Ryanair punta su Lamezia, ma è una bufala

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 1 marzo 2014.

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I media calabresi parlano di investimenti senza precedenti, ma la realtà è un’altra…

Non sono passati neanche cento giorni dall’apertura della nuova base Ryanair a Lamezia Terme, con un aeromobile di tipo Boeing 737-800 assegnato al nostro aeroporto e due nuove rotte (Roma-Fiumicino e Treviso) per un totale di tre voli in più al giorno, che la compagnia fa parlare nuovamente di sé in Calabria come se la nostra regione fosse diventata, all’improvviso, la nuova El Dorado del trasporto aereo. Qualche giornalista, evidentemente non molto “sveglio”, ha trasformato la solita propaganda di Ryanair propinata in occasione dell’ennesima conferenza stampa (“creiamo 1 posto di lavoro ogni 1000 passeggeri”, “con noi i passeggeri risparmiano milioni di euro”, etc.) in una vera e propria bufala sui progetti che il colosso dei cieli di Michael O’Leary avrebbe in serbo per Lamezia e la Calabria.

BufalaRyan

Secondo qualcuno, la Ryanair avrebbe annunciato ben nove nuove rotte, ma se andiamo a vedere il network effettivamente servito dalla compagnia irlandese a Lamezia Terme, non è cambiato nulla. Anzi, perdonate la pignoleria, ma sembra proprio che tale network sia stato addirittura impoverito: le frequenze per Barcellona-Girona non sono più prenotabili e il volo estivo che collegava Sant’Eufemia ad una meta turistica spagnola molto apprezzata, è stato cancellato. Secondo qualcun altro, o forse si tratta dello stesso pseudogiornalista, i voli della Ryanair sarebbero addirittura raddoppiati. Per esempio, le frequenze giornaliere per Bergamo Orio al Serio sarebbero passate da tre a ben sei, come se a tutti i calabresi fosse venuta la voglia di riempire i carri bestiame della Ryanair. Anche questa è una bufala: il numero dei voli è invariato (il calendario estivo è già uscito, basta controllarlo sul sito) e la nuova “super lista” che sta facendo il giro del web semplicemente considera sia i voli in arrivo che quelli in partenza, sommandone il numero e dando l’illusione di un raddoppiamento delle frequenze. Una pratica inusuale nel mondo del trasporto aereo, perché le compagnie solitamente per “un volo” in programmazione intendono due tratte, una inbound (in arrivo) e l’altra outbound (in partenza), senza mischiarle e confondere le idee. Ma, come si sa, a casa Ryanair tutto è possibile.

NetworkRyan

E’ questo il network realmente servito da Ryanair a Lamezia, non ci sono nove rotte nuove e come potete vedere manca Barcellona-Girona.

Alle bufale dei giornalisti si aggiungono i castelli in aria della stessa Ryanair, che qui in Calabria ne ha costruiti veramente tanti. La compagnia avrebbe annunciato l’intenzione di collegare Lamezia con la Spagna (ma se hanno appena cancellato i voli per Girona!), la Francia (i voli per Parigi-Beauvais sono stati cancellati nel 2011, ora c’è easyJet, e meno male!) e la Scandinavia (i voli per Stoccolma-Nykoping hanno fatto la stessa fine di quelli per Beauvais). Con gli orari estivi del 2014 ormai confermati, la Ryanair nel 2015 riattiverà le rotte cancellate quattro anni prima, spacciandole per inedite? E’ possibile, d’altronde la compagnia in questione, lo scorso anno, ha alzato le penali per bagagli e kg in eccesso per poi abbassarle nuovamente in pompa magna spacciandosi per una compagnia che ai propri clienti ci tiene. Qualche giornalista abboccherà sicuramente, tranquilli.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Cos’è il Liberalismo?

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 1 marzo 2014.

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Ce lo spiega l’avv. Sandro Scoppa, presidente della Fondazione “Vincenzo Scoppa”

La Scuola di Liberalismo “Ludwig von Mises” ha iniziato da poco la sua sesta edizione. È un’iniziativa originale, ormai consolidata, e di grande successo.  In cosa consiste e quali sono le sue finalità?

La Scuola di liberalismo è unica nel suo genere. Porta il nome di “Ludwig von Mises”, il grande economista e scienziato sociale austriaco, ed è un corso di formazione politica, aperto a tutti e gratuito, sul sistema di princìpi del liberalismo classico. Ha lo scopo di trasmettere conoscenza e di arricchire il bagaglio culturale soprattutto dei giovani, che possono in tal modo cercare nella cultura del liberalismo i mezzi mediante cui trovare orientamento nella vita e nella futura attività professionale.

LibScoppa

Il programma della Scuola comprende l’analisi dei presupposti gnoseologici e dell’habitat normativo della “società aperta”, dei nessi tra fallibilismo, mercato e democrazia liberale, e l’approfondimento dei principali temi del liberalismo, sulla base dei contributi dei maggiori esponenti della Scuola austriaca, degli anarco-capitalisti americani, dei grandi pensatori italiani ed europei, e di tutti coloro che nella storia passata e nell’attualità hanno dato un contributo alla causa della libertà e allo sviluppo di una società libera.

I suoi seminari sono tenuti dai maggiori studiosi del pensiero liberali e da docenti di molte università non solo italiane.

Lei ha fatto riferimento al liberalismo classico come oggetto di studio nella Scuola. Può precisare cosa si deve intendere quando si parla di liberalismo classico, visto anche che in tanti oggi si definiscono liberali e che la stessa parola liberalismo possiede molteplici significati?

La sua domanda è quanto mai opportuna, perché consente di fare chiarezza sull’argomento.

È vero che la parola liberalismo possiede molteplici significati, i quali hanno dato luogo a un vero e proprio ingorgo semantico, ed è altrettanto vero che oggi in molti si definiscono liberali. Tuttavia è da tenere presente che, come ha esattamente osservato Karl R. Popper, liberale è colui il quale crede nella libertà individuale di scelta e non il militante di un qualche partito politico, sedicente liberale. Solo il sistema di princìpi che difende tale libertà (e che perciò sostiene la necessità di limitare il potere pubblico) deve intendersi come liberalismo. È questa un’idea che viene da molto lontano. Infatti, i primi che abbiano chiaramente concepito il concetto di libertà individuale sono stati gli ateniesi del periodo classico (V e IV secolo a.C.), che lo hanno trasmesso ai moderni essenzialmente attraverso le opere di autori romani. L’idea si è rialimentata poi nel Medioevo.  Ed ha assunto la sua forma moderna durante la seconda metà del Seicento e nel secolo successivo, come insieme dei principi politici dei Wighs inglesi. Il liberalismo pertanto ha una sua precisa e ben definita identità, e non può essere utilizzato come un’etichetta da apporre a iniziative manipolative del sistema di mercato e limitative della libertà di ciascuno di modellare la vita personale secondo i propri piani.

Spesso, soprattutto nell’ ambito politico italiano, sono frequenti i richiami al liberalismo, che sovente è anche distinto dal liberismo. Puoi chiarire come stanno realmente le cose?

La distinzione tra liberalismo e liberismo si è fatta strada in Italia nella seconda metà del diciannovesimo secolo, come risultato dell’importazione di idee di origine tedesca. Essa è stata ripresa da Benedetto Croce il quale, in virtù del ruolo da lui svolto nella cultura italiana e nell’opposizione al fascismo, le ha dato credibilità, tanto da pregiudicare la crescita del liberalismo italiano. Invero, tale distinzione, che rompe il legame tra libertà economica e libertà politica, sottovalutando la funzione svolta dal momento “economico” e sull’erroneo convincimento che la libertà politica possa esistere senza libertà economica, è estranea alla tradizione liberale classica ed è altresì forviante. Infatti, come messo chiaramente in evidenza degli esponenti della Scuola austriaca di economia, e in particolare da Ludwig von Mises e Friedrich A. von Hayek, i mezzi economici servono tutti i fini e, pertanto, nessuna libertà di scelta da parte degli individui può realizzarsi laddove gli stessi mezzi siano detenuti monopolisticamente dalle autorità politiche. Ciò significa che non si può avere libertà individuale di scelta senza proprietà privata e libertà economica.

Taluni si oppongono al liberalismo ritenendo che l’applicazione dei suoi princìpi renda impossibile la solidarietà. Qual è la sua opinione in proposito?

La cultura che contrappone il liberalismo alla solidarietà e, in particolare, imputa allo stesso di non essere solidale appare collegata unicamente a pregiudizi ideologici ostili al mercato e all’illusione che sia possibile costruire deliberatamente un ordine sociale vantaggioso per la collettività, attraverso l’interventismo redistributivo dei pubblici poteri. Invero, come è facilmente dimostrabile, l’assistenzialismo pubblico non solo non ha realizzato gli scopi di solidarietà dei quali si era fatto portatore, ma si è rivelato un pessimo affare per la collettività, dalla quale, attraverso la coercizione, ha prelevato più di quanto avrebbe potuto ottenere spontaneamente in assenza di coercizione e per i servizi resi. Invero, in un’economia di mercato e nell’attuale società globalizzata, che ha raggiunto elevati livelli di benessere, grazie a nuove scoperte e ai successi dell’industria e della libera impresa, è doveroso apprestare un sistema di sicurezza e solidarietà, ma ciò deve essere fatto abbandonando l’idea di una “giustizia sociale” politicamente realizzata. Ossia: occorre lasciarsi alle spalle l’illusione di poter liberamente manomettere i meccanismi competitivi di mercato, il cui funzionamento costituisce insieme un valore etico e la migliore garanzia di soddisfazione dei bisogni soggettivi.

Liberalizzare e privatizzare sembrano la via da percorrere per la crescita e lo sviluppo del nostra Paese. Condivide tale idea?

Nella rivista Liber@mente, edita dalla Fondazione Vincenzo Scoppa, abbiamo più volte trattato tale importante tema. Personalmente sono sempre dell’idea che liberalizzare e privatizzare siano ormai delle strade obbligate e che, senza un ampio progetto che congiuntamente li comprenda, è ormai impossibile affrontare le sfide poste dalla globalizzazione, che è un fenomeno in espansione e un processo irreversibile. Naturalmente, liberalizzare non significa qualche taxi o qualche farmacia in più come privatizzare non equivale a trasferire un ente di Stato in una s.p.a. posseduta o controllata dallo Stato stesso grazie a una golden share.

Liberalizzare e privatizzare significa ridurre drasticamente il peso dello Stato e degli apparati pubblici e affrancare la vita sociale ed economica dalla presenza di politici e burocrati i quali, legge dopo legge, imposta dopo imposta, hanno finito progressivamente per ridurre l’autonomia degli individui e gli spazi vitali della cooperazione sociale volontaria.  Gli effetti positivi sarebbero immediatamente apprezzati, a iniziare dall’ambito economico, che diventerebbe più dinamico e competitivo, soprattutto in molti settori chiave, mentre i conti pubblici registrerebbero un immediato abbassamento del deficit.

In sostanza, è necessario abbandonare il mito dello Stato e dell’interventismo pubblico e comprendere che il mondo reale è un mondo di innovazione, nel quale le iniziative dei singoli individui, messi nelle condizioni di operare liberamente, rappresentano il motore dello sviluppo culturale, sociale ed economico.

Francesco D’Amico

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Università di YouTube e Google, è boom di iscrizioni

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 1 febbraio 2014.

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Basta un click e l’ignoranza è servita su un piatto virtuale d’argento.

Politecnico di Milano? Alma Mater di Bologna? La Sapienza di Roma? La Normale di Pisa? Macché, le Università più gettonate del momento, quelle che sfornano i geni del futuro, la gente con diritto di voto consapevole, sono ben altre. I dati del Ministerico della Distruzione sono chiari e non danno spazio ad interpretazioni: l’Anno Accademico 2013-2014 sarà ricordato come l’anno del boom di iscrizioni alle Università di YouTube e Google, le più prestigiose del Web (o Ueb, adesso non ricordo), le preferite dalla “gggente” e dagli ignoranti che sentono il bisogno irrefrenabile di sentirsi qualcuno. Le matricole, perlopiù nullafacenti, sono da mesi impegnate coi corsi del primo anno e a breve sosterranno i primi esami: Illogica 1, Introduzione al Metodo Complottaro, Sgrammatica Italiana 1, Sinergismo Uomo-Computer… e nei prossimi mesi, potranno andare in giro per il mondo a mettere in pratica le loro nuove “conoscenze”.

Il tono ironico è evidente, ma quando si ha a che fare con l’ignoranza che dilaga in quella che molti erroneamente definiscono “l’era dell’informazione” solo perché esistono i  computer e internet, le opzioni sono due: ridere o piangere, e oggi abbiamo optato per la prima. Di cosa stiamo parlando? La parte incontaminata della rete ha sfornato la definizione “Università di YouTube” per identificare l’origine del metodo messo a punto da pazzi e paranoici che propinano ai poveri e ignari utenti di Internet le più folli teorie del complotto usando controversi video di YouTube come “prova”. Non a caso esiste la pagina Facebook “YouTube non è un titolo di studio” e il concetto si può applicare anche al motore di ricerca Google, dato che come YouTube garantisce un accesso diretto ad una marea di… fesserie, per non dire altro.

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I frutti delle Università di YouTube e Google sono ben apprezzabili soprattutto tra i giovani della fascia d’età compresa tra i 18 e i 30 anni (esattamente, questi individui possono votare). Al diavolo gli studi scientifici, la metodologia sperimentale, la logica, il concetto di base di onere della prova, la peer review e le opinioni dei veri esperti! Grazie agli studenti dei prestigiosi atenei sopra citati, la verità sulle forze oscure che controllano il mondo è a portata di mano: basta un click per scoprire che l’uomo non è mai andato sulla Luna, che la Sperimentazione Animale è inutile, che l’11 settembre è stato un inside job americano, che gli aerei di linea irrorano scie chimiche per ucciderci, che tutto va secondo i piani del New World Order o NWO (Nuovo Ordine Mondiale), che le case farmaceutiche ci tengono intenzionalmente nascoste le panacee capaci di sconfiggere cancro e AIDS, che i grandi leader mondiali sono alieni rettiliani, etc. Cosa succede quando qualcuno, colpevole del grave reato/peccato di razionalità, chiede prove concrete? Studenti e apprendisti rispondono dando il povero malcapitato dell’ignorante (da quale pulpito!) e lo invitano ad informarsi esclusivamente su internet e più nello specifico dove dicono loro, perché… perché chi la pensa diversamente è colluso, pagato dagli alieni per fare il disinformatore full time. Sigh. Se prima abbiamo riso, ora non ci resta che piangere.

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Dopo tanta fatica, ecco il certificato che autorizza gli studenti dell’Università di YouTube e Google a dire fesserie a destra e a manca. Per l’immagine, ovviamente ironica, si ringrazia Amico Immaginario.

La vera disinformazione, ossia la loro, interessa anche altri settori e non si limita alle teorie più pazze della rete: basta discutere un qualsiasi argomento con uno studente di tali atenei e state tranquilli che prima o poi tirerà in ballo dal Web, Ueb, Uebbe o come diavolo si scrive, [cit.] fonti mai verificate a favore della sua teoria. State attenti, perché il loro arsenale è vastissimo e se necessario possono dimostrarvi che la Terra è piattabasta cercarlo su Google. Siete stati informati.

Francesco D’Amico

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Aeroporto strategico, ma non troppo

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 1 febbraio 2014.

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Lo scalo di Sant’Eufemia è tra gli undici scali strategici d’Italia, ma scatta la polemica

La notizia è arrivata dall’alto e i politici non hanno perso tempo per cavalcare l’onda e far notare a tutti i cittadini il loro impegno (quale impegno, poi?) nel rilancio dello scalo lametino di Sant’Eufemia. I retroscena, purtroppo, sono rimasti nascosti, permettendo al solito teatrino d’intrattenimento di ammaliare le masse.

Il nuovo piano nazionale degli aeroporti individua undici aeroporti definiti strategici e ben ventisei definiti di interesse nazionale. Per arrivare a questa classificazione, l’Italia è stata definita in aree: Nord Ovest, Nord Est, Centro Nord, Centro, Campania, Calabria, area mediterraneo-adriatica, Sicilia orientale, Sicilia occidentale e Sardegna. Sono stati automaticamente inclusi tra gli scali strategici quelli appartenenti al core network europeo, mentre nel caso della Calabria – che non ha nessun aeroporto in questo importante network, definito la “spina dorsale” del mercato aereo europeo – è stato scelto lo scalo di Lamezia Terme. Il “jolly” è toccato al centro nord, con Bologna-Marconi e il duo Pisa/Firenze tutti annoverati tra gli aeroporti strategici. A prima vista, il criterio di selezione, che è stato comunque ben ponderato, evidenzia una cosa interessante: nel caso dell’Italia settentrionale, c’è stata una vera e propria divisione in aree, mentre per quanto riguarda il Mezzogiorno sono state definite aree che spesso coincidono con i confini amministrativi delle singole regioni. Ciò è dovuto non tanto alle reali distanze geografiche ma al concetto di raggiungibilità di un luogo: la Calabria ha un’area ad essa interamente dedicata perché è isolata, ergo c’è poco da festeggiare. Idem per la Sardegna, che essendo un’isola ha un traffico aereo particolare, e la Campania, che grazie a quel signor aeroporto che è Napoli-Capodichino ha un bacino d’utenza molto radicato e riesce almeno in parte a rimediare alle carenze infrastrutturali regionali. Considerando tutto ciò, il ruolo di scalo strategico per Sant’Eufemia è quindi relativo, non assoluto, e cosa ancor più importante, non è un premio arrivato dall’alto che ne certifica la corretta gestione da parte dei politici (ops!), né tantomeno lo si può considerare un “attestato di eccellenza” per i servizi offerti: con un milione di passeggeri in meno, un’infrastruttura meno adeguata dell’attuale e un network ridotto all’osso, SUF (questo è il codice del nostro aeroporto secondo la convenzione dell’Associazione Internazionale del Trasporto Aereo, o IATA) sarebbe finito lo stesso tra gli scali strategici italiani. A contribuire sicuramente è stata anche l’assenza di alternative: d’altronde, è impensabile assegnare il ruolo di scalo strategico a REG (Reggio Calabria) o CRV (Crotone).

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La torre di controllo dell’aeroporto di Milano-Malpensa, scalo definito strategico per l’area del Nord Ovest. Foto di Giorgio Varisco.

Ebbene, se qui si festeggia per qualcosa di non meritato, o meglio, di meritato “con clausole”, su al Nord è polemica. Lo scalo di Torino-Caselle è stato escluso dalla “Top 11” perché ha la sfortuna di avere un colosso come Milano-Malpensa a circa un centinaio di kilometri di distanza, e i politici locali si sono ribellati. La stessa sorte è toccata ai trafficati aeroporti di Milano-Linate e Bergamo Orio al Serio, forti di circa nove milioni di passeggeri all’anno l’uno e in lotta per l’ultimo gradino del podio del Campionato Italiano degli Aeroporti, la strana e insensata competizione tra scali che “premia con la gloria” chi trasporta più passeggeri (alla faccia della qualità del servizio offerto e del network effettivamente servito). Si critica il criterio di valutazione e c’è chi si chiede, sicuramente ignorando i problemi che affliggono la nostra terra, il perché del raggruppamento di Piemonte, Valle d’Aosta, Liguria e Lombardia in un’unica area con un solo scalo strategico nello stesso piano aeroporti che vede regioni meridionali singole come la Calabria occupare aree definite ad hoc.

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I 20 scali più trafficati d’Italia nel 2013. I dati mettono in evidenza la relatività del titolo di scalo strategico per l’aeroporto di Lamezia Terme. Fonte: Wikipedia.

Basterebbe far parlare i nostri politici coi loro per far capire ai nostri che non hanno nulla di cui vantarsi, e ai loro che in questo paese tutto è… relativo.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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FreeSpace, an awesome space simulator game for the PC

For a review of FreeSpace 2 written in Italian, click here.

Click here for the HLP thread linked to this article.

Not actual interview, but rather a very long answer to the question “what do you think about FreeSpace?”

When I was in high school, I owned a game called Descent 3 and saw a game advertised in the back called FreeSpace. So I found and purchased the original FreeSpace at the mall thinking it was a sequel to Descent 3 since the title was ‘Descent FreeSpace’ and I also realize there was a FreeSpace 2 in existence since it was also advertised. So I purchased FreeSpace 2 as well around the same time. I then discovered it likely was not connected to the Descent storyline. However, I wasn’t entirely sure if it was connected to the Descent series for several years, but now I realize it was not connected and the 1st FreeSpace game was only titled ‘Descent’ because it was made by Interplay, just as the Descent series was. Anyways, I purchased the games and was quickly drawn into them since they had excellent gameplay, indepth storylines and descriptions for every weapon and ship in the game, wide variety of ships, briefings and debriefings, objectives to accomplish on top of staying alive, creative ways to play a mission, ability to earn medals and record all your kills and other stats, cutscenes, a lot of different functional keys (controls) that perform actions in the game, and even voice acting. It is an action-packed 3D space simulator with decent effects, military terms and strategy, the ability to give orders to wingmen, as well as the ability to disable or disarm warships or subsystems, and even scan cargo and information gathering.

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Ready for some action?

FreeSpace starts off in the year 2335 in a war where the Terrans (humans) within a military called the Galactic Terran Alliance (GTA) fights against a species called the Vasudans, and their military is called the PVN (Parliamentary Vasudan Navy) in the 1st part of the game. One notable part of the FreeSpace series is that you fight against an enigma of a species known as the Shivans which cause the Terrans and Vasudans to put their differences aside and join forces in hopes of mutual survival against this technologically superior race that just appeared out of nowhere and starts wiping out anything that isn’t Shivan. Their motives and origins remain a mystery throughout the entire series, though there are clues given during the cutscenes and events of the series that give you an idea of what possible motives and origins that the Shivans have. Throughout the series, communication between the Shivans and the Terrans and Vasudans is never officially established, though the rogue Galactic Terran Intelligence in FS1 (GTI) and the Neo Terran Front in FS2 (NTF) have communicated with them. Though the findings are classified at the highest level and it is never known to the player or most Terrans and Vasudans what communication was exchanged. Nevertheless, it ended badly and the Shivans clearly have no interest in diplomacy since they are so alien, and appear xenophobic and only seem interested in wiping out all species and blowing up stars possibly to open up new subspace nodes (like portals between stars systems) to connect whatever star they blew up to their home system (if they have a home system). So for the most part, they remain an enigma, but we do find out that the Shivans are vastly superior to the GTA /PVN and later the GTVA (Galactic Terran/Vasudan Alliance) in FS2, both in technology and in numbers, even after the Terrans and Vasudans stole technology (including shield generators) from the Shivans in FS1 and developed energy shield systems and better ships and weapons as a result in order to combat the threat. But the GTVA is hopelessly outnumbered. The Shivans have likely been at it for millions of years and it is known that 8,000 years ago, an empire known as the Ancients was wiped out by the Shivans. Study of  Ancient tech within ruins also helped the Terrans and Vasudans save themselves once.

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A Shivan.

About a year later when I started college and was required to create an email address for the 1st time at the end of 2001, I created an email address with the words ‘freespace’ and ‘fanatic’ since I considered myself a fanatic of the games. I even drew artwork of made up ships on my subject folders for the games since I envisioned larger ships that could potentially be used in fan-made addons of FreeSpace 2 and was always hoping for a FreeSpace 3, though there still isn’t an FS3 and there probably won’t be at this point.

Later, I discovered that fans made their own missions and campaigns since the instruction manual told me about the fact you could select fan-made missions within the tech database under ‘mission simulator’ or make your own. So I downloaded and played some campaigns. This increased replay value and fun factor quite a bit, especially in campaigns where people included custom ship models and new weapons.

Around 2004, I discovered the Source Code Project (SCP). I realized it was a project that improved the graphics and features of FS2. This added further replay value and increased the fun factor even more. FreeSpace 1 has been remade by the fans to be played in FreeSpace 2 SCP and is called the FreeSpace Port.

Even to this day, I play FS2 campaigns using the SCP builds and graphical enhancements created by the fans of FS. Though I don’t play it as much as I used to, I monitor the FS forum known as HLP (Hard Light Productions) for new information, campaigns, and improved models and graphical enhancements. Newer graphical features for the SCP include shadows, deferred lighting, and modeled thrusters along with heat trails. This is on top of older yet fairly new graphical enhancements such as normal maps, higher poly redone models, flaming debris, and much better lighting, to name a few. Ingame cutscenes, being able to land in fighterbays on larger warships, being able to jump through subspace in-mission without the mission ending, and even new and improved huds are possible with the SCP nowadays. Maybe even first person missions in the future could be done. There are also some total conversions available for the SCP, including Wing Commander Saga, The Babylon Project, Star Fox, Diaspora, and a few more. Perhaps one day the SCP will even include geo-mod – destruction of parts of a ship will be similar to real life destruction of objects, such as holes and marks being left behind, pieces flying off, etc. As it stands now, if you shoot at a larger ship or fire a missile at it, no holes or indents are created, even if hull integrity drops quite a bit. This element is unrealistic as it stands, but the future holds many possibilities for improvement. I hope that in the future, they will reintroduce animated glowmaps for Shivan ships. Since they improved the polycount of many Shivan ships recently and included normal maps for them, the animated glowmaps for those particular ships are gone. Obviously they would have to take the textures, make brighter and dimmer versions of those textures, and splice them in such a way that it gives an animated effect. Perhaps it isn’t too hard to do, I’m guessing, but I guess performance costs are a concern from what I remember a forum member saying in the past. Something about it being troublesome with 4096 resolution textures, but more recently, another forum member saying people can start making them if they wanted, IIRC. The idea of animated glowmap normal maps combined with deferred lighting (the glow being a light source and can reflect off of nearby objects) sounds intriguing.

Taking my knowledge of the FreeSpace and FreeSpace 2 storylines and combining it with logical assumptions and with the knowledge I learned from reading an interview with the lead writer of a company called Volition, the game designers who worked for Interplay and were directly responsible for creating the FreeSpace series, I am able to make logical assumptions on the origins and motives of the Shivans to a degree. In FS1, the Shivans were focused on wiping out any species capable of subspace travel in the vicinity of Terran/Vasudan space and looking for a star suitable for blowing up, while in FS2, they didn’t care much about the GTVA and was focused on blowing up the Capella star. So it is obviously that overall, their primary motivation is blowing up stars (making them supernova) for the likely purpose of creating new subspace nodes to link those regions of space to their home system or systems. After all, all species want to spread their territories, consume more resources, reproduce, and repeat the process.

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The Shivans do the unthinkable: blowing a star up.

As for the reasons why the Shivans seem intent on eliminating any space-faring subspace-capable species, I can think of 3 reasons… 1) To completely secure the systems around the stars they suspect are suitable for blowing up in order to prevent any species from interfering with their goal. 2) To prevent any species from following them back to their systems and causing them issues or harm. 3) To prevent any species from becoming technologically and numerically powerful enough to genuinely threaten the Shivans. So the Alliance trying to collapse the nodes in the events of FS2 may have been pointless because the supernova would no doubt collapse them anyway, as evident that the nebula system beyond Gamma Draconis and the unstable nodes linked to that nebula system required stabilizing by the Ancients’ Knossos devices were no doubt the result of a past supernova created by the Shivans long before the Ancients encountered the Shivans after creating the portals to temporarily stabilize the nodes leading to that system and the ones beyond. So it is likely that the 3rd Knossos device in the system beyond the nebula also leads to some nebula, since I assume that most nodes becoming collapsed are the result of the system beyond having its star destroyed. This is speculation, but it is a logical assumption. I even recall a campaign a while ago where you go beyond the 3rd Knossos and a yellow nebula awaited you. At the time, I thought it was uncreative and lame, but maybe it makes sense.

I also believe that the Shivans were in fact created long ago by some unknown master species. This is even speculated in the tech database in FS2 in the Shivans’ entry.

I personally feel that the fan-made campaign that would come closest to an FS3 would be Inferno, especially once the updated version is available. In my opinion, there are not very many Post Capella era campaigns out there that are heavy on new ships and content that feel like what an FS3 would feel like. I think the story of Inferno and its version of the Shivans feels closest to what an FS3 would be like, especially when knowing what the lead writer had in mind for the Shivans. I sure hope Inferno can pull off more than just 2 parts and it can feature incursions into Shivan space with even larger ships than the super juggernauts to contend with. Heck, with the SCP these days, many possibilities can be implemented including the concept of  ‘destroy the core’ of a big ship that would be better pulled off with the features of the SCP compared to Retail; kind of like in the Gradius space shooter games of old but in 3D and FreeSpace style. Maybe even like in ‘Return of the Jedi‘ when the fighters enter the Death Star. I recall the older Wings of Dawn campaign doing that, though it was not part of the FS universe and is still a rarity in FS, 1 mission in War in Heaven: Part 3 also did that as an alternative to stopping a massive asteroid base on a collision course to Earth. So even if these ships would otherwise be too large for a player to normally have an affect or interact with them in a practical manner, the player and perhaps his wingmates and backup could enter the massive ship and destroy its core or some other vital components, warp out from inside it, reappear many clicks away (since SCP allows this without ending the mission), and watch it slowly blow up, slowly shattering off flaming debris in some geo-mod fashion. So much was planned for Inferno back in 2003, so I hope there are still high ambitions for it since it seems to be the only remaining campaign in production closest to what an FS3 would be like, especially after older campaigns like Over the Top, The Apocalypse Project, and End War seem to have been cancelled and could have been on similar ground and scale with Inferno and being like an FS3.

More importantly, I look forward to what will become of FS in the future and always look forward to improvements of the engine, and I await a stable and optimized version of a build containing shadows and deferred lighting, though it did not make it into the mediavps-2014.

 Gary Daniel

The Hard Light Productions community forums: http://www.hard-light.net/forums/

Interview with Volition’s lead writer: http://www.hard-light.net/forums/index.php?topic=74745.0

Wikipedia description of the original FreeSpace: http://en.wikipedia.org/wiki/Descent:_FreeSpace_%E2%80%93_The_Great_War

Wikipedia description of FreeSpace 2: http://en.wikipedia.org/wiki/Descent:_FreeSpace_%E2%80%93_The_Great_War

A place you can buy Freespace 2: http://www.gog.com/game/freespace_2

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C’è emigrato e emigrato, ma perché vergognarsi della propria terra?

Il fenomeno dell’emigrazione dal Sud è un problema che ben conosciamo, ma quando gli emigrati tornano a casa per le feste è possibile assistere a scene raccapriccianti…

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Chi nel Mezzogiorno non ha mai avuto a che fare con il fenomeno dell’emigrazione, più o meno direttamente? Tra emigrati e parenti o amici di emigrati, la diffusione capillare del fenomeno è indiscutibile.

Andare fuori, lontano dalla propria terra, comporta rischi e sacrifici: c’è chi, come gli sventurati delle miniere di carbone in Belgio, ha perso la vita per coronare il sogno, tra l’altro normalissimo, di garantire alla propria famiglia una vita normale. Non solo i poveri: a scappare sono anche gli omosessuali che vivono l’oppressione di una mentalità chiusa verso gli orientamenti sessuali “non in linea” con la “norma” perché, ricordiamolo, il Sud avrà pure cibo, temperature e paesaggi stupendi, ma ha anche tantissimi problemi.

Il fenomeno nel tempo si è evoluto e ora, con la crisi economica, i giovani meridionali stanno seguendo nuovamente le orme dei loro antenati, spopolando città e paesi del Sud per studiare o per lavorare altrove. Per fortuna le cose sono cambiate e gli “emigranti 2.0” possono considerarsi più fortunati di chi li ha preceduti in passato: i mezzi di trasporto sono diventati più efficienti e più abbordabili per viaggiare (aerei, treni moderni) e l’opportunità di parlare comodamente con amici e parenti da lontano (videochiamate, messaggistica istantanea) permette di mantenere i contatti e sentirsi vicini.

“Ma che l’hai scritto a fare questo articolo” – direbbe qualcuno – “questa è roba trita e ritrita che conosciamo già”. Tranquilli, questa è solo l’introduzione.

Questo, ossia il periodo a cavallo tra Natale e Capodanno, è il periodo in cui le due realtà – emigrati e le loro famiglie rimaste nel Mezzogiorno – si incontrano. Aerei, treni, navi e macchine si riempiono, migliaia e migliaia di persone tornano a casa per passare le vacanze con parenti e amici, e inizia il confronto social-ideologico tra le due parti. Chi va fuori cambia, cambia nel carattere, negli atteggiamenti, nella mentalità e cambia anche nell’accento: che lo faccia in meglio o peggio non importa in questa sede, quello che conta sono le parole che gli emigrati rivolgono a coloro che, per i motivi più disparati, non sono andati a vivere altrove.

E’ proprio nel periodo dei grandi ritorni e delle rimpatriate che emergono alcuni dei comportamenti più irrazionali e vergognosi dell’Italia dei nostri giorni. Queste sono esperienze personali, non credo siano indicative della situazione generale perché come qualcuno mi ha fatto notare è meglio non generalizzare – non interpretatele come uno sfogo ma come il volere di raccontarvi le differenze tra alcuni tipi di emigrati e altri. Ecco che inizia la carrellata di perle da emigrante:

– C’è chi studia all’Uninord e ritorna per criticare chi studia all’Unisud, ostentando fino alla nausea una superiorità che è tutta da verificare. Guarda che bravura e preparazione contano di più.

– C’è chi gode come un riccio [cit.] quando il proprio comune rischia di andare in dissesto ed essere commissariato. Già che ci sei, dato che odi così tanto la città che ti ha dato i natali, perché non crei una bomba atomica fai da te e concludi l’opera?

– C’è chi ritorna e dice “voi del Sud…” come se a parlare fosse uno straniero. Sveglia! Questa è la tua vera casa, ma credi di essere il risultato di un processo di metamorfosi? Da bruco meridionale a farfalla emigrata?

– C’è chi parla sforzandosi di avere un accento il più diverso possibile da quello dei membri della sua stessa famiglia, e critica ogni pronuncia che non rispecchia l’italiano a suo dire “corretto”. Lo sai che dove vivi c’è un accento caratteristico e che quindi neanche il tuo di italiano è da considerarsi “perfetto”?

– C’è chi definisce amici e parenti “terroni” e se ne va promettendo di non tornare mai più, perché la sua vera casa è altrove, perché ha trovato una ragazza facoltosa e non sente il bisogno di sporcarsi le scarpe ritornando nel posto dove è nato e cresciuto. Ciao compare, ti regalerò una bandana con disegnata una svastica.

– C’è chi critica la sua terra natia ma né quando è lontano né quando ritorna a “casa” (se così possiamo definirla…) si impegna per fare qualcosa. Ammettilo, non dei diverso/a dagli italioti che critichi.

– C’è chi si vergogna di avere scritto sul proprio documento di riconoscimento “nato/a a <inserire nome di una città o paese del Meridione>“. Ma non ti fai schifo?

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Non sono solo i leghisti più estremisti a pensare ciò, ma anche molti meridionali emigrati.

Tutta questa falsità, tutta questa ipocrisia sembra concentrarsi in alcuni stranieri in patria, ossia gli emigrati che non hanno lasciato i confini nazionali e hanno deciso di andare a vivere a Milano, Torino, Venezia, etc. Alcuni di loro, non tutti per fortuna, hanno un serio complesso di inferiorità quando sono lontani e un complesso di superiorità quando sono a casa per le feste.

Ma gli emigrati si comportano tutti allo stesso modo quando ritornano qui? Per fortuna no, e andando negli Stati Uniti ho potuto conoscere meridionali che hanno creato veri e propri imperi finanziari senza dimenticare le proprie origini. E’ proprio da un italoamericano di origine calabrese che ho sentito parole che a mio avviso sarebbero da riscrivere e incorniciare. Alla faccia di chi si vergogna della propria terra, c’è gente che pur riconoscendo i difetti e i problemi del Sud, dopo aver trovato la fortuna dall’altra parte dell’Oceano Atlantico, mai e poi mai si sognerebbe di comportarsi come molti “colleghi” emigranti che hanno scelto il Nord Italia, e non si limita a questo: ribadisce, infatti, che il legame con la propria terra è un elemento imprescindibile del suo modo di essere ed è destinato a portare quel sentimento sempre con sé fino alla fine dei suoi giorni. Il self made man in questione, per il semplice fatto di aver detto queste stesse cose ai suoi compaesani in Calabria, nel vibonese, è stato invitato a pranzo da uno sconosciuto, attirato dalle belle parole e contento di aver incontrato un emigrato che “quando torna qui non si comporta come quelli che sono andati a vivere a Milano”.

Sempre negli Stati Uniti ho potuto parlare con giovani italoamericani che hanno studiato a Yale (ottava tra le università migliori del mondo secondo topuniverisites.com) e alla Columbia University (quattordicesimo posto su scala mondiale) e parlano con noi “poveri mortali” che studiamo in Italia senza fare gli sboroni, mentre l’atteggiamento di una mia conoscente meridionale che studia al Politecnico di Milano (duecentotrentesimo posto nella stessa classifica) è paragonabile a quello di uno studente del quinto superiore che si ritrova catapultato in seconda media. E’ grazie a queste piccole cose che capisci che il problema non è il Sud ma la mentalità italiana nel suo complesso che ancora non è riuscita ad andare oltre i pregiudizi sui “terroni” e i “polentoni”, e te lo fa notare soprattutto quando interagisci con la categoria intermedia, quella dei “terroni polentonizzati”. Negli Stati Uniti, dove gli italoamericani di origine meridionale sono molto più ricchi e benestanti dei meridionali che vivono nel Nord Italia (vedere per credere), e che quindi avrebbero millemila motivi in più per criticare la loro terra e chi ci vive, l’atteggiamento è completamente diverso e la cosa ha dell’incredibile.

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E’ strano, veramente molto strano fare un viaggio di 14.000 km per comprendere meglio il proprio paese, chi ci vive e allo stesso tempo imparare a rispondere di pari tono ai signori che sono nati Esposito e vogliono morire Brambilla. Vergognarsi della propria terra natia è stupido, ricordatelo.

Francesco D’Amico

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Quando il treno batte la low cost

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 21 dicembre 2013.

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EasyJet cede ai treni e cancella le frequenze RomaVenezia: non si tratta di un caso isolato.

Con le compagnie low cost spostarsi da un capo all’altro d’Italia sembra quasi un gioco, un affare da poche decine di euro che soddisfa l’italica tendenza a “fregare tutti”: sono milioni gli italiani che riescono ad acquistare biglietti a prezzi veramente irrisori, contenti di aver “fregato il sistema e gli altri” conquistando le tariffe super scontate che vanno a ruba. Ma, se da una parte il mercato aereo italiano diventa sempre più complesso e fitto, con nuove rotte annunciate quasi settimanalmente, è anche vero che qualcosa è cambiato e anche le compagnie low cost, ogni tanto, sono costrette a cedere. L’Italia è per queste compagnie una vera e propria miniera d’oro, ma nasconde qualche insidia.

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Low cost e successo assicurato non sono sinonimi: la compagnia Belle Air, a causa delle sue condizioni finanziarie, ha interrotto le operazioni di volo. Foto di Giorgio Varisco.

La low cost inglese easyJet ha annunciato la cancellazione dei suoi voli tra l’aeroporto Leonardo Da Vinci di Roma-Fiumicino e lo scalo Marco Polo di Venezia-Tessera, riflettendo la scelta della rivale irlandese Ryanair di cancellare i suoi voli sulla rotta gemella, la CiampinoTreviso. Il motivo? La concorrenza dei treni, e la rotta ritorna al monopolio Alitalia. Non è un caso isolato: la nota compagnia “tutta arancione” ha ridotto i voli da Roma agli aeroporti di Bari e Palermo, e ha cancellato le frequenze sulla rotta Lamezia-Roma da più di due anni. L’euforia della vittoria legale di easyJet nei confronti di Alitalia sul monopolio tra Fiumicino e Linate sembra essere acqua passata, e c’è chi dice che quella rotta, per easyJet, è una semplice trovata pubblicitaria destinata a durare poco: è una visione che è stata trattata proprio tra le pagine de il Lametino con l’articolo “I due pesi e le due misure di easyJet”, ora disponibile per la lettura sul blog The Lightblue Ribbon. D’altronde, easyJet ha dovuto ridurre le proprie frequenze sulla direttrice Fiumicino-Malpensa e una rotta gemella, la Ciampino-Bergamo di Ryanair, è stata anch’essa ridimensionata tra il disappunto dei pendolari: scelte non di poco conto se consideriamo il fatto che Malpensa e Bergamo sono, rispettivamente, le basi principali di easyJet e Ryanair in Italia. I treni, in particolare l’innovativo Italo, sono diventati una seria minaccia per i collegamenti aerei sulle distanze inferiori ai 600 km.

Ma come fa la travagliata Alitalia a mantenere il monopolio su tutte queste rotte, nonostante i prezzi che per alcuni risultano essere proibitivi? A prima vista il dominio incontrastato della compagnia già di bandiera su alcune rotte di un settore, quello domestico, dove sono stati registrati i dati peggiori dell’ultimo decennio, sembra illogico. L’Alitalia è una compagnia full service che applica il modello hub and spoke: non ha bisogno di riempire i suoi aerei ogni volta e gestisce le coincidenze di passeggeri e bagagli nella sua base operativa di Fiumicino. Chi prende un volo per Roma con Alitalia spesso lo fa per prendere una coincidenza, e con il network nazionale, internazionale ed intercontinentale garantito a Fiumicino da Alitalia stessa e partner importanti come la Delta (che coi suoi voli Roma-New York e Roma-Atlanta mette a disposizione dei passeggeri un network vastissimo in tutta America), il coefficiente di riempimento degli aerei è tale da permettere il mantenimento delle rotte dove le low cost sembrano cedere. EasyJet deve puntare necessariamente su chi si sposta tra una città e l’altra (traffico “point to point” o “p2p”), perché la compagnia di coincidenze non ne vuole sapere nulla, pur avendo a Fiumicino una delle sue basi operative: ecco che, quando questa tipologia di traffico cala di fronte alla concorrenza del treno, una compagnia low cost che può guadagnare solo riempiendo i suoi aerei si tira indietro, riducendo o cancellando i propri voli. Quindi, le coincidenze garantite dall’Alitalia sulla direttrice Roma-Venezia attirano clienti da tutto il mondo, ma chi deve spostarsi da una città all’altra tende ad ignorare l’offerta di easyJet e preferisce optare per i treni: le varie comodità garantite dalla stazione Termini superano di almeno un ordine di grandezza la realtà periferica e quasi rurale dello scalo di Fiumicino.

Quindi, non è Alitalia a battere easyJet, ma è il treno a battere l’aereo. Quest’ultimo assorbe solo una parte del traffico “puro” tra varie città d’Italia e Roma, il grosso dei passeggeri rientra nella categoria dei transiti e quindi a Roma è solo di passaggio. Forse è questo il motivo per il quale per due interi anni la Lamezia-Roma si è ritrovata col monopolio di Alitalia: evidentemente, per easyJet prima e per Blu-express poi, il traffico aereo p2p tra le due città non era tale da mantenere i voli.

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La Vueling segue un modello di mercato ibrido e a Roma Fiumicino sarà l’unica low cost basata a garantire coincidenze. Sarà proprio la Vueling la vera spina nel fianco per Alitalia, easyJet e Ryanair? Foto di Giorgio Varisco.

Qualcosa è cambiato, e lo scalo di Sant’Eufemia è già in fermento: dal 19 dicembre sono attivi i collegamenti Ryanair per Fiumicino, frutto di un cambio di strategia della compagnia irlandese che progressivamente abbandonerà Ciampino, e il 25 giugno prossimo arriverà la Vueling proprio sulla stessa rotta. Il punto di forza di Vueling in questa faida è la possibilità di garantire alcune coincidenze a Roma per alcune destinazioni, ma questo vantaggio è sufficiente per sbaragliare la Ryanair, che riceve finanziamenti di dubbia legittimità ed è stata indagata in vari paesi d’Europa per il suo approccio nei confronti dei clienti, della sicurezza e delle assunzioni dei dipendenti? Staremo a vedere.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

Aggiornamento del 19/01/2014:
A quanto pare, i treni sono riusciti a mietere un’altra vittima. Questa volta è il turno di Ryanair e dei suoi voli tra Roma-Ciampino e Bergamo: a causa della concorrenza spietata dell’alta velocità, Ryanair sarebbe intenzionata a cancellare le frequenze. Anzi, sembra proprio che a partire da aprile, non sarà più possibile prendere un volo low cost dal candidato al podio degli aeroporti italiani, Orio al Serio, e la Capitale.

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Quale democrazia sul web?

All’apparenza perfetto e in miglioramento, in pratica un posto selvaggio e senza regole: è internet

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Utopia?

Il tema della democrazia sulla rete, frontiera del futuro, è arrivato addirittura ad interessare la politica italiana. E’ un tema a molti caro, soprattutto agli ottimisti del “Web 2.0” che vedono nella rete un modello esemplare da applicare alla nostra società.

In teoria, ma solo in teoria, la democrazia sul web dovrebbe essere “di casa”: indipendentemente dalle condizioni sociali, dal reddito e dalla collocazione geografica, internet permette a tutti di abbattere le barriere, favorendo la condivisione di opinioni, di idee e la nascita di una “mente comune” così come descritta dal celebre Kevin Kelly, autore del libro “Quello che vuole la tecnologia”. In effetti, quello del Web 2.0 è un tema molto interessante, già trattato proprio tra le pagine de il Lametino il 26 febbraio 2011 con l’articolo “Le vere potenzialità della rete”, ora disponibile sul blog The Lightblue Ribbon. La rete ha rivoluzionato il nostro stile di vita: molti aspetti del nostro vivere quotidiano sono stati migliorati, altri invece ne hanno risentito negativamente, soprattutto nell’ambito sociale. Tralasciando le solite digressioni sui pro e sui contro di internet, che sono ormai diventate dei cliché, qui l’attenzione si concentra sul tema della democrazia su internet, così agognata e così difficile da ottenere… ma perché? Perché c’è qualcosa che non va, c’è qualcosa nella struttura del web e/o nell’uso che se ne fa, che impedisce alla rete di diventare il vero baluardo della democrazia “new age”: quello che a prima vista sembra un mondo democratico aperto a tutti, in realtà nasconde un’infinità di insidie che lo rendono per certi versi peggiore di una società caratterizzata a tratti da un regime dittatoriale, a tratti dall’anarchia.

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Regime dittatoriale, anarchia, definizioni esagerate ma che non sono poi così lontane dalla realtà. Il succo della questione sta nel fatto che, quando si dice o si fa qualcosa su internet, generalmente lo si fa “a casa di altri” e si è quindi soggetti a regole che di democratico hanno ben poco; in altri casi, come sulle nostre bacheche di Facebook, siamo “a casa nostra” e non ci pensiamo due volte prima di far sparire ciò che non ci piace. Alzi la mano chi non ha mai cancellato un post “scomodo” dalla propria bacheca, chi non ha mai richiesto la cancellazione e/o la rimozione del tag di una foto non gradita, chi non ha mai applicato alla critiche altrui una politica di censura a tutto spiano: siamo noi stessi il motivo per il quale la democrazia sul web è una chimera. Il problema non interessa solo il lato social del web, ossia quello con nomi e cognomi ben visibili che implicano rischi maggiori di esposizione per gli utenti, ma va ad influenzare con conseguenze anche peggiori il lato più anonimo della rete, quello dei forum e dei siti internet, dove nomi e cognomi si trasformano in nickname spesso impronunciabili e dove, teoricamente, la democrazia dovrebbe funzionare meglio grazie alla spinta garantita dell’anonimato: su un forum non è Mario Rossi ad essere criticato e offeso ma un anonimo “marco1970”, e ciò dovrebbe spingere l’utenza a favorire la democrazia e lo scambio di opinioni. E invece no, i forum sono più selvaggi dei social network, le regole da seguire spesso sono assurde e presentano sempre margini di discrezionalità che permettono a chi ha il potere di far letteralmente sparire chi non è d’accordo, alla faccia della democrazia.

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Su internet sono tutti leoni, ma nella vita reale…

Sui forum, anche quelli regolamentati, non ci sono regole democratiche, tutto è nelle mani di pochi “eletti” che possono fare quello che vogliono e, citando le testuali parole di un amministratore di un forum di nicchia nel settore dei videogiochi, c’è chi dice senza problemi di far parte di team di gestione dei siti che lavorano come una “dittatura benevolenta” che non accetterà mai la democrazia come modalità di gestione… una frase che in un qualsiasi altro contesto – soprattutto politico – farebbe scattare fior di giuste polemiche. Alcuni moderatori non si fanno tanti scrupoli nel dire che possono cacciare via gli utenti “indesiderati” senza una spiegazione, perché “non tenuti” a farlo: un click e via, il profilo personale dello sfortunato di turno è bannato, i post cancellati, e il concetto stesso di democrazia va a farsi benedire. C’è la possibilità di replicare, di fare reclamo? Assolutamente no, dato che i siti appartengono a chi li gestisce e non esiste un organo di vigilanza supremo che modera i moderatori del web e punisce chi fa un uso esagerato dei propri poteri. Solo nei casi più estremi si può ricorrere alla legge, ma si tratta di casi veramente isolati  che comunque non scoraggiano i “dittatori del web” che, ogni giorno, fanno qualcosa di “sbagliato” senza essere puniti. Ho chiaro nella mente l’esempio dell’amministratore di un sito/forum, un amante della libertà con le parole, il primo a criticare i politici inadempienti… e poi? Ha rimosso dallo staff del proprio sito una persona non perché non fosse capace di ricoprire il ruolo assegnatogli, ma per piccole divergenze di idee, il tutto ovviamente ignorando le critiche degli altri membri dello staff. Di esempi del genere ce ne sono a bizzeffe: per questo e per altri motivi, internet è un posto selvaggio mascherato da luogo di civiltà, dove si ha solo l’illusione di interagire in un contesto democratico. Sembra strano per un idealista del Web 2.0, ma oggigiorno la vera libertà di parola e di opinione si può apprezzare solo su alcuni giornali e facendo una cosa che va sempre meno di moda: uscire di casa e discutere con le persone senza avere computer o smartphone a fare da tramite.

Francesco D’Amico

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Rende, ripartiamo dall’università

Questo articolo è uscito sul Quotidiano della Calabria lo scorso 23 ottobre 2013.

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La recente richiesta di stato di predissesto finanziario avanzata dal Comune di Rende ha causato lo sdegno di molti, soprattutto di quanti già in passato erano stati acuti osservatori del lento e progressivo abbassamento della qualità della vita nel territorio comunale. Il motivo dello sdegno va ricercato nei 13 milioni di debito accumulato, poca cosa – tutto sommato – per un territorio ricco e sviluppato come quello rendese, ma evidentemente troppi per gli amministratori in carica, tanto da convincerli a gettare la spugna prima ancora di tentare di abbozzare una qualunque strategia di rientro del debito. E mentre la cittadinanza è alla deriva di sé stessa in attesa delle prossime elezioni comunali, l’intera vicenda ha perlomeno il vantaggio di chiamare a raccolta le persone di buona volontà, perché ognuno possa contribuire alla res publica con il proprio bagaglio di competenze, esperienze e proposte utili a superare l’attuale situazione di stallo. Il momento che si sta vivendo è delicato ma non critico. Il debito è gestibile e può essere facilmente ripianato. Con mosse tempestive e con la dovuta cautela si potrà evitare che un piccolo problema locale si trasformi in un grande danno per l’immagine dell’area urbana.

Ma da dove cominciare? Per dirla con Ernest Hemingway ne “Il vecchio e il mare”, ora non è il momento di pensare a ciò che non si ha, occorre invece pensare a ciò che si può fare con quello che si ha. Ma cosa è ciò che abbiamo? Certamente si ha un gran numero di proprietà a garanzia dei mutui contratti in passato, ma la prospettiva di venderle (soprattutto nell’attuale fase sfavorevole di mercato) equivale a privare la cittadinanza del capitale faticosamente accumulato in decenni di prudente amministrazione. Quindi, una proposta oggettivamente non accoglibile, ancor più perché i cittadini non sono stati interpellati sulla possibile destinazione di beni comuni. Cos’altro rimane? Un aiuto considerevole potrebbe venire dall’Università della Calabria. La mia personale esperienza universitaria mi ha messo in contatto in questi anni con un gran numero di persone incredibili – molte delle quali calabresi di nascita, altre di adozione – che hanno saputo affermarsi nei rispettivi campi di insegnamento per la qualità dei loro contributi e per le ricadute che le loro ricerche hanno sulla vita degli altri. L’originalità dei loro studi consiste nell’aver saputo individuare delle leve di intervento strategiche a partire da aspetti apparentemente marginali o trascurabili del reale che ci circonda. Mi permetto di ricordare in questa sede alcuni colleghi con i quali ho avuto modo di relazionarmi a vario titolo nell’ambito delle mie ricerche sui temi della sostenibilità economico-ambientale. Per esempio, Sebastiano Candamano, pioniere nelle ricerche su materiali da costruzione innovativi, quali malte e composti geopolimerici contenenti – ad esempio – residui di combustione di biomassa o fibre di basalto, una roccia effusiva di origine vulcanica. Se si considera che tali materiali sono ottenuti da fonti riciclabili o da scarti di produzione industriale, si intuisce la dimensione dell’impatto economico, sociale ed ambientale che questi studi produrrebbero sul nostro territorio, sia in termini di riduzione dei consumi di materie prime che di risorse naturali, come acqua ed energia. Ricordo anche Filomena Conforti, che sta conducendo ricerche molto innovative sulle proprietà fitochimiche delle piante officinali calabresi, nella prospettiva di un loro utilizzo industriale e di valorizzazione farmaceutica. Piante come il fico d’india o l’aloe, tipiche della vegetazione mediterranea, ma per lungo tempo considerate dalle nostre parti “prive di valore”, stanno rivelando proprietà salutistiche di assoluto rilievo, tali da accendere l’interesse di grandi industrie nazionali ed estere. Oppure Alfredo Aloise, con il quale sto conducendo esperimenti avveniristici volti a dimostrare la possibilità di produrre bio-diesel dagli scarti di lavorazione del caffè, con un rendimento testato – al momento – più che doppio rispetto ad analoghi esperimenti condotti negli USA. Se si considera che gran parte di questi scarti di lavorazione è trattato alla stregua di rifiuti speciali, si comprende come la loro valorizzazione contribuisca a disinnescare la bomba ad orologeria rappresentato dalle discariche, e a far risparmiare un considerevole ammontare di denaro tanto all’industria della torrefazione quanto ai contribuenti. Questi pochi esempi vogliono dimostrare che la nostra Università può contribuire a pieno titolo al dibattito pubblico, aiutando a creare posti di lavoro in settori innovativi in grado di disinquinare i nostri territori, invece dell’alternativa – purtroppo tristemente nota – di tenere in vita preziosi posti di lavoro in settori che tuttavia inquinano l’ambiente.

E’ il momento di scegliere da che parte stare, ma soprattutto di decidere che vita vogliamo vivere. Ho volutamente citato giovani colleghi, poiché si sappia che dietro di loro ci sono maestri che hanno saputo trasmettere passione per la ricerca e rigore scientifico. E’ di figure così che le nostra società ha bisogno, persone che rappresentano degli esempi di eccellenza da cui trarre ispirazione. Se solo si consentisse maggiormente all’Università, o ad altri accreditati istituti di ricerca, come anche a fondazioni ed associazioni non-governative serie, di affiancare le amministrazioni comunali nella risoluzione dei problemi del settore pubblico, assisteremmo ad un’ondata eccezionale di innovazione, a significativi aumenti di produttività e ad un sostanziale risparmio di risorse tramite cui ripagare i debiti contratti. Produrremmo cioè molte più cose in minor tempo, con minore fatica e a fronte di un impiego irrisorio di dotazioni di capitale. Le nostre stesse vite risulterebbero cambiate, in meglio, perché aggiungeremmo maggiore sostenibilità al nostro modo di vivere e qualità al nostro tempo speso su questo territorio. Accantoneremmo i progetti faraonici, il cui unico scopo è quello di celebrare la vanagloria di pochi, e concentreremmo le nostre migliori energie sulla realizzazione di progetti solidi e concreti, capaci di generare vero sviluppo e, soprattutto, occupazione stabile.

L’innovazione è a portata di mano, basta volerla. Per esempio, un’esperienza simile (denominata Entrepreneur-in-Residence) è già stata realizzata con apprezzabili risultati nella città di San Francisco, dove il sindaco ha deciso di coinvolgere gli imprenditori locali nella risoluzione dei problemi della municipalità, chiedendo loro di fornire informazioni sulle loro innovazioni di maggior successo e su come queste possano contribuire a risolvere i problemi di interesse comune.

Rende non ha nulla da invidiare a San Francisco. Terreni fertili, una natura rigogliosa ed un’università di respiro internazionale sono ciò che abbiamo e su cui poter contare per uscire dal guado. Se queste risorse lavoreranno all’unisono, non deluderanno le aspettative.

Matteo Olivieri

Pubblicato in (Contributori Esterni) Matteo Olivieri, Articoli pubblicati su testata cartacea, Società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

Cosa significa veramente volare low cost?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino lo scorso 26 ottobre 2013.

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Le verità, comode e non, sulle compagnie aeree più gettonate in questo periodo.

Low cost, “basso costo”. Chi non ha mai sentito o letto questa definizione in lingua inglese, entrata a tutti gli effetti nella vita di tutti i giorni? Autonoleggi low cost, vacanze low cost, telefoni low cost, hotel low cost… ma il più delle volte, il termine è associato alle compagnie aeree low cost, una categoria a parte di aerolinee che ormai conosciamo tutti: Ryanair ed easyJet in primis, dato che hanno conquistato, letteralmente, il mercato domestico italiano e una buona fetta del mercato europeo. C’è chi le evita, c’è chi le ama, c’è chi vive i viaggi con queste compagnie come delle tragedie, c’è chi, una volta provate, promette di non abbandonarle più e si chiede come facciano le altre persone a scegliere le compagnie full service o “tradizionali” per i loro viaggi. Ma cosa significa veramente scegliere una compagnia a basso costo? E’ solo una questione di prezzi, o c’è dell’altro? Secondo la visione più banale e purtroppo, anche la più comune, le compagnie low cost sono quelle più economiche e basta. Secondo una visione un po’ meno banale e altrettanto comune, sono quelle degli snack a pagamento a bordo degli aerei, che sarebbero l’unica differenza con le compagnie tradizionali (come se gli snack fossero d’oro). Secondo la visione speranzosa, sono le compagnie che hanno salvato l’Italia dai prezzi assurdi delle compagnie tradizionali. Secondo la visione più pessimista e quasi complottara, sono le compagnie che hanno scarsa considerazione del cliente e provano a fregarlo quando possono. I luoghi comuni, ovviamente, non bastano. La definizione “da dizionario” di compagnia a basso costo è più o meno questa: “una compagnia low cost mette a pagamento alcuni servizi normalmente garantiti dalle compagnie tradizionali, come la scelta del posto e una franchigia bagaglio minima, permettendo la vendita di biglietti ad un prezzo ridotto. La filosofia è: pagare di meno per avere di meno e viaggiare comunque da un punto A ad un punto B.” Detto questo, è il caso di sfatare i luoghi comuni, positivi e non, sulle compagnie a basso costo, il tutto provando a rendere l’approccio professionale di questo articolo abbordabile ai lettori poco pratici con i codici aeronautici.

Iniziamo smentendo i titoli sensazionalistici di alcune grosse testate nostrane per affermare una cosa: le compagnie low cost non sono meno sicure delle loro rivali tradizionali. Il trasporto aereo ha standard di sicurezza rigidissimi, monitorati continuamente da organi indipendenti, che non permettono sbavature o scappatoie che possano compromettere la sicurezza (ci sono alcune sporadiche indagini in questo senso ma è poco corretto giudicare senza la sentenza di una corte come dato di riferimento). Bene, il primo punto è risolto. Ora però è necessario puntualizzare che non sempre i biglietti di una low cost costano di meno: basta fare qualche prova o cercare su internet gli articoli Quando la low cost è Alitalia e “Come volare – e male – con Ryanair spendendo di più di Alitalia” per capire che non sempre low cost è sinonimo, appunto, di basso costo. La bilancia pende ulteriormente a favore delle compagnie tradizionali quando si considerano penali e altri servizi extra: l’abito non fa il monaco neanche nel mercato complesso del trasporto aereo. Ecco un interessantissimo schema rilasciato da British Airways un po’ di tempo fa, con in evidenza solo alcune delle sostanziali differenze tra compagnie tradizionali e low cost.

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Attenzione: non sempre con le low cost pagate di meno.

D’altronde, una compagnia low cost ha lo stesso goal di una compagnia tradizionale: guadagnare, anche in periodi di crisi, come questo. Si risparmia dove si può, iniziando dall’handling aeroportuale: la low cost non ha il proprio personale in aeroporto e garantisce i servizi di base di check-in, imbarchi, scarico e carico bagagli pagando le cosiddette “società di handling”, società aeroportuali che curano l’aspetto operativo che caratterizza il funzionamento degli aeroporti. Non stupitevi, quindi, se in aeroporto non trovate personale della compagnia low cost da voi scelta, ma solo del personale supplementare di una società terza. Per risparmiare, si richiedono tariffe aeroportuali basse andando a limitare, per esempio, il numero di banchi check-in dedicati ad un volo: per una compagnia tradizionale possono arrivare a tre o quattro (voli di medio raggio), per una low cost può essercene anche uno soltanto, due in casi particolari. Com’è possibile? Le compagnie low cost incoraggiano, o certe volte addirittura impongono (la già citata Ryanair punisce chi non si presenta con la carta d’imbarco già pronta con una penale che può arrivare alla bellezza di 85 euro), il check-in online e la stampa a casa della carta d’imbarco, riducendo di fatto il flusso dei passeggeri nell’area check-in per incanalarlo direttamente alle uscite di imbarco: al check-in dovrebbe andarci solo chi ha un bagaglio da mandare in stiva. Viene quindi meno tutta quella professionalità e quella cultura atavica del check-in, inteso come luogo dove i passeggeri possono manifestare le proprie preferenze sperando che gli addetti qualificati possano risolvere i problemi con gentilezza e rapidità: voi e il vostro compagno avete posti separati e/volete cambiarli? Avete bisogno di qualche informazione relativa alla vostra coincidenza? Volete qualche dettaglio extra sul volo? Una compagnia tradizionale mantiene questo contatto “umano” col passeggero, la low cost invece vi chiede gentilmente di fare tutto autonomamente su internet e di arrangiarvi.

Minimizzare il presidio in aeroporto, ovviamente, aiuta a limare i costi ma non basta: mantenere un aereo di linea e farlo volare costa un patrimonio indipendentemente dalle politiche di gestione aeroportuale della compagnia. La low cost arriva a coprire i costi e a guadagnarci puntando sui numeri, sulle penali, sui servizi extra e tagliando dove può; la full service invece punta ad un load factor (o coefficiente di riempimento, percentuale dei posti venduti) minimo del 50 per cento per coprire i costi operativi, rendendo tutti i load factor al di sopra di questa percentuale una fonte di guadagno. Se la rotta ha una media annuale minima del 75 per cento, funziona e si può mantenere. Una compagnia tradizionale può permettersi di non avere voli pieni, almeno non durante la stagione invernale, mentre una low cost deve necessariamente riempire i propri aerei per andare in attivo, tanto in inverno quanto in estate. Ovviamente il load factor dipende dalla configurazione interna, che può variare a seconda della compagnia: giusto per fare un paio di esempi, sia Alitalia che easyJet usano Airbus A319 nelle proprie flotte, ma quelli dell’Alitalia hanno 138 posti (versione A319-100) mentre quelli di easyJet ne hanno ben 156 (versione A319-111). Avere più posti a bordo permette di massimizzare i guadagni, ma ha anche le sue pecche: i posti sono più scomodi e lo spazio nelle cappelliere per i bagagli a mano dei passeggeri diventa insufficiente, tanto da rendere necessario lo sbarco di alcuni bagagli e il loro riposizionamento in stiva. Con easyJet questo problema è all’ordine del… volo e causa non pochi grattacapi a passeggeri e addetti aeroportuali: per approfondire l’argomento basta consultare l’articolo EasyJet e quei dannati bagagli a mano, a cura dell’autore di questo stesso articolo, disponibile sul blog The Lightblue Ribbon.

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Una domanda legittima, anche per il nostro amico Philosoraptor.

Il cuore delle differenze tra compagnie a basso costo e tradizionali sta anche nella pianificazione delle tariffe e nella gestione delle prenotazioni: le low cost mettono a disposizione dei primi clienti tariffe a prezzi stracciati (yield bassi o addirittura negativi) per iniziare a riempire i propri voli e garantire la fama di compagnia a basso costo. Man mano che le prenotazioni crescono in numero, le tariffe aumentano e raggiungono picchi che solo gli “ultimi arrivati” possono notare (yield positivi). Cosa sono questi yield? Nell’aviazione commerciale, yield è il parametro che indica il guadagno netto di un biglietto aereo: se portare un passeggero da A a B costa 80€, un biglietto di sola andata venduto a 90€ ha un valore yield di 10€, quindi comporta un guadagno di 10€, mentre un biglietto in promozione a 50€ ha addirittura un parametro yield in perdita a -30€. Le compagnie devono gestire queste oscillazioni di yield in modo da andare in attivo, trovando il giusto compromesso tra le promozioni volte ad attirare la clientela “cost sensitive”, sensibile ai prezzi, e quella disposta a pagare praticamente qualsiasi cifra per volare. Il risultato deve avere il segno + e ciò spiega come le tariffe più alte delle compagnie a basso costo possano raggiungere prezzi decisamente elevati: quante persone sanno che un viaggio con una low cost può costare più di 250 euro a tratta, che possono arrivare a 300 includendo i servizi extra? Pochi, decisamente pochi, perché quasi tutti i passeggeri riescono ad assicurarsi un posto a bordo con cifre di gran lunga inferiori. L’oscillazione tra le tariffe estreme di una low cost, ossia la differenza tra la tariffa più bassa e quella più alta, può superare il 2000 per cento. Per una compagnia tradizionale, considerando ovviamente solo la Classe Economy (i biglietti nelle classi Premium Economy, Business e Prima raggiungono prezzi stratosferici), tale oscillazione invece non tende a superare l’800 per cento. Il tutto, ovviamente, escludendo i servizi aggiuntivi, come il bagaglio da stiva, generalmente già incluso nel prezzo dei biglietti di compagnie tradizionali. Questo spiega alcuni slogan pubblicitari delle low cost in perfetto stile “andata e ritorno a partire da <inserire cifra irrisoria> euro”: c’è chi paga poco e contribuisce al successo – anche e soprattutto mediatico – della compagnia, ma c’è anche chi paga tanto per coprire i costi e mandare i voli in attivo. Quest’impostazione tariffaria e il pagamento a parte dei bagagli hanno plagiato le menti dei low cost travellers: la gente viaggia col solo bagaglio a mano perché è più comodo, o perché le low cost fanno pagare il bagaglio da stiva a parte? E’ difficile dare una risposta esauriente a questa domanda, ma è altrettanto difficile ignorare le prove a supporto della seconda ipotesi. “Stranamente”, i voli low cost sono quelli in cui il rapporto bagagli a mano – bagagli da stiva è più alto: i passeggeri, per arrivare in aeroporto, passare i controlli di sicurezza, andare all’uscita d’imbarco, imbarcarsi, volare e arrivare all’aeroporto di destinazione, impiegano svariate ore anche per un semplice volo nazionale. Con tutto il tempo passato facendo queste cose, com’è possibile che non si riescono a trovare 20 minuti per la riconsegna del bagaglio da stiva a destinazione? C’è qualquadra che non cosa, direbbe scherzosamente qualcuno. Ed ecco che poi, al gate, inizia l’etichettatura in massa dei bagagli a mano…

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Qualcuno pagherà di più, molto di più.

La qualità del servizio, le penali di compagnia e le coincidenze sono tre argomenti caldi della questione “low cost o full service?” lasciati intenzionalmente alla seconda metà di questo articolo non tanto per rispettare lo stile del dulcis in fundo quanto per motivi pratici: non è possibile trattarli senza prima descrivere le differenze di base di cui sopra. La qualità del servizio comprende di tutto e di più e va confrontata col prezzo: a parità di costo, la compagnia tradizionale è nettamente superiore, perché garantisce servizi minimi e ottima flessibilità coi bagagli, l’ideale per i turisti e per chi vuole stare tranquillo. Inoltre, i banchi check-in di una compagnia tradizionale o legacy hanno tempi di chiusura tendenzialmente più generosi rispetto a quelli di una low cost, che per i passeggeri ritardatari (volenti o nolenti) possono fare la differenza, e a bordo non bisogna pagare per un bicchiere d’acqua. I responsabili al marketing delle compagnie low cost, non avendo punti di forza particolari su cui fondare la pubblicità, puntano tutto sulla puntualità e sui prezzi ridotti, indicandoli implicitamente come gli unici due parametri che vanno a determinare la qualità del servizio. I prezzi, abbiamo visto, costituiscono un parametro di giudizio che non va sempre e comunque a favore delle compagnia a basso costo, mentre la puntualità così tanto ostentata deriva da altri fattori che saranno spiegati in seguito. Curiosità: le low cost non esistono nel mercato intercontinentale e possono sperare di incassare solo sul corto e medio raggio. Perché? Perché è impensabile andare a risparmiare sulla scelta del posto, sul servizio a bordo e sui bagagli da stiva per voli di durata compresa tra le 6 e le 18 ore che rendono obbligatorio il trasporto degli effetti personali, vestiti e altre cose: nessuno (o quasi!) va a New York per un giorno e ritorna senza portarsi nulla dietro per risparmiare, non riuscirebbe neanche ad abituarsi al nuovo fuso orario. Proprio per questo motivo, le compagnie tradizionali che hanno puntato sulle flotte intercontinentali continuano a migliorare i propri risultati nonostante la concorrenza delle compagnie a basso costo sul medio raggio; le compagnie legacy che hanno investito sul medio raggio, come l’Alitalia, affrontano una profonda crisi e rischiano di sparire dal mercato.

Diversi sono anche gli equipaggi, o meglio, diversa sembra essere l’età media degli equipaggi. Alternando compagnie tradizionali e a basso costo noterete che le prime hanno personale con anzianità maggiore, mentre le seconde hanno piloti e assistenti di volo con età addirittura inferiore ai 25 anni. Ora, non avendo dati ufficiali sulla totalità degli equipaggi assunti dalle varie compagnie, non è possibile esprimersi con precisione su questo argomento. Varie testimonianze, tuttavia, vanno proprio in questa direzione e lasciano addirittura intendere che le low cost tendono a non assumere il personale con “troppa esperienza”, quello che costa di più, e chiedono agli aspiranti piloti di farsi carico di alcune spese ingentissime, seguendo un modello di mercato definito “Pay to Fly”Ivan Anzellotti, autore di un libro autobiografico e già protagonista di un’intervista uscita qui su The Lightblue Ribbon il 25 marzo 2015, è un pilota con tanta esperienza che ha deciso di esprimersi in esclusiva su TLR proprio su questo argomento: “Dopo tanti anni in giro per il mondo mi piacerebbe tornare a vivere in Europa e quindi lo scorso dicembre ho inviato il mio curriculum a una nota low cost in forte espansione. Purtroppo avendo più di diecimila ore di volo non mi hanno neanche chiamato per il colloquio iniziale. Preferiscono piloti con meno ore di volo e quindi meno esperienza che rientrano in una fascia di retribuzione più bassa. Così risparmiano tanti soldi.” Non sta a noi valutare, in questa sede, le implicazioni sulla sicurezza dei voli che la scelta sistematica di equipaggi poco esperti può comportare, ma è sicuramente poco incoraggiante notare che vari piloti e assistenti di volo con esperienza, magari disoccupati e con famiglie da mantenere, lasciano il posto a giovani alle prime armi non perché meno efficienti ma perché più costosi.

La differenza in termini di operazioni di volo merita un po’ di attenzione, perché serve a marcare la differenza tra i due tipi. Quando si tratta di ground ops, operazioni di terra, la differenza più importante tra compagnie tradizionali e a basso costo sta nel turn around, ossia il tempo che passa tra un volo e l’altro. Avendo semplificato le procedure, le compagnie low cost possono permettersi turn around ridotti, che nel caso di Ryanair raggiungono il minimo da record di 25 minuti. In 25-35 minuti, un aereo che arriva da un aeroporto deve essere sbarcato, rifornito, nuovamente imbarcato e preparato per la partenza del volo successivo; i tempi si dilatano nel caso delle compagnie tradizionali, dove anche a parità di aeromobile il tempo di turn around si dilata fino a 45 minuti. Le conseguenze sono molteplici e proveremo ad affrontarle senza overdose di termini tecnici. Con i turn around ridotti e tarati al millisecondo, è difficile recuperare un ritardo:  se un aereo low cost gira in 25 minuti e ha un certo ritardo sia all’arrivo che alla partenza, il tempo di transito e il ritardo si possono ridurre di 5 minuti al massimo. Un aereo legacy, in casi particolari, può ridurre il ritardo tra arrivo e partenza anche di 20 minuti, molto utile se si hanno passeggeri in transito che rischiano di perdere la coincidenza. La tempistica frettolosa delle compagnie a basso costo impone anche imbarchi lampo avviati prima ancora che l’aeromobile tocchi terra: questo costringe i passeggeri ad aspettare in piedi anche 10-20 minuti prima che l’aereo sia effettivamente pronto ad accoglierli. Le compagnie tradizionali come Lufthansa, invece, hanno politiche molto più mirate al comfort del passeggero: l’imbarco può iniziare solo quando l’aereo è pronto, perché il turn around lo permette. Questa differenza in termini di procedure si manifesta ancora di più quando gli aeromobili hanno problemi tecnici che interrompono le operazioni: nel caso delle compagnie tradizionali gli imbarchi non iniziano fino a quando il problema non si risolve, mentre nel caso delle low cost il problema si può scoprire ad imbarco già avviato o addirittura concluso, allungando indefinitamente i tempi di attesa dei passeggeri.

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La Ryanair ha turn around rapidissimi: appena 25 minuti tra un volo e l’altro. Foto di Giorgio Varisco.

E ora, si parla di penali, oggetto di tante discussioni e polemiche. Le penali sono un argomento quasi tutto a sfavore delle compagnie aeree a basso costo, tanto da minarne la reputazione: il patron di Ryanair, Michael O’Leary ha finalmente deciso, dopo anni di offese ai passeggeri e politiche sulle penali troppo aggressive, di fare marcia indietro soprattutto sui cosiddetti gate bag (bagagli a mano fuori misura che si mandano in stiva, al momento dell’imbarco, sotto pagamento di una penale che può superare i 70 euro), non previsti dal regolamento delle compagnie tradizionali più importanti. E’ cambiato poco, ma il segnale lanciato da O’Leary è forte: delle penali esagerate delle low cost la gente non ne può più, e per ulteriori dettagli si rimanda all’articolo Lacrime di CoccO’Leary disponibile sul blog The Lightblue Ribbon. Ryanair a parte, per la compagnia low cost media farvi pagare i kg in più costituisce un aspetto non marginale della gestione di un volo, ma i passeggeri non lo sanno (o fanno finta di non saperlo…) e quando si trovano di fronte a situazioni del genere cadono dalle nuvole aspettandosi “favori” e reagendo con stupore ad una cosa che dovrebbe essere così scontata. Alcuni urlano, forse perché convinti che quel biglietto a basso costo fosse l’affare della loro vita, un sogno che non può e non deve diventare un incubo; tra discussioni e proteste, gli aeroporti che un tempo erano luoghi d’elite, sono diventati quasi come i classici saloon da film Western. “Quello che non paghi di biglietto lo paghi di altre cose” è una massima filosofica che ho notato sia in Italia che negli Stati Uniti, il paese dov’è nata la prima low cost del mondo, Southwest Airlines, “Musa Ispiratrice” dell’europea Ryanair. Anche le compagnie legacy hanno penali, ma sono morbide anche e soprattutto in relazione al prezzo complessivo del biglietto, e si stanno via via standardizzando: la compagnia tradizionale media, per i voli di medio raggio, garantisce un bagaglio da 23kg ad ogni passeggero e in caso di superamento del peso (mai oltre i 32kg a collo, limite imposto dalle regole internazionali sulla sicurezza) la penale si aggira intorno ai 50 euro. Tanto per fare un paragone, chi si presenta al check-in Ryanair con un bagaglio da 32kg non precedentemente dichiarato, pagherà almeno 350 euro di penale. In buona sostanza, quando si tratta di penali, la differenza sta nel fatto che le compagnie tradizionali le fanno pagare quando, effettivamente, si sfora e non poco, mentre la compagnia a basso costo fa impostare agli addetti la “modalità segugio” per poter individuare prontamente gli errori del passeggero e costringerlo a pagare. La differenza, pertanto, si riassume con l’approccio nei confronti del passeggero: per la compagnia legacy siete un cliente che ha già pagato, per la low cost invece siete un potenziale infrangente di regole che oltre al biglietto può pagare qualcos’altro.

Come se ciò non bastasse, e questa è una cosa che sono veramente in pochi a sapere, non tutti possono mettere piede sull’aeromobile di una compagnia low cost perché soggetti a restrizioni. Che caspita dici? – direbbe qualcuno – Costa di meno! Esatto, o meglio non sempre (vd. sopra), ma il basso costo ha il suo prezzo e no, questa non è una frase dettata dalla follia. Le compagnie aeree low cost non accettano tutte le categorie di passeggeri e applicano, per certi versi, una politica discriminatoria. Quando easyJet ha spezzato il monopolio di Alitalia sulla tratta Roma Fiumicino – Milano Linate, il suo slogan è stato un superficiale “Linate – Fiumicino. Per tutti”, come se il prezzo dei biglietti fosse l’unico fattore discriminante tra le due compagnie, l’unico motivo per il quale la gente non prendeva l’aereo tra Roma e Milano. In realtà, tra le due, quella che discrimina di più i passeggeri è proprio easyJet, che come quasi tutte le low cost non vuole barellati, animali domestici, “troppi” disabili, minori non accompagnati, posta, carichi speciali come attrezzature mediche e, pensate un po’, bare di defunti caricate in stiva. Perché le compagnie a basso costo fanno così? Per evitare grosse responsabilità penali, per non influenzare la puntualità, per non perdere tempo, per semplificare le procedure e chiedere basse tariffe agli aeroporti dove operano i propri voli… insomma, per non alterare quel sottile equilibrio frutto della semplificazione e del risparmio. Ecco perché i voli full service devono essere sempre garantiti, anche in un mercato libero: perché nel 2013, e negli anni a venire, non si può riportare il sacrosanto diritto alla mobilità di alcuni disabili e di altre categorie speciali di passeggeri ai livelli di due o tre decenni fa. Sarebbe assurdo. Un aeroporto bilanciato, ma questa è solo un’opinione personale, dovrebbe raggiungere un compromesso tra compagnie tradizionali e a basso costo, per attirare tutte le porzioni di clientela e per offrire servizi a 360°; un aeroporto monopolizzato da una tipologia o dall’altra di compagnia rischia di essere in difetto.

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Insomma, non proprio per tutti…

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…e c’è chi lo fa notare.

Un altro aspetto importantissimo riguarda le coincidenze. La politica di risparmio porta le compagnie a basso costo a puntare sul modello point to point, che significa “punto a punto”. Si prende un volo low cost da A a B, e alla compagnia non interessa se il passeggero ha un altro volo da B a C, anche se operato dalla stessa compagnia. Il passeggero dovrà riprendere il bagaglio, rifare i controlli di sicurezza, dovrà rifare, se necessario, il check-in; se ha già pagato una penale, dovrà pagarla di nuovo. Con questa impostazione, la compagnia a basso costo non è tenuta a tutelare i passeggeri per tutto l’itinerario del viaggio in caso di ritardi, cancellazioni o perdita del bagaglio, cosa che invece le compagnie tradizionali che adottano il modello hub and spoke sono tenute a fare. E’ il passeggero che, scegliendo di prendere una “coincidenza low cost”, definizione che di fatto non dovrebbe esistere, si assume le sue responsabilità per i rischi che ciò implica. La compagnia, intanto, massimizza i guadagni e può chiedere agli aeroporti tariffe minori, dato che  i suoi aerei non portano bagagli e cargo in transito da far trattare dal personale di terra; la compagnia può permettersi anche una on time performance (performance di puntualità) leggermente superiore, perché non farà mai ritardo per attesa dei passeggeri in transito. La stessa compagnia perderà meno bagagli per lo stesso motivo e strumentalizzerà il dato a suo favore: non avendo bagagli in transito, ossia quelli più soggetti a smarrimento, il numero di mishandled bags negli aeroporti dove opera sarà inferiore. Questo non significa essere più bravi a gestire i bagagli, significa semplicemente assumersi meno rischi relativi agli stessi. Attenzione, però: la solfa non è la stessa in tutto il mondo. Negli Stati Uniti, per esempio, tante compagnie low cost come la rinomata jetBlue accettano passeggeri in transito e siglano importanti accordi con colossi come Emirates, generando flussi aggiuntivi tra vari aeroporti di rilevanza internazionale. Parlando di aeroporti, molte compagnie scelgono scali secondari proprio per risparmiare su tasse e tariffe aeroportuali, sul consumo di carburante e sui rischi di ritardo/cancellazione a causa dell’intenso traffico aereo: scegliere una di queste compagnie significa, quindi, andare in aeroporti tendenzialmente più lontani dalle città di riferimento, con collegamenti che spesso lasciano a desiderare. Caso esasperato, chissà perché, è quello di Ryanair, che arriva a considerare aeroporti secondari alcuni scali che non meritano neanche l’appellativo di “aeroporti terziari”, situati anche a più di 100km dalle città di riferimento: a questi scali l’utenza del web ha dato il nome di “Stocazzemburg”. Si paga di meno, poi ai passeggeri tocca coprire distanze astronomiche con treni e/o pullman… proprio un bell’affare.

Che dire, le persone scelgono le compagnie a basso costo senza sapere il grosso delle informazioni riportate su questo articolo, e le compagnie provano quando possibile a tenere nascosti i loro talloni d’Achille perché renderli di pubblico dominio danneggerebbe la loro immagine. Per evitare situazioni spiacevoli, i passeggeri da low cost dovrebbero iniziare a pretendere di meno, e le compagnie low cost dovrebbero inviare e-mail come questa ai loro clienti a pagamento avvenuto:

“Complimenti, lei ha scelto la nostra compagnia a basso costo. Ha pagato di più rispetto ad una compagnia tradizionale, ha pagato di meno, noi non lo sappiamo, è un problema suo. Non sappiamo neanche se il suo volo sarà puntuale, perché i ritardi possono capitare con tutte le compagnie e se arriva un tornado, la differenza tra full service e low cost non conta. Se ha comprato questo biglietto probabilmente è un passeggero normodotato che non viaggia in barella e non porta con sé animali domestici: queste cose non le tolleriamo, troppe responsabilità, troppo tempo perso, troppi soldi perduti. Le Condizioni di Trasporto dicono tutto quello che deve sapere sulle nostre regole: vanno lette PRIMA di partire, non dopo, onde evitare spiacevoli inconvenienti. Sì, se ha un kg in più, un bagaglio da stiva non registrato e/o se il suo bagaglio a mano è troppo grande, il personale aeroportuale (che non lavora per noi ma per società terze e si becca il grosso delle lamentele rivolte a noi, per fortuna) sarà costretto a farle pagare una penale, che per noi è importante perché sa, aiuta a far quadrare i conti. Noi dobbiamo riempire i nostri aerei per guadagnarci, se facciamo ritardo perdiamo denaro… quindi faccia il possibile perché per noi è più un numero che un cliente vero e proprio. Le auguriamo un buon viaggio e speriamo di riaverla presto a bordo dei nostri aerei.”

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Prima di giudicare, bisogna sapere a cosa si va incontro. Se voli low cost, non pretendere la Luna.

La consapevolezza prima di tutto, perché volare low cost non significa pagare di meno e basta: significa seguire un modello di mercato diverso, coi suoi pro e i suoi contro. E in un mercato ideale, low cost e legacy dovrebbero completarsi a vicenda anziché farsi guerra eterna: sarebbe assurdo se un giorno gli scali minori diventassero monopolio delle low cost, impedendo ai passeggeri di prendere coincidenze intercontinentali, o se gli scali maggiori diventassero un monopolio delle compagnie legacy, allontanando la clientela più sensibile ai prezzi.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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