Sebastian Vettel: già quattro volte campione del mondo?

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Fonte: F1.com

Sebastian Vettel dopo la vittoria del Gp di Singapore ha ormai in tasca il quarto titolo mondiale consecutivo. Nonostante i “soli” 60 punti di vantaggio sul secondo in classifica, il solito Fernando Alonso che fa i miracoli con la F138, su 150 punti ancora da assegnare; sembra quasi impossibile assistere nei prossimi Gp a una “Remuntada” del cavallino rampante. Seb proprio domenica ha completato il terzo Grand Chelem della carriera che consiste in pole, giro veloce e testa della gara dall’inizio alla fine anche dopo i pitstop. Una prestazione eccezionale, in quanto non si è mai assistito nella storia della Formula 1 a un distacco di due secondi e mezzo al giro dopo una safety car con gomme più vecchie di 17 giri. Un ritmo martellante che fa pensare che la vettura del tedesco nasconda qualcosa di irregolare, ma questa è un’altra storia.

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La classifica attuale dopo il GP di Singapore. Fonte: F1.com

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Secondo il sondaggio uscito su F1.com, i tre piloti finiti sul podio a Singapore hanno impressionato il pubblico tutti allo stesso modo.

La casa del cavallino medita uno stop dello sviluppo della F138, vista la prestazione del tedesco della RedBull. Alonso infatti ha vinto solo due Gp (Cina e Spagna) contro i sette successi di Vettel (Malesia, Bahrein, Canada, Germania, Belgio, Italia, Singapore, gli ultimi tre consecutivi). Le attività a Maranello si sposteranno verso lo sviluppo della vettura 2014, gli ingegneri avranno infatti molto su cui lavorare viste le nuove riforme tecniche che ci saranno nel 2014. Speriamo in una nuova stagione agonistica più ricca di successi e che la nuova coppia Alonso Raikkonen porti in casa Ferrari il mondiale che manca ormai da troppo tempo.

Mattia Angotti

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Facebook è sempre meno popolare

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 20 aprile 2013. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

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Il social network per antonomasia perde utenza e terreno rispetto alla concorrenza.

FacebookIl Re dei social network, il must have dei giovani d’oggi, il sito con più di un miliardo di utenti che negli ultimi anni è cresciuto esponenzialmente e si è insinuato, in un modo o nell’altro, nella vita di tutti i giovani. Se non fosse per i limiti di età imposti dal social network più o meno direttamente (ai minori di anni 13 è vietata l’iscrizione, gli over 50 appartengono ad una generazione non particolarmente legata ai computer e alla rete), l’utenza è talmente capillare nella società da rendere coloro che Facebook non lo usano delle rare eccezioni. Eppure, queste semplici eccezioni stanno diventando sempre più numerose, con giustificazioni sempre più articolate e comprensibili, ben lontane dal classico “non ho tempo”, “non mi interessa”, “sono una persona riservata”. Quella è roba vecchia, ora i detrattori di Facebook sanno quello che fanno.

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In America, secondo un sondaggio del Pew Research Center, circa sei utenti su dieci del celebre social network lo usano saltuariamente, con periodi di “astinenza” di varie settimane. Lo stesso sondaggio riporta che gli utenti appartenenti alla fascia d’età compresa tra i 18 e i 29 anni sono più propensi a ridurre il tempo passato su Facebook. Questi sono solo due dei dati più interessati emersi dall’analisi del PRC. Altri dati da altre fonti riportano 1.400.000 utenti americani in meno nel mese di dicembre dello scorso anno, l’equivalente della popolazione della città di San Diego; sempre più persone decidono, per vari motivi, di prendersi una lunga pausa del social network, e una percentuale sempre più rilevante decide di trasformare la pausa temporanea nellacancellazione definitiva del proprio profilo. Un buon 10% lamenta un calo di interesse nei confronti di Facebook, mentre il 9% degli intervistati ammette di aver abbandonato FB per drammi personali. (Molte scappatelle sono state scoperte grazie a Facebook, e più in generale FB è stato il teatro di brutte situazioni di vario genere). Vari sondaggi dimostrano che molti adolescenti altri social network come Instagram (proprietà di FB, non tutti lo sanno) e Twitter per la loro specificità: il primo si concentra sulle foto, il secondo su messaggi corti in stile sms. Facebook prova a mischiare il tutto ma per alcuni questa non è una formula vincente. “C’è un cambiamento nell’ambito dei social media”, dice il CEO del social network Pheed, O.D. Kobo. “Nessun giovane vuole usare i social network per leggere una storia. Non è una cosa veloce, immediata. I giovani di oggi sono più interessati ai multimedia ”. Altri sondaggi individuano in Tumblr il rivale più pericoloso per Facebook, un social network impostato come un blog che si propone come un buon compromesso tra immagini e testi. Un altro social network da tenere d’occhio è Diaspora, nato come progettoopen source, aperto a programmatori capaci di contribuire gratuitamente al suo sviluppo. A quanto pare, uno di questi potrebbe riuscire dove MySpace ha fallito, sottraendo a FB centinaia di milioni di utenti.

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Recentemente, Facebook ha introdotto gli hashtag, assumendo un’impostazione simile a quella di Twitter.

In effetti, Facebook ha raggiunto praticamente tutti i suoi potenziali utenti, riducendo il tasso di crescita: ora, i nuovi iscritti sono pochi rispetto a quelli che decidono di cancellare il proprio profilo, o che semplicemente decidono di non usarlo più, rendendo gli abbandoni più evidenti di quanto non lo fossero in passato. Come se ciò non bastasse, Facebook si sta svendendo. E’ un servizio gratuito, ma ha cambiato alcune cose nella sua impostazione e ora permette agli interessati di pagare per una maggiore visibilità, penalizzando i post non pubblicizzati. Ora proliferano pagine e post “sponsorizzati”, promossi coi soldi per garantirne una maggiore popolarità secondo varie fasce di pagamento. Ad ogni fascia di pagamento corrisponde un potenziale in termini di audience: più si paga, meglio è. Si usa Facebook per sapere cosa fanno gli amici e stare in contatto con loro, eppure Facebook stesso rappresenta il primo ostacolo alla condivisione delle nostre esperienze, dato che ci nasconde buona parte dei post dei nostri contatti e ci incoraggia a pagare per far sapere a tutti i nostri amici quello che facciamo.

Facebook non funziona neanche come un forum, ossia un sito dedicato alle discussioni. Da una parte è possibile pubblicare un link o scrivere qualcosa, taggare qualche amico e discuterne, dall’altra non è possibile – o meglio, è difficile – discutere efficacemente e civilmente con le persone che aggrediscono in massa le pagine popolari per discutere notizie di una certa importanza. Offese, commenti senza senso, spam, pubblicità che non c’entra nulla con l’argomento trattato: si trova di tutto, e gli utenti e mandano il concetto di dibattito civile a farsi benedire. Un altro problema di Facebook è proprio la sua utenza: molte persone non sanno, o fanno finta di non sapere, che la rete ha le sue regole e non sempre quello che troviamo su internet rispecchia al 100% le nostre idee e le nostre opinioni, tanto che un numero pazzesco di utenti finisce col segnalare come inappropriati post, immagini o intere pagine che invece rappresentano un modo di pensare diverso, nient’altro.

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Tumblr e Facebook: chi vincerà?

Un moderatore di Facebook, ossia una persona pagata per smistare le segnalazioni ed eventualmente far intervenire le forze dell’ordine quando necessario, qualche giorno fa ha ammesso di non essere riuscito a prevenire uno stupro nei confronti di una bambina di 7 anni, semplicemente perché la segnalazione della bambina – che è riuscita ad usare Facebook per chiedere aiuto, non avendo altri mezzi a disposizione – è finita nel caos delle segnalazioni stupide di altri utenti, segnalazioni con giustificazioni veramente banali, rendendo impossibile un’azione tempestiva. Insomma, FB non presenta solo problemi intrinseci, ma è caratterizzato anche da un’utenza poco propensa allo scambio di opinioni, con conseguenze che possono essere tragiche. Forse è il caso di cambiare aria, forse è il caso di valutare bene le varie alternative che la rete ci offre. Il mondo è bello perché è vario, che senso ha limitare la propria concezione di social network a Facebook?

Francesco D’Amico

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Una critica alla scommessa di Blaise Pascal

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 19 gennaio 2013. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Per il grande filosofo e matematico francese è sempre meglio credere in Dio, ma…

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La scommessa di Pascal, nota nel mondo anglosassone col nome di “Pascal’s Wager”, rappresenta un approccio molto comune tra la popolazione. Secondo Blaise Pascal, filosofo e matematico del diciassettesimo secolo, credere in Dio è una scelta conveniente, una scelta che ci tutela. Se si crede e Dio esiste, si va in Paradiso (premio infinitamente grande). Se si crede e Dio non esiste, non si guadagna nulla e non si perde nulla. Se non si crede e Dio non esiste, si hanno le stesse conseguenze del caso precedente e, infine, se non si crede e Dio esiste, si va all’Inferno (punizione eterna). Schematizzando, credendo si avrebbe l’infinitamente positivo (+∞) oppure una condizione neutrale (0), mentre non credendo si avrebbe l’infinitamente negativo (-∞) oppure una condizione di neutralità (0). La logica di Pascal suggerisce di credere comunque, nonostante tutto, per massimizzare i possibili benefici (+∞ anziché 0) e limitare i possibili danni (0 anziché -∞). Leggendo queste parole, qualcuno potrebbe ammettere di aver applicato al proprio credo la scommessa di Pascal e credere per una pura logica di convenienza o timore. In realtà, tale scommessa nasconde un numero spropositato di insidie e inesattezze. Vediamo le più importanti:

Semplificazione esagerata delle variabili in gioco.
L’errore più grande di Pascal è stato ridurre un numero quasi incommensurabile di variabili e possibilità a due sole variabili (esistenza di Dio, Fede dell’individuo) e quattro possibilità (varie combinazioni delle variabili), semplificando un po’ troppo le cose. La divisione non è tra Cristiani eAtei, ma tra Cristiani, MusulmaniEbreiInduistiSikhShintoistiTaoisti, Atei e via dicendo, andando a toccare ogni singola religione del pianeta Terra, dato che ogni religione potrebbe essere quella vera e tutte le altre potrebbero essere false. Tutte le religioni del mondo, almeno quelle più importanti, ci dicono che se non crediamo nel loro dio/dei non ci sarà nulla di bello per noi dopo la morte, e ai fini della scommessa di Pascal dobbiamo considerare questa molteplicità di variabili. Ovviamente, l’Ateismo non è una religione, ma si inserisce comunque nell’insieme sterminato delle variabili da considerare.

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E’ davvero così semplice? Penso proprio di no.

Anche nell’ambito di una stessa religione, come il Cristianesimo, ci sono tante variabili secondarie: quale corrente del Cristianesimo è quella giusta e garantisce il Paradiso se praticata? Dio punisce iCattolici e premia i Protestanti, o viceversa? Come facciamo a saperlo? La Parola di Dio è stata interpretata correttamente? Stiamo facendo veramente quello che Dio vuole? L’esistenza di Dio implica l’esistenza della vita eterna e viceversa, la vita eterna implica l’esistenza del Dio biblico? Come possiamo dare per certa l’esistenza di due soli regni principali dopo la morte (Paradiso, Inferno)? Come si inserisce il Purgatorio in questo contesto, esiste veramente e garantisce l’accesso al Paradiso? Il messaggio di Gesù è stato cambiato e adattato in base alle esigenze, denaturalizzando il messaggio originale?

Moltiplicando il tutto, con le variabili che via via tendono all’infinito, la probabilità di aver fatto la “scelta giusta” tende ad essere 1 su ∞, cioè praticamente nulla.

La benevolenza di Dio e l’apostasia come unico peccato imperdonabile: implicazioni etiche.
Un altro errore è pensare che Dio, o gli Dei, puniscano i non credenti razionalisti mandandoli all’Inferno e garantiscano il Paradiso ai credenti. Potrebbe non essere così: nell’ipotesi di un dio benevolo, Dio stesso potrebbe premiare gli scettici che non hanno creduto senza prove e punire i fedeli che hanno creduto ciecamente, senza prove e senza mettere in discussione il proprio credo. Se, ignorando il discorso delle variabili pressoché infinite, aggiungessimo allo schema di base della scommessa di Pascal l’esistenza di un Dio benevolo che premia gli Atei e punisce i Credenti, il vantaggio della Fede così come riportato da Pascal verrebbe meno e, come risultato, credenti e non credenti avrebbero le stesse identiche probabilità di salvarsi e andare in Paradiso.

Il discorso sulla benevolenza di Dio va ben oltre l’aggiunta di una sola variabile e ha ripercussioni non indifferenti sull’etica. Nella sua analisi, Pascal considera l’appartenenza o meno alla religione cristiana come unica linea di separazione tra chi potrà andare in Paradiso e chi patirà le pene dell’Inferno, ignorando tutte le altre azioni. Pascal, con la sua scommessa, dice sostanzialmente che l’apostasia è l’unico peccato non perdonabile, l’unico a regolamentare lo smistamento delle anime tra Paradiso e Inferno. Si tratta di una visione che tutto può vantare tranne un senso: premiare assassini, stupratori, massacratori, ladri e traditori solo perché hanno creduto e punire gente dalla condotta esemplare solo perché non ha creduto va oltre ogni logica e soprattutto va contro l’etica. Altrettanto inconcepibile sarebbe mandare, a parità di condotta, una brava persona non credente all’Inferno e una brava persona credente in Paradiso.

Il costo zero della Fede e i vantaggi nulli dell’Ateismo.
Secondo Pascal, nell’eventualità della non esistenza di Dio, l’aver creduto durante la vita ha un costo 0 e non c’è nessun vantaggio nel non credere. Nulla di più sbagliato. Innanzitutto, non c’è niente di bello nel credere in una bugia per tutta la vita, e se nel momento della morte si potesse realizzare, anche se per una sola frazione di secondo, che non ci sarà nessuna vita eterna dopo di essa, probabilmente il moribondo credente proverebbe una sensazione di angoscia per le sue false credenze e speranze, non il sollievo per l’aver evitato i castighi eterni dell’Inferno. Oltre a ciò, e questo è un discorso ancora più pratico, è irrazionale considerare nullo il costo della fede durante la propria vita: professare una religione richiede tempo, sottrae tempo ad altre cose, può portare a problemi di interazione con non credenti e/o con credenti di altre religioni, in molti casi richiede somme non indifferenti di denaro, porta a pregiudizi nei confronti di alcune categorie (e.g., gli omosessuali e le coppie di fatto) e può limitare comportamenti e abitudini alimentari utili senza motivi validi al di fuori del contesto religioso. Infine, e questo è un punto saliente, quando si inizia a spiegare tutto con la fatidica frase “E’ Opera di Dio”, non si cercano più le altre risposte, siano esse accessibili tramite libri o altra forma di documentazione, o inaccessibili, e in quel caso serve l’operato dei ricercatori. Se tali ricercatori pensassero di sapere già la risposta alle loro domande individuandola in Dio, smetterebbero di fare il loro lavoro oppure lo farebbero con uno stimolo importante in meno. Non per nulla 93 scienziati su 100 della National Academy of Sciences(Accademia Nazionale delle Scienze) americana ammettono di non credere in Dio. Non si tratta di una semplice maggioranza, ma di una maggioranza schiacciante, e percentuali analoghe caratterizzano tutti gli altri gruppi di ricerca scientifica.

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“Perché è più facile leggere un libro piuttosto che qualche libro difficile.”

La forza dell’autoconvincimento.
In base al ragionamento di Pascal, nonostante le prove della non esistenza di Dio (o meglio, la mancanza di prove della sua esistenza) sembrerebbe facile autoconvincersi della sua esistenza perpura convenienza, limitando i danni. A guidare i fedeli che vogliono evitare le pene eterne dell’Inferno ci sarebbe, quindi, la paura. Questo ragionamento rivela due errori di base importantissimi: il primo è che non è possibile prendere in giro se stessi e stabilire, di punto in bianco, di passare dallo status di non credente a quello di credente e di mantenere il nuovo status con convinzione, per tutta la vita, per la sola paura di andare all’Inferno. Il secondo errore sta nella presunzione di poter in qualche modo “imbrogliare” Dio facendo passare ai suoi occhi una fede dettata dalla convenienza come una fede spontanea e maturata, idea che andrebbe a cozzare con il concetto di Dio onnisciente.

Concludendo, la morale è questa: se volete credere, o se non volete credere, fatelo in base a quello che provate, non in base alla convenienza e alla speranza di evitare la punizione eterna. La scommessa di Pascal non è un modello sul quale basare la propria appartenenza o meno ad un credo religioso.

