Franco Costabile, dagli ulivi alla rosa del mito calabrese

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 243) il 22 settembre 2018. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Quello che resta di un poeta

Franco Costabile è tra i poeti che più hanno saputo descrivere la miseria e condizione di subalternità di questa nostra terra, parole incolonnate e senza velleità narrative, eppure così spaventosamente descrittive. Nato a Sambiase il 24 agosto del 1924, il poeta muore suicida a Roma nel 1965, a soli 41 anni. Le sue raccolte di poesie – la più famosa è La rosa nel bicchiere – sono ormai roba da collezionisti di libri rari. A differenza infatti di altri autori locali, che sono diventati icone nazionali della letteratura calabrese, Costabile ha seguito la sua vocazione alla solitudine non solo negli anni vissuti, ma anche dopo la morte. Non si parla di lui nella scuole né si trovano i suoi libri nelle librerie. Eppure sono suoi alcuni racconti di una Calabria quotidiana che bisognerebbe ricordare, di padroni e servitori, di elezioni e damaschi ai balconi al ritorno dell’onorevole, di nomi ripetuti decine di volte durante gli spogli elettorali.

L’immane opera di Costabile è un racconto senza tempo, una fotografia scattata più di quarant’anni fa, ma che ritrae le stesse paure e le stesse miserie. Una poesia “antropologica”, elenchi minuziosi di quello che è stato portato via, delle speranze disilluse della Cassa del Mezzogiorno, storie di emigrazione forzata che, pur se con modi diversi, possono essere quelle di oggi: cervelli al posto di braccia, sfruttamento delle capacità come fossero armenti e campi di grano. Il poeta tuttavia racconta anche di chi rimane a buttare il re e l’asso chiamando onore una coltellata e disgrazia non avere padrone, dell’alba calabrese che ruba il sonno al contadino, racconta di ragazze madri stuprate dai padroni, di una Sila affamata d’inverno e meta vacanziera estiva dei signorotti di città. Come scrive il Brignetti, nella poesia di Costabile si avverte “l’esilio, lo strappo da un paese e da un sangue amato”, è uno scrivere rabbioso e disperato che racconta la necessità di andare via, come fece lui trasferendosi a Roma, ma anche la costante nostalgia di aver lasciato un pezzo della propria vita dietro di sé. Questo malessere viene raccontato, più che ne La Rosa nel Bicchiere, nella sua prima raccolta di poesie, Via degli Ulivi pubblicata nel 1950.

Le opere di Costabile non sono state mai adeguatamente diffuse. Negli scorsi anni è stato istituito un Premio Letterario a suo nome nella città di Lamezia Terme e una sorta di piccolo museo a Sambiase, suo paese natale. Speriamo siano opere che seminano speranza, perché l’opera di Franco Costabile, pur se meno estesa di altre, rappresenta al meglio il genius loci calabrese, la contraddizione tra bellezza del territorio e la costrizione alla “povertà di sguardo” di chi la vive, la necessità di demandare potere al padrone di turno senza mai appropriarsi veramente delle risorse non solo materiali, ma anche culturali. Come la stessa Calabria, la vana speranza di sottrarsi al destino dell’oblio.

A leggere le poesie di Costabile, si resta colpiti dalla presenza di alcuni filoni che con accentuazioni diverse segnano tutta la sua produzione densa di asprezza e di suggestioni. L’amara realtà calabrese, la diaspora dell’emigrazione (evento che toccò in primis, suo padre), l’estraneità radicale delle istituzione e degli uomini politici, il dolore connesso alla condizione umana, ritornano di prepotenza e insistentemente nei suoi scritti, tratti da un itinerario poetico e di una vicenda esistenziale conclusi tragicamente. Le sue opere “vanno in scena” come atti di una vicenda che è insieme familiare e sociale: scene della vita di provincia, si potrebbe dire, o una specie di meridionale Spoon River Anthology, dove peraltro non vi è neppure il ricordo della vena elegiaca e mestamente epigrafica di Lee Masters. Costabile aveva un modo diverso di commemorare la gente e il paese, un modo troppo partecipe, con ira, sdegno, ma anche con una pietà cocente che cantava in purezza versi privi di lenocinio melodico, eppur colmi di vera necessità di testimonianza sentimentale. Ciò potrebbe ricondurci anche al buon vecchio Brecht, anche lui avrebbe voluto cantare il caldo seno delle fanciulle o la fragranza dei frutti della natura, ma la ferocia Hitleriana lo costringeva a ben altra poesia.

Nonostante le molteplici aspre tematiche di una poetica toccata dall’interno dalle vicissitudini sociali di una terra stanca e misera, il poeta riesce comunque a donare purezza d’animo e speranze, dona un primo posto nella “rosa del dire” alla sua Calabria, non a caso da lui stesso definita “rosa”. Un fiore ormai colto, triste in un “bicchiere”, con a disposizione poca acqua per poter vivere ancora, ma che eppur vive! Il poeta se n’è andato molti anni fa. Cosa resta di lui? Resta ancora una terra, la sua terra che è risorta, nutrita, innaffiata, non più colta, se non intellettualmente nello spirito e negli ideali, ancora alti di patria e di suo ricordo.

Matilde Marcuzzo

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Grande successo per l’inaugurazione del centro benessere “Sisters Hair & Beauty”

LAMEZIA – Si è svolta ieri, nel tardo pomeriggio, l’inaugurazione in via Guglielmo Marconi di un nuovo spazio dedicato alla bellezza e al benessere. Si chiama “Sisters Hair & Beauty” ed è un moderno istituto dedicato alla salute e alla bellezza, pronto a soddisfare tutte le esigenze di chi ha la necessità di rilassare sia il proprio corpo che lo spirito.

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Nasce dall’idea di due giovani e coraggiose imprenditrici, Giusy e Francesca Ruberto, sorelle nella vita e complici nel loro lavoro, che da diversi anni sono attive nei rispettivi settori del benessere della persona. Molto conosciute nell’hinterland lametino, queste due imprenditrici realizzano una parrucchieria e un centro estetico di nuova concezione, pensati su un approccio integrato che sia efficace nel soddisfare le molteplici esigenze della clientela. In un’atmosfera moderna e funzionalmente concepita, infatti, il centro erogherà tutti i servizi che comprendono la bellezza dei capelli, taglio, piega, schiaritura, shatush, stiratura, acconciature, ma anche molteplici servizi inerenti il benessere del corpo quali manicure, pedicure, trattamenti viso e corpo. Il centro è altresì dotato di una bellissima area che comprende una cabina solarium ed una piccola SPA, composta da sauna e vasca idromassaggio.

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Il tutto è pensato per offrire un’esperienza totale – spiegano le titolari – che possa avere dei percorsi personalizzati da dover ritagliare intorno alle necessità del cliente. Il nostro obiettivo – hanno altresì spiegato – è semplicemente quello di diventare un punto di riferimento per chi si pone un proprio desiderio di bellezza o anche per chi ama sentirsi sempre in ordine. Oltre ad essere al passo con i tempi, infatti, questo centro benessere presenta le migliori moderne tecnologie a disposizione sul mercato, come una linea di prodotti dalle formulazioni naturali non testati clinicamente su animali: un impegno, quello delle sorelle Ruberto, finalizzato a promuovere politiche di commercio che rispettino i diritti degli animali.

04Davanti i numerosi presenti intervenuti, atti a sottolineare l’esperienza e la professionalità di queste amate imprenditrici, Giusy e Francesca hanno provveduto al consueto taglio del nastro. In un clima festoso e dinamico, poi, i nuovi futuri clienti hanno visitato il centro apprezzando l’ambiente raffinato unito alla grande cura dei dettagli. L’organizzazione dell’evento è stata curata da un’altra nota imprenditrice lametina, Daniela Volpe, titolare della Glamour Events, da diversi anni attiva nel settore dell’organizzazione dei matrimoni e degli eventi in generale.

Antonio Mirko Dimartino

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Cari amici, vi racconto la ricerca dei dinosauri in Montana

Alessandro Carpana, giovane paleontologo molto noto alle associazioni di settore italiane, racconta la sua esperienza

Alessandro, innanzitutto grazie per la tua disponibilità. Raccontati un po’ a chi non ti conosce, e racconta qualcosa su di te che chi ti conosce già probabilmente non sa.

Credo di non essere difficile da decifrare: ho alcune passioni più ingombranti (come l’amore per i dinosauri e il cinema) e da tanti anni ho la fortuna di potermici dedicare in ambito lavorativo.

Alessandro e Jack.

Ho studiato Geologia, ho fatto divulgazione, ho scavato dinosauri, scrivo per un sito di cinema, organizzo eventi d’intrattenimento… diciamo che se qualcosa mi piace cerco di trasformarlo in un lavoro! E questo è davvero il nocciolo: sono, da sempre, guidato dall’amore per ciò che faccio. Non riesco a fare altrimenti. La Paleontologia è sempre stata quasi tutta la mia vita e, come scrissi in un tema alle elementari, “so che se vorrò fare il paleontologo servirà tanta passione, perché si sa che i paleontologi sono tutti morti di fame”. Ecco, per certi versi credo di non essere cambiato molto negli ultimi 25 anni!

I paleontologi, così come i paleontofili, si sono avvicinati a questo mondo scientifico unico grazie a uno stimolo, grazie a uno spunto. Qual è stato il tuo, c’è un aneddoto in particolare che vorresti raccontare sul come è nata la tua passione per la Paleontologia, poi tramutata in studio?

Da quando avevo due anni in casa mia c’era un’enciclopedia per ragazzi: “I Quindici”. Passavo ore e ore con mio nonno che mi leggeva pazientemente il volume sei(“Gli Animali Preistorici”) mentre io guardavo incantato le immagini di quelle creature meravigliose. Non so quanti anni avessi, ma il mio ricordo più antico è di lui che mi spiega come il lungo collo di un Brachiosaurus, immerso in un lago, gli permettesse di tenere la testa fuori dall’acqua.

Non può mancare un riferimento alla tua esperienza in Montana. Come sei arrivato lì, e come hai vissuto quei momenti? Aspettiamo impazienti la tua descrizione, accompagnata da almeno due foto rappresentative!

Ah, il Montana! Tuttora lo considero il posto più bello del mondo. La natura è mozzafiato, lo spettacolo dei paesaggi infiniti che si rincorrono attraversando lo Stato è indescrivibile. Camminare nelle badlands, così accoglienti e così ostili allo stesso tempo, è un’esperienza mistica. Fin da piccolo volevo andare dove fu scoperto il primo T. rex: Jack Horner era il mio mito e, in era pre-social, gli scrissi una mail dicendo di voler scavare con lui. Non pensavo avrebbe dato peso a uno smielato studentello parmigiano di Geologia, invece l’anno successivo lavoravo su siti di Tyrannosaurus e Triceratops e, un paio di anni dopo, avrei diretto interi gruppi di scavo per il Museum Of The Rockies. Come scrissi in quella prima mail: l’oceano non è così grande quando uno sa sognare. Ve l’ho detto: uno smielato studentello!

