Ma quanto sono scomodi questi aerei?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 213) il 20 dicembre 2014. Per la foto si ringrazia Giorgio Varisco di GolfVictorSpotting.it.

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Gli spazi a bordo sono sempre più angusti. Ecco perché, e come orientarsi

Il 19 novembre scorso, in seguito alle pressioni degli azionisti, la compagnia aerea americana jetBlue, apprezzatissima dai clienti, ha annunciato una piccola riduzione della qualità media del servizio offerto. Il primo bagaglio da stiva non sarà più gratuito, ma soggetto al pagamento di un supplemento per i passeggeri che acquistano una tariffa scontata; gli aeromobili passeranno ad una configurazione più densa, e nel caso degli Airbus A320 in flotta ci sarà un aumento dei posti a bordo da 150 a 165 unità. Il motivo che giustifica tale “manovra” è semplice: aumentando i posti a bordo si possono vendere più biglietti e a prezzi leggermente inferiori, attirando porzioni di clientela molto sensibili al prezzo, e coi bagagli da stiva a pagamento si migliorano non poco i ricavi per ancillary services, ossia i servizi ancillari non inclusi nelle tariffe di base. Nello stesso comunicato si garantisce che, nonostante l’aumento di densità, jetBlue manterrà lo status di compagnia coi posti più comodi d’America: il pitch medio della flotta, infatti, scenderà da 34.7 pollici (88.1 centimetri, un pollice corrisponde a circa 2.5 centimetri) a 33.1 pollici (84.1cm), comunque superiore al valore della seconda compagnia in classifica, Virgin America, che ha un pitch medio di 32.6 pollici (82.8cm). In fondo alla classifica dei pitch delle principali compagnie americane, la low cost Spirit con un valore di 28.3 pollici (71.9cm). Ma cos’è questo pitch e perché è così importante? Nel settore dell’aviazione commerciale, per pitch, termine che da noi è praticamente sconosciuto, si intende la distanza tra un punto specifico del sedile di un aereo e il punto corrispondente del sedile anteriore o posteriore: si tratta, dunque, di un parametro indicativo circa la comodità a bordo di un dato aereo. Un pitch basso comporta un’alta densità dei posti a bordo e, conseguentemente, una certa scomodità per i passeggeri. Le ripercussioni dell’uso di aeromobili con pitch bassi sulla clientela sono molteplici: lo spazio per i bagagli a mano nelle cappelliere situate sopra i sedili rimane lo stesso, e aumentando il numero dei posti a bordo aumentano di pari passo i disagi per i passeggeri che viaggiano con bagagli a mano voluminosi. Ecco perché, in particolare quando si vola su un aereo con configurazione ad alta densità, spesso bisogna sbarcare decine e decine di bagagli a mano. Va precisato, tuttavia, che un basso pitch può teoricamente essere compensato da uno spessore ridotto dei sedili, ma i progressi in questa direzione sono poca cosa rispetto al calo vistoso del pitch medio registrato negli ultimi anni. Inoltre, anche se il pitch è considerato il parametro principale, in un’analisi attenta bisogna considerare anche il width, indicativo della larghezza di un sedile e quindi anch’esso influente sulla comodità.

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Quando si parla di qualità del servizio a bordo e di paragoni tra le compagnie aeree, è impossibile non considerare pitch e width. Da noi, nonostante le differenze enormi in termini di comodità tra le compagnie operanti nel nostro paese, rimangono parametri sconosciuti che i clienti non sembrano considerare quando valutano le proprie scelte. Le compagnie tradizionali, che hanno pitch e width elevati, non promuovono a dovere questa loro peculiarità, mentre le low cost, che li hanno ridotti all’estremo, sono state brave a manipolare il concetto di “qualità del servizio” limitandolo a due soli parametri: puntualità e prezzi ridotti. Negli Stati Uniti la cultura aeronautica è molto radicata e quando una compagnia come la jetBlue annuncia una riduzione del pitch, la clientela media ha un’idea precisa di cosa comporta tale riduzione e i media colgono subito l’occasione per affrontare l’argomento. In Italia, dove la situazione è completamente diversa, il potenziale cliente di una compagnia aerea non ha la più pallida idea di come orientarsi e la stampa locale, nella stragrande maggioranza dei casi, ignora la scelta da parte di una compagnia di apportare alcune modifiche al comfort a bordo. Fare un’analisi dei valori di pitch e width di tutte le compagnie che operano voli da e per l’Italia richiederebbe molto più spazio di quello disponibile in questa sede. Per ovvi motivi, qui ci limiteremo alle principali protagoniste del mercato aereo domestico italiano, che sono le arcinote Alitalia, Ryanair, easyJet e Vueling. Su internet è disponibile, grazie al lavoro dei collaboratori di Seat Guru by TripAdvisor, un database molto dettagliato, con annessi consigli mirati sui posti a bordo da evitare come la peste. Per esempio, sapevate che il posto 11A dei Boeing della Ryanair, che dovrebbe avere un finestrino, in realtà non ce l’ha?

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Un Airbus della Vueling a Milano-Malpensa. La compagnia spagnola è diventata in pochissimo tempo protagonista dello scenario italiano, con grossi e continui investimenti sul Leonardo Da Vinci di Roma-Fiumicino. Purtroppo, come la “sorella” inglese easyJet, non fa una bella figura in termini di comfort a bordo. Foto scattata da Giorgio Varisco.

Alitalia si piazza benissimo in classifica e la cosa invita a riflettere dato che le campagne pubblicitarie dell’aerolinea già di bandiera ignorano completamente la cosa: gli Airbus A320 di Alitalia hanno 165 posti, pitch che oscilla tra i 30 (76.2cm) e i 35 pollici (88.9cm), width di 18.5 pollici (47cm) e sedili reclinabili fino a 6 pollici (15.2cm). A sorpresa si qualifica discretamente bene anche la discussa Ryanair, i cui Boeing B737 da 189 posti hanno un pitch di 30 pollici (76.2cm) per 138 posti, e pitch variabile tra i 32 (81.3cm) e i 34 pollici (86.4cm) per i 51 posti rimanenti, mentre il width è fisso a quota 17 pollici (43.2cm) e nessuno dei posti a bordo è reclinabile. Non fanno una bellissima figura l’inglese easyJet e la spagnola Vueling: entrambe hanno in flotta aeromobili di tipo Airbus A320 da 180 posti, ma la prima ha un pitch di appena 29 pollici (73.7cm) e un width di 18 (45.7cm), mentre la seconda ha pitch da 30 pollici (76.2cm) e width da 17 (43.2cm). Sempre secondo SeatGuru, i posti a bordo degli aeromobili easyJet non sono reclinabili mentre nessuna informazione viene fornita sulla Vueling. Alcune fonti sul web riportano, per la compagnia spagnola, la possibilità di reclinare i posti fino a 2 pollici (5.1cm).

Che dire, che non sia forse giunta l’ora di iniziare a considerare anche questi parametri quando si valuta l’acquisto di un biglietto aereo?

Francesco D’Amico

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Quando la Calabria è arte

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 213) il 20 dicembre 2014.

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L’Accademia dei Bronzi presenta un “calendario da vivere”

Si è svolta lo scorso sabato 13 dicembre, presso i locali del Circolo Unione di Catanzaro, la presentazione del Calendario di Arte e Poesia 2015 realizzato dall’Accademia dei Bronzi e dalle Edizioni Ursini, giunto ormai alla IV edizione.

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“Un Calendario che ha il pregio di promuovere l’arte e la poesia dei nostri giorni, nella convinzione che il pensiero sta alla letteratura come la luce alla pittura e che l’arte non è niente senza anima”, ha sottolineato il presidente Vincenzo Ursini, ideatore e promotore dell’evento. All’incontro, con Ursini, hanno anche partecipato l’illustre prof. Mario Cosco, nonché Mauro Rechichi, già primario del Dipartimento Urgenze-Emergenze dell’Azienda Ospedaliera “Pugliese-Ciaccio”, Antonio Montuoro, medico e presidente dell’Associazione “Teura” di Tiriolo, e G. Battista Scalise, già dirigente scolastico e autore di alcuni saggi storici. In un’atmosfera decisamente festosa – dunque – sono state consegnate, ai diversi pittori selezionati, le targhe di merito “Città dei Tre Colli”, realizzate appositamente dall’artista Grazia Calabrò, per questo calendario che ha ottenuto uno strepitoso successo in termini di adesioni. Questi artisti contemporanei – esempio tangibile dei mille percorsi dell’animo umano – rappresentano l’alba di un nuovo giorno, ovvero quell’attimo infinito da permeare velocemente tra la luce e il buio.

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Il Calendario 2015 accoglie le opere di 12 pittori contemporanei (Alfredo Leonardo, Caterina Rizzo, Pietro D’Aversana, Alessandra D’Ortona, Grazia Calabrò, Antonella Oriolo, Luigi Caputo, Francesca Loricchio, Domenica Gallelli, Rosalba Russo, Maria Iofalo, Anna Yvonne Leone) e i testi di 43 poeti (Maria Pina Abate, Cira Aiello, Rosy Angotti, Salvatore Annunziata, Anna Dusca Bassignani, Tiziana Battista, Graziella Benatti, Carmen Biella, Lorella Borgiani, Sergio Camellini, Francesco Saverio Capria, Maria Pompea Carrabba, Patrizia Caruso, Marianeve Casciello, Massimo Cistaro, Marino D’Urso, Iolanda Erminia Ferrara, Maria Bertilla Franchetti, Maria Pia Furina, Donata Fusar Poli, Marise Gallo, Maria Concetta Giorgi, Isabelle Gnazzo, Patrizia Ianigro, Massimiliano Lepera, Marinella Manca, Diana Mayer Grego, Sina Mazzei, Maria Concetta Moisè, Rocco Pedatella, Pasquale Annunziato Pipicelli, Giovanna Politi, Pasqal Pudano, Antonietta Pullano, Anna Rachele Ranieri, Lolita Rinforzi, Flavia Risalvato, Ida Annamaria Rotella, Caterina Sorbara, Caterina Tagliani, Barbara Tarzia, Francesco Troyli e Marco Vespari), unitamente ad altre poesie di autori molto noti del secolo scorso.

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Dai quadri selezionati emerge una luce che trascende la realtà e dalle poesie si alza un alone di bellezza che tende a catturare quella parte di infinito che vive in ognuno di noi. Tutte le opere pubblicate riescono a parlare al cuore, a prendere consistenza ed a trasferire un lirismo coloristico ed armonioso incorniciato dentro una raccolta geografica di immagini che vanno ben oltre la quotidianità. Il commento letterario delle poesie pubblicate nel Calendario è stato redatto dalla prof.ssa Rossana Cosco, mentre il giornalista Fulvio Castellani ha firmato le motivazioni critiche delle opere pittoriche.

Palazzo Fazzari, voluto dal generale garibaldino Achille Fazzari su disegno dell’architetto fiorentino Federico Andreotti, rappresenta così la giusta dimensione calabrese per accogliere poeti, pittori e artisti provenienti da tutta Italia. Nei saloni del piano nobile, uno splendido ciclo di affreschi con motivi a grottesca, ha fatto dunque da cornice a questo evento innovativo, sottolineato dalla presenza di un pubblico numeroso, attento e visivamente soddisfatto. Giusta quanto doverosa, poi, la scelta di dedicare ampio spazio alle premiazioni, perché la visione di un bel quadro o la lettura di una dolce poesia, possono rappresentare un’esperienza tanto coinvolgente da cambiare la percezione della realtà e della nostra storia. Un attestato di Benemerenza è stato consegnato, sempre nel corso della piacevole serata, a Luigi Scicchitano, titolare della “Esselle costruzioni srl”, “per aver condiviso e supportato – questa la motivazione – le iniziative del sodalizio culturale catanzarese”, quale esempio vivo di quegli imprenditori che amano davvero la cultura del proprio territorio. Il tutto è stato coadiuvato da un’organizzazione perfetta, capace di far sentire tutti i numerosi intervenuti a proprio agio. Ogni singola premiazione, infatti, rappresentava un piccolo momento di felicità per chi riceveva il premio meritato e molto ambito; momento accompagnato altresì dalle classiche – ed immancabili – foto di rito accanto alla sublime presenza femminile, rappresentata dall’eleganza e dalla grazia dell’avv. Letizia Furina, da sempre sostenitrice della manifestazione.

“Una carezza per il cuore e per la mente”, così il prof. Mario Cosco ha definito la presentazione di questo calendario, aggiungendo che “questa manifestazione è una carezza per il cuore perché, animata ed illuminata con rara intelligenza emotiva, porta alla ribalta la perenne riconciliazione dell’umanità con se stessa; una carezza per la mente perché, attraverso una filigrana mirabilmente articolata ed efficacemente comunicata, testimonia la consapevolizzazione – per dirla con Fromm – che l’arte, sotto qualunque forma espressa, è una dimensione imprescindibile perché ognuno, autore e fruitori, possa farsi e mantenersi persona, cosciente e libera, autonoma intellettualmente e progettualmente creativa”.

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Lodevole l’intuizione del presidente Vincenzo Ursini nella realizzazione di questo interessante calendario, che verrà distribuito gratuitamente nelle scuole che ne hanno fatto richiesta e che rappresenta il raggiungimento di un obiettivo che da anni si propone la stessa Accademia dei Bronzi, ovvero quello di promuovere l’arte nel capoluogo calabrese. Uomo dotato di ingegno, il presidente Ursini, non è nuovo a queste imprese. Diverse sono, infatti, le attività che sviluppa – con notevole impegno e con disparati sacrifici personali – all’interno del comprensorio regionale. Le stesse, cominciano finalmente ad avere rilevanza nazionale, portando la nostra amata Calabria ai vertici del sapere, dell’amore per la letteratura, della poesia e  – adesso – anche della pittura. D’altra parte solo un ingegno notevole è in grado di staccare la mente dai sensi e di spingere il pensiero su vie inconsuete, superando tutte le difficoltà del caso attraverso lo sforzo e l’incoraggiamento. Ma si sa, l’onore stesso rende lieve la fatica. É il caso di questa grande arena di artisti, che delinea un approccio al mondo più lieto e meno vicino ai bisogni materiali della vita. É proprio questa ispirazione che sta all’origine di grandi eventi, che segnano il passare del tempo, lasciando un ricordo simile al primo innamoramento.

Antonio Dimartino

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Il “villaggio globale” ha un ordine?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 212) il 15 novembre 2014.

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La Cina leader momentaneo del mondo

Il “villaggio globale” non è un’ipotesi o una convenzione, è già realtà. Una delle problematiche più complesse da affrontare per i prossimi anni, infatti, sarà quella di cercare di comprendere come la Cina riesca a conciliare un rigido sistema governativo comunista con una spietata politica capitalista. I dati parlano molto chiaro: con una popolazione che sfiora un quinto dell’umanità e un tasso di crescita vertiginoso, la Cina punta inesorabilmente a ridisegnare un nuovo ordine globale.

Noi sappiamo – ormai – che la “globalizzazione” implica l’interazione di dinamiche complesse, caratterizzate dal comune confluire di processi non solo economici, ma anche politici, sociali e culturali. E perché parliamo di “villaggio globale”? Semplice, perché quello che accade in un punto qualsiasi del pianeta è come se avvenisse sotto casa, accanto a noi, come se vivessimo davvero in un villaggio. In questo modo i confini politici e quelli etnici, se pur presenti nel mondo, diventano solo delle linee convenzionali di fronte alla globalizzazione dei problemi. Certo, dobbiamo intenderci: i problemi non esistono in natura, nel senso che non sono materializzabili e quindi non sono come le pietre, gli alberi o le foglie. I problemi sono “socialmente costruiti” quando si decide di far diventare un semplice “fatto” in qualcosa di socialmente rilevante.

In questa prospettiva, molto più ampia di quella che avevamo solo vent’anni fa, diventa sempre più difficile affrontare lo studio degli elementi macroeconomici e di quelli microeconomici. A tal proposito va ricordato che la macroeconomia studia il funzionamento del sistema economico nel suo complesso e quindi fenomeni come la disoccupazione, l’inflazione o la crescita economica di un paese; la microeconomia, invece, studia il comportamento dei singoli operatori economici, quindi il comportamento dei consumatori e delle imprese, o il meccanismo dei mercati, della domanda, dell’offerta, del monopolio, dell’oligopolio, della concorrenza perfetta e così via. A questo va aggiunto che queste teorie economiche non possono essere studiate separatamente, nel senso che esiste da sempre un processo di feed-back tale da far sì che situazioni sviluppatesi in una delle due aree finiscano per coinvolgere anche l’altra (area). Bene, questo feed-back, oggi, non rappresenta più un’interconnessione tra aree bensì tra paesi.

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Immagine simbolica che rappresenta “l’assalto cinese” all’egemonia economica statunitense.

La regina di questo processo di feed-back allargato è proprio la Cina, che ha saputo sviluppare un “approccio globale” e una capacità di competere in diversi mercati con il prodotto/servizio creato. Gli “effetti perversi”, però, sono evidenti quando possiamo comprare una maglietta a soli due euro, senza test chimici e controlli adeguati. Proprio per questo viene da chiedersi se il fatto che la Cina si candidi a divenire leader del mondo sia un trend destinato a perdurare nel tempo. I primi effetti perversi sono già evidenti e, se non si prendono delle decisioni, gli stessi diventeranno catastrofici. Forse la Cina ha davvero ridisegnato un nuovo ordine globale, ma l’effetto è solo momentaneo.

In tutto questo è mancato un giusto monitoraggio da parte dell’uomo. Noi siamo passati, infatti, da una “internazionalizzazione”, cioè la creazione di rapporti economici, giuridici, politici, culturali tra una comunità o stato e altri paesi, ad una “globalizzazione” intesa come diffusione di dispositivi, materiali, simboli, tecniche e procedure su scala mondiale. Da qui è nato il villaggio globale, con i suoi lati positivi e i suoi effetti perversi. Per intenderci, la triade USA, Giappone, Unione Europea per creare un unico mercato e ottenere profitti su scala mondiale, sembra non funzionare equamente. Se nell’immaginario comune la creazione di nuove tecnologie per lo scambio di beni e servizi è stata un grande traguardo, un privilegio unico dei nostri tempi, per quanto riguarda la formazione di un mercato finanziario globale – ad esempio – abbiamo tutti la stessa opinione? Esiste un senso comune nel dare un giudizio sul mercato finanziario globale? Forse no. Pensiamo alla crisi economica che parte dagli USA e arriva da noi, oppure ai problemi della Grecia.

La terra è un sistema molto complesso, nel quale gli uomini sono determinanti. Proviamo a non dimenticarlo.

Antonio Dimartino

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Fallacie logiche, parliamone

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 212) il 15 novembre 2014.

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Sono tante, diffusissime, cozzano con la razionalità e dovremmo saperle riconoscere

“Guarda, siamo in cinque a dire che il risultato è A, tu sei il solo a dire che fa B, abbiamo ragione noi”. “Tizio ha detto che quei dati sono fasulli? Stiamo parlando della stessa persona che ha lasciato moglie e figli a casa per scappare con un’extracomunitaria? Io non mi fido!”. “Io ho mentito? Lo hai fatto anche tu, anche tu sei da espellere!”. “Non puoi dimostrare che quello che dico non è vero, quindi ho ragione io”. “O siete con me, o siete contro di me, decidete subito”. “Quell’attrice famosa dice che la nuova riforma è sbagliata, quindi deve essere così!”. “Ma lo sai che i nazisti dicevano la stessa cosa? Vergognati!”. “Capisco che siete in contrasto, ma la verità sta sempre nel mezzo e considererò solo una parte di ciascuna delle vostre versioni”.

Di frasi del genere ne abbiamo sentite tante, e in varie sfaccettature. Sembrano plausibili, sembrano ragionevoli, e rispecchiano – in un modo o nell’altro – il modo di pensare di milioni, se non miliardi, di persone. Il problema è che queste frasi nascondono alcune fallacie logiche, ossia degli errori nel modo di ragionare che rendono le argomentazioni razionalmente non valide. La classificazione delle fallacie logiche è vasta, e si rimanda ai testi specializzati per i dovuti approfondimenti. Attenzione: basare un’argomentazione o una tesi su una fallacia rende il tutto logicamente poco plausibile, ma non implica in automatico che lo stesso ragionamento sia sbagliato. Scena ipotetica: le prove a carico di un imputato tendono verso la sua innocenza, ma l’avvocato dell’accusa protesta e sostiene che l’imputato è colpevole perché “ha un brutto sguardo”. L’accusato potrebbe in effetti essere realmente colpevole e le prove potrebbero essere poco accurate, ma basarsi su un giudizio così poco concreto e privo di fondamento quale la sensazione indotta dallo sguardo di una persona costituisce un modo fallace di procedere in un processo. E’ razionalmente valido, invece, seguire le prove e vedere dove portano, anche se il risultato finale non rispecchia appieno la realtà dei fatti. L’individuazione di una fallacia logica in un ragionamento, quindi, non serve a bollare il ragionamento come falso in automatico, ma attacca la presunta validità della tesi e il modo di arrivare a determinate conclusioni.

Partendo dal primo esempio, riportato all’inizio dell’articolo, ci troviamo di fronte ad un argumentum ad populum, una delle fallacie più diffuse. Secondo questo argumentum, una proposizione P (nella logica, per proposizione si intende il significato di una dichiarazione) è vera solo perché tante persone, o la maggioranza relativa/assoluta delle persone, ritengono che sia vera: si tratta di un ragionamento fallace perché si appella ai numeri e non alla realtà, ed anche per questo motivo è anche noto come argumentum ad numerum. Specularmente, è fallace anche il ragionamento contrario, ossia ritenere una cosa falsa o negativa solo perché è giudicata vera o positiva da tantissime persone: si tratta di una fallacia che si ritrova spesso quando si parla di gusti cinematografici o musicali, e si riassume con un semplice “è per le masse, quindi è brutto”. Ovviamente, questa fallacia non si applica ad alcune eccezioni, come le leggi, gli usi o i costumi: se tante persone vi dicono che in Italia non si può guidare sulla corsia di sinistra e che fare il dito medio ad un passante è offensivo, probabilmente le cose stanno così.

Il secondo esempio riportato all’inizio è il tipico argumentum ad hominem o attacco ad hominem: anziché trattare l’argomentazione di un individuo, si attacca direttamente l’individuo con la speranza di screditarlo, una pratica comune – giusto per fare un esempio – in politica, dove esprimersi su un dato argomento comporta un attacco personale che nulla ha a che vedere con l’argomento trattato. Così come nel caso precedente, anche questo argumentum presenta alcune eccezioni in cui è da considerarsi valido: rispondere alla tesi di uno scienziato facendo presente che già in passato ha alterato volutamente i risultati di alcuni esperimenti, può essere considerata un’argomentazione da tenere in considerazione nel processo di revisione paritaria di una pubblicazione scientifica.

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La politica è un concentrato di argumenti ad hominem. Fateci caso.

La terza frase è un perfetto tu quoque, che sembra un tributo alla morte di Giulio Cesare per mano del figlio putativo Bruto e gli altri cospiratori, e rientra nella vasta famiglia degli argumenti ad hominem. “Anche tu”, è questo che significa quella locuzione latina, ed applicata alla logica ed al ragionamento si riferisce ad un modo per rispondere ad un’accusa rinfacciandola al mittente. Peccato, però, che reagire in questo modo non rende l’accusato innocente, ma estende all’accusatore la stessa colpa, danneggiando entrambi.

La quarta frase manifesta un argumentum ad ignorantiam, un’argomentazione per ignoranza, che si può esprimere in due modi: il primo consiste nel ritenere una proposizione vera solo perché non si può dimostrare che è falsa, mentre il secondo consiste nel forzare una spiegazione irrazionale in mancanza di una spiegazione plausibile. E’ la tipica fallacia logica che regna sovrana nella pseudoscienza: non abbiamo una spiegazione per un dato fenomeno, quindi sono stati gli alieni/fantasmi/demoni a causarlo. Nessuno può dimostrare che non sono stati loro ad indurre il fenomeno, quindi sono stati loro. E’ più corretto, invece, dire semplicemente che non siamo in grado di stabilire la natura di determinati fenomeni, e che ogni conclusione affrettata è frutto dell’irrazionalità.

La quinta frase è una falsa dicotomia bella e buona, ossia un falso dilemma, anche nota come fallacia del bianco o nero. Questa fallacia spesso si traduce in una minaccia, tramite la quale ad un individuo viene posto un falso dilemma (e.g., scegliere tra A o B) quando in realtà le possibilità sono molteplici, se non addirittura infinite (e.g., A, B, C, …, Z). Un esempio classico di falsa dicotomia è la Scommessa di Blaise Pascal, che semplifica il dibattito tra fedeli e non credenti ignorando di fatto le altre religioni, gli altri inferni, gli altri paradisi, gli altri purgatori, gli altri dei, e gli altri criteri per giudicare l’anima di un defunto, facendo una “scommessa” che si basa soltanto sulla fede al Dio dei cristiani.

La sesta frase, standard di una vera e propria piaga della società moderna, è una fallacia per argumentum ab auctoritate, o appello all’autorità, anche nota come ipse dixit. Consiste essenzialmente nel prendere per oro colato le affermazioni di una persona famosa, anche se tratta un argomento che non conosce e non può conoscere. Il pericoloso calo delle vaccinazioni in alcune aree dell’occidente è, infatti, strettamente correlato alle affermazioni di alcuni personaggi famosi che di Scienza non capiscono nulla, ma hanno la capacità di influenzare le masse. Questo argumentum non è fallace quando si cita un’autorità legittima in un dato settore: citare il portavoce della NASA che ha riportato la scoperta di una stella con caratteristiche particolari non costituisce una fallacia.

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Le bufale sulle vaccinazioni nascondono due fallacie: la prima è l’argumentum ab auctoritate, che porta le persone a credere alle false autorità in materia. La seconda fallacia è il “post hoc, ergo propter hoc” (dopo di questo, quindi a causa di questo), che metterebbe in correlazione alcune vaccinazioni con alcuni casi di autismo. Nonostante il debunkeramento a raffica, le posizioni complottiste continuano a reggere.

La settima frase rappresenta la classica reductio ad Hitlerum, definizione in lingua latina maccheronica che identifica la fallacia dell’accostare, con l’obiettivo di screditare, un’idea o una persona ad Adolf Hitler e/o al partito nazista. Così come il tu quoque, rientra nella famiglia degli argumenti ad hominem, e condivide le caratteristiche di base della fallacia della colpa per associazione, che consiste appunto nell’atto di screditare la parte avversa associandola a qualcosa di universalmente riconosciuto come negativo. E’ un modo ridicolo per deragliare una discussione, sostenendo che l’opinione della parte contrapposta sia condivisibile da Hitler e dai nazisti se fossero ancora al potere.

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E’ inutile negarlo, più si va avanti con una discussione accesa, più aumentano le probabilità che qualcuno, messo alle strette, se ne esca fuori con la reductio ad Hitlerum.

L’ottava ed ultima frase, che spesso si riassume con l’adagio “la verità sta nel mezzo”, è il prototipo di argumentum ad temperantiam, anche noto come appello alla moderazione o fallacia del grigio (intermedio tra bianco e nero). Consiste nel trovare, di fronte ad un netto contrasto tra due proposizioni inconciliabili, una posizione intermedia, quella che in inglese si definisce “middle ground”. Anche se come ragionamento può andare bene il più delle volte, è fallace perché non considera una possibilità molto concreta, ossia che una delle due proposizioni sia sbagliata in tutto e per tutto. Per esempio, se Tizio sostiene che due più due fa quattro e Caio sostiene che fa sei, la risposta suggerita da questa fallacia sarebbe cinque, ma sappiamo tutti che non è così. Caio ha sbagliato, punto.

In un mondo ideale, le otto fallacie qui descritte in maniera molto sommaria per ovvi motivi di spazio, e tutte le altre fallacie individuate dagli esperti della logica, non esisterebbero. In un mondo ideale, le persone, ed in particolare quelle che comandano, prenderebbero decisioni basate sulla concretezza e sulla realtà dei fatti, non sulle sensazioni indotte dalle fallacie. Un mondo ideale, appunto, ossia un mondo utopico: nel nostro di mondo, la razionalità è semi-sconosciuta e la vita di tutti i giorni insegna che le fallacie logiche sono fin troppo radicate nel nostro modo di pensare per scomparire all’improvviso. Non è detto, tuttavia, che ciò non possa accadere.

Francesco D’Amico

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Il sogno australiano

Un viaggio tutto italiano tra passato, presente e futuro

La terra dei canguri, con i suoi territori sconfinati e selvaggi e il senso di avventura e scoperta che riecheggia nell’aria, è sempre stata nei sogni di viaggiatori. Per chi ha meno di 30 anni questo è il posto migliore al mondo dove vivere. Per chi li ha superati l’Australia resta un Paese da sogno, dove si avverte la sensazione di poter prendere in mano le redini della propria vita e poter correre spediti verso importanti traguardi. È stata la certezza di tornare a far partire i nostri connazionali. La convinzione che non sarebbero rimasti via a lungo, il tempo di mettere da parte qualche dollaro e ripresentarsi nei loro paesi di origine, con qualcosa di cui andare orgogliosi. Ma a persuaderli a imbarcarsi in questa folle avventura, alla scoperta di una terra quasi vergine, è stata anche la necessità di dare una svolta alla propria vita. E, forse, quello stesso desiderio di scoperta che due secoli prima aveva portato in Australia altri italiani.

Bisogna andare indietro sino al 1676 per trovare il primo nome italico tra i documenti storici dell’Australia: padre Vittorio Riccio, missionario che disegnò la prima mappa del continente e propose al Vaticano di aprire una missione tra gli aborigeni. L’inizio dell’immigrazione vera e propria si registrò nella metà dell’Ottocento, con importanti nomi che contribuirono alla crescita dell’Australia: il missionario don Angelo Confalonieri, che scrisse il primo dizionario delle lingue aborigine del Nord; il farmacista Giuseppe Bosisto, che scoprì le proprietà medicinali dell’olio di eucalipto; e il conte Girolamo Carandini, che nel 1843 fondò una scuola di danza e canto lirico a Hobart, in Tasmania, e qualche anno dopo la South Australian Grand Opera Company. Gli italiani allora arrivavano soprattutto dal Nord – Lombardia, Piemonte, Toscana e Veneto – dopo un viaggio per mare di 8-9 settimane. Minatori e operai, ma anche taglialegna, muratori e ingegneri. Fecero fortuna per esempio, gli ingegneri toscani Ettore Checchi e Carlo Catani, che progetteranno tutti i sistemi d’irrigazione, i ponti, le strade e le dighe del Victoria, nascente colonia australiana.  Verso la fine dell’800, pescatori calabresi, pugliesi e siciliani si trasferirono nei mari del South e del Western Australia, mentre contadini del Nord Italia furono ingaggiati nel Queensland per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero, vivendo in condizioni malsane, tra ratti e serpenti velenosi, e dormendo in barche in mezzo al nulla. Ma il lavoro non manca, e negli Anni ’20 del Novecento molte delle piantagioni appartenevano ormai a italiani.

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Il legame tra Italia ed Australia è molto forte.

 

Gli anni subito dopo la Prima Guerra Mondiale rappresentarono il secondo grande esodo italiano, e questa volta furono soprattutto gli uomini del Sud ad attivarsi: nel 1933 furono oltre 26 mila a sbarcare nei porti di Perth, Melbourne e Sydney. Lavoravano molto gli instancabili italiani e mettevano da parte parecchi risparmi; mostravano uno spirito di avventura e adattamento impetuoso che ebbe l’effetto di aumentare verso di loro i sentimenti di razzismo e rabbia degli australiani. Nel gennaio 1934, in un pub del Western Australia, un anglo-australiano morì accidentalmente nel corso di una rissa con un italiano e il paese insorse, uccidendo due immigrati ed incendiando le loro case. Era solo l’inizio, perché da lì a poco sarebbe scoppiata la Seconda guerra mondiale e a quel punto gli italiani diventarono gli alleati dei nemici, e vennero trattati come tali. L’immigrazione si interruppe sino al 1945 e 4.700 uomini sospettati di essere legati al Fascismo vennero internati in campi di prigionia. A questi si aggiunsero 18mila prigionieri di guerra deportati in suolo australiano dagli inglesi e usati come manovalanza. Gli anni tra il ’51 ed il ’60 registrarono il maggior numero di arrivi dall’Italia: oltre 170mila, un quinto di tutti gli immigrati in quel decennio. Le storie di uomini e donne arrivati in quel periodo storico sono piene di dolore e sacrifici, senza PC e cellulari lontani migliaia e migliaia di km dai propri cari; storie di coraggio, orgoglio e forte spirito di adattamento. Le storie di coraggio e onestà sembrano prevalere nell’opinione che gli australiani si sono fatti degli immigrati italiani e si registra un vero boom del Made in Italy, in tutte le sue forme. I nipoti degli immigrati del dopoguerra, nati qui, non parlano la lingua dei loro nonni. Ma stanno realizzando che, con loro, si perderà buona parte della cultura italiana. E così stanno vivendo un ritorno alla propria italianità, un interesse a guardare con occhio attento alle proprie origini. Sono in aumento le richieste di riacquisto della cittadinanza italiana e le iscrizioni ai corsi di lingua. Dall’altro lato, anche tra gli australiani sta crescendo sempre più un forte interesse per tutto ciò che è italiano. A partire dal cibo, che sin dagli Anni ’50 ha cambiato radicalmente molte loro abitudini di vita, inserendo nella dieta l’olio d’oliva, per esempio, o sostituendo il caffè al tè. Nei ristoranti i piatti italiani recitano la parte del leone e sono in tanti a sognare di visitare un giorno le città italiane, immergendosi cuore e anima nella storia e nell’arte, che qui mancano completamente. Gli scenari e la previsioni statistiche parlano da qui al 2050 di un forte aumento della popolazione, favorito da una superficie che è venticinque volte l’Italia, da risorse naturali immense, da un debito pubblico tra i più bassi del mondo e da una burocrazia snella ed efficiente.

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La fantastica Sidney, di notte.

 

L’Australia può vantare uno stile di vita rilassato ed un clima invidiabile. La controprova di questo futuro boom australiano è fornita dal fatto che  l’Australia è divenuta ormai il sogno proibito di tantissimi giovani italiani e non. Le città australiane, insieme a quelle canadesi sono quelle dove si vive meglio al mondo. Sydney, Perth e Adelaide rientrano stabilmente da un decennio a questa parte nella top ten mondiale delle città più vivibili. Inoltre, l’Australia risulta dal 2011, anno della sua introduzione tra i vincitori del “Better Life Index”, il nuovo indicatore ideato dall’Ocse, per valutare il “Benessere interno lordo”. Il Bli è un’alternativa al vecchio e controverso Pil che, come diceva già Robert Kennedy, “Misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Oggi, tra immigrati, discendenti e matrimoni misti quasi il 10% della popolazione “aussie ha sangue italiano. Dietro questi numeri si nascondono individui desiderosi di emergere e di tirarsi fuori dalle paludi dell’incertezza e della precarietà. Non numeri, ma italiani veri con valori forti tra le mani, italiani di oggi; italiani del domani.

Marco Vespari

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Poesia meridionale, riconoscimento per ‘Rosa dello Stretto’

Antonio Dimartino, classe 1981, stupisce la giuria con la sua “Rosa dello Stretto”

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La lirica “Rosa dello Stretto”, dello spumeggiante Antonio Dimartino, si è aggiudicata un importante riconoscimento per la “poesia meridionale”, conquistando la giuria del Premio lettere, arte e scienza per l’Area dello Stretto in onore del dott. Domenico Smorto. Si è svolta a Reggio Calabria, nella serata di venerdì 24 ottobre 2014, presso il magnifico salone dell’amministrazione provinciale, la cerimonia di premiazione in forma solenne. La serata è stata aperta dalla proiezione di un cortometraggio sulla vita del grande medico calabrese scomparso prematuramente nel 2012. Attraverso immagini e musica, che hanno destato grande emozione tra il pubblico, si è ricordato lo spessore di questo medico illustre ma, soprattutto, il valore di un uomo avvolto da arcane emozioni e intuizioni, capace di curare il prossimo con un amore smisurato per la vita. Il Premio nasce proprio in onore del dott. Domenico Smorto, dall’esigenza di voler valorizzare e promuovere la cultura attraverso l’ampia ricerca che emerge nell’ambito della letteratura, dell’arte e della ricerca scientifica nell’Italia meridionale. Lodevole l’intuizione della vedova e fondatrice del Premio, la professoressa Rossana Rossomando Smorto, di promuovere tutte quelle forme culturali nate da un attento studio di problematiche e riflessioni sulla nostra terra, con la possibilità – aperta a tutti – di inviare degli elaborati per il premio di ricerca medico-scientifica, ricerca storica meridionale, narrativa, saggistica e poesia meridionale.

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Nello storico palazzo Foti, sede della Provincia di Reggio Calabria, una profonda e festosa allegria ha contraddistinto il resto della serata, durante la quale il pubblico ha manifestato il suo gradimento – con applausi spontanei e diretti – al senso dei vari premi messi in palio, nonché dei diversi premiati. Raggiunto, quindi, l’obiettivo di premiare uomini e donne della nostra terra che vogliono mantenere viva la nostra memoria storica con un concorso in grado di spaziare tra forme e generi diversi, regalando vibranti sensazioni e travolgenti passioni. Si è creato così un “noi” rappresentato da uomini che trascorrono la loro vita tra ansie e dolori, o fra speranze e delusioni, affascinati da avventure sempre nuove, impauriti dai pericoli reali o immaginari, ma sempre consolati e rasserenati quando riescono a risorgere. Tutto questo è emerso nei vari interventi dei diversi vincitori, superando i pensieri consueti che normalmente ritroviamo in un articolo di giornale, in un’intervista o in un saggio. Gli interventi sono stati anche l’esempio vivo della presenza di idee, di riflessioni, di dedizioni storiche e di battaglie interiori, cosa da non sottovalutare nella nostra società ultra moderna e automatizzata. Notevole l’attenzione mediatica rivolta al concorso giunto – ormai – alla sua seconda edizione, con la presenza dell’emittente televisiva Reggio TV, che ha registrato la partecipazione di poeti, scrittori, medici, fotografi, pittori e scultori provenienti da tutta Italia. L’organizzazione del premio è stata curata dalla segreteria facente capo al presidente dell’Associazione culturale “Due Sicilie”, dr. Daniele Zangari, e dal presidente dell’Associazione culturale “Le Muse – Laboratorio delle Arti e delle Lettere”, prof. Giuseppe Livoti, nonché dalla dottoressa Emanuela Elettra Smorto e dalla già menzionata fondatrice. Il tutto con il patrocinio dell’Amministrazione Provinciale di Reggio Calabria, che ha da sempre creduto in questo progetto con l’illustre presenza dell’editore-conduttore televisivo, giornalista pubblicista, nonché assessore alle Politiche e Pianificazioni culturali, dottor Eduardo Lamberti Castronuovo. Questa seconda edizione del Premio Area dello Stretto ha anche registrato un numero di partecipanti notevole, con la giusta – quanto doverosa – scelta dell’illustre giuria di dedicare ampio spazio alla proclamazione di ben 23 premiati e di 8 segnalazioni di merito.

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Antonio Dimartino è un giovane scrittore catanzarese, amante della poesia romantica, che ha presentato una lirica dal titolo “Rosa dello Stretto” e per la quale è stato premiato – con una raffinata targa – direttamente dalla professoressa Rossana Rossomando Smorto e dal dott. Daniele Zangari. La poesia vincitrice, frutto della sua immaginazione, costituisce un percorso che si evolve lungo le rive solitarie dei suoi sentimenti e dei suoi pensieri più intimi. Così, spinto dalla curiosità e dallo stupore, questo poeta contemporaneo raggiunge il momento creativo della sua grazia nel ricordo di una donna tanto amata e desiderata. Seppur laureato in Scienze dell’amministrazione, ha sempre portato con se un misterioso amore per la filosofia, madre di tutte le arti, nonché per la letteratura. Lo sforzo, l’incoraggiamento e il dialogo interiore lo conducono – molto spesso – a dimenticare la verità violenta del presente per perdersi in quell’intimo silenzio che accarezza e rappresenta i suoi versi e le sue prose. Lo scorso 27 settembre, nella meravigliosa città d’arte di Morano Calabro, questo moderno poeta calabrese aveva già dato prova della sua fervida immaginazione – proprio nella sezione dedicata al romanticismo – ricevendo un diploma d’onore al Premio Internazionale di Poesia “John Keats”. Con un animo di altri tempi e una tenerezza avvolgente, Antonio Dimartino è altresì capace di emozionarsi ed emozionare chi interagisce con lui, rappresentando quella Calabria – dalle mille risorse –  priva di barriere e confini.

Marco Vespari

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Droni, futura opportunità lavorativa per i giovani

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 211) il 25 ottobre 2014. Lametino211_AD01 La tecnologia di nicchia aspetta i giovani calabresi

Negli ultimi mesi si è sviluppata una sempre maggiore attenzione verso l’applicazione dei “droni” alla vita di ogni giorno, che può rappresentare una grande opportunità per i ragazzi calabresi. Ma cosa sono questi droni e, soprattutto, a cosa servono? Inizialmente applicati nelle attività militari, sono piccoli velivoli in grado di volare in cielo con un coordinamento umano e terreno. Ricordano un po’ l’idea degli elicotteri telecomandati, ma hanno una tecnologia portante decisamente interessante. L’obiettivo di moltissimi centri di ricerca è quello di impiegare gli stessi su larga scala.  Il punto è di fondamentale importanza: nel campo della “robotica di servizio” si affacciano – ormai – in contesti come la casa, l’ufficio o addirittura il mondo lavorativo. Avete capito bene, unito all’uso della rete, dei pc e della telefonia cellulare, il “drone” può rappresentare una nuova opportunità di lavoro. Basti pensare al fatto che, alla fine, l’uso militare – per le riprese video aeree – deriva dal fatto di poter agire in condizioni di emergenza o per lo svolgimento di lavori pericolosi, con una notevole flessibilità di utilizzo e un azzeramento quasi totale dei rischi per l’uomo. Da quì il passo è stato breve nell’avvalersi di questi droni per operazioni di monitoraggio delle aree a rischio geologico, che ha segnato il primo passaggio dall’ambito militare a quello civile. Dopo il terremoto che ha devastato l’Emilia Romagna nel 2012, infatti, sono stati utilizzati per le fasi di ricognizione, non meno del Giappone che li ha impiegati – invece – per tenere sotto stretto controllo la centrale nucleare di Fukushima, dopo le note esplosioni verificatesi. Perfino il traffico di stupefacenti nel confine USA-Messico viene seguito con dei droni, evitando rischi notevoli per le forze dell’ordine. Per tutti questi motivi, allo sviluppo dei droni sono interessate aziende di ogni genere, partendo dal settore e-commerce per arrivare a quelle che operano nelle spedizioni internazionali. Esitono dei limiti al loro utilizzo? Ovviamente sì. Per scongiurare situazioni pericolose, infatti, esiste l’obbligo di patente per chi intende far decollare droni di qualsiasi forma o specie. Essenzialmente viene posto un limite di peso, nel senso che in base allo stesso cambiano i requisiti per far volare un drone. La soglia è quella dei 25 kg, in gergo si parla di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto con mezzi aerei di massa al decollo massima maggiore o uguale a 25 kg, al di sopra della quale occorre un’adeguata certificazione per l’utilizzo, atta ad essere valutata dall’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile che si occupa della regolamentazione in base alle direttive europee. Lo stesso fa una distinzione tecnica tra “operazioni non critiche” e “operazioni critiche” (proprio degli aeromobili a pilotaggio remoto), fermo restando che anche sotto i 25 kg è comunque necessaria l’autorizzazione ENAC. Sembra evidente che, in una terra come la nostra amata Calabria, dove la disoccupazione ha raggiunto livelli insostenibili, l’idea di imparare ad utilizzare un drone possa rappresentare un’eventuale fonte di reddito o meglio ancora un’opportunità di lavoro. Volete un esempio? Pensate semplicemente ai matrimoni, visto che ormai i veri fotografi professionisti offrono la possibilità di mischiare in modo armonioso immagini da terra con elettrizzanti riprese aeree. Certo, forse non è la soluzione ai problemi della disoccupazione, ma rappresenta certamente un incentivo all’imprenditoria giovanile. Si tratta – altresì – di un buon modo per combattere il fenomeno dei “Neet”, not in education employment or trading, ovvero coloro i quali non studiano, non hanno un lavoro e neanche lo cercano. Si dice che in economia il “tempo” sia la risorsa più importante. I giovani calabresi dovrebbero cogliere questa opportunità, tenendo presente che la Federal Aviation Administration ha stimato che – per la fine del 2018 – i droni in giro per il mondo saranno almeno 30 mila. Gli aspiranti piloti di questi robot volanti devono solo aver raggiunto la maggiore età e aver conseguito, dopo un corso specifico, un semplice patentino. A tal proposito, all’aeroporto di Levaldigi è già possibile seguire dei corsi organizzati dall’Alpha Lima Aviation per ricevere l’attestato abilitante a questa professione che, senza ombra di dubbio, possiamo ormai definire uno dei lavori del nostro futuro. E per quanto riguarda i costi? Accessibili anche quelli. Un corso teorico-pratico non supera di norma i mille euro, mentre per un’attrezzatura professionale completa il range va dai mille ai cinquemila euro, in base alle proprie esigenze. I giovani si misurano con una forte disoccupazione e con un precariato assurdo ed incomprensibile. Cerchiamo di incoraggiarli invece di contestarli, tenendo conto anche del parere favorevole – per lo sviluppo dei droni in tutto il pianeta – espresso qualche mese fa proprio da Bill Gates, l’unico uomo al mondo che è riuscito a tenere testa alla Apple.

Antonio Dimartino

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Trasporto aereo? Viva la semplicità

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 211) il 25 ottobre 2014.

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Il sistema rischia il collasso a causa delle considerazioni superficiali di media e politici

Viva la semplicità, potrebbe dire qualcuno. Viva chi, quando tratta un argomento che non conosce, fa della superficialità il suo modus operandi. Viva chi, di fronte ad un’infinità di variabili, ne prende due o tre e giudica un sistema solo ed esclusivamente in base a queste variabili, ignorando di fatto il resto. Gente innocua, potrebbe ribadire qualcuno, e invece no, in ambiti come quello del trasporto aereo, un giornalismo poco attento (telematico o cartaceo che sia) può avere delle conseguenze negative sull’intero sistema, e a breve vedremo perché, senza fare nomi.

Siamo in un aeroporto e di fronte a noi ci sono due aerei dello stesso tipo, ma di versioni e compagnie diverse. L’aereo Uno ha 150 posti, l’aereo Alfa ne ha 185 perché ha una configurazione più densa e scomoda. Entrambi gli aerei sono impegnati in una turnazione, ossia arrivano da altri due aeroporti e, ultimate le operazioni di scarico, carico ed imbarco, ritorneranno ciascuno al proprio scalo di riferimento. Uno è arrivato con circa 90 passeggeri e ripartirà con 120, mentre Alfa è arrivato con 160 passeggeri e ripartirà con il pieno, 185. L’aeroporto di riferimento di Uno è lo scalo principale della città, mentre Alfa è basato presso uno scalo secondario, un po’ “fuori mano”. Alcuni passeggeri di Uno hanno prosecuzioni internazionali ed intercontinentali, e alcuni addirittura viaggiano in classi di viaggio elevate.

Tra un volo e l’altro, Uno passa più tempo a terra rispetto ad Alfa perché è coinvolto in operazioni più complesse, quali il trasporto della merce e la differenziazione dei bagagli in partenza (prioritari, transiti, terminanti, con transito rapido, etc.). I banchi check-in di Uno sono di più ed esiste anche una biglietteria aerea dedicata, nonché un ufficio di compagnia, mentre Alfa minimizza la presenza in aeroporto con un manipolo di banchi ed un presidio al desk informazioni quasi inesistente. Per Alfa, i concetti chiave sono il risparmio e l’informatizzazione dei servizi, e ciò si ha, tra le altre cose, mettendo dei paletti chiari e ben definiti alle politiche di compagnia: alcune tipologie di passeggeri speciali, come alcuni disabili, non sono accettabili e sono costretti a viaggiare con Uno. Il check-in di Uno è tranquillo e premia la professionalità degli addetti mentre quello di Alfa è automatico, monotono e prevede penali salate per praticamente qualsiasi cosa, con ripercussioni sulle operazioni di imbarco. L’imbarco di Uno inizia quando l’aereo è pronto ad accogliere i passeggeri e procede liscio come l’olio, mentre quello di Alfa inizia prima, costringe i passeggeri ad aspettare anche decine di minuti in piedi e diventa una specie lotta contro il tempo, con tanto di etichettatura massiccia dei bagagli a mano. Non c’è spazio per i bagagli a mano a bordo dell’aereo Alfa e i bagagli devono andare in stiva? Certo, se Alfa avesse una configurazione non da “carro bestiame” e non costringesse i passeggeri a pagare un extra per i bagagli da stiva imbarcati al check-in, i passeggeri sarebbero meno propensi ad intasare le cappelliere coi propri bagagli a mano. Alfa, tuttavia, ha il vantaggio di offrire tariffe mediamente più basse, soddisfacendo le esigenze della clientela “cost sensitive”. Tutto è regolare, ed entrambi gli aerei sono quasi pronti a partire, quando due ritardatari – uno in partenza con Alfa, l’altro con Uno – arrivano all’uscita di imbarco. Il comandante di Alfa nega l’imbarco al ritardatario, quello di Uno lo accetta, dopodiché fa chiudere le porte dell’aereo ed avviare i motori. Forse, Uno farà un po’ di ritardo a causa dell’imbarco dei disabili aggiuntivi che non possono viaggiare con Alfa.

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Lo scalo di Milano-Malpensa visto dalla torre di controllo, dove tanti aerei “Uno” e “Alfa” operano insieme. Foto di Giorgio Varisco.

Facendo due rapidi conti, ed ipotizzando che queste siano turnazioni giornaliere attive tutto l’anno, risulta evidente che la turnazione di Alfa trasporta più passeggeri, mentre Uno punta sulla qualità, sulle connessioni, sul cargo e su altri servizi, a discapito della tariffa media. Per il giornalista poco informato, Alfa è la chiave del successo mentre Uno è obsoleto, ed è grazie ad Alfa che le statistiche registrano dei segni positivi “mai visti prima”. Non tutte le statistiche, ovviamente, ma quelle più semplici: passeggeri trasportati, voli e prezzi, perché iniziare a parlare di servizi, di migliaggio, di cargo, di connessioni, di alleanze, di fitti network, di disabili e di attenzione nei confronti dei passeggeri è troppo complicato. Il politicante di turno, influenzato dalla cattiva informazione, punterà sulla compagnia aerea di Alfa per garantire la “crescita” di un dato aeroporto, magari pagando la compagnia con finanziamenti ai limiti della legalità, e alla fine dell’anno potrà dire di aver ottenuto dei risultati positivi, più che sufficienti per riconfermare il proprio incarico. E la compagnia aerea dell’aereo Uno cosa farà? Potrebbe essere costretta a tagliare le proprie rotte e licenziare parte dei suoi dipendenti, ritirandosi progressivamente dai vari scali fino a quasi scomparire.

Perché tutto questo? Semplice, perché la cattiva informazione può plasmare le scelte della clientela e della classe dirigente, alterando l’equilibrio già labile del mercato secondo logiche che non badano a ciò che conta realmente. Insomma, viva la semplicità.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Il senso del Premio Letterario “John Keats”

Un premio internazionale molto importante, raccontato da uno dei vincitori

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John Keats è unanimemente considerato uno dei più fecondi poeti del romanticismo inglese. Il valore della bellezza e la verità che risiede nell’arte, rappresentano la forza narrativa di questo sfortunato poeta. Quello di Keats è un nome già presente nelle nostre menti. Molte persone lo associano alle gite turistiche nella “città eterna”, in relazione alla meravigliosa casa che si affaccia su Piazza di Spagna nella nostra antica Roma, nella quale proprio Keats passò gli ultimi giorni della sua breve vita. Chi ha fatto studi classici, invece, ricorderà l’Oscar Wilde che – giunto a Roma per incontrare il Papa – scelse di trascorrere molto del proprio tempo presso la tomba di John Keats, sulla quale si distese a riflettere. Wilde doveva molto alla natura di Keats, tanto da venerarlo per le sue poesie, stilisticamente perfette.

Così, dopo questo piccolo preambolo, sarà facile stupire voi lettori nel dirvi che l’unico Premio Internazionale di Poesia in onore di John Keats si sia svolto – per la prima volta – nella nostra amata Calabria. Avete compreso bene. Morano Calabro, città d’arte del comprensorio cosentino, è stata per una sera la capitale del romanticismo, della letteratura, della poesia. Lo scorso sabato 27 settembre, infatti, in un’atmosfera accogliente e festosa, sono giunti presso l’elegante sala dell’auditorium comunale moltissimi poeti e scrittori, sia dalle diverse città italiane che da paesi lontani come la Francia, l’Australia e gli Stati Uniti d’America. Così, tra i diversi vincitori, dei quali mi onoro di far parte, si è creata quella “arena di confronto” che spesso manca nella nostra amata terra.

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Il merito va agli organizzatori del premio e all’illustre giuria presieduta da Lorenzo Curti, nonché al suo presidente Mario De Rosa, un uomo straordinario e motivato, capace di far cambiare la percezione delle persone, magari mettendo in relazione le persone stesse tra di loro. Questo il merito del presidente De Rosa, ovvero quello di riprendere una vera comunicazione. Oggi, infatti, ci si connette gli uni con gli altri grazie ad internet, ma questa non è una vera e propria comunicazione. La rete può dare delle informazioni, ma è molto difficile che possa dare una buona conoscenza. Per questo non dovremmo dimenticare il senso profondo di una poesia o ancor di più di un buon libro, perché proprio attraverso i libri – negli anni – si è sviluppata una marcia silenziosa del sapere. Mario De Rosa è un uomo privo di barriere e confini, capace di raggiungere – con il suo premio internazionale – l’obiettivo fondamentale di ricostruzione del tessuto di una comunità, quella degli amanti del piacere tormentato dello scrivere.

Onorato di aver ricevuto questo riconoscimento così importante, con una poesia in dedica a Keats dal titolo “John sotto il peso del mondo”, non ho potuto fare a meno di notare l’aria che si respirava nella magica serata trascorsa ai piedi del Pollino. Intorno a me moltissimi poeti e scrittori, contenti ed emozionati, discutevano sul romanticismo etico di John Keats o sulla sua passione per l’antica Grecia, sulla vita sfortunata del poeta inglese o sulle prose più delicate… sull’amore per i poeti del passato o sulla sua morte prematura. Keats, infatti, malato da tempo e sotto consiglio del proprio medico, lasciò quel clima uggioso inglese per il nostro clima, decisamente più mite. Purtroppo questo non bastò per curarlo e morì molto giovane qualche mese prima di compiere 26 anni. Oggi, le sue poesie, hanno un valore inestimabile. Leggere “On First Looking into Chapman’s Homer”, forse la sua poesia più importante, significa imparare ad emozionarsi e provare a condividere i pensieri più profondi. Leggere “Ode to Psyche”, “Ode on a Grecian Urn” o ancora “Ode to a Nightingale”, aiuta – invece – a partecipare alle “cose del mondo”, a comprendere ciò che ci circonda. Furono scritte nei mesi successivi all’incontro con Fanny Brawne, della quale si innamorò perdutamente. Attraverso queste Odi, naturalmente, Keats giunge alla poesia sensuale e piena di immaginazione, forse con un po’ di malinconia, dovuta alle difficoltà e alle preoccupazioni per le sfortunate vicende della sua famiglia.

John Keats rappresenta, con le sue poesie prodigiose, uno dei rari rimedi offerti alle pene umane, l’esempio di uno di quei poeti dalle timide speranze che aprono le danze… e che molto potrebbero insegnare ai giovani di oggi. Insomma la lettura dei versi del grande John Keats, tra passione e sofferenza, aiuta a prendersi cura si sé!

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Da questo possiamo desumere l’importanza di un premio non comune, capace di sviluppare e far sviluppare – a chi vi partecipa – una voglia di amare, di comunicare e di agire. Per i poeti più scrupolosi, poi, si ha la possibilità di argomentare su quella simbolica “ansia” che caratterizza chi ama scrivere, spesso risultato di un rifiuto di quelle che definiamo essere “convenzioni sociali”. La vita di John Keats, infatti, fu accompagnata da quel malinconico sentimento di solitudine, dato dalla necessità di dover affrontare argomenti troppo complessi quali la malattia e la povertà, ma anche la sofferenza e l’amore. Tutto questo a Morano Calabro, cercando di raccontare una Calabria diversa.

Antonio Mirko Dimartino

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Dopo il successo del Lamezia Comics, un nuovo evento a Cosenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 210) il 27 settembre 2014.

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Intervista a due organizzatori del “Cosenza ComiCS”, Sante Mazzei e Marco Florio

Anche quest’anno, il Lamezia Comics si è rivelato un successo e ha consolidato ulteriormente la sua posizione a Lamezia Terme e nel resto della Calabria. A seguire, a dicembre, la seconda edizione del Komics Reggio Calabria, e l’anno prossimo la novità assoluta: il Cosenza Comics. Sono segnali positivi, ma fino a qualche anno fa nessuno avrebbe scommesso su una diffusione così capillare degli eventi dedicati ai cosplay (la “moda” di vestirsi esattamente come i propri personaggi preferiti), ai giochi da tavolo e alle minimostre artistiche. Qual è stata la molla che ha fatto scattare questo meccanismo di diffusione? Ne parliamo con Sante Mazzei e Marco Florio, membri del comitato che sta organizzando il Cosenza Comics.

Sante: E’ un momento favorevole, non c’è dubbio. I fumetti, i videogiochi, il cinema e tutto ciò che è stato fatto rientrare nel calderone della “cultura nerd” non rappresenta più qualcosa di riservato a pochi. Al giorno d’oggi ogni ragazzo ha un supereroe che ammira, un fumetto preferito, una serie tv del cuore. Anche grazie all’avvento di internet, assaporare e scegliere degli interessi di questo tipo è diventato semplice. Se tempo fa erano molto diffusi i giovani interessati solamente al calcio, o a un qualsiasi interesse trasmesso dalla famiglia, oggi c’è la possibilità di scegliere a che cosa appassionarsi, di conoscere più cose. Questo la dice lunga sul successo delle fiere Comics & Games, che sulla scia del Lucca Comics and Games, del Romics e del Napoli Comicon sono sempre più diffuse nel nostro paese e che divulgano questo tipo di cultura. I ragazzi necessitano di sfogare e di condividere i propri interessi con le altre persone e queste fiere rappresentano il posto e il momento adatto.

Marco: La molla che ci ha portato a creare questi eventi è stata la voglia di noi amici prima, membri dello staff poi, di voler condividere le nostre passioni con la gente. Volevamo portare un “nuovo” tipo di divertimento nella città di Cosenza.

Come avete deciso di fare il grande salto e portare un Comics a Cosenza? Avete fiducia nel bacino d’utenza della città e del suo hinterland?

Sante: Crediamo che Cosenza sia la città più adatta, in Calabria, ad ospitare una fiera di questo tipo.

Basti pensare al via vai di ragazzi generato dall’Università della Calabria, che ospita circa quarantamila studenti. Inoltre, la posizione geografica di Cosenza traccia dei solidi ponti con le regioni vicine.

Marco: Certamente! Questo tipo di cultura è ben radicato tra la popolazione cosentina, ma purtroppo è ancora sopita. C’è da dire però che gli interessati hanno risposto bene ai nostri eventi dopo l’annuncio fatto il 5 Maggio all’Unical circa la fiera del 2015. Abbiamo ricevuto molta partecipazione anche durate i cine-forum e i raduni cosplay.

Sicuramente, dietro all’organizzazione di un evento del genere c’è tanta passione che spinge i partecipanti ad andare avanti, ma gli ostacoli non sono pochi. Il primo ostacolo, o meglio, i primi due, sono la burocrazia e le risorse economiche necessarie per un evento di questa portata.

Marco: Purtroppo sì, può capitare di dover sottostare a lunghi tempi burocratici ma essendoci mossi in anticipo possiamo dire che la burocrazia ha risposto bene alle nostre necessità. Per quanto riguarda il fattore economico è tutto autofinanziato, ogni ricavato organizzato e marchiato Cosenza ComiCS sarà devoluto alla realizzazione della fiera di primavera 2015; accettiamo, infine, donazioni da coloro che hanno fiducia nel progetto e che vogliono alleggerire le spese di realizzazione che sono veramente ingenti. A tutte queste persone va il nostro più sentito grazie!

Avete già un’idea chiara dell’offerta del Cosenza Comics? Alcune cose, come i cosplay, sono una costante nel mondo dei comicon, ma l’offerta si può arricchire in svariati modi. Probabilmente avete alcune sorprese che rimarranno top secret, ma c’è qualche extra caratteristico del Cosenza Comics di cui volete parlare? Sante, in particolare, in qualità di paleoartista ormai affermato potrebbe portare un pizzico di Paleoarte all’evento

Sante: Il fatto che le fiere del fumetto siano ormai molto diffuse, come ho detto prima, non deve spaventare. Di fatti, una delle idee alla base del Cosenza ComiCS, è proprio quella di introdurre una serie di novità.

Sei lungimirante, Francesco. Conosci bene il mio amore per la Paleoarte e il mondo antico quindi sì, posso confermarti che vedrete più di qualche dinosauro a zonzo per il Cosenza ComiCS 2015…

Marco: La fiera comprenderà diverse aree di settore: Videogames, Arte, Cinema, Fumetti, Giochi da Carte/Tavolo, Zona Esterna (Cosplay e altro) e, grande novità assoluta, una sezione sportiva. Per la prima volta, da quanto ci risulta, sarà dato spazio anche allo sport. Detto questo non mancheranno le sorprese per ogni zona interessata.

La community locale del cosentino appassionata di fumetti, cosplay e giochi da tavolo sta partecipando attivamente all’organizzazione dell’evento? Cosa può fare, un appassionato, per aiutarvi? Di cosa avete bisogno, di preciso?

Marco: Siamo contentissimi del fatto che la comunità di appassionati ci stia seguendo con gioia e costanza. Dagli appassionati chiediamo innanzitutto fiducia e partecipazione, prossimamente apriremo una raccolta fondi (online e non) col fine di supportare le spese organizzative dell’evento della prossima primavera.

La mascotte dell’evento è un lupo, un chiaro riferimento alla città che ospiterà il Comics. Di chi è stata l’idea di scegliere un lupo, e chi l’ha disegnato? Sante, sembra esserci proprio il tuo… zampino!

Sante: Sì. Il lupo, che si chiama Kepler, è una mia creazione. Ho scelto il nome insieme a Marco e agli altri perché il compito del lupo sarà quello di avventurarsi alla scoperta del mondo della fantasia e catapultarvi all’interno i cosentini e non solo. Una strizzata d’occhio all’omonima missione spaziale della Nasa.

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Il lupo Kepler, la mascotte dell’evento creata da Sante Mazzei.

Tra circa un mese, a Lucca, ci sarà il comicon più importante d’Italia, il punto di riferimento per tutti coloro che vogliono organizzare eventi simili nel nostro paese. Parteciperete al Lucca Comics 2014? Se la risposta è sì, lo farete in qualità di semplici appassionati o sfrutterete l’occasione per promuovere il Cosenza Comics?

Sante: Sia io che gli altri parteciperemo al Lucca Comics & Games, come ogni anno. Nel 2014, per la prima volta, lo faremo in qualità di staff del Cosenza ComiCS e tenteremo di prendere spunto dalla grandiosità della fiera di Lucca per il nostro progetto. Difatti, siamo prima di tutto un gruppo di viaggiatori che in passato ha visitato, oltre al Lucca Comics and Games, il San Diego Comicon ed altre importanti fiere del fumetto e del cinema. La nostra esperienza sarà al servizio del Cosenza Comics e di chi lo visiterà!

L’appuntamento, quindi, è per la primavera del 2015 a Cosenza. Un sincero grazie a Sante e Marco per la loro disponibilità, e un altrettanto sincero in bocca al lupo (è proprio il caso di dirlo!) per la prima edizione del Cosenza Comics!

Francesco D’Amico

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