La fretta e la qualità

Un voto, un tempo o una persona

Come sempre, questo che scrivo è sì pubblico e pubblicato, ma sempre in modo non invasivo. Come sempre, non è che la lettura viene imposta, né c’è pretesa di una qualche verità. Non deve per forza stare bene al lettore, che comunque non si trova qui per caso, ma ha scelto lui. Dopo esserci rilassati un attimo, leggiamo.

Hai sbagliato, non c’è più possibilità di redimerti. Devi rimpiangere eternamente le tue scelte e guai a pensare di poter cambiare le cose. Sei quello che ti meriti di essere. Punto. E te lo dico io che non ho sbagliato, che non ho mai fatto scelte sbagliate e che sono felice. Avresti dovuto seguire il mio esempio, quello che ho fatto io, che “ce l’ho fatta”. Ma ora è troppo tardi, stai nella tua condizione e non lamentarti. Meriti di pagare le conseguenze dei tuoi errori compiuti cinquant’anni fa, nonostante il pentimento, il cambiamento e la voglia di riscatto. Non lamentarti se hai sbagliato. Io, da quassù, ti guardo e sadicamente me la rido.

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Dopo di questa brevissima digressione umoristica, cerchiamo di diventare seri, per un attimo almeno. La superficialità delle proprie idee è un problema che non è facile che tutti riconoscano, soprattutto quando esse sono l’opinione comune. Ho letto in queste ore più articoli, di stampo nettamente superficialista, che in qualche modo davano ragione al ministro Poletti nel suo esprimere un’opinione: meglio un voto di laurea basso (bassissimo!) in tempi brevi che un 110 e lode da fuori corso. Ora, un’opinione personale è legittima se viene espressa come tale, se non ha carattere universale, se non attua una violenza e, soprattutto, se non ha pretesa di infallibilità. Credo che, e qui si tratta di una mera opinione personale, questo non valga per le suddette dichiarazioni, che, anzi, vanno nella direzione esattamente contraria. Dunque, il ministro non ha espresso una semplice opinione, ma qualcosa che dovrebbe apparire come una corretta, esatta, adeguata visione del mondo. Io tengo la verità in mano, tu no. Lasciamo da parte questo – che non è proprio il caso di commentare – e, invece, proviamo a capire il seguito ottenuto, soprattutto tra le fila dei giovani.

L’atteggiamento che si è tenuto, per la maggiore, è quello che non approfondisce le questioni, ma guarda tutto con l’occhio del sé, imponendo la propria visione come universale e, “ma è ovvio, suvvia!”, giusta. Avere la soluzione a tutto sulla base della propria esperienza, avere idee chiare su tutto sulla base della propria tradizione, sentire sé come legislatore in quanto “io ce l’ho fatta”: il via libera all’opinionismo più bieco, becero e compiacente e compiaciuto. Ah, quanto adoro chi “ce l’ha fatta”, chi “ne sa”! Ah, che meraviglia lo stare al passo coi tempi! Tempi che non ci consentono mica di tentare di capire le cose, ma che ci consentono di averne comunque l’idea. Io non è che so cosa tu stia dicendo o facendo, ma secondo me, che secondo me “ce l’ho fatta” e tu no, è sbagliato. Allora, stiamo a sentire sempre chi ce l’ha fatta, così ce la faremo anche noi. Così, chi “ce l’ha fatta” dà ragione al ministro, e si arroga il diritto di giudicare con fare disinvolto mani il tasca e mento sollevato chiunque “non ce l’abbia fatta”, perché impegnato a, che ne so, capire cose gli stesse capitando in determinati momenti. Chiaramente si tratterà di un giudizio negativo, spocchioso, espresso con quell’aria di sufficienza che va tanto di moda. Il ministro ha ragione nel dire che se ci metti tanto a laurearti non vali niente (non credo che egli sia arrivato a tanto con quelle dichiarazioni, almeno spero che non lo pensi, ma i commenti dei commentatori sono, invece, su questa falsariga). Guarda me, io “ce l’ho fatta” e non ho preso il massimo dei voti, anzi, ho preso quasi il minimo, però, che bellezza!, cinque anni esatti e ho finito.

L’idea o l’opinione che viene fuori da questo pullulare di idee od opinioni è tanto aberrante quanto raccapricciante: non vale mica la qualità, ottenuta con sacrifici (veri e non imposti agli altri, né universalizzati – come è stato già detto), pene, sforzi e soddisfazioni, ma conta la quantità di anni che hai. Alle aziende non importa se vi è un candidato preparato e consapevole, ma se è giovane e magari un po’ tonto, che si accontenta dei 18 (che sono onesti sempre – il discorso si vedrà più giù), l’importante è sbrigarsi, che va tutto veloce e uno deve essere sempre di fretta sennò si perdono gli autobus, gli aerei, i numeri alle poste o al banco degli affettati, semafori verdi, programmi in tv, azioni da vendere e acquistare (se così si dice), affari da concludere entro dieci minuti sennò arriva il miglior offerente e ricordati di respirare ma non ti cullare troppo. Ecco, anche lo studio è così. Non si tratta più di una costruzione di un sé consapevole, ma di una semplice acquisizione di contenuti da poter applicare praticamente e meccanicamente. Così il laureato, ma anche il diplomato (per quel che l’età permette), non deve essere più un uomo che sa di essere, ma un contenitore di quelli a levetta, che al bisogno, tirando tale leva, rilascia il suo pseudo sapere. Qui non si tratta di voti, qui si tratta di essere. Qui non si tratta di tempo, si tratta di consapevolezza. Non c’è scritto da nessuna parte che il voto o il tempo rappresentino il soggetto, ma ciò che si deve tenere in considerazione è il soggetto stesso, singolo, unico, con la propria storia e il proprio vissuto. Non c’è né un meglio, né un peggio.

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Questa breve digressione porta dritti dritti al centro. Se io, che “ce l’ho fatta”, credo di poter permettermi di dire che chi si laurea fuori corso con il massimo dei voti non vale granché, oltre a peccare di superbia (nella maniera più laica possibile), pecco anche di idiozia pura. Allo stesso modo se dico che non vale un granché chi si laurea in tempo con un voto basso, o tutte le altre possibilità. Non ho assolutamente il diritto di misurare il valore di una persona, e di farlo in generale, figuriamoci col tempo. Ciascuno ha la propria storia personale, ciascuno le proprie capacità, e non sono certo io, né nessun altro (neppure Dio in persona, per quei quattro che ci credono – non è un’offesa ai credenti, ma l’attestazione che stanno diminuendo, senza giudizio di valore) a potermi permettere di dire la mia sulla vita, e dunque sulla pelle, sul cuore e la mente altrui. Se la società mi consente di pensare così male degli altri non è detto che sia la cosa giusta: vi è la possibilità, forse, che ci sia qualcosa di malato in ciò, no? Un diplomato, e ancora di più un laureato lo si riconosce non dal voto o dal tempo, ma da quanto è formato, cioè da quanto sa e sa essere, cioè dalla qualità di quello che è. E non è certo un blogger di quart’ordine, un direttore di qualche giornale, casa editrice e così via, un ministro di una squadra di governo che ha ricevuto il mandato dal palazzo e non dalla piazza, o un grande imprenditore a poter dire se sia meglio o peggio di un altro. In ambito lavorativo si può dire soltanto che è più o meno adatto al compito, ed è cosa ben diversa – più semplice e pratica. E se uno non è adatto, vi è sempre la possibilità, anche remota, di adattarsi. Ma, purtroppo, dall’ignoranza e dall’idiozia non si può fuggire.

A. Ve.

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