Come hai scoperto Jurassic Park Italia, il forum di fan di JP ora presente sui social con un’apposita pagina in omaggio alla serie?

Nei primi 2000 frequentavo il forum di un sito di cinema: all’epoca erano ritrovi popolari su internet. Sante (fondatore di JPItalia) mi scrisse chiedendo se mi piacesse JP e se volessi far parte di un suo forum a tema.

Il nuovo calendario di JP Italia.

Quand’ero in Montana mandavo foto dagli scavi per il forum e raccoglievo domande degli utenti da fare a Jack sul campo. Era, ed è ancora, un bellissimo punto d’incontro. Il resto è storia: quasi vent’anni dopo, proprio stamattina, ho sentito Sante per organizzare l’ennesimo evento insieme…

Ogni persona che si approccia a questo mondo da un punto di vista accademico, matura una propria opinione personale sull’immaginario collettivo. Quale pensi che sia il ruolo della Paleontologia nella società, è considerata per quello che è o c’è ancora molto da fare affinché possa assumere il ruolo che merita?

Penso che la Paleontologia sia destinata a essere “imbastardita” nella cultura popolare, ma non è necessariamente un male.

Qualsiasi cosa stimoli la curiosità in un bambino credo debba essere ben accetta. Sono molto più tollerante con le opere di fantasia, perché nascono per intrattenere e, per la loro popolarità, danno occasione di parlare a un pubblico ampio di ciò che va e non va anche in esse, facendo divulgazione. Non tollero invece quando accade l’opposto: ci sono fin troppi documentari che non hanno il minimo valore didattico. Quello è il vero male da combattere. Come disse un collega americano sulle polemiche dei dinosauri non piumati di Jurassic World: perché arrabbiarsi per un film, pur con dinosauri squamati e obsoleti, che incassa più di un miliardo di dollari, se so che porterà nel mio museo migliaia di bambini curiosi a cui potrò spiegare com’era davvero un dinosauro?

Al momento, di cosa ti occupi? Segui il mondo paleontologico così come prima o ti sei dedicato principalmente ad altro?

Ora la Paleontologia è tornata a essere una pura passione. Dopo aver lavorato per anni nell’ambiente era ora di voltare pagina e dedicarsi ad altro. Alla lunga un lavoro (e il logorarsi di certi rapporti umani) può inquinare una passione. Io non potrei mai permetterlo, così prima che accadesse mi sono costruito un lavoro diverso, mantenendo viva la scintilla “preistorica”.

Parlaci un po’ di Bigger Boat, l’associazione culturale da poco nata, che non riguarda strettamente l’argomento ma che merita una menzione in questa intervista.

Dopo aver – professionalmente – chiuso con i dinosauri ho dato sfogo all’altro mio grande amore: il cinema. Ho iniziato a collaborare con un gruppo affiatatissimo di persone straordinarie che danno vita al sito http://www.cineavatar.it e con alcuni di loro ho di recente fondato Bigger Boat (Lo Squalo è pur sempre il mio film preferito insieme a Jurassic Park!), un’associazione che si occupa di eventi legati al cinema e allo spettacolo. Abbiamo collaborato (insieme a JPItalia) con Universal realizzando eventi per il lancio dell’ultimo Jurassic World e abbiamo molto altro in cantiere, anche a tema… “jurassico”.

Grazie Alessandro, è stato un piacere immenso!

Grazie a voi!

Francesco D’Amico

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La sicurezza nazionale passa attraverso l’intelligence economica

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Quando il potere dell’informazione diventa il nostro futuro

Il concetto di intelligence economica è in piena evoluzione, richiamando tutte quelle attività al servizio delle decisioni strategiche per la sicurezza nazionale di un paese. Con il processo di globalizzazione, infatti, gli antagonismi commerciali degli Stati hanno raggiunto livelli esasperati, portando all’incessante necessità di sviluppare un apparato di intelligence economica. Per fare questo serve una politica molto forte che sia capace di guidare gli interessi pubblici, ma che notoriamente non è presente in tutti i paesi.

L’intelligence economica è rappresentata dall’insieme delle azioni coordinate di ricerca, analisi e distribuzione delle informazioni. Un sistema economicamente competitivo, infatti, sviluppa un’economia basata sulle informazioni, visto che la supremazia di una nazione non si esercita più con la sola forza militare. Paesi come la Germania o il Giappone, per non parlare dei lungimiranti Stati Uniti d’America, hanno da subito compreso tale importanza, moltiplicando in periodi brevissimi il loro “capitale informativo” e risparmiando allo stesso tempo in ricerca e sviluppo.

In Italia, come in altri paesi, manca un approccio sistemico allo sviluppo di un adeguato apparato di intelligence economica. É necessario, infatti, un ulteriore cambio di mentalità verso gli elementi che caratterizzano questo processo: la presa di coscienza di una diversa visione dello “spionaggio industriale” nonché dello scambio di informazioni in generale. Sia ben chiaro, il nostro paese ha fatto diversi passi avanti per lo sviluppo di un apparato di intelligence economica, ma forse manca ancora quell’idea che lo consideri una vera necessità – più che un opzione – per divenire più competitivi economicamente sui mercati.

La nota legge 127/2007 ha rappresentato un primo passo verso la giusta direzione, perfezionato con la successiva legge 133/2012 che ha sviluppato un’adeguata protezione cibernetica puntando sulla sicurezza informatica nazionale. Il tutto si è concluso, però, solo con un ulteriore passaggio nel 2013 quando si è creato un fondo di investimento nazionale cercando, come molto spesso abbiamo fatto in passato, di seguire il modello francese. Ma tutto questo sembra non bastare. Dobbiamo allora dimenticare tutte quelle logiche, ormai obsolete, legate alle alleanze politiche della guerra fredda, spostando la nostra attenzione dal campo militare a quello economico. Nella competizione globale, infatti, risulta determinante il controllo dell’informazione, in una giusta correlazione tra economia e sicurezza. É necessario altresì abbandonare anche quelle logiche al servizio di una distinzione tra paesi amici o nemici, visto che ormai tutti i paesi risultano essere concorrenti e competitori nella ricerca di nuovi mercati per il controllo di quelle risorse, davvero vitali per i prossimi anni, come per esempio l’acqua o l’energia.

Il processo di globalizzazione unito alla recente crisi economica mondiale, che ci portiamo dietro ormai dal 2008, hanno sicuramente accelerato tutte quelle dinamiche che evidenziano una mancanza – in alcuni paesi – di un apparato di intelligence economica. Il terrorismo e la criminalità organizzata hanno un carattere sempre più globale, al quale spesso si risponde con logiche nazionali, mettendo da parte strumenti come appunto l’intelligence economica solo per paura di un cambio di mentalità. É necessaria una difesa, a livello nazionale per ogni singolo Stato, del capitale scientifico e intellettuale delle proprie imprese. Tutto questo passa attraverso l’intelligence economica quale vettore verso una riuscita globalizzazione, considerato il suo ruolo chiave nei processi di carattere economico, politico e industriale. L’idea è quella di prevenire le diverse minacce alla sicurezza economica nazionale, provando a sfruttare nuove opportunità per la competitività delle imprese. Proviamo a comprendere la realtà per come si presenta e non per come “dovrebbe essere”, possibilmente senza averne paura.

Antonio Mirko Dimartino

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Derek Walcott, ritratto di un amore altruista del sé

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Una poesia in dono per scoprire l’Innocenza essenziale, la gioia che viene al di fuori dell’essere

Derek Walcott, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992, è considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali. Solo un piccolo sunto, questo, che racchiude la sua vocazione poetica che, in Walcott arriva già in tenera età, anche grazie alla madre insegnante, e si sviluppa in un contesto geo-politico particolare; il poeta nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia, nelle Antille Minori, una piccola isola vulcanica, ex-colonia britannica, dove si mescolano culture e lingue differenti.

“Noi poeti iniziamo nella giovinezza con la gioia, e finiamo la nostra attività nella tristezza e nella pazzia”. Walcott, per spiegare la sua poetica cita William Blake, l’artista inglese che nelle sue poesie esaltava l’emozione della “gioia dei bambini”, lo stato d’innocenza in cui tutto è più chiaro, vicino al divino. “I poeti cercano nelle loro poesie di arrivare all’Innocenza essenziale, una felicità non personale e non legata alla vita terrena. Ogni bambino è un poeta, ma molti di loro crescendo perdono la propria innocenza a causa di cattivi insegnanti”. In una delle sue molteplici raccolte poetiche, “Mappa del nuovo mondo” del 1948, è racchiusa Amore dopo amore (Love after love), considerata la più grande poesia d’amore del ‘900. Nei versi, è racchiuso il senso della solitudine dell’uomo che, alla ricerca di sperimentazioni e novità, si distacca da tutto ciò che riguarda la propria persona. Walcott auspica che la coscienza di ognuno arrivi a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui si recupera se stessi. Un colossale inno a quella riconciliazione e riappacificazione che porta ad amare ciò che normalmente è inamabile: noi stessi. Con il pane, con il vino, coi ricordi delle lettere d’amore, con le fotografie, con tutto questo il poeta ci invita ad apparecchiare la tavola per riaccogliere lo Straniero che eravamo a noi stessi. Il poeta incita noi stessi ad amare quell’estraneo che abitava il nostro Io, ad amare il prossimo come noi medesimi, come la Bibbia insegna. In questo parallelo c’è il fondersi di due amori, quello spontaneo per se stessi e quello per gli altri, spesso conquistato con qualche fatica ma che dovrebbe essere altrettanto intenso. Dobbiamo tentare di ricondurre il nostro cuore “a se stesso”, cioè alla sua coscienza profonda. «Walcott ci dà più di se stesso o di un “mondo”; ci dà il senso dell’infinito che è racchiuso nel linguaggio poetico», scrive il poeta e saggista Iosif Brodskij. Il suo verso, tanto nelle composizioni brevi, quanto in quelle problematiche, letteralmente “naviga”. Un Io cerca se stesso nel mare di un mondo che agogna la luce di un faro, lo fa ad intermittenza in egual modo, ma si intinge di foscoliniane radici. Una Zacinto di uomini soli, nati sull’isola della propria coscienza, della propria solitudine e allo stesso tempo, al centro del mondo, nel cuore della propria avventura umana. Una nuova Itaca forse, dove il tempo è senza tempo ed è la lettura dell’Io, l’oceano di Ulisse, la terra di Walcott. Nella solitaria clessidra del tempo, cerchiamo noi stessi, il nostro periodo della “recherche” quasi proustiana che, occupa un’estensione evocativa indefinita ed incalcolabile, perché il momento dedicato a noi è un istante eterno, perché il nostro è il viaggio nell’Empireo dantesco, un viaggio dal tempo divino. Uno stadio di Nirvana, tanto abbiamo pensato a noi stessi e alla nostra interiorità, in evidente disagio e in uno stato di necessario risanamento. Ci sembra di aver guarito una ferita, di essere rinsaviti, di aver dato abbastanza spazio al nostro Ego che aveva bisogno di affetto e considerazione. E allora ci guardiamo allo specchio e ci sentiamo pieni, completi, intrisi di una pienezza ontologica che ci fa credere ancora una volta di essere soli. Prima ci sentivamo soli perché stavamo scegliendo di prenderci una pausa dall’altro e dal mondo circostante per osservare, scrutare e comprendere all’interno. Pochi istanti prima di guardare la nostra sagoma nello specchio, sapevamo di aver raggiungo la meta e di poter, quindi, concludere la nostra fase. Ora, invece, specchiandoci osserviamo con crescente e nuovo timore quello che abbiamo di fronte. Ora siamo soli. La Nostra fase è durata troppo a lungo. Poi, la nostra coscienza arriverà a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui non solo si recupera il mondo, ma anche se stessi. Ci siamo persi e ora dobbiamo ricominciare. Questa la grande filosofia poetica interiore di Walcott, il suo capolavoro raffinato sullo straniero e il desiderio per la propria conoscenza. Il poeta muore nel 2017 a Cap Estate, nella sua Saint Lucia circondato da “Amore dopo amore”:

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
– D. Walcott  –

Matilde Marcuzzo

 

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Limitarsi a constatare nell’Italia dei profondi divari

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Le differenze Nord-Sud crescono e le azioni di convergenza sono poche

Si parla dell’Italia come del Bel Paese, all’estero si apprezzano le sue potenzialità turistiche e la sua capacità di imporsi nello scenario internazionale non solo come un posto bello da visitare ma anche come una potenza economica, di fatto una delle principali potenze mondiali. Eppure, quest’Italia da sogno, lo Stivale dal quale si scappa solo se si è messi alle strette dalla mancanza di lavoro, persiste un problema atavico e lungi dall’essere risolto. Nel periodo di ripresa dalla crisi economica degli ultimi anni, nonché nel periodo che l’ha preceduta, il divario Nord-Sud, un perenne argomento del giorno per noi tutti, è andato semplicemente a intensificarsi, con un netto incremento del gap sociale ed economico tra le due parti del Paese a favore del Settentrione. Per qualcuno è la normalità, mentre per altri c’è molto da dire su una mancata occasione di convergenza tra due parti di uno Stato che potrebbe beneficiare della presenza di un benessere e di una crescita economica estesi e generalizzati, non concentrati in pochissime e definite aree.

Quello che si fa, e che ci si limita a fare, è constatare l’incremento delle differenze come se fossero notizie al pari del bollettino meteo o del risultato di un incontro sportivo: il Sud peggiora così come le temperature invernali solitamente si abbassano, quelle estive aumentano, e la squadra X batte la squadra Y dopo un’accesa partita, tra fischi e contestazioni agli arbitri. Bravi gli economisti a prendere i dati per evidenziare le lacune e le differenze, a loro riesce molto ma molto bene: è la normalità alla quale siamo stati abituati, un processo che, se non fosse in atto, ci farebbe addirittura preoccupare. “Ma come, tutto a posto? Il Sud sta riducendo le barriere sociali ed economiche col Nord? Ma no, dai, non è possibile”, potrebbe azzardare qualcuno se queste notizie sul continuo peggiorare delle condizioni del Meridione rispetto al Settentrione non uscissero sui vari media con le frequenze alle quali siamo ormai abituati.

Il problema passa necessariamente dalla politica, ma lungi dalla natura di questo inserto culturale voler entrare nel merito politico sensu stricto di queste meccaniche. Se si parla di politica latu sensu, quella che tutti devono vivere e sperimentare per l’interesse personale e collettivo, il fatto che in Italia siano state portate avanti scelte molto discutibili in termini di convergenza economica dovrebbe far riflettere e renderci più reattivi, non passivi, di fronte all’incremento del gap. Non è un segreto, infatti, che da noi si parli spesso in pomposi convegni di “volano di sviluppo” per il Sud, una definizione il cui semplice uso nel 2018 è indicativo del fatto che qualcosa non è andata e non va nel senso giusto. Gli investimenti sulle infrastrutture, anche quelli essenziali, arrivano a singhiozzo e come se fossero fatti eccezionali, quando il problema reale è: perché non sono arrivati oltre cinque decenni fa? Insomma, non ci resta che accontentarci di quel poco che ci viene concesso, facendolo passare non come scontato ma come un favore per il quale bisognerà sdebitarsi (?), un motivo in più per riconoscere il divario col Nord come qualcosa che deve esistere, un trend che non si può invertire in alcun modo. Impiegare ore e ore per spostarsi via terra da un capo all’altro di una delle nostre regioni a causa delle infrastrutture stradali mediocri rientra nell’ordine generale delle cose, una legge naturale che qualcuno ha deciso di rendere antropica e a nostro diretto discapito.

Francesco D’Amico

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L’idea della libertà individuale di scelta

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Quando la cultura liberale diventa interessante

Nei confronti del liberalismo vi è sempre stata una certa ostilità preconcetta. E diverse sono state le supposizioni errate, redatte nel secolo ormai passato, proprio sul tema degli obiettivi che lo stesso tendeva a proporsi. Ma cosa è davvero il liberalismo? Il liberalismo è una dottrina politica. Esso presuppone che la gente preferisca la vita alla morte, la salute alla malattia, il nutrimento all’inedia, l’abbondanza alla povertà ed insegna all’uomo come agire in base a queste valutazioni. Il liberalismo è l’idea della libertà individuale di scelta, che deve essere conseguita tramite la limitazione e il controllo del potere politico. Sin dalle sue origini, questa dottrina politica, si confronta con l’individuazione di quelle funzioni il cui compimento deve essere demandato ai pubblici poteri. Avvicinarsi alla cultura liberale, infatti, vuol dire sviluppare una propensione a situazioni quali la cooperazione, la condivisione, la fallibilità umana. Il liberalismo affonda le sue radici nell’antichità classica con un unico Stato capace di praticare una via di dottrina liberale. Stiamo parlando di Atene che, per diversi studiosi di epoca recente, è considerata la terra classica della libertà, nonché il luogo in cui lo Stato doveva mettere tutta la sua potenza al servizio degli individui. Tutto questo partendo da un elemento imprescindibile qual è l’uguaglianza davanti alla legge che fu, per gli ateniesi, la condizione di libertà e la possibilità di manifestare le proprie opinioni.

Diversi sono stati i risultati positivi conseguiti con l’applicazione delle teorie liberali, come il fatto che il liberalismo ha contribuito moltissimo alla riduzione della mortalità infantile. Eppure la storia ci racconta di un liberalismo che dal XIX secolo in poi viene ad essere fortemente combattuto, probabilmente perché poco compreso e sicuramente poco tollerato dai poteri forti. Così, le teorie liberali non hanno mai avuto modo di svilupparsi pienamente. Quello che senza dubbio si può affermare è che il liberalismo non è anarchismo. E questo è ancor più valido quando si scopre, leggendo e riflettendo, che il liberalismo stesso non è altro che la lotta contro la presunzione che ci possa essere una fonte privilegiata della conoscenza. Esistono, infatti, molte concezioni errate riguardanti il fatto che il liberalismo sia contro lo Stato: non sono assolutamente vere. Si tratta di un semplice luogo comune, ovvero ciò che tutti sanno e che – molto spesso – risulta essere sbagliato. Per il liberalismo − e per chi si dichiara liberale nel vero senso della parola − lo Stato è imprescindibile. Ecco perché non è anarchismo, come prima enunciato.

Come se non bastasse, un altro problema molto discusso è che questa dottrina politica viene solitamente associata al capitalismo, aspetto che possiamo considerare solo relativamente giusto, perché anche se è stato molto criticato da diversi autori, va compreso che il capitalismo non è un preciso sistema economico ma, semmai, un’evoluzione storica dell’economia. Tuttavia, le accezioni più disparate su questo termine, hanno fatto si che lo stesso capitalismo diventasse molto spesso un elemento di disputa tra retorica e filosofia. Naturalmente, allo scarso onore attribuito al capitalismo corrispondeva un altrettanto scarso interesse per il liberalismo.

Il liberalismo diventa così una pratica di pensiero e di azione, per la quale fondamentale sarà l’applicazione di norme e teorie scientifiche, partendo da un presupposto essenziale: la fallibilità umana. Questo emerge dagli studi di quella che viene solitamente definita “Scuola austriaca di economia”, attraverso la quale si comprende come il liberalismo non sia altro che un atteggiamento mentale che si traduce in azione. Si tratta, essenzialmente, dell’azione umana che si trova alla base di un’opera importantissima del grande Ludwig von Mises, uno degli esponenti di primo piano del circolo culturale “Grande Vienna”. Uomo geniale, capace di sviluppare sempre un’attenta analisi dei pensieri, nell’opera sua più importante dal titolo “Human Action” del 1949, delinea una delle definizioni più autorevoli e se vogliamo “chiare” del liberalismo: “Il liberalismo non è una teoria organica; non è un dogma rigido. È il contrario di tutto questo: è l’applicazione delle teorie scientifiche alla vita sociale degli uomini”.

Antonio Mirko Dimartino

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Sicurezza stradale e tecnologia, un connubio necessario

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Molte innovazioni disponibili da anni potrebbero ridurre i sinistri, ma il progresso va a rilento

Il tema della sicurezza stradale è molto delicato ed è spesso oggetto di convegni e campagne di sensibilizzazione mirati a risolverlo, nei limiti del possibile e facendo uso di tutti gli strumenti in nostro possesso, incluso il web. Sono tante, troppe le persone che in Italia come nel resto del mondo perdono la vita nel semplice atto di spostarsi da un punto a un altro su un mezzo di strada: nella sola Italia, ogni anno l’equivalente in termini di popolazione di un piccolo paese trova la propria morte in incidenti stradali, un dato che ci invita a riflettere e che si apprende con enorme tristezza. Una tragedia continua, un misto di tragiche fatalità e atti intenzionali, un turbamento a quello che dovrebbe essere il normale prosieguo della vita in una comunità moderna ed evoluta che si è già lasciata alle spalle notevoli tassi di mortalità per determinate malattie. In questa sede si parla di sicurezza stradale in senso lato, dato che l’argomento ha le sue complessità interne: oltre a un poco corretto stile di guida e all’utilizzo dei mezzi quando si è sotto l’effetto di alcol e stupefacenti, si assiste anche a incidenti causati da problemi meccanici e dalla mancata messa in sicurezza di tratti di strada oggetto di eventi imprevisti.

Dato che in innumerevoli ambiti il progresso tecnologico ha fatto passi da gigante, c’è chi si chiede come mai nel settore specifico della sicurezza stradale il grosso dei mezzi a tutela dell’incolumità umana e materiale sia praticamente invariato da decenni a questa parte. Le tecnologie satellitari ed elettroniche già a disposizione possono incrementare i margini di sicurezza, eppure le vediamo impiegate un po’ a macchia di leopardo su un numero limitato di mezzi, e con applicazioni altrettanto limitate. Tra gli avvisi di cautela a un maggiore controllo dei limiti di velocità, dai sensori ottici di ostacoli agli avvisi vocali in caso di eventi eccezionali, sono tante le cose che potremmo vedere applicate sui nostri mezzi in modo standard, tutte con ripercussioni positive sulla sicurezza stradale, inclusa quella dei pedoni.

Nei prossimi decenni assisteremo almeno a una parte di questi mutamenti, ma non senza chiari stravolgimenti del sistema di trasporto terrestre così come è concepito oggigiorno. Le implementazioni dell’ultimo periodo stanno già andando a cozzare con questioni assicurative, e la questione dell’attribuzione della responsabilità di un sinistro si complica non poco se la componente elettronica/automatica, con tutte le sue variabili, si inserisce nell’attribuzione dell’errore umano. Si è dunque destinati ad avvicinarsi, almeno concettualmente, al mondo del trasporto aereo, dove la sicurezza è frutto anche della tecnologia e dei continui controlli, e gli incidenti spesso trovano la loro radice in una miriade di fattori concatenanti. Qualche grattacapo burocratico in più è, tuttavia, sempre e comunque preferibile rispetto alla perdita di vite umane.

Francesco D’Amico

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Le tante emozioni di un percorso di cambiamento

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Riflessioni sulle mutazioni della vita moderna

In un cammino non sai mai cosa ti attende ed è proprio quello a renderlo seducente e coinvolgente per la nostra anima: avanzare verso l’ignoto, affrontare e superare situazioni diversamente sconosciute, il cammino ti fa sperimentare quella vita che la grigia monotonia della quotidianità ti aveva costretto a seppellire. Ogni individuo ha il proprio cammino, una strada specifica che nessun altro può percorrere. Riconoscerlo a volte è difficile ma quando lo si intraprende porta ad un grande senso di pace e di completezza. La vita, la società, i sogni e la propria cultura, spesso, sono dei limiti che ci allontanano da ciò che è giusto per noi. Ci ritroviamo a prendere decisioni in base a ciò che gli altri si aspettano senza ascoltare quello che realmente ci dice la nostra testa e soprattutto il nostro cuore. Seguire il proprio cammino implica andare controcorrente, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e vivere seguendo la propria natura. Se tutti iniziassimo a farlo si ridurrebbe lo stress, la tensione e ci sarebbe un miglioramento generale della qualità di vita. Ognuno deve sentirsi libero di fare ciò che desidera senza forzature e nei limiti delle proprie capacità. Per percorrere la propria strada ci vuole una grande quantità di coraggio e di consapevolezza; bisogna conoscersi a fondo e sapersi ascoltare intimamente. Spesso siamo così poco consapevoli di noi stessi da non renderci neanche conto di cosa può farci bene e di cosa, invece, ci ferisce. Siamo troppo assorbiti, coinvolti e quasi violentati dal mondo esterno e dalla routine quotidiana fatta di social, freneticità e coinvolgimenti di massa. La cosa importante è avere il coraggio di credere nella bellezza delle cose che ci possono accadere. Per far questo, però, dobbiamo vivere ed assaporare il nostro cammino. Accettare e apprezzare i momenti brutti e tristi per permetterci di godere ancora di più, dopo, di quelli belli.

Alle volte potrebbe sembrare di non averla, una strada. E’ importante, invece, ricordare che ognuno di noi sta, in qualche modo, seguendo il proprio percorso e che amarlo è una questione di atteggiamento. Se si ama la strada che si sta percorrendo, si ameranno anche i cambi di direzione, le svolte e le decisioni che si è chiamati a prendere. Amare il proprio percorso non significa continuare nella stessa direzione ma accettare le curve, le salite e le discese che ogni vita porta con sé.

E, poi, c’è sempre chi si affida alle piccole cose, quelle cose che vanno oltre la ragione e gli schemi, quelle cose dove si trova sempre la forza, quella forza dettata dal cuore. A tal proposito, ed infine, concludo con una frase che mi accompagna da tempo di Papa Giovanni XIII: “Quando le vostre le gambe saranno stanche iniziate a camminare col cuore e non sarete mai soli!”

Claudia Siniscalchi

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Stephen Hawking: uno per “tutto”, “tutto” per uno

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Una vita al servizio della mente

Fisico dalla mente visionaria, divulgatore scientifico, guru della cosmologia moderna: Stephen Hawking, morto a 76 anni il 14 marzo scorso, non è stato solo un brillante scienziato, ma un’icona pop dei nostri tempi, familiare tanto ai fan della serie tv I Simpson quanto a quelli di Star Trek, e ultimamente anche alle giovani seguaci della boy band One Direction o ai patiti di The Big Bang Theory.

La storia della sua stessa vita è stata omaggiata nella pellicola del 2014 di James Marsh “La teoria del tutto” (The theory of everything). L’attore Eddie Redmayne vestendo i panni del giovane Hawking, si è aggiudicato il Premio Oscar come miglior attore. La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia “Verso l’infinito” (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, pubblicata in Italia da Edizioni Piemme.

Provando a ripercorre la sua esistenza, la prima cosa da dire è probabilmente che tra Hawking e i libri non vi fu amore a prima vista. A nove anni i suoi voti erano tra i peggiori della classe; tuttavia si narra che il piccolo “Stevie” coltivasse un particolare interesse per radio, orologi e tutto ciò che potesse essere smontato per studiarne il funzionamento. Ecco perché, nonostante pagelle non eccelse, insegnanti e compagni gli avevano affibbiato con fiuto profetico il nomignolo di “Einstein”.

In gioventù, Hawking aveva sviluppato una genuina passione per la matematica, ma il padre Frank sperava che il figlio diventasse un dottore. Eppure, all’Università di Oxford non esisteva la facoltà di matematica, quindi egli si vide “costretto” a ripiegare sulla fisica, laureandosi con lode con una tesi in Scienze Naturali dopo tre anni. Subito dopo la laurea si trasferì a Cambridge dove approfondì i suoi studi in cosmologia, preferendo le grandi leggi dell’universo (che erano «ferme agli anni 30», dirà) al comportamento delle particelle subatomiche (un’area di ricerca molto dinamica, ma da lui definita «simile alla botanica»).

Ha solo 21 anni, Hawking, quando dopo alcune difficoltà motorie gli viene diagnosticata la Sla, o sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che gli avrebbe lasciato, stando ai medici, solamente due anni di vita. Una diagnosi fortunatamente sbagliata, o incompleta, sostituita più tardi dall’ipotesi di un’atrofia muscolare progressiva: una patologia che lo ha costretto a vivere quasi tutta la vita sulla sedia a rotelle, costringendolo via via a una paralisi quasi integrale del corpo ma che, per fortuna, ha un decorso più lento, offre un’aspettativa di vita decisamente più lunga della Sla e gli ha consentito di vivere fino a 76 anni. L’astrofisico, nonostante lo shock, proseguì gli studi di cosmologia e, successivamente sposò Jane Wilde (da cui avrà tre figli).Nel corso della sua straordinaria carriera, lo scienziato britannico ha collezionato un numero sterminato di premi e onorificenze. Oltre a essere membro della Royal Society (da cui ha ricevuto le prestigiose medaglie Hughes e Cople) e della Royal Society of Arts, nel 1986 è stato ammesso alla ristrettissima cerchia della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2009, invece, Barack Obama gli ha consegnato la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America. Un po’ a sorpresa, nella sua bacheca manca il riconoscimento forse più ambito, il premio Nobel.

I buchi neri erano di certo la sua più grande passione ed è questo il settore dove ha realizzato i suoi lavori maggiori. Innanzitutto, elaborando per primo le leggi termodinamiche che li descrivono, rendendoli reali e non più solamente un’ipotesi fantascientifica. Poi, dimostrando che questi oggetti (per le loro caratteristiche di temperatura ed entropia) non erano completamente bui, bensì irradiavano particelle subatomiche: da qui la definizione della cosiddetta radiazione di Hawking, una nuova entità cosmica capace di rimpicciolire progressivamente la massa di un buco nero, fino alla sua completa evaporazione. Ciò è stato dimostrato sperimentalmente nel 2014.

Astrofisica e cosmologia sono le dimensioni scientifiche dove, da sempre, si muovevano le sue intuizioni, regalandoci i suoi contributi più grandi. La sua unica missione è stata comprendere le leggi che descrivono l’Universo, quasi a volerlo abbracciare tutto quanto, nel tentativo di scrivere nero su bianco l’intera storia del tempo.Nel 1988 Hawking pubblica il suo lavoro più famoso: non un paper scientifico, bensì un saggio divulgativo, dal titolo “A Brief History of Time” (in italiano: Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo): un testo creato ad hoc per rendere accessibile al grande pubblico i concetti della cosmologia moderna. E che diventa subito un bestseller, trasformando il suo autore in una celebrità.Si dice che Hawking avesse un quoziente intellettivo compreso tra 160 e 165 punti, pari a quello di Einstein o Newton, e che da giovane sfiorasse addirittura la soglia dei 200. Lo scienziato non lo ha mai confermato e anzi, ritiene che vantarsi del proprio Qi sia un atteggiamento da perdenti. Secondo il fisico, l’intelligenza non è ciò che si misura attraverso i test, ma è piuttosto “la capacità di adattarsi al cambiamento”. E anche in questo, di fatto, con la sua vita tortuosa ma piena di successi, rimane un esempio di eccellenza. Nel 1985, Hawking viene sottoposto a una tracheotomia per colpa di una grave polmonite, perdendo la capacità vocale, comunicando solo grazie al supporto della tecnologia. Dapprima, grazie a un sintetizzatore vocale che trasforma in suono quel che lo scienziato digita su un apposito computer producendo una voce artificiale, dall’accento curiosamente americano, che ormai lo scienziato considerava la sua.Nel 1994, il leggendario gruppo prog-rock Pink Floyd pubblica l’album The Division Bell. Nella nona traccia, Keep Talking, compare la voce metallica di Hawking che parla per mezzo del suo sintetizzatore: «Per milioni di anni gli uomini vissero come animali. Poi qualcosa accadde che scatenò il potere della nostra immaginazione. Imparammo a parlare». La “collaborazione” ha avuto un seguito nel più recente The Endless River (2014), dove l’astrofisico fa capolino nel brano Talkin’ Hawkin’. Nel 2007, all’età di 65 anni, Stephen Hawking ha sperimentato per alcuni secondi l’assenza di peso in volo parabolico (tradotto:la microgravità viene simulata attraverso la caduta libera dell’aereo) grazie alla compagnia Zero Gravity Corporation. Eclettico, forte come la roccia, tenace, mente aulica e geniale, Hawking ha vissuto pienamente tutti i suoi giorni, nonostante la sua grave malattia. Lo ha fatto abbracciando quel “tutto” che forse comprendeva, non solo il grande mistero delle leggi dell’universo, ma quello della vita stessa, trasformando ogni difficoltà in successo attraverso la sua grande mente. Un Io, una mente a servizio del “tutto” che a sua volta si ridimensionava in lui, trovando coerenza e concretezza. “Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.” (Stephen Hawking)

                                                                                                               Matilde Marcuzzo

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