Lacrime di CoccO’Leary

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Marcia indietro del patron di Ryanair sulla qualità del servizio, ma potrebbe essere l’ennesima pubblicità ingannevole…

Michael O’Leary che ride, chissà perché.

Dopo il tonfo in borsa (-15%) e la necessità di ridurre la programmazione dei voli a causa delle previsioni meno vantaggiose del previsto sui ricavi a breve termine, la compagnia “ultra low cost” che vi porta a Stocazzemburg e lo fa gonfiando i tempi di viaggio informa, tramite il proprio patron Michael O’Leary (MOL), che nel prossimo futuro tratterà meglio i propri clienti.

Sembra un sogno, ma è vero: MOL ha annunciato penali più soft, un approccio migliore della compagnia nei confronti dei propri passeggeri e un restyling del sito internet. Fonti interne riportano aneddoti che si commentano da soli: un pezzo grosso, per esempio, avrebbe visto passeggeri scoppiare a piangere all’uscita d’imbarco perché costretti a pagare il loro bagaglio a mano come gate bag (bagaglio fuori misura da mettere in stiva pagando una penale). Secondo un sondaggio di Which?, Ryanair è emerso come il peggior marchio della Gran Bretagna. La compagnia, con un controsondaggio, ha provato a screditare Which?, ma l’effetto si è sentito e non poco: ormai tutti sanno che Ryanair fa schifo. L’immagine di Ryanair, tra una polemica e l’altra, è compromessa e i pezzi grossi del colosso dei cieli irlandese vogliono darci un taglio per migliorare la propria reputazione. E’ una questione d’immagine e, di conseguenza, anche di soldi: è vero che nonostante la reputazione i voli della Ryanair continuano a fare il pieno con load factor più che favorevoli, ma gli effetti della cattiva pubblicità stanno iniziando a farsi sentire e le concorrenti stanno guadagnando terreno.

Il mercato del trasporto aereo, in particolare quello delle low cost, considera Ryanair come punto di riferimento per stabilire gli standard di qualità del servizio: basta non fare schifo quanto loro per accaparrarsi una buona fetta di mercato e avere una buona reputazione, anche se in termini assoluti la qualità del servizio non è delle migliori. L’inglese easyJet ha regole che sembrano studiate per vincere ogni confronto diretto con la cugina/rivale irlandese: penali del 50% inferiori a quelle di Ryanair, nessuna penale per il check-in non fatto a casa, posti assegnati dal sistema per evitare caos all’imbarco, tracce di fidelizzazione per conquistare e mantenere fette di clientela, scelta di aeroporti ponderata. Sembra tutto fatto ad hoc per differenziarsi il più possibile da Ryanair, e i risultati si vedono: easyJet incassa e ha una reputazione che MOL può solo sognare.

“Ok, la Ryanair migliorerà, ma dov’è l’imbroglio?”, potrebbe dire qualcuno. In effetti, qualcosa che non quadra nelle affermazioni di MOL c’è. Quest’estate, la Ryanair ha aumentato le penali del 66% (rendendo un’eventuale riduzione delle stesse penali un ritorno allo status quo ante più che un passo indietro vero e proprio). Nel suo comunicato, il “capo dei capi” fa riferimento ai gate bag (che, come già detto, sono i bagagli a mano fuori misura che vanno messi in stiva) e non alle altre penali, che sono più salate e nascondono le peggiori insidie: un gate bag costa circa 70€, i bagagli da spedire al check-in che non sono stati registrati in prenotazione arrivano a quasi 165€. Per un kg in più, la compagnia vi fa pagare fino a circa 25€ergo bastano appena 3 kg per superare la penale del gate bag. Forse MOL ha fatto un semplice esempio, lasciando intendere ai lettori la volontà di ridurre tutte le penali? Può anche essere, ma considerando il soggetto, che ha definito “idioti” i passeggeri che non stampano a casa le carte d’imbarco e che, una volta arrivati in aeroporto, sono costretti a pagare la famosa ACI fee (che in Italia arriva a circa 85€), dobbiamo procedere con estrema cautela.

Cocco2

Immagine ricavata da FlightRadar24.com che invita a riflettere. Nonostante tutto, la gente continua a scegliere Ryanair.

Bisogna notare anche tutte le altre pecche della compagnia che sono state escluse dal mea culpa di MOL. O’Leary non fa riferimento alla questione degli aiuti pubblici/privati e illiberali che la compagnia riceve in tantissimi aeroporti d’Europa, in particolar modo in Italia, dove la politica selvaggia a caccia di consensi e di una crescita falsata delle statistiche, ha permesso a Ryanair di sviluppare un network domestico fittissimo, danneggiando le concorrenti che rispettano il mercato. Con cadenza quasi giornaliera, la pagina Facebook Ryanair Pilot Group pubblica fatti sempre più preoccupanti su Ryanair e sulla sua gestione, fatti praticamente ignorati nel comunicato di MOL. Come la mettiamo con la questione della sicurezza? La policy sul carburante imbarcato cambierà? Perché punire così duramente i dipendenti che si pongono domande più che legittime sulla gestione della compagnia? C’è chiarezza sull’assunzione e sul trattamento dei dipendenti? Ha senso continuare a promettere in giro per l’Europa un nuovo posto di lavoro in loco ogni mille passeggeri trasportati? Nessuna risposta a queste e a tante altre domande, solo vaghi riferimenti al customer care che, in fin dei conti, potrebbe rimanere essenzialmente lo stesso anche rimuovendo la penale “gate bag”. Intanto, la compagnia pubblica nuovi dati, ostentando un indice di puntualità del 93% che non è stato verificato da nessuna fonte indipendente e contribuisce a creare intorno a Ryanair un alone di efficienza operativa che è tutto da verificare e che, in un contesto normale, dovrebbe portare ad una bella indagine per pubblicità ingannevole. Caro (si fa per dire) MOL, ti pentirai anche di questo?

Insomma, sono proprio… lacrime di CoccO’Leary. Non basta una promessa per coprire anni di maltrattamenti e figuracce: chi tratta i passeggeri come bestie, prima o poi, paga di tasca propria o con la reputazione.

Francesco D’Amico

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Recensione di FreeSpace 2

Questa recensione è uscita su Gamesource nel mese di novembre 2009.

La saga di FreeSpace è stata influenzata negativamente dalla mancanza di una campagna pubblicitaria decente che ha accompagnato l’uscita del secondo titolo della serie. Il primo era riuscito ad affermarsi ampiamente sul mercato, ma le poche vendite del secondo episodio hanno contribuito in maniera significativa a bloccare la saga proprio dov’era arrivata. Quest’ultimo è di una qualità sorprendente e non sono in pochi a definirlo il miglior simulatore fantascientifico in circolazione.

Il gioco in sé offre una trama coinvolgente e un’esperienza di gioco ben curata, ma la vera forza di FreeSpace 2 è data dai fan, che da dieci anni (l’uscita del gioco risale al 30 Settembre 1999) mantengono viva la passione per la saga grazie a tantissime espansioni non ufficiali, un codice di programmazione implementato, miglioramenti grafici sorprendenti e diverse TC (Total Conversion) che vantano centinaia e centinaia di migliaia di download.

L’uscita di un terzo capitolo è ormai improbabile, ma i fan sono quasi di comune accordo nell’affermare che, fatta eccezione per la sua trama, FreeSpace 3 non serve. Grazie ad un programma semplice ed intuitivo, FRED (FreeSpace Editor), ogni fan è in grado di creare una campagna lineare e renderla pubblica per contribuire significativamente all’aumento della longevità del titolo.

A 10 anni dal lancio, le copie ufficiali sono veramente difficili da trovare, ma il gioco si può tranquillamente comprare su internet per la ridicola somma di 6 dollari. Per quanto riguarda gli aggiornamenti, il posto giusto per trovarli e imparare ad installarli è Hard-Light Productions.

Il buon vecchio stile di FreeSpace

Certe volte capita di avere a che fare con seguiti che stravolgono le dinamiche di gioco per apportare una marea di modifiche, ma non è il caso di FreeSpace 2. Chi conosce il primo capitolo non può non notare lo stile ben riuscito, che garantisce un’ottima immersione ed una giocabilità abbordabile. L’HUD (Head Up Display) è facile da usare, ma chi non ha molta dimestichezza con il radar a tre dimensioni potrebbe avere qualche problema. Così come nel primo capitolo, in FS2 è possibile usare i propri sistemi di puntamento per colpire i punti deboli delle navi nemiche (sottosistemi, torrette, reattori, etc. etc.) e renderle dei bersagli facili. Questa caratteristica di FreeSpace è veramente degna di nota, dato che non sono rari i giochi in cui si finisce sempre con lo sparare a raffica fino all’esaurimento dei punti danno del bersaglio.

La schermata principale, che mostra gli interni della nave dalla quale il giocatore decolla per prendere parte ad una lunga serie di missioni, risulta essere parzialmente interattiva. Ad ogni opzione viene associata una sala e per accedervi basta cliccare sull’apposita immagine. Come sistema è abbastanza semplice, ma riesce, nonostante tutto, a dimostrarsi efficace.

Una caratteristica peculiare di FreeSpace consiste nella forte tendenza ad usare nomi mitologici come Athena, Zeus e Loki, o addirittura biblici come Lucifer, Boanerges e Sathanas. Per i vasudiani, invece, si usano solo ed esclusivamente nomi egiziani (come Hatshepsut, Ra, Seth, Anubis, etc. etc.). Questa particolare tendenza è ancora più forte nel secondo capitolo, dove l’uso di nomi collegati alla cultura greco-romana si nota praticamente ovunque. I pareri su questo stile sono contrastanti, ma non c’è dubbio sul fatto che contribuiscono in maniera significativa a rendere FreeSpace una serie fantascientifica che tende, seppur con moderazione, verso il genere Fantasy. Le navi Shivan che vengono designate Thanatos, Nosferatu, Baal e Sephiroth (giusto per menzionare qualche esempio) hanno un’aura che permea tutto l’ambiente circostante… più che capace di appassionare i giocatori che vedono nei nomi e nei loro significati nascosti un motivo in più per andare avanti.

Un inizio dantesco…

La trama di FreeSpace 2 inizia 32 anni dopo la fine del primo FreeSpace: nel filmato introduttivo viene usata l’espressione dantesca “half a lifetime ago”, che sembra quasi un chiaro riferimento al “mezzo del cammin di nostra vita” della Divina Commedia di Dante. Gli Shivan, la razza inscrutabile e quasi inarrestabile che fece la sua comparsa a 14 anni dall’inizio dalla guerra tra terrestri e vasudiani, è ormai scomparsa da anni. Il sistema Sol, l’origine della razza umana e da sempre un punto di riferimento per tutti i terrestri, è stato isolato in seguito al collasso del nodo di salto causato dalla distruzione della nave di comando Shivan, la Lucifer.

I terrestri hanno subito provveduto a sostituire il governo di Sol con nuove autorità, ma le tensioni politiche continuarono a manifestarsi saltuariamente. La Galactic Terran Vasudan Alliance (GTVA) viene finalmente formata e diventa, di fatto, la massima autorità in tutti i sistemi terrestri e vasudiani. L’alleanza fa perno sulla lotta congiunta di terrestri e vasudiani contro gli Shivan, che ha contribuito ad eliminare (perlomeno in parte) una miriade di stereotipi e tensioni che in 14 anni di conflitto avevano flagellato entrambe le razze. Dopo la Grande Guerra con gli Shivan, la ripresa economica è stata miracolosa e la nuova alleanza si pose come mezzo ideale per guardare al futuro imparando dal passato. La voglia di credere in un futuro prosperoso è molto forte, e la cooperazione tra le due razze porta a notevoli sviluppi in campo scientifico e tecnologico. I nuovi nati terrestri appartengono alla cosiddetta Generazione Perduta (“Lost Generation” nel gioco), in quanto nati in seguito alla chiusura del nodo di salto che connetteva il sistema Delta Serpentis a Sol.Gli ostacoli non mancano, neanche quando la situazione politica sembra ormai stabilizzata: nel 2366, 31 anni dopo la fine della Grande Guerra, l’Ammiraglio Aken H. Bosch prende il controllo del sistema Polaris grazie all’aiuto della 6a Flotta GTVA, che è sotto il suo comando. Le ideologie di Bosch fanno perno sull’odio nei confronti dei vasudiani e sulla creazione di un governo che sia capace di eguagliare la gloria dell’ormai incontattabile governo terrestre. Così come la Stella Polare (Polaris, appunto) è servita in passato per guidare i navigatori che per secoli si sono avventurati per mari e oceani terrestri, quella stessa stella e il suo governo hanno il compito di guidare i terrestri rimasti fuori da Sol verso gloria e prosperità completamente rinnovate.
Il Neo-Terran Front, questo è il nome del movimento politico e militare di Bosch, riesce ad attirare l’attenzione di molti membri della Generazione Perduta, tutti in cerca di ideali in cui credere. Con un effetto domino, l’NTF estende il suo controllo anche a Sirio e Regulus e minaccia seriamente la supremazia della GTVA, che si trova costretta a reagire con la forza delle armi.La campagna principale di FreeSpace 2 inizia ad un anno e mezzo dallo scoppio della guerra civile, e il giocatore raggiunge il fronte a bordo di una nuova nave da guerra, il cacciatorpediniere Aquitaine. Inutile nascondere il fatto che gli Shivan sono destinati a tornare…Combattimenti memorabili all’ultimo raggio!

Al contrario del capitolo precedente e della massima parte dei titoli del genere, FreeSpace 2 ha dato una notevole importanza alle battaglie tra navi da guerra. L’aggiunta più impressionante sono le armi a raggio, ottenute con la ricerca che è stata effettuata sugli Shivan. Grazie alla loro potenza devastante, nessuna nave può considerarsi al sicuro, e le battaglie che ne vedono un uso massiccio sono veramente epiche.

Per il giocatore, le armi a raggio rappresentano un piccolo rischio, dato che sono capaci di distruggere il giocatore stesso al minimo contatto, e questo può diventare un problema in certe missioni. A ciò si aggiunge la presenza di armi a raggio specificatamente create per abbattere i velivoli da combattimento, rendendo prioritaria l’eliminazione delle torrette che usano queste tecnologie avanzate.

Le armi in dotazione al giocatore si dividono in due categorie familiari a tutti gli appassionati del genere: primarie e secondarie. Le armi primarie comprendono vari tipi di laser che si adattano molto bene allo stile del giocatore, e offrono la possibilità di causare danni non convenzionali ai nemici. E’ possibile, per esempio, usare armi in grado di diminuire le riserve energetiche del bersaglio colpito, di disabilitare i sottosistemi,  di avere un effetto cinetico e di specializzarsi nella distruzione degli scudi o degli scafi.

La massima parte delle armi secondarie non ha effetti particolari sui bersagli se si esclude la capacità di infliggere seri danni. Alcune possono essere lanciate in veri e propri sciami di 4 od 8 missili per massimizzare la forza d’impatto e garantire effetti spettacolari. Non potevano mancare, ovviamente, i siluri: grazie a loro, quando si è a bordo di un bombardiere, è possibile ridurre in polvere le enormi navi da guerra che FreeSpace può vantare di avere. E’ da segnalare il fatto che la potenza di alcune armi, come i missili Tornado e Trebuchet, è in grado di rendere troppo facili alcuni combattimenti. Certo, i livelli di difficoltà del prodotto non smetteranno mai di costituire una sfida anche per i giocatori più esperti, ma molti fan non apprezzano la facilità con la quale è possibile lanciare missili devastanti a lungo raggio e infliggere pesanti perdite al nemico prima di arrivare a distanza ravvicinata.

Un’altra nota parzialmente negativa va alla velocità dei velivoli di combattimento, che sono più vicini agli elicotteri che agli aerei in termini di manovre e stili di combattimento. In FreeSpace non esistono scontri ad alta velocità, e chi li cerca rimarrà leggermente deluso, ma l’adrenalina è comunque alle stelle grazie alle battaglie spettacolari che il giocatore potrà osservare da diretto protagonista a bordo del suo caccia o del suo bombardiere. Una delle caratteristiche peculiari della serie FreeSpace è il sistema che associa i brani musicali agli eventi del gioco. Situazioni di calma, vittoria totale, obiettivi raggiunti, battaglie, arrivo di unità amiche o alleate: ogni evento è associato ad un brano musicale di lunghezza variabile che garantisce un’immersione senza precedenti. La percezione che si ha delle battaglie incrementa col variare dei brani musicali di combattimento, che seguono un crescendo e arrivano a tratti particolarmente epici.

Tra FRED, nuove armi e nuove navi…

FRED, l’editor usato dai fan per creare missioni, è già incluso nel gioco, pertanto non è necessario scaricare nulla per iniziare a divertirsi creando missioni personalizzate e addirittura intere campagne. Con la rete è possibile scaricare FRED 2 OPEN, la versione migliorata dai fan che oltre a garantire la piena compatibilità con FSO aggiunge una notevole quantità di nuove opzioni e parametri modificabili.

FRED è intuitivo: per imparare ad usarlo con efficacia non occorre nessuna conoscenza dei codici di programmazione più usati. I fan sono sempre stati molto attivi nell’uso di FRED, e l’esistenza di decine e decine di campagne non ufficiali garantisce al gioco una longevità praticamente illimitata. Con qualche click è possibile aggiungere navi, messaggi, briefing, debriefing, obiettivi di missione e tutto il necessario per avere un’esperienza di gioco personalizzata.

Le campagne create dai fan garantiscono a FreeSpace una longevità praticamente insuperabile: si contano decine e decine di campagne non ufficiali che offrono un numero incalcolabile di ore di divertimento assicurato.

Non è raro trovarsi di fronte a nuove armi, ma l’impatto più notevole è dato dalla creazione di nuove navi, caccia e bombardieri. Alcuni creatori di nuovi velivoli sono stati talmente produttivi da creare campagne nelle quali la massima parte dei velivoli usati era totalmente inedita. Diversi progetti di questo tipo sono stati ultimati, e molti altri sono in fase di completamento.

La maestosità degli aggiornamenti non ufficiali

La comunità di FreeSpace è sempre riuscita a mantenere il gioco vivo e vegeto, e questo è dovuto allo sforzo dei fan che sono riusciti a contattare gli sviluppatori del gioco per rendere open source l’engine di FreeSpace 2.
L’età di questo capitolo non ha nessuna rilevanza di fronte alla qualità dei miglioramenti, che spesso e volentieri supera quella dei titoli che noi tutti possiamo acquistare a prezzi 10 volte superiori. Ecco un esempio che mette in evidenza i miglioramenti grafici. La prima immagine è stata presa dall’originale FreeSpace 2 uscito nel 1999, mentre la seconda è stata presa dalle versioni più recenti (pubblicata qualche mese fa) dei miglioramenti grafici. Le differenze sono sorprendenti:

La squadra del Source Code Project (SCP), autore di innumerevoli versioni di FreeSpace Open, cura lo sviluppo del gioco dal lontano 2002 con continui aggiornamenti e aggiunte. Il FreeSpace Upgrade Project (FSU) lavora in tandem con i programmatori dell’SCP per migliorare la grafica del gioco con risultati impressionanti (gli aggiornamenti sono contenuti in file chiamati “Media VP”). Questo include, ovviamente, il netto miglioramento delle immagini, ma si estende anche alle animazioni e ai modelli di caccia e navi. I cockpit dettagliatissimi che tutti i fan hanno imparato ad apprezzare non esistevano nell’originale FS2: la loro aggiunta si deve solo ed esclusivamente al FSU.

La popolarità di FreeSpace 2 è salita alle stelle in seguito alla pubblicazione di alcune TC (Total Conversion), ossia i tentativi coronati dal successo di ricreare alcuni tra i più famosi universi fantascientifici. The Babylon Project, Wing Commander e Battlestar Galactica: Beyond the Red Line vantano un numero di download che eccede di gran lunga il due milione di unità, e TC in fase di sviluppo come Diaspora e Star Wars: Fate of the Galaxy attirano a ritmi elevati l’attenzione di innumerevoli fan in cerca del simulatore fantascientifico definitivo.

Due giochi in uno

Lo sforzo dei fan ha anche permesso di integrare il buon vecchio FreeSpace in FreeSpace 2, dando origine al FreeSpace Port. Grazie al Port, è possibile giocare alla campagna principale del primo capitolo (uscito 11 anni fa) facendo uso degli aggiornamenti grafici più avanzati.

Meno di un anno fa, la squadra del Port ha anche pubblicato un remake non ufficiale di Silent Threat che prende il nome di “Silent Threat: Reborn”. ST:R vanta un cast di diversi attori che hanno prestato le loro voci per regalare a tutti i fan una campagna che eccede le aspettative sotto praticamente ogni punto di vista.

FreeSpace 2, un titolo imperdibile

Se non avete FreeSpace 2 e siete amanti del genere non ci sono scuse: compratelo al più presto.

Il prodotto, acquistabile per un prezzo veramente ridicolo, offre una longevità praticamente illimitata grazie alla quantità industriale di aggiunte non ufficiali che i fan hanno prodotto nell’ultimo decennio. Grazie a qualche click, è possibile scaricare gli aggiornamenti grafici per aumentare esponenzialmente la qualità del titolo.Migliaia e migliaia di giocatori sono tutti d’accordo nel definire FreeSpace 2 il miglior videogame del genere grazie alla sua capacità intrinseca di essere continuamente migliorato.

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Francesco D’Amico

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Recensione di Colony Wars III: Red Sun

Questa recensione è stata pubblicata su Gamesouce nel mese di marzo 2010.

Colony Wars diventa una trilogia

Con l’uscita di Red Sun, la saga di Colony Wars è diventata una trilogia degna del massimo rispetto. L’avventura, iniziata diversi anni prima, ha preso spunto da saghe fantascientifiche note (risultando poco originale sotto diversi punti di vista) per poi intraprendere un cammino separato ed entusiasmante tale da rivaleggiare con saghe cinematografiche sensibilmente più famose. Fattore chiave nel successo di Colony Wars, che ritroviamo a pieni titoli in Red Sun, è la traduzione completa in molte lingue, Italiano incluso: l’immersione del giocatore è stata garantita per la terza volta consecutiva da testi, voci e manuali completamente tradotti in lingua nostrana.

Questo terzo (e, purtroppo, ultimo) capitolo della serie ha portato talmente tante novità da lasciare a bocca aperta gli innumerevoli fan che lo hanno aspettato con molta pazienza. Le novità spaziano tra interessanti modifiche alle meccaniche di gioco e nuove concezioni dell’universo sci-fi nel quale si sviluppa la trama della serie: il risultato finale ha dell’incredibile.

Un universo sci-fi completamente rinnovato

Pensando alle svariate innovazioni, risulta essere decisamente sorprendente il modo in cui Red Sun ha rinnovato l’universo fantascientifico dei Colony Wars precedenti: se, un tempo, i giocatori erano abituati solo agli scontri tra Marina e Unione (solo alla fine del secondo capitolo un’entità aliena di importanza marginale ha fatto la sua comparsa), in Red Sun sono state aggiunte diverse razze aliene e un numero considerevole di fazioni umane che non sono legate all’Unione o alla Marina e seguono ideali propri. L’aggiunta repentina di così tanta variabilità è un gran bel punto a favore di questo terzo capitolo e conferisce un notevole vantaggio nel paragone con la massima parte dei giochi appartenenti al suo stesso genere. Dire che l’Universo è bello perché è vario diventa quasi un obbligo.

La presenza di tutte queste tipologie comporta, come prevedibile, la presenza di svariati tipi di navi, caccia e altri velivoli che il giocatore imparerà a conoscere nel corso della storia. Ogni razza/fazione segue forme e schemi di colori caratteristici senza cadere nell’errore di risultare monotona, prevedibile o comunque poco originale. Analogamente, queste nuove presenze operano solo in determinati sistemi e, fatta eccezione per i pirati spaziali, l’interazione tra il giocatore e queste fazioni/razze aggiuntive è limitata (come è giusto che sia) a porzioni più o meno consistenti della storia.

La distruzione di un caccia pirata è un evento molto comune in Red Sun.

In quest’atmosfera di cambiamenti profondi, il conflitto tra la Marina Coloniale e l’Unione dei Mondi Liberi viene, per certi versi, messo da parte: ciò è dovuto all’aggiunta, già citata, di nuove tipologie di personaggi ma anche e soprattutto dalla struttura della trama, che si concentra sulla nuova vita da mercenario di Alexander Lyron Valdemar, un ex lavoratore nel sistema stellare Magenta che viene contattato da una fantomatica figura che si presenta col semplice nome di “Generale”. Questo affida a Valdemar un compito apparentemente inconclusivo che, successivamente, risulta essere delicatissimo: scoprire qual è il vero scopo della nave Empiret “Red Sun”, preparata da poco per il suo viaggio inaugurale e destinata a visitare diversi sistemi stellari. Con una visione, il Generale mostra all’uomo un pianeta in cui gli immensi edifici costruiti dalla razza umana sono completamente deserti e fa intendere quale sarà il loro destino in caso di fallimento. A rendere ancora più tenebroso il sogno/visione ci pensano degli alieni umanoidi il cui nome verrà scoperto solo in seguito.

Con più domande in attesa di risposta che altro, Valdemar lascia il suo lavoro per compiere la missione assegnatagli dal Generale. Più avanti incontrerà Diva, che si presenta come un membro dei Servizi Segreti della Marina Coloniale: grazie a lei, l’uomo riuscirà a scoprire moltissime informazioni sulla Red Sun e sulla misteriosa razza che la controlla, gli Sha’Har.

La dolce vita del mercenario

Ancor prima della presentazione di Red Sun ai fan in attesa, c’era già chi aveva previsto con successo almeno un aspetto del gioco: nel primo Colony Wars il giocatore combatteva per l’Unione e nel secondo per la Marina. A rigor di logica, nel terzo capitolo ci si aspettava un giocatore “super partes” e così è stato. Valdemar, da perfetto mercenario, può decidere per chi combattere e guadagnare ingenti somme di denaro (o crediti, nel gergo usato) da usare in diversi modi. Contrariamente a quanto si può immaginare, le scelte del protagonista non sono “a lungo termine” e si limitano solo ed esclusivamente alla missione che in un determinato momento viene scelta: è possibile, infatti, combattere per fazioni che lottano tra di loro senza alcuna opposizione. Molto toccante è il rapporto che il giocatore riesce a creare con determinate navi o caccia al passaggio dallo status di alleati a quello di nemici: questo particolare rapporto va oltre la scoperta dei punti di forza e delle varie vulnerabilità, serve a dare più spessore all’impostazione particolare di Red Sun e alla rappresentazione schematica della vita di un mercenario. Ogni missione comporta, se completata, l’ottenimento di un numero di crediti che cresce con lo sviluppo della trama e le modalità di pagamento sono essenzialmente due: a somma fissa (che si ottiene in automatico completando la missione) e a somma variabile (in cui ad ogni obiettivo da proteggere o da distruggere, per esempio, viene associato un determinato valore in crediti). In certi casi, infatti, una vittoria di Pirro comporta un pagamento decisamente esiguo. E’ importante notare che le due opzioni si possono combinare in una stessa missione (somma fissa + extra).

Ogni missione ha un briefing e un debriefing specifici, e per la prima volta nella saga il giocatore è “obbligato” a leggere i testi: mancano, infatti, le classiche voci alle quali i fan di Colony Wars sono stati abituati. Questa pecca è parzialmente compensata dal fatto che i briefing forniscono informazioni ragguardevoli sulle unità nemiche che si possono incontrare nel corso delle missioni. Quelle più importanti sono marcate con l’engramma a tachioni, un simbolo che raffigura la faccia del Generale: solo completando queste missioni si può procedere con la trama visualizzando i filmati caratteristici ed, eventualmente, passando da una stazione spaziale all’altra (ogni sistema ne ha una attorno alla quale si concentrano i traffici commerciali e le attività dei contraenti interessati ai servigi dei mercenari). Inutile dire che, il più delle volte, è necessario completare una serie di missioni secondarie per poter sbloccare quelle più importanti: non c’è nulla di cui allarmarsi, gli sviluppatori di casa Psygnosis sono stati molto bravi nell’impedire che determinati assetti del gioco potessero degenerare in motivi validi per annoiarsi.

Anche se dal punto di vista della trama tutte quelle missioni risultano essere quasi del tutto ininfluenti, la loro importanza ai fini della longevità e dello spessore del gioco è fuori discussione; oltretutto, queste missioni permettono di capire i punti di vista delle varie fazioni dando un senso sia alle loro azioni che ai contesti che di volta in volta vengono proposti al giocatore. Le forze Empiret, i ribelli agli Empiret, i pirati, gli Scavenger, i Cult, i Dargothan, gli Squoroshelp, gli Hilachet, i Donachet, le forze Unisoft, i Dirtwarriors… le vicende di queste razze e fazioni fanno da contorno al viaggio della Red Sun e alla guerra tra la Marina e l’Unione, in un modo tale da rendere Red Sun un titolo veramente unico.

La Nave Empiret “Insult” è stata messa alle strette. Distruggerla significa uccidere un nemico della ribellione e Valdemar è pagato per questo.

Tra le missioni extra spiccano quelle che costituiscono il Thunderbowl, un torneo ad eliminazione diretta (in tutti i sensi) che si svolge in particolari arene che sono state costruite sulla superficie di alcuni pianeti. Le arene sono piene zeppe di mine e di particolari torrette che abbattono i concorrenti (includendo Valdemar, in ogni scontro ce ne sono quattro) che vogliono uscire più o meno volontariamente dalla arena. Questo, indubbiamente basato sul Colosseo, ha anche il ruolo di trasmettere al giocatore i valori corrotti e la sete di potere e denaro che permeano la società del quinto millennio.

Per quanto riguarda le armi, le meccaniche di Red Sun non deludono affatto: il giocatore ha a che fare con la classica divisione in armi primarie e secondarie, alla quale si aggiungono potenziamenti vari che, tra le altre cose, favoriscono la riformazione degli scudi danneggiati (cosa che può fare la differenza tra vittoria e fallimento) e aiutano a dissipare il calore prodotto dalle armi in uso (altro grattacapo con il quale i giocatori dovranno imparare a convivere, specialmente nell’iperspazio). Il numero di armi a disposizione è veramente lodevole, e ciascuna si adatta perfettamente all’approccio di ogni giocatore. Tra una missione e l’altra è possibile acquistare e/o vendere armi e potenziamenti vari, consultando le varie descrizioni per essere sicuri di fare degli ottimi affari; determinate missioni richiedono dispositivi speciali (come la pistola di aggancio, una vecchia conoscenza) e solo dopo averli acquistati è possibile prendere parte a queste operazioni. L’interfaccia che serve per gestire questi scambi è semplice, intuitiva e ben curata: i programmatori della Psygnosis hanno fatto un ottimo lavoro nel tentativo di dare un forte impulso alla varietà e all’originalità di questo prodotto.

Non potevano mancare i velivoli da combattimento a disposizione del giocatore, che in Red Sun hanno raggiunto un record in termini di variabilità e numero. Come in Vengeance, quelli sbloccati sono superiori a quelli precedenti in tutto e per tutto e presentano diversi vantaggi aggiuntivi, come la possibilità di montare un numero maggiore di armi primarie e secondarie. In base alle occasioni, i velivoli possono essere acquistati o ricevuti “in regalo” dal Generale. Nel primo caso è possibile scegliere se ottenere o meno un nuovo mezzo (magari conservando i crediti per comprare qualche arma), mentre nel secondo lo scambio è irreversibile e completamente gratuito.

Un tocco di classe innovativo

Già dalle primissime missioni si nota l’importanza che i programmatori della Psygnosis hanno dato alle operazioni militari su lune e pianeti, totalmente assenti nel primo Colony Wars e numericamente limitate in Vengeance. Grazie a tantissimi mix di colori, paesaggi e situazioni non convenzionali, queste missioni danno a Red Sun uno spessore impareggiabile: a tutto questo si aggiungono innumerevoli veicoli (come i carri armati), torrette e istallazioni con i quali il giocatore sarà obbligato ad interagire nel corso della storia.

Operazione di superficie

Carri armati pirati all’attacco di un convoglio Empiret che Valdemar è tenuto a proteggere.

Il vecchio stile della serie, che ha sempre fatto affidamento su una trama a sviluppo dendritico, è stato portato agli standard degli altri giochi. A parte i finali da “Game Over” in caso di fallimento in missioni critiche, non c’è più quella stessa atmosfera degli altri due titoli della serie. Questa scelta è pienamente giustificata dal fatto che un plot con questo tipo di sviluppo non risulterebbe compatibile con la vita da mercenario di Valdemar e la tendenza a combattere per fazioni opposte nel corso dell’intero gioco. Alcuni giocatori potrebbero trovare il nuovo stile di gran lunga superiore a quello precedente mentre altri potrebbero ritrovarsi in netto contrasto con una visione del genere. Analizzare obiettivamente questo aspetto di Red Sun non è un compito semplice: risulta veramente difficile stabilire se la nuova tendenza è superiore o inferiore a quella precedente, per motivi di correttezza, basta limitarsi ad un semplice “De Gustibus…” .

Gli scontri tra navi sono stati ridotti in numero ed intensità, ma la cosa più sorprendente è che le celebri armi a raggi sono state rimosse in favore di batterie turbolaser che, per la prima volta, sono veramente capaci di difendere una nave dagli attacchi. Da questo punto di vista Red Sun perde qualcosa in termini di spettacolarità, ma guadagna tantissimo in innovazione e realismo: anche se i laser non sono paragonabili ai vecchi raggi, il fatto che hanno un ruolo concreto sul campo di battaglia non può che essere lodevole. Parlando di navi da guerra, basi e strutture di grosso calibro, c’è da dire che a casa Psygnosis la voglia di migliorarsi di continuo non è mancata affatto: in Red Sun, infatti, è possibile attaccare con precisione chirurgica torrette e altre parti invulnerabili per ridurre i rischi e/o per completare gli obiettivi di una missione. Come accade in tutti i capitoli della saga Colony Wars, usare la forza bruta non basta: non saranno rari i casi in cui Valdemar dovrà indebolire le difese di un particolare obiettivo in vista dell’arrembaggio di corpi speciali. Da questo punto di vista, questo è un titolo veramente moderno e maturo anche se sono passati ormai 10 anni dalla sua uscita.

Aspetto interessante del gioco (anche se non è proprio originale) è costituito dalle missioni nell’iperspazio, nelle quali i problemi di surriscaldamento sono seri e l’unico modo per raffreddare il proprio velivolo, evitando una distruzione certa, è stare all’interno degli asteroidi ombra (la traccia iperspaziale degli asteroidi reali). Queste quests non sono il massimo e danno più fastidio che altro, ma regalano quel tocco di variabilità in più che rende Red Sun un titolo unico.

Come di consueto, non poteva cambiare un tocco di classe alla colonna sonora. In Red Sun, il mix tra la solenne musica classica e l’ambientazione fantascientifica ha trovato un buon equilibrio: in determinate occasioni, tuttavia, la colonna sonora risulta essere poco azzeccata e stona con le ambientazioni e le situazioni proposte in quei frangenti. Il numero stesso delle tracce musicali non è particolarmente alto, e un maggiore lavoro da parte dei programmatori avrebbe dato più spessore a questo titolo che di difetti sembra averne veramente pochi.

Autarchia, parte terza

Un pregio/difetto della serie Colony Wars che ritroviamo a pieni titoli in Red Sun è l’autarchia, ossia la tendenza ad affidare al giocatore il compito di gestire per il 99% circa le battaglie e arrivare alla vittoria. Vengeance aveva portato l’autarchia all’esasperazione, compensandola di rado con situazioni nelle quali la spremitura delle meningi era molto più importante della forza bruta. In questo terzo capitolo il fattore meningi è venuto meno e il ruolo del giocatore è diventato ancora più importante.

Come detto in precedenza, le combinazioni di armi primarie e secondarie che Valdemar può montare sul suo caccia sono veramente tante e il più delle volte tendono all’esagerazione: montando più di sei laser ed equipaggiando il proprio velivolo con decine di siluri e missili, la presenza del giocatore sul campo di battaglia diventa tale da far impallidire Achille e la figura che faceva durante gli scontri con i troiani. Nei Colony Wars precedenti le armi erano sensibilmente più modeste e gli scontri tendevano a durare di più. In Red Sun, invece, basta accumulare dei crediti per trasformare il proprio caccia in un mostro sparalaser e siluri contro il quale nessun bersaglio può sperare di farla franca. La cosa interessante è che, per quanto sia alto il numero massimo di laser che si possono montare sul proprio velivolo, non è nulla rispetto a quello di missili e/o siluri: questo, oltre ad mettere molta enfasi sullo sgravo, risulta essere poco realistico e plausibile. In alcune situazioni si cade nel ridicolo: arrivano nemici a ondate usando una stessa porta di lancio iperspaziale e per distruggerli tutti basta posizionarsi in linea retta e far fuoco a più non posso con le armi primarie. Anche se situazioni del genere non sono particolarmente comuni, vengono riproposte diverse volte e danneggiano quel vero capolavoro che questo titolo merita di essere.

Un semplice gregario: niente di più, molto di meno.

Un semplice gregario: niente di più, molto di meno.

Per quanto riguarda i gregari, c’è poco da fare per compensare l’onnipotenza di Valdemar: i pochi alleati che si trovano (senza includere Diva) non vanno oltre il rango di piloti ordinari e Diva stessa, oltre ad essere poco presente, si comporta più da investigatrice che da combattente. In fondo fa semplicemente il suo lavoro, lasciando al giocatore l’illusione che possa essere di una certa utilità in battaglia.

Le ottime difese delle navi da guerra riescono a compensare lo strapotere del giocatore inducendolo ad approcci più contenuti e non da berserker, ma bastano pochissimi accorgimenti per indebolire le difese di una determinata nave e/o per trovare degli angoli ciechi che permettano di far fuoco correndo rischi ridotti: alcune volte basta eliminare un paio di torrette e/o sistemarsi in un luogo sicuro per iniziare a far fuoco sul bersaglio e distruggerlo in men che non si dica. In questi casi, in teoria, i caccia nemici dovrebbero costituire un fattore importante nella difesa delle loro navi, ma finiscono col diventare più una distrazione che altro.

Il migliore per PSX

Sull’assoluta conferma di Colony Wars: Red Sun a titolo di miglior simulatore sci-fi per PSX c’è veramente poco da discutere. Grazie agli ottimi standard dei filmati in grafica computerizzata, l’intera serie sa come farsi rispettare a molti anni dalla sua uscita e Red Sun in particolare conserva un mix di meccaniche di gioco e ambientazioni che vedono nella grafica ormai datata l’unico elemento di “contenimento”. La serie è morta a tutti gli effetti, nel senso che non c’è nessun motivo per il quale avremmo l’immenso piacere di vedere un quarto capitolo: ciò non toglie nulla all’attenzione che Colony Wars merita di avere.

Il titolo appartiene ad un genere in caduta libera (che, tra l’altro, non ha mai avuto un pubblico esteso), ma per una serie di caratteristiche peculiari sa dimostrarsi un ottimo intrattenimento per tutti i giocatori che sono disposti ad affacciarsi al mondo dei simulatori di questo genere. Per i fan del genere non c’è nessuna scusa per non avere Red Sun, è semplicemente un titolo imperdibile.
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Francesco D’Amico

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Recensione di Ace Combat 3: Electrosphere

Questa recensione è uscita su Gamesource nel mese di settembre 2009.

Un terzo capitolo “futuristico”
Con il terzo capitolo, la fortunata saga di Ace Combat ha portato delle innovazioni memorabili. I primi due capitoli, anche se ambientati in un mondo immaginario e diversissimo dal nostro, facevano comunque uso di velivoli in dotazione alle forze aeree del mondo reale e le ambientazioni erano molto vicine a quelle che vediamo ogni giorno. In Electrosphere, la NAMCO ha introdotto una miriade di armi e velivoli futuristici in un mondo altrettanto proiettato verso la seconda metà del XXI secolo. Case, ambientazioni, fonti di energia, esplorazione spaziale… tutto è stato cambiato per offrire un’esperienza di gioco nuova, senza precedenti e difficile da dimenticare. Degli aerei che conosciamo ne sono rimasti ben pochi, e quelli rimasti sono stati ampiamente modificati basandosi sullo sviluppo tecnologico che a 10 anni dall’uscita del gioco sta ancora avendo luogo. Tutti gli altri aerei sono completamente inediti (come l’R-311 Remora e l’R-211 Orcinus) o basati su prototipi reali (come il Su-43 Berkut, basato sull’S-37/Su-47 Berkut russo).

È presente addirittura il discutissimo velivolo sperimentale Aurora, reso famoso dal romanzo di Dan Brown “La Verità del Ghiaccio”.

La trama si adatta perfettamente alle nuove tecnologie che sono state introdotte: nel 2045, il continente di Usea vede le titaniche corporazioni General Resource e Neucom portare avanti una preoccupante rivalità per il controllo economico e politico del continente. La NUN (New United Nations, l’ONU del mondo di Ace Combat) ricorre al suo distaccamento militare UPEO (Universal Peace Enforcement Organization), un’organizzazione che, in base alla situazione, prova a calmare le acque con la diplomazia o con le armi. Ogni organizzazione ha diverse caratteristiche che la identificano nel contesto in cui operano: la General Resource usa moltissimo le versioni migliorate degli aerei visti nei precedenti capitoli della serie che tutti noi siamo abituati a vedere nel mondo reale (F-16XF Gyrfalcon, F-22C Raptor II, etc. etc.), mentre la Neucom fa un larghissimo uso di design innovativi (R-101 Delphinus, R-201 Asterozoa, etc. etc.). Per quanto riguarda i mezzi, la UPEO è molto simile a General Resource ma non disdegna l’uso degli avanzatissimi velivoli della Neucom per rendere più consistenti le proprie file.

Un R-101 Delphinus, simbolo dell'avanzamento tecnologico in Ace Combat 3, sorvola un'altrettanto futuristica città.

Il giocatore combatterà proprio per questa organizzazione, ma in un modo totalmente innovativo: non c’è nessun personaggio da interpretare, dato che il suo ruolo viene sostituito da un programma di Intelligenza Artificiale (IA) chiamato Nemo. Più avanti nella storia comparirà il gruppo di terroristi chiamato “Ouroboros”, caratterizzato dalle tenebrose livree nere e dalla trasversalità della natura delle sue forze. Come se non bastasse, i membri del gruppo Ouroboros possono contare su 3 velivoli molto avanzati: l’UI-4053 Sphyrna, un enorme dirigibile che funge da centro di comando per i terroristi, il grosso ma agilissimo UI-4054 Aurora e il temutissimo X-49 Night Raven, armato con un cannone laser devastante.

Un’esperienza di gioco originale, ma non perfetta
Il primo impatto con le novità introdotte da Ace Combat 3 varia da persona a persona, e se da una parte ci sono diversi giocatori che apprezzano l’ambientazione futuristica, dall’altra ce ne sono tanti che semplicemente non la sopportano. Volendo dare importanza all’originalità di un titolo, tuttavia, le caratteristiche rivoluzionarie di Electrosphere meritano una sincera attenzione. I classici cockpit sono spariti: i piloti controllano i loro velivoli grazie ad avanzatissimi sistemi che leggono le onde cerebrali e agiscono di conseguenza. Le missioni nella Stratosfera terrestre, così come la missione nello spazio che si svolge ai confini con l’atmosfera, sono uniche in questo genere videoludico. Per quanto concerne le armi, alle volte i missili e le mitragliatrici cedono il posto ai laser senza però cadere nell’errore di trasformare Electrosphere in un gioco di pura fantascienza: questo genere di armi è limitato solo ai velivoli più avanzati della Neucom e al Night Raven degli Ouroboros. Completando il gioco con ottime statistiche, tuttavia, sarà possibile equipaggiare il proprio caccia (indipendentemente dal tipo) con un sistema che permette ad un satellite in orbita intorno alla Terra di distruggere un obiettivo designato con un potentissimo raggio laser: la classica super arma che viene ottenuta quando ormai il gioco è completo al 100%.

Immagine dell'indimenticabile missione nello spazio, in cui è necessario distruggere diversi satelliti militari della General Resource a bordo di un R-352 Sepia.

La grafica di questo terzo capitolo, inutile dirlo, è ormai datata ma rimane comunque godibile. La giocabilità è veramente molto buona e costituisce un concreto passo in avanti rispetto ai precedenti titoli della serie: grazie alle molteplici opzioni di visualizzazione, che permettono di zoomare, guardarsi intorno e/o seguire con lo sguardo un velivolo nemico anche se non è davanti a noi, si ha finalmente la possibilità di osservare attivamente quello che succede nel corso di ogni missione. Il fatto che queste innovazioni grafiche siano state mantenute e ulteriormente potenziate in tutti i successori di Ace Combat 3 (eccetto Ace Combat Advance) non è da considerarsi un caso.
Un settore nel quale il gioco sembra perdere rilevanza è il sonoro: i sottofondi musicali sono piuttosto apprezzabili, ma il loro stile dà l’idea di qualcosa di azzardato e solo parzialmente connesso alle situazioni in cui vengono usati. L’impressione generale è che i temi dei brani hanno una certa potenzialità, la quale non è stata sfruttata come dovuto. Pezzi come Defiled, Turbulence e Virgo sono addirittura prossimi al confine tra “musica” e “rumore”. Un vero peccato, perché Ace Combat 2 aveva abituato i fan ad uno stile musicale godibile e dal ritmo azzeccato.
Le ingiuste differenze tra le due versioni del gioco
È praticamente impossibile trattare gli aspetti salienti di Ace Combat 3 senza menzionare l’orribile ingiustizia che la traduzione del gioco dal Giapponese ha comportato. La versione originale, su due CD, offriva:

1) La possibilità di cambiare organizzazione per cui combattere (Ouroboros inclusa), conferendo al gioco una considerevole longevità grazie alle sue 52 missioni con finali alternativi. Questa caratteristica comportava la possibilità di vivere particolari situazioni in modo differente (una missione di attacco per conto della General Resource diventava una missione di intercettazione/scorta per la Neucom);

2) Personaggi vari, sia piloti che non, con un alto livello di caratterizzazione. I loro dialoghi davano uno spessore considerevole alla trama e le loro scelte contribuivano ad influenzarla. Dall’interfaccia principale si può accedere ad un database che contiene biografie e messaggi di ogni personaggio che si incontra e si conosce nel corso della storia;

3) Spiegazioni dettagliate della situazione tattica e politica, alla quale si aggiungono le informazioni sul programma Nemo che il giocatore è tenuto a conoscere. Ogni evento è il frutto di un processo che viene chiarificato con gli opportuni riferimenti;

4) Filmati creati con grande cura, che contribuiscono in maniera significativa alla narrazione. Sono degni di nota quelli in perfetto stile da telegiornale, che integrano i “classici” filmati d’intermezzo. Lo stile di animazione varia tra il tipico cartone animato giapponese e la computer grafica;

5) Più aerei da pilotare grazie al cambiamento di fazione, ai quali si aggiunge la presenza di diverse livree alternative (come quella nera degli Ouroboros) che contribuiscono a caratterizzare ogni fazione con stili ben definiti;

6) Ottime voci da un cast variegato, che offrono un livello di immersione senza precedenti nel mondo dei simulatori di volo per PlayStation. Le voci sono focalizzate sulla caratterizzazione dei personaggi principali, ma molto tempo è dedicato ai messaggi “di routine” delle missioni di combattimento;

Erich e Fiona, due assi della UPEO, chiaccherano nei pressi di una linga fila di velivoli da combattimento.

A bordo di un Raptor C, Nemo aiuta Erich durante una missione di scorta: Fiona sta pilotando un aereo passeggeri la cui sopravvivenza è vitale.

La versione “Multilanguage”, pubblicata negli Stati Uniti e in Europa su un solo CD, è stata ridotta all’osso e presenta innumerevoli pecche e manchevolezze. Innanzitutto, la “Neucom” è stranamente diventata “Neuwork” e il nome Nemo non appare neanche una volta. Il giocatore non ha la benché minima idea di chi (o, in questo frangente, cosa) ci sia a pilotare il proprio velivolo: in una missione di grandissima rilevanza ai fini della trama il programma viene trasferito da un caccia ad un altro, e in assenza di spiegazioni un giocatore che non conosce Nemo non può far altro che pensare al teletrasporto di un pilota. Semplicemente ridicolo.
A questo si aggiunge la perdita di tutte le altre cose menzionate sopra, con conseguente annullamento della trama e drastica riduzione del numero di missioni (da 52 a 36 e oltretutto parecchio impoverite sotto ogni punto di vista). I personaggi sono spariti, non c’è nessuna voce oltre a qualche sporadico messaggio computerizzato che non ha mai più di due parole, il numero di filmati è stato ridotto a due (introduzione e una scena che vede protagonista il Night Raven) e, dulcis in fundo, il giocatore sarà “costretto” a rimanere con la UPEO prendendo però parte a molte missioni ibride che sono il risultato di un povero copia e incolla di alcune missioni della General Resource e della Neucom. Neanche le traduzioni si salvano da imperfezioni e veri e propri errori: in quella italiana, tanto per fare un esempio, ci si ritrova a leggere la frase “Bersagrio Colpito” diverse volte nel corso di ogni missione.
I fans si chiedono il perché di questa inspiegabile ingiustizia: anche se con grossa difficoltà si può condividere la scelta commerciale di ignorare completamente la creazione delle voci in Inglese, l’aggiunta dei sottotitoli in lingua anglosassone sarebbe stata più che sufficiente per il pubblico europeo e statunitense. La versione originale non può essere apprezzata in tutte le sue sfaccettature se non si ha una certa dimestichezza con il Giapponese, abilità che la massima parte dei giocatori non ha. Alcuni testi e voci computerizzate sono in Inglese, offrendo pertanto la possibilità di conoscere il minimo necessario per completare il gioco; inutile dire, tuttavia, che l’immersione e la caratterizzazione dei personaggi sono compromesse.

Uno sguardo d’insieme su Electrosphere
Electrosphere è stato influenzato negativamente dal processo di traduzione/impoverimento, ma rimane comunque una pietra miliare nella storia dei simulatori di volo per console. La versione JP, fortemente consigliata, è senza ombra di dubbio il miglior simulatore di volo per PlayStation. Come già detto, la conoscenza del Giapponese non è necessaria per arrivare fino alla fine del gioco e capire i meccanismi che portano al cambiamento di fazione o comunque ad una minima comprensione della trama. I fans sperano in un remake che risolva una volta per tutte il problema dell’impoverimento per offrire una versione comprensibile e migliorata del gioco, ma non verrà creato fino a quando la NAMCO non lo riterrà conveniente. Nel frattempo, la versione JP costituisce un buon passatempo per tutti i fan del genere.

Dovendo scegliere tra la versione Multilanguage e un altro gioco, tuttavia, le cose cambiano sensibilmente. Quanto a colonna sonora e trama, titoli come Ace Combat 2 sono assolutamente superiori e offrono un’esperienza di gioco chiara e ben definita.
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Francesco D’Amico

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L’animalismo sfegatato e l’amore per gli animali: la linea di confine

C’è chi dice “se li ami non li mangi“, c’è chi mettendo la cosa sul piano morale urla “ma come fai a mangiare cadaveri?”… ma amare gli animali significa per forza essere vegani?

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Fonte: greenme.it.

Quasi tutti noi amiamo gli animali, ma c’è amore e amore. C’è l’amore moderato, ragionevole e limitato dal buonsenso, e c’è quello che porta ad alterare il proprio stile di vita con diete restrittive e atteggiamenti nazipropagandisti nei confronti dei ricercatori, dei cacciatori, degli allevatori, etc.

Per gli “onnivori”, i vegani vanno oltre, superano quella linea di confine che porta l’amore per gli animali a livelli ridicoli e contraddittori. Per i vegani, chi ama gli animali non dovrebbe neanche mangiarli, altrimenti che amore è? Ci chiediamo, allora, cos’è l’amore per gli animali? Cosa significa rispettarli? I vegani sono i veri amanti degli animali?

Ecco cos’è l’Amore secondo Wikipedia:

“L’amore è un sentimento intenso e profondo di affetto, simpatia e adesione, rivolto verso una persona, un animale, un oggetto o verso un concetto, un ideale. Oppure, può venire definito sotto un altro punto di vista (scientifico), un impulso dei nostri sensi che ci spinge verso una determinata persona.”

Nessun riferimento alle abitudini alimentari. Ora vediamo un po’ cosa dicono gli “Altri” (non quelli di Lost!). Su Vegfacile c’è scritto questo:

“Non mangiamo animali. Per quali motivi?

Perché si arriva a decidere di diventare vegetariani, cioè non mangiare più animali? I motivi sono tanti, e variano da una persona all’altra, ma il più importante, quello che, di solito, fa scattare la decisione, è la volontà di non uccidere, non far soffrire, gli animali, esseri sensibili, che come noi possono provare sentimenti, sensazioni, emozioni, positive e negative.

E’ un argomento poco piacevole di cui discutere, questo, e a cui non pensiamo mai, perché noi non li vediamo soffrire, questi animali, e non li vediamo morire. La loro sofferenza e la loro morte avvengono in luoghi nascosti, ma… nessuno può razionalmente pensare che per avere una bistecca nel piatto non sia stato prima necessario tenere prigioniero in condizioni pietose un animale e poi ucciderlo. La carne non cresce sugli alberi.”

La Voce dei Conigli riporta una citazione in perfetto stile “ipse dixit” / “argumentum ad auctoritatem“:

“Gli animali umani, che incarcerano, mangiano e sfruttano gli animali non umani, fingono che questi non sentano dolore. E’ necessaria infatti una netta distinzione tra noi e loro, se vogliamo farne ciò che vogliamo, se li indossiamo e li mangiamo senza avvertire rimorsi o sensi di colpa. Gli umani, che spesso si comportano con crudeltà verso gli animali, vogliono credere che essi non possano soffrire. In realtà il comportamento degli animali dimostra il contrario: essi sono troppo simili a noi.

Carl Sagan e Ann Druyan – Scienziati – Tratto da: Shadows of Forgotten Ancestors, 1992

Forse è una questione di opinioni, forse non è possibile stabilire chi ha ragione e chi torto, forse… de gustibus. Tuttavia, è doveroso porre un freno alla propaganda veg e far notare ai lettori che le cose non sono come sembrano. Amare gli animali, apprezzarli per la loro varietà, per le loro catene evolutive, per i loro colori, per i loro comportamenti, si può fare senza diventare vegetariani o vegani, perché è una cosa naturale. La Fauna di Ediacara del Proterozoico superiore forse è l’unico esempio, seppur molto primitivo, di un mondo “cruelty free” come quello agognato dai veg, ma nell’ultimo mezzo miliardo di anni le cose sono cambiate. Ecco un passo da Life of Gaia, interessante blog su Tumblr, che per chi non lo sa è un rivale di Facebook:

“La Fauna di Ediacara era composta esclusivamente da organismi marini di basso fondo a corpo molle; non si sono conservati né gusci calcarei, né scheletri chitinosi, né conchiglie. Alcuni avevano strutture simili alle spicole degli attuali Poriferi, presumibilmente con l’unica funzione di sostegno del corpo e di aggancio dei muscoli, che si presume fossero quasi inesistenti. Non esistevano inoltre predatori, si trattava esclusivamente di consumatori primari, da cui la definizione di ‘Paradiso o Giardino Ediacariano’. Della grande varietà di forme si potevano comunque definire alcune categorie principali: le numerosissime meduse, di cui ne sono stati definiti almeno 6 generi e 15 specie; delle forme coralliformi a corpo molle, simili agli attuali Pennatulacei; dei vermi segmentati, dotati talvolta di robusti scudi cefalici; degli strani organismi a simmetria bilaterale, assomiglianti a vermi; altre forme non accomunabili a nessun altro organismo.”

Tempo qualche milione di anni e arrivò il terribile Anomalocaris, il terrore dei mari primitivi che fece diventare il Paradiso di Ediacara un lontano ricordo. Comparvero i gusci, perché gli organismi dovevano difendersi dai predatori, e arrivò l’esplosione del Cambriano, l’evento-spartiacque che portò alla varietà di esseri viventi che possiamo ammirare oggi. Come, e perché? Secondo Wikipedia queste sono le cause più probabili, e una in particolare è molto interessante:

“Sono state proposte diverse cause per l’esplosione cambriana: alcune di esse sono riferite all’ambiente (come l’aumento dell’ossigeno nell’atmosfera o la fine della glaciazione), altre alla possibilità che piccole modifiche nella crescita degli embrioni possano causare grandi differenze nella forma finale; altre ancora si soffermano sulle interazioni tra diverse specie, ad esempio modifiche nella catena alimentare o la necessità di sfuggire ai predatori (e, per questi, di “tenere il passo” con le prede).

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La Fauna o “Paradiso” di Ediacara, da alcuni definito “Eden” facendo riferimento ai testi sacri giudaico-cristiani, era un ecosistema senza predatori che appartiene ai tempi remoti dell’Eone Proterozoico. Fonte: Life of Gaia (Tumblr).

Quindi, il “salto di qualità” della Vita sulla Terra potrebbe essere dovuto alla nascita della predazione e a tutto ciò che essa ha comportato per le forme viventi in competizione. La predazione non solo sarebbe naturale, ma sarebbe il motivo per il quale il mondo non è più dominato da piccoli organismi pluricellulari.

Chiusa la parentesi paleontologica, vale la pena di parlare di chi ama gli animali e non ha la benché minima intenzione di diventare veg. V., ragazza che chi ha già letto questo articolo/intervista ha sicuramente imparato ad apprezzare per il suo coraggio e la sua determinazione, ci dice la sua sull’argomento. Ha un maneggio in Irlanda e ama gli animali, in particolare i cavalli, ma non è vegana.

“Penso, sinceramente, che l’amore per gli animali (quello che esisteva anche prima della Moda Animalista) non coincida affatto con un astenersi contro natura dall’assunzione di alimenti di origini animali o da un boicottare la ricerca farmaceutica. È responsabilità di un consumatore intelligente e informato scegliere carni e prodotti provenienti da allevamenti controllati, meglio se non intensivi, dove gli animali vengono trattati e curati in modo “etologicamente” consono e con tutte le cure veterinarie di cui necessitano. Si dovrebbe aprire l’ennesima ed infinita parentesi che vede il cittadino scegliere la mediocrità in favore del mero risparmio economico ed in barba non solo al benessere animale, ma anche all’inquinamento e alla propria salute che sono problemi gravissimi.

A proposito di etologia, il concetto predatorepreda è quando di più naturale ci sia al mondo. L’uomo è un onnivoro con una dieta prevalentemente concentrata sull’assunzione di carboidrati e con moderazione di proteine, lo testimonia la nostra fisiologia: confrontate i denti di un essere umano con quelli di una mucca! Senza il consumo di carne molte razze domestiche sarebbero estinte e in alcuni studbook non ci sarebbe un adeguato controllo e miglioramento del patrimonio genetico di una linea di sangue. Vi faccio l’esempio dell’esperienza che sto avendo con dei cavalli francesi da tiro pesante (razza Trait Comtois): gli esemplari non adatti alla riproduzione vengono castrati ed esportati dalla Francia presso commercianti di cavalli. Ovviamente si ha la possibilità di riscattarli e di domarli ma, purtroppo, proprio l’animalista medio rifiuta di salvare questi animali solo perché magari non hanno il musetto dolce come un cavallo da sella. Io, per me e i miei allievi, ne riscatto circa un paio al mese ma gli altri finiscono al mattatoio. Naturalmente c’è un pro legato al miglioramento delle razze e un contro, non indifferente, legato alla quantità esagerata di carne (e di vite) che si butta via perché nessuno consuma. Il problema non è il consumo di carne in sé, ma l’esagerazione e i comportamenti non consoni degli allevatori e dei commercianti, spesso ai limiti legali e di buon senso.”

Ora, la mia opinione, che in un articolo così personale è d’obbligo: al momento ho otto cani di tre razze diverse, vivo in periferia e apprezzo il contatto con la Natura quasi incontaminata, anch’io “amo” gli animali, anche quelli estinti, non nutro nei confronti dell’attività venatoria quel sentimento di odio che caratterizza tanti miei coetanei e, per carità, non sono vegano. Per me, la linea di confine è delimitata dal buonsenso e dalla ragionevolezza: per quanto possa “preferire” uno dei miei cani ad un estraneo, la ragionevolezza e il buonsenso mi dicono che la razza umana è più importante delle altre razze animali, che è sbagliato mettere gli animali domestici prima dell’uomo, che la sperimentazione animale è necessaria, che cibarsi di carne è naturale per la nostra specie, etc. Non mi sognerei mai e poi mai di negare ad un ricercatore e ad un malato che ha bisogno di cure, una cosa indispensabile come la ricerca scientifica.

I due principi cardine di ragionevolezza e buonsenso mi dicono anche di evitare determinati eccessi. In particolare, trovo esagerato leccare o baciare gli animali domestici, vestirli, designarli come ereditari di beni mobili e/o immobili di un certo valore, portarli in giro snobbando tutto e tutti, adattarli a stili di vita e alimentari innaturali, farli diventare obesi, etc. Amare gli animali sì, ma con moderazione e senza andare contro la Scienza.

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Ecco, questo invece non lo farei. Fonte: petsblog.it.

Ergo, a conti fatti, voi “onnivori” potete stare tranquilli: potete amare gli animali senza essere vegani, e potete essere a favore della sperimentazione animale senza cadere nella contraddizione. Ma quale contraddizione? Dopotutto, se avete un computer tra le mani, forse è proprio merito della predazione.

Francesco D’Amico

Un ringraziamento va ad Alfonso Lucifredi per l’ottimo lavoro che svolge nel campo della divulgazione scientifica.

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Asimov, Scienza e Fantascienza: ai confini del reale.

Leggi questo articolo su Romancing the Reality e Reader’s Bench.

Una riflessione che merita un po’ di attenzione.

Asimov

Isaac Asimov.

In Italia e non solo, viene considerato il padre della Fantascienza, colui che per primo ha trasformato la Science Fiction in letteratura di livello.

All’interno delle sue opere si trova invenzione e realtà, amalgamate da quel tocco di “plausibilità” delle cose, dando l’impressione, che tutto può essere realizzabile nell’immediato futuro.

Precursore dell’ hard science fiction, non manca nelle sue opere, il tema sociologico. Inventore della Psicostoriografia,  che tratta ampiamente nel ciclo delle Fondazioni, asserisce che tramite questa materia, basata su calcoli matematici, probabilità e statistiche (e ovviamente una profonda conoscenza della psicologia), è possibile anticipare i comportamenti delle masse, riuscendo così a predire il futuro.

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La copertina del libro.

Le sue descrizioni della materia, il come essa viene applicata e studiata, rende tale argomento oggetto di studio per molti anni da parte di storici e psicologi, e il lettore, comunque, viene rapito e affascinato dalle sue spiegazioni, tanto da lasciarsi convincere.

In molti lo conoscono solo come scrittore, ma egli si occupava anche di divulgazione scientifica. I suoi studi che dapprima erano orientati verso la zoologia alla Columbia University, furono interrotti a causa del suo rifiuto di “dissezionare un gatto randagio vivo”!

Dunque artista, scienziato e anche uomo di “cuore”.  Aspetto questo, che si può notare in molti dei suoi scritti.

Si contano a suo nome, più di cento pubblicazioni in ambito scientifico: dalla cosmologia alla fotosintesi, senza contare le numerose citazioni.

Autore inoltre di gialli, noir, e persino di un volume sulla Bibbia, Asimov indaga tutto lo scibile del sapere umano con estremo pragmatismo, senza lasciarsi sopraffare da emozioni ma emozionando invece i suoi lettori, in ogni ambito.

Qualcuno lo ha definito “profeta”, facendo riferimento a molte delle tematiche affrontate nei suoi racconti e romanzi, che si sono poi via via verificate nel corso dei decenni. (Basti pensare alla banale affermazione che nel ventunesimo secolo, l’uomo non sarebbe riuscito a vivere senza elettrodomestici).

A tal proposito, durante un’intervista fatta nel 1980, Asimov parlando di Fantascienza afferma:

“Penso che la fantascienza sia l’unica branca letteraria di rilievo che tratta di come gli esseri umani reagiscono ad ogni cambiamento significativo del livello di scienza e tecnologia nella società. E’ una letteratura che punta al cuore dei nostri tempi, perché mai come ora nella storia il nostro mondo sta cambiando velocemente. Inoltre chiunque oggi (1980) ha tra i quindici e trenta anni d’età è probabile che assisterà ai cambiamenti radicali che si verificheranno nel corso del ventunesimo secolo, il mondo sarà completamente diverso allora!”

E possiamo affermare, senza dubbio, che questo si è realizzato, ma non sono certe le sue doti profetiche a dare a Isaac Asimov questa facoltà di “predire” il futuro, quanto piuttosto un attento studio delle scoperte tecnologiche, della storia e del presente. Potremmo parlare quasi di “storiografia”.

E ancora afferma:” Non conosco alcuno scrittore di fantascienza che si consideri profeta. Gli autori semplicemente non assolvono al loro compito facendo previsioni sul futuro, ma ribadendo, storia dopo storia, il concetto che la vita sarà differente.”

Differente.

Ovvio che, non tutti gli autori riescono a descrivere con altrettanta esattezza quella “differenza” e in che modo il futuro evolverà e impatterà sull’uomo.

Io amo la fantascienza, e ne sono un’attenta lettrice, ma la cosa che mi affascina continuamente nelle storie di Asimov, e la sensazione che il futuro sia “presente”.

Cito Fahrenheit 451, un libro che ho amato molto, considerato un’icona della fantascienza, che però, a mio avviso, pecca di lungimiranza.

Il futuro descritto da Ray Bradbury, l’autore, è intriso di tinte vintage, che pur trattando temi importanti e delicati come la gestione delle informazioni e la conseguente veicolazione, manca comunque, a mio avviso, di credibilità e accortezza verso i particolari di un probabile futuro, posteriore agli anni sessanta.

Per quanto Fahrenheit sia sci-fi, pur parlando di un distopico futuro che sfiora tematiche attuali, non fa calare il lettore nel “presente”, dando l’impressione che le pareti a fianco ai megaschermi-tv siano ancora ricoperte con carta da parati, e che le velocissime auto abbiano ancora forme simili alla giulietta, all’aquila solitaria o alla 850 (tutte auto in voga tra  gli anni ’60 e ’70).

Ma passiamo all’influenza che Asimov ha avuto anche sul cinema. Io Robot, all’Uomo bicentenario, Viaggio allucinante, Light Years e molte altre, le pellicole ispirate direttamente a suoi racconti.

Ma le influenze dei suoi scritti si trovano anche in opere colossali non direttamente connesse ai suoi lavori. Pensiamo all’Impero Galattico e al pianeta-città Coruscant in Star Wars. Chi ha letto il ciclo delle Fondazioni non può non trovare nette somiglianze e citazioni tra i due Imperi e tra Coruscant e Trantor, la capitale della galassia, pianeta-città.

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Il pianeta-città Coruscant di Guerre Stellari.

Sono solo alcuni esempi, e volendo approfondire l’argomento vi sarebbe materiale sufficiente a scrivere almeno un centinaio, se non oltre, di articoli.

E chiudiamo questo breve pezzo parlando di un aspetto che abbiamo appena accennato qualche riga più in alto, il lato “sociale” e “umano” del nostro autore.

Non c’è nulla che si possa sfruttare al cento per cento, Afferma in un articolo del 1974, facendo riferimento all’uso inappropriato che l’uomo, già da allora, faceva del territorio e delle risorse energetiche.

Anche in quest’ambio, pare che il nostro autore, abbia fatto centro. Egli scrive: La grande maggioranza degli esseri umani, ogni qualvolta ha la possibilità di farlo, pare preferire una dieta a base di carne, ma, anche quando tale carne proviene da animali erbivori, si tratta pur sempre di un notevole spreco. Ricordiamo che con cento chilogrammi di vegetali si ottengono solo dieci chilogrammi dell’animale da noi mangiato e che questi a loro volta corrispondono ad un solo chilogrammo del nostro corpo. Se consumassimo direttamente le piante invece di servircene per nutrire gli animali, la stessa quantità di vegetali corrisponderebbero a dieci chili del nostro corpo.

Uno dei problemi che maggiormente disturbano l’equilibrio mondiale è proprio la disparità che esiste fra le nazioni. Alcuni paesi sono affetti dal morbo dell’obesità, una piaga che costringe a sovrattassare i cibi che contengono più del 30% di grassi, e altri paesi sono ridotti alla fame. Perché? Sembra che Asimov, nel 1974 ci avesse già “predetto” il problema e dato la soluzione: Alcuni animali allevati dall’uomo a scopo alimentare si cibano di vegetali che l’uomo non è in grado di consumare, come per esempio l’erba. Ma anche questo può essere uno spreco. Perché lasciare a pascolo estensioni di terreno così vaste, che – almeno in parte – potrebbero essere coltivate a cereali?

E con questa domanda chiudo questo articolo, con la speranza che quanti più lettori siano stati portati a riflettere.

Daniela Lucia C.

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Sbufalare, che passione!

Leggi questo articolo su Eclisseforum.

Una pagina Facebook dedicata allo “sbufalamento” in massa delle corbellerie più comuni.

Bufale

Il banner della pagina su Facebook.

In zoologia, la bufala è la femmina del Bubalus bubalis, il bufalo indiano o d’acqua, specie animale che comprende il noto bufalo mediterraneo tra le sue razze. Nel mondo delle notizie e del giornalismo, il termine bufala acquisisce un significato completamente diverso. Da Wikipedia:

“Il termine bufala può indicare in lingua italiana un’affermazione falsa o inverosimile. Può perciò essere volta a ingannare il pubblico, presentando deliberatamente per reale qualcosa di falso o artefatto. In alcuni casi si prefigura il reato di truffa, nel caso in cui l’autore, o gli autori, procurino per sé o per altri un ingiusto profitto a scapito delle vittime.”

Sull’origine di questo termine c’è addirittura un dibattito:

“Secondo il Vocabolario della Crusca, “bufala” deriva dall’espressione “menare per il naso come una bufala”, ovvero portare a spasso l’interlocutore trascinandolo come si fa con i buoi e i bufali, per l’anello attaccato al naso.

Secondo Giorgio De Rienzo, invece, la parola deriva dal dialetto romanesco, e sta ad indicare, in analogia all’animale, una “persona ottusa e rozza”.

Il vocabolo potrebbe però anche derivare dalla bufalata, una festa senese o fiorentina dove venivano fatte correre le bufale, occasione, secondo il Vocabolario della Crusca, per giostre, tornei e mascherate.

Un’altra possibile etimologia è quella dall’espressione “pescare a bufala”, ovvero la pesca con due tartane che tirano una sola rete, tecnica di pesca difficile e che, in caso di errori, può portare a risultati disastrosi.

Una possibile interpretazione del significato si può collegare al termine “buffa” ovvero folata o soffio di vento (buffare = soffiare) e pertanto derivabile in senso figurato da un qualcosa che viene comunicato tramite un soffio di vento, perciò senza solide basi, sicuramente falso. Nel tempo, (sempre ipoteticamente) l’etimologia di questa parola si sarebbe via via trasformata, perdendo una “f” e acquisendo il fonema “la” alla fine, tipica della pronuncia dialettale toscana (base della moderna lingua italiana).”

Etimologia a parte, quello delle bufale è un discorso molto delicato. Si passa dalle notizie false e divertenti a veri e propri tentativi di commettere illeciti o danneggiare l’immagine di singoli individui o di gruppi di individui. Anche le bufale più “innocenti” sono pericolose, perché diffondono tra la popolazione luoghi comuni privi di fondamenti scientifici, spianando la strada a successive campagne di odio e di cattiva informazione “guidata” per attirare consensi. C’è qualcuno disposto a salvarci dalle bufale su Facebook, il social network caratterizzato da un’utenza a dir poco… irrazionale? Sembrerebbe proprio di sì.

C’è chi si dedica, con passione, allo sbufalamento, e lo fa anche con un certo stile. E’ il caso dei due amministratori della pagina Facebook “Bufale e dintorni – Fermatele.“, Francesco “Actarus” e Sandro “Highlander“. Il duo manda avanti la pagine tra mille difficoltà e non è destinato a cedere alle segnalazioni strumentalizzate degli spammer o di chi, semplicemente, trae vantaggi dalle bufale e da tutte quegli atti di sciacallaggio della rete (condivisione di video ed immagini forti per portare visite, “mi piace” ed eventualmente incassare dei soldi).

Highlander è un tecnico informatico e vive immerso nell’informatica dalla tenera età di 9 anni, quando ha avuto il suo primo computer. Ora lavora per una ditta che si occupa, appunto, di tecnologia.

Actarus vive in Colombia e ha conosciuto Highlander poco prima dell’inizio dell’avventura Bufale e dintorni:

“ho 44 anni, sono ingegnere meccanico, ho vissuto a Napoli i miei primi 28 anni e poi fino a 41 a Bologna. Adesso vivo in Colombia e sono direttore commerciale in un’azienda che vende prodotti elettrici. Non sono un blogger né un gran esperto informatico come Sandro, ma me la cavo abbastanza bene. Le bufale? Non so, seguendo un gruppo mi è venuta voglia nel tempo libero di cercare le bufale smascherate. Sono un lettore accanito di Hoax Slayer che per me è al di sopra di tutti. Se Hoax Slayer dice che è una bufala non si può discutere. Sandro, a causa di problemi personali, non poteva più seguire la pagina per un po’ di tempo e, vedendomi sempre sbufalare autorevolmente, mi ha chiesto di aiutarlo.”

I due si sono ritrovati su Facebook per la prima, grande sbufalata di stampo prettamente antipolitico, che riproponiamo su TLR:

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La prima sbufalata di Bufale e dintorni – Fermatele.

Da allora ne sono successe di tutti i colori e la pagina Facebook continua ad andare a gonfie vele. Ma perché continuare? Per Highlander la risposta è semplice:

“Ho iniziato perché stufo di vedere tanta gente abboccare a qualunque cosa, in particolare allo sfruttamento di immagini e storie di bambini gravemente malati – sfruttamento mirato unicamente a far crescere le pagine. Lo faccio… e basta. Vedere persone che comprendono la realtà delle cose per me è già un “guadagno” data la disponibilità di PC da parte mia (in tutto 59) ma per la pagina ne uso 5, riesco a fare ricerche in continuazione e a vedere i miei contatti e altre pagine di continuo. abbiamo sbufalato di tutto, anche numerose notizie date dai TG nazionali o da quotidiani nazionali.”

Actarus ci dice cosa ci guadagna gestendo Bufale e dintorni:

“Un po’ mi dà fastidio che certe catene che prima mi infestavano la casella di posta adesso stiano girando su Facebook. Il social network è un’ottima piattaforma per far girare disinformazione. Basta una piccola cosa che intenerisce o indigna allora si riempiono le bacheche di spazzatura. Cosa ci guadagniamo? Un Facebook più pulito. Credo che se diffondiamo la giusta informazione la gente con un po’ di buon senso smette di diffondere questa spazzatura completamente inutile.”

La pagina al momento conta 6.500 fan ed è in continua crescita, ma gli amministratori non puntano sui numeri ma sulla qualità della pagina e sullo sbufalamento a ritmi quasi industriali. Tra le bufale più fastidiose, gli admin annoverano le condivisioni dei bambini malati, che come già detto rappresentano i più meschini atti di sciacallaggio sulla rete. A complicare le cose ci sono anche vari utenti… ops, “UTONTI” [cit.] guidati da chissà quali sentimenti, per non parlare dei media italiani. Esatto, i mezzi d’informazione, spesso e volentieri, contribuiscono alla diffusione delle bufale e in molti casi non le smentiscono.

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Il logo della pagina.

Questa bufala è finita sul TG5 e Mediaset non ha mai smentito o rettificato la notizia; rientra a tutti gli effetti nella categoria dello “sciacallaggio”, una vera vergogna per un telegiornale nazionale. Quest’altra bufala, per fortuna relativamente innocua, è stata portata all’attenzione degli italiani dal TG4, e la smentita non è mai arrivata, mentre di quest’altra, nata chissà come e chissà perché, gli admin hanno ricevuto addirittura alcune testimonianze dirette.

Highlander ci riporta anche una piccola curiosità su Bufale e dintorni – Fermatele: i tentativi di imitazione, e lo fa con una precisazione dovuta:

“Beh, se [altre pagine Facebook, ndr] trattano le bufale in maniera ragionevole e confermano con fonti attendibili le sbufalate, ben vengano, assolutamente nulla da recriminare. Non la consideriamo concorrenza ma un utile servizio in conferma di quanto facciamo anche noi. Per il copiarci , NO, li è diverso. Tempo fa qualcuno apri bufale e dintorni , praticamente uguale alla nostra ma non sbufalava in maniera decisa e inconfutabile, era un insieme di post molto confusi e a volte irrazionali, io segnalai come clone a Facebook e dopo 48 ore venne rimossa dal social network. Stessa cosa per un gruppo che usava nome e immagini prelevati dalla nostra,anche li basto una sola segnalazione per farlo rimuovere.

Actarus ci parla della sua “arma del mestiere”:

“Cerco su Google alcune parole tradotte in inglese ed aggiungo “hoax slayer”, se esce il link allora Tombola! È una bufala e, come dice Brett di HS, NON deve essere inoltrata. Se trovo il link di HS allora pubblico il post con una traduzione sintetica o completa per facilitare la lettura di tutti gli utenti. Alcune bufale erano così evidenti che HS non si è scomodato ma su richiesta abbiamo usato noi un po’ di logica (questo è un esempio ed è tutta farina del mio sacco)”

E dice la sua anche su alcuni commenti che complicano la vita degli amministratori di Bufale e dintorni:

“I commenti razzisti che consideriamo Off topic per esempio danno molto fastidio. Lasciamo sempre fuori le questioni politiche, razziali, animaliste perché scatenano polemiche senza fine. Quando c’è una bufala inerente a questi aspetti la trattiamo ma dobbiamo sempre sottolineare che ci riferiamo a “questa notizia” e non neghiamo l’esistenza della pedofilia, dei maltrattamenti su donne bambini e animali. Le bufale peggiori sono sicuramente quelle che sfruttano foto di bambini malati o feriti per raccogliere condivisioni. Ci sono molte pagine spazzatura che pubblicano post che affermano che per ogni condivisione Facebook donerà soldi per aiutare le cure mediche del bambino o della persona raffigurata nella foto. Questo è sempre falso in tutti i casi, anche se si trattasse di una storia o di un incidente reale ed attuale, gli utenti possono star sicuri che condividendo infinite volte la foto non raccoglieranno nemmeno un centesimo bucato per la vittima. Questi post non sono innocui, molte volte si tratta di bambini gravemente malati e morti a causa della malattia e ciò potrebbe ferire ancora di più i genitori che sono esposti a vedere la foto del figlio malato usata per una schifosissima bufala. È ora che Facebook faccia qualcosa di efficace per rimuovere queste schifezze, nel frattempo gli utenti possono contribuire non aiutando la diffusione di queste porcate ed avvisando i contatti così non ci cascheranno neanche loro.”

Che dire, come facciamo a non considerare Highlander e Actarus due eroi del web, persone che senza guadagnarci nulla si mettono in gioco contro la disinformazione e gli interessi degli sciacalli? Se non siete ancora fan della pagina “Bufale e dintorni – Fermatele.“, andate su Facebook e mettete “mi piace”.

Francesco D’Amico

L’intervista è stata pubblicata sulla pagina FB:

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Questione F-35, la mia opinione è differente

Questo articolo sarebbe dovuto uscire sul mensile il Lametino il 28 settembre 2013, ma a causa delle inadempienze della tipografia e a conseguenti motivi di spazio e impaginazione, è stato escluso all’ultimo momento, insieme ad altri articoli.

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Se l’articolo fosse uscito, sarebbe stato così.

Basta con lo pseudopacifismo e l’ignoranza, i Lightning II sono un investimento necessario.

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Fonte: Wikipedia.

Povera Italia, poveri media italiani, senza contraddittorio e caratterizzati da questa capacità innata di produrre automi che pensano tutti allo stesso modo. Questa produzione in massa di cloni, in competizione con quella degli Stormtrooper di Guerre Stellari clonati a milioni sul pianeta Kamino, si manifesta in tutto il suo splendore in occasione dei dibattiti più accesi. E’ il caso del dibattito sugli F-35, che sui social network ha portato addirittura alla nascita dell’hashtag #nof35: il confronto non esiste, chi è a favore dei Lightning II non può parlare, è un guerrafondaiosadicoignorantebipbiipbiiiiiip che dovrebbe semplicemente vergognarsi… ma le cose stanno veramente così? Il dibattito è finito? I cloni dicono di sì ma, se permettete, io non ci sto.

Di cosa stiamo parlando? Il Joint Strike Fighter (JSF) Lockheed Martin F-35 Lightning II è un caccia stealth (invisibile ai radar) multiruolo (può ricoprire il ruolo di caccia, ricognitore e bombardiere in base alle necessità) di quinta generazione (il top del top della tecnologia) che sarà disponibile in varie versioni: F-35A CTOL (Conventional Take Off and Landing, decollo e atterraggio convenzionali, versione standard), F-35B STOVL (Short Take Off and Vertical Landing, decollo corto e atterraggio verticale, per piste di lunghezza ridotta e alcune portaerei), F-35C CATOBAR (Catapult Assisted Take Off But Arrested Recovery, decollo assistito da catapulta ma recupero arrestato, versione imbarcata per le portaerei con catapulta), F-35I (dove la “I” sta per “Israeli”, versione modificata dell’F-35A per la Heyl Ha’Avir d’Israele) e il CF-35 (altra versione modificata dell’A, che andrà al Canada). Prodotto dalla Lockheed Martin, la stessa casa produttrice che decenni fa ha sfornato il Lockheed SR-71 Blackbird, l’aereo manned (con equipaggio) più veloce del mondo capace di superare Mach 3 (c.a. 3.500km/h) e volare a 25km di quota, il Lightning II è un tributo al Lockheed P-38 Lightning della Seconda Guerra Mondiale, un caccia monoposto bimotore dalla forma caratteristica che diventò celebre dopo il successo dell’Operation Vengeance del 18 aprile 1943 (Operazione Vendetta, l’intercettazione a sorpresa e l’abbattimento del Mitsubishi G4M1 “Betty” con a bordo l’Ammiraglio giapponese Isoroku Yamamoto, l’artefice dell’attacco a sorpresa a Pearl Harbor). I detrattori del JSF fondano le loro critiche sui costi considerati eccessivi, sulla vulnerabilità ai fulmini, sulla presenza di un solo motore, sull’origine americana del progetto e su molta, molta cocciutaggine.

Parliamo della vulnerabilità ai fulmini, che per alcuni è un po’ un paradosso perché “Lightning in inglese significa proprio “fulmine”: il sistema di protezione dell’aereo dalle scariche elettriche naturali sembra essere non adeguato. Ma l’aereo perfetto e moderno, quello che esce dagli stabilimenti col marchio di garanzia di affidabilità al 100 per cento, esiste? No, non esiste nell’aviazione militare così come non esiste nell’aviazione civile. Il Lockheed Martin F-22 Raptor, il migliore caccia del mondo, invisibile ai radar e capace di superare la velocità del suono senza attivare i postcombustori (“supercruise”), ha accusato problemi di scarsa ossigenazione ai piloti (con pericolo di ipossia), culminati con un incidente mortale e il rifiuto da parte di altri piloti di volare col Raptor. Un esemplare del suo diretto rivale, il russo Sukhoi PAK FA, ha annullato il decollo in occasione della sua prima esibizione di fronte al pubblico perché uno dei due motori si è spento di colpo. Il colosso dei cieli, l’Airbus A380 “Superjumbo”, capace di trasportare fino a 800 passeggeri, ha avuto problemi alle ali e ai sistemi informatici. I problemi che l’ultramoderno Boeing 787 Dreamliner ha avuto, e sta ancora avendo, alle batterie di ultima generazione sono diventati di pubblico dominio e hanno comportato la sospensione dei voli del 787 in tutto il mondo per intere settimane, con danni economici enormi. Nessun progetto si salva dagli inconvenienti, ma una volta individuati i problemi e le loro cause si risolvono senza mandare il frutto di anni e anni di lavoro a farsi benedire. Il progetto JSF è in concurrency, una scelta industriale particolare che vede produzione, ricerca e sviluppo andare a braccetto, rendendo il problema della vulnerabilità ai fulmini risolvibile. Insomma, quello che gli pseudopacifisti dicono equivale un po’ ad abbattere una casa intera semplicemente perché l’esterno è di un colore anziché di un altro… verniciare le pareti, per loro, non è un’opzione.

Il Lightning è un monomotore, secondo alcuni questo è un problema serio. L’inconveniente interesserebbe l’F-35 nella sua veste di velivolo per l’attacco al suolo, essendo le ripercussioni sul ruolo di caccia puro praticamente nulle. Secondo il Generale dell’Aeronautica Vincenzo Camperini, già capo di Stato Maggiore della Difesa e ora vicepresidente dell’Istituto Affari Internazionali, riportando gli incidenti dei bimotori Eurofighter Typhoon e Dassault Rafale per un totale di sei velivoli andati perduti, “la configurazione dei motori non è una garanzia di sicurezza assoluta.” Si tratta, pertanto, di un problema potenziale e prettamente “teorico”, che non necessariamente pregiudica il ruolo di cacciabombardiere. L’invisibilità ai radar, inoltre, può compensare quest’inconveniente.

I costi dell’F-35 sono eccessivi? A smentire i luoghi comuni sui costi stratosferici dell’F-35 ci ha pensato Steve O’Bryan, vice presidente esecutivo del programma JSF, il quale ha dichiarato: “tra l’anno 1 e l’anno 5 il prezzo è calato di oltre il 50 per cento”, con un trend in miglioramento. “Entro il 2018 [con la produzione a pieno regime, ndr] il governo americano prevede un costo unitario di 67 milioni di dollari” per la versione A, con la versione STOVL, più complessa, che avrà un costo superiore di circa il 20 per cento. Il contratto per il sesto lotto di produzione a basso ritmo (LRIP 6) può portare ad una riduzione ulteriore dei costi di produzione del 10 per cento, prezzi relativamente bassi dato che stiamo parlando di un cacciabombardiere invisibile ai radar di ultimissima generazione. Per fare un paragone, i costi di acquisizione di un Typhoon ammontano a 63 milioni di euro (notate il cambio euro-dollaro, il primo vale circa il 12 per cento in più del secondo). Parlando invece di costi operativi, secondo il Generale dell’Aeronautica Militare Italiana (AMI) Domenico Esposito, un’ora di volo di un Typhoon, jet di quarta generazione visibile ai radar, costa 40.000 euro. Secondo Christopher Bogdan, direttore del Joint Program Office, un’ora di volo di un Lightning II in versione CTOL, jet di quinta generazione invisibile ai radar, costa 24.000 dollari. La differenza è del 60 per cento a favore del JSF, che è anche il velivolo tecnologicamente più avanzato.

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Non solo Stati Uniti: la catena di produzione del Lightning II interessa tanti paesi, e l’Italia è all’avanguardia. Fonte: Defence Industry Daily.

Industria aeronautica e nazionalismo, cosa ci guadagniamo comprando un aereo americano? Questa domanda rappresenta l’apogeo della cattiva informazione, che culmina con la frase “con gli Eurofighter Typhoon conoscenze e produzione rimangono in Europa, Italia inclusa, con i Lightning II qui non rimane nulla, va tutto in America.” Cari detrattori, non è così. Qualcuno dice che per il ruolo di cacciabombardiere sarebbe meglio una versione modificata dei Typhoon, caccia frutto della collaborazione tra Gran Bretagna, Germania, Spagna e Italia, accantonando gli F-35. L’Italia ha già i Typhoon, ma in versione da caccia puro, e per la versione da attacco al suolo bisognerebbe comprare altri velivoli ex novo che, come già detto, hanno costi operativi più alti dell’F-35 e non sono altrettanto avanzati. Inoltre, i Typhoon modificati non potrebbero ricoprire efficacemente il ruolo di caccia, mentre gli F-35, data la loro natura di aerei multiruolo, possono in base alle esigenze diventare caccia o cacciabombardieri. Parlando nello specifico di ricavi industriali, comprando un Eurofighter, il 79 per cento del denaro va in Regno Unito, Germania e Spagna, e solo il 21 per cento rimane in Italia. Con l’F-35, invece, di fronte ad un investimento di 2 miliardi di euro, i primi contratti di lavoro in Italia valgono già circa 600 milioni (pari al 30 per cento del totale), con la possibilità in futuro di andare in attivo, riportando in Italia somme di gran lunghe superiori a quelle investite: Lockheed Martin prevede, per i 25 anni di produzione del JSF, una partecipazione industriale per le aziende italiane pari a 9 miliardi di dollari, con l’opportunità di aumentare tale somma di altri 4 miliardi. Dallo stabilimento italiano Faco a Cameri (provincia di Novara, in Piemonte), usciranno i 90 F-35 italiani più altri 85 esemplari, da confermare, che andranno in Olanda, al ritmo di due cacciabombardieri al mese. E pensare che gli F-35 italiani sono stati ridotti da 131 a 90! La Faco, entro la fine dell’anno, impegnerà 300 addetti e prevede, a pieno regime di produzione, di portare quella cifra a 1.500. L’italiana Alenia Aermacchi ha ricevuto a maggio un contratto da 141 milioni di dollari per la produzione della prima ala e di altri componenti del velivolo; a linea industriale avviata, l’Italia produrrà sei ali di F-35 al mese per un totale di 800 esemplari e le attività continueranno anche con lo sviluppo e la manutenzione. In totale, grazie al progetto Joint Strike Fighter, ci sarà lavoro per un centinaio di aziende italiane fino al 2046, con la possibilità di arrivare addirittura al 2070 considerando le attività di supporto logistico legate al progetto. Per chi ancora non l’avesse capito, stiamo parlando di migliaia di nuovi posti di lavoro in Italia, mantenuti per interi decenni, e di ricavi economici veramente astronomici. Cari pacifisti, perché non dite queste cose?

Ci deve essere un’alternativa al Joint Strike Fighter, basta cercarla. E invece no. E’ stato già ampiamente dimostrato che l’alternativa all’F-35 non esiste (il Typhoon è troppo costoso e non altrettanto efficiente, non ci sono altri velivoli di quinta generazione disponibili), e le forze aeree italiane hanno bisogno di un serio ammodernamento. Un solo tipo di velivolo multiruolo in varie versioni, capace di sostituire aerei “specializzati” nei loro ruoli, permetterà all’Italia un salto di qualità non indifferente, semplificando le operazioni di manutenzione e di supporto logistico e riducendo il numero totale degli aerei militari in servizio. Noi abbiamo tanti, sicuramente troppi residuati della Guerra Fredda che devono cedere il posto ad un successore adeguato: gli italo-brasiliani AMX “Ghibli” dell’Aeronautica Militare per l’attacco al suolo sono entrati in servizio nel 1989, gli AV-8 Harrier della Marina nel 1985, i Panavia Tornado dell’Aeronautica risalgono addirittura al 1979. Il JSF, nelle versioni A e B, sostituirà tutti e tre i modelli.

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Un AMX “Ghibli” italo-brasiliano, un residuato della Guerra Fredda ormai diventato obsoleto, che presto sarà sostituito dai Lightning II. Foto di Giorgio Varisco.

“Usiamo i soldi per altre cose: ospedali, scuole, università, strade, etc, l’Italia ripudia la guerra.” Avendo letto oltre i due terzi di questo articolo, saprete certamente che frasi del genere sono frutto della più cieca propaganda “ignorantifista” (fusione tra ignorante e pacifista). Queste sono balle, le dicono i soliti noti a caccia di consensi che devono sfruttare a tutti i costi la crisi economica e la sensibilità delle persone ai temi “soldi” e “lavoro” per farsi eleggere. C’è chi, interpretando a modo suo l’articolo 11 della Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”), vorrebbe annullare in tutto e per tutto le forze armate italiane, rendendo questo paese incapace di difendersi e partecipare alle missioni NATO e ONU. La realtà è diversa: si vis pacem, para bellum (“se vuoi la pace, preparati alla guerra”), un paese avanzato e civile è un paese dotato di forze armate di autodifesa, forze che la sua popolazione dovrebbe rispettare. In Italia purtroppo non è così, ma questo ignorantifismo dilagante non dovrebbe interferire con il rinnovamento di Aeronautica e Marina e la crescita dell’industria italiana, che da progetti come quello del JSF possono guadagnarci e non poco.

L’acquisto dell’F-35, pertanto, deve essere inserito in un contesto che va ben oltre la mera espansione di una flotta aerea. Rientra nel piano di ammodernamento e razionalizzazione di Aeronautica e Marina, e noi che viviamo in Italia e non in Belgio, in un posto da millenni al centro di conflitti sanguinosi, dovremmo, come minimo, essere tutti d’accordo nel volere una protezione adeguata per i nostri cieli, i nostri territori e i nostri mari, perché non basta “toccare ferro” per bloccare una minaccia terroristica o militare. Inoltre, se per le nostre industrie e aziende l’F-35 è un vero e proprio toccasana, capace di garantire migliaia e migliaia di posti di lavoro per decenni, ben venga!

Francesco D’Amico
Foto dell’AMX di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Parlate di turismo in Calabria? Che coraggio!

Leggi questo articolo su LameziaWeb e su Lameziainstrada. Un comunicato stampa basato su questo articolo è uscito su: il Lametino, Lameziainforma, Scirocco News, Web Oggi.

Questo articolo è stato discusso all’inizio della rassegna stampa di Lameziainstrada del 28 settembre 2013 ed è uscito, il 23 novembre 2013, sul mensile il Lametino (n. 203).

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Grazie anche al giornalista Rodolfo Bava, che ha condiviso l’articolo, reputandolo interessante.

Nota del 25/06/2020:
L’articolo è tornato nuovamente popolare dopo la polemica che ha riguardato la nota compagnia inglese low cost easyJet e alcune informazioni da essa fornite in merito alla Calabria. In merito a ciò, si ricorda che la tematica affrontata in questo articolo riguarda alcune problematiche radicate nel turismo calabrese che esulano completamente dalle esternazioni dei rappresentanti della compagnia inglese. Questo articolo non è pertanto in accordo con chi denigra la Calabria, ma invita a un po’ di sana autocritica nei confronti di chi vuole fare turismo in Calabria “per inerzia” e senza grandi investimenti infrastrutturali, molti dei quali sarebbero compito del governo nazionale.

Nota del 3/10/2013:
Questo è un articolo forte e ne sono cosciente dal momento in cui ho pensato di scriverlo. Non mi aspettavo tutto questo “successo”, se così si può definire, perché quando si parla del fallimento del turismo nella mia regione martoriata da mille e uno problemi, quella parola è un po’ fuori luogo. Ho constatato che la critica principale rivolta a me e a questo articolo di denuncia riguarda essenzialmente l’anonimato: vi faccio notare che l’articolo è firmato e la mia firma la trovate alla fine, in basso a destra. Anonimo, o meglio anonima perché si tratta di una lei, è O.I., product manager che ha deciso di raccontarmi la sua esperienza.

Detto questo, vi auguro una buona lettura.

Le rivelazioni shock del product manager di un importante tour operator americano.

Fonte: Unito.it.

Ma che bella questa Calabria, la terra del Sole e dell’Amore, la terra dei Valori, la terra dell’Ospitalità di origini greche, la terra della cultura e del turismo. La stagione turistica è bell’e finita, ora è giunto il tempo delle critiche. Introduciamo un personaggio, O.I., che per sua esplicita richiesta rimarrà nell’anonimato. O.I. lavora come product manager per un tour operator americano specializzato nel turismo dagli USA all’Italia. O.I. e la sua compagnia, ogni anno, portano migliaia e migliaia di turisti americani nelle regioni più gettonate come la Toscana, il Veneto, il Lazio, la Campania e la Sicilia, senza dimenticare la Puglia. Noi, che viviamo nella “terra del Sole e dell’Amore”, ci chiediamo: perché non in Calabria che ha le sue bellezze? Sicuramente il motivo non può essere la criminalità organizzata, perché delle regioni sopra citate nessuna può essere considerata “mafia-free”. Il Meridione non convince gli americani perché “arretrato”? Questa spiegazione non sta in piedi, perché Campania, Puglia e Sicilia sono anch’esse regioni meridionali e godono di flussi turistici non indifferenti. Optiamo allora per un banale “non ci hanno ancora pensato”? Neanche questa è una scusa valida, perché O.I. è di origini calabresi e se investe in Campania e Sicilia dovrebbe investire, a rigor di logica, anche in quella che potremmo considerare la “sua” regione. Aspettate un attimo, forse ci hanno provato ma non ci sono riusciti? Se così fosse, perché?

In esclusiva, O.I. ci racconta la dura realtà sul turismo in Calabria, la realtà che noi non conosciamo o che facciamo finta di non conoscere, alla faccia di quello che voi pensate sulla terra dell’Ospitalità, dell’Amore e dei Valori. La traduzione in lingua italiana è a cura dell’autore dell’articolo.

“In Calabria non c’è poi così tanto turismo e uno dei motivi principali è la mancanza di pubblicizzazione. Ho cinque anni di esperienza collaborativa con le varie branche del governo italiano che si occupano di turismo, e posso dire che la Calabria è stata una delle poche regioni a non inviare alcun tipo di materiale dimostrativo e non ha mai partecipato ai workshop turistici. Solo con l’educazione e la pubblicità si porta il turismo in una determinata area. Al momento gli unici americani che vanno in Calabria sono quelli con radici; i loro nonni o i loro bisnonni sono nati lì.

Secondo me, anche i pregiudizi sulla mafia spiegano il poco turismo. Gli americani hanno paura di venire in Calabria, pensano che una volta arrivati in questa regione potrebbero essere attaccati, derubati o uccisi dai mafiosi. La Sicilia ha anch’essa problemi relativi alla mafia, ma lì il turismo va a gonfie vele. Perché? Perché la regione siciliana forma le persone, rassicurandole. Loro vengono negli Stati Uniti e fanno vedere video, immagini, etc., raccontano storie che attirano l’interesse degli americani facendo venire la voglia di visitare quella terra. Gli americani conoscono i nomi delle città siciliane… ma non quelli delle città calabresi. Lavoro ancora in quel settore e quando parlo con potenziali clienti, solo il 5% di loro chiede della Calabria – ma solo perché vogliono vedere la terra dei loro antenati.

Ho provato ad organizzare un tour comprendente la Calabria ma, a causa dei troppi ostacoli, ho dovuto lasciare stare. La mia compagnia si occupa di turismo da più di 50 anni e abbiamo accordi commerciali con centinaia di hotel in tutto il mondo… ovviamente, quelli calabresi sono stati gli unici in assoluto a richiedere un anticipo dei pagamenti 60 giorni prima dell’arrivo dei clienti. La Calabria ha tanto da offrire ma, purtroppo, se non hai parte della tua famiglia lì, e se la famiglia non ti porta a visitarla, non lo saprai mai.”

Non so se vi rendete conto: nonostante la garanzia offerta da un colosso turistico come quello di O.I., gli “ospitali” hotel calabresi pretendono pagamenti con due mesi di anticipo, scoraggiando gli investimenti. Gli americani vanno in Sicilia e non in Calabria perché hanno paura della mafia. La regione Calabria (intesa sia come istituzione che come insieme dei residenti) non fa assolutamente nulla per incentivare il turismo dagli USA e, presumibilmente, da altre parti del mondo. Questa è la realtà: è inutile campare di illusioni e ostentare chissà quali risultati nel settore del turismo. Qualche aneddoto potrei raccontarlo anch’io: potrei descrivere le facce di alcuni turisti disorientati, nella terra dell’Ospitalità, di fronte alla mancanza vergognosa di collegamenti ed infrastrutture necessarie per collegare comodamente un qualsiasi punto A ad un punto B, per non parlare della scarsa conoscenza della lingua inglese da parte della popolazione locale. In fondo l’ospitalità e il calore calabresi si sentono solo tra parenti e amici: i turisti sono esclusi, come si fa ad essere ospitali con una persona che parla una lingua incomprensibile? Potrei descrivere la reazione di un mio insegnante americano, all’inizio del mio periodo di studio negli USA, quando ha saputo di avere uno studente proveniente dalla Calabria. Potrei riportare l’esempio di un noto ristorante in una nota località turistica calabrese affacciata sul mare, dove su 10 camerieri, 11 erano “tamarri” e per i loro modi di dire e di fare hanno lasciato molti clienti, me incluso, a bocca aperta. Potrei citare il cameriere Mister Esprit de Finesse di una nota gelateria che, facendo cenno ad un suo collega invitandolo a preparare il conto per un gruppo di nordeuropei, disse la frase memorabile “mina ca su turisti!” (“vacci forte, sono turisti”). Chissà se alla fine hanno rilasciato anche lo scontrino fiscale. Stavo per scrivere qualcosa sul turismo LGBT (Lesbian Gay Bisex Trans, alias “ciò che i calabresi odiano”), una miniera d’oro per tante località turistiche nel mondo e una possibilità di sviluppo per la Calabria, terra dell’Amore, ma è meglio lasciare stare. Potrei parlare di chi da questa regione se ne va e non lo fa solo per la disoccupazione: arriva a determinate conclusioni e decide che il suo futuro è altrove. Potrei ricordarvi che, nonostante la presenza nella flotta Alitalia di un aereo con livrea speciale battezzato “Tropea” (che porta il marchio “Calabria” in tutto il mondo), nessuno ne approfitta per renderlo motivo d’orgoglio per i calabresi e/o organizzare voli speciali sulle nostre coste. Potrei dirvi tante, tante cose.

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Il 2013 negli USA è l’anno della cultura italiana. Fonte: National Italian American Foundation.

Anzi, potrei andare oltre gli aneddoti e dire come la penso. Il turismo, in questa benedetta/maledetta Calabria, c’è quasi per sbaglio. La terra, in senso prettamente paesaggistico, è in qualche modo “idonea”, ma la popolazione, le infrastrutture, le istituzioni ed i collegamenti non lo sono affatto. Abbiamo la fortuna di vivere in un’area con un clima estivo invidiabile, abbiamo la fortuna di avere patrimoni storici e culturali tali da garantire un flusso turistico tutto l’anno, ma non sappiamo sfruttare ciò che abbiamo. Parliamo di turismo annoverandolo tra le fonti di guadagno, tra le possibilità di sviluppo, tra i motivi d’orgoglio dell’essere e sentirsi calabrese, ma con quale coraggio? Siamo indietro rispetto alle altre regioni del Sud, non ci sono luci alla fine del tunnel per noi e la colpa non è del Nord o dei “politici ladroni”, ma vostra. I nostri aeroporti, strutturalmente parlando e in termini di traffico, non sono nulla rispetto agli analoghi campani, pugliesi e soprattutto siciliani: la Sicilia (Catania, Palermo, Trapani, ora anche Comiso) mobilita 12 milioni di passeggeri all’anno, Puglia e Campania (Bari e Brindisi per la prima, Napoli per la seconda) quasi 6 milioni ciascuna, noi invece non arriviamo neanche a 3 milioni (Lamezia Terme, Reggio Calabria, Crotone). Questi dati si riferiscono al 2012 e i dati parziali sul 2013 non evidenziano nessun trend in salita per noi.

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Per il biennio 2012-2013, la Calabria è la “Regione d’Onore” della National Italian American Foundation, una fondazione di italoamericani. Qualcuno ne ha approfittato per lanciare il turismo dagli USA alla Calabria? Assolutamente no. Fonte: NIAF.

La situazione è resa ancora più tragica da un paradosso. Affidiamo a compagnie a basso costo il compito di incentivare il turismo in Calabria con milioni e milioni di euro di finanziamenti, e non facciamo nulla per portare qui alcune tra le persone più ricche del globo, quelle che potrebbero comprare case e palazzi interi, quelle che potrebbero investire sul marchio calabrese, dando inizio ad un “effetto domino” inarrestabile di ricchezza e sviluppo totalmente indipendente dalle politiche nazionali (e locali…) che vogliono limitare la crescita della Calabria. No, i turisti americani non ci interessano, i voli diretti Lamezia Terme – New York sono una favola da bar, noi puntiamo sui turisti da bed&breakfast che massimizzano il risparmio. Questo è lo sviluppo che vogliamo!

Francesco D’Amico

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L’italianità e l’incoerenza allo stato puro: il caso Alitalia – Air France

La compagnia già di bandiera passa ad Air France – KLM: si tratta dell’ennesimo “furto” all’Italia, eppure…

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Restyling di un Boeing 777 di Alitalia, magari nella realtà fossero così belli! Fonte: AeroDream Design.

I più pessimisti accolgono la notizia con un sonoro “scandalo!” come commento, inserendola in un contesto nazional-catastrofico che comprende anche il passaggio di Telecom Italia agli spagnoli. A distanza di cinque anni, da quando la prima intesa col gruppo Air France – KLM è fallita, per Alitalia, la compagnia italiana già di bandiera, si preannuncia nuovamente un futuro francolandese.

Per Carlo Stagnaro dell’Università di Genova e dell’Istituto Bruno Leoni non è una tragedia, anzi:

“Il beneficio è implicito nel fatto che l’azionista vecchio non vuole più tenere Alitalia, mentre c’è un potenziale nuovo azionista che evidentemente dimostra di credere di poterci cavare qualcosa di buono.”

Tanti altri, tuttavia, hanno una visione pessimistica dell’intera faccenda. Questi “scippi” all’Italia vanno di moda, e va ancora più di moda parlarne definendoli l’inizio della fine del Bel Paese. Nessuno, però, sta facendo notare alla popolazione due grandi contraddizioni che caratterizzano questo “furto”.

La prima contraddizione non è difficile da immaginare: si parla tanto di investimenti esteri, si cercano sempre colossi stranieri intenzionati ad investire in Italia… quando ciò non accade, l’Italia e gl’italiani sono incapaci di inserirsi con efficacia nel che si globalizza sempre di più, ma quando accade, ecco che spunta fuori la componente pseudonazionalista e semiautarchica che, come in una nota canzone patriottica del secolo scorso, ci fa urlare “non passa lo straniero!” Ma è ovvio che, quando lo straniero investe in Italia, parte del denaro va altrove, o bisogna spiegarlo con un disegnino? Per Alitalia è la stessa cosa, o la si lascia morire come tante altre aziende italiane, o si aspetta l’intervento dall’estero, in questo caso da Parigi e da Amsterdam, e si accettano le conseguenze. Dovevate pensarci prima, ancor prima di dare alla discussa Ryanair i contributi per la “crescita” e per il “turismo”, che sicuramente hanno influito sulle perdite economiche di Alitalia CAI.

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Il colosso Air France ha aerei altrettanto colossali: questo è un Airbus A380, il più grande liner del mondo. Questa foto è stata scattata a New York JFK nel 2011.

La seconda contraddizione dovrebbe invitare i patrioti a riflettere. Come mai, all’improvviso, vi importa del destino di una compagnia aerea italiana e di tutto ciò che il passaggio ad AF-KL possa comportare per il mercato aereo italiano e, soprattutto, per i posti di lavoro in Italia? I “patriottici” italiani, anche di fronte a differenze di prezzo non rilevanti, non si fanno tanti scrupoli e per i propri voli scelgono spesso l’irlandese Ryanair e l’inglese easyJet, ignorando anche le low cost italiane come Air One, Blu-express e l’ormai defunta Wind Jet: in Italia, i voli di queste due compagnie che di italiano hanno poco, se non nulla, sono sempre pieni. Scelgono la prima, nonostante le polemiche e i suoi guai giudiziari, perché pensano solo al prezzo, non alla nazionalità degli equipaggi. Ryanair, addirittura, per alcuni è diventata la “nuova compagnia di bandiera” dell’Italia, “battendo” Alitalia. EasyJet si è anch’essa imposta nel mercato italiano e, così come Ryanair, per i suoi voli da/per l’Italia impiega tantissimi stranieri tra hostess e piloti, ma la cosa non sembra essere un problema, almeno non fino a quando non si conosce di persona un dipendente di una compagnia italiana come la stessa Alitalia, Meridiana o Blue Panorama, che rischia di perdere il proprio lavoro.

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Se gli italiani non sanno apprezzare il tricolore, come fanno a lamentarsi? Nella foto, scattata da Giorgio Varisco a Milano-Malpensa, c’è EI-EJI “Canaletto”, un Airbus 330 di Alitalia.

Viva il liberalismo, ma il vero mercato liberale non dovrebbe presentare queste contraddizioni così radicate nella testa dei consumatori. Scegliete: o ben venga lo straniero in tutti i casi, o lottiamo a tutti i costi per preservare (quello che resta de)ll’italianità. Il compromesso porta alle ingiustizie.

Dall’articolo “Ryanair vi dà il benvenuto a Stocazzemburg” che trovate su questo blog:

Alitalia ha ricevuto aiuti di Stato per decenni, perché solo nel caso di Ryanair gli aiuti non vanno bene? Ipocrita! Ma ce l’hai a morte con Alitalia? Che ti ha fatto? Allora, puntualizziamo una cosa, Alitalia era la compagnia di bandiera italiana, con gestione statale e intrecci politici tipici del nostro paese, poi privatizzata a causa dell’ormai celebre deregulation. Gli aiuti di Stato ci sono stati in pochissime occasioni, per il resto tutto rientrava nella gestione statale i cui fallimenti non erano riconducibili alla compagnia stessa ma alla politica italiana. L’Alitalia, nata come Ala Littoria in epoca fascista, divenuta Ala Italiana dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 e poi cresciuta nel secondo dopoguerra anche grazie alla fusione con LAI – Linee Aeree Italiane, ha avuto una storia caratterizzata dalle scelte sbagliate di chi la gestiva e di chi, per conto dello Stato italiano, aveva il compito di gestirla. Per esempio, a causa delle pressioni dell’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI), interessato alla sorte stabilimenti di Pomigliano d’Arco più che ai conti della compagnia già di bandiera, Alitalia è stata più volte costretta ad acquistare aerei non proprio competitivi, perdendo terreno rispetto alle compagnie concorrenti.  Anche di recente, per la decisione di acquistare 10 Embraer 175 e 5 Embraer 190 brasiliani anziché gli italo-russi Sukhoi Superjet 100Alitalia è stata criticata e non poco. A causa del cosiddetto “moltiplicatore” voluto dall’Anpac, per i piloti Alitalia erano previste 90 ore di volo al mese (normalmente per un pilota erano 100), e tutte le ore extra, moltiplicate per tre, dovevano essere scalate dalle ore del mese successivo: per esempio, un pilota con 120 ore di volo in un mese, non avrebbe volato affatto il mese successivo, costringendo la compagnia a cercare sostituti tra gli altri piloti o ad assumerne di nuovi, aumentando a dismisura i costi. I dirigenti dell’Alitalia, inoltre, hanno deciso di investire sul corto e medio raggio (Italia ed Europa), proprio quello più minacciato dalle low cost (in fondo, per i voli brevi, alcuni servizi extra come il bagaglio in stiva e la scelta del posto non sono proprio necessari), e continuano ad investire su una rotta, la Roma-Milano, nonostante la concorrenza di easyJet e dei treni ad alta velocità. Parallelamente a ciò, gli investimenti sul lungo raggio, quello più redditizio, sono minimi: l’Alitalia al momento ha solo 22 aerei per il lungo raggio (10 Boeing 777e 12 Airbus 330, poca cosa rispetto agli 80+ di Air France) e un network intercontinentale molto limitato, con ovvie conseguenze sui conti della compagnia.

Insomma, in fin dei conti l’Alitalia è stata sfortunata, ma è e rimane l’unica compagnia capace di collegare l’Italia col resto del mondo, cosa che Ryanair non potrà mai fare. Per chi volesse conoscere meglio la sua storia, segnaliamo il testo Alitalia – Ascesa e declino di Giuseppe D’Avanzo. Chiudiamo la parentesi dovuta su Alitalia con un consiglio per gli amici viaggiatori: vale la pena di notare che non sempre Alitalia è più costosa di Ryanair e delle altre low cost. Prima di viaggiare, valutate tutte le possibilità, e pensateci non due ma cinque volte prima di volare con Ryanair!

Vale la pena, inoltre, di aprire una parentesi su un altro accordo conclusosi con un nulla di fatto, che a cavallo tra il 1999 e il 2000 stava per trasformare Alitalia e KLM Royal Dutch in un vero colosso con una flotta combinata di 300 aeromobili: le occasioni perdute per salvare Alitalia prima del disastro, quindi, sono state ben due. Il “duo” AZ-KL, per poter nascere, richiedeva la trasformazione radicale dell’aeroporto di Malpensa in un vero e proprio hub, nonché in un ponte tra Italia e Olanda che avrebbe facilitato le varie operazioni congiunte delle due compagnie. A causa degli italiani, o meglio, del governo italiano, di questo progetto non si fece più nulla e KLM arrivò a chiedere 200 miliardi delle vecchie lire come risarcimento per le somme investite su Malpensa, “l’hub che non s’ha da fare”. Il colosso AZ-KL avrebbe trasportato 40 milioni di passeggeri all’anno, con una capacità doppia rispetto a quella della sola Alitalia.

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Il Boeing 737-800 di KLM con livrea speciale commemorativa. Foto di Giorgio Varisco.

Chiusa la parentesi sul mancato accordo Alitalia – KLM, e considerando non necessaria l’ennesima digressione sui fatti del 2008 che ormai tutti ben conosciamo, vale la pena di spendere qualche parola parlando del futuro di Alitalia e degli italiani che vogliono spostarsi. Per la Compagnia Aerea Italiana, purtroppo, dobbiamo aspettarci un futuro da compagnia regional, con una politica che la limiterà ai collegamenti point to point in Italia e in Europa, con pochi collegamenti intercontinentali. CAI, che vorrebbe aumentare la sua flotta lungo raggio con l’ingresso di 6 nuovi aeromobili tra Boeing 777 ed Airbus 330, forse dovrà rinunciare a tutti i nuovi wide body e ad una ventina di narrow body della famiglia Airbus 320 per i voli di medio raggio per “soddisfare” i requisiti di Air France – KLM, che vuole dirottare i passeggeri in transito per le varie parti del mondo a Parigi Charles De Gaulle (CDG) e Amsterdam Schiphol (AMS). Sull’acquisizione di Alitalia da parte dei francolandesi pende anche l’incognita Air One, la Smart Carrier di Alitalia acquisita nel 2008 (ricordiamo anche che circa l’85% della flotta Alitalia è immatricolato in Irlanda ed è proprietà della AP Holding, società che fa capo a Carlo Toto, ex patron di Air One), mentre la società di gestione di Fiumicino e Ciampino, Aeroporti di Roma (ADR), esprime perplessità sul possibile abbandono dello scalo romano Leonardo Da Vinci di Roma da parte della futura Alitalia. Parlando di incognite, quella più interessante riguarda senza ogni dubbio il fantomatico dossier Rothschild, un corposo studio di mercato che analizza la situazione generale ed individua possibili alternative al gruppo Air France. Etihad, Lufthansa, i russi, i cinesi: c’è di tutto, una lista senza fine di avvoltoi che potrebbero subentrare ai francolandesi alla prima occasione.

I posti di lavoro a rischio sarebbero circa 2.000, e stiamo parlando di personale Alitalia qualificato e con esperienza, non dei giovincelli che mandano avanti le flotte Ryanair ed easyJet. Per i passeggeri italiani, nel caso di un decentramento dei grandi aeroporti italiani come hub intercontinentali, andare fuori dall’Europa significherà passare da Parigi CDG o Amsterdam AMS, probabilmente con uno scalo in più e tutto ciò che esso comporta (stress, rischio di perdere coincidenze e bagagli, ritardi). Sul medio raggio, invece, con la riduzione della flotta, la perdita dei posti di lavoro e il dominio crescente delle low cost, potrebbe essere a rischio l’alta qualità dell full service e tutta una serie di servizi d’alto livello per i disabili, i minori non accompagnati, chi vuole stare tranquillo coi bagagli, etc.

Ringraziamo i fanboy delle low cost e i politici italiani che hanno voluto Ryanair a tutti i costi: è anche colpa loro.

Francesco D’Amico

Pubblicato in (TLR) Francesco D'Amico, Aviazione e RPAS | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento