La concezione di lavoro aereo col drone

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 231) l’11 febbraio 2017.

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Non solo riprese aeree: in futuro potremo vedere applicazioni più varie ed economicamente utili

Il mezzo aeromobile a pilotaggio remoto o drone è entrato con prepotenza nella società come “occhio del cielo” tecnologico, ossia come una telecamera volante capace di garantire prospettive uniche. Utilizzato principalmente come strumento per riprese e foto aeree, ha trovato e sta trovando impiego anche in ambiti meno “standard”, come la Termografia. Un drone equipaggiato con una termocamera a infrarossi, strumento tanto efficiente quanto costoso, può osservare campi agricoli per evidenziare lo stato di salute delle piante e del terreno (agricoltura di precisione), monitorare i pannelli fotovoltaici (ricerca di eventuali celle fotovoltaiche difettose), eseguire operazioni di sorveglianza laddove lo spettro della luce visibile non lo permette, monitorare infrastrutture e mezzi di trasporto (l’infrarosso mette in evidenza alcune superfici a rischio di danneggiamento). Nel complesso, un’enorme varietà di applicazioni, che tuttavia rientrano tutte nel contesto e nell’ottica, perdonate il gioco di parole, della “telecamera volante”.

Concetto diverso, invece, è quello di lavoro aereo, inteso come utilizzo di un aeromobile a pilotaggio remoto per il trasporto di oggetti, ricorrendo a capacità di carico ben maggiori rispetto a quelle richieste dal trasporto di una telecamera. Alcuni esempi pratici e ipotetici sono: la spedizione di merce, il trasporto in emergenza di organi, il trasporto di viveri in zone colpite da calamità naturali e rimaste isolate, il supporto logistico nella fase di costruzione e mantenimento di infrastrutture e, chissà, forse il trasporto di passeggeri su brevi tratte. Sono tutti settori, in particolare l’ultimo, dove i droni utilizzati devono avere enormi capacità di carico e parametri di sicurezza superiori a quelli dei normali “droni da ripresa”; ergo si tratta di droni rientranti nella fascia normativa più alta, quella con peso massimo al decollo (MTOW o maximum take-off weight in inglese) superiore a 25kg. Un settore promettente, economicamente molto proficuo, e al momento un po’ trascurato dalle grandi case produttrici di droni, concentrate nella produzione di mezzi aerei per foto e riprese con MTOW prossimo ai 2kg e raramente superiore ai 5kg.

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Il lavoro aereo è dunque il vero trampolino di lancio del settore dei SAPR (Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto) ma, come prevedibile, è limitato sul nascere dalle normative ancora primitive e per molti versi paradossali che già limitano i droni leggeri usati per riprese aeree. In Italia, per esempio, non è possibile usare il drone DJI Agras per motivi di sicurezza, in quanto tale drone, nato e concepito per sorvolare campi agricoli e spargere insetticidi e altre sostanze con un’efficienza decine di volte superiore a quella di altri mezzi che svolgono lo stesso lavoro, va a cozzare con la normativa italiana a causa della sua natura caratteristica e dei danni potenzialmente causati all’ambiente in caso di avaria catastrofica. Ancora una volta, non ci resta che incrociare le dita in attesa di leggi più consone e adeguate ai rischi effettivi, e che tengano conto delle possibilità di sviluppo economico.

Francesco D’Amico*
*Operatore SAPR riconosciuto da ENAC

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“Il destino degli altri”, giallo ad alta quota

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 231) l’11 febbraio 2017.

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Innumerevoli retroscena del mondo dell’aviazione nell’ultimo libro del pilota Ivan Anzellotti

A bordo di un nuovissimo Boeing 787 dell’Enea Airlines, nel compartimento della classe Business, si consuma un omicidio complesso e destinato a sconvolgere lo scenario dell’aviazione civile. Vittima del vile atto, a una sola settimana dal suo compleanno, la giovane Marina Donati, passeggera seduta al posto 2G del volo inaugurale Enea da Atlanta, negli USA, allo scalo romano di Fiumicino; l’arma del delitto è una dose di cianuro inserita in un bicchiere dal quale lei ha bevuto durante il volo intercontinentale. L’episodio, in principio, rimane nascosto e la compagnia aerea dà chiare disposizioni ai propri dipendenti, vincolandoli al fine di evitare fughe di notizie non controllate che potrebbero danneggiare l’immagine della compagnia e compromettere le indagini. Si tratta di misure temporanee, che rimandano solo di poco la rivelazione dell’accaduto ai media di un mondo sempre più connesso, sia dai voli che dall’alta tecnologia.

Non avete mai sentito parlare dell’Enea Airlines? Certo che no, e il motivo è semplice: siamo in un mondo parallelo, per così dire. “Il destino degli altri”, un giallo di Ivan Anzellotti, autore del libro autobiografico “Storia di un pilota: dal funerale di Alitalia alla fuga dal Qatar”, è ambientato in un mondo tale e quale al nostro, con alcune differenze al contorno che riguardano il settore dell’aviazione commerciale: dopo il fallimento totale, nel 2008, della compagnia Italia Airlines, un’esuberante imprenditrice che risponde al nome di Cecilia de Santis crea una nuova compagnia dalle ceneri dell’aerolinea di bandiera italiana ormai defunta, e fonda l’Enea Airlines, secondo una storia che ricalca per filo e per segno quella della vecchia Alitalia – Linee Aeree Italiane, se nel 2008 (coincidenza voluta) le cose fossero andate diversamente. La compagnia cresce, ma non senza ostacoli: il tragico incidente del volo 520, costato la vita a tantissime persone, minaccia l’esistenza stessa di Enea, una fenice rinata dalle ceneri di una compagnia nazionale un tempo ritenuta troppo grande per fallire. Il colpo si rileva durissimo ma non letale, e dopo tre soli anni il network raggiunge una massa critica tale da permettere l’inaugurazione della rotta Atlanta-Roma, una rotta prestigiosa dato che lo scalo “Hartsfield-Jackson” di Atlanta è l’aeroporto più trafficato al mondo. Tuttavia, nel volo di ritorno dalla capitale dello stato della Georgia, con ospite a bordo anche la stessa de Santis, la celebrazione si trasforma in una tragedia dalle conseguenze imprevedibili.

