Il connubio perfetto di volontà e desiderio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

La “ricetta” ideale per avere successo nei propri progetti

“La conoscenza non è sufficiente, dobbiamo applicarla. La volontà non è abbastanza, dobbiamo agire” disse una volta il grande attore e lottatore Bruce Lee. Una delle cose più difficili da trovare, ricercare in se stessi, mettere in atto e soprattutto allenare è la perseveranza. Si sente spesso parlare di ciò, ed è semplice affermare: “dai, forza, puoi farcela, devi essere perseverante”. Sicuramente sappiamo già il suo significato, ma approfittiamo di questa occasione per ricordarlo insieme. Perseveranza viene definita quella forza di volontà che rende capaci di attuare costantemente libere scelte di miglioramento; forza di volontà e aspirazione, se ben combinati, costituiscono una coppia irresistibile. La perseveranza ha sempre rappresentato la differenza tra successo e fallimento. Questa è la qualità che più di ogni altra limita la maggioranza delle persone nelle grandi realizzazioni: esse vorrebbero intraprendere qualche azione ma, non appena il cammino si fa ostico, si arrendono.

L’esperienza fatta su migliaia di individui ha dimostrato che la mancanza di perseveranza è una debolezza comune alla grande maggioranza degli uomini, debolezza che però si può superare con la forza di volontà. Quando le situazioni sembrano oscure e pare non ci sia alcuna ragione di continuare, quando tutto ci dirà di rinunciare, di non continuare a tentare, sarà proprio allora che si distingueranno gli uomini dai bambini, e sarà proprio a quel punto che, se si ha la forza di percorrere ancora qualche altro metro, l’orizzonte si schiarisce ed inizieranno ad albeggiare i primi segni di quell’abbondanza, frutto del coraggio di perseverare. La perseveranza è un fattore essenziale per poter tramutare il desiderio nel suo equivalente fisico e concreto; la base della perseveranza è la forza di volontà. Si dice che il desiderio è il prodotto della volontà, ma in realtà è vero il contrario: la volontà è il prodotto del desiderio. Non basta sapere cosa vuoi nella vita, bisogna desiderarlo ardentemente. Se l’obiettivo che hai non è supportato dalle giuste motivazioni, la tua forza di volontà viene meno in un batter d’occhio. Dove c’è una grande volontà non possono esserci grandi difficoltà, così afferma Niccolò Machiavelli. Le difficoltà sono una costante della vita e, semplicemente, bisogna affrontarle se si vuole vivere alla grande. Nulla di nuovo, vero? Eppure spesso lo si dimentica, ci si lascia andare a inutili lamentele e si getta la spugna al primo problema. Una volta che hai trovato le giuste motivazioni per spingere la tua forza di volontà ai massimi livelli, ciò che prima era difficile poi diventa più semplice. Se ci pensi, a volte vediamo una difficoltà laddove invece manca soltanto la vera voglia di fare. Avviandomi alla conclusione, riporto l’esperienza di un grande padre della fede, San Paolo, il quale poteva davvero parlare perché la sua vita era stata tutt’altro che facile, aveva lasciato la sua patria, aveva predicato a folle furiose, era stato accusato ingiustamente, era stato imprigionato, aveva accettato tutto questo e molto di più per Cristo. Ciò che scriveva lui lo aveva provato sulla sua pelle, lui guardava in avanti, lui perseverava perché guardava in avanti perché sapeva che ogni promessa si sarebbe compiuta.

“Non sapete voi che quelli che corrono nello stadio, corrono bensì tutti, ma uno solo ne conquista il premio? Correte in modo da conquistarlo. Ora, chiunque compete nelle gare si auto-controlla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi dobbiamo farlo per riceverne una incorruttibile”. Perché, se ci crediamo, dopo una fine c’è sempre un inizio.

Claudia Siniscalchi

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La Composizione Musicale: un mestiere. Parte I.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017. Leggi anche la seconda parte.

L’analisi critica di un musicista romano sullo stato in cui versa questo particolare settore

In altre sedi, negli ultimi mesi, ho affrontato lo stato attuale del settore musicale, e qui proverò a concentrarmi su un tipo di mestiere musicale, quello del compositore. La consapevolezza culturale sul tipo di attività svolta dal compositore non è scontata e, personalmente, ho avuto modo di sentirmi chiedere in cosa esattamente consistesse il corso di composizione musicale del conservatorio. In Italia l’immaginario collettivo musicale è legato soprattutto all’aspetto esecutivo e di conseguenza spesso viene ignorato un semplice fatto, ossia che dietro ad ogni nota vi è una persona che la scrive. Questo fa concludere che servirà qualcosa di più di avere Ennio Morricone, uno dei  più importanti compositori a livello internazionale, a rappresentare il nostro Paese in merito; inoltre, è un dato che si allinea perfettamente alle difficoltà di sbocco lavorativo che si incontrano dopo il percorso accademico. Proprio come in tutte le competenze musicali anche qui, di fatto, vi sono enormi difficoltà ad emergere e le personalità che ne hanno fatto un sostentamento sono decisamente poche se confrontate al grande numero di individui che, partiti con gli stessi intenti, finiscono con l’occuparsi di insegnamento se non proprio di altro. Ritengo opportuno ribadire un concetto già espresso quando parlai, in un altro contesto, delle prospettive attuali del campo musicale: l’insegnamento è un aspetto fondamentale della vita musicale di ogni persona che si occupi di suonare uno strumento o di comporre brani, tuttavia, laddove rappresenta forzatamente l’unica possibilità di sostentamento economico e laddove l’attività esecutiva o compositiva rappresentino sporadici momenti della propria carriera, è evidente che la condizione del mestiere in se non è positiva.

Studiare composizione significa statisticamente e nella migliore delle ipotesi, diventare insegnante di musica dopo il percorso accademico (o almeno provare a farlo). Non è raro che anche personaggi autorevoli nel settore ammettano le enormi difficoltà che si incontrano nel trovare qualcuno a cui serva la composizione. Aggiungiamo un ulteriore problema: laddove nel campo dello strumentista si sente spesso dire che all’estero la situazione generale è meno critica (basti pensare alla situazione degli orchestrali in Germania, innegabilmente migliore di quella nel nostro paese), nel campo della composizione non ci salverà andare via dall’Italia e l’insegnamento sarà sempre la prospettiva più probabile di mantenimento. Questo è un vero mistero perché testimonia la percezione di una maggior utilità nel sentire musica di repertorio rispetto a comporne e diffonderne di nuova. La situazione cambia leggermente quando dal campo della musica classica si passa a quello della musica leggera e della musica da film, ma il cambiamento è di tipo marginale: se è vero che di fatto esistono continue produzioni cinematografiche ogni anno (anche italiane) le personalità che riescono a sostentarsi economicamente con esse sono sempre un numero decisamente piccolo rispetto ai tanti studenti che tentano la strada. La disoccupazione è un problema che non investe solo questo settore, la crisi non risparmia nessuno ma in questo caso, il problema sembra essere stranamente ignorato: ai nuovi laureati in composizione si consiglia sempre la via dell’insegnamento quasi dimenticando che nel rinunciare a vivere componendo, si perde gran parte di ciò che ci si aspettava quando si è cominciato il percorso. Inoltre, questo solleva dei seri dubbi sulla percezione della dignità di questo lavoro: difficilmente immaginerei un operaio dover passare la propria vita ad insegnare il proprio mestiere senza esercitarlo mai perché sarebbe quasi come dire che la sua competenza, nel concreto, non serve. L’intera faccenda risulta ancora più sospetta quando si considera che alcuni personaggi storici e attuali siano riusciti non solo a viverci, ma anche a viverci bene: le società che si occupano del diritto d’autore hanno registrato nel tempo e per alcuni compositori, entrate notevoli. L’obiezione di qualcuno è che ciò fosse molto più facile in tempi passati e che ora le cose vanno diversamente, ma questo implicherebbe che nessuno si sostenga economicamente tramite il diritto d’autore, cosa che ne renderebbe inutile l’esistenza stessa. In realtà non è così: si continua a guadagnare creando musica, forse in forme differenti rispetto al passato, forse con un nuovo approccio mutato in corrispondenza dell’avvento di internet, ma i compositori che di mestiere fanno esattamente questo esistono ancora. Il punto, dunque, non sembra tanto essere un improbabile crollo dell’utilità pratica della composizione, quanto quello di una maggior presa di coscienza rispetto al fatto che si tratta di un mondo esclusivo. Mi sono già espresso in passato sui concorsi musicali e sul fatto che spesso facilitino una scelta dettata più dall’aggregazione fra individui che dal risultato oggettivo, e ritengo che tale opinione sia valida in tutto e per tutto quando si parla di composizione. Preciso in più che non esistendo dei parametri univoci e universali per quanto riguarda un “buon brano”, il discorso risulta ancora più evanescente. Ciò che spesso si sente dire è che nei concorsi viene valutata l’eseguibilità del brano presentato alla commissione e questo è certamente vero: non vi è alcun motivo di dubitare di questa affermazione. Quando però intervengono parametri meno tangibili quali ad esempio quello estetico, la condizione cambia nettamente in quanto risulta pressoché impossibile per chi compone un brano tenere conto della valutazione estetica di un qualsiasi giudice che possa trovare in commissione. Questo è un altro punto importante per ben definire ciò che valorizza oggettivamente un’attività: le modalità in cui tale attività viene valutata non possono essere radicalmente differenti per ogni singolo giudice, anche spostandosi di poco (o per nulla) nel territorio, anche addirittura trovandosi in concorsi di musica simile. Inoltre la possibilità di un buon risultato deve poter essere prevedibile tanto dal giudice quanto dal compositore che aspira a vincere il concorso.