Francesco D’Amico

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Il gas naturale Radon, minaccia per la nostra salute

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 15 dicembre 2012. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Secondo solo al fumo come causa del tumore ai polmoni, continua a rimanere un perfetto sconosciuto.

Combattiamo da diverso tempo e coi mezzi più inusuali (è sufficiente pensare alla “pubblicità progresso” sui pacchetti delle sigarette) una battaglia disperata per la prevenzione dei tumori. Nel caso specifico del tumore ai polmoni, sappiamo tutti identificare nel fumo la sua causa principale:vi siete mai chiesti, anche per puro caso, chi tallona il fumo collocandosi al secondo posto di questa classifica nefasta messa a punto dai divulgatori scientifici? Sì? No? Proviamo a riformulare la domanda: sapete cos’è il Radon e i rischi per la salute che esso comporta? A meno che qualcuno non stia leggendo questo articolo a voce alta in un’aula piena di chimici e/o geologi, è molto ma molto probabile che la risposta a questa domanda sia uno sconcertante coro di “No”.

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Le informazioni di base sul Radon. Simbolo chimico, peso e numero atomico, densità, punto di ebollizione, punto di fusione e configurazione elettronica.

Senza andare troppo nello specifico, proviamo a capire di cosa si tratta. Il Radon, simbolo atomicoRn, è il più pesante dei gas nobili, elementi volatili con configurazione atomica tale da renderli inerti. E’ l’unico gas nobile radioattivo e uno dei suoi isotopi, il Radon 222, fa parte della famiglia radioattiva dell’Uranio 238 e ha un tempo di dimezzamento tale (3.8 giorni) da rendere poco difficoltoso il suo accesso nelle nostre case o in altri ambienti da noi frequentati. Una famiglia radioattiva, come quella del già citato Uranio 238, è una serie più o meno complessa di elementi che subiscono trasformazioni spontanee rilasciando radiazioni (decadimento radioattivo) e trasformandosi in nuovi isotopi secondo tempi e modalità che si possono stimare ricorrendo a metodi statistici. La famiglia dell’Uranio 238 inizia con questo isotopo radioattivo instabile, presente sulla Terra dalla sua formazione, e dopo una serie di passaggi raggiunge lo stadio di Piombo 206, che invece è stabile; il Radon 222 è un membro intermedio di questa famiglia e si considera quindi come un “figlio” dell’Uranio 238 e un “padre” del Piombo 206. Il tempo di dimezzamento di un isotopo è il tempo necessario affinché il decadimento spontaneo dell’isotopo stesso ne dimezzi la quantità; nel caso specifico del Radon 222 un tempo di dimezzamento di 3.8 giorni garantisce a questo isotopo la possibilità di fuoriuscire dagli strati geologici in cui si è formato, andare in circolo ed eventualmente finire nelle nostre case, o peggio ancora, nei nostri polmoni.

L’insidia più grande del Radon sta nella sua stessa natura di gas volatile: quasi tutti gli elementi della famiglia dell’Uranio 238 sono solidi pesanti che tendono a mantenere la loro posizione nelle rocce che li contengono, trasformandosi ed emettendo radiazioni. Il Radon, invece, è l’unico gas della famiglia e tende quindi a “fuggire” seguendo percorsi preferenziali come le fratture nelle rocce e/o le acque sotterranee, per poi raggiungere gli ambienti in cui viviamo passando attraverso i suoli e/o i corsi d’acqua. In alcuni casi, addirittura, fuoriesce dai gioielli che indossiamo o dai materiali da costruzione usati per gli interni di alcuni edifici. Una volta inalato, il Radon non decade trasformandosi in altri gas, ma in altri solidi pesanti che continuano ad emettere radiazioni all’interno dei nostri polmoni senza più uscirne. Il Radon 222 decade in Polonio 218, poi in Piombo 214, poi in Bismuto 214, poi in Polonio 214, poi in Piombo 210 e così via fino a raggiungere la stabilità del Piombo 206, che pur essendo un elemento non radioattivo di sicuro non è un toccasana per il nostro organismo. Quindi, mentre state leggendo queste parole, nei vostri polmoni potrebbero esserci delle reazioni nucleari in atto. Mentre state leggendo queste parole, le vostre cellule polmonari potrebbero essere soggette a radiazioni concentrate tali da poter portare, nei casi più gravi, al tumore.

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Il grafico dimostra che il 55% delle radiazioni assorbite dall’uomo deriva proprio dal Radon.

Come potete vedere, il concetto di radioattività non è inscindibile da quello di attività antropica: radioattività non significa solo HiroshimaNagasakiChernobyl o Fukushima, è un termine che si riferisce ad una fenomenologia molto ampia che riguarda, prima di tutto, fenomeni naturali in corso da miliardi di anni che noi non possiamo minimamente sperare di ostacolare. Il Radon esiste e continuerà ad esistere e noi non potremo farci nulla, se non prendere delle misure volte a ridurre il rischio di esposizione. Innanzitutto dobbiamo iniziare ad avere un’idea di quali possano essere i luoghi in cui tale isotopo tende a concentrarsi. Generalizzando, se siete in un luogo chiuso o comunque poco ventilato, nei piani inferiori di un edificio o addirittura sottoterra, probabilmente siete in un ambiente favorevole alla concentrazione di questo gas e se in tale ambiente passate tantissimo tempo (esempi tipici: ci vivete, ci lavorate), i rischi possono aumentare tantissimo. Ecco riportato un aneddoto ricco di significato che segnò l’inizio della storia dello studio del Radon all’interno delle nostre abitazioni e degli ambienti di lavoro: negli anni ottanta del secolo scorso, l’americano Stanley Watras, impiegato presso l’impianto nucleare di Limerick in Pennsylvania, fece scattare l’allarme anti-radiazioni nella centrale nucleare in cui lavorava. Dopo accurate analisi da parte delle autorità competenti si scoprì che la contaminazione non aveva nulla a che fare con la centrale nucleare, che risultava essere a norma: intensificando le indagini, gli esperti scoprirono tra lo stupore generale che Watras era stato contaminato a casa sua. Dopo alcune verifiche e misurazioni, gli scienziati affermarono che le radiazioni riconducibili al Radon presenti all’interno della casa del povero Watras erano equivalenti, parlando in termini di danni ai polmoni, a fumare centotrentacinque sigarette al giorno. Una cifra mostruosa.

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Schema riassuntivo di come il gas radioattivo Radon può entrare nelle nostre abitazioni.

Chiusa questa parentesi che ha del tragicomico, perché nessuno penserebbe alla propria abitazione come ad un fattore di rischio da contaminazione per radioattività addirittura più pericoloso di una centrale nucleare, si incoraggia l’attento lettore ad approfondire l’argomento Radon che, per ovvi motivi di spazio, non è stato affrontato nello specifico in questa sede. Sulla rete ci sono tantissimi testi, soprattutto in Inglese, che descrivono il Radon e i suoi rischi da contaminazione in maniera molto accurata, citando anche alcune linee guida per ridurre drasticamente la probabilità di contrarre un tumore a causa di questo elemento naturale. Non tutti i metodi sono economici ma vale comunque la pena di conoscerli.

Concludiamo con un monito scontato ma per certi versi obbligato: l’ignoranza della gente è un alleato del Radon, perché se non si conosce non si può combattere, ed evitare di combatterlo significa firmare la resa a priori. Ecco perché, prima ancora di usare i kit per la rivelazione del Radon ed adattare i progetti degli edifici a rischio per evitare la concentrazione di questo isotopo, bisogna iniziare a sensibilizzare le persone, ad informarle. Se, dopo aver letto questo articolo, vi è scattata una molla nel cervello, posso affermare che questo articolo non è stato scritto invano.

Francesco D’Amico

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Caos su Facebook, bloccati gli amministratori della pagina Briganti

Questo articolo è uscito sul blog GSI lo scorso 11 dicembre 2012. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Si inizia a parlare di sabotaggio e di azioni non giustificate da parte dei gestori di Facebook.

La pagina Facebook “Briganti” è il simbolo della lotta del Sud e dei meridionali contro il razzismo del Nord, che vede nella Lega e nei suoi rappresentanti la versione più estremista e desolante. I Briganti, oltre a difendere una fetta consistente della popolazione italiana dai continui attacchi dei leghisti, amano parlare delle meraviglie naturalistiche e culturali del Sud, meraviglie che necessitano di una seria rivalorizzazione. I Briganti, grazie anche al grande lavoro di Pino Aprile, autore del bestseller Terroni, continuano da tempo una battaglia mediatica per dire a tutti quanti che i Borboni e, più in generale, il Regno delle Due Sicilie, non era come ce lo descrivono i libri di Storia. I Briganti ci dicono che le differenze attuali tra Nord e Sud sono riconducibili ad una “Unità” fatta per favorire il primo a discapito del secondo.

Fatta questa premessa, una cosa è facilmente deducibile: il gruppo Facebook Briganti è scomodo, così come tutto quello che rappresenta. Una delle sue iniziative, CompraSud, che invita gli interessati a comprare solo prodotti meridionali, di certo non è un toccasana per il portafogli di chi critica il Meridione e, allo stesso tempo, lo considera come una miniera d’oro.

Ma cos’è successo su Facebook? Senza preavviso, gli account dei suoi 8 amministratori sono stati bloccati. Riportiamo una nota degli stessi amministratori, pubblicata sul blog Briganti:

È accaduto l’impensabile. Dalle ore 15:00 del 6 dicembre 2012, Facebook, arbitrariamente e senza nessun avviso o spiegazione, ha bloccato gli account degli 8 amministratori di Briganti.

Tuttora non ci sono notizie dallo staff di Facebook, che sembra ignorare anche la valanga di segnalazioni che sta ricevendo.

Forse il Compra Sud fa paura? Forse migliaia di persone che conoscono la vera storia dell’itaGlia fanno paura?

Lo staff di Facebook però non ha capito bene una cosa, Briganti non sono gli 8 amministratori, Briganti sono 46 mila amministratori!!

In attesa di sviluppi vi consigliamo di iscrivervi alla pagina provvisoria: BRIGANTI2

La pagina Facebook Terra Calabrese, con una nota, racconta ai suoi fan l’accaduto:

Briganti, la pagina di Facebook che raccoglie tutte le verità del Mezzogiorno, è stata censurata: gli otto amministratori sono stati bloccati.

Una censura inspiegabile, o forse si. Infatti la pagina metteva in luce tutti i torti subiti dalle Regioni del Sud Italia, facendo controinformazione e mostrando la realtà in cui viviamo nuda e cruda.

Siamo Regioni povere si, ma la colpa della nostra povertà non è nostra! E’ del Nord!

Il Nord che ci ha portato via tutto, e il Nord che cerca di sottometterci tutt’oggi.

E sempre quelli del Nord che hanno spinto a bloccare gli amministratori di Briganti.

La vera storia non si studia nelle scuole perché si ha paura che potrà scattare una qualche scintilla rivoluzionaria.

Briganti fa “controinformazione”, ma non si può chiamare controinformazione se poi la controinformazione si rivela vera e propria informazione.

Noi sappiamo la verità e sappiamo che prima dell’unità d’Italia il Regno delle Due Sicilie era lo Stato più ricco della Penisola Italiana.

Cari amici, sperando che non ci bloccate anche a noi di Terra Calabrese, tutto questo i documenti lo dimostrano.

Avete bloccato Briganti, ma le nostre menti non le bloccherete mai!

Lo stesso Pino Aprile, sulla sua pagina Facebook, ha trattato il problema dicendo questo:

FACEBOOK HA BLOCCATO GLI ACCOUNT DEGLI AMMINISTRATORI DELLA PAGINA DI “BRIGANTI” E NON SI CAPISCE PERCHE’. GIORNI FA, NON HA BLOCCATO LA FOTO DI UN BIMBO INDIANO CON UNA BLATTA GIGANTE, DEFINITA: BAMBINO NAPOLETANO…

CHE SUCCEDE? I BRIGANTI FANNO ANCORA PAURA???

C’è da chiedersi il perché di tutto questo. Sarebbe logico puntare il dito contro i leghisti o qualche altro gruppo di antimeridionalisti, ma le possibilità sono infinite e la spiegazione potrebbe essere più complessa del previsto. Faremo di tutto per tenervi informati.

Francesco D’Amico

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Le meraviglie nascoste della Paleoarte

Questo articolo è uscito sul blog GSI lo scorso 10 dicembre 2012. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Santino Mazzei, paleoartista calabrese, ci parla della sua passione per la Paleoarte.

In questa intervista, useremo il termine “paleoarte” per identificare tutte le ricostruzioni di animali ed ambienti preistorici tenendo sempre in considerazione il fatto che, anche se è diventato molto popolare, non è il termine più adatto per definire questo tipo di divulgazione scientifica e che la parola “arte” lo contamina un po’.

 

La prima domanda è ovvia, Santino. Come sei diventato paleoartista? Il tuo CV paleontologico, se così lo vogliamo chiamare, ci dice che sei passato dal fenomeno Jurassic Park, un po’ come tutti gli appassionati del settore. Com’è iniziata la tua esperienza?

Proprio così. Come tutti quelli che si sono addentrati in questo mondo nel cuore degli Anni Novanta anch’io sono passato dal fenomeno Jurassic Park. Quel romanzo/film e altre opere connesse al mondo della paleontologia hanno ispirato la curiosità di tutti e acceso una piccola scintilla in chi, come me, all’epoca era solo un bambino.

Coloro che più avanti si sarebbero interessati alla “paleoarte”, soprattutto, hanno avuto con Jurassic Park un rapporto speciale. Il film proponeva ricostruzioni in carne ed ossa per l’epoca innovative e spettacolari, un sogno vero e proprio diventato realtà. Sono convinto che il desiderio di meravigliare il pubblico in quel modo sia una delle forze che stimolano il lavoro di molti paleoartisti contemporanei. Per me è così! Ogni volta che dipingo un dinosauro, mi auguro che chi andrà ad osservarlo rimanga stupito quasi come il gruppo di turisti che osserva i dinosauri per la prima volta in una delle scene iniziali del film. Direi quindi che uno dei motivi per cui mi sono avvicinato alla paleoarte è proprio questo: aiutare le persone a fare un tuffo nel passato. Secondo, ma non meno importante, il desiderio di imparare cose nuove. Si parte con l’idea di ricostruire un singolo animale e si finisce col divorare libri e articoli relativi alle specie affini, l’ambiente che abitavano e alle ipotesi dei paleontologi… un percorso irresistibile.

Tornando al fenomeno Jurassic Park, bisogna parlare anche del rovescio della medaglia. Jurassic Park ha fatto il suo tempo eppure, a vent’anni dal suo debutto, viene da molti frainteso come documentario scientifico e usato come metro di paragone. E’ quindi citato ogni volta che si discute di paleontologia, anche dai giornali e dai siti più prestigiosi.

Mi viene da pensare alla recente scoperta delle piume su Ornithomimus. Tutti gli articoli italiani che ho letto ne parlavano facendo riferimento al film e al fatto che lì un dinosauro simile appaia glabro, tralasciando i dettagli più importanti della notizia. Credo che questo genere di paragoni siano positivi solo fino ad un certo punto; se si va oltre il giusto limite, chi legge l’articolo è portato a credere che vi sia effettivamente una competizione fra il cinema e il progresso scientifico e si preoccupa principalmente di quello.

Per intenderci: adesso che il rover Curiosity sta recuperando un mucchio di informazioni importanti sul pianeta Marte, trovo che la cosa fondamentale sia accogliere le notizie che ne derivano con il massimo della tolleranza e della lucidità, senza farsi carico di informazioni secondarie. I contrasti con la filmografia di fantascienza che ha trattato Marte sarebbero un’aggiunta superflua, che il curioso può cercare – se vuole – da solo e in un secondo momento.

Certo, come dimenticare i servizi sui telegiornali che introducono l’argomento “vita su Marte” coi soliti spezzoni da B-Movie e continui riferimenti agli stereotipi sui marziani!

Ora, trattiamo meglio il legame Paleontologia-Paleoarte. La Paleontologia è sempre stata una mia grande passione e, studiandola all’Università, ho imparato che è erroneo associarla unicamente ai dinosauri (per quanto fantastiche possano essere state quelle creature): ho imparato che studiando microrganismi anche microscopici è possibile capire meglio le origini della Vita sulla Terra e si possono trarre preziose conclusioni su temi attualissimi come i cambiamenti climatici e la ricerca di risorse naturali. La domanda è essenzialmente questa: chi si affaccia alla Paleoarte deve aspettarsi il dominio assoluto dei dinosauri o c’è dell’altro da offrire?

E’ più di un secolo che la parola dinosauro viene associata dal pubblico a spettacolo piuttosto che a un grande ma ben definito gruppo di animali. A dimostrazione di ciò l’errore che fanno molti profani, includendo in “Dinosauria” qualsiasi animale preistorico particolare. Molti parlano di Pterosauri e dei rettili marini mesozoici definendoli dinosauri, quando in realtà sono stati solo loro contemporanei. Alcune volte perfino i grandi mammiferi comparsi milioni di anni dopo la grande estinzione di fine Cretacico vengono considerati tali! Diciamo quindi che le basi sono favorevoli a questa loro onnipresenza e, purtroppo, a tutti i fraintendimenti e alle esagerazioni che ne conseguono. Un paleoartista deciso a specializzarsi (per esempio) in Pelycosauri, correrà il rischio di essere definito comunque un artista che ricostruisce dinosauri.

E’ vero che furono animali straordinari, ma sono stati anche i protagonisti di tantissimi film e sono generalmente l’attrazione di punta in tutti i grandi Musei di Storia Naturale, senza dimenticare l’aura di eccezionalità che i giornali creano attorno ai nuovi ritrovamenti che li riguardano. Tutto questo li rende sfruttabili sul piano commerciale. Il lavoro di molti paleoartisti è inevitabilmente influenzato da ciò e le loro opere, se incentrate sui dinosauri, tenderanno ad essere evidenziate rispetto alle altre.

Ma chi ha una visione meno viziata della preistoria sa che c’è molto altro da conoscere e da rappresentare. Intere epoche che ancora non hanno ricevuto una completa e degna rappresentazione artistica! E il discorso non tocca solo la fauna, ma anche la flora e più in generale la trasformazione del pianeta.

Come ho detto prima, credo che uno degli aspetti più belli dell’illustrazione paleontologica sia la meraviglia che essa può suscitare in chi la segue. Sono quindi fiducioso che, con il tempo, la diffusione della buona paleoarte porterà un pò di luce su tutto ciò che i dinosauri hanno messo in ombra.

Ora, Santino, senza troppi spoiler, puoi dirci quali sono i progetti sui quali stai lavorando facendo anche un piccolo excursus della tua esperienza da paleoartista, parlandoci in generale di cosa significa essere un paleoartista?

Solo nell’ultimo anno la paleoarte ha occupato un posto importante nella mia vita, prima di allora è stata principalmente un piacevole hobby. Lo è ancora adesso visto che, quando ne ho la possibilità, disegno e ricostruisco animali preistorici per mio diletto.

Negli anni passati ho provato a dare il mio contributo con l’organizzazione di alcuni eventi a tema. Ad esempio, nel 2009 e nel 2010 ho partecipato alla realizzazione dei corsi “Paleoart Teaching”, tenuti dal paleoartista Fabio Pastori e da Jordan Nenna, un illustratore e grafico romano. Si è trattato di due corsi brevi pensati per tutti coloro che si avvicinavano per la prima volta al mondo della paleoillustrazione e che volevano comprendere le regole basilari per la ricostruzione di un animale estinto. La prima edizione si è tenuta a Roma, la seconda in Portogallo presso il museo di Paleontologia di Lourinha: in entrambi i casi il Paleoart Teaching si è rivelato un gran bel successo.

Nel 2011 ho partecipato al concorso internazionale dedicato ad Europasaurus, un sauropode nano della Germania, indetto dal Dinosaurier Park di Münchehagen. Ho realizzato un poster informativo su questo dinosauro, un lavoro che citava alla lontana l’arte del paleoartista italiano Davide Bonadonna. Con grande sorpresa sono riuscito a salire sul podio e a guadagnare la terza posizione. E’ stato un onore immenso, soprattutto in considerazione del fatto che al concorso avevano partecipato moltissimi artisti di tante nazioni differenti.

Di recente ho preso parte al gruppo Eofauna, una nuova e valida associazione di ricerca scientifica di origine spagnola. Fondata da Asier Larramendi e da Ruben Molina, l’associazione raggruppa diversi ricercatori e artisti specializzati in fauna preistorica. Il team di Eofauna realizza e mette al servizio di musei e privati illustrazioni, poster, modelli 3d e sculture di ottima qualità. Io ho contribuito realizzando parte del materiale grafico del sito, alcuni disegni per il loro catalogo e per altri progetti ancora in fase di sviluppo.


Ora, una domanda classica: cosa consiglieresti ad un giovane paleoartista alle armi? Quali sono le fonti di ispirazioni principali e come si entra in contatto con altri paleoartisti?

A chi è giovanissimo e sogna di intraprendere questa strada è necessario dare un primo, fondamentale consiglio: riflettere. Riflettere su cosa siano realmente l’illustrazione e la scultura paleontologiche e capire i loro obiettivi fondamentali, poiché una persona troppo giovane ed entusiasta rischia di muovere dei passi falsi in questo mondo.

Chi decide di ricostruire animali e mondi preistorici deve imparare a documentarsi a fondo su quello che sta disegnando, canalizzando la propria fantasia solo nei punti in cui è concesso. Il giovane paleoartista non dovrà mai abusare del fatto che la preistoria è ormai tempo passato, usandolo come pretesto per disegnare un determinato animale come più lo aggrada. Al contrario, il vero significato delle scoperte e le ipotesi più solide elaborate dai paleontologi dovranno essere delle linee guida essenziali.

Dopo i fossili, un’importante fonte di ispirazione per i paleoartisti è la vita selvatica, ovviamente. Nulla alimenta le idee del paleoartista meglio della natura e, nel caso si stesse tentando di ricostruire dei dinosauri, la vita degli uccelli e dei rettili moderni è una vera miniera d’oro ricca di ispirazione. Oltre a questo, è doveroso conoscere quelli che sono stati i grandi paleoartisti del passato e quelli contemporanei, studiare la storia della paleoarte. A tal proposito potrei consigliare l’acquisto del nuovo libro “Dinosaur Art: The World’s Greatest Paleoart”, che raggruppa le biografie e le tavole più rappresentative di una decina di paleoartisti contemporanei.

Infine, adoperare internet nel modo giusto. E’ diventato uno strumento potentissimo anche per chi studia e si interessa di paleontologia. C’è la possibilità di conoscere tanti paleoartisti talentuosi: molti di loro hanno un sito, un blog e sono presenti sui social network.

Hai citato il rigore scientifico, che è importantissimo. Conosci casi di opere di paleoarte un po’ spinte, andate ben oltre le ipotesi dei paleontologi? Nel caso in cui le conoscessi, potresti citarne qualcuna dicendoci anche come sono state accolte da altri paleoartisti e dagli scienziati?

Si può citare come esempio il lavoro di David Peters, che negli ultimi tempi ha generato notevole scalpore. Peters è un ottimo illustratore ed è stato una presenza non indifferente nella comunità legata allo studio dei rettili mesozoici, ma è noto soprattutto per le sue controverse ipotesi sull’evoluzione degli Pterosauri, rifiutate e sconsigliate da tutti coloro che hanno studiato questi animali. Queste sue strane idee (evito di discuterne direttamente, ma consiglio la lettura di questo articolo di Darren Naish, dedicato proprio a Peters: http://blogs.scientificamerican.com/tetrapod-zoology/2012/07/03/world-must-ignore-reptileevolution-com/) hanno trovato una rapida via di diffusione tramite il web. Un esempio è ReptileEvolution.com, un enorme sito/database creato da Peters e alimentato con ricostruzioni scheletriche e tavole anatomiche basate interamente sulle sue teorie che, ripeto, non hanno ricevuto l’approvazione di nessun esperto. Il sito, che possiede anche un nome importante, rappresenta una delle principali fonti di risultati se si effettua una ricerca relativa ai rettili preistorici. Chi non conosce la situazione accoglie quelle informazioni e quelle immagini come corrette. Le conseguenze, come possiamo immaginare, sono gravi.

In ogni caso, gli appassionati devono saper fare distinzione fra opere che sono diventate superate e opere che invece sono nate sbagliate.

Per avere un’idea delle prime, si pensi ad esempio alle vecchie ricostruzioni di Iguanodon e Megalosaurus che mostravano questi due dinosauri come dei goffi lucertoloni quadrupedi dalla coda strisciante. Oggi sappiamo che creature del genere non sono mai esistite eppure c’è stato un momento in cui le limitate conoscenze di chi studiava questi animali estinti non potevano offrire di più. Quelle ricostruzioni rimagono però degli importanti documenti sulla storia della paleontologia e della paleoarte.

Al contrario, opere figlie di speculazioni esagerate, non supportate da prove e dagli studi che ne conseguono, rappresentano delle macchie nere nel campo della paleoarte.

Francesco D’Amico

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Il mito del vuoto d’aria si riconferma vivo e vegeto

Questo articolo è uscito sul blog GSI lo scorso 20 novembre 2012. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Caos su un volo intercontinentale della Neos e i media cavalcano la notizia con la solita overdose di ignoranza in tema di aviazione.

E’ successo, puntualmente. Come al solito, i media italiani si sono rivelati incapaci di divulgare una notizia corretta relativa al mondo dell’aviazione. Forse qualcuno di voi ricorda l’episodio dello “scotch” usato l’anno scorso per riparare un finestrino su un aeromobile della Ryanair, o le continue gaffe dei giornalisti italiani intenti a descrivere le operazioni militari in Libia… gli esempi sono tanti e non siamo qui per un loro censimento. Una domanda è spontanea: perché quando si parla di economia i giornalisti intervistano gli esperti per capire e far capire gli argomenti trattati alla gente comune, mentre nel caso dell’aviazione si sentono così capaci e informati da fare tutto da soli riducendo l’interazione con gli esperti al minimo? Per me è un vero e proprio mistero, e il risultato è sempre lo stesso: fesserie, tante fesserie, senza segni di miglioramento, ed è appena arrivata l’ennesima conferma.

Stiamo parlando del volo NO731 da Havana (HAV) a Malpensa (MXP) dello scorso 19 novembre. Durante la fase di crociera, il Boeing 767-306ER “Ciudad De La Habana” della compagnia aerea italiana Neos con marche I-NDMJ, ha avuto a che fare con una forte turbolenza e molti passeggeri sono rimasti contusi. Due medici a bordo hanno prestato il primo soccorso e ritenute non gravissime le condizioni dei malcapitati, hanno suggerito al Comandante di non dirottare l’aereo e continuare fino a Malpensa come programmato. Il Comandante ha seguito il consiglio e, all’arrivo a Malpensa, i passeggeri sono stati soccorsi tempestivamente. Per alcuni di loro, purtroppo, è stato necessario il ricovero in ospedale.

I giornalisti, per l’ennesima volta, hanno dimostrato un’ignoranza del settore aeronautico senza eguali. Oltre ad aver alimentato un mito che speravo fosse morto e sepolto, ossia quello dei vuoti d’aria che, udite udite, semplicemente non esistono (sicuramente finiranno col parlare anche di presunti vuoti d’acqua negli oceani, chissà…),  i media hanno riportato dati assurdi: a causa della turbolenza/vuoto d’aria/comecavololavoglionochiamare, l’aereo avrebbe perso tremila metri di quota in una fase di “caduta libera”, come una penna fatta cadere per terra. La altitude deviation in realtà è stata di “soli” 1000 piedi, ossia 300 metri circa, che, evidentemente, non erano sufficienti per trasformare la notizia in una bomba mediatica e questo ha reso necessaria l’aggiunta di uno zero. Un altro errore che ho notato sul web è stato il seguente: c’è chi ha preso l’immagine di un aereo della Neos a caso, un Boeing 737, per associarla all’articolo appena scritto e far intendere che fosse proprio quello il tipo di velivolo coinvolto nell’episodio. Peccato, però, che per i serbatoi di carburante di un 737 un volo diretto Havana-Milano sia un po’ troppo.
I media, almeno quelli da me consultati, hanno fallito miseramente anche nel provare a dare un “senso” a questo incidente, una lezione di vita che possa aiutare a prevenire altri episodi del genere. La questione delle cinture di sicurezza non allacciate nonostante i consigli degli assistenti di volo è stata appena accennata come se fosse un banale dettaglio e non come il punto focale della situazione. I passeggeri, in particolar modo quelli italiani, tendono a non rispettare le regole, figuriamoci i consigli: tenere le cinture allacciate durante tutte le fasi del volo (tranne taxi, decollo e atterraggio, ovviamente) non è un obbligoSi consiglia di farlo proprio per il rischio di turbolenze improvvise che possono trasformare la cabina di un aereo in un vero e proprio inferno senza preavviso. I passeggeri, come al solito, non solo non hanno capito l’importanza delle cinture di sicurezza ma se sono infischiati alla grande con le solite giustificazioni, perché come dicono sempre “io viaggio spesso e non è mai successo niente.

Piccolo scherzo del destino: l’episodio del volo NO731 della Neos segue di appena una settimana l’ennesima “sparata” di Michael O’Leary, CEO della compagnia irlandese Ryanair, secondo il quale le cinture di sicurezza non servirebbero a nulla e la configurazione interna dei posti a bordo degli aerei potrebbe essere modificata per accogliere passeggeri disposti a viaggiare in piedi a prezzi ridotti. Affermazioni che, anche in virtù dei fatti accaduti, si commentano da sole.

Che dire, da una parte mi rassegno di fronte all’ignoranza dei giornalisti professionisti, incapaci addirittura di consultare esperti del settore per evitare figuracce, e dall’altra mi aspetto, dopo questo episodio, un miglioramento del comportamento dei passeggeri italiani, anche se so già che tutto finirà nel dimenticatoio molto, molto presto.

 Francesco D’Amico

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Il riscatto dei “giovani d’oggi”

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 5 maggio 2012. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Da oggetto di critiche e pregiudizi a vittime rivalorizzate della generazione precedente

Ricordo che, fino a qualche anno fa, noi giovani eravamo oggetto di critiche pesanti da parte delle generazioni precedenti e a dare peso a queste critiche c’erano fatti di cronaca raccapriccianti che vedevano i classici “giovani sbandati” come protagonisti. Ricordo che per me l’adulto era una figura di riferimento importantissima, un baluardo di vecchi valori che si stavano pian piano perdendo. Vedevo l’adulto come una figura che non poteva sbagliare mai, se non in casi veramente eccezionali. Vedevo l’adulto come una specie di guerriero impavido che, ogni giorno, doveva combattere contro noi poveri disgraziati che non avevamo conosciuto l’umiltà dei nostri padri e dei nostri nonni e che, pertanto, non meritavamo di avere tutto pronto e servito sul piatto d’argento. Ricordo di essermi messo le mani tra i capelli più di una volta pensando a quello che i miei coetanei ribelli avrebbero fatto da adulti. Con loro il mondo sarebbe finito, oddio.

Non ho mai pensato che, a distanza di qualche anno e grazie alla “complicità”, passatemi il termine, della crisi economica che continua a flagellarci, la mia opinione sarebbe cambiata completamente.

Ora, quando accendo la tv o il computer e vengo sapere ciò che accade, la mia percezione del rapporto giovani-adulti si allontana sempre di più da quelle che erano le mie idee di un tempo. Ho sentito che, per la prima volta in Italia dal secondo dopoguerra, i genitori sono costretti a dire ai propri figli frasi del tipo “voi starete peggio di noi”. Ho letto che la ricchezza sta nelle mani di adulti e anziani, perché loro hanno i beni immobili e riescono a sfruttarli per limitare i danni della crisi, mentre i giovani vivono nel precariato e possono contare solo sulle loro tasche (vuote, il più delle volte) o sui genitori abbienti. Parallelamente a tutto ciò ho notato una progressiva “martirizzazione”, chiamiamola così, della mia generazione, prima considerata immeritevole e sbandata e ora vista come una vittima della generazione precedente che non ha saputo garantirle un futuro. Pur continuandoli a rispettare, ho individuato negli adulti la causa di tutto il caos che regna sovrano oggigiorno. Anche le esperienze di vita sono state d’aiuto e grazie a loro sono riuscito, finalmente, ad aprire gli occhi: crescendo si iniziano a fare cose “da grandi”, come guidare, andare a pagare le bollette, lavorare… e in tutte queste cose ho notato che, dopotutto, c’è poco da imparare dai nostri predecessori e, in alcuni casi, meno interagiamo con loro meglio è. Ho visto adulti comportarsi peggio dei giovani sbandati che criticavano un tempo, comportandosi come dei veri e propri trogloditi…et mihi ceciderunt brachia, e mi caddero le braccia.

Costretto dalle circostanze a rimboccarmi le maniche, ho imparato a fare le file da solo perché in questo Paese non ho mai conosciuto una persona in grado di spiegarmelo, e se qualcuno mi supera provo a non iniziare discussioni inutili come spesso accade nei luoghi pubblici. Ho imparato, sempre da solo, a rispettare le regole della strada, perché se il limite di velocità è 90km/h significa che non bisogna superarlo, e al solito barbaro di turno che sbraita da dietro mando, col pensiero, un invito a superare i limiti di velocità in America e a pagarne le conseguenze come è giusto che sia. Ho imparato a non alzare la voce in caso di disservizio, perché chi sta dall’altra parte del banco o della cornetta sta facendo il proprio lavoro e, con calma, trova una soluzione al mio problema e se le cose non si mettono bene per me non c’è scusa al mondo che giustifichi urla e offese. Ho imparato ad essere onesto dichiarando il vero e rifiutandomi di fare il furbo nelle piccole cose, tra le proteste e i singhiozzi del mio portafogli. Ho imparato che “mi scusi”, “prego”, “grazie” e “permesso” non sono parolacce ma alcuni dei tanti segni di educazione e civiltà. Ho imparato che lamentarsi sempre e comunque della nostra Lamezia, della nostra Calabria, della nostra Italia non serve a niente se non mettiamo in pratica quello che diciamo. Ho imparato che l’Italia e gli italiani hanno la classe politica che meritano perché decidono di non votare o votano la persona sbagliata. Ho imparato a rispettare gli altri perché nessuno di noi sta su un piedistallo e può guardare gli altri dall’alto. Il bello (si fa per dire) è che io non devo nulla di tutto questo alla generazione precedente ma ad una mia semplice riflessione maturata col tempo. Ora, pubblicamente e a nome di tanti altri ragazzi che hanno individuato negli adulti la vera causa dei loro problemi, accuso i nostri predecessori di non averci dato gli elementi di base per vivere civilmente, li accuso di averci lasciato un Paese sul lastrico anziché uno ricco e prospero, li accuso del trattamento “speciale” che hanno riservato a noi giovani senza speranza, li accuso di aver ridotto la laurea ad un semplice pezzo di carta che, ormai, non dà alcuna garanzia.

L’accusa giustificata di una generazione perduta. E’ questo il nostro riscatto, è questa la nostra vittoria, anche se si tratta di una vittoria di Pirro: noi giovani paghiamo più di ogni altra categoria il prezzo di questa crisi ma, almeno, ora sappiamo che la colpa non è nostra ma di chi un tempo ci criticava dandoci degli sbandati. Ora, queste persone devono fare i conti con le proprie responsabilità. Sono parole al vento, inutili parole al vento, e lo so benissimo, ma le preferisco comunque allo stato di rassegnazione che sembra regnare sovrano tra i miei coetanei.

Francesco D’Amico

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La Lamezia dei miei sogni

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 7 luglio 2012. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Una città proiettata verso il mondo, abitata da persone con una mentalità più evoluta

Per gli anglosassoni è la wishlist (letteralmente “lista dei desideri”), per noi l’erba voglio (che stando al famoso proverbio non dovrebbe crescere neanche nei giardini del re). Modi diversi per definire la stessa cosa: una lista, o meglio una sfilza, di cose che vorremmo e/o che vorremmo che cambiassero. Su Lamezia Terme potremmo scrivere interi libri per far sapere al grande pubblico italiano, europeo e addirittura mondiale cosa è stato sottratto a questa città a causa della macedonia nostrana di politici locali incompetenti, mentalità scandalosamente arretrata, politici delle grandi città vicine molto esuberanti e scarsa capacità di attirare grandi capitali che non siano legati alla criminalità organizzata. Lo studio di Lamezia potrebbe diventare una nuova frontiera per l’urbanistica: come non amministrare una città. Mentre scrivo queste parole, la stanchezza prende il sopravvento e chiudo gli occhi. Li riapro… sto sognando? Non lo so, sono nella mia stanza disseminata di rocce, libri e modelli in scala di aerei e non noto nessuna differenza: decido, allora, di uscire per farmi un giretto iniziando dalle Terme Caronte.

Che belle, le Terme Caronte. Vedo infrastrutture adeguate, parcheggi efficienti, una piazza dove si può passeggiare tranquillamente, un anfiteatro stupendo, un fiume pulito con sponde ancora più pulite, la vecchia cava recuperata e trasformata in un parco, una piccola centrale geotermica, un centro dell’INGV, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, dove gli esperti monitorano i dati dell’acqua termale e tengono sotto controllo la faglia che in passato fece scattare terremoti devastanti. E, cosa impensabile fino a qualche anno fa, quando al massimo potevamo trovare due o tre roulotte e qualche macchina, vedo una marea di turisti venuti in vacanza che riempiono i lametini di passaggio di orgoglio. Molti di loro, per i pernottamenti, hanno scelto l’hotel della cava, un’opera ingegneristica eccezionale che ha in qualche modo “rioccupato” lo spazio lasciato vuoto dalle coltivazioni di materiali che hanno deturpato il paesaggio lametino. Alcuni confessano addirittura di essere venuti apposta per vedere l’hotel in questione, un esempio straordinario di recupero di cave per l’estrazione di materiale.

Tra la folla di turisti, ne noto alcuni vestiti in modo strano, pronti per un’escursione ed armati di picozza, bussola ed enormi carte geologiche e topografiche. Si tratta di alcuni miei “simili”, studenti di Geologia venuti da chissà dove. Mi avvicino e scopro che sono americani, iscritti alla University of California di Berkeley, venuti in Calabria con la doppia intenzione di studiare le rocce particolari del posto (così come il professor Alvarez prima di loro: evidentemente una delle sue lezioni su Lamezia li ha appassionati) e di fare una bella vacanza estiva. Mi dicono che il viaggio è stato semplicissimo: due soli voli, uno dalla West Coast americana alla East Coast, ed uno dalla East Coast a Lamezia Terme, senza passare per gli hub europei superaffollati e caotici come Roma-Fiumicino o Londra-Heathrow. Questo grazie allo sviluppo senza eguali dell’aeroporto di Sant’Eufemia, forte di un terminal modernissimo e di una pista più lunga in grado di garantire collegamenti efficaci con gli Stati Uniti (e tante altre destinazioni intercontinentali) per la gioia di tutti, specialmente per gli italoamericani. Investimenti per decine di milioni di euro, tante nuove tratte garantite da un numero via via crescente di compagnie aeree, servizi migliorati: si dice che presto l’aeroporto di Sant’Eufemia supererà il Fontanarossa di Catania e diventerà lo scalo più trafficato del Meridione. Niente male, soprattutto per una città così bistrattata che non è neanche capoluogo di provincia. Prima ho parlato dei turisti che apprezzano la nostra città? Eh sì: turisti, turisti, sempre più turisti, ma anche tanti uomini d’affari che investendo nella (ri)nascita di Lamezia Terme e della Calabria hanno trovato la loro El Dorado. I vari kilometri di costa lametina sono strapieni di ombrelloni, la qualità della balneazione è alle stelle ed una fila interminabile di resort rende Lamezia un polo turistico tra i più importanti in tutto il Mediterraneo. E pensare che fino a qualche anno prima Lamezia era solo una città di passaggio, tra l’altro anche in senso molto lato, perché i turisti non passavano da Lamezia ma solo dall’aeroporto e dalla stazione di Sant’Eufemia, e preferivano di gran lunga posti come Tropea e Soverato.

La città è piena di vita: un nuovo quartiere con strade ed edifici moderni, migliore viabilità, strade pulite, una pista ciclabile voluta per onorare la memoria degli otto ciclisti lametini scomparsi (e qui il pensiero non può non andare al prof. Fortunato Bernardi, che vidi per l’ultima volta in palestra appena due giorni prima della sua tragica scomparsa) e tanti, tanti parcheggi integrati ad un servizio bus degno di questo nome che permette a studenti, lavoratori e turisti di raggiungere con facilità i punti nevralgici di Lamezia. Per i giovani Lamezia è un paradiso e le serate monotone al Banshee sono solo un lontano ricordo. Che dire allora della Neo Università della Calabria? Quella di Rende non rendeva più (il gioco di parole è intenzionale) e nonostante le pressioni dei soliti politici cosentini è stato deciso di trasferirla a Lamezia, città che già in passato avrebbe dovuto ospitare tale università, condannando Cosenza all’isolamento ed all’oblio che merita (alleluia!). Anche Catanzaro ha perso colpi e di fronte alla crescita esponenziale di Lamezia, anche la vicina Vibo Valentia ha dovuto cedere. A nulla sono servite le proteste dei politici e dei cittadini: l’economia italiana ha scelto Lamezia come centro della Calabria e le cose dovranno rimanere così. Semplicemente fantastico.

Belle, tutte queste opere architettoniche. Bella, la nuova Lamezia. Bella e tutta da assaporare, la sconfitta di Cosenza, Vibo e Catanzaro. Bello tutto quanto. Il vero miracolo, tuttavia, non sta nell’urbanistica o nei trasporti: sta nella gente. La gente del luogo è diversa, i lametini sono cambiati, sono persone con una mentalità proiettata verso il mondo, non più limitata dai confini della piana. Molti di loro si sposano con cittadini stranieri, arricchendo la cultura del posto e trasformando Lamezia in una piccola New York italiana. I lametini sono orgogliosi di vivere in una città di punta per la Calabria e per tutto il Meridione e puniscono con modalità simili alla damnatio memoriae i membri della classe dirigente che non producono. Esatto, perché anche se Lamezia ha fatto passi da gigante, un quinquennio di cattiva amministrazione ha il potenziale di rovinare tutto quanto (mai dimenticare quello che è successo a Roma un millennio e mezzo fa), e la popolazione di Lamezia questo non lo vuole.

Per la città è questo il successo più grande: ci sono voluti milioni di euro, grandi fatiche e svariati anni di lavoro, ma alla fine l’impossibile è diventato possibile ed il lametino si è evoluto da tipico cittadino calabrese con mentalità da paesino a cittadino cosmopolita e guarda catanzaresi, vibonesi, crotonesi, reggini e cosentini dall’alto.

Ma… cosa succede? Le immagini svaniscono, non sento e non vedo più nessuno straniero in giro, la città si rimpicciolisce, mi opprime, mi fa sentire fuori luogo, tutto diventa tetro, monotono e terribilmente piatto. Cos’è successo? Semplicissimo: con grande disappunto, mi sono svegliato e ho rivisto la Lamezia Terme reale, non quella dei miei sogni. Ci vorrà un bel po’ per riprendermi dallo shock.

Francesco D’Amico

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Impariamo a viaggiare

Questo articolo è uscito sul mensile Il Lametino lo scorso 9 giugno 2012. Potete trovarlo anche sul blog GSI. Per maggiori informazioni circa la presenza dell’articolo su entrambi i siti, si consiglia la lettura della FAQ.

Italia, Bel Paese. Italiani, brava gente. Tanti posti belli da vedere, paesaggi unici, gente solare e cordiale, grandi ed importantissimi monumenti, cibo da favola, grande moda e chi più ne ha più ne metta. Per favore, qualcuno si sbrighi col pizzicotto perché sognare, anche se ad occhi aperti, ci fa perdere il contatto con la realtà e in periodi bui come questo dobbiamo stare più attenti che mai. Sognare alimenta le illusioni, e considerando la radice latina del verbo illudere, che deriva da in più ludere (scherzare, giocare) e che in forma riflessiva assume il significato di alimentare false speranze, ne consegue che l’illusione può essere intesa anche come un modo per scherzare con noi stessi. In poche parole, quando attribuiamo all’Italia molti più onori di quanti ne merita, mettendo un velo tra i nostri occhi e quella che è la realtà, ci prendiamo in giro da soli.

Perché, diciamo la verità, pensiamo di essere tra i primi quando, in realtà, non siamo altro che gli zimbelli del mondo occidentale. Facciamo finta di niente, nascondendoci dietro a qualche etichetta “Made in Italy” simbolo di qualità, ma non serve un lampo di genio per rendersi conto del fatto che l’Italia e gli italiani non sono niente di eccezionale e che un po’ di “scuola di civiltà” farebbe bene a tutti quanti. Anzi, meno male che abbiamo il Colosseo, le meraviglie di Firenze, la Ferrari, Giorgio Armani, le spiagge, la pizza, l’amatriciana e qualche laureato che si fa valere nel confronto diretto coi suoi colleghi stranieri: se non fosse per queste eccellenze la nostra situazione sarebbe veramente penosa. Non c’è Nord e non c’è Sud perché, in fin dei conti, i difetti-tipo dell’italiano sono gli stessi in tutta la penisola. Forse il polentone medio è più civile del terrone medio, chissà, ma quello è un discorso a parte. Detto questo, in qualità di italiani, in cosa facciamo schifo? Beh, da quale difetto dobbiamo iniziare la rassegna? Siamo incapaci di fare una fila (basti pensare al caos che regna sovrano alle poste o in un aeroporto durante i picchi di attività, con tanto di caccia al furbo che vuole passare davanti), diamo un’importanza molto relativa alle regole imposte (pagare le tasse?  non fumare dove non è permesso? seguire le indicazioni? chissenefrega!), per noi la “prevenzione” e la “gestione dei rischi naturali” sono definizioni prive di senso (il bello è che in caso di calamità naturale poi non siamo neanche in grado di ricostruire a dovere), non sappiamo tenere pulite le nostre città (per noi sono come un’immensa busta della spazzatura), abbiamo una miriade di politici incapaci votati da gente altrettanto incapace (probabilmente i più corrotti, meno produttivi ed egoisti dell’Occidente, evitiamo di fare esempi perché ci sarebbe da elencarne un buon 99.9% e in questa sede manca lo spazio), troviamo truffe e fregature anche quando non ci sono (questo la dice lunga sui nostri livelli di coesione sociale, perché una nazione è condannata quando i cittadini non si fidano di nessuno), il livello medio di conoscenza scientifica è penoso (tanto che, in un’area geografica ad altissimo rischio sismico, non c’è formazione scientifica in merito e il popolino crede puntualmente ai “profeti di sventura” che annunciano terremoti, nonostante i chiarimenti dei veri esperti), il nostro stile di guida è pessimo (consumiamo il clacson molto più in fretta degli altri, per non parlare delle corde vocali, e più in generale abbiamo la fama di non essere persone civili per le nostre strade)… e poi cosa succede? Ci poniamo domande stupide della serie “ma perché i tedeschi sono più bravi di noi?”, come se la politica economica fosse l’unica differenza tra noi e la Germania e l’educazione esemplare di chi vive in Deutscheland non contasse nulla.

Stereotipi? Macché, si tratta della realtà. L’italiano medio è più incivile dell’inglese medio, dell’olandese medio, del tedesco medio, dell’americano medio, etc. etc., e se iniziassimo ad accettarlo magari potremmo provare a risolvere il problema, perché nessuno si cura se non sa di essere malato. Quattro anni fa, in occasione dei giochi olimpici di Pechino, le massime autorità cinesi hanno dichiarato guerra alle cattive abitudini dei loro concittadini nel tentativo di dare al mondo intero una buona impressione: hanno, quindi, capito che c’era un problema e si sono attivati per risolverlo, almeno in parte. La nostra situazione non è paragonabile a quella cinese, ma ciò non toglie che qualche “scossa” agli animi degli “italiani brava gente” possa aiutare a migliorare le cose. Siccome i corsi serali di civiltà per adulti sono improponibili (mancherebbero le strutture, i fondi e probabilmente pure gli insegnanti necessari per estirpare questo cancro dalla popolazione italiana), dovremmo fare un po’ come i leoncini che guardano gli adulti della loro specie cacciare le prede per imparare a dovere l’ars venatoria: andiamo all’estero, viaggiamo, guardiamo i paesi in cui le cose funzionano, torniamo in Italia diversi e applichiamo quello che abbiamo appreso per migliorare il nostro paese. Non riusciamo a cambiare le cose? Non ci interessa farlo? Va bene lo stesso se impariamo ad indignarci di fronte alle cose che un tempo, da italiani in Italia, per noi erano la normalità e che, da italiani nel mondo, ci sembrano vergognose. Anche parlarne con gli altri va bene, e col tempo i risultati si faranno vedere. Meglio tardi che mai. A causa della crisi non abbiamo più i soldi per viaggiare? Iniziamo a fare un mea culpa per non averci pensato prima, e troviamo un modo per rimediare perché, casi sfortunati a parte, il tempo e il denaro per un break si possono trovare tranquillamente con qualche piccolo sacrificio. Si tratta comunque di soldi ben spesi: un viaggio è (quasi) sempre una bella esperienza, aiuta le persone a formarsi e, stando alle conclusioni di alcuni studi, aumenta persino l’intelligenza allenando il cervello con nuovi stimoli.

Sia chiaro, ci sono viaggi e viaggi. Per molto, troppo tempo, siamo stati capaci di emigrare, non di viaggiare: l’emigrazione ha tolto braccia e cervelli, compromettendo la crescita e riducendo le aspettative per il futuro. E’ solo imparando a viaggiare, da italiani ma sopratutto da lametini, che possiamo migliorare noi stessi, gli altri e la nostra terra.

Francesco D’Amico

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