La democrazia funziona sempre?

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 12 febbraio 2011.

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Sulla sua validità assoluta possono sorgere dei dubbi

Senza l’Italia, il mondo sarebbe diverso. Il nostro paese ha donato alla civiltà moderna molte delle cose delle quali deve essere fiera, e tra queste figura una delle innovazioni che Galileo Galilei ha introdotto in campo scientifico: il metodo sperimentale. Tale metodo ha permesso di definire con chiarezza il confine tra Scienza vera e propria, verificabile e ripetibile tramite esperimenti, e credenze popolari, prive di fondamento. Galileo ha quindi delineato un confine che separa ciò che può essere provato, ossia il vero, da ciò che fino a prova contraria è da considerarsi falso o comunque non credibile. Come si sa, la realtà pone dei problemi di complessità che vanno ben oltre le astrazioni, e la Scienza ha saputo adattarsi anche a queste circostanze. Se dovessimo chiedere a dieci persone di misurare, tre volte a testa, la lunghezza di un tavolo con un metro, la probabilità di ottenere lo stesso valore in tutte e trenta le misurazioni è veramente minima. Minima è anche la probabilità, per ogni persona, di ottenere tre volte lo stesso risultato. Per risolvere il problema in maniera “democratica”, la Scienza ricorre alla media (per praticità consideriamo la media aritmetica, nota ai più, anche se non è l’unico tipo di media esistente) per trovare il valore più “vero”, ossia il più vicino a quello reale. Nel calcolare la media, tutti i valori considerati hanno il loro peso: i valori inferiori a quello reale lo andranno a sottostimare, e viceversa quelli maggiori lo sovrastimeranno. Il risultato, la media, è sì il modo che tiene conto di tutti i contributi all’esperimento, ma nessuno può garantirci che si tratti, effettivamente, del valore più accurato. Vari metodi, come quello di Student, e un briciolo di buonsenso richiesto a chi partecipa ad un esperimento, possono permettere di escludere i valori fuorvianti, quelli che alterano la media con conseguenze anche devastanti ai fini di un esperimento. Se uno strumento non funziona bene e falsa le misure, deve essere tarato nuovamente. Se uno scienziato non sa prendere le misure con la precisione richiesta, deve essere sostituito in questo compito da uno più competente. Seguire queste semplici regole è praticamente un obbligo.

Ora, tenendo bene a mente quanto siamo debitori alla Scienza e al modo in cui ha migliorato la qualità della vita grazie alla sua capacità di migliorarsi di continuo (e quindi di non incappare continuamente negli stessi errori), analizziamo la democrazia con un occhio leggermente diverso. Proviamo a rapportare la manifestazione più estesa della democrazia, ossia il voto in caso di elezioni, all’esempio della misurazione della lunghezza del tavolo citato poc’anzi. Ebbene, verrebbe immediatamente alla luce una cosa eclatante: forse, e diciamo forse per motivi di pura cautela, non tutte le persone che hanno diritto al voto lo dovrebbero avere. Non c’è niente di scandaloso in un’affermazione come questa: basta guardarsi intorno, basta pensare al sistema di scambi e di favori incentrato sui politici per capire che, molte volte, la democrazia non rispecchia quello che è il pensiero reale della popolazione, né tantomeno porta alle decisioni più giuste per la popolazione stessa. La democrazia non tiene conto degli elettori incompetenti (paragonabili agli scienziati che non sanno prendere le misure con la precisione richiesta, o che non ricorrono al buonsenso durante un esperimento importante) e dei mali di corruzione, mancanza di informazione e sistemi di scambi e favori (paragonabili in ruolo agli strumenti tarati male, che compromettono sistematicamente il risultato delle misure indipendentemente dal buonsenso e dalla precisione dello scienziato che le prende). E’ interessante notare come un approccio puramente scientifico possa portare ad interpretazioni non proprio convenzionali.

Per risolvere il problema basterebbe fare alcune cose. La prima è rivalorizzare il voto, dandogli l’importanza che merita: una preferenza sbagliata e/o comprata deve saper inorridire un cittadino perbene. La seconda cosa che si dovrebbe fare è ridimensionare l’astensionismo, facendo perno sull’importanza del voto sottolineandone il ruolo nella società civile: non andare a votare denota una mancanza di interesse nei confronti di quello che ci circonda, significa rinunciare al diritto-dovere di esprimersi scegliendo le modalità secondo le quali la politica andrà ad influenzare le nostre vite. Che senso ha lamentarsi di un dato politico se, senza rendersene conto, un astensionista ha contribuito alla sua elezione negando magari il voto ad un altro politico, forse più competente? Una terza possibilità, forse un po’ fantasiosa, è quella di introdurre una “patente per votare”, simile a quella di guida. Se per votare fosse richiesta la conoscenza (almeno discreta!) dei fondamenti della Costituzione, della storia d’Italia almeno dalla sua unità, delle tragedie causate dagli estremismi politici, dei valori della società civile, dell’importanza del voto e della necessità di partecipare attivamente alla vita cittadina, la democrazia otterrebbe il riscatto sociale che merita. Salvo strumentalizzazioni ed eventuali imbrogli che, purtroppo, sono difficili da prevenire, sapremo per certo che dietro ad ogni risultato elettorale ci sarà una scelta ponderata, una scelta che riflette il volere della popolazione anziché il volere dei corrotti e/o di chi pratica il lavaggio del cervello, plasmando le masse in base ai propri interessi. Avremo, insomma, ciò che più si avvicina al “valore vero”.

Francesco D’Amico

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Momenti di cordoglio a Lamezia

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 15 gennaio 2011.

Non dimentichiamo i nostri ciclisti

Solo una parola può riassumere quanto accaduto la mattina del 5 dicembre 2010, e quella parola è tragedia. E’ bastato un attimo per passare da una semplice uscita in bici ad un fatto di cronaca nera di rilevanza nazionale, uno di quei fatti che fino a quel momento pensavamo potessero accadere solo in altre città, in altre regioni, in altre nazioni. Un episodio talmente raccapricciante da non poter accadere a Lamezia, da rimanere sconosciuto a noi senza i TG. Questa volta, purtroppo, è toccato proprio alla nostra città ricoprire il ruolo di palcoscenico di una tragedia gravissima che mai potremo dimenticare, una tragedia che ha portato alla scomparsa di sette nostri concittadini e al ferimento di altri tre. Le modalità dell’incidente sono state ampiamente discusse nel corso dell’ultimo mese e questo articolo è lungi dal voler ritornare sull’argomento.

I se e i ma sono tanti per un fatto del genere, il che ne testimonia la complessità. L’incidente in se stesso è stata una tremenda fatalità, ma il caso ha evitato il peggio salvando la vita di tanti ciclisti che, per i motivi più disparati, in quel momento non erano lì. Conosciamo benissimo i nomi delle vittime, nomi che sono rimasti impressi nella nostra mente: Pasqualino De Luca, Domenico Palazzo, Rosario Perri, Francesco Stranges, Vinicio Poppin, Giovanni Cannizzaro e il professore Fortunato Bernardi, titolare della palestra Atlas, ora chiusa per lutto. Persona conosciuta e rispettata da tutti per la sua esperienza e la sua gentilezza, il professore Bernardi era un istruttore impeccabile, capace di trasmettere come nessun altro l’amore per lo sport, e la sua tragica scomparsa è stata un durissimo colpo per tutti coloro che hanno avuto la possibilità di conoscerlo.

Il funerale ha visto una Lamezia unita piangere le vittime con tanta, tantissima commozione. Per ovvi motivi di sicurezza, le forze dell’ordine hanno impedito ai rappresentanti della comunità marocchina di partecipare al funerale, e questo invita a riflettere tantissimo sul fattore razzismo, fattore che non ha bisogno di premesse data la capacità con la quale è riuscito a radicarsi nella nostra società. Demetrio Costantino del Cids (Comitato interprovinciale per il diritto alla sicurezza) si è già espresso in merito mettendo molta enfasi sulla necessità di non alimentare ulteriormente le paure e l’odio derivanti dal razzismo che i mass media hanno (volutamente?) portato alla ribalta in seguito alla tragedia dei ciclisti ed alla scomparsa della tredicenne Yara Gambirasio, usando come filo conduttore tra i due episodi la parola “marocchino”. Questo dimostra quanto può essere pericoloso il ruolo dei media in una società insicura, che risponde agli episodi di cronaca nera che la scuotono con pregiudizi e mancanza di fiducia nei confronti delle minoranze. Non si sa mai cosa può succedere alla fine della ricerca disperata di un colpevole, e se quel colpevole fa parte di una minoranza etnica i rischi sono maggiori. I mezzi di informazione non si sono limitati a questo: dell’incidente hanno parlato relativamente poco, e ne hanno parlato male. E’ sorprendente come un fatto di tale gravità sia stato dimenticato così in fretta per far posto  alle solite storie trite e ritrite che ormai da diversi anni siamo abituati ad ascoltare. Persa l’attenzione dell’intero Paese, che è stata sì intensa ma anche labile, non ci resta che prometterci di non sostituire il momento del dolore con quello della rabbia e del razzismo, e di affrontare tutti gli sviluppi futuri della vicenda con maturità. Per il bene comune, è necessario evitare reazioni a catena di violenza, pensando invece a lavorare insieme per impedire ad un evento simile di ripetersi. Più controlli, più sicurezza: all’indomani della tragedia i lametini le cui intenzioni sono alimentate dal buonsenso desiderano questo per l’intera popolazione. Una città come la Lamezia che desideriamo non può non avere una pista ciclabile degna di questo nome (e sembra che il messaggio sia stato già recepito, ora speriamo in qualcosa di concreto, puntando sul passaggio dalle parole ai fatti), perché le piste ciclabili sono una delle caratteristiche fondamentali delle città più vivibili del mondo. Quando vari siti stranieri hanno riportato la notizia della tragedia, hanno dovuto specificare che in Italia non è affatto raro vedere ciclisti per strade non proprio adatte a loro, e questo la dice lunga sul modo in cui il resto del mondo ha analizzato i fatti accaduti. All’estero le piste ciclabili sono comuni ed apprezzate, qui sono praticamente sconosciute.

In questa tragedia, c’è una cosa della quale Lamezia può andar fiera, e quella cosa sono le parole di perdono della vedova Teresa Natalino, moglie del defunto professore Bernardi. Parole che hanno riempito i lametini di orgoglio e senso del rispetto, parole in netto contrasto con gli stereotipi sul meridionale e sul razzismo, parole che dobbiamo tenere bene a mente. Altra nota positiva è la promessa del direttore del Giro d’Italia Angelo Zomegnan, il quale ha affermato che all’ottava tappa del prossimo giro sarà previsto un giusto tributo per le vittime dell’incidente. Tra le iniziative in fase di organizzazione c’è “Una pedalata per non dimenticare”, i cui consensi sono promettenti, e la possibilità ancora da verificare di dedicare alle vittime del tragico incidente una statua commemorativa. In ogni caso, per tutti noi è d’obbligo ricordare i nostri concittadini deceduti e dare tutto l’aiuto e l’affetto necessari alle famiglie per andare oltre questo periodo di dolore straziante. Anche se i mezzi di informazione si sono già dimenticati tutto quanto, noi lametini non dobbiamo assolutamente ripetere il loro errore. Con le iniziative giuste, possiamo rendere immortali i sette ciclisti che non ci sono più e che qualcuno ha affettuosamente chiamato angeli.

Francesco D’Amico*

*Socio A.S.D. Atlas


Dedicato al professore Fortunato Bernardi.

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Dove vanno i nostri cervelli?

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 4 dicembre 2010.

Una fuga della quale nessuno vuole parlare

Quello della fuga dei cervelli, come si sa, è un problema serio per quest’Italia che non riesce a puntare come si deve sui giovani. Le nostre menti più brillanti, data la mancanza di fondi e la poca valorizzazione del loro operato, decidono di andare all’estero per dare sempre più prestigio agli istituti di ricerca stranieri. Il nostro Stato investe sull’istruzione di questi cervelli per poi importare dagli altri paesi il frutto delle loro ricerche (basti pensare agli sviluppi in campo medico). Seguendo i dettami della logica, permettere una cosa del genere è inconcepibile dato che comporta danni ingenti al nostro Paese. La situazione non migliora, sulle previsioni per il futuro è meglio stendere un velo pietoso e i successi dei nostri ricercatori che lavorano all’estero, prova inconfutabile della loro validità, non servono assolutamente a nulla e vengono messi quasi sempre in secondo piano.

Il problema della fuga dei nostri cervelli è sostanzialmente questo, e dobbiamo farcene una ragione. Per descrizioni più accurate del problema si rimanda ad altri testi dato che questo articolo affronterà un altro aspetto, praticamente sconosciuto, della fuga dei cervelli: riguarda la fuga interna al paese, tra Nord e Sud. C’è chi, con molta malizia, diffonde lo stereotipo del meridionale ignorante, del meridionale che emigra solo per fare lavori umili, del meridionale che non costituisce nessuna risorsa concreta per il nostro Paese. Si tratta di stereotipi che riguardano anche noi, essendo la Calabria una delle regioni più criticate e messe in ridicolo dalle proiezioni statistiche. Purtroppo per le malelingue, i dati parlano chiaro: il numero di laureati in Calabria è alto e degno di assoluto rispetto, ma risente di quell’incognita chiamata lavoro che spinge le nostre menti ad andare fuori.

Immaginiamo una situazione ipotetica nella quale, a causa di un qualunque episodio poco lieto della nostra vita da non augurare assolutamente a nessuno, siamo costretti a “salire” in cerca di cure efficaci perché “Nord è sinonimo di qualità superiore”. Una volta arrivati lì, le possibilità di trovare esperti provenienti dal Meridione sono considerevoli, e non è poi rarissimo trovarsi di fronte un calabrese o addirittura un lametino. Se il nostro problema non è talmente grave da occupare tutti i nostri pensieri, rifletteremo quasi sicuramente su tutta la strada che abbiamo fatto per incontrare dei nostri “compaesani”. Quelli che ora sembrano casi isolati tendono a diventare la norma per un motivo ben preciso: contrariamente a quello che ci vogliono far pensare, noi abbiamo più menti valide di quelle che ci servono e questa nostra peculiarità è sfruttata sistematicamente per compensare il vero e proprio deficit che si sta registrando al Nord. Tra i vari svantaggi che questo problema rappresenta per noi figura la fuga in massa delle nostre menti migliori verso il Settentrione, fuga che non farà altro che danneggiare ulteriormente il Sud proprio in un momento in cui può vantare tassi di istruzione in netto contrasto con le tendenze dei tempi passati. Tornando alla situazione ipotetica di cui sopra, in caso di discussione, il meridionale di turno vi dirà che nella sua regione non riusciva a trovare lavoro perché mancavano le infrastrutture necessarie e/o perché non era valorizzato, mentre al Nord le possibilità di riuscire nell’impresa erano differenti, anche se con le dovute eccezioni. Una volta risolto il problema tornerete “giù”, e nei discorsi coi parenti e con gli amici direte che – sorpresa delle sorprese – avete incontrato esperti meridionali dove pensavate che non ce ne fossero, o che fossero in numero molto limitato rispetto agli autoctoni. Questo è un esempio che serve a descrivere quello che sta succedendo in Italia.

Come al solito, il problema meridionale diventa problema calabrese che a sua volta si può considerare anche un problema lametino. La nostra è una città in cui molti giovani decidono di andare a studiare fuori, sperando di tornare dopo un quinquennio con un bagaglio culturale che possa garantire un ottimo lavoro, cadendo però in quella trappola che sta diventando la fuga dei cervelli nostrana, se vogliamo definirla così. In questo modo, Lamezia perde le già basse probabilità di emergere in ambito regionale, si invecchia e rimane stagnante.

Non è intenzione di nessuno obbligare quelli che stanno fuori a tornare forzatamente indietro, rinunciando completamente alle possibilità di lavorare, dato che risulterebbe in autolesionismo allo stato puro: l’importante è fare di tutto per migliorare il proprio bagaglio culturale, verificare la possibilità di trovare lavoro nel nostro territorio una volta ultimati gli studi e portare innovazioni ad una città che ne ha bisogno. Riuscirà Lamezia Terme a beneficiare delle sue menti più brillanti che si stanno formando lontano dalla loro città? E’ una scommessa sulla quale tutti noi dovremmo puntare.

Francesco D’Amico

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L’uomo politico tra il Bene ed il Male

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 23 ottobre 2010.

La disonestà di alcuni politici è innata o viene “indotta”?

Jean-Jacques Rousseau, grande pensatore francese, credeva che gli esseri umani fossero buoni per natura e che fosse la società a corromperne la morale, spesso trasformandoli in persone poco raccomandabili come ladri ed assassini. Thomas Hobbes, filosofo inglese, al contrario riteneva che l’uomo fosse malvagio sin dalla nascita e che la società riusciva, almeno il più delle volte, a contenere il temperamento poco propenso alla morale con regole molto rigide. Quello del bene e del male è un dibattito che si protrae ormai da diversi secoli: recentemente, la Psicologia sociale ha dato una spiegazione più chiara e basata su dati scientifici. L’uomo, in base alle circostanze, è capace allo stesso modo di compiere sia atti di assoluto altruismo che di raccapricciante atrocità. Non esiste, dunque, una propensione innata alla bontà o alla malvagità: sono le culture, le situazioni e le emergenze a dettare le regole.

Ora, come si può ben capire, questa non è la sede più adatta per un discorso filosofico sul Bene e sul Male: c’è, tuttavia, un’applicazione di questi concetti che ben si adegua all’argomento che questo articolo vorrà trattare. Ormai da diversi anni siamo abituati a dire (o, almeno, a sentir dire) che “i politici sono ladri”. I fatti di cronaca testimoniano che molti politici sono lungi dall’essere un buon esempio per la nostra società e che spesso e volentieri si occupano di tutto tranne che dei cittadini che li hanno votati. Quella del politico è una figura essenzialmente controversa che sta perdendo tutto il rispetto che poteva vantare fino a qualche tempo fa e l’enorme calo nell’affluenza al voto lo testimonia. Il problema, non solo italiano, è abbastanza grave e vede la nostra regione occupare una posizione non molto incoraggiante nella classifica. Da una parte è vero che il disinteresse nei confronti della politica è esagerato, ma dall’altra bisogna ammettere che i politici fanno poco, troppo poco, per rendere la popolazione più partecipe.

A questo punto, c’è da chiedersi se dietro ad un politico disonesto c’è sempre stato un comune cittadino altrettanto disonesto o se, al contrario, è la politica a corrompere le persone. Gli stereotipi, in quanto tali, nascondono l’insidia di essere troppo poco accurati e fin troppo generici: quello del “politico ladro” è dunque uno stereotipo legittimo da considerare? Tralasciando volutamente gli scandali più gravi, un’analisi molto attenta del problema si può limitare tranquillamente alla negligenza, alle promesse mancate, e tutti quei comportamenti che inducono l’uomo politico a non fare le cose per le quali è stato votato.

La domanda trova parte della sua risposta nel sistema clientelare, quel sistema di scambi, favori e, perché no, anche ricatti che porta la negligenza di tutti i politici coinvolti nel sistema a danneggiare i cittadini senza che essi se ne rendano conto. Nel campo della sanità, tanto per fare un esempio, bastano pochi favori e contatti per occupare tutte le scale della “piramide” che parte dal politico ed arriva al cittadino: dall’Assessore alla Sanità si passa al primario, dal primario ai medici e dai medici i cittadini. Se, all’inizio, la figura incompetente era una, lo schema piramidale porta i cittadini a pagare le conseguenze della presenza di tante persone poco qualificate, che hanno “meritato” la loro posizione solo grazie agli scambi e ai favori. L’incompetenza non è l’unico svantaggio: il sistema clientelare congela anche lo sviluppo con premi inesistenti per i meritevoli e si tiene lontano dalle innovazioni che lo potrebbero danneggiare. Che senso ha dare più importanza al medico competente, figlio di nessuno, piuttosto che al medico incompetente figlio del tale al quale un po’ tutti i dipendenti devono il loro lavoro? Il discorso, applicato nell’esempio al settore sanitario grazie ai non pochi grattacapi che ultimamente sta facendo venire, si applica tranquillamente a qualsiasi altro settore, dimostrando che la concezione comune di distacco tra politica e cittadinanza è da rivedere dato il modo con cui i difetti della prima riescono a penalizzare, automaticamente, la seconda.

Ebbene, non è errato sostenere che la mancanza di pressione politica e meritocrazia sia la causa principale. Una volta eletto, un politico “campa di rendita” e poco si fa per verificare se adempie al suo dovere e se è disposto ad andare contro il sistema, aprendosi alle innovazioni.

I politici vengono dunque eletti (o, perlomeno, mandati alle elezioni) per le loro capacità amministrative proverbiali, o perché riescono ad illudere le masse? Emergono grazie al merito, oppure grazie alla fedeltà al sistema clientelare? Diventano dunque “cattivi” a causa del sistema con cui interagiscono, o lo sono già da prima? Si lascia ai lettori l’arduo compito di rispondere a queste domande, e meditare sulla necessità di avere politici competenti.

Francesco D’Amico

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Il capitale sociale

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 9 ottobre 2010.

Una risorsa importante che ci manca

Premettendo che quella italiana è una nazione impareggiabile in tanti settori, c’è da dire che ogni volta che indagini statistiche relative all’ambito sociale europeo diventano accessibili alla popolazione, in tutti noi scatta un certo meccanismo nel momento in cui prendiamo visione dei dati. Chissà in cosa siamo gli ultimi questa volta. Tante eccellenze, tante cose di cui andare fieri, eppure in ambito sociale ed economico c’è ancora molto lavoro da fare. Ridimensioniamo la scala, portandola al livello nazionale. Anche in questo caso, la pubblicazione dei dati statistici evidenzia un certo gap tra Nord e Sud che bene non fa alla nostra nazione. Tra tutti i dati statistici disponibili, uno in particolare merita più attenzione di quella che gli è stata data e più di tanti altri è capace di invitare la popolazione a riflettere sulla situazione attuale. Non è un’analisi fredda e distaccata, ma qualcosa che spiega nello specifico il perché di tante cose. Negli anni ’90, lo studioso americano J.S. Coleman ha introdotto il termine di “capitale sociale”, sviluppando un concetto discusso per la prima volta  da L.J. Hanifan nel 1916.  Il Prof. Roberto Cartocci dell’Università degli Studi di Bologna ha recentemente ripreso il concetto, analizzando tutte le province italiane e classificandole in base proprio al capitale appena menzionato. I parametri presi in considerazione per quantificarlo sono essenzialmente quattro: la diffusione dei quotidiani, l’affluenza al voto, le donazioni di sangue ed il numero di associazioni sportive. Il “capitale sociale”, dunque, indica il livello di fiducia ed interesse dei cittadini nei confronti della collettività, che vede tutte le province calabresi occupare la soglia più bassa della classifica. La differenza tra Nord e Sud è sostanziale, ma anche nello stesso meridione si notano molte differenze interne: in particolare, la Calabria è stata bocciata a pieno titolo e tutte le sue province occupano il livello di capitale sociale più basso. Tralasciando l’effettiva validità dei quattro punti e tenendo bene a mente che non vanno molto nello specifico, è comunque lecito pensare che un basso capitale sociale sia il segno inequivocabile di un senso comunitario da migliorare e di una diffidenza comune da eliminare. Le ragioni storiche che, per sommi capi, spiegano la condizione attuale del meridione sembrano indicare un periodo storico ben definito: immediatamente dopo la Rivoluzione francese, durante l’era napoleonica, gli ideali rivoluzionari (che tanto si basavano sui principi ben noti di fraternità, uguaglianza e libertà, ma si fondavano anche sul senso di responsabilità e sulla distribuzione delle risorse) non sono riusciti ad imporsi nella mentalità locale così come hanno fatto nel Nord ed in molti altri paesi. A distanza di due secoli, paghiamo le conseguenze di non aver assimilato determinate ideologie e tutti i vantaggi che comportano nella vita sociale; il tutto diventa ancora più comprensibile se si aggiunge all’equazione il danno continuo inflitto alla mentalità del Sud dall’unità d’Italia ai giorni nostri, passando per il ventennio fascista e la Guerra Fredda. Non c’è mai stato un aiuto dall’esterno per cambiare, anzi: per chi ha governato la mentalità arretrata è stata sempre un’arma molto efficace. Si sono avvicendate tante situazioni diverse, tutte destinate a “congelare” la mentalità del meridione, privandola di quella meraviglia che Coleman ha battezzato capitale sociale. Radicandosi profondamente nella società, non è sotto il controllo delle istituzioni e trova nella determinazione dei cittadini una risorsa praticamente inesauribile. Un esempio tipico (anche se abbastanza stereotipato) di buon capitale sociale è dato dai cittadini statunitensi che si impegnano in molte attività nel loro tempo libero, attività tra le quali spicca l’impegno diffuso in associazioni di cittadini che combattono per riuscire dove le istituzioni falliscono. Un esempio esemplare che ci fa capire quanto sia importante evitare di dipendere dalle istituzioni per ogni piccola cosa: basta riunirsi quando necessario ed offrire gratuitamente vantaggi ed assistenza ai cittadini. Se il fenomeno è popolare, quasi tutte le persone contribuiscono almeno in minima parte alla vita sociale e come risultato si ha una forza di coesione tale da rendere la popolazione indipendente dalle istituzioni sotto diversi punti di vista. Da notare il fatto che non si tratta di fantascienza. Il tutto, ovviamente, sarebbe inutile senza qualche sforzo in più per avvicinarsi il più possibile alla legalità. La questione è scontata sotto diversi punti di vista, ma ci sono tanti comportamenti che, purtroppo, non contribuiscono alla crescita socio-economica della popolazione e continuano a fare molti danni. Basti pensare ai vantaggi apparenti che si celano dietro alle “fatture mancate”, che nascondono una vera e propria insidia per il fisco, per le tasse e per i servizi pubblici: ebbene, un cambiamento di mentalità deve passare farsi vedere anche in queste piccole cose (che tanto piccole non sono, considerando il danno economico che comportano nei confronti dello Stato e di tutti i cittadini). Corruzione, mancanza di meritocrazia: il discorso si può estendere con estrema facilità a tanti altri problemi e, cosa inquietante, la percezione di questi fenomeni agli occhi dei cittadini sta aumentando tantissimo senza che però qualcuno decida di porre fine a queste vere e proprie piaghe della società moderna. Il messaggio che questo articolo vuole dare è semplice: un gruppo di poche persone non può cambiare la società se la voglia di cambiamento non è condivisa. Prendendo spunto dagli esempi di cui sopra si possono fare i primi passi verso una mentalità differente, più consona alle esigenze del nostro Paese, della nostra regione e – soprattutto – della nostra città, che ha bisogno di una coesione tra i cittadini decisamente maggiore di quella attuale. Non a caso il motto di Lamezia Terme è “Vis Unita Fortior” (L’unione fa la forza).

Francesco D’Amico

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Lamezia provincia, un miraggio sempre più lontano

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 10 luglio 2010.

Con Vibo e Crotone a rischio, cosa accadrà a Lamezia?

La morsa del Governo si stringe sempre di più intorno alle province che, per numero di abitanti, meritano a malapena questo appellativo. Per quanto concerne la nostra regione, le due province che rischiano di scomparire sono Vibo Valentia e Crotone. L’obiettivo è ridurre gli sprechi semplificando la burocrazia, e tenendo conto del costo altissimo di questi enti pubblici la proposta risulta condivisibile almeno nei suoi punti cardine. Certo, l’ideale sarebbe sbarazzarsi una volta per tutte di ogni provincia, e non solo di quelle “deboli”, per far risparmiare allo Stato ingenti quantità di denaro da destinare a ben altre cose. I costi delle province sono stimati in oltre 16,5 miliardi di Euro all’anno e gli stipendi dei 4.000 politici che le tengono in vita sottraggono alle casse statali ben 115 milioni di Euro all’anno. L’abolizione di questi enti dispendiosi non è una novità e con molta probabilità sono in pochi a sapere che se ne parlava già dalla seconda metà dell’Ottocento. Conoscendo vari alti e bassi, che spaziano dal rinforzamento in periodo fascista all’abolizione mancata (praticamente per un soffio) che l’Assemblea costituente stava per regalare a tutti noi, le province sono arrivate ai giorni nostri e continuano a ricoprire il loro presunto ruolo di collegamento ideale tra i singoli comuni e le autorità regionali. Da ricordare, infine, sono le false promesse di abolizione che hanno caratterizzato parte della campagna elettorale che poco più di due anni fa ha coinvolto tutto il Bel Paese. Insomma, altro che macchina elettrica e ponte sullo stretto di Messina, l’abolizione delle province merita un posto d’onore tra le chimere apparentemente irraggiungibili della società moderna. Una spiegazione al fenomeno si ricollega ad un tema che noi dell’MGPP abbiamo trattato più volte in passato: non si può umanamente sperare in un cambiamento della politica che sia vantaggioso per i cittadini se lasciamo alla politica stessa il potere di cambiare le cose. Posti di lavoro e stipendi comodi a chi se li può permettere sono fattori più che sufficienti per rendere nullo il volere dei cittadini e privare di concretezza ogni discorso sull’argomento, anche se pieno di buoni propositi. E’ molto probabile che l’abolizione di tutte le province si farà aspettare, e per ora dobbiamo confrontarci solo con la possibile abolizione di province come Vibo e Crotone che, come già detto, non hanno più i “requisiti minimi” per essere mantenute. Potrebbe essere un passo decisivo verso l’abolizione di tutte le province così come potrebbe contribuire al rafforzamento esagerato delle solite città (vd. Catanzaro) che sapranno sfruttare nel migliore dei modi il cedimento dei loro vicini scomodi. Uno scenario che vede Catanzaro in continua ascesa è, obbiettivamente parlando, poco digeribile per il lametino medio; si tratta di una città che, come ben sappiamo o comunque dovremmo sapere, prova a contenere lo sviluppo di Lamezia Terme facendo molto affidamento sui politici locali. I nostri.

Che dire, Lamezia è una città che ci ha provato. La situazione sta diventando sempre più sfavorevole, ma la voglia di vedere Lamezia provincia ha dato a tutti un messaggio forte. Secondo alcuni, Lamezia merita quel privilegio. Secondo alcuni, città che hanno quel privilegio non dovrebbero averlo.

Detto questo, vale la pena di aprire una piccola parentesi su una delle due province “in pericolo”, il fatto che Vibo Valentia può vantare l’appartenenza alla “casta delle province” mentre Lamezia non può farlo invita a riflettere e porta ad una serie di interrogativi. Forse Lamezia è troppo giovane? Il circondario di Vibo è migliore del nostro? Le potenzialità del nostro territorio non sono sufficienti? Lamezia serve alla collettività solo come scalo aeroportuale e non merita nient’altro? Sono stati i politici locali, in primis i catanzaresi, ad usare le radici storiche come pretesto per mantenere una provincia così piccola a discapito di Lamezia? Questi e altri interrogativi, quasi da paranoia, mettono in evidenza la natura dello scenario politico locale e le sue conseguenze.

Le ingiustizie sono molte e i fatti ci dimostrano che il numero di abitanti non basta per imporsi in un contesto regionale. Servono i politici giusti e, soprattutto, servono avversari deboli: si tratta, purtroppo, di due cose che noi non abbiamo e che ci rendono sempre più vulnerabili alle pretese di chi, tra le altre cose, rende un ente pubblico come la provincia una scusa per limitare lo sviluppo della nostra città. Date le circostanze, se Lamezia Terme non può diventare provincia, ben venga l’abolizione di tutte le province. In un’affermazione del genere, la malignità è infinitesima rispetto alla voglia di riscatto, alimentata nel cuore di ogni lametino che si rispetti, nei confronti di un manipolo di politici locali che usano uno degli enti pubblici più inutili in assoluto per limitare l’influenza e lo sviluppo di Lamezia. Se una città dalle molteplici potenzialità come Lamezia Terme deve essere messa continuamente in ridicolo perché non è una provincia, che sia fatta giustizia abolendo tale ente pubblico iniziando da Vibo e Crotone e procedendo gradualmente fino a lasciare solo i capoluoghi di regione a fungere da collegamento coi singoli comuni.

Francesco D’Amico

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Sentirsi lametini è importante

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 12 giugno 2010.

Avere una forte identità territoriale può fare la differenza

L’appartenenza ad un gruppo ben consolidato è un argomento che è stato più volte trattato da sociologi e psicologi. Si parla spessissimo di leader carismatici e della loro capacità di ammaliare le masse così come si parla di bande organizzate di giovani teppisti che commettono reati senza avere dei motivi ben precisi. Certe volte, il comportamento dell’uomo non è molto diverso da quello di tanti altri animali che vivono in branco, condividendo determinati interessi e lottando insieme per determinati obiettivi.

La forte cooperazione tra individui si è rivelata uno strumento importantissimo per il successo della specie umana e ciò è dimostrato da una lunghissima serie di ritrovamenti di grande rilevanza archeologica. “L’unione fa la forza”, recita il proverbio che meglio si adatta a riassumere questo concetto: quando si è parte integrante di un gruppo che condivide ideali e/o interessi ben definiti, è più facile raggiungere risultati che a prima vista potrebbero sembrare irraggiungibili. Da notare che il concetto di gruppo è talmente generico da poter essere esteso ad un’intera popolazione di individui che, tanto per fare un esempio, sono pronti a tutto pur di difendere la propria nazione. Tali sentimenti sfociano in eccessi tragicamente noti come il razzismo, ma è scorretto evitare di menzionare i vantaggi che una forte identità territoriale comporta. Queste generalizzazioni servono ad introdurre un argomento molto delicato, ossia l’effettiva appartenenza dei cittadini alla realtà sociale e territoriale lametina. Come vedremo, si tratta di un processo che viene ripetutamente ostacolato da barriere più o meno fisiche la cui natura risale al lunghissimo periodo che ha preceduto la “creazione” di Lamezia Terme.

Anche se sembra paradossale, una delle “barriere” è costituita dalla mancanza di una fusione fisica tra i centri urbani di Nicastro, Sambiase e Sant’Eufemia: anche se Nicastro e Sambiase sono sempre più “vicini” grazie all’edilizia e alla crescita impressionante di aree come Savutano, c’è ancora molto da fare per unire Sant’Eufemia al resto della città. Percorrendo le strade che collegano i vari centri, l’impressione di vivere in una città smembrata è molto forte e talmente scoraggiante, da indurre una schiera di “nostalgici” a considerare la fondazione di Lamezia Terme come un evento nefasto che ha dato più disagi che benefici e che non sembra destinato a portare a risultati concreti. “Chi fa da sé fa per tre”, dice un altro proverbio che si trova in netto contrasto con quello menzionato all’inizio di questo articolo e che sembra fatto apposta per descrivere la situazione attuale di Lamezia. Viene spontaneo il paragone con l’unità d’Italia, evento storico di portata enormemente più grande che però vanta critiche paragonabili ed attuali. Detto questo, pensando alle potenzialità che il territorio lametino può vantare, non si può fare a meno di chiedersi il perché di tanto pessimismo e, soprattutto, il perché della mancanza di un’unione effettiva dei tre centri urbani. Le classi dirigenti del passato hanno commesso vari errori, primo tra tutti quello di far sviluppare la neonata città con un approccio poco lungimirante ed equilibrato, e sta ai politici attuali porre rimedio a tale errore cercando vie di sviluppo nuove ed innovative. Purtroppo, con le vacanze estive sempre più vicine, i cittadini sono nuovamente forzati a confrontarsi con uno dei tanti problemi che affliggono periodicamente il nostro territorio: si tratta del divieto di balneazione nelle nostre spiagge, che quest’anno interessa circa un terzo della costa. Questo e tanti altri fallimenti della classe dirigente influiscono negativamente sull’opinione che i lametini stessi hanno del territorio in cui vivono: che senso ha avere così tante potenzialità se poi non vengono sfruttate? Dove sono i politici locali quando si tratta di difendere il lametino? Non è un caso ricondurre la responsabilità di questi inconvenienti alle solite figure politiche che in tutti questi anni di concreto hanno fatto ben poco.

Politica a parte, parliamo tanto di una Lamezia unita che lotta per emergere e vincere la morsa che ne limita il progresso, ma se le differenze interne continuano a persistere risulterà molto difficile creare un fronte unito per far valere i diritti di una città così promettente: senza unità, oltre ai politici locali e alle città vicine (sempre pronte a piombare come avvoltoi su di noi), Lamezia dovrà confrontarsi anche con le “lotte” intestine. Ritornando al paragone con l’Italia, la divisione del Bel Paese in tanti piccoli stati non ha fatto altro che indebolire la penisola per secoli, rendendola succube delle potenze straniere che, al contrario di noi, potevano vantare una forte coesione interna. Di fronte ad un esempio così evidente, non si può fare a meno di ammettere che l’orgoglio lametino è un sentimento necessario per far (ri)nascere la città; ogni cittadino deve essere perfettamente cosciente delle potenzialità della piana per avere bene a mente che la realtà territoriale di cui fa parte merita molto di più. Si tratta di un processo lento ma inesorabile, che articoli come questo possono accelerare.

Francesco D’Amico

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La percezione della sicurezza

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 29 maggio 2010.

Il ruolo del cosiddetto “Quarto Potere”in una società in continuo cambiamento

Guardando i programmi d’informazione sulle varie reti nazionali e locali, è normale chiedersi se il loro ruolo nella nostra società non stia andando oltre gli schemi. Il Quarto Potere, che in una società ideale dovrebbe fungere da controllore, cede spesso e volentieri ad alcune tendenze “di mercato” per potersi sostentare.

Un incidente aereo di particolare entità fa scattare “l’allarme sicurezza” e per un certo periodo di tempo i mezzi di informazione (telegiornali in primis) fanno di ogni erba un fascio, trasformando in notizie bomba dei semplici malfunzionamenti che in altri periodi dell’anno passerebbero del tutto inosservati di fronte ai mezzi di informazione.

E’ strano, molto strano, che certe situazioni diventino sempre più comuni quando scoppia un determinato caso mediatico: il più delle volte, infatti, si ha a che fare con una maggiore attenzione dei media nei confronti di tematiche che attirano molta audience. Le morti sul lavoro, tanto per fare un esempio attuale, non sono iniziate poco tempo fa: basti pensare alle indagini che Pierpaolo Pasolini fece al suo tempo per rendersene conto. Lo stesso concetto si può applicare senza esitazione alle aggressioni da parte di extracomunitari più o meno irregolari che, fino a qualche tempo fa, sembravano salite alle stelle portando alla diffusione di razzismo e paura in tutta la nazione. “Non si può più uscire, il pericolo è dietro l’angolo e le passeggiate tranquille sono solo un lontano ricordo”, era questa l’essenza del clima che si respirava in Italia mentre i politici più estremisti, spinti da una buona dose di razzismo, promulgavano leggi che attiravano quasi istantaneamente le critiche della comunità internazionale. Degno di nota è stato il rischio di avere a che fare con una pandemia, anch’esso abbastanza recente, che è stato prima esasperato dai media e poi ridicolizzato a pericolo scongiurato. Se non fosse stato per le misure rigidissime che sono state prese in tutto il mondo, le cose sarebbero andate diversamente: per i media, invece, l’unica cosa che conta è che il numero di vittime si è rivelato fin troppo basso per giustificare il putiferio mediatico da loro stessi sollevato. La sovrapproduzione di vaccini ha senz’altro contribuito ad alimentare le critiche, ma ciò non toglie nulla a quanto affermato poc’anzi.

Senza affrontare nello specifico queste tematiche, è necessario mettere molta enfasi sulla (ri)nascita della coscienza dei cittadini quando i media propongono i loro “casi”; persino i vari governi che si sono avvicendati in Italia negli ultimi anni hanno agito prendendo come spunto quello che i telegiornali hanno inculcato nella mente dei cittadini. Dov’è la capacità critica della popolazione di fronte alle esagerazioni? Chi mette un freno ai casi mediatici che non rappresentano fedelmente la realtà? Chi pensa ai problemi che non fanno audience? C’è veramente bisogno dell’attenzione prolungata dei media per sensibilizzare i governanti, spaventare i cittadini ed infine arrivare ad una soluzione dei problemi? Indipendentemente dai singoli casi, è difficile negare il fatto che i mezzi di informazione stanno dimostrando di avere un controllo non indifferente nella formazione della mentalità dei cittadini e nella nascita/alimentazione di determinate paure.

Detto questo, sembra quasi paradossale affermare che, in alcuni casi, il problema è addirittura inverso: fatti di cronaca particolarmente sconcertanti finiscono in secondo piano e la loro gravità viene ridotta significativamente. I media aiutano questa società in continuo cambiamento a risolvere determinati problemi, cadendo però nell’errore di trascurarne altri con conseguenze preoccupanti: c’è chi dice che il successo della criminalità organizzata in Calabria è dovuto, oltre alla capacità organizzativa di altissimo livello e alla struttura intrafamiliare delle varie cosche, anche al fatto che parlare di ‘Ndrangheta non era tanto appagante quanto parlare della mafia “classica”. Conseguentemente, la ‘Ndrangheta stessa è stata sottovalutata e combattuta con mezzi largamente inferiori a quelli necessari, con risultati visibili agli occhi di tutti. Per le poche persone che criticano l’operato dei mezzi di informazione, quello appena citato sembrerebbe l’esempio più scandaloso in assoluto: ancora oggi, avendo dimostrato ripetutamente che la ‘Ndrangheta è l’organizzazione criminale più pericolosa, se ne parla quasi come non fosse un argomento di primaria importanza in questo paese.

Questa piccola critica ai mezzi di informazione si conclude citando il ruolo giocato dai media nel trattare un argomento molto delicato per il nostro territorio, ossia la lunga serie di furti che stanno fiaccando la fiducia dei lametini nei confronti delle forze dell’ordine e delle istituzioni. Ebbene, in una situazione molto delicata, a noi sembra improponibile sminuire gli eventi accaduti (e ancora in corso). Anche se questi episodi sono di una natura tale da non renderli di nostra competenza, i loro effetti sulla nostra città non sono affatto trascurabili e potrebbero essere sottoposti ad una maggiore attenzione anche da parte nostra.

Francesco D’Amico

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Il monitoraggio dell’ambiente lametino non è utopia

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 15 maggio 2010.

Perché non sfruttare la possibilità di analizzare acque e suoli?

L’educazione ambientale presenta molte lacune nel nostro paese, lasciando una grossissima parte della popolazione priva delle nozioni basilari sulla conoscenza ambientale. Quel poco che si sa si limita alla raccolta differenziata ed all’inquinamento: si tratta di due cose importanti, questo non viene messo in dubbio, ma la loro conoscenza non basta. Non tutti sanno che in Calabria ci sono elementi fortemente nocivi per la salute, come l’Uranio (U) e l’Arsenico (As). L’U si trova in piccole quantità in Sila ed è arrivato persino a contaminare le acque, mentre l’As ha una distribuzione molto più preoccupante: a Lamezia, stando ai dati attualmente in possesso, si può trovare alle Terme Caronte. Quali sono i mezzi che possono portare gli elementi dannosi ai calabresi? Un ruolo fondamentale è giocato dagli innumerevoli fiumi di piccola portata, che possono trasportare gli elementi nocivi per chilometri e chilometri. Il suolo stesso funge da mezzo: se contaminato e coltivato, può costituire un grossissimo problema.

Neanche le famose “sorgenti di paese”, note per la loro presunta naturalezza e genuinità (forse data soltanto dalla lontananza dalle città), hanno retto ad analisi approfondite: vari studi hanno evidenziato massicce presenze di Fluoro (F) in varie sorgenti, mettendo in evidenza il rischio che questo elemento comporta a denti ed ossa. Raggiungere i risultati ottenuti in regioni come la Toscana sarebbe veramente eccellente per una Calabria che ha visto emergere lo scandalo delle scorie radioattive al largo delle sue coste. Un monitoraggio molto attento dei suoli e delle acque porterebbe a risultati d’eccellenza: per essere attuato, tuttavia, va voluto con forza senza cadere nell’errore di affidarlo alle persone sbagliate. Questo monitoraggio non è utopia e, cosa molto importante, ha risvolti pratici e pressoché istantanei: oltre ai vari usi nell’edilizia, i dati ottenuti con gli studi possono essere usati per migliorare l’agricoltura. Sta ai comuni interpellare l’A.R.P.A. Cal., organo che finalmente sta iniziando a funzionare, per commissionare questi studi, dato che non si può affidare tutto il fardello di queste ricerche ai tesisti delle Università che, per pura scelta e dedizione, decidono di far analizzare acque e suoli del loro territorio. Detto questo, è necessario saper inquadrare Lamezia in questo contesto.

La nostra città è in continua espansione, questo si sa, ma l’espansione va portata avanti tendendo conto del terreno che viene usato per costruzioni e coltivazioni. Lamezia non è messa proprio benissimo dal punto di vista ambientale: come è stato già detto in passato, sono in pochi i lametini che sono a conoscenza della faglia che attraversa i centri abitati di Sambiase e Nicastro. Dove sono le opere di sensibilizzazione per focalizzare l’attenzione dei lametini su questo problema? L’attenzione non può fare miracoli né prevenire un terremoto, ma contribuisce a diffondere la giusta mentalità di convivenza coi fenomeni sismici che caratterizza il Giappone e la California. Ad una zona a rischio deve corrispondere un’educazione adeguata che va perpetrata ai cittadini a partire dalle scuole dell’obbligo. Dovremmo forse aspettare la prossima catastrofe per renderci conto del fatto che abbiamo un territorio complicato con cui convivere? Ora come ora non è possibile saperlo. Siamo sicuri di una cosa: purtroppo, il terremoto del 1638 è stato effettivamente dimenticato e, grazie alla “collaborazione” dei politici, non funge da monito per nessuno. Qui si rimanda alle idee liberali, secondo le quali tutto quello che non interessa i politici nel loro mandato (ossia le conseguenze a lungo termine) viene automaticamente riposto nel dimenticatoio: in questo caso, sembrerebbe proprio che questa prerogativa dei politici sia stata estesa all’intera popolazione.

Vorremmo una Lamezia all’avanguardia nel monitoraggio dell’ambiente, e per renderlo possibile bisogna fare pressione sui politici affinché si decidano ad agire. Non è affatto utopica una Lamezia in cui ogni cittadino può, col minimo sforzo, usufruire dei dati raccolti con gli studi del territorio per soddisfare i propri interessi col massimo della sicurezza. C’è da chiedersi se i politici saranno disposti ad estendere il concetto di “lametino” anche al territorio, senza limitarsi alle aree urbane ed ai loro problemi.

Francesco D’Amico

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UNICAL, un’occasione perduta

Questo articolo è uscito sul periodico il Lametino lo scorso 1 maggio 2010.

L’Università della Calabria, o UNICAL, è nata in un contesto di sviluppo della nostra regione diversi decenni fa. L’obiettivo era quello di creare un’università accessibile a tutti i calabresi, contenendo il flusso di giovani che, una volta ottenuto il diploma, erano costretti ad uscire dai confini regionali per dirigersi verso i soliti atenei del centro-nord. Conoscendo le potenzialità della nostra piana, un lametino ben informato non ha molto di cui stupirsi dopo aver appreso che era intenzione di molti far costruire l’UNICAL proprio a Lamezia. L’indagine del Censis dell’anno scorso ha visto l’UNICAL al primo posto tra gli atenei di grandi dimensioni grazie a parametri quali l’informatizzazione avanzata dei servizi e a qualità delle strutture: tutto questo sta ad indicare che l’importanza dell’Università della Calabria è in continua crescita. Tutto questo sta ad indicare che, circa 40 anni fa, Lamezia Terme ha perso un’occasione apparentemente irripetibile.

Questa tematica è sta affrontata dal movimento due settimane fa e ritrattarla in maniera un po’ più approfondita, prendendo specificatamente l’esempio dell’UNICAL di Rende, serve per sensibilizzare i lametini sull’importanza delle Università nel territorio nazionale, sull’inefficienza della classe politica lametina e sulle potenzialità dell’area in cui viviamo.

Le strutture universitarie non sono solo un modo per aumentare il prestigio di una data città: portano “vita”, tanti soldi e contribuiscono in maniera significativa alla crescita dei centri urbani a loro vicini. La “vita” consiste nel flusso di giovani che, per seguire le lezioni e dare gli esami, prendono casa nei pressi dell’Università e approfittano del tempo libero per uscire e “ringiovanire”, per così dire, la città che li ospita. Il flusso di soldi è una conseguenza diretta del flusso di persone: ogni esigenza della popolazione studentesca è soddisfatta dalla presenza massiccia di negozi di vario tipo. La crescita dei centri urbani è un altro fattore importante da considerare: nei pressi dell’UNICAL, infatti, le case da affittare agli universitari crescono come funghi ed estendono in maniera impressionante i confini di Cosenza/Rende. Alla luce di tutto questo, è parecchio limitativo credere che un’Università non possa cambiare radicalmente una città.

L’autostrada, fatta “deviare” da Mancini per valorizzare la città di Cosenza, funge da ciliegina su una torta imposta con la forza della burocrazia ai calabresi. Detto questo, ci sono delle cose che invitano a riflettere. Che i politici cosentini fossero infinitamente più bravi di quelli lametini è di pubblico dominio e i fatti lo dimostrano, ma ci sono vari aspetti del “ringiovanito” ambiente cosentino che dovrebbe indignare tutti i lametini.

Innanzitutto, il tratto autostradale è continuamente soggetto a seri problemi di sicurezza, problemi che trovano una spiegazione nel dissesto idrogeologico della zona: dispendio di energie e denaro, rallentamenti e vittime umane sono solo alcuni dei prezzi che i calabresi devono pagare per lo sviluppo forzato di Cosenza, una città che senza Università rimarrebbe nell’oblio. I lavori per l’ampliamento dell’autostrada sono costosissimi e destinati a protrarsi nel tempo, così come i disagi che essi implicano. Il funzionamento dell’UNICAL dipende da vari fattori meteorologici, e l’area in questione è molto vulnerabile alla paralisi più totale prima e dopo il periodo natalizio, quando la neve può bloccare la massima parte dei trasporti. Dulcis in fundo, a tutto questo si aggiunge un tasso di precipitazione tale da surclassare quello di Londra: insomma, altro che clima mediterraneo!

Non è sbagliato affermare che l’UNICAL a Cosenza è un vero e proprio spreco rispetto alle sue reali potenzialità. Se l’Università fosse stata costruita a Cosenza, sarebbe stata molto più accessibile e avrebbe senz’altro beneficiato della vicinanza dell’aeroporto per far confluire esperti di alto spessore. E’ importante che i lametini vengano a conoscenza di tutti i torti subiti dalla nostra città: solo in questo modo la coscienza popolare si può (ri)svegliare, solo in questo modo sarà possibile cambiare la città.

Francesco D’Amico

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