Alessandro Severa

 

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“L’amore oltre se stessi” di Marco Amendolara

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017.

Biografia di un grande poeta meridionale

Marco Amendolara ha vissuto una vita intensa, ma fulminea. Nato a Salerno nel 1968, già sotto la stella letteraria e poetica, divenendo ben presto critico d’arte e letteratura, traduttore di poesia latina e collaboratore di alcuni periodici di spessore, tra i quali Il Mattino, muore di sua spontanea volontà, a Salerno, nel luglio del 2008. Un laureato in Filosofia e Lettere moderne che idolatrava la poesia; in vita lesse moltissimi libri di poesia, soprattutto quella novecentesca, scandagliandola, studiandola da ogni lato, in ogni parola. Egli era un autentico adone e viandante della parola, in una visione tragica e allo stesso tempo luminosa di una scrittura incombente, frenetica, mai sazia, selvaggiamente anarchica. Una protesta lineare sulla mondanità, sugli accademismi faciloni di cattedra che più volte gli negarono l’accesso alla docenza per favoritismi sottobanco di gente incolta, gretta, e di un cretinismo inenarrabile. Il buon Marco era un brillante precursore del silenzio, lontano dai reading o da festival, si donava agli altri con un altruismo unico, con una tenerezza senza pari. Disarmato di fronte alla pesantezza della vita comune, egli si rifugiava nella scrittura, “narrando” parole poetiche con fantasie dolci in un mondo estraneo e sordo in cui dava vita ad un altro se stesso, riflesso di una creatura quasi magica e incompresa. Persisteva in lui un’amarezza profonda tutte le volte in cui si soffermava sulla disattenzione meschina che la sua città gli dimostrava. L’Amendolara, dopo il suo esordio poetico precoce, pubblicò pochi versi. Il poeta scrisse alcuni libri di poesie tra cui: Altri Termini, Napoli 1989; Fogli selvatici, con Ugo Marano, La Fabbrica Felice 1993; Stelle e devianze, La Fabbrica Felice 1993; Epigrammi, Nuova Frontiera, Salerno 2006; La passione prima del gelo (auto-antologia di poesie e traduzioni, Ripostes e Marocchino blu 2007); ma è in L’amore alle porte, Plectica & Bishop, Salerno-Giffoni Sei Casali 2007, che si spande il suo risentimento evidenziando annullamento e rifioritura, esaltando un amore inteso come coraggio di continuare, di chiudere, di aprire andando oltre se stessi. Nelle pagine egli cambia le cose reali, le quali vengono trasfigurate e diventano mezzi attraverso il quale il poeta penetra il reale stesso e, in esso, la sua passione amorosa, per scivolare così in una relazione profonda con il soggetto del proprio amore: “Invidio quel bicchiere / … / perché incontrerà le tue / labbra, e vorrei essere anche / il vino che tu diventi, / ti beve ed è bevuto”.

Nei suoi versi, Amendolara fa leggere un mondo che trascorre e lascia dietro di sé tutto ciò che è stato, la paura di perderlo per sempre, la memoria che se ne va definitivamente risucchiata nella morte: “E’ la paura della morte / che mi rende pazzo, / la paura di essere luogo buio e putrefatto, / non provare più affetto, / non poter pronunziare il tuo nome, / non avere neanche un ricordo, / non sognarti / e fare di me, da sogno, realtà”. Dal punto di vista dell’arte del versificare, il testo è snello e musicale senza ricorso a rime o ad altri astrusi meccanismi poetici. I suoi versi sono asciutti, brevi, mai sovrabbondanti, chiari. Le parole evocano ciò che è situato oltre il loro significato formale, agganciano qualcosa dal profondo e lo elevano alla luce della mente.

Nelle ultime pagine del libro si legge una breve intervista di Olga Chieffi all’Autore, il quale, alla domanda “Quali sono gli obiettivi dello scrivere, per te?”, risponde: “Per me la scrittura dovrebbe cambiare le cose e ricordare, ricordare sempre. La rapidità della vita non consente a nessuno di scherzare con la memoria. Quando si scrive, si cerca molte volte di interrogare il passato e il futuro”. Amendolara ha sempre avuto davanti alla sua quotidianità, una mossa soffiata dal dolore, un faro della memoria, non solo come ricordo del passato ma anche come una speciale lente attraverso la quale vedere nuove, e più profondamente, le “cose”, tra le quali troviamo gli affetti, l’amicizia, l’amore; tre poli, questi, in relazione profonda e osmotica. Si percepisce, nello scorrere i testi, il tempo che è andato, non come una sequenza di fatti, ma una totalità di eventi avvenuti che pare ancora adesso avvengano; il poeta scrive facendo trasudare dalle righe dei suoi versi la sua “serietà”. La poesia è cosa seria, è memoria e, come già detto, la rapidità della vita non consente di scherzare con la memoria. Amendolara era ed è tutt’ora il poeta del vero, dell’amore sempre pronto, alle porte, un bene cosciente e serio oltre se stesso.

Matilde Marcuzzo

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Premio Alda Merini: svelati i cinque finalisti

Si avvia verso la conclusione il concorso più seguito in Europa riservato alla poesia inedita

La VI edizione del Premio “Alda Merini” entra nella fase conclusiva. I poeti Elvio Angeletti di Marzocca di Senigallia con la lirica “Intarsi di vita”, Anna Cappella di Casapulla (Caserta), con la lirica “Il profumo delle camelie”, Alba Corrado di San Felice Circeo, con la lirica “Era solo ieri”, Antonio Mirko Dimartino di Taranto, coordinatore di The Lightblue Ribbon, con la lirica “Neoplasie evidenti” e Valeria Salvo di Comitini (Agrigento), con la lirica “Il ruggito della marna”, sono i cinque finalisti che si contenderanno il Premio Alda Merini 2017, promosso e organizzato dall’Accademia dei Bronzi con il partenariato della Camera di Commercio di Catanzaro e l’adesione del Maestro orafo Michele Affidato. Al concorso, – uno dei più seguiti in Europa riservato alla poesia inedita – anche quest’anno hanno aderito i Presidenti di Camera e Senato, Laura Boldrini e Pietro Grasso, che hanno inviato loro premi di rappresentanza da consegnare nel corso della premiazione programmata per domenica 6 agosto a Catanzaro.

Foto finalisti

La giuria, presieduta da G. Battista Scalise e composta da Vincenzo Ursini (presidente del sodalizio culturale catanzarese), Mario D. Cosco, Mauro Rechichi e Antonio Montuoro, oltre ai 5 finalisti – ai quali sarà consegnata una preziosa targa di argento realizzata da Affidato – ha inteso segnalare con Targa d’onore i poeti Mariella Bernio di Brugherio (Monza) per la lirica “Amore malato, amore assassino”, Salvatore Bordino di Palermo per la lirica “Frasi d’amore”, Vito Massimo Massa di Bari per la lirica “Scenderà la sera sopra Gaza”, Giuseppe Minniti di Limpidi (Vibo Valentia) per la lirica “La forza d’un cinque” e Selene Pascasi (L’Aquila) per la lirica “Lane di tempo”. Numerosi altri poeti saranno premiati con targa di merito e attestato.

Nei prossimi giorni saranno scelti i vincitori dei Premi Speciali riservati al giornalismo e al volontariato. Già definito il premio “Merini Arte”, assegnato quest’anno all’artista Giuseppe Galati di Acquaro per l’opera “Omaggio ad Alda Merini” con la quale è stata illustrata la copertina del volume “Parole per Alda” che contiene le migliori poesie partecipanti al concorso. Per questa sezione una segnalazione di merito sarà consegnata anche agli artisti Silvana Giampà e Antonella Oriolo di Catanzaro, Marcello La Neve di Cerisano, Josè Nuzzo di Domegliara e Giuseppe Rizzo di Ravanusa. Insomma, il premio Merini, giunto ormai alla VI edizione, si conferma come un appuntamento letterario estivo tra i più noti della Calabria. “Il tutto – sottolinea Vincenzo Ursini – gratuitamente e senza avere alcun finanziamento istituzionale”.

Francesco D’Amico

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UMG, grande successo per il Convegno su “Rapporti assicurativi e Pubblica amministrazione”

CATANZARO – Si è svolto ieri, 31 maggio, presso l’aula Salvatore Blasco del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali, il Convegno Rapporti assicurativi e Pubblica amministrazione. L’incontro è stato organizzato nell’ambito delle attività del Centro di Ricerca “Rapporti privatistici della P.A.” – coordinato dal Prof. Avv. Fulvio Gigliotti, Ordinario di Diritto privato – e ha visto coinvolti molti autorevoli relatori.

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L’evento si è svolto, inoltre, con il patrocinio dell’A.I.D.A. (Associazione internazionale di diritto delle assicurazioni) ed è stato moderato dal Prof. Pierpaolo Marano (Università Cattolica del Sacro Cuore, Presidente A.I.D.A. sez. Calabria). Dopo i saluti introduttivi del Coordinatore del Centro di Ricerca, Prof. Fulvio Gigliotti, del Prof. Roberto Amagliani del medesimo Ateneo e del Prof. Sebastiano Ciccarello (Emerito dell’Università di Reggio Calabria e già Presidente dell’A.I.D.A., sez. reg. Calabria), hanno relazionato la Prof.ssa Maria Rosaria Maugeri (Università di Catania), il Prof. Vincenzo Ferrari (Università della Calabria), la Prof.ssa Diana Cerini (Università Milano – Bicocca), il Cons. Vito Tenore (Corte dei Conti – Reg. Lombardia) e la Prof.ssa Sara Landini (Università di Firenze). Al termine delle relazioni, si è aperto un acceso dibattito sui profili applicativi e sui risvolti problematici che la complessa tematica presenta.

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L’evento, accreditato da diversi ordini professionali forensi ha fatto registrare la presenza di numerosissimi partecipanti: avvocati, magistrati, docenti universitari, così come studenti dell’Università Magna Græcia. Piena soddisfazione da parte dei Prof.ri Fulvio Gigliotti e Roberto Amagliani, ideatori dell’iniziativa, per il riscontro che essa ha avuto.

Antonio Mirko Dimartino

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UMG, al via il Convegno su “Rapporti assicurativi e pubblica amministrazione”

CATANZARO – Si svolgerà il prossimo mercoledi 31 maggio, con inizio alle ore 15:30, presso l’aula “Salvatore Blasco” del Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, un importante e prestigioso Convegno dal titolo “Rapporti assicurativi e pubblica amministrazione”.

Locandina - 31 maggio 2017

L’incontro – organizzato dal Centro di Ricerca “Rapporti privatistici della P.A.”, coordinato dal prof. Fulvio Gigliotti, Ordinario di Diritto privato – vedrà coinvolti molti autorevoli relatori e sarà moderato dal prof. Pierpaolo Marano dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, presidente A.I.D.A. sez. Calabria. Dopo i saluti introduttivi del Coordinatore del Centro di Ricerca, prof. Fulvio Gigliotti, e del prof. Roberto Amagliani, del medesimo Ateneo, interverranno in qualità di relatori la prof.ssa Maria Rosaria Maugeri (Università di Catania), il prof. Vincenzo Ferrari (Università della Calabria), la prof.ssa Diana Cerini (Università Milano – Bicocca), il Cons. Vito Tenore (Corte dei Conti – Reg. Lombardia) e la prof.ssa Sara Landini (Università di Firenze).