Prima che la notizia diventi di pubblico dominio, Bruno Donati, padre della povera vittima, contatta l’investigatore privato ed ex colonnello dei Ris Cesare Rinaldi che, grazie all’aiuto della sua assistente, Claudia, e di altri personaggi incontrati nel corso della storia, conduce le investigazioni portando a un concatenarsi di eventi e situazioni inaspettate. Rinaldi, un sopravvissuto del volo Enea 520 che nell’incidente ha perso la sua famiglia, si ritrova costretto a riprendere l’aereo e ad andare dove lo portano gli indizi, affrontando una sfida non indifferente con se stesso e coi suoi tragici ricordi, che nel corso delle sue molteplici peripezie riaffioreranno spesso.

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La copertina del libro.

La storia, con diversi colpi di scena e un finale decisamente a sorpresa, si articola portando il lettore in giro per il mondo, con descrizioni di posti esotici che l’autore rende “vicini” a chi legge, e accompagna lo stesso lettore in un percorso parallelo: oltre alla storia, al procedere dell’investigazione e dei suoi sviluppi, il lettore viene a conoscenza di molti retroscena del trasporto aereo moderno, descritti dall’esperto Anzellotti con uno stile confidenziale e decisamente non complesso, quasi del tutto privo di termini tecnici. Ed è così che “Il destino degli altri” permette di scoprire un mondo che agli occhi dei più sembra fantastico e ambito, un mondo in cui assistenti di volo e piloti sembrano fare la bella vita, ma che in realtà è costellato da un profondo stress, atti estremi, politiche di gestione esasperate e pericolose, e una meritocrazia sempre più lontana. Con questo libro giallo, Ivan Anzellotti riesce nel triplice tentativo di raccontare una storia, descrivere luoghi sia familiari che lontani, e portare avanti la sua compagna di denuncia e sensibilizzazione su alcune tematiche importanti relative al trasporto aereo civile.

Francesco D’Amico

 

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La Gestione delle Risorse Umane

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 231) l’11 febbraio 2017.

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Cosa si intende realmente quando si utilizza questa definizione?

Parliamo di azienda, parliamo di Gestione, risorse tecniche ed economiche, parliamo di obiettivi e di fatturato, parliamo di dipendenti, di valutazione del potenziale del personale, di come pianificare le sue attività, di come motivarlo. Per gestione, che cosa intendiamo? Per gestione del personale sono generalmente intese tutte quelle attività, cartacee e informatiche, per la raccolta, gestione e analisi dei dati dei dipendenti presenti all’interno della realtà aziendale, quali paghe e amministrazione del personalecontrollo accessi e rilevamento presenzegestione turninote spese e trasferte dei dipendenti. Per gestione delle risorse umane, invece, sono generalmente intese tutte le attività, cartacee e informatiche, per la gestione della struttura organizzativa del personale, la valutazione, lo sviluppo, la formazione e il controllo delle risorse interne stesse.

La tendenza a una gestione del personale per motivare, sviluppare, fidelizzare, valutare, incentivare le risorse umane, inizia a essere attuata non solo dalle grandi aziende, ma anche dalle piccole e medie imprese (PMI). La gestione delle risorse umane e del personale non può prescindere dall’utilizzo di strumenti specifici in grado di recepire e controllare tutti i modelli di gestione che la Direzione Risorse Umane e la Divisione Sviluppo Risorse Umane progettano ed applicano alla popolazione aziendale. Ogni Area Dirigenziale dovrebbe cercare, dopo un’attenta analisi dei fabbisogni e di quello che si vuole raggiungere, di realizzare un quadro, inizialmente teorico, inquadrando l’oggetto del lavoro all’interno della realtà aziendale. Tutto questo al fine evidenziare le capacità richieste ai lavoratori e ai manager per l’ottenimento dell’efficacia e dell’efficienza nel mutato contesto ambientale, in cui regna la dinamicità e l’elevata tensione competitiva. A tal fine, si enuncia un significato di motivazione che colga tutti gli aspetti possibili, soprattutto quelli che hanno conseguenze sul piano manageriale, esplorando la possibilità di elaborare una teoria sintetica e identificando alcune linee guida nell’ambito del quadro di riferimento teorico che assorbano il maggior numero possibile di punti di forza e di osservazione delle esposte teorie, senza peraltro essere manifestamente inapplicabili a livello pratico.

A conclusione del tentativo di costruire un’armatura efficiente si ritiene opportuno analizzare le più importanti pratiche manageriali per gestire la motivazione, fornendo “alcuni strumenti del mestiere”, derivanti dalla precedente riflessione teorica, di utile impiego per il controllo dei processi di motivazione trasversalmente nei vari aspetti della  gestione aziendale. La giusta motivazione fa proprio sì che il lavoratore produca al meglio, sia contento e soddisfatto del proprio lavoro anche sotto stress. La cosa fondamentale è pianificare al meglio le sue attività. Tutto questo è un sogno? No! Con impegno, costanza, corsi di formazione appropriati, conoscenza dell’ambiente circostante unitamente ad uno spirito di ricerca, curiosità e propositività, si riescono ad ottenere ottimi risultati.

Claudia Siniscalchi

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Il colloquio diventa un “talent”: l’era del video curriculum

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 231) l’11 febbraio 2017.

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Solo un minuto per conquistarsi un posto di lavoro

La fondamentale necessità del sapersi presentare attraverso un video curriculum, provando a gestire in modo efficace la comunicazione. É quanto richiesto ai diversi candidati delle aziende presenti sul mercato, seguendo l’idea che non basti più la semplice fotografia sul curriculum cartaceo o digitale.

Nel nostro paese questo fenomeno è relativamente recente, anche se comincia a prendere piede rapidamente sia per la crisi che stiamo vivendo, che tende a sviluppare un modo creativo nelle persone che vogliono presentarsi e sia perché le aziende hanno la possibilità di evitare delle “candidature di massa” che molto spesso risultano essere inappropriate. Il “minuto” per presentarsi, infatti, delinea un primo fondamentale contatto tra azienda e candidato, con la possibilità di far emergere – per quest’ultimo – competenza e comunicatività.

Inutile dire che in America il fenomeno è già noto da diversi anni e le aziende, sempre più esigenti, ricercano incessantemente dei candidati con questo tipo di presentazione, puntando decisamente sulla generazione youtuber. Si tratta di un fenomeno che arriva da oltre Oceano, dunque, partito ormai ben quattro anni fa per opera di uno studente di Yale. Abbandonando l’idea di scrivere una obsoleta “lettera di presentazione” da affiancare al classico curriculum vitae, Aleksev Vayner, questo il nome dello studente innovativo, decide di creare un videomessaggio mostrando capacità digitali in un curriculum formativo aggiornato.

É facile notare come si siano moltiplicati i presunti speranzosi lavoratori del domani, purtroppo non solo giovani, che vivono la rete come luogo del dialogo e come bacino potenziale di contatti con le imprese. Questo non è un male, tanto che le persone sono capaci sempre più di presentarsi online, soprattutto nell’utilizzo dei social network. Trovare lavoro, infatti, è una specie di guerra con il proprio destino e sembra opportuno darsi da fare. Così, sono ormai diverse le multinazionali che attuano la nuovissima strategia del recruiting unconventional online, alla quale i giovani – nella speranza di trovare un lavoro – decidono di aderire in una totale condizione di leggerezza.

Sembra dunque che il lavoro sia cambiato e di conseguenza anche la ricerca dello stesso. É chiaro a tutti noi, naturalmente, come il mondo del lavoro non sia più rappresentato da uomini tra fatiche e pericoli continui, per intenderci il mondo dei nostri nonni, ma quello che ci chiediamo è se realmente questo strumento sia necessario o rappresenti una possibile frontiera del mondo della “selezione del personale” per le aziende. Basti pensare come qualche anno fa si parlasse di un piccolo video curriculum di soli tre minuti, che successivamente è stato sostituito da una prima idea da dare ai datori si lavoro di sé in soli 120 secondi e che arriva, oggi, a definirsi in una presentazione rapida del “chi sono” e “cosa so fare” in meno di 60 secondi. Secondo gli addetti ai lavori, poi, un candidato dovrebbe anche focalizzarsi sulla sua personalità e sulle proprie passioni, non dimenticando il tempo libero accostato ai famosi “sogni nel cassetto”.

Ha senso tutto ciò? Un lavoro, o meglio la ricerca di un lavoro, può essere rappresentato da un talent? Quello che possiamo dire è che sicuramente il dolore di non riuscire a trovare un’occupazione dignitosa è certamente un male, ma ne esistono tuttavia altri peggiori. Pensiamo espressamente al fatto che la difficoltà non è mai nella parola, bensì nella sostanza, ed è quindi semplice realizzare un perfetto video curriculum per un ragazzo nato nella rete, capace di descrivere il mondo che lo circonda, come un semplice incontro con un amico, con un solo tweet. Sarà un gioco da ragazzi, allora, guardare in camera all’altezza degli occhi, scandire bene le parole, unire comunicazione verbale e non verbale, scegliere un abbigliamento appropriato, valorizzare abilità nascoste, innovare, incuriosire, essere formali ma non troppo. Tutto quello che viene richiesto è, dunque, alla portata dei giovani laureati e laureandi al passo coi tempi. Quello che allora ci chiediamo è, essenzialmente, se dall’altro lato abbiamo sempre dei datori di lavoro o “cacciatori di teste” con le dovute qualità in riguardo ai linguaggi multimediali. Per la virtù, infatti, non esiste pubblico più importante della coscienza. Con un po’ di umiltà, allora, proviamo solamente a farli lavorare questi ragazzi, spesso trentenni, magari educandoli alla fatica e cercando di non farli “lavorare” solo sul web.

Antonio Mirko Dimartino

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Il Self Publishing e gli scrittori “fai da te”

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 231) l’11 febbraio 2017. Per motivi di spazio, la versione pubblicata sul giornale non è integrale.

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I pionieri della nuova editoria sul web

Chi è lo scrittore? Lo scrittore è un uomo comune col bisogno eterno di documentare i suoi pensieri, colui che cataloga su lapis le idee per evitare affollamenti interni d’intelletto. Lo scrittore, oggi, è il solo sognatore di se stesso, l’autore supremo dei propri desideri; sembrerebbe compiere le sue volontà e portare avanti i suoi interessi come un piccolo fanciullino leopardiano. Tutto, con gli occhi innocenti è visto per la prima volta come una sorta di meraviglia che si può toccare con le dita, che si può sognare e avere. Lo scrittore odierno non è altro che il fanciullo di ieri, è stato bambino ed è tornato bambino; la sua meraviglia e il suo stupore sono le nuove tecnologie di massa, è  il “vestito nuovo” che ha indossato l’editoria contemporanea grazie all’avvento del web. Toccando con sua mano l’ostica comprensione del luogo esatto in cui internet alberghi esattamente, nonché allo stesso tempo egli vi si addentri con scioltezza e facilità, senza conoscere gli altri abitanti del luogo in questione,  lo scrittore del futuro, quella stessa persona comune, di una famiglia comune, di un qualsiasi stato del nostro pianeta, sarà a stretta vicinanza con il potere di creare su carta “virtuale” i suoi pensieri. Finalmente, con l’avvento della nuova era tecnologica, con l’espansione di internet, di connessioni e legami, approcci intersecati tra loro solamente da una tastiera o dalla distribuzione di smartphone, il singolo può esprimere se stesso, può originare e pennellare all’infinito la sua condotta, la sua esistenza, i suoi pensieri, sulla tela del cyberspazio. Sarebbe più opportuno dire: sulla “ragnatela” del cyberspazio. Infatti, è cosa curiosa immaginare le connessioni via web di tutto il mondo tramite individui, come delle piccole o grandi ragnatele che si generano attraverso i link visitati via web.

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“Web” o di fatto “rete”, in cui ogni individuo è come un ragnetto kafkiano che pensa, che tutto vede e che vuole esprimere con tutte le sue forze la sua vera identità, il suo vero Io, la sua esistenza al mondo o la sua scrittura, le sue idee, la sua verità come testimonianza ai posteri, ai lettori dell’avanzata generazione elettronica. Stiamo parlando di “Self publishing”, l’arte nuova e autorevole, pacata e priva di manie di protagonismo, ma umile progetto dell’editoria futuristica del sé. Si può ricordare, come alcuni anni fa si espanse in rete il fenomeno del diario online, del blog o weblog, etimologicamente parlando “spazio, angolino in rete”: ognuno costruiva il suo spazio virtuale, il suo intimo diario di scuola su internet, lo modellava, selezionava colori, caratteri, impostazioni e collocazioni di articoli personali, formati di fotografie, etc. Esaltava la propria identità di spirito o di segrete confessioni attraverso la dinamicità del web 2.0, piattaforma che permetteva, con piccole nozioni, di dare vita al Personal Blog Diary. Questa grande voce narrante dell’Io veniva lanciata in rete alla mercé dei lettori virtuali e sconosciuti gli uni agli altri, dal singolo al collettivo, dai nuclei alle cellule, dal particolare al generale. Cos’è l’arte di scrivere, se non creare, annotare fatti, pensieri partoriti dal singolo per essere donati al generale intelletto del popolo di lettori? Lo scrittore è da sempre considerato colui che produce libri con il sostentamento e il supporto pubblicitario di un editore. Una sorta di “manager artistico” cui affidare il proprio operato, in virtù di forme burocratiche, di registrazione agli atti e deposito ufficiale dei volumi presso Biblioteche Nazionali. L’editore, inoltre, investe nella stampa e provvede ad organizzare eventi di presentazione delle probabili opere supportate. Molte volte, le spese da affrontare per “ingaggiare” un editore sono alte da sostenere, poiché  i servizi editoriali, soprattutto se “chiamati alle armi” da un autore in erba o non noto, esigono compensi ingenti per le questioni di cui sopra: solamente se un editore percepisce ricavi attraverso le vendite dei volumi esordienti da lui finanziati, sarà in grado di dare allo scrittore gli introiti a lui spettanti dal risultato numerico delle vendite. Le percentuali standard di editoria comune sono basse: ad esempio, sulla vendita di un volume di 12 euro, l’autore percepirà un guadagno di circa 1.20 euro. I diritti d’autore percepiti da un esordiente vanno dal 8 al 10 per cento sul prezzo di copertina, meno se si tratta di un’edizione tascabile (6-8 per cento). Fanno eccezione le pubblicazioni a pagamento, dove di norma un autore arriva a guadagnare anche il 15-20 per cento sul totale. Ovviamente, gli scrittori “famosi” prendono un po’ di più (12-15 per cento) rispetto ad un autore sconosciuto, e non di rado l’editore offre loro un anticipo sui diritti. Allo stato attuale, l’autore può scegliere un percorso diverso: chiunque abbia l’hobby della scrittura o faccia di quest’arte il punto fermo della sua vita, il semplice poeta della porta accanto, il romanziere di notte e meccanico o panettiere di giorno, potrà vedere realizzato il sogno di una pubblicazione vera e propria con costi quasi pari a zero attraverso l’aiuto pratico dell’editoria digitale fai da te e il supporto indispensabile di internet. Il self publishing è a tutti gli effetti un porto sicuro di stampa virtuale nella figura degli ormai noti e-book (libri disponibili esclusivamente in versione digitale che possono essere letti col supporto di app scaricabili su tablet, smarthphone o con l’acquisto del noto Kindle, un lettore di e-book o libri elettronici, commercializzato da Amazon) e inoltre, nella possibilità di stampa cartacea di uno o più copie di un testo. Viene data l’opportunità allo scrittore di creare autonomamente e mandare in stampa materialmente versioni cartacee del proprio libro, con l’utilizzo di piattaforme e siti appositi per questi tipi di servizi: self publishing, inteso letteralmente come autopubblicazione, significa pubblicare un libro senza ricorrere a un editore ma a un pc, alla propria creatività e all’uso di un sito o piattaforma online. Una delle più famose è Ilmiolibro.it, community che vanta oltre 300 mila iscritti, una sorta di social letterario dove le persone con la passione della scrittura si incontrano e si scambiano letture o recensioni dei propri elaborati a vicenda. Attraverso l’scrizione al sito, l’utente avrà a disposizione un’area dove dar vita alla sezione profilo, con accorata introduzione di una biografia e inserimento di un avatar. Il “letterato” digitale potrà accedere con facilità alle altre varie sezioni di servizi offerte dal sito, la sezione scrivere, dedicata alla vera e propria creazione del testo che consiste nell’inserimento di tutte le info del volume da generare (titolo, sottotitolo, sinossi, et.c), nel caricamento in formato file (il sito supporta vari formati, tra cui dox, doc, pdf) del proprio lavoro, nella scelta grafica di una tra le tante copertine messe a disposizione della piattaforma dedicata al caso oppure una creazione personale della stessa attraverso l’apertura di una maschera virtuale dove si possono inserire a piacimento stili, colori, grafiche, etc. In seguito, si procederà alla stampa del volume o dei volumi a seconda della necessità dell’autore, che può scegliere anche di poter acquistare una sola copia per se stesso ottenendo la perenne conservazione del testo sul sito, clausola indiscutibile del ilmiolibro.it. Stabiliti poi, i parametri personali di vendita, l’autore sceglierà un prezzo di copertina e un prezzo di vendita.

Il prezzo di vendita sarà quello che apparirà nella vetrina del sito dove il testo verrà pubblicizzato e quello di copertina invece apparirà sulla quarta del libro. Il prezzo di vendita potrà essere uguale o più basso del prezzo di copertina, ma non dovrà mai essere superato poiché il sito suggerirà un prezzo minimo di vendita cui attenersi che combacerà con l’introito spettante al servizio di stampa del sito e/o hosting del proprio libro. Una volta inserito sulla piattaforma, il libro è accessibile alla vendita e alla scelta flessibile dell’acquisto di un codice ISBN, per registrare a tutti gli effetti il testo nel circuito nazionale di vendita, provvedendo a spedire una copia alla Biblioteca Nazionale di Firenze e un’altra alla Biblioteca Nazionale della propria regione. I diritti d’autore restano indissolubilmente di proprietà dello scrittore e il  prezzo del libro potrà essere cambiato ogniqualvolta egli lo riterrà necessario, ma per una modifica generale del libro, si dovrà provvedere sempre alla creazione di una nuova edizione del testo. Naturalmente, ogni copia virtuale cartacea può essere trasformata in versione e-book attraverso la procedura fai da te simile a quella cartacea o con l’ausilio a pagamento del sito che provvederà direttamente alla conversione. Ci saranno vari suggerimenti presenti sulla piattaforma a proposito della pubblicità del proprio libro, attraverso la condivisione gratuita sui social o quella a pagamento dei servizi di librerie e testate giornalistiche digitali in collaborazione con ilmiolibro.it, quali: La Feltrinelli, IBS e La Repubblica.

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La redazione del sito non interviene in nessun modo con la correzione delle bozze del testo, non è mai in alcun modo responsabile di probabili refusi nei contenuti, per l’aspetto complessivo del volume che rimane sotto la responsabilità dell’autore. Il sito propone solo suggerimenti e FAQ di stampa e dà l’opportunità di vedere un’anteprima dell’elaborato prima di salvare il lavoro. Non dimentichiamo la sezione virtuale “leggere”, in cui l’autore può leggere alcuni tra gli svariati testi degli altri utenti del sito, commentare e recensirli diventando un vero e proprio talent scout letterario e accumulando punti di lettura per ottenere più visibilità sul sito stesso. Cosa ovvia è che, stessa opportunità verrà data di rimando al proprio testo. Esistono altri siti di creazione e stampa digitale con procedure simili, ma ad esempio, Youcanprint.it, a differenza de ilmiolibro.it, possiede una chat automatica virtuale sempre attiva dove l’utente potrà parlare direttamente con un operatore ed essere supportato passo dopo passo verso la pubblicazione con ulteriore servizio di correzione bozze. Amazon invece, noto e fruibile in vari stati del mondo è semplice e dinamico, in poche mosse manda in stampa il testo personale senza nessun vincolo di acquisto di copie da parte dell’utente per poter conservare e mettere in vendita sulla piattaforma il testo. Inoltre, il prezzo di vendita stabilito è unico e convertito all’instante in base alla valuta di stato dei vari paesi su cui esso opera.

Per scrivere basta un cervello pieno di idee, che siano talentuose o no, non ha importanza. Per dar vita autonomamente a un testo, pubblicarlo e pubblicizzarlo, sembra proprio che oggi basti un pc e una connessione internet. Nasce spontaneo chiedersi, a questo punto, se ce la farà il nuovo eroe, il dottor Frankenstein d’editoria, a non lasciarsi scappare la sua “creatura” e a vincere la “natura ingannevole” di vendita? Noi speriamo di sì.

Matilde Marcuzzo

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UMG: al via il Convegno sugli “Obblighi da contatto sociale e culpa in contrahendo”

 

CATANZARO – Si svolgerà il prossimo 10 febbraio, con inizio alle ore 15.30, presso l’aula Giovanni Paolo II del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, un importante e prestigioso Convegno dal titolo “Obblighi da contratto sociale e culpa in contrahendo”.

L’incontro, organizzato dal Centro di Ricerca “Rapporti privatistici della P.A.”, coordinato dal Prof. Fulvio Gigliotti, Ordinario di Diritto privato, vedrà coinvolti autorevoli relatori e sarà moderato dal Cons. Antonio Scalera, responsabile della formazione SSM. Interverranno, con le loro attese relazioni, il prof. Alessio Zaccaria, Ordinario di Diritto civile dell’Università di Verona, la prof.ssa Maria Luisa Chiarella, professore aggregato di Diritto privato dell’Università Magna Græcia di Catanzaro e il dott. Marco Rossetti, Consigliere delle Corte di Cassazione.

L’evento, che si svolge in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura – Struttura didattica territoriale di Catanzaro, è accreditato dal Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro e prevede crediti per i partecipanti. L’incontro è aperto anche agli studenti dell’Università Magna Græcia, con il relativo riconoscimento di un credito formativo.

Antonio Mirko Dimartino

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Problematiche attuali e margini di miglioramento nel settore musicale

Spunti e riflessioni sulle prospettive del settore artistico e di chi ne fa parte

La possibilità dell’apprendimento musicale nei suoi principi tecnici storici e filosofici ha raggiunto nella nostra epoca un notevole numero di ceti sociali, liberando forme d’espressione variegate alla quale creazione ha contribuito di pari passo il progresso tecnologico (penso, ad esempio, a tutta la musica creata con l’ausilio del computer e dei mezzi elettronici). Eppure, nonostante questa diffusione di cultura, nonostante questa esplosione di creatività, il mestiere del musicista rimane ancora appannaggio di poche persone lasciando la maggior parte degli operatori del settore a sostentarsi principalmente tramite l’insegnamento o, peggio ancora, con lavori non strettamente connessi alla materia.

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In un mondo che dovrebbe tendere ad affidare il lavoro meccanico esclusivamente alle macchine per poter permettere all’umanità di dedicarsi completamente al pensiero intellettuale e artistico, toccando in tal mondo un vertice nell’ evoluzione, il problema della musica come “mestiere” risulta un punto cruciale e va affrontato da diversi punti di vista. Comincerei con l’osservare l’aspetto dell’ istruzione musicale che di fatto rappresenta il mezzo principale di sostentamento (o quanto meno un mezzo alla quale non si può rinunciare) di strumentisti e compositori. Si riscontra sovente la realtà paradossale in cui l’insegnante non svolge attività concertistica o compositiva (o la svolge in quantità e qualità irrisorie) e tuttavia insegna a un numero considerevole di allievi. Similmente, questi ultimi a loro volta insegneranno determinando un sistema in cui viene insegnato ad insegnare eliminando perfino dalle aspirazioni dello studente la prospettiva di una partecipazione attiva alla vita concertistica o creativa.

Avviene così che anche i professori di musica arrivano a diffondere il concetto secondo la quale “con la musica non si campa” intendendo con “musica” aspetti fra i più significativi di essa come, appunto, il suonare e il creare musica. Ora, sebbene le difficoltà nel sostentarsi seguendo queste ultime due vie siano evidenti a tutti, insistere su di esse o addirittura asserire che riuscirci sia impossibile è culturalmente colpevole in quanto indirizza una figura in stadio di crescita (lo studente) a una visione impotente e frustrata di ciò che ha scelto. Risulta inoltre colpevole a fronte del fatto che seppur poche persone vivono dei propri concerti o delle proprie composizioni, la loro esistenza è evidente a tutti e quindi l’aspetto più importante da comprendere è il motivo per cui loro riescono dove tutti gli altri falliscono.

Questa frase potrebbe essere interpretata come un elogio di chi effettivamente fa della musica il proprio mestiere, ma racchiude in sé un altro aspetto fondamentale del problema: perché in un mondo dove si fa fatica ad avere anche poco introito dall’attività musicale esiste un numero relativamente limitato che ne ha fatto un business con entrate importanti? Facilmente a questa domanda viene tirato in causa il merito, le capacità tecniche o le condizioni emotive che l’artista preso in considerazione riesce a creare. Bisogna affrontare questi aspetti separatamente ma alla luce di un principio comune: la musica che rappresenta esclusivamente se stessa. In effetti, uno degli aspetti più evidenti che manca nell’approccio alla musica oggi (e alla musica di oggi) è la ricerca di un oggettività che permetta un fluire sano dell’attività lavorativa nel settore. Partendo dal concetto espresso da Eduard Hanslick secondo la quale la musica non rappresenta altro che se stessa, possiamo facilmente arrivare alla conclusione che essa non può essere giudicata se non dai suoi elementi costitutivi lasciando l’emotività (che è un dato profondamente soggettivo) fuori dai criteri di valutazione. Esattamente il contrario accade in molti ambiti della musica leggera nella quale spesso viene avanzato il principio di legittimità sopracitato della capacità di emozionare l’ascoltatore. Essendo questo effetto decisamente soggettivo, non può essere elevato a condizione di selezione e pertanto non sono legittimi tutti i contesti in cui esso viene applicato. Tengo a precisare che parlo di contesti in cui le selezioni comportino movimenti economici in quanto preferire nel privato una musica o un artista piuttosto che un altro è assolutamente legittimo. Va dunque sradicato dalla cultura, dunque, il mito della valutazione condotta sulla base delle emozioni suscitate da ciò che viene preso in esame per risolvere una parte del problema.

Eduard Hanslick.

Più comune negli ambiti della musica colta è l’argomentazione sulla tecnica, che tende a prevalere sia negli ambiti di legittimazione di una persona benestante che per la propria condizione economica di partenza o per le proprie conoscenze può permettersi di svolgere l’attività artistica senza far ricorso all’insegnamento, sia nel contesto dei concorsi. Soffermandoci per un momento sulla condizione dei concorsi si può considerare che nel più ottimista dei punti di vista essi creino competizione e continuo miglioramento in un numero crescente di persone. Ma quando si tratta della realtà concreta (e principalmente considerando gli aspetti economici) anche questo specchietto per le allodole decade: in una situazione in cui tutti studiano intensamente e dove il livello generale è molto alto prendono il sopravvento le logiche esterne, ad esempio all’esecuzione di un brano. Accade così di scoprire spesso che il vincitore del concorso è stato allievo di uno o più membri della giuria, o ha avuto alcune lezioni, o semplicemente vi sono rapporti di conoscenza, simpatia anche leggera o accordi di altro tipo. Questo non va a screditare una sua reale capacità ma rende l’idea dell’assurdità di un premio in denaro per una o poche persone relativo a una esecuzione che di unico non ha nulla se si ragiona lucidamente.

Sebbene la tendenza dell’uomo ad aggregarsi sia parte integrante del nostro comportamento naturale, dobbiamo impedire che essa condizioni le possibilità del singolo individuo di esprimersi artisticamente e di trarne il proprio sostentamento. Il concetto stesso di concorso, per quanto concerne la musica che è espressione della molteplice diversità di ogni essere umano, ha poco senso. Per citare il compositore Béla Bartòk, “la competizione è per i cavalli, non per gli artisti”. Una volta scardinate tali impalcature che contengono molti dei difetti per la quale la musica è appannaggio di pochi, veniamo a riflettere dunque sul problema in sé: i musicisti che vivono di concerti e di diritti di autore sono ben pochi rispetto a quelli che devono anche insegnare o che sono costretti ad insegnare solamente, o ancora che devono svolgere un lavoro differente. Gli innumerevoli studenti di musica che si approcciano alla materia desiderosi di contribuire al patrimonio artistico dell’umanità si riducono troppo spesso a rappresentare invece un pubblico proficuo per i pochi musicisti attivi. Queste sono evidenze non consolatorie della realtà, che vanno prese in considerazione al fine di migliorare e permettere un vero progresso nel settore musicale.

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Più che prospettare una soluzione o una reazione a tutto ciò, invito i lettori a riflettere sul fatto che le motivazioni non vanno ricercate nel merito o simili argomentazioni concernenti in realtà semplice fumo.  Come detto al principio di questo articolo, la realtà a cui si deve arrivare il più rapidamente possibile, è che l’umanità possa vivere esclusivamente di attività intellettuali e artistiche, e tutto questo può avvenire proprio grazie alla riflessione, e al pensiero intellettuale.

Alessandro Severa

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Libertà di costruire e modificare i droni: risorsa o pericolo?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 230) il 10 dicembre 2016.

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L’alta modificabilità in campo dronistico è il motivo per cui le norme sono così severe?

Negli scorsi mesi abbiamo visto sulle pagine di questa testata come il settore SAPR/droni sia caratterizzato da leggi e tecnologie che viaggiano a due velocità distinte: da una parte, le innovazioni sempre più incisive e volte a rendere ancora più efficienti i prodotti, dall’altra una legislazione che non riesce a stare allo stesso passo e dunque si concentra sulla limitazione della tecnologia, si spera nell’attesa che il mercato si assesti. Nonostante le continue lamentele dei piloti di droni, le norme troppo restrittive applicate dall’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, hanno una filosofia di fondo che è condivisibile. Vista la diffusione di questi strumenti, il loro uso continuo da parte di gente non qualificata e i danni che potenzialmente possono provocare, le norme restrittive sono necessarie ai fini della sicurezza. Magari un giorno, come detto all’inizio di questo articolo, leggi e innovazioni troveranno il loro equilibrio e la presa si allenterà fino alla completa stabilizzazione del mercato. Se e quando quel giorno arriverà, nessuno probabilmente potrà compensare i danni attualmente arrecati dalle stesse leggi al settore dei droni, inteso sia come insieme di aziende produttrici e investitrici che come insieme di singoli individui che hanno deciso di diventare professionisti del settore investendo migliaia di euro con un ritorno economico limitato proprio a causa della legislazione eccessivamente restrittiva. Il danno economico attuale è già consistente, sta alterando gli equilibri del mercato e allo stesso tempo sta inducendo associazioni e organizzazioni del settore a far valere i propri diritti di fronte a chi legifera con ricorsi vari e altre forme di protesta; le cose non sono destinate a cambiare nell’immediato, e mentre la bufera burocratica è in corso, potremmo andare a capire i motivi che si celano dietro le eccessive restrizioni. Uno dei motivi, che per alcuni è addirittura da intendersi come un pregio, potrebbe essere quello che vedremo a breve.

Prima di analizzare l’aspetto tecnico che è il fulcro di quest’analisi, vale sicuramente la pena di aprire una dovuta parentesi. Il web, e in particolare il suo lato più social come Facebook, è ormai dominato da foto e video da drone girati nell’abusivismo più totale: esistono innumerevoli operatori che promuovono materiale grafico di dubbia natura, e non serve un occhio da “super esperto” per rendersene conto. Si ignorano i limiti di quota, la distanza minima tra drone e persone, le contromisure da adottare ai fini della sicurezza, le indicazioni sulla manutenzione periodica, le regole dell’aria che valgono tanto per i droni quanto per qualsiasi aeromobile, eccetera eccetera. Questo abusivismo selvaggio, nonostante la presenza delle norme, prospera grazie all’ignoranza  della popolazione e alla scarsa capacità da parte delle forze dell’ordine di applicare le norme vigenti. Attualmente, quello che si può fare è sperare che qualche abusivo non arrechi danni tali da penalizzare l’intero settore e chi vi opera con serietà: se tutto “andrà liscio”, forse le norme diventeranno meno restrittive, ma allo stesso tempo si applicheranno non più a macchia di leopardo ma con la dovuta eterogeneità. Dopo questo dovuto monito, è ora possibile passare al lato più tecnico delle limitazioni al settore SAPR.

Attualmente, in questo settore, c’è poca differenza tra i prodotti ampiamente testati dalle grandi multinazionali, sottoposti a innumerevoli prove, e il frutto del lavoro di piccole aziende o singoli individui: quando si registra un drone alle autorità, si ha un ampio margine di modificabilità e personalizzazione, e nessuno vieta ai singoli di costruire droni ex novo, con tutti i vantaggi e gli svantaggi che questo comporta. Non molto diversi dai velivoli a pilotaggio remoto costruiti in questo modo sono i velivoli delle grandi case produttrici modificati ad hoc per gli usi più disparati, spesso andando oltre i limiti progettuali di base; nessuno vieta la possibilità di sostituire i motori o alcuni impianti interni, o addirittura di aggiungere strumentazione aggiuntiva che va poi a incidere sul peso, sul bilanciamento, eccetera. Anche un drone “puro di fabbrica”, per raggiungere la massima certificazione, la cosiddetta autorizzazione per area critica, ha bisogno del paracadute e del terminatore di volo (un dispositivo ad una frequenza diversa dal controller che spegne il drone in volo in caso di emergenza), entrambi dispositivi non impiantati dalle case produttrici ma prodotti dai singoli operatori o, per loro, da piccole e medie imprese pioneristiche del settore che spesso speculano economicamente su queste modifiche. E’ qui che emerge il reale quadro della situazione: le norme di fatto impongono che, in uno o più stadi di sviluppo e/o uso, i droni siano modificati secondo un modus operandi diverso da quello applicato da una multinazionale costruttrice, con parametri di sicurezza e testing ben diversi, e senza un unico vero standard universale.

Che gli standard di sicurezza e di affidabilità a monte siano diversi, è praticamente ovvio: la multinazionale conduce una certa tipologia di test forte di una disponibilità economica non indifferente, e produce un numero di droni tale da rendere evidenti, su larga scala, difetti di produzione che hanno scarse probabilità di emergere nel singolo esemplare. I droni “fai da te” e quelli modificati, definizione che forse rende poca giustizia alle piccole e medie imprese, certificate, che si sono avventurate in questo settore come costruttrici, ma che forse calza a pennello col messaggio trasmesso da questo articolo, sono soggetti a molti meno controlli e hanno una diffusione tale da rendere un difetto di fabbricazione catastrofico statisticamente meno propenso a manifestarsi su larga scala. Questo forse significa che il settore del mercato dronistico che si occupa di produzione deve essere lasciato nelle mani delle multinazionali, con un rischio concreto di degenerare in un monopolio o duopolio così come avviene nel mercato degli aeromobili civili, dove Boeing e Airbus hanno praticamente la supremazia del settore? Sì e no, nel senso che la concorrenza è sempre la benvenuta in quanto va a beneficio del consumatore finale e dei suoi clienti, ma deve essere rimodulata in modo tale da limitare la diffusione di aeromobili a pilotaggio remoto, o di determinati set di modifica, non opportunamente testati in modo da garantirne la sicurezza. Senza simili presupposti, è ovvio che chi legifera imposterà le bozze di legge mettendo i droni “fai da te” e quelli prodotti dalle grandi aziende sullo stesso piano, ergo imponendo condizioni mediamente più restrittive ad ambo le tipologie in quanto i secondi andranno sempre e comunque a pagare le troppe libertà concesse ai primi.

Francesco D’Amico

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Il tipico razzismo storico all’italiana

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 230) il 10 dicembre 2016.

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Spesso lasciamo che le grandezze del passato ci rendano ciechi nel presente?

Bella questa Italia, bellissima: patrimoni artistici e culturali da record, paesaggi e clima estivo da paura, spazio anche per il turismo invernale, attrattive sportive e potenza economica (un po’ a macchia di leopardo) tale da far meritare l’accesso al G7, ex G8. Tra le mille difficoltà che viviamo, spesso si critica il nostro paese a priori, e lo si fa ignorando le sue grandi ricchezze, molto ambite e apprezzate. Molto più spesso, invece, critichiamo altre nazioni basandoci su considerazioni più o meno fallaci e frutto di quello che il nostro sistema scolastico ha insegnato a tutti noi. Fondamentalmente, non facciamo altro che esasperare al massimo l’importanza storica della Magna Graecia, dell’antica Roma e del Rinascimento, e utilizziamo queste tre eccellenze nostrane come paragone per giudicare gli altri. Non limitandoci a questo, escludiamo fattori molto importanti: che ci piaccia o no, aspetti come la potenza militare di un dato paese sono da prendere in considerazione nel grande scacchiere chiamato Terra.

Quando ci relazioniamo con gli altri, applichiamo un sistema di valutazione più unico che raro che ci rende “eccellenti” da un lato ma “razzisti” e “ignoranti” dall’altro. Qualche esempio? I tedeschi, popolo super disciplinato ed educato, dedito al lavoro e con un recente passato di ricchezze ed egemonia politica, è ai nostri occhi un “popolo di barbari” perché due millenni fa il gap culturale tra l’antica Roma e le tribù germaniche era altissimo. Gli australiani, altro popolo di eccellenza e caratterizzato da un bassissimo tasso di criminalità, hanno un giudizio alterato dal fatto che l’Australia, secoli fa, altro non era se non una colonia penale dell’impero britannico: un popolo “senza storia” figlio di un impero “altrettanto senza storia”. Gli americani, che praticamente dominano il mondo, sono un altro esempio di popolo “senza storia”, eredi di poveri emigranti. Un giudizio simile è riservato agli Emirati Arabi e ai loro abitanti, che hanno costruito un nuovo impero economico “senza storia”. Ma siamo sicuri che è così che funziona il mondo? Siamo sicuri che, nelle grandi relazioni internazionali, nella geopolitica e nell’economia, si va a vedere il background storico di un paese anziché il lato più pragmatico e attuale del paese stesso?

Per rispondere a queste domande, andiamo a cercare il pelo nell’uovo, ossia popoli e nazioni caratterizzati da un passato glorioso, ma che oggi hanno un ruolo molto ridimensionato. Basti pensare all’Iraq, la culla della civiltà mesopotamica millenni e millenni fa, e allo stato in cui versa ora; basti pensare all’Egitto, caratterizzato da una delle più importanti civiltà dell’antichità (il lasso di tempo che separa noi dagli antichi romani è lo stesso che separa gli antichi romani dal culmine dell’antico Egitto), ora vittima di profonde spaccature interne e da tempo messo da parte dal grande scacchiere internazionale; basti pensare alla nostra cara e vicina Grecia, che si è lasciata da tempo alle spalle le eccellenze culturali elleniche. Un esempio ancora più vicino? Il meridione d’Italia, che poco ha a che fare con la Magna Graecia che tanto ostentiamo, e basa il suo retaggio culturale (la mentalità, in primis) sul feudalesimo medievale.

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Ebbene sì, e questo non fa altro che marcare un altro problema del “razzismo storico all’italiana”: nel valutare il presente utilizzando il passato, oltre a ignorare il presente stesso, ignoriamo anche tutto quello che lo separa dal passato preso in esame. Nel caso del sud del nostro paese, ignoriamo i secoli bui che hanno seguito la Magna Graecia, e coi quali ci ritroviamo ancora oggi a confrontarci. Della nostra cara Italia, ignoriamo le ripercussioni di secoli e secoli di spaccature interne, molto più influenti sulla nostra società dell’eredità romana e rinascimentale. Insomma, siamo così presi da alcune parentesi della complessa storia della civiltà umana, da diventare ciechi e guardare un presente distorto.

Francesco D’Amico

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Elezioni americane 2016, risultato a sorpresa: il trionfo di Trump

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 230) il 10 dicembre 2016.

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Il miliardario tycoon americano vince sulla rivale Hillary Clinton. Il tonfo dei sondaggi

Fin dall’inizio, la campagna elettorale presidenziale americana appena conclusa è stata etichettata come una delle peggiori, se non la peggiore, in assoluto; povera di contenuti, ricca di insulti e attacchi reciproci, condita con l’intervento finale dell’FBI in merito alla vicenda delle e-mail top secret inviate dalla Clinton con la sua e-mail personale. Alla fine, incredibilmente, è stato Donald J. Trump a spuntarla: il miliardario americano sarà il 45° presidente degli Stati Uniti d’America.

Dal principio sino a poche ore dall’ufficialità della vittoria Trump, i sondaggi davano la signora Hillary in testa, ipotizzando addirittura una vittoria con largo vantaggio: nei fatti, invece, si è verificato il contrario. Ancora una volta, dopo la vicenda Brexit, i sondaggi si dimostrano incapaci di percepire le intenzioni di voto di una società sempre più spaccata e divisa.

“Trump Triumphs”, titolava il New York Times il giorno dopo la vittoria, “La sua vittoria è uno smacco umiliante per i mezzi d’informazione, per gli istituti di sondaggi e per il gruppo dirigente dei democratici, dominati dalla Clinton”. Appare immediatamente chiaro, dopo l’analisi del voto, che grazie all’insoddisfazione degli elettori americani, soprattutto negli stati centrali da sempre ritenuti a prevalenza conservatrice, dovuta alle delusioni che gli stessi elettori attribuiscono all’amministrazione Obama, Trump ha portato la sua etichetta di outsider fino alla Casa Bianca.

Sprezzante dell’elite radicalizzata a sinistra, profondamente critico verso Washington, acceso sostenitore del settore manifatturiero e di quello militare, il tycoon ha sconvolto i sondaggisti, cavalcando un’ondata in parte scatenata dagli elettori rurali e della “rustbelt” deindustrializzata e convinta che l’establishment politico l’avesse messa da parte. La sconfitta di Hillary Clinton è un terremoto politico di un’entità che si vede di rado nella politica americana, che non succedeva da quando vinse il candidato Andrew Jackson, sconvolgendo l’ordine costituito. L’establishment politico e mediatico è disorientato e i mercati sono in agitazione, e non c’è dubbio che lo è anche una parte degli elettori, anche se lo stesso presidente eletto ha invitato tutti alla cooperazione ed inevitabilmente anche i sostenitori più accaniti della Clinton dovranno attenersi all’esito delle urne.

Questo “terremoto” politico è stato talmente scioccante per i media americani che secondo Kyle Smith, editorialista del New York Post, la vittoria di Trump può essere definita addirittura “punk”: “Trump non solo ha mandato all’aria i manuali elettorali, ma gli ha dato fuoco. E all’America è piaciuto da morire. Essere punk è l’arte di salire sul palco senza nessuna preparazione e strillare: sono io contro il resto del mondo, e che cavolo potete farci?” La nuova presidenza determinerà anche un profondo cambiamento della politica estera americana: a tremare sono, in primo luogo, il Messico e la Cina.

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Più volte il presidente eletto ha minacciato di voler realizzare un immenso muro per separare gli Stati Uniti dal Messico, a spese dei messicani; questa argomentazione, fortemente apprezzata dagli americani più radicalizzati a destra, è supportata dall’ipotesi di bloccare l’immigrazione clandestina al fine di preservare i lavoratori americani. La Cina, invece, teme di perdere i privilegi acquisiti a seguito della ratifica dell’accordo transpacifico di scambio e, conseguentemente, un notevole ritorno economico. Paura tale che la Foxconn, società che produce in Cina l’hardware per gli iPhone, ha avviato uno studio di analisi finanziaria per spostare parte della produzione direttamente negli USA. Chi certamente gongola, infine, è Vladimir Putin: il presidente russo da sempre ha lamentato contrasti e frizioni con l’amministrazione Obama, come evidenziato dallo stallo dello scenario siriano. Trump, tuttavia, da sempre ha manifestato idee più attinenti a quelle dell’omologo russo, e Putin è stato il primo capo di stato a telefonare al neo presidente per complimentarsi per l’elezione.

Ciò che verrà, senza dubbio, è di difficile previsione: l’unica certezza è quella di non affidarsi ai sondaggi poiché, come dimostrato, sono totalmente inidonei a prevedere le intenzioni dei votanti.

Paolo Leone

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