Il nuovo presidente argentino e il vento Sudamericano

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 223) il 19 dicembre 2015.

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La vittoria di Mauricio Macri va a delineare un nuovo scenario politico

A poche ore dall’assunzione del Presidente della Repubblica eletto si è reso necessario l’intervento di un magistrato per definire come e quando il potere argentino dovrà passare di mano. La presidente uscente Cristina Kirchner è rimasta in carica sino alle 23:59 del 9 dicembre, mentre l’outsider vittorioso al ballottaggio del 22 novembre, Mauricio Macri, ha assunto l’incarico il giorno successivo, 10 dicembre alle 10 del mattino nel Congresso. Ad interim il potere ripone nelle mani del Presidente del Senato, che siede appunto nel Congresso. Sembrano dettagli di poco conto, e ci si immagina che siano già definiti da un articolo della Costituzione o da leggi promulgate successivamente e ormai entrate nella tradizione, ma in un paese litigioso, con conveniente memoria del passato e poca capacità di quello che si potrebbe definire lavoro di gruppo per il futuro, come è l’Argentina, sono le pieghe e i dettagli, piuttosto che le bandiere, a nascondere le verità dei fatti. Il peronismo ha perso le elezioni, e questo è un fatto. Dopo 12 anni di staffetta familiare presidenziale, nonostante i generosi favori elargiti alle fasce sociali che costituiscono lo zoccolo duro degli elettori e la moltiplicazione quasi miracolosa dei posti di lavoro statali, è stata l’economia del quotidiano, leggi l’inflazione, la crescita ridotta e la corruzione dilagante, a premiare un candidato con un programma ancora da definire.

Il leader di Cambiemos, Cambiamo, e già Sindaco di Buenos Aires, Mauricio Macri, ha dalla sua la buona gestione della grande città che tutto accentra nel paese, ma non si è ancora pronunciato sul tipo di sviluppo economico che intende dare all’Argentina. Sarà un neoliberista o un desarrolista (contemplando in quest’ultimo caso una gestione attiva, da parte dello Stato, delle risorse naturali e verso uno sviluppo industriale che manca e vincola l’Argentina alle fluttuazioni  del mercato mondiale delle materie prime)? Risvolti di non poco conto che vanno oltre il protocollo.  Per il momento l’Ingegner Macri, senza accento sulla i, come da buon oriundo italiano di origini calabresi, non eccelle in dialettica e capacità di arringare le folle, prerogativa che corrisponde da sempre ai peronisti, ma non manca di carattere e coraggio, se è vero che, come si dice, abbia richiesto una decapottabile per il non breve tragitto tra il Congresso e la Casa Rosada, il Palazzo Presidenziale. Tra le tante identità dell’Argentina, infatti, una delle meno invidiabili è quella di fischiare, insultare e pure a lanciare oggetti al nuovo presidente. L’esperienza toccò pure al primo presidente eletto dopo gli anni della dittatura, Raul Alfonsin, che, signorilmente restio a ribattere alle parole e altro che gli pioveva dai palchi del pubblico, si limitò a commentare laconico “che calamità il sottosviluppo”.

ElezioniARG

Folclore a parte, quello dell’Argentina è solo l’ultimo dei venti di cambiamento che soffiano in una regione segnata negli ultimi anni dal populismo imperante. In questo inizio di dicembre, in Venezuela, il chavismo ha perso il controllo dell’Assemblea Nazionale, e in Brasile è iniziato il processo politico alla presidente Dilma Rousseff. Macri arriva al potere in un momento nel quale manca un vero leader nei paesi delle economie emergenti indicate come BRIC, e per quanto l’Argentina non ne faccia parte e abbia un’economia dalle dimensioni ridotte, questo può essere l’inizio di un circolo virtuoso. Senza dubbio il peronismo farà di tutto per mettere il bastone tra le ruote alla nuova amministrazione, ma l’Ingegnere, a differenza dei tanti avvocati che l’hanno preceduto, di sicuro sa che senza confidenza nel paese non si recuperano gli investimenti internazionali, senza investimenti non c’è crescita, e senza crescita non c’è riduzione della povertà. E non si esce dal sottosviluppo.

Michele Molinari

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