lo scambio, la coesione nella differenza culturale, pietre miliari di questa società. Conoscevo bene i ristoranti e i café falciati dalla violenza giacché si trovano a pochi passi da casa mia. Luoghi gremiti perlopiù di studenti il venerdì sera.

Ma quali sono le abitudini dei francesi ben conosciute dai terroristi?

Una consuetudine tipicamente francese sedere “en terrasse” e trascorrere una serata in allegria, in compagnia di amici di tutte le razze e le culture, a prescindere dalla religione e dalle convinzioni politiche.

foto dp gli attentati

Che cosa hai fatto dopo gli attentati?

Domenica sera, a quarantotto ore dell’attentato, ho sentito il bisogno, insieme a mio marito, di raccogliermi in preghiera dinanzi ai luoghi delle stragi. Mi sono unita a quel lungo fiume di gente che faceva tappa in quei posti seguendo il percorso dell’orrore, giacché si trovavano a poca distanza l’uno dall’altro.

Qual è la scena che più ti è rimasta negli occhi?

Le vetrate dei café crivellate di colpi, i bicchieri ancora mezzi pieni sui tavolini, mazzi di fiori, candele e un silenzio spettrale nonostante la folla presente. Ho pianto per quelle giovani vite infrante e per i nostri valori distrutti in pochi attimi dalla furia assassina d’individui perversi e senza scrupoli, accomunati dalla cultura della morte. Ho raccolto le lacrime e la frustrazione di un’anziana signora che si rammaricava per la pioggia incipiente poiché avrebbe rovinato i fiori e spento le candele accese in onore delle vittime.

Ho ritrovato la stessa atmosfera in Place de la Republique, cuore pulsante della città.

Come si vivono le ore nella nuova dimensione cittadina dopo gli attentati?

A causa di una falsa allerta, nella stessa serata la piazza è stata inghiottita dal panico. Tutti, me compresa, temendo una sparatoria, sono fuggiti a piedi. Dopo svariate centinaia di metri percorse a perdifiato tra le persone sotto shock, auto impazzite e bici riversate a terra, un ristorante ha spalancato le sue porte per farci entrare. Cinquanta persone circa nell’angoscia di non sapere cosa stesse realmente accadendo. Chiuse le luci e la porta d’ingresso, il proprietario ci ha condotto nel palazzo adiacente, attraversando le cucine e uscendo dalla porta sul retro, dove tutti i residenti non hanno esitato un instante ad accoglierci per darci conforto.

L’allerta è rientrata e in tutta fretta abbiamo potuto fare ritorno a casa.

Quali sono i sentimenti più forti che attraversano il cuore dei residenti tutti?

In questi giorni si respirano la tensione e la tristezza per le povere vittime, un dolore che resterà per sempre nel cuore dei francesi. Tuttavia, insieme al dolore e alla costernazione c’è la consapevolezza di potersi rialzare, di rimettersi in piedi per affermare con forza i valori fondanti della Repubblica.

Le terrazze dei café hanno ripreso a pullulare di vita in nome della “liberté, égalité, fraternité.” Tutti riuniti nell’afflato della democrazia, che né un kamikaze né una bomba potranno mai distruggere.

la foto scattata dp gli attentati

Qual è l’ideale parigino?

I parigini hanno un’indescrivibile e smisurata voglia di vivere, che rasenta l’incoscienza. Una libertà di espressione e di pensiero scevri da ogni pregiudizio, per i quali darebbero e danno la vita. Una generosità e solidarietà commoventi. Sono un unico cuore pulsante, che, anche se sanguinante, continua a battere e a vivere.

E noi siamo qui, “en terrasse”, a bere “un verre” tra amici. Perché la vita deve continuare. E per dare un segno forte, tangibile, che, nonostante tutto, non abbiamo “même pas peur”!

Lucia De Cicco

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Palazzo Gagliardi di Vibo Valentia si veste di Ottocento

Intervista al direttore artistico dell’evento “800-L’Impero della Rosa”, Caterina Rizzo

Parte da Vibo Valentia l’iniziativa rivolta a tutti gli artisti calabresi, che avranno modo di spaziare nell’evento culturale a tutto tondo “800-L’Impero della Rosa”. La Mostra evento dedicata all’Ottocento e presentata dall’Associazione Culturale Art Contest Upstream dal 18 al 20 Dicembre prossimi, si terrà presso lo storico palazzo Gagliardi.

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L’evento è finalizzato alla promozione e valorizzazione della cultura, della location e della città ospitante. L’intento è creare un grande palcoscenico frequentato da artisti in cui gli spazi prendono suggestiva vita, dove si intrecciano scultura, pittura, poesia, moda, gastronomia, musica e danza. Le varie forme d’arte si presentano al pubblico creando nell’evento forti emozioni e ponendo all’unisono artista e fruitore. Il contenuto della manifestazione è unire e valorizzare tutte le forme di arte e cultura. Un progetto complesso con una mostra di  pittura, scultura e poesia e altri intrattenimenti artistici (sfilata storica per le vie del centro storico, balli del tempo nelle sale nobili del palazzo, una gara gastronomica inerente al periodo, musiche corali e altro).

Questa è la pagina Facebook che potete consultare per scoprire di più sull’iniziativa.

Da richiedere il bando in cui sono inserite anche le quote di partecipazione con scadenza al 25 novembre prossimo. L’obiettivo primario è la divulgazione della cultura ottocentesca in tutte le sue forme di arte, coinvolgendo individui di ogni età, catturandoli emotivamente, stimolandone l’arricchimento individuale e quindi collettivo. L’incontro di più linguaggi espressivi in sinergia porta il fruitore a non osservare, ma a vivere in prima persona la manifestazione, diventando assoluto protagonista e contribuendo in maniera diretta al suo svolgersi durante le giornate dedicate. L’intento è far interagire territorio e arte, portando nella città artisti provenienti da tutta Italia e dall’estero, offrendo grande visibilità a tutti i partecipanti. L’evento è rivolto ad artisti di tutte le nazionalità senza nessun limite di età.

Pittura e Scultura: Il tema scelto per gli artisti (Pittori e Scultori) interessati a partecipare al prossimo grande evento invernale di Art Contest è il seguente: “Libertà e sentimento, l’ottocento attraverso i tuoi occhi”. L’artista è libero di esprimere i propri sentimenti e dare libero sfogo alla sua fantasia. Un’interpretazione personale di un’epoca straordinaria, pronta a rivivere attraverso la propria creazione artistica.

Le tele presentate dai pittori potranno avere le seguenti misure: 50×70 cm o 60×80 cm o 70×100 cm. Opere obbligatoriamente non incorniciate e complete di attaccaglie.

Poesia: Art Contest chiede a tutti i poeti o amanti dell’arte poetica interessati a partecipare con una poesia (massimo 50 versi) rivolta a una persona, che si ritiene speciale e cara (un familiare, un’amicizia, la persona amata, un conoscente, etc.) per raccontare tutto ciò che le circostanze non hanno mai permesso di farle sapere. La poesia dovrà essere introdotta da una lettera (massimo 50 righe) dove si spiegano i motivi della scelta di indirizzare a quel particolare destinatario la speciale missiva.  Con il riprendere la figura di Vincenzo Ammirà inserita nell’evento. Da nota si legge: L’evento ‘800-l’Impero della Rosa”, organizzato ancor prima della sua presentazione al pubblico sta riscuotendo grande interesse. Lieti di comunicare ufficialmente la partecipazione dell’associazione italiana della Rosa, fondata dall’Industriale Fumagalli. L’associazione promuove la bellezza della rosa nel mondo e rappresenta l’Italia  nelle principali competizioni internazionali.

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Abbiamo sentito una delle ideatrici del bando, Caterina Rizzo, che è artista sul campo da molto tempo e riscuote tanti successi. In quest’evento è direttore artistico il presidente Giovanni De Pascali.

Come si articolerà l’evento, Caterina?

Saranno tre giornate di arte e poesia, gastronomia e abiti dell’Ottocento e la terza giornata sarà dedicata alla musica sinfonica.

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Una location suggestiva quella scelta per le tre giornate?

È un palazzo collocato tra il centro antico e la parte nuova della città, posizione centrale, a favore di vista e di transito, palazzo ottocentesco. In cui prenderà parte anche il Gruppo di Gioacchino Murat di Pizzo Calabro.

Ma… Caterina Rizzo, chi è?

Una persona che non si è arresa, di famiglia numerosa. Non ho potuto seguire studi appropriati. Amante dei colori fin da piccolissima. E a tredici anni, già che seguivo sempre l’arte, un mio amico mi ha invitata a partecipare a una mostra, che si teneva a Pizzo Calabro, che si titolava Premio Pizzo, che è stato diretto da Diana Musolino per quasi 50 anni. Una grande donna, personaggio di spessore culturale, che ha reso grande questo premio. Partecipai con un nudo femminile, che selezionato fu titolato dalla Musolino “Rosso e verde in Calabria”, che erano le tonalità di fondo di quel quadro. Il quadro è andato perso, e ne sono molto dispiaciuta, perché il valore di quel quadro consisteva nella titolazione data dalla grande Musolino. Poi lascio stare l’arte per un lungo periodo.

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Che cosa succede nuovamente nella vita di Caterina?

Dopo il matrimonio, e cresciuti i figli, il caso volle che a Tropea venisse a tenersi un corso con bando regionale. Lì, conosco il mio M° Giuseppe Vitetta e nell’esporre il mio quadro nel corso, mi sento dire: “Mi dica la verità, lei è stata a scuola d’arte?” Non credette al mio no. E ancora: “Mi prende per i fondelli”. Quello per me fu un grande stimolo nell’andare  avanti e nel tempo gli espressi il mio desiderio di lasciare un’impronta con la mia arte. Mi rispose: “A chi vuole fare un dispetto?” Fu così che, andando avanti, arriva nel 2010 la mia prima mostra a Pizzo Marina, al Museo della Tonnara. Invitato Vitetta, durante la relazione afferma: “L’allieva ha superato il Maestro”. Ancora ci sentiamo e si sente gratificato nel sapere che sono andata avanti; è contento del mio percorso. Poi arrivano anche le mostre estere a Bruxelles e un prestigioso riconoscimento, che è la medaglia del Capo dello Stato con Ursini nel Premio Merini. Continuo la mia opera tra anche cover di libri, e posso dire che mi sento soddisfatta del percorso che sto facendo.

Lucia De Cicco

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Il cattivo sciopero

L’incapacità della comprensione di un disagio

La strada che, nostro malgrado, abbiamo imboccato è questa: è sempre colpa di chi lavora. La strada del far cadere la responsabilità dei disagi su chi lavora per un servizio e non su chi offre lo stesso. Chi lavora è fortunato, perciò deve tenersi stretto questo “posto” e deve ingoiare tutti i rospi possibili e immaginabili: sono sacrifici. Li chiamano così: “sacrifici”… ormai ogni sopruso, qualsiasi esso sia, ha cambiato nome, ed è divenuto un nobilissimo sacrificio. Perciò, se il mio datore di lavoro non mi paga per quattro, cinque mesi (e magari non capisce che patisco la fame, che mi indebito con questo e quello, perché impegnato a preparare la sua vacanza – oppure è in crisi anch’egli, con i risvolti critici della situazione), io non ho più alcun diritto di protesta, ma “zitto e mosca, lavora!”.

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Il fatto che un lavoratore esprima anche il minimo dissenso a causa di una situazione che è per lui insostenibile, diventa un motivo di attacco non nei confronti della situazione stessa, ma un attacco quasi sociale nei confronti di chi protesta: come dire, è colpevole l’effetto, mica la causa. E questa è una caratteristica di questo nostro paese: se un’attività viene chiusa a causa di reati commessi al suo interno, la colpa non è di chi ha commesso il reato, ma ovviamente è degli ufficiali che ne hanno ordinato la chiusura. Ancora meglio: se una casa costruita in riva a un fiume viene investita da una piena, la colpa non è mica di chi ha deciso e di chi ha acconsentito che venisse costruita proprio lì, né della scarsa manutenzione del territorio, ma di una generica fatalità. Qua il politicante 2.0 di turno direbbe: non si può dare la colpa certo a chi sta al governo, se piove. Certamente, d’accordissimo. Ma il caro politicante 2.0 di turno non vede, o fa finta di non vedere, che non è che è necessario che una casa crolli a causa del maltempo. Non si rende conto che una responsabilità umana vi è sempre. E, solitamente, questa responsabilità è condivisa tra chi costruisce e chi consente di costruire. Ecco il discorso di prima: in questo caso si darebbe la colpa al muratore che ha costruito fisicamente la casa, non alla ditta e a chi ha dato i permessi.

La strada che, nostro malgrado, abbiamo intrapreso è quella del dare addosso alle vittime. Quella di rendere le vittime colpevoli del loro essere vittime. Essere dalla parte di chi crea le cause dei disagi e dare addosso a chi mostra l’esistenza del disagio, a chi patisce il disagio. Una sorta di male radicale in noi (kantianamente parlando), che ci spinge a essere il più cattivi possibile. Cattiveria sdoganata a più non posso sui social network, basta leggere i commenti che vengono pubblicati, attacchi degni dei peggiori villani o dei peggiori borghesi (storicamente, a seconda dei punti di vista). Se tutti questi commentatori arrabbiati avessero modo di trasformare in fisici gli attacchi scritti (e non verbali, che sarebbe ugualmente grave, ma leggerissimamente, un filino più giustificabile), avremmo ospedali e imprese funebri oberatissimi. La cattiveria ci spinge a essere idioti, incapaci, cioè, di non vedere oltre noi stessi, di comprendere la situazione altrui, spingendoci a porre la nostra condizione come universale. Da qui, la ripetizione del mio io senza possibilità del confronto con l’altro: l’altro è lo stesso di me, quindi la pensa come me, quindi agisce e deve agire come faccio io. La solitudine, dunque, ci rende cattivi.

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Siamo su questa strada, quella del negare la possibilità dello sciopero, una strada che ci fa tornare indietro alla fine dell’Ottocento – inizi del Novecento. Siamo sulla strada dell’accettare lo sciopero solo se non crea disagio alcuno, uno sciopero silenzioso, che nessuno sente. Cioè: far sì che l’unico modo per farsi sentire venga imbavagliato in maniera legale e condivisa. Perché se ci fossi io in quella situazione, situazione nella quale io non ci sono, quindi immagino soltanto – se ci fossi io in quella situazione, starei in silenzio e accetterei tutto. Accetterei di sacrificarmi un po’ perché ringrazierei di avere un lavoro. Anziché essere dalla parte di chi ha un disagio, sto dalla parte di chi non ce l’ha. Perché se uno sciopera crea direttamente un disagio a me, e non mi importa il perché lo stia facendo, ché io devo andare a fare quello che devo fare e se consento di farmi salire coi piedi in testa non vedo perché anche gli altri non lo debbano fare. L’egoismo, la solitudine, l’idiozia.

Questa è la nostra strada, scampagnata con amici che tanto amici non sono, che sono più che altro specchi di noi stessi. Uno sciopero non lo possiamo proprio accettare, perché non siamo in grado, occupati così tanto a considerare solo la nostra individuale situazione, di comprendere. Perciò non ne capiamo il senso, e non capiamo che nella sua essenza, proprio perché è l’unico modo per far sì che la vittima si faccia sentire, deve scuotere, creare un movimento, un disagio. Questo potrà sembrare un discorso un po’ antico agli uomini 2.0. Sicuramente, però, sarà più moderno di quelli volti alla legittimazione dell’istanza di illegittimità di ogni sciopero.

A. Ve.

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Immigrazione, parte II. L’Europa germanocentrica.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 222) il 14 novembre 2015. Leggi anche la prima parte.

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Dalla frammentazione giuridica a quella politica dell’Unione

Una volta analizzato il problema migratorio in generale, dopo averlo contestualizzato nel territorio dell’Unione Europea ed averne individuato i problemi derivanti dalla frammentazione giuridica del diritto comunitario, appare chiaro come una soluzione rapida ed efficiente possa provenire soltanto dai soggetti direttamente coinvolti, ovvero le istituzioni politiche europee e quelle dei singoli stati membri. Anche in questo ambito, tuttavia, le differenze di vedute e l’influenza del singolo stato nella politica europea determinano il nascere di posizioni e soluzioni differenti che finiscono nel generare inutili compromessi. L’Inghilterra, in primo luogo, nonostante il suo passato imperialista e la sua grossa “fetta di responsabilità” nelle passate politiche coloniali, rimane esterna alla formazione del pensiero concreto dell’Unione, agendo quasi da spettatore interessato piuttosto che protagonista della vita politica.

I paesi scandinavi (Danimarca, Svezia, Norvegia), in secondo luogo, propongono un modello politico-sociale di profonda assistenza e tutela sia per i propri cittadini che per gli stranieri. Questo modello, conosciuto come “socialdemocrazia”, seppur ammirabile e modello auspicabile per tutti gli stati membri, è messo in atto solo per il favorevole rapporto PIL/popolazione ed incontra numerose problematiche, soprattutto in ambito economico, se applicato in paesi più popolosi. I paesi dell’Europa dell’est, terzo, risentono ancora della precedente dominazione comunista ed il loro passaggio ad una economia di mercato non necessariamente ha comportato un netto miglioramento della vita e dei servizi assistenziali. Alcuni di questi paesi (Romania, ex-Jugoslavia) sono ancora terre dalle quali i cittadini emigrano nella speranza di condizioni di vita migliori.

I paesi mediterranei, (Francia, Italia, Spagna, Portogallo e Grecia), che vengono investiti in pieno dal flusso migratorio, Stati dai quali il poco efficiente diritto comunitario richiede il massimo sforzo assistenziale per i migranti, sono attualmente caratterizzati da una economia in contrazione dovuta a decenni di cattiva amministrazione politico-economica ulteriormente devastata dalla crisi del 2008. Considerate le suddette motivazioni, può l’Europa “ordinare” forme di assistenza imponenti e dispendiose, senza garantire le coperture necessarie e senza verificare il sostrato economico e sociale preesistente? No, certamente.

Infine, la Germania. Senza dubbio la Germania è lo Stato con l’economia più forte e florida del continente europeo. Ciò ha dato forza al paese di affermarsi quale primo attore dell’Unione e di assorbire al suo interno numerosi lavoratori stranieri comunitari e non (ad es. le minoranze turche e polacche).

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Anche a livello politico il paese tedesco si erge al di sopra di tutti gli altri e numerose scelte politiche comunitarie appaiono in realtà fatte nell’interesse della Germania piuttosto che nell’interesse di tutti i paesi membri. La Repubblica teutonica, come ovvio, non vuole rinunciare a questo predominio costruito nel tempo e continua ad imporre agli altri Stati “paletti” o altri limiti che la avvantaggiano ulteriormente (patti di stabilità, fiscal compact, limiti di spesa, rapporti deficit/PIL, spread sono tutte variabili calcolate sulla Germania, e non sulla media comunitaria). Se la mancanza di unità giuridica lascia l’acuto osservatore interdetto, la mancanza di unità politica lo lascia senza dubbio desolato. Alla lacuna giuridica si può porre rimedio in maniera relativamente veloce ed efficace, mentre le opposte vedute politiche non possono essere sanate nel breve periodo. L’unica auspicabile conclusione è quella di un cambiamento radicale nella struttura e negli scopi della comunità europea, da realizzarsi venendosi incontro e tutelando le esigenze, così come i diritti e gli obblighi, di tutti i singoli Stati membri.

Paolo Leone

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