Dove mi porta la Biotecnologia medica

Dalla Sicilia all’Olanda: è la storia di Mauro Locati, amministratore di Paleo-Nerd e Jurassic Park Italia

Per chi frequentava il forum di Jurassic Park Italia, Mauro “Raptor86” Locati era uno dei punti di riferimento dello staff. Lui, come tanti altri, ha deciso di incanalare la sua passione verso lo studio di una materia scientifica e, come tanti altri, ha deciso di andare all’estero per integrare il proprio bagaglio culturale. Le circostanze lo hanno portato ad Amsterdam, in Olanda, un ambiente in fermento e a quanto pare ospitale. Mauro, da Jurassic Park alla Biotecnologia medica il passo è stato breve e diretto, o è stato il frutto di altre considerazioni?

A 18 anni la scelta del proprio percorso formativo è molto difficile e spesso ci si affida a sensazioni e consigli esterni; anche nel mio caso è stato cosi. Dopo il liceo, infatti, la mia idea era quella di iscrivermi ad un facoltà scientifica che permettesse di approfondire  le mie passioni, soprattutto quella dello studio della vita preistorica: le mie opzioni erano Scienze Naturali o Biologia Evoluzionistica. Ma già allora gli sbocchi professionali sembravano davvero pochi per questi corsi di laurea, cosicché, anche in seguito ai consigli di professori e parenti, scelsi Biotecnologie, perché tutti sembravano credere che quello fosse il settore scientifico del futuro e in fin dei conti non era lontano da ciò che mi sarebbe piaciuto studiare.

Ti consideri soddisfatto della tua scelta? Cosa ti ha portato ad andare in Olanda per il dottorato? Avevi alternative, o l’Olanda si è rivelata l’unica scelta praticabile?

Ho scelto l’Olanda per le ottime condizioni lavorative che l’università offre ai dottorandi. Il PhD dura quattro anni e l’ottimo stipendio ti permette di concentrarti solo sulla ricerca senza troppi problemi. Inoltre qua tutti parlano inglese, grazie all’ambiente accademico dal respiro internazionale, e non è necessario imparare l’olandese, anche per la vita di tutti i giorni. Certo, è comunque un percorso molto difficile perché ci si aspetta tanto, ma alla fine ritengo ci siano anche molte soddisfazioni.

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Purtroppo in Italia, a sentire i miei colleghi,  la situazione è molto diversa e ho sentito di molti ragazzi che, dopo il dottorato, si sono iscritti a corsi di laurea che offrivano più possibilità di lavoro.

A proposito del tuo dottorato di ricerca, di cosa ti stai occupando in questo momento? Quale tecnologie stai utilizzando in laboratorio?

Diciamo che ho abbandonato un po’ le Biotecnologie e sono passato ad uno studio più orientato alla Biologia molecolare. In particolare lo scopo del mio dottorato sarà quello di svelare i segreti del cosiddetto “RNA materno”, ovvero quel pacchetto di informazioni che la madre trasmette nell’uovo, che guideranno le prime fasi dello sviluppo del futuro embrione. Per la maggior parte mi avvarrò di sequenziatori di ultima generazione, come l’Ion Proton (quello che si vede nei vari video del Jurassic World) e del MinION, un sequenziatore rivoluzionario delle dimensioni di uno smartphone.

La tua Sicilia, e Palermo nello specifico, non si salva da critiche ed osservazioni negative. Cosa pensi della tua terra natia, e com’è cambiata la tua opinione di essa dopo il trasferimento ad Amsterdam? Hai un messaggio per tutti i giovani italiani che come te hanno dovuto fare il gran passo di andare all’estero?

Nonostante ami la mia terra devo ammettere che la mia opinione su di essa è peggiorata dopo avere vissuto per oltre due anni nei Paese Bassi. Mentre prima c’erano cose che nel quotidiano non notavo, come la sporcizia nelle strade o l’inefficienza dei servizi, adesso non posso fare a meno di rimanerne infastidito ogni qual volta torno a Palermo e purtroppo alla fine finisco per confrontare tutto con Amsterdam.

Ai ragazzi che vogliono fare il grande passo consiglio di non andare allo sbaraglio. Cercate di trovare un lavoro o un aggancio prima di partire e soprattutto imparate l’inglese!

Non molto tempo fa, nel Regno Unito, c’è stata una polemica sulle orde di italiani immigrati che “minaccerebbero” l’occupazione inglese. Recentemente, è uscito un articolo su alcuni italiani che sono stati quasi ridotti in schiavitù in Australia. Perché la gente va via da questo paese, secondo te, e perché non sempre l’italiano gode di una buona reputazione? Cosa pensano gli olandesi degli italiani, e come hai provato sulla tua stessa pelle alcuni degli stereotipi caratteristici del nostro paese?

Sul perché i giovani italiani vadano via dal paese penso che la risposta sia nella totale inadeguatezza del mondo del lavoro. Le statistiche parlano chiaro, il lavoro manca (soprattutto al Sud) e quando c’è offre pessime retribuzioni. Date queste condizioni è quasi impossibile iniziare una vita indipendente e persino pensare di mettere su famiglia.

Per quanto riguarda gli stereotipi, anche qui in Olanda ce ne sono riguardo a noi Italiani. Spesso siamo visti come fannulloni o come furboni che vogliono campare a spese del prossimo. Ma per quanto mi riguarda non ho avuto mai di questi problemi a parte qualche innocente domanda sulla mafia e qualche battuta spiritosa su Berlusconi!

Dato che la Biotecnologia medica non è proprio una delle materie più comuni, ti dispiace dirci in cosa consiste? Qual è il bagaglio culturale necessario per affrontare questo indirizzo, e quali prospettive garantisce?

La Biotecnologia è quella branca scientifica che cerca di utilizzare esseri viventi per realizzare un qualcosa di utile per la società. Un esempio molto semplice è quello della birra, per la cui produzione si utilizzano dei piccoli organismi noti come Saccharomyces, ovvero quello che molti conoscono come lievito! In particolare nella Biotecnologia medica si cerca di sviluppare sistemi che possano servire in campo medico come quello diagnostico e terapeutico.

Offre ottimi sbocchi lavorativi sia in ambito aziendale che in ambito della ricerca, anche se in Italia è molto difficile…

La tua passione per la Paleontologia è stata utile nel corso degli anni di studio, o almeno costituisce una parte di te che non puoi separare dal resto?

Non posso dire che sia stata utilissima nella esperienza universitaria, ma a volte mi ha aiutato a motivarmi nello studio quando, per esempio, in certe materie trovavo qualcosa che poteva aiutarmi a comprendere meglio il mondo della Paleontologia e Geologia.

Durante i tuoi studi, sono mai capitati i momenti in cui la tua mente è stata invasa da mille dubbi e incertezze che ti hanno quasi spinto ad abbandonare? E viceversa, in quali occasioni hai capito di aver fatto la scelta giusta?

Ci sono stati momenti di sconforto, soprattutto nei periodi più ricchi di esami e test, ma non mi sono mai pentito della mia scelta. Nonostante dopo la laurea magistrale abbia faticato a trovare lavoro, non ho mai avuto ripensamenti sull’indirizzo intrapreso perché sono riuscito a studiare quello che davvero mi piaceva.

Com’è nata l’idea di Paleo-Nerd? C’è qualche nesso col tuo indirizzo universitario? Il legame con Jurassic Park è evidente…

L’idea di aprire uno spazio tutto mio dove poter parlare liberamente del mondo del collezionismo di giocattoli e modellini di animali preistorici mi era sempre frullata nella testa, sin dai tempi di Jurassic Park Italia. Prima di Paleo-Nerd scrivevo delle piccole recensioni per Dinoshop, un webstore adesso defunto, e quando questa collaborazione finì decisi che era arrivato il momento di ritagliarmi il mio spazio sul web e di scrivere a ruota libera!

Tra pochi giorni uscirà Jurassic World, quarto film della serie ispirata alle opere di Michael Crichton. Che aspettative hai? Pensi di dedicare un articolo di Paleo-Nerd al nuovo film?

Ero molto dubbioso anni fa quando la possibilità di un quarto film della saga sembrava farsi sempre più concreta: quale altra storia si poteva raccontare su Jurassic Park? In seguito, le prime rivelazioni che indicavano la presenza di dinosauri ibridi e Raptor domati mi facevano temere il peggio.

Ed invece, anche grazie al continuo approfondimento dovuto al mio lavoro per Jurassic Park Italia devo ammettere che il progetto di Colin Trevorrow mi ha piano piano conquistato: dai vari trailer e clip traspare un amore viscerale per questa saga da parte delle persone coinvolte e, soprattutto, si intravedono le idee di Michael Crichton. Insomma anche l’idea della creazione dell’Indominus rex sembra giustamente motivata all’interno delle dinamiche del film. Ma staremo a vedere!

E ovviamente posso già anticipare ai miei lettori che scriverò qualcosa al riguardo su Paleo-Nerd!

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Pensi che il nuovo film darà un forte impulso alla Paleontologia, o rischia di rimanere un evento di nicchia destinato a far sprofondare questa affascinante materia nel dimenticatoio?

Direi che è facile presumere che Jurassic World avrà un successo planetario che farà avvicinare moltissime persone al mondo della Paleontologia, soprattutto i giovanissimi, un po’ come fu in occasione del primo film. Anche se quelli sullo schermo saranno più mostri cinematografici che veri e propri dinosauri sono sicuro che molti, in seguito alla visione del film, vorranno approfondire e conoscere di più su questi magnifici animali. Penso quindi che Jurassic World rappresenti più una risorsa per la paleontologia che una minaccia. Ecco perché non capisco il boicottaggio al film che sembra suggerire una parte della comunità paleontologica internazionale… chissà, magari qualcuno dei bambini che l’11 giugno saranno al cinema potrebbe in futuro iscriversi ad una facoltà scientifica!

Detto questo, e considerato il fatto che in Italia la cultura scientifica lascia molto a desiderare, tu vedi un trend positivo per la Scienza in Italia?

Purtroppo, da quello che ho potuto sentire e osservare, ho paura che l’Italia stia diventando sempre più un paese “anti-scientifico”: l’appoggio popolare a Stamina e le campagne contro la sperimentazione animale sono due esempi che dimostrano come il nostro paese sia carente di cultura scientifica. Ed i continui tagli alla ricerca e all’istruzione non aiutano di certo in tal senso.

Grazie per le risposte e per la tua disponibilità, Mauro. Buona fortuna!

Grazie mille!

Francesco D’Amico

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Quanti anni hai?

L’apparire giovani sempre e comunque

Analisi sociologiche non sono in grado di farne, però qualche osservazione in generale sì. E quello che dico su queste generaliste basi è: trovo penoso il giovanilismo.

Avete presente il cinquantenne che continuamente mostra la sua bimbiominkiosità sui social? Quello che deve per forza pubblicare ogni sua opinione, stato d’animo, pubblicità e quant’altro perché questo è il nuovo mondo? Avete presente quello che abbonda di puntini sospensivi nelle sue frasi – sentore di lacunosità e sospensività del suo pensiero? Ecco. Il giovanilismo. Cos’è questo mondo giovane? Sentito quanto questi ne parlano? Quello che dicono? “Bisogna dare spazio ai giovani”. Sì, date spazio ai giovani: come? Per dare spazio ai giovani basta il social network. Ma non basta soltanto dare spazio a loro: bisogna imitarli. Il ridicolo che avanza. Dunque via ogni distinzione: niente più adulti, cosicché le opposizioni sono giovane/vecchio e, di rimando, buono/cattivo. Il giovane è buono. Se sei vecchio fatti da parte che non servi più. L’importanza del riciclo allora qui si vede, perché giovane diventa il vecchio che si comporta come pensa ci si comporti se si è giovani. Allora vediamo il cinquantenne che ancora si sente ragazzino, la sessantenne che non vive la sua età. Vediamo il ridicolo. Ma non tanto per questi casi particolari (ché ognuno ha questa pseudo libertà, con un certo limite sempre – tenendo conto che non è libero chi semplicemente fa ciò che gli pare, visione distorta ed egoistica del mondo umano), quanto per la riproposizione reiterata di questo fenomeno che diventerà la norma nell’immaginario collettivo. E allora, quel “siamprontiallavita” ha ragion d’essere, viene giustificato. Infatti, se il binomio giovane/buono è accettato come tale, allora la conseguenza logica è che tutto ciò che è giovane è un dato positivo. Perciò se un giovane, socialmente riconosciuto come tale, compie un gesto qualsiasi, proprio perché lo compie in-quanto-giovane è un gesto buono. E anche tutto ciò che socialmente è ritenuto come buono, non può che essere giovane in-quanto-buono. Generalizzo? Forse un po’, ma è nei casi estremi che si trova in maniera lampante l’essenza.

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Proviamo a emancipare un attimo il discorso. Pensiamo all’uso nevrotico dei social network e degli smartphone da parte di questi giovani qui. Quante volte al giorno vi capita di imbattervi in questi fenomeni (in entrambi i sensi – goliardata del momento)? Quante volte vedete questo che pubblica la sua importantissima opinione su qualcosa, opinione che non può fare a meno di regalare al resto dell’umanità per rendere questo mondo migliore (e dimentica che questo mondo è un suo prodotto)? Quante foto, link e quant’altro, magari pubblicati dallo stesso telefonino (sì, io li chiamo ancora così, proprio perché sono in-quanto-vecchio e in-quanto-cattivo) vedete? Ma soprattutto: quante volte vi viene da dar ragione ai grammar-nazi?

Cosa vuol dire “essere giovane”? Dei jeans, una camicia con le maniche rimboccate, un linguaggio schietto, franco, e, chiaramente, smartphone e social network a palla? Quali sono gli altri motivi per ritenere giovane un giovane? Quali sono i contenuti di questo essere giovani? Nessuno. “Giovane” è anche “apparire giovane”. Peccato che per qualcuno non è anche, ma solo. Essere giovani è uno stato, non una qualità di qualche tipo, né motivo di vanto alcuno. Conseguenza del contrario è appunto la colpa dell’essere vecchi, le case di riposo come carceri in cui scontare la pena. Peccato che si tratti di una colpa della quale tutti, compresi i cinquantenni dotati di smartphone, ci macchieremo. A meno che, appunto, non si faccia passare l’idea per la quale giovane sia una qualità, dunque tutti possono essere tali. Anche i cinquantenni sgrammaticati che inneggiano alla condivisione pedissequa, continua e eterna dei loro momenti reiterati di gioventù apparente.

A. Ve.

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Calabria, arriva Arthur Rimbaud

Morano Calabro: il presidente Mario De Rosa rende onore al poeta maledetto

Un programma che illustra uno dei casi più affascinanti della poesia di fine ottocento, quello già pronto per il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Arthur Rimbaud”, che si terrà a Morano Calabro nel mese di settembre. La critica si divide da sempre su questo poeta maledetto e non è facile dedicare un premio a chi viene ricordato più per la sua vita trasgressiva che per la capacità di esprimersi in versi. É proprio questa ispirazione forte, però, che sta all’origine di grandi successi. Mario De Rosa, insigne poeta e presidente del premio in questione, apre le porte ad un grande poeta maledetto, forse il più controverso, simbolo di una mente brillante che spesso si scontra con il suo lato impulsivo. Arthur Rimbaud rappresenta quella lezione di Chaplin che, purtroppo, è andata ormai perduta: in una commedia non si deve piangere e in un dramma non si deve ridere, perché questo sarebbe solo una mortificazione della realtà. Il mondo è diverso, non può essere descritto con le solite etichette convenzionali e con il moralismo a buon mercato.

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Nato nel 1854 a Charleville, nelle Ardenne, Jean Nicolas Arthur Rimbaud, questo il suo vero nome, era figlio di un capitano dell’esercito – decorato con la Legion d’onore – e di una madre molto rigida e austera, che segnò molto la sua prima educazione. Allievo modello all’istituto Rossat, attestato dalla redazione di undici note di merito, vinse ben tredici premi già nel periodo scolastico. Rideva poco, aveva un comportamento spesso ambiguo e passava pomeriggi interi dai librai, questa la sua vita di adolescente. Nel 1869, infatti, a soli 15 anni, furono pubblicati tre suoi particolarissimi componimenti in latino, Ver erat, L’Ange et l’enfant e il Jugurtha. Solo un anno dopo comparvero i suoi primi versi nella “Revue pour tous”, ricevendo critiche non proprio edificanti. I suoi componimenti, infatti, sono netti, decisi, diretti. Si amano o si odiano. In quel periodo c’è chi lo ritiene un genio assoluto e chi, invece, auspica una sua brutta fine. Insomma, Arthur Rimbaud lascia il segno, colpisce con i suoi versi quella società spesso chiusa dentro se stessa e quel falso moralismo a buon mercato che prima si citava. Celebre è la sua “Lettera del Veggente”, con la quale cerca di spiegare la visione che egli aveva del poeta: un profeta, un veggente che doveva guidare gli uomini verso l’avvenire. Fin qui non ci sarebbe nulla da obiettare, se non per le successive parole di Rimbaud nel ritenere il poeta capace di vivere nello sgretolamento di tutti i sensi, che ritiene la vera forza dei versi, perché un poeta diventa tale grazie alla malattia o coltivando le sue allucinazioni quotidiane, ma anche grazie alla droga o addirittura al delitto. Avete inteso bene, il poeta maledetto fa riferimento anche al “delitto”, largamente inteso. Questa visione della poesia – e del poeta in generale – è una novità assoluta, tanto che molti lo considerarono un primo manifesto delle correnti simboliste e surrealiste dei movimenti d’avanguardia letteraria.

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Quanto appena menzionato, altro non è che un primo approccio al mondo di Arthur Rimbaud. Frutto di un lungo lavoro di preparazione, condotto dal presidente Mario De Rosa e dalla sua qualificata giuria, questo premio punta a far conoscere il poeta maledetto di origine francese a tutti coloro i quali parteciperanno – in gara o semplicemente come spettatori – a questo evento grandioso. Da qualche settimana, infatti, è disponibile il bando del medesimo premio, sia sui diversi siti nazionali di concorsi letterari – primo fra tutti il noto concorsiletterari.it  – e sia sulla pagina Facebook appositamente creata per le esigenze dei diversi interessati, sotto la voce “Premio Internazionale di Poesia e Letteratura Morano Calabro – Città d’Arte”. Il premio, organizzato dal presidente Mario De Rosa, è giunto ormai alla sua terza edizione, dopo aver riscosso critiche positive e un meritato successo nelle precedenti edizioni. Si articola in diverse sezioni, per dare spazio al numero maggiore possibile di partecipanti, che potranno così concorrere per la sezione della poesia inedita – sia in lingua italiana che in vernacolo – a tema libero, in quella dedicata al poeta maledetto Arthur Rimbaud oppure alla nuovissima sezione interamente dedicata ai racconti brevi, solitamente molto amata dai giovani. Mario De Rosa, infatti, tende a stimolare molto i giovani e crede molto nelle loro potenzialità, alternando verso di loro un comportamento professionale – quando si discute di componimenti poetici – a momenti particolarmente dolci, rivolgendosi a loro come il classico “buon padre di famiglia”. Un modo per far avvicinare i ragazzi alla lettura, allo studio o semplicemente alla condivisione delle proprie emozioni.

Il presidente organizzatore del premio, Mario De Rosa, è altresì orgoglioso della sua giuria, che ha da subito reso nota nel bando del premio, sottolineando anche una certa cura per l’organizzazione dello stesso, così composta: presidente di giuria sarà Lorenzo Curti, accompagnato da Salvatore Di Luca, Giusi De Rosa, Antonio Mirko Dimartino e Mauro Montacchiesi per quanto riguarda la poesia; da Trento Vacca, Carmen Caravia, Roberto Coscia e Daniela Voto per quanto riguarda i racconti brevi. Il tutto organizzato con il patrocinio del Comune di Morano Calabro e il suo assessorato alla cultura, dall’Associazione Culturale “L’Allegra Ribalta” (Morano Calabro), l’International Vesuvian Academy (Napoli), l’Accademia Federico II di Sicilia (Messina), la Federazione Europea Beni Artistici Culturali (F.E.B.A.C. di Messina) e l’Associazione Onlus “Marinella” (Morano Calabro).

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Coraggioso, innamorato del proprio lavoro e indipendente, il presidente Mario De Rosa vi aspetta  in una cornice suggestiva ai piedi del Pollino, nella splendida Morano Calabro, pronto per donare ai migliori componimenti – o elaborati – presentati in concorso, diversi trofei, targhe e diplomi, con la promessa di farvi vivere un’esperienza indimenticabile.

Antonio Mirko Dimartino

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“Religione senza Dio”, l’ultimo saggio di Ronald Dworkin

Catanzaro, il salotto di riflessioni sull’essere religiosi senza credere in Dio

Lo scorso sabato 23 maggio si è svolta presso la libreria “L’Isola del Tesoro” di Catanzaro, la presentazione dell’ultimo libro di Ronald Dworkin, l’illustre filosofo e giurista statunitense, dal titolo “Religione senza Dio” edito da Il Mulino. L’idea di sviluppare una discussione su questo saggio pubblicato postumo – comprendente capitoli volti a chiarire aspetti dell’ateismo religioso, dell’universo, della libertà religiosa e della morte e immortalità – nasce dalle cattedre di Filosofia del Diritto II e di Diritto Ecclesiastico e Canonico dell’Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro.

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L’evento è stato moderato dal dott. Luigi Mariano Guzzo, giornalista, scrittore e dottore di ricerca presso lo stesso ateneo che – dopo i saluti iniziali – ha presentato il libro di Ronald Dworkin davanti un pubblico numeroso ed interessato. “É un libro importante quello che presentiamo oggi, in quanto Dworkin rappresenta uno dei massimi filosofi del diritto della nostra epoca che nel periodo ultimo della sua esistenza, ormai accompagnato da una tremenda malattia, si interroga sul significato della sua esistenza e – punto cruciale del volume –  se sia possibile intendere una religione senza Dio, quindi capire se sia possibile pensare ad un concetto di religione sganciato da una realtà trascendente e personalista o da un Dio immanente nella natura ”, è quanto ha detto il dott. Guzzo, aggiungendo altresì che si tratta di un “Dworkin che evidenzia come i maggiori conflitti di oggi si innescano tra credenti e non credenti, cercando di superare questa dicotomia, visto che per il filosofo la religione non significa necessariamente credere in un Dio e quindi anche l’ateo può avere una religiosità che fornisce uno scopo alla vita umana ed un ordine al cosmo”.

La parola è poi passata alla dott. Domenico Bilotti, docente di Diritto e Religioni presso l’ateneo catanzarese, che ha illustrato – cercando di andare nel merito e nel senso di questo volume – alcuni aspetti fondamentali per la stesura del testo e la preparazione dei diversi argomenti, come il fatto che il libro poteva essere molto più lungo e articolato, ma che purtroppo si interrompe con la vita del suo autore. “Oggi fa molta notizia il conflitto per motivazioni di carattere religioso e questa prospettiva non è del tutto estranea al libro di Dworkin, che sceglie di riflettere sui punti di incontro tra una religiosità atea, come quella alla quale l’autore fondamentalmente ammette di appartenere, e una religiosità fondata sul riconoscimento della sfera divina”, ha esordito il dott. Bilotti, aggiungendo che “la premessa di Dworkin è inevitabile, in quanto inizia spiegando come la religione sia un concetto interpretativo, cioè chi lo usa prende posizione su cosa dovrebbe significare esattamente il termine e il culto verso la divinità è solo un’espressione della religiosità”. Sempre il dott. Bilotti ha successivamente sottolineato come “il punto di partenza di Ronald Dworkin è nel porsi la domanda – con una risposta che vedremo poi essere affermativa – in riguardo alla possibilità di esistenza di un ateismo religioso e – a suffragio della sua idea – si limita così a registrare che la comparsa di Dio è spesso servita a giustificare cose che l’uomo non riusciva a giustificare diversamente, per esempio quando Dio diveniva importante per la mortalità o immortalità dell’anima”.

Prezioso, per i presenti in sala, l’intervento del prof. Massimo La Torre, ordinario di Filosofia del Diritto e coordinatore del Dottorato di ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo, che ha subito espresso un doveroso ringraziamento alla libreria per l’ospitalità nonché ai relatori che lo hanno preceduto, sottolineando come l’Università sia non solo il luogo ideale nel quale si trasmette il sapere ma anche un luogo capace di produrre un “senso”, che si traduce in quello che noi pensiamo, oppure a come ci organizziamo e ci collochiamo nel mondo con i nostri problemi. “Un libro chiaramente incompleto e commovente, scritto da una persona che sa che deve morire perché gli è stata diagnostica una leucemia, nel quale Dowrkin sa che morirà per sempre e, pur sapendolo, non incomincia a convertirsi per questo, partendo dal presupposto che la ricerca di Dio non si fa per guadagnarsi una ricompensa” ha esordito il prof. La Torre aggiungendo che “il vero religioso è proprio l’ateo perché non chiede nulla a Dio – a differenza di tutti gli altri che comunque chiedono sempre qualcosa – ed è quindi l’unico in grado di dialogare con Dio o anche l’unico che come Giacobbe riesce a lottare con l’angelo, mentre il credente non può lottare con l’angelo… e questo è proprio il libro con il quale Dworkin lotta con l’angelo”.

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Particolarmente sensibile – alle diverse persone intervenute nella libreria – è stata la spiegazione del prof. La Torre sul senso di questo libro, un libro nel quale una persona si domanda quale sia il senso stesso della vita nel tentativo di comprendere tutto quello che lo circonda. Sulla stessa riga la successiva spiegazione delle due visioni estreme: nella prima possiamo pensare che ciò che ci circonda ha un senso perché è stato creato da Dio, al quale si devono necessariamente riconoscere tutte le qualità positive di un Dio buono, onnisciente e onnipotente, e poi la seconda visione – o per meglio dire una seconda possibilità – nella quale si arriva alla conclusione che non vi è un senso alle cose che ci circondano, e tutto è quindi un causa-effetto come si sostiene nello “scientismo”. Questi sono i due estremi, ha così concluso il prof. La Torre, cercando di spiegare ai presenti – particolarmente attivi nel dibattito con le proprie riflessioni istintive – che per avere la morale oggettiva è necessario pensare che ci sia il bene nel mondo: “Dworkin non fa riferimento a nessuno dei due estremi perché ha bisogno di affermare che c’è una religiosità senza Dio e lo fa seguendo la stessa strada di Kant, ovvero affermare l’esistenza di Dio – in questa logica che non è rituale, non è clericale e neanche per divinità personalistica – significa semplicemente, ma anche potentemente, dire che c’è il bene nel mondo”.

Antonio Mirko Dimartino

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Tredicesima Stranotturna: un sabato di sport e solidarietà

Si conclude positivamente l’evento organizzato dalla società Hobby Marathon Catanzaro

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Qualche nuvola sparsa qua e là,  sabato 23 Maggio, ha fatto da cornice ad un evento sempre molto atteso nel capoluogo di Regione: la 13^ edizione della “Stranotturna”, una gara podistica organizzata dalla società Hobby Marathon Catanzaro, valido come campionato di società regionale su strada Master. È un appuntamento molto sentito e voluto non solo dagli organizzatori ed atleti della stessa società, ma anche dagli atleti che raggiungono il centro storico di Catanzaro dalle zone limitrofe. La Stranotturna si articola in una gara podistica di 8 Km riservata ai tesserati Fidal, ed una“passeggiata” non competitiva di un giro del percorso i cui protagonisti sono i bambini e le famiglie, che si disputa per alcune vie del centro storico, la cui partenza è prevista da Piazza Prefettura. La Stranotturna, oltre ad essere un importante evento sportivo è anche un Memorial dedicato a Giuseppe Fiorentino, e quest’anno ha previsto anche il trofeo rivolto all’atleta Leandro Guarnieri deceduto prematuramente qualche mese fa.

Nonostante il tempo fosse molto incerto, ciò non ha influito sulla presenza degli atleti che hanno raggiunto il capoluogo garantendo oltre 240 iscritti alla gara competitiva. L’organizzazione è sì realizzata dalla società promotrice, ma gli stessi, sia durante l’avvenimento, che nella fase delle premiazioni, hanno più volte elogiato l’operato della polizia municipale la quale ha garantito la totale sicurezza del percorso. A partire dalle ore 19e30 la città è stata animata dal via della prima batteriariservataalla categoria femminile e maschile (cat. M60 e oltre) ed i non tesserati, percorrendo tre giri del percorso. La vincitrice è stata l’atleta Rossella De Rose(Cosenza K42), al secondo posto si piazza Teresa La tella (Podistica Messina), eterza Nella Zofrea (Hobby Marathon Catanzaro). Prima di mettere in movimento le gambe e di dar voce ad un respiro affannoso, ci si è fatti avvolgere da un minuto di silenzio durante il quale si è rivolto un piccolo pensiero all’atleta, nonché uomo, padre, marito e amico Leandro Guarnieri. In suo onore, la società Hobby Marathon Catanzaro ha dedicato un particolare trofeo realizzato dall’artista Domenico Cordì, il quale rappresenta l’integrità e la forza di volontà dell’amato Leandro.Anche la società di Gregorio Sesto, la Libertas Lamezia, ha reso omaggio di un pensiero creato per Leandro.

Cosicché, tutti gli atleti hanno preso posto tra le fila, sistemato gli orologi, e via! Un folto gruppo ha attraversato il corso cittadino, animando una serata come tante altre e trasmettendo la passione per la corsa attraverso i passi battuti sull’asfalto da quelle scarpette dai colori fluorescenti che hanno percorso tante strade e che avrebbero tante storie ed esperienze da raccontare. Già! Tante storie da raccontare e da ricordare, perché in fondo di questo si tratta. Si partecipa per vincere, per tagliare quel traguardo che rappresenta la passione per questo sport e i sacrifici che ne comporta, ma soprattutto per confrontarsi e ritrovarsi durante una serata di sano sport.

Il percorso è certamente molto impegnativo essendo caratterizzato da un’altimetria che mette a dura prova la performance degli atleti, che nonostante le difficoltà e il forte vento hanno condotto una gara affascinante ed emozionante agli occhi degli spettatori. Durante la gara un gruppo composto da otto atleti ha tenuto testa al resto del gruppo, alternandosi nelle posizioni per i cinque giri e mantenendo, così, molto alta l’attenzione e la concentrazione di chi ha seguito l’evento nella veste di spettatore. La competizione è stata vinta dal giovanissimo Casuscelli M. (Cat. JN dell’atletica Civitanova) nonché fratello del plurivittorioso Massimiliano Casuscelli, concludendo la sua fatica in 27’29’’, seguito dal giovane Colantonio Gabriele (Cat. PM A.S La Fratellanza) e terzo, primo Master al traguardo, Adriano Mirarchi (Hobby Marathon Catanzaro).

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Tra sorrisi, strette di mano e grande soddisfazione, si conclude così una serata di sport che ha fatto vivere tante belle emozioni ai grandi e ai più piccini.

Martina Pirrone

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“Fa parte del gioco”, il primo romanzo di Claudia De Santis

L’Ateneo di Catanzaro diventa un’arena di discussione dei veri disagi giovanili

Lo scorso giovedì 14 maggio si è svolta presso la sala riunioni dell’Università degli Studi “Magna Græcia” di Catanzaro, la presentazione del primo libro di Claudia De Santis, giovane e brillante scrittrice catanzarese, dal titolo “Fa parte del gioco” – storia di disagi giovanili – edito da Calabria Letteraria Editrice.

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L’evento è stato moderato dal dott. Luigi Mariano Guzzo, giornalista, scrittore e dottore di ricerca dello stesso ateneo che – dopo i saluti iniziali – ha presentato il romanzo della De Santis davanti un pubblico numeroso e attento. “Ne sono rimasto piacevolmente colpito perché mi è sembrato davvero un bel libro, scritto molto bene quasi con una prosa poetica e che invoglia – pagina dopo pagina – nella stessa lettura”, è quanto ha detto il dott. Guzzo, aggiungendo altresì che si tratta di “un testo che parla del disagio, del dolore e della sofferenza interiore, che spesso accomunano purtroppo gran parte degli animi giovanili di oggi, ma anche un libro che si conclude con una grande nota di amore e soprattutto di speranza”.

La parola è poi passata alla dott.ssa Rosaria Mastroianni Ianni, assegnista di ricerca presso lo stesso ateneo catanzarese, che ha illustrato – con una dedizione totale verso il senso di questo romanzo – alcuni aspetti peculiari della storia, ponendo delle domande molto dirette all’autrice, utili a far comprendere al pubblico in sala il vero “percorso di vita” compiuto dalla protagonista. “Ho conosciuto Claudia attraverso la lettura del suo romanzo e mi ha colpito il successo e la portata dello stesso, che ha già vinto una serie di premi, soprattutto se consideriamo che l’autrice è una ragazza nata nel 1996”, ha esordito la dott.ssa Mastroianni Ianni, aggiungendo che “raramente mi capita di leggere un libro in un solo fiato, ma in questo caso è stato possibile perché l’autrice è riuscita a trasmettere una forza interiore e un grande amore per la vita, legati a tutta una serie di sentimenti, creando una particolare complicità con il lettore”. Sempre la dott.ssa Mastroianni ha successivamente sottolineato come “il romanzo di Claudia, attraverso la sua protagonista Clara, sia capace di affrontare un problema delicatissimo – come quello dei disturbi alimentari – sicuramente con un’estrema delicatezza, ma soprattutto con una certa enfasi che non può passare inosservata”.

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Sulla stessa riga l’intervento della prof.ssa Paola Chiarella, docente di Informatica Giuridica presso l’ateneo catanzarese, che ha subito espresso il “gusto” sviluppato nella lettura di questo romanzo, indicativo della profonda sensibilità di Claudia De Santis e della buona formazione culturale che emerge dalle diverse citazioni, poste con estrema intelligenza, di Cartesio, Kafka e Virgilio. “Ogni gioco esiste in virtù di regole costitutive e la vita è un gioco perché presieduta da regole che lo costituiscono, molte delle quali si conoscono e altre che si scoprono solo vivendo, quindi probabilmente il disagio adolescenziale è legato all’ignoranza di alcune regole e anche alla difficoltà tecnica di applicarle alla quotidianità”, è quanto ha spiegato la prof.ssa Chiarella – alle diverse persone incuriosite in sala – definendo una chiave di lettura diversa, forse più profonda, in relazione al particolare titolo del libro. Particolarmente sensibile – alla tematica di fondo del testo – è stata le spiegazione della professoressa in riguardo la perdita del gusto del cibo, che colpisce la protagonista del romanzo: “Il cibo non ha solo un’importanza conviviale, ma rappresenta l’ingresso del mondo dentro di noi e nel momento in cui noi lo rifiutiamo, allora rifiutiamo il mondo e la vita perde il suo gusto”.

Ha concluso gli interventi l’avv. Daniela Rabia, brillante poetessa e scrittrice, autrice del meraviglioso “Naufragio alla vita” edito dalla Rubbettino, che ha dichiarato di essere onorata di aver preso parte al tavolo dei relatori, ritenendo l’Università non il luogo del sapere bensì il luogo dell’interdisciplinarietà dei saperi. “Nel leggere questo romanzo mi sono emozionata, per poi passare ad un secondo stadio relativo al messaggio sociale che l’autrice dona a tutti noi, in quanto quando si scrive un libro esistono sempre due momenti: quello intimo, dove la scrittura è la raccolta dei propri pensieri e delle proprie emozioni intorno al proprio animo e quello della pubblicazione, quando il libro muore all’autore e nasce alla vita”, è quanto ha detto l’insigne poetessa intervenuta davanti un pubblico molto colpito da tutte le varie citazioni elargite – con la grande maestria tipica di chi sa ben orientarsi nella letteratura – proprio per far comprende la sensibilità più profonda di questo romanzo. L’eccellente poetessa catanzarese, infatti, ha dimostrato una sensibilità particolare per questa giovane autrice e verso il suo romanzo, utile per raccogliere contenuti e spunti contemporanei, soprattutto nell’idea del silenzio di una vita che chiede d’esser vissuta.

L’autrice del romanzo, presente in sala, è stata molto disponibile nel fornire la spiegazione alle numerose domande dei diversi relatori intervenuti, nonché ai quesiti giunti – durante un articolato dibattito finale – da un pubblico visibilmente soddisfatto.

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La forza di questo libro è nell’impianto narrativo, nel viaggio endogeno ed esogeno compiuto dalla dolce Clara, che rappresenta quell’intreccio sottile che spesso esiste tra la vicenda narrata e la biografia dell’autore. Un libro che sta ricevendo notevoli soddisfazioni, scritto da una ragazza molto giovane, capace di dimostrare una maturità profonda, utile a raccontare questa gioventù che si affaccia alla vita attraverso la descrizione dell’essere umano e delle sue fragilità. Finalista dell’edizione 2015 di “Casa Sanremo Writers”, il concorso letterario associato all’evento canoro più famoso d’Italia, la giovane autrice promette di portare avanti una nuova “bellezza” nella feconda letteraria forma dei suoi pensieri, quale tema centrale dell’essere giovani, nonostante le difficoltà e le sofferenze interiori. Claudia De Santis, con la sua storia di disagi giovanili, descrive l’azzurro tempestoso, i torti pensieri e il dolore crudele, ma anche la capacità di andare oltre le sagome dei propri timori con la speranza di cambiare l’avvenire.

Antonio Mirko Dimartino

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Progetti politici

Qualche riflessione senza senso

Fino a un certo punto è fastidioso essere quello che dissente continuamente. Ma solo fino a un certo punto. Perché tu lo sai che se fai “sì” con la testa allora subito ne fai parte. E farne parte significa delineare la propria esistenza nella maggioranza. Di comizi non ne voglio sapere. Arringare le folle e sentire scrosci di applausi e “bravo”, tecniche retoriche di sconnessione… magari ci credi pure a quello che dicono, e magari loro stessi ci credono. Ci siamo abituati, a questo dubbio.

Quando inizia la campagna elettorale e l’entusiasmo, e noi siamo la novità e queste cose lasciatele da parte. I vostri progetti… sono unitari? Il progresso, il lavoro, le tasse… queste sono parole pesate? Prendiamo “progresso”: che cosa s’intende? Fino a che punto il progresso è tale? E poi quando diventa qualcos’altro? Magari capita che non è progresso, ma tu, che lo stai proponendo, sei convinto che lo sia. Attenzione: qui non stiamo cadendo in uno stupido relativismo con il quale giustificare tutto perché tutto è relativo (il paradosso più grande, ossimoro spacciato per non retorico). No. Questo è altro: questo è voler approfondire la questione: ma lo sai cosa vuol dire quello che dici? Hai un’idea specifica? A cosa ti riferisci?

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“Progresso” non è il mero e semplice aver la vita più agevolata dall’avanzamento della tecnologia. “Progresso” non è l’enorme quantità di cantieri, il girare dell’economia e siam tutti più ricchi. C’è ben altro dietro questa parola. C’è un progetto comune, c’è il migliorarsi. Ma, per favore, non buttiamola sempre sui soldi, che l’averne di più mi fa avere una macchina migliore, e basta. Una casa migliore. E basta. Un tenore di vita migliore. E basta. E tutte queste cose, queste infinite cose. Cose e basta. E, per favore, non rispondetemi: “Allora stai tu senza mangiare” e così via. Non c’entra: non si tratta di fare la fame, si tratta di non scoppiare. Ma tu ci pensi che tutte queste cose che tu hai quello che ti sta affianco non le può avere? E perché non può averle? Per favore, anche qui, non spararmi la risposta che ti viene in mente senza pesare le parole: “Che vada a lavorare”. Qua la questione non è il “vada a lavorare”, qua la questione è che è solo, è lasciato solo. E tu, io, tutti lo abbiamo lasciato solo. Ma ci pensi al fatto che con la tua individualista risposta lo stai lasciando solo? E ci pensi al fatto che la tua individualista risposta ti sta lasciando solo? Guarda che il mondo nel quale stai vivendo non è che è la folla da arringare. Il mondo non è la folla, non è la massa, non è l’economia che gira, il PIL, il debito e così via. Queste cose sono cose create, frutto di una cultura: fanno parte del mondo ma non sono del mondo. Ma, tu ci pensi che non è naturale che sia così? E, se qualcosa non è naturale, allora non è l’unica cosa possibile. Ma, tu ce l’hai un’alternativa? Io penso questo: che la politica debba essere sempre un’alternativa, perché deve cambiare l’esistente in vista di un progetto unitario che possa farci stare meglio tutti come cittadini. Penso che io non sia un esperto in materia (ma toglietemeli dai piedi, gli “esperti in materia” – ne riparleremo), e che questo “Io penso” qui e la non sia un’opinione notevole, né un pensiero intelligente: si tratta di un mero, semplice, banalissimo sfogo che qualcuno leggerà, forse. Penso che una semplice opinione non dimostri nulla. Ma penso anche che l’alternativa delle cosiddette prove oggettive, certe, scientifiche del mondo-così-come-è debba partire da qui: perché se vuoi cambiare il mondo, innanzitutto devi mettere davanti ai tuoi occhi il mondo, e non le cose, e non le cose che tu hai creato su di esso. E, forse, allora, l’opinione alternativa può prendere valore.

La politica, la solitudine e l’alternativa. Tre parole che qualcuno dovrebbe pesare. La prossima volta, forse, parleremo di una di queste. E così via.

A. Ve.

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Il Progetto Gutenberg: una formula di successo Made in Calabria

Una settimana di lettura, musica e teatro che coinvolge l’intero territorio calabrese

Da pochi giorni si è conclusa con successo la XIII edizione del Progetto Gutenberg, la famosa Fiera del libro, della multimedialità e della musica, che ormai dal 2003 coinvolge studenti, docenti e famiglie, nonché i vari autori che arricchiscono le conferenze e i dibattiti. Questo progetto coinvolge in prima linea il Liceo Classico Galluppi di Catanzaro, ma soprattutto negli ultimi anni esso si è esteso ad altre scuole del territorio (circa 60 scuole ad oggi) di ogni ordine e grado.

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La particolarità di questa esperienza tutta calabrese, consiste nell’aver dato vita ad un laboratorio interattivo  di lettura critica dei testi protagonisti di ciascuna edizione,  con lo scopo di coinvolgere non solo gli studenti, i quali sono destinatari ed al tempo stesso autori del progetto, ma anche il territorio e la società. L’ambiziosa idea è nata dal Prof.re Armando Vitale, che alla prima edizione del progetto ricopriva il ruolo di preside del Liceo classico “P. Galluppi” di Catanzaro (edizioni dal 2003 al 2012) ed oggi è il presidente dell’Associazione Gutenberg, e continua dal 2013 con la direzione del Dirigente scolastico Elena De Filippis.

Il successo è stato riconosciuto anche a livello nazionale, attirando a sé l’attenzione della stampa non solo locale, e lo stesso ideatore A. Vitale lo definisce come un “esperimento per l’intero Paese”. Infatti, in Italia, molte sono le Fiere del libro ma l’unicità del Progetto Gutenberg consiste nel fatto di nascere da una scuola, e dalla scuola si espande alla società, diventando così un volano che rende la scuola viva e creativa, il riflesso della freschezza e della semplicità che caratterizza gli adolescenti. Dal 2008 ad oggi il progetto ha esplorato diverse tematiche, mostrandosi sensibile ai cambiamenti che hanno investito la nostra società e agli interessi che hanno coinvolto i giovani studenti. Ad esempio, si ricorda che nel 2004 la tematica dominante riguardò “L’Occidente a altro”, un percorso che, dai classici alla modernità, cercava di tracciare il volto dell’ altro; nel 2005 la scena è interamente tenuta dalle “ambiguità di Prometeo”, tra arte, musica e teatro si rivive non solo il mito di Prometeo punito da Zeus per aver donato il fuoco agli uomini, ma da qui un’occasione per aprire ampi dibattiti scientifici; i progetti successivi hanno riguardato il tema “Utopie e Disincanti”; il viaggio prosegue per “Memoria, Identità, futuro”; nel 2011 il Progetto dedica le proprie attività alla ricorrenza del 150° anniversario dell’Unita d’Italia con “L’uno e i molti”, facendo emergere ancora una volta il forte legame attualità-storia- territorio; il prosperoso viaggio continua ad oggi con il Gutenberg 13 “Sguardi”.

Il segreto del successo della nota Fiera del libro, della multimedialità e della musica, consiste nella ricerca di un tema che attraverso il mondo classico cerca di interpretare il mondo che ci circonda e gli avvenimenti che si susseguono. Altra particolarità riguarda il metodo multidisciplinare, per cui ciascuna tematica viene affrontata da un punto di vista letterario, passando ad un approccio scientifico-matematico, nonché attraverso la musica, il teatro, l’arte e le varie mostre fotografiche. Un avvicinamento a tutto tondo che dà l’opportunità di approcciarsi in modo critico e non superficiale a quelle tematiche che inevitabilmente ci coinvolgono, dando vita ad un legame molto stretto scuola-società. Nel 2013 a sostegno del progetto nasce l’Associazione Gutenberg Calabria, presieduta da A. Vitale con lo scopo di rafforzare il legame scuola-territorio, e di promuovere l’importanza della lettura tra giovani e meno giovani, inteso come un momento di crescita personale, ma anche un’occasione per rifugiarsi in quel meraviglioso mondo di libri. L’associazione Gutenberg Calabria realizza, grazie ai vari programmi, quell’ambizioso disegno di coinvolgimento sociale e territoriale, occasione unica perl’intera regione.

Dunque, una settimana all’anno ricca di attività didattiche e multimediali, eventi, conferenze, dibattiti, incontri con gli autori spesso tra i più noti nel panorama nazionale che hanno mostrato un forte apprezzamento per questa esperienza, ed ancora, concerti, spettacoli, mostre ed eventi speciali. Questi sono gli ingredienti caratteristici che fanno del Progetto Gutenberg un’esperienza unica e affascinante, la cui formula vuole far nascere e coltivare il gusto per una  lettura critica rielaborando i temi affrontati. Un’esperienza Made in Calabria che con orgoglio cresce dal 2003, nata da un’idea certamente brillante e che oggi coinvolge l’intera regione con l’entusiasmo degli studenti, dei docenti che li accompagnano in questo percorso, degli autori che partecipano attivamente anno dopo anno, e della società che aspetta questo appuntamento, ed infine delle scuole che diventano centro pulsante di idee e di innovazione.

Martina Pirrone

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Mister Fontana: la mia formazione in campo

Aumentare la performance sportiva e lavorativa con un corso di mental coaching

“Anche tu puoi… raggiungere i tuoi obiettivi”. É quanto promette Gaetano Fontana, noto allenatore ed ex calciatore professionista, pronto a condividere la sua personale formazione – acquisita negli anni – in un corso davvero innovativo. Proprio così, si parla della possibilità di conoscere un metodo molto valido per programmare la nostra mente, verso il raggiungimento degli obiettivi che ci siamo prefissati nella vita. Si tratta di un progetto di “mental coach” per diventare leader di se stessi, una condizione fondamentale da raggiungere per poter superare il periodo di crisi economica che, da qualche anno, stiamo vivendo. Catanzaro, così, si presta a divenire un centro di motivazione d’eccellenza, utile a dimenticare quello sconforto velato che si è sviluppato negli ultimi anni, soprattutto nelle giovani generazioni, quale effetto perverso di una disoccupazione crescente.

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“La mia formazione in campo” è la promessa di Gaetano Fontana, con l’idea di dare inizio ad un corso di formazione per la crescita e lo sviluppo personale, sia nel settore sportivo come in quello professionale e lavorativo in genere. Tra qualche settimana, con grande soddisfazione per tutti gli organizzatori, partirà questo corso rivolto agli istruttori, allenatori, educatori, atleti, dirigenti e a tutti coloro che sono alla scoperta del proprio “io”. É molto importante credere in se stessi e anche se – talvolta – non si rivela un percorso agevole da compiere, è tuttavia necessario tentare. Una buona performance, infatti, sia nel campo sportivo come in quello lavorativo, è data proprio dall’abilità unita alla motivazione. Spesso l’individuo è molto abile ma ha ugualmente la necessità di essere motivato: nella sua mente alberga una grande capacità di migliorare e di proiettarsi al futuro, ma questa deve essere tenuta “viva” e risvegliata quando scompare per troppo tempo. Si punta, quindi, ad aumentare il potere interno di una persona, per affrontare i problemi più disparati e rafforzare la capacità di scelta di un percorso da compiere. La strada non è agevole, anzi si presenta tortuosa. Ragion per cui, il percorso formativo ideale, è quello che porta il soggetto ad affrontare nuove sfide attraverso obiettivi intermedi, una relativa e flessibile modifica dei comportamenti e la tanto desiderata realizzazione degli obiettivi finali.

Nelle varie circostanze complesse della vita è necessario abbattere le paure mentali, ma questo non è semplice. Tutte le persone hanno sogni nel cassetto da realizzare, desideri da esaudire e obiettivi da raggiungere. Sono pochi, però, quelli che ce la fanno, quelli che tirano fuori il meglio di sé senza spaventarsi del futuro incerto o dei semplici cambiamenti. Ma la nostra mente è capace di far cose che neanche noi possiamo immaginare e quando programmiamo un obiettivo, tutti i nostri processi decisionali terminano con un’emozione. Può trattarsi di una sensazione positiva ma, spesso e volentieri, anche negativa. L’individuo, infatti, percepisce e valuta quella che è la sua capacità di affrontare i vari “step” per il raggiungimento degli obiettivi desiderati, ma spesso qualcosa non funziona. É necessario allora un apprendimento mirato, deciso e forte. É altresì fondamentale esaminare l’atteggiamento che un individuo ha verso la situazione specifica o il problema da risolvere, il tutto per tirar fuori un orientamento motivazionale vincente. Bene, tutto questo può essere possibile solo seguendo il corso di mister Fontana, pronto a condividere con voi l’essenza della motivazione più creativa e costruttiva che ci sia. Avete tempo fino al 20 maggio per iscrivervi.

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Questo corso di formazione & coaching per la crescita e lo sviluppo personale e/o professionale si terrà domenica 24 maggio dalle ore 9 alle 13 presso l’Hotel Niagara, via Crotone 170, Catanzaro lido. Per info sulle modalità di iscrizione e sui costi, è possibile fare riferimento al servizio stampa contattando la dott.ssa Martina Pirrone (martina . pirrone at yahoo . it) o direttamente il mister Gaetano Fontana (anchetupuoi at libero . it). Sul bando sono presenti anche i numeri di telefono.

A tutti i partecipanti sarà rilasciato un attestato di partecipazione.

Antonio Mirko Dimartino

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Un gioco da bambini

Una licenza moderna e amena

Qualche giorno fa, mentre Milano stava vivendo un’orgia che tutti sapevano che ci sarebbe stata, ma che, purtroppo, nessuno si aspettava – e quindi tutti a cercare preservativi e pillole e diaframmi a destra e a manca –; qualche giorno fa, mentre a Taranto il concerto alternativo diventava il principale e Roma cercava di eguagliarlo con una o due bandiere rosse sfuggite ai controlli –; qualche giorno fa assistevamo al simpatico, divertente, giovanile, festoso, scherzoso, gioioso, vitale, moderno, nuovo, fico, cool… scempio dell’inno di Mameli. Ora, al di là del fatto che questo benedetto inno possa valere o non valere qualcosa, possa piacere o non piacere e quant’altro – non è certo questo il punto – questa cosa qui che è accaduta ci si impone di fronte alle narici. Questa cosa che può sembrare una piccola e utile variazione sul tema ci dovrebbe un attimino far riflettere. Magari mettiamoci davanti a un caffè, o a una più moderna Coca Cola va, e vediamo che ne esce fuori.

Insomma, questi scolaretti simpatici, di bianco vestiti, ingenui (e l’ingenuità e la sincerità dànno speranza), si sono messi e, col loro candore spensierato, hanno cantato il nostro inno nazionale. Sì, quello delle partite insomma… Ecco, a un certo punto li senti che “cavolo, c’è qualcosa che non va… cioè i calciatori non lo cantano così” – a un certo punto vedi che fanno “Siam pronti alla vita/l’Italia chiamò!”. Ma scusa un attimo, davvero così faceva?

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“Siam pronti alla vita”

Il nostro Inno, quello risorgimentale, scritto quando si decise di lottare per unire il Paese (interessi economici più, interessi economici meno), e questa lotta è stata sanguinosa e allora tu rischiavi davvero di morire per questa cosa in cui credevi e giustamente dicevi, urlavi “Siam pronti alla morte/l’Italia chiamò”… e ora lo senti diventare “Siam pronti alla vita”. E lo dicono dei bambini, col loro candore e la loro gioia di vivere. Ma come fai a non amarli? Così carucci…

E subito la cosa prende piede e il problema della morte lascia spazio al problema della vita. Anzi, al non-problema della vita. Perché per essere vivi bisogna essere pronti, ché nessuno nasce già vivo. E noi ce lo meritiamo allora! E ci meritiamo le frasi a effetto alla Bar***o (censuriamo va, ché non è questo il punto, ora) che ci insegnano queste cose. E continuamente confondiamo l’ovvio col banale, e il banale diventa la grande scoperta del secolo, facendo passare l’ovvio in secondo piano, mantenendolo superficiale, ovvio appunto, così non fa problemi. Allora, il fatto di vivere diventa uno slogan, una variazione, una licenza che serve ad aprire il Grande Evento Mondiale (organizzatore corrotto più, organizzatore corrotto meno). Allora mettici un gruppo di dolci e carucci bambini, di’ loro che è meglio dire “vita” anziché “morte”, senza spiegar loro altro… e il gioco è fatto. Loro si sono divertiti, il pubblico ha apprezzato, gli applausi ci sono stati e il Grande Evento Mondiale ha avuto inizio (placca in testa più, placca in testa meno)!

Guardavo questi poveri bambini che si divertivano a cantare e a storpiare – pardon – ringiovanire l’Inno. A loro pareva un gioco. E come gioco gliel’hanno presentato. Giocate e divertitevi! E divertitevi ancora! Così lasciate il pubblico contento! E il pubblico diventa contento a guardare questi candidi bambini a cantare così gioiosamente l’Inno e viene voglia anche a te di mettere la mano al petto e dire “Sì! Siamo pronti alla vita!”… E, mentre io vedo che il ghiaccio nella Coca Cola si scioglie penso: “Ma è giusto?”, tu entri nel Grande Evento Mondiale e guardi vivere questa vita. E questa vita te la spiattellano davanti: “Questa è!”. E i bambini canteranno “Siam pronti alla vita!” e così d’ora in poi. E una piccola variazione sul tema diventa normale e manco te ne accorgi. E allora diventa nostra. La variazione prende il posto dell’originale, diventa norma. E io, cavolo, sono diventato vecchio e manco me ne sono accorto. Il tempo dello sciogliersi del ghiaccio.

Tragica prospettiva, ma vorrei riflettere un attimo. Da quando è diventato normale l’uso di tweet per annunci seri? Da quando il social network, che tu usavi per sentire un* car* amic*, per provarci con qualcun*, organizzare una festa… è diventato la piattaforma politica prima? Da quando le parole che leggevi nella letteratura (si fa per dire) più pop e smielata sono diventate il gergo tipico di chi ci rappresenta? Ma poi: come ci si può permettere di usare questi bambini per pubblicizzare in maniera così infima un evento? Come ci si può permettere di usarli? E di usarli per questi scopi propagandistici poi… Magari i bimbi si saranno pure divertiti, l’avranno trovata un’esperienza piacevole. Ma già vedo chi li ha fatti provare e riprovare inculcando loro l’idea che “è meglio dire vita anziché morte”. E i bambini a sforzarsi di imparare così, e quindi poi l’Inno diventa così per loro.

Se ti presentano sempre lo stesso piatto, volente o nolente, ti ci abitui. Se ti dicono che questo è l’unico piatto sul menù, tu questo ti prendi. Soprattutto se non sai dove cercare il ristorante alternativo… e poi: hai visto questi ristoranti alternativi come sono brutti e cattivi e i camerieri vanno in giro a distruggere tutto? – Una protesta seria che viene persa di vista, silenziata e l’attenzione è spostata sulla degenerazione, che poi degenerazione non è ma è tutta un’altra cosa –. E allora, se il piatto è questo, è giusto che il grande imprenditore del cibo ti dica: “Devi fare sacrifici se vuoi lavorare! E quindi il sacrificio è: ti pago di meno”. E no, caro mio, se devo fare sacrifici io, falli pure tu: pagami! Che gran sacrificio, pagarmi il giusto! Ma questo è un altro discorso.

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Ma se accettiamo tutto, se accettiamo che i bambini si divertano storpiano a fini propagandistici, pubblicitari e così via il nostro Inno, se accettiamo questo piatto e ingurgitiamo, se per noi è giusto “questa è la minestra o quella è la finestra”, allora, mi dispiace, ma non sappiamo neppure dove sta di casa la “democrazia”.

Ci sarà da divertirsi, in questa nuova pagina. La prossima volta, quando sarà, approfondiamo di più.

A. Ve.

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