L’evento è patrocinato dall’Associazione internazionale di diritto delle assicurazioni (AIDA) ed è accreditato da diversi ordini professionali forensi, tra cui il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Catanzaro (3 crediti) e dall’UMG che riconoscerà 1 CFU agli studenti partecipanti.

Antonio Mirko Dimartino

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Concluso il X Congresso della Società Italiana per le Tossicodipendenze (SITD)

L’importanza del delicato tema su “Epatite da HCV e tossicodipendenza”

Si è conclusa, presso l’Aula Magna del Campus Universitario di Germaneto, la decima edizione del Congresso Regionale della SITD (Società Italiana Tossicodipendenze), il cui tema è stato “Epatite da HCV e tossicodipendenza”.
Organizzato dalla stessa Società con il patrocinio dell’Asp di Catanzaro, del Dipartimento Scienze della Salute dell’Università “Magna Græcia”, della Società Italiana Tossicodipendenze e della Società Italiana di Farmacologia, il Congresso ha registrato la partecipazione di vari esponenti istituzionali, di diversi ricercatori provenienti dal mondo accademico, ma soprattutto di un folto numero di medici specialisti e professionisti sanitari che sono quotidianamente impegnati, a vari livelli, nell’ambito delle Aziende Ospedaliere e dei SerD (Servizi per le Dipendenze) della regione.
Nel porgere il saluto ai partecipanti il prof. Riccardo Fatarella, (Direttore del Dipartimento “Tutela della Salute), il dott. Giuseppe Perri (Direttore Generale dell’Asp di Catanzaro) e il dott. Antonio Belcastro (Direttore Generale dell’Azienda “Mater Domini”), hanno sottolineato come lo sviluppo e l’implementazione di percorsi assistenziali, sempre più efficienti ed economicamente sostenibili in una regione come la Calabria, penalizzata da un piano di rientro estremamente rigido che impone scarsa disponibilità di risorse a fronte di un alto numero di pazienti “cronici”, non possa prescindere dal continuo dialogo con le istituzioni e dalla condivisione di intenti da parte dei vari professionisti della salute, nell’ottica di un sistema di integrazione e riconoscimento delle competenze in cui l’Ateneo rappresenta la principale fonte di sviluppo scientifico e di innovazione.

Foto relatori congresso

Dopo aver ricordato il lavoro del prof. Vincenzo Guadagnino, pioniere a livello internazionale nel campo delle patologie epatiche, i lavori si sono aperti con la relazione del prof. Giovambattista De Sarro, Ordinario di Farmacologia, ex Preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia ed attualmente Direttore del Dipartimento di Scienze della Salute, nonché Presidente della sezione calabrese della SITD. Con la sua consueta chiarezza, il prof. De Sarro ha fornito una panoramica completa sui vantaggi, non solo terapeutici ma anche economici, derivanti dall’utilizzo dei nuovi farmaci antivirali per la cura dei soggetti HCV-sieropositivi. A seguire, il dott. Franco Montesano, Coordinatore SerT Asp di Catanzaro e Vicepresidente calabrese SITD, ha incentrato il suo contributo sul “core” della discussione, evidenziando i risultati delle azioni di prevenzione e counseling ottenuti nell’ambito dei progetti “Nocchiero 1 e 2” (peraltro pubblicati su autorevoli riviste scientifiche) e le possibili strategie operative finalizzate alla nascita di un progetto “Nocchiero 3”.
Interventi di alto valore scientifico, sono stati proposti successivamente dal dott. Benedetto Caroleo, (Specialista in Malattie Infettive dell’Azienda “Mater Domini”), dalla prof.ssa Irene Cacciola (Unità Operativa Complessa di Epatologia clinica e biomolecolare dell’Università di Messina), dal dott. Fabio Caputo (Gastroenterologo dell’Ospedale SS. Annunziata di Ferrara) e dal dott. Ernesto De Bernardis, (Resp. SerT dell’Asp di Siracusa). Hanno, poi, relazionato i dottori Felice Genco e Vincenzo Mellace, (entrambi del SerT. di Soverato) e gli infettivologi Lorenzo Surace e Francesco Cesareo. I lavori si sono conclusi con una tavola rotonda alla quale ha partecipato il dott. Giacomino Brancati (per tanti anni epidemiologo e Dirigente presso il Dipartimento tutela della Salute), direttore generale dell’ASP di Reggio Calabria. Hanno moderato le varie sessioni i professori: Franco Perticone (Ordinario Medicina Interna e Presidente Nazionale SIMI), Maria Pavia, (Igiene), Francesco Luzza (Gastroenterologia), Guido Giarelli (Sociologia), tutti docenti dell’Ateneo di Catanzaro, e i dirigenti responsabili dei Ser.T. di Catanzaro e Lamezia, Maria Giulia Audino e Giovanni Falvo.
Un congresso, insomma, che ha riunito i Servizi per le Tossicodipendenze, con l’obiettivo di approfondire le più recenti acquisizioni scientifiche sulla epatite da HCV, patologia alla quale il prof. Vincenzo Guadagnino ha dedicato anni di intense e qualificate ricerche.

Antonio Mirko Dimartino

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Calo delle vaccinazioni, il problema di fondo

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 234) il 27 maggio 2017.

Alla base del calo delle vaccinazioni c’è la scarsa informazione scientifica

Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a un importante dibattito su scala nazionale per quanto concerne la tematica, molto delicata, delle vaccinazioni e del loro recente calo. Si è arrivati a casi di portata nazionale solo ora che il fenomeno del calo delle vaccinazioni nel Bel Paese, così come in altri stati, ha iniziato a fare le sue prime vittime, dove “vittime” non è una metafora ma fa riferimento a veri e propri casi di decessi, persone che hanno perso la vita perché non vaccinate. Impressionante e rappresentativo anche il caso dell’infermiera veneta che avrebbe fatto finta di vaccinare centinaia di bambini per diversi anni, forzando dunque le istituzioni a prendere seri provvedimenti e avviare controlli a tappeto. Quello che ora vediamo è il culmine di un processo che va avanti da diversi anni e che sta ora iniziando a manifestare le sue conseguenze più dannose.

Eppure, non bisogna essere anziani per capire che i vaccini sono stati una delle armi più potenti nelle mani della razza umana per contrastare determinati tipi di malattie: un tempo, i tassi di mortalità – soprattutto infantile – erano altissimi e arrivare al quinto anno di età, per un bambino, era già per molti versi miracoloso. Certo, i più anziani probabilmente hanno esperienze dirette, ma basta il semplice percorso formativo della storia dell’obbligo per formare e sensibilizzare i cittadini in tema di vaccini, contemplati dai programmi di Scienze delle scuole superiori, medie e, in alcuni casi, anche elementari. Le scoperte scientifiche hanno permesso di ridurre l’incidenza di alcune malattie, fino a debellarle, creando quella che in gergo tecnico si definisce “immunità di gregge”; tale immunità consiste nell’avere una percentuale altissima di vaccinati contro una data malattia, in modo da rendere immune l’intero “gregge”, ossia la popolazione, dalla diffusione della stessa, inclusi gli individui non vaccinati. Abbassando la percentuale relativa di vaccinati nella popolazione, si perde questo caratteristico tipo di immunità e si permette a malattie un tempo debellate di manifestarsi nuovamente, diffondersi e causare dei decessi.

Uno dei nuovi mali dell’era moderna.

Fatte queste premesse, non dovrebbero esserci motivi tali da spingere qualcuno a non vaccinare i propri figli: la scuola insegna che le vaccinazioni sono utili e la storia umana recente insegna quanto male hanno causato le malattie per le quali ora si richiede la vaccinazione. Come nasce, dunque, il fenomeno degli antivax, gli antivaccinisti? Alla base di tutto, in questo come in altri settori, c’è una marcata diffidenza nei confronti della Scienza, accorpata alle teorie del complotto che dilagano sul web: la disinformazione e le notizie false, grazie anche soprattutto ai social network, sono più facili da diffondere delle corrette informazioni, e ciò rende le persone con background di studio poco consolidato più vulnerabili alla propaganda antivaccinista rispetto a chi, alle spalle, ha un percorso di studi inerente all’argomento. Questa corrente di pensiero è la stessa che alimenta nella popolazione fantasiose teorie sulle cure per il cancro “nascoste” od ostacolate, e che dà man forte a chi vuole propinare metodi di cura alternativi, ovviamente speculandoci e non poco (è arcinoto il caso Stamina). Degni di nota per le loro idee strampalate, i “terrapiattisti”, ossia coloro che nel 2017 pensano che la Terra sia piatta. E’ tutta una questione di ignoranza, quindi? Sì, ma solo in parte, dato che le file degli antivax vantano anche persone con curricula accademici. Il problema di fondo è che non si riesce a fare corretta informazione scientifica, forse nemmeno nelle scuole, e non si insegnano ai futuri cittadini e genitori alcuni principi cardine di logica e ragionamento che dovrebbero aiutarli a distinguere la vera Scienza dalla pseudoscienza. E’ forse proprio dalle scuole che bisogna ripartire, con una revisione dei percorsi formativi tale da contrastare il fenomeno proprio negli istituti scolastici, i luoghi che formano i cittadini attivi del futuro.

Francesco D’Amico

 

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Il viaggio come metafora della vita

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 234) il 27 maggio 2017.

Ricerca, sperimenta, sbaglia: perché sbagliando si impara e si migliora ma solo se da quegli errori si impara qualcosa

Periodo di ferie, distacco fisico e mentale dalla realtà, esplorazione di nuovi posti, culture, usi e costumi: il viaggio è questo. È allontanamento, ricerca, perdersi e ritrovarsi, il viaggio è una lontananza che porta all’avvicinamento di sé, alla scoperta del nuovo. Il viaggio vero, intenso e profondo è quello della mente, dell’anima e dello spirito, una continua ricerca dentro se stessi, un susseguirsi di emozioni, un turbinio di stati d’animo che ti permettono, giorno dopo giorno, di crescere e migliorarti. Già nelle pagine della letteratura antica, si possono sfogliare versi e pensieri che illustrano il viaggio come percorso di formazione personale e prova di conoscenza e di astuzia. Un esempio significativo è “l’Epopea di Gilgamesh”, poema epico che racconta la complicata storia dell’eroe Gilgamesh, impegnato in un lungo viaggio fatto di prove, di speranze e delusioni. Una volta giunto al termine, comprende però che, pur non avendo trovato ciò che cercava, ha raggiunto, senza saperlo, il massimo dei traguardi: una maturazione personale, faticosa, la comprensione del senso dell’esistenza. Altro imprescindibile esempio è il viaggio decennale e circolare di Ulisse che, prima di tornare nella sua petrosa e amata Itaca, si gonfierà di esperienze per saziare la sua curiosità. Un famoso detto dice che l’importante non è la méta, ma il viaggio, perché è quest’ultimo che ti forma, ti arricchisce e ti fa crescere. Ma è anche vero che ogni viaggio ha un fine e una fine, e il fine del viaggio inteso come vita è, nel pensiero comune, la ricerca della felicità, il vedere realizzati i propri sogni. Prendiamo per esempio un viaggio fisico, inteso cioè nel vero senso della parola: l’atto di spostarsi da un luogo all’altro è intrinseco del voler cercare qualcosa di nuovo che ci possa appagare, così come nella vita noi ricerchiamo la felicità che realizzi i nostri desideri.

Ritagliarsi uno spazio da dedicare al viaggio, nella moderna società occidentale, oramai del tutto stanziale, rappresenta il minimo tributo da versare alle tracce mnestiche della nostra iniziale, oggi inconscia, condizione di esseri itineranti. L’impulso a viaggiare è irrefrenabile, fa parte della natura umana, è una passione che divora e arricchisce allo stesso tempo, come il desiderio della felicità. Gli innumerevoli scopi del viaggiare si intrecciano e non sempre sono chiari per chi resta, ma spesso neppure per chi parte; c’è l’irrequietezza, che è bisogno di conoscere cose sempre nuove; far viaggiare permette di conoscere gli altri, ed attraverso gli altri, se stessi. Permette di scoprire alternative inimmaginate, di svincolarsi dai lacci dei sistemi sociali, basati sulla fissità della persona, sulla sua continuità ed immutabilità, considerate come garanzia di onestà e di carattere: le società fanno pressione sugli individui ad essere “una cosa sola”. Ma l’identità umana è mutevole e molteplice, e lo scarto tra l’immagine che gli altri hanno di una persona e quella che lei ha di se stessa, tra quello che è nella realtà e quello che vorrebbe essere, è lo spazio in cui prende vita il desiderio del viaggio. Il viaggio, quindi, come metafora della vita è una delle peculiarità più frequenti in tutte le culture è un concetto trattato molto spesso dai pensatori di ogni epoca, dai mitici viaