La manifestazione “Pillitteri’s Day” raggiunge il quarto di secolo

Conclusa la manifestazione del 5 maggio; importante riconoscimento a Danilo Bentivoglio di Vibo Valentia

La manifestazione Pillitteri’s Day è giunta, il 5 maggio 2017, al suo venticinquesimo anno e per celebrare l’importante risultato, quest’anno si è svolta nel luogo in cui è nata, ossia il Centro Salesiano San Domenico Savio di Arese. Organizzata dallo stesso centro salesiano e dall’Associazione CNOS-FAP Regione Lombardia, la manifestazione si è tenuta in collaborazione col Politecnico di Torino e diversi enti del mondo grafico. A contribuire in modo significativo al successo e alla crescita di questo importante evento è la sinergia tra centri di formazione, scuole, aziende, grandi personalità del mondo grafico e università. Nata nel 1993 per volere di Franco Marinelli, educatore salesiano di don Bosco, la manifestazione era in principio circoscritta alla scuola salesiana di Arese, ma divenne presto un evento di importanza nazionale senza mai mettere in disparte le sue origini e la sua natura educativa di fondo. L’intenzione è sempre stata quella di unire il mondo degli studenti e degli esperti, permettendo agli uni di interfacciarsi con gli altri, e viceversa.

L’importante evento è stato diviso in due parti, come di consueto. Nella prima parte sono state discusse dagli esperti del settore grafico le novità di questo caratteristico mondo e le prospettive per il futuro. Simbolicamente, sono state prese in analisi le prospettive dei prossimi venticinque anni del mondo grafico, con l’intenzione indiretta di auspicare ai giovani presenti un futuro, in questo settore, costellato da profonde soddisfazioni. Nella seconda parte sono stati consegnati i premi del Pollicione d’Oro per la Formazione, la Professionalità e la Carriera. Tra i premiati, Danilo Bentivoglio di Vibo Valentia, corsista della NABA (Nuova Accademia di Belle Arti di Milano) che ha ottenuto il premio per l’Eccellenza Formativa e al quale vanno i più sinceri complimenti del gruppo culturale The Lightblue Ribbon. Bentivoglio è stato premiato con la seguente motivazione: “Interesse e vivacità hanno caratterizzato la vita accademica dello studente, durante la quale ha maturato una particolare capacità espressiva e comunicativa che lo favorirà nell’ambito del web design e dell’audiovisivo.”

In occasione di questa venticinquesima edizione del Pellitteri’s Day, il comitato organizzatore ha ritenuto opportuno pubblicare un Albo d’Oro con tutti i premiati delle varie edizioni. Un tributo al grafico Armando Testa, ideatore dell’immagine particolare che è di fatto diventata il simbolo dell’evento.

Francesco D’Amico

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Povera Patria, l’Italia musicale di Stefano Savella

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Quando la canzone italiana racconta una stagione maledettamente oscura

Un paese in guerra col destino, tra condottieri musicali e personalità politiche sotto Tangentopoli. É l’esito di un laborioso e meticoloso lavoro di ricerca condotto da Stefano Savella, redattore editoriale freelance, pubblicista e blogger, che ci presenta “Povera Patria. La canzone italiana e la fine della Prima Repubblica”, pubblicato da qualche mese dalle Edizioni Arcana.

Partendo da un titolo sicuramente di grande effetto, non solo per chi ama la propria patria ma anche per chi adora la musica, l’autore ripercorre – in questo suo secondo libro – una delle stagioni più note e tormentate della vita politica italiana. Il tutto, però, riverberato nei testi delle canzoni dei primi anni Novanta, tra le quali spicca appunto “Povera Patria” di Franco Battiato, che ne diventa titolo e codice etico dominante. Ben documentato sul tumultuoso clima politico, che parte nel febbraio 1992 con l’arresto di Mario Chiesa e l’avvio della stagione di Mani Pulite, tra un Partito Socialista e una Democrazia Cristiana fortemente colpite dagli “avvisi di garanzia”, l’autore riscopre alcuni brani impegnati di diversi cantautori e di alcune band. Inutile confermare quanto sia stata forte l’ispirazione, tra le note inchieste della magistratura e i drammatici attentati di mafia, atta a definire un problema grave e amaro che sconvolge l’opinione pubblica di quegli anni. Si tratta allora di una scelta quasi obbligata per Savella, che si dimostra fan di Battiato nell’aver sentito – e mai dimenticato – alcune frasi quali “ma non vi danno un po’ di dispiacere quei corpi in terra senza più calore?”. Stefano Savella, infatti, sulla scia di un percorso narrativo simile a quei romanzi pieni di dettagli, inquadra un periodo musicale che va da poco prima del 1992 fino al 1994, anno in cui Silvio Berlusconi vince le elezioni.

Stefano Savella non è un critico musicale, ma un grande appassionato di storia contemporanea, che si è espresso già in altre occasioni sul periodo di Tangentopoli e scrive con ragion veduta dei fatti. Leggere questo libro vuol dire ricordare questi anni partendo dal 1992, annus horribilis per tutta la politica italiana, tra la svalutazione della lira sui mercati europei e le monetine lanciate contro Bettino Craxi. E questa aria spaventosa e pesante si respira anche tra i big della canzone italiana, affrontata scrupolosamente nei testi ad ampio raggio, passando da un album come “Canzoni d’amore” di Francesco De Gregori per arrivare a “Terremoto” dei Litfiba. Non mancano altresì il già citato Franco Battiato, oppure “Il Teatro canzone” di Giorgio Gaber o ancora Jovanotti, Enzo Jannacci, Francesco Guccini e perfino Elio e le storie tese. Immancabile è, poi, l’Antonello Venditti che realizza la famosissima “In questo mondo di ladri”, presentata un po’ prima dello scoppio di Tangentopoli e che diventa addirittura una specie di inno in una manifestazione del Movimento Sociale Italiano a Milano, che Gianfranco Fini traghetterà in Alleanza Nazionale dopo qualche anno.

Si dice che i migliori si mettano al servizio della posterità, ma la bravura dell’autore in questo caso non si dimostra solo nel ricreare l’atmosfera di quegli anni, semmai nella capacità di riscoprire impensabili cantanti italiani dediti all’amor civico. É il caso di Francesco Baccini, che non è l’esempio più calzante di un cantante impegnato e che scrive “Giulio Andreotti”, dedicata ovviamente all’onorevole Giulio Andreotti, sicuramente in maniera satirica ma anche molto amara. Particolare è l’album “Morandi Morandi”, che il Gianni nazionale presenta proprio nel 1992 con molti brani duri contro la politica e i politici. Molto diretta una canzone che i Pooh scrissero, dal titolo “In Italia si può”, presentando un paese nel quale era concessa qualsiasi malefatta senza rischiare mai nulla, dove si stava comunque bene e si andava in pensione a vent’anni. Tutti questi pensieri spesso fuggenti – ma pur sempre presenti con un amaro sospiro – sono la maestria di Francesco De Gregori in “Adelante! Adelante!”, un testo graffiante e fecondo di allusioni perfette per l’Italia degli scandali di quegli anni.

Un libro utile alle riflessioni di quell’elettorato attuale – spesso indignato o falsamente indignato – ma che tutto sommato crede di vivere qualcosa di nuovo e inconsueto, mentre potrà meditare sulla classica “teoria dei corsi e dei ricorsi storici” nella certezza di una memoria esausta. Esistono libri che devono essere letti esclusivamente per aumentare le proprie conoscenze, libri che non danno una sempre reale utilità nel breve periodo, ma non è questo il caso. Stefano Savella è utile, forse molto utile, nel comprendere quanto sia povera questa patria.

Antonio Mirko Dimartino

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Il blocco del lettore: una prognosi “riservata” al cyberspazio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

L’importanza della carta stampata e della “vera” lettura

2017, pianeta Terra: i popoli si svegliano con le notizie a portata di mano, basta soltanto destare anche i loro smartphone che ronfano beati sul comodino. Informazioni di ogni genere sono ovunque, nei caffè, nello smalto, negli specchi, a lavoro, a cena, mentre qualcuno parla. Il genere umano, oggi è multitasking, non fa un passo senza la notizia cyberspaziale, che sia essa frivolezza da social, o informazione di cultura. Eppure, le librerie esistono ancora, le biblioteche sono aperte, i giornalai sperano di guadagnare qualcosa in più, e sembra proprio che a nessuno piaccia più il profumo della carta. Possibile che sia così? Si può parlare di blocco del lettore o semplicemente la causa dell’epoca “anti libro” è da attribuire ai diversivi pratici di una vita nuova, avanzata e progredita? Parliamo dell’evoluzione tecnologica che negli anni 80-90 ancora non era nemmeno allo stato embrionale. In quegli anni, la gente usciva di casa per informarsi sul mondo, comprava la “carta” per sapere le novità su argomenti di ogni genere, moda, calcio, attualità, cronaca. I ragazzi sognavano avventure con i fumetti di supereroi, pistoleri, indagatori dell’incubo o ancora, bramavano storie d’amore con i fotoromanzi, riviste ormai scomparse dal commercio, a differenza dei fumetti che sono sempre esposti nelle edicole ma con un calo di tiratura di copie e di vendite e aspettano che qualche superstite dal cuore “classico” li acquisti.

Perché non si legge più con la stessa frequenza di una volta? Perché la vita stessa è evoluta? Tecnologica? Va di fretta? Non ci dà tempo? Si fa prima, certo, ad aprire il computer o il cellulare con un click per “spiare” le novità, per fare acquisti, per pagare bollette o, concedendo un “raramente”, leggere online.  Ci sono ancora i lettori, sono in rete, senza carta, leggono parole attraverso uno schermo; sono statisticamente pochi, ma ci sono! Gli amanti odierni dei libri sono nel cyberspazio e quelli del passato sono affetti dal famoso blocco del lettore? Sembrerebbe così, ma non dimentichiamo che il vero adone del libro, in qualunque epoca egli si trovi, avrà sempre posto per nuovi testi nella sua dimora, dove l’odore della stampa è forte. Del resto, la stampa è sempre stata forte, chi non sa che “verba volant e scripta manent”? E se oggi, alle soglie del 2020, le notizie volant et manent nel cyberspazio, bisogna trarre beneficio dal lampo che il mezzo stesso concede senza però accantonare l’anima di un libro o di un giornale. Le informazioni o le storie stampate su carta restano per sempre, hanno un cuore, un’ombra fisica che può riflettere quella del lettore stesso, seduto magari al sole a godersi la lettura, “sbloccando” il suo genio creativo di apprendere. Non si può fare a meno di domandare al pianeta Terra “perché i popoli non leggono più come un tempo?” La risposta potrebbe non esistere o essere “perché la gente è ‘bloccata’ dal tempo scarso, dalla crisi dei pochi soldi, dalla noia di finire testi lunghi, dallo svago di internet e dei social e dalle crepe culturali che questi ultimi comportano!”. Proprio sul mondo web si potrebbe concludere affermando che il suggerimento odierno favorevole è “leggere ancora e non dimenticare la carta stampata”. Sì, un sano libro può ancora avere il potere di salvare la generazione da ciò che l’era digitale sta facendo ai cervelli di massa. Vedete? Se voi avete letto fin qui, ce l’avete fatta, siete già salvi!

Matilde Marcuzzo

 

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La Guerra di Corea

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Breve disamina sulla vicenda storica, direttamente collegata alla situazione contemporanea

I sempre più numerosi test missilistici nordcoreani, uniti alle presunte ufficiose conferme di un programma nucleare ben avviato, sembrano alimentare in maniera drastica la tensione nell’estremo oriente, palesando sempre più concreti venti di guerra. Il leader nordcoreano Kim Jong-un, con i suoi metodi dittatoriali fortemente spettacolarizzati e le dichiarazioni antiamericane aggressive e pesanti, pare inoltre ben intenzionato a gettare benzina sul fuoco. E’ quindi necessaria una breve dinamica storica sulla situazione nordcoreana, per meglio comprendere la situazione attuale in ogni recondita e singolare sfaccettatura. La penisola coreana era soggetta, fin dagli inizi del ‘900, alla dominazione imperiale giapponese; dopo la seconda guerra mondiale, tuttavia, il crollo dell’impero del sol levante aveva determinato un vuoto di potere che in molti aspiravano a colmare. La nazione coreana, pertanto, per quanto liberata dall’invasore giapponese e, sulla carta, unificata, si trovava ad essere divisa in due zone di influenza: sotto l’influsso comunista cino-sovietico il nord, sotto quello nippo-americano il sud. Questa divisione fu ufficializzata nel 1947, quando le due zone divennero ufficialmente due Stati distinti, divisi lungo la linea del 38° parallelo. Il 15 agosto dello stesso anno veniva eletto presidente della nuova Repubblica di Corea (il Sud) SyngmanRhee, artefice di una politica ultra nazionalista e coinvolto in gravi episodi di corruzione; il 9 settembre nasceva invece nel Nord la Repubblica Popolare Democratica di Corea, con capitale Pyongyang ed a capo Kim Il Sung, fautore di un rigido regime comunista, il quale mirava a riunire l’intera penisola di Corea sotto la propria dittatura. Egli autorizzò, nella notte fra il 24 ed il 25 giugno 1950, l’invasione del confine sud-coreano da parte di cinque divisioni dell’esercito del Nord, organizzato ed equipaggiato dall’URSS e forte di quasi ottantamila uomini. L’esercito sud-coreano, mal addestrato ed equipaggiato, venne rapidamente sconfitto e la stessa capitale, Seoul, fu preda dei nord-coreani; rimaneva sotto il controllo dei “sudisti” la sola zona intorno al porto di Pusan.

Gli Stati Uniti, previa approvazione di una risoluzione ONU votata in assenza dell’Unione Sovietica, sbarcarono a Pusan con i primi contingenti militari guidati dal generale Douglas MacArthur. Le forze americane arrestarono immediatamente l’avanzata “nordista” ed iniziarono a riconquistare il territorio Sud coreano; sbarcavano quindi ad Incheon, dietro le linee nemiche, per cogliere di sorpresa il nemico e scacciarlo ancor più velocemente. Giunti, quindi, gli americani al confine fra le due coree, su proposta del generale MacArthur, l’Onu autorizzò, con la seduta del 7 ottobre 1950, l’invasione della Corea del Nord da parte degli americani. In meno di un mese, a novembre dello stesso anno, le truppe di MacArthur si erano spinte, per volontà del generale e contro le disposizioni dello stesso governo statunitense, fino a pochi chilometri dal confine con la Cina: fu una decisione azzardata che cambiò le sorti del conflitto. Sentendosi minacciata dall’avanzata americana, ormai giunta in prossimità del confine, la Cina autorizzò l’arrivo dei corpi di spedizione “volontari”: oltre centomila uomini furono inviati in Corea. Le truppe cinesi ricacciarono gli americani nuovamente a sud. Nell’aprile del 1951, con il comandante Matthew Bunker Ridgway a sostituire MacArthur, il presidente americano Truman aprì finalmente le trattative con la Corea del Nord, spaventato anche dai proclami cinesi: la Cina neocomunista sembrava infatti intenzionata ad intervenire ancor più massicciamente nel conflitto. La guerra tra i due stati confinanti aveva a quel punto già fatto circa tre milioni di morti, tra i militari e, soprattutto, tra la popolazione civile.

Il 10 luglio 1951 iniziarono i colloqui per la pace: due anni dopo l’inizio delle trattative, il 27 luglio del 1953, a Panmunjeom, la fine dei negoziati sancirà il ritorno alla situazione precedente alla guerra, con il confine stabilito sul 38° parallelo.

Paolo Leone

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La formazione, uno dei driver aziendali necessari per la competitività

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Una maggiore flessibilità professionale si ha solo con lo sviluppo delle risorse umane

Sempre più aziende decidono di avvalersi della formazione per far evolvere le risorse umane. In un’era in cui ogni tecnologia è superata da una nuova, la competenza del personale e la capacità di venire incontro alle richieste del cliente sono il vero valore aggiunto stabile per un’impresa.

Vero è che la formazione consente all’organizzazione di diffondere il piano strategico e di motivare i dipendenti a svolgere nel miglior modo possibile i loro compiti, tenendo ben presente gli obiettivi da raggiungere. Il processo formativo può assumere, così,  un ruolo fondamentale per far acquisire conoscenze e competenze ai dipendenti, colmare eventuali lacune a causa di metamorfosi interne o esterne e creare piani di valorizzazione e sviluppo dei talenti. La formazione, inoltre, ha il vantaggio di gratificare i dipendenti i quali vedono l’azienda investire sul loro futuro professionale; una programmazione formativa nel lungo periodo può portare all’azienda un vantaggio fortemente competitivo. Sono diversi i motivi per cui la formazione del personale può essere lo strumento strategico per competere nel mercato di riferimento possono essere:

Attraverso una formazione mirata, il dipendente sentirà aumentare il suo senso di appartenenza all’azienda e di conseguenza valorizzerà la tua attività lavorando con motivazione. La soddisfazione dei tuoi clienti dipende soprattutto dal personale: é con loro che il cliente costruisce un contatto diretto e sono loro che rappresentano la tua azienda – un cliente soddisfatto tenderà ad utilizzare di più i tuoi servizi e a generare un passaparola positivo. La crescita e la formazione di un dipendente può apportare un’uguale crescita dell’azienda, attraverso le conoscenze acquisite, infatti, esso potrà proporre nuove idee e contribuire all’organizzazione dell’azienda attraverso un occhio più critico ed esperto.

Possiamo pertanto dire che la formazione del personale ingrandisce il valore dell’impresa, migliora l’immagine aziendale, e aumenta la motivazione dei dipendenti. La stessa risorsa umana si rende partecipe dell’azienda, entra nel cuore della sua cultura, assorbe e trasmette i suoi valori riflettendo il core value della realtà aziendale in cui vive. Tutto questo si valorizza e accentua attraverso la voglia di esplorare nuovi percorsi, la capacità di sviluppare occhi nuovi e di adattamento alle diverse dinamiche, generando una fusione tra competenze, conoscenze e personalità. Solo in tale circostanza potremo dire, di avere un valore aggiunto. D’altronde, volendo citare lo scrittore italoamericano Leo Buscaglia, “ogni volta che impariamo qualcosa di nuovo, noi stessi diventiamo qualcosa di nuovo.”

Claudia Siniscalchi

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[Trip Report] Stelle e strisce a sud, poi a ovest, infine molto più a ovest

 

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Agricoltura di precisione e droni, la rivoluzione dell’infrarosso

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Innovative telecamere montate sugli APR possono ottimizzare i raccolti

Negli ultimi tempi si sente spesso parlare di agricoltura di precisione, ossia di un settore specifico dell’agricoltura volto a massimizzare i risultati agendo in maniera puntuale (in punti specifici) e mirata, ergo andando ad ottimizzare i risultati complessivi con piccole azioni mirate, frutto di analisi altrettanto mirate. Detto in parole più semplici e povere, significa rendere l’agricoltura ancora più efficiente e profittevole andando ad agire sulle parti dove rende di meno, con precisione, appunto.

Il settore dell’agricoltura di precisione è cresciuto tantissimo grazie ai droni o APR, aeromobili a pilotaggio remoto. Questi dispositivi, equipaggiati con strumenti altamente tecnologici, hanno garantito lo sviluppo di questa nicchia dell’agricoltura grazie ai rilievi dall’alto, prima impensabili. Per poter ottenere risultati analoghi, infatti, era necessario ricorrere ad aeroplani o elicotteri opportunamente equipaggiati e con costi spropositati, il tutto al considerando anche i limiti operativi di quota e l’estensione delle aree da analizzare. Ora, con un investimento di poche migliaia di euro e usufruendo delle prestazioni dei piloti di droni qualificati, i SAPR (sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, ossia l’insieme di APR e stazioni di controllo) possono eseguire analisi a basso costo, indirizzando le risorse e le attenzioni delle imprese agricole su parti specifiche dei propri campi, con un risparmio non indifferente e un’ottimizzazione delle risorse.

Le applicazioni delle normali telecamere ottiche da drone all’agricoltura di precisione sono limitate, in quanto non è lo spettro elettromagnetico visibile a fornire le informazioni che servono agli imprenditori agricoli e agli agronomi. Per fini promozionali, video e foto dei campi possono essere utili, ma l’agricoltura di precisione è terra di conquista di dispositivi ancora più costosi e avanzati, come le telecamere ad infrarosso. Nel campo dell’infrarosso vicino, ad esempio, si riesce ad estrapolare l’NDVI (Normalized Difference Vegetation Index in inglese), un particolare indice che se analizzato in virtù della coltura specifica che si è osservata, fornisce preziosi indicatori quali lo stato di salute e di rendita delle piante, la presenza o meno di vegetazione parassitaria infestante, la “risposta” di una specifica coltura al terreno in cui è stata piantata e addirittura la presenza di focolai di particolari malattie. I dati completi di un rilievo possono essere forniti a circa dodici ore dal sorvolo con drone, quindi in tempi abbastanza brevi, e possono essere utilizzati dagli agronomi per fornire agli imprenditori agricoli accurate relazioni sulla rendita delle colture e sul contenimento di eventuali problemi. Nel complesso, si va a risparmiare sull’impiego di fertilizzanti e diserbanti, adoperati solo dove ne è effettivamente richiesto l’uso, e si ottimizza la rendita complessiva delle colture. Il risparmio così ottenuto è al netto dei costi del rilievo col drone, rendendo dunque l’impiego dei SAPR nell’agricoltura di precisione ancora più redditizio ed efficiente di quanto sembri.

L’impiego dei droni in agricoltura non finisce qui: sebbene siano ancora lontani e futuristici i tempi in cui i droni “da terra” potranno andare ad operare direttamente sui campi, arandoli e/o raccogliendone i preziosi frutti, ci sono APR che già agiscono sui terreni con risultati notevoli e diretti. Un esempio è il drone DJI Agras, equipaggiato con serbatoi da diversi litri carichi di fertilizzanti e capace di volare sui campi e spargere le sostanze con un’efficienza decine di volte superiore a quella della normale manodopera; è sicuro che, con lo sviluppo dell’agricoltura di precisione, nei prossimi anni assisteremo alla comparsa di droni ancora più avanzati ed equipaggiati, concepiti interamente per il loro impiego sui campi.

Francesco D’Amico
Operatore di SAPR certificato

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Controllori del traffico aereo, una “fuga” in controtendenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Mentre i giovani lametini emigrano, altri arrivano a Lamezia per fare i controllori. Perché?

CTA, Controllore del Traffico Aereo, comunemente ed erroneamente definito controllore di volo, è una figura che agisce dietro le quinte e svolge il delicato compito di coordinare i movimenti dei voli che quotidianamente partono per connettere tra di loro le varie parti del globo. Il numero dei voli che giornalmente occupano i cieli mondiali è impressionante: basta controllare siti amatoriali come l’arcinoto flightradar24.com, che non copre nemmeno la totalità dei voli civili mondiali, per notare che in un qualsiasi momento del giorno il numero degli aerei civili in volo può superare facilmente le 15.000 unità. Migliaia e migliaia di colossi dei cieli, macchine volanti di dimensioni e peso variabili, dai piccoli aerei regionali da 50 posti ai superjumbo con capacità fino a 800 posti, ogni giorno operano tra i due e gli otto voli e devono essere seguiti durante tutto il corso delle operazioni in modo da garantire la massima sicurezza dei trasporti e, allo stesso tempo, ottimizzare tempistiche e consumi di carburante, nonché ovviamente limitare l’inquinamento. Per quanto possano essere efficienti e affascinanti, infatti, gli aeromobili sono altamente inquinanti, per cui ottimizzarne il traffico in modo da ridurre le emissioni di CO2 e altri composti nocivi è importantissimo.

Chi è, dunque, il controllore del traffico aereo, per chi lavora e come viene selezionato? In Italia, il controllo dello spazio aereo nazionale è affidato ad ENAV (il cui vecchio acronimo era Ente Nazionale per l’Assistenza al Volo), un organo sotto il controllo del Ministero dell’Economia e delle Finanze e supervisionato dalla più nota ENAC (Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), nonché ovviamente dal Ministero delle infrastrutture e dei trasporti. ENAV dispone di ingenti patrimoni in termini di immobili e di partecipazioni in altre realtà inerenti al trasporto aereo, e si affida alla professionalità di diverse migliaia di lavoratori altamente qualificati. Tra questi, il CTA, selezionato rigidamente in base a criteri e parametri psico-attitudinali, nonché all’essenziale conoscenza della lingua inglese che è, ufficialmente, la lingua del trasporto aereo mondiale. Una volta ritenuto idoneo, l’aspirante controllore dovrà formarsi presso i centri di eccellenza e acquisire, nell’arco di un anno, importanti nozioni relative alla legislazione aerea, alla meteorologia, all’informatica, e alla navigazione aerea, solo per citarne alcune. Dopo uno stage presso uno degli scali nazionali di competenza di ENAV, o scali esteri dove ENAV fornisce il servizio di controllo e supervisione della navigazione e del traffico, il controllore consolida la propria posizione professionale e si inserisce in un contesto altamente efficiente e operativo.

Nonostante la sua natura di lavoro “da dietro le quinte”, o forse proprio a causa di questa particolare natura, quello del controllore è un impiego potenzialmente molto stressante, non adatto a tutti e per questo anche abbondantemente remunerato. Il reddito medio annuo di un controllore del traffico aereo varia in base al servizio svolto e all’intensità del traffico nell’aeroporto in cui si opera, e raggiunge picchi di circa 80.000 euro, ossia oltre 6.500 euro mensili: si tratta di un reddito abbondantemente al di sopra della media nazionale, che tiene conto delle enormi responsabilità assunte e della delicatezza del lavoro svolto.

Ebbene, nonostante le ottime prospettive di lavoro, realtà come Lamezia Terme assistono a un vero e proprio paradosso: mentre i nostri giovani laureati (e non) emigrano, studiano altrove, lavorano altrove o rimangono disoccupati, tanti aspiranti CTA devono essere trasferiti a Lamezia da varie parti d’Italia perché la nostra terra, al contrario di altre, non “sforna” aspiranti controllori del traffico aereo e preferisce canalizzare le scelte formative dei giovani su indirizzi standard e ultracongestionati che difficilmente potranno risultare in un’occupazione stabile e remunerativa. Lo scalo internazionale di Lamezia è per ENAV una “scuola per controllori”, un posto in cui gli autoctoni mancano e bisogna sopperire alle mancanze di organico con l’invio costante di giovani professionisti da altre parti, in perfetto e totale contrasto con i flussi migratori dei giovani calabresi che studiano l’impossibile e sono costretti ad emigrare perché la loro terra non è disposta ad accoglierli e a coronare i propri sogni.

Il motivo che si cela dietro a questo paradosso? Probabilmente si tratta della mancanza di cultura aeronautica nella nostra terra, nella quale l’aviazione è ancora qualcosa di sconosciuto ed esotico, dove tantissime persone non hanno mai preso un aereo, dove nessuno pensa veramente a suggerire a un proprio figlio, conoscente o amico di diventare controllore del traffico aereo. E’ dunque difficile pensare di fare un lavoro del quale nella maggior parte dei casi si ignora completamente, o quasi, la stessa esistenza. In altri luoghi, dove la cultura aeronautica è più radicata, il numero di giovani canalizzati verso questa particolare professione è più che sufficiente e molti di loro riescono a consolidarsi in questo contesto professionale altamente remunerativo e con ottime prospettive di carriera. La nostra è una terra con mille difficoltà, ma se parte della disoccupazione giovanile è imputabile a situazioni paradossali come questa, forse è giunta l’ora di iniziare a guardare il mondo a 360 gradi e non coi vecchi standard che hanno portato un’intera generazione a un’esistenza caratterizzata dal precariato, dalla disoccupazione e dalla dipendenza costante dai propri genitori; per i giovani calabresi, le vere opportunità potrebbero essere davvero dietro l’angolo.

Francesco D’Amico

 

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Grazie alla tecnologia, qualcosa sta cambiando

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 233) il 29 aprile 2017.

Coi nuovi mezzi di comunicazione è più facile dire basta alle oppressioni

Le azioni di intimidazione nei confronti delle attività commerciali e dei singoli cittadini sono le stesse da tempo in termini di modus operandi, mentre a cambiare sono i “protagonisti”, i “villani” che le portano avanti: ondate di decine e decine di arresti lasciano vuote intere nicchie che altri malviventi, spesso imparentati coi primi, provano ad occupare “imponendosi” sugli altri in una lotta dai tratti tribali per il predominio della zona. Tuttavia, nonostante il problema sia lungi dall’essere risolto, è importante notare che ci siano dei cambiamenti in atto.

E’ cambiata la mentalità? Il processo di ammodernamento è in corso ma non ha un’incisività tale da giustificare i cambiamenti riscontrati negli ultimi tempi; a marcare le differenze col passato potrebbero essere le nuove tecnologie, che rendono più facile “dire basta” agli oppressori. Pensiamoci un attimo: un tempo, avere notizie relative a questi vili atti, salvo casi veramente eclatanti e particolari, dipendeva dall’efficienza degli organi di informazione standard e dalle loro tempistiche, altrettanto standard. In alcuni casi, solo chi prestava la massima attenzione agli organi di comunicazione veniva a conoscenza di alcuni atti di stampo criminale, mentre quasi tutto il resto della popolazione ne rimaneva all’oscuro. Ora è diverso: se si sente un boato, se succede qualcosa a qualcuno, canali come i social network e i programmi di messaggistica istantanea forniscono riscontri immediati di ciò che accade. Basta chiedere informazioni, mandare un messaggio ad amici e parenti, e nel giro di pochi secondi si riceve una risposta. “Sì, è successo”, “pare sia successo qualcosa”, “un attimo che chiedo”… parte così un valzer di messaggi da un capo all’altro della città, della regione e del paese che fino a qualche anno fa era impensabile.

Immediato ed efficace è anche l’impatto visivo che si riesce a ottenere grazie a questi nuovi mezzi di comunicazione: ora più che mai nella storia della razza umana è possibile mandare foto e video in tempi ristrettissimi e di qualità apprezzabile. E’ possibile veramente vedere cosa è successo, toccarlo con mano, averne un’idea concreta e non astratta. Se una vittima ha un messaggio per la comunità, ora riesce con facilità a trasmetterlo ai cittadini, ai quali basta qualche click per diffonderlo. Parallelamente a tutto questo, migliorano anche gli strumenti in mano a chi porta avanti le indagini, ergo aumentano le chance di trovare i malviventi e arrestarli. Escono fuori i nomi di chi ha commesso gli atti, anche questi diffusi in modo che tutti li conoscano. Che dire, qualcosa sta veramente cambiando, e forse dovremmo iniziare ad apprezzare di più le tecnologie che abbiamo, senza temere di continuo che gli scenari distopici del libro 1984 di George Orwell, al secolo Eric Arthur Blair, diventino realtà.

Francesco D’Amico

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Si va scavando nel passato, ma con i droni

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 232) il 25 marzo 2017. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Passato e futuro si fondono nell’impiego dei SAPR a fini archeologici

Il passato, il futuro, la storia e l’innovazione: scoprire ciò che ci ha preceduti è sempre stato affascinante per gli studiosi, e pochi tra loro avrebbero potuto immaginare un impiego dei sistemi aeromobili a pilotaggio remoto (SAPR) in questo importante settore. Ne parliamo con un archeologo lametino, Davide Mastroianni, anche lui come tanti altri costretto ad emigrare altrove, ad andare lontano quando è la nostra terra ad aver bisogno di conoscenze ed esperienze innovative.

Parlare di SAPR, archeologia e raccontarti tra le pagine de il Lametino. Te lo saresti mai aspettato? Chi è Davide Mastroianni e perché ha deciso di investire nel connubio tra il settore dronistico e archeologico?

Sono lusingato di raccontarmi qui tra le pagine del Lametino, che, nonostante i miei impegni di lavoro e ricerca per l’Italia, seguo costantemente attraverso la rete. Non me lo sarei mai aspettato e questo, quindi, non può farmi che piacere. Ho iniziato la mia carriera presso l’Università della Calabria, con una tesi triennale in “Storia e Archeologia dell’Arte Greca e Romana” sul teatro romano di Scolacium. Ho deciso di proseguire i miei studi specialistici presso l’Università La Sapienza di Roma, città culla dell’archeologia, con una tesi sull’utilizzo di Bing Maps, rivale di Google Maps, per l’individuazione, attraverso immagini oblique, di evidenze archeologiche sepolte per i siti di Ostia Antica, Veio, Vulci, Cerveteri e Tarquinia. E’ proprio alla Sapienza che ho deciso di cambiare rotta, rivolgendo la mia attenzione alla Topografia Antica e ad uno dei suoi “elementi sussidiari”, la Topografia Aerea, recentemente ribattezzata Archeologia Aerea. Questa disciplina, attraverso la lettura di riprese aeree verticali e oblique e l’interpretazione di anomalie al suolo, che si verificano in determinati periodi dell’anno, consente di determinare la presenza di elementi sepolti, che andranno verificati sul terreno, al fine di confermare o confutare l’eventuale presenza di strutture antiche. In questo caso i droni sono molto utili perché consentono, con un grande abbattimento dei costi, di poter pianificare i voli, visionare ed elaborare i dati in tempi brevissimi. Sono Operatore Certificato ENAC da più di un anno; ho deciso di investire in questo settore, proprio per poter continuare a fare ricerca scientifica. A cavallo tra il 2012 e il 2013, ho frequentato il primo anno della Scuola di Specializzazione in Archeologia, presso l’Università del Salento, sospesa, in quanto vincitore, l’anno successivo, del concorso di Dottorato in “Architettura, Design e Beni Culturali”, presso l’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, ex Seconda Università di Napoli, conclusosi lo scorso 13 gennaio 2017, con un tesi in Topografia Antica, dal titolo “Carta Archeologica e Ricerche in Abruzzo. Il comune di Campli (TE)”, e in corso di pubblicazione, unicum per l’Abruzzo. Nel corso degli anni ho collaborato, come studente, a numerosi scavi universitari promossi da diverse cattedre di Archeologia (Cosenza, Roma, Siena, Venezia, Lecce), in qualità di libero professionista (Roma, Cosenza, Lamezia Terme) che ancora oggi svolgo e collaboro con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Regione Abruzzo. Ho al mio attivo diverse pubblicazioni scientifiche nazionali e internazionali, partecipazioni a convegni (il prossimo sarà proprio in Calabria, a Reggio, a fine aprile), borse di studio, progetti di ricerca e soggiorni all’estero (Spagna e Albania).

Sei l’ennesimo figlio di questa terra costretto ad andare altrove, eppure il bisogno di una figura come la tua proprio qui, a Lamezia Terme, è sentito. Cosa c’è che non funziona, a tuo avviso, nella valorizzazione delle ricchezze archeologiche della nostra zona?

Ti ringrazio e mi auguro si creino le condizioni adatte alla nascita di progetti concreti e innovativi. Non credo che ci sia qualcosa che non funzioni, anzi: vedi ad esempio, l’apertura del Parco Archeologico dell’antica città di Terina, lo scorso novembre, e del Parco Archeologico di Gianmartino, a Tiriolo, lo scorso aprile. In quest’ultimo, l’uso delle tecnologie integrate è stato fondamentale. Le prospezioni geofisiche condotte con il GPR (Ground Penetration Radar) hanno consentito di determinare, con precisione centimetrica, la posizione delle strutture sepolte nell’ex campo sportivo adiacente il Palazzo Cigala. Futuri eventuali progetti andrebbero, a mio avviso, orientati proprio in questa direzione, ovvero mediante l’integrazione di tecniche di indagine non invasive (rilievo da SAPR o droni, Geofisica, magnetometria, tomografia elettrica, termografia, LIDAR), che permetterebbero di “ampliare” il grado di conoscenza topografica e urbanistica di molti siti archeologici calabresi.

Quello dei droni è un settore in continuo sviluppo, dove è difficile stare al passo coi tempi e aggiornarsi. Le applicazioni stanno crescendo in numero e quantità, e tra queste figura appunto anche quella archeologica. In cosa il drone fa la differenza rispetto agli altri strumenti già utilizzati?

I Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto o SAPR, rappresentano una grande risorsa per l’archeologia, soprattutto in un’ottica di tutela del patrimonio culturale, ambientale, paesaggistico e infrastrutturale. Gli ambiti sono diversi: rilievo topografico di aree archeologiche, scavi archeologici, monumenti, mappatura di zone non facilmente accessibili e di ampie porzioni di territorio. Come accennato precedentemente, tengo a sottolineare che il drone è sicuramente uno strumento, immediato e “low cost”, ideale per le attività di monitoraggio, rilievo e mappatura del territorio. Il settore degli APR è in netta crescita e continua evoluzione; se all’inizio vi è stato un boom incontrollato, che ha portato al commercio di una serie innumerevole e sconsiderata di modelli, in questo ultimo periodo, ci si sta concentrando maggiormente sulla sensoristica di base del mezzo (camere RGB, NIR, termografiche, multispettrali e LIDAR), indirizzandosi, quindi, sulla tipologia del dato acquisito e di conseguenza abbandonando la concezione di “quantità”, verso una direzione di “qualità”.

Che messaggio vorresti trasmettere agli archeologi lametini, e in particolare a coloro che, come te, potrebbero decidere di fare uso dei droni?

Oggi il drone è uno strumento essenziale per la documentazione cartografica e topografica di uno scavo. L’iter per il riconoscimento come Operatore Certificato richiede impegno e costi, ma per chi, come me, volesse intraprendere questa strada, ne è fondamentale l’ottenimento.

Grazie Davide, e in bocca al lupo!

Francesco D’Amico

Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Aviazione e RPAS, Il Lametino, Interviste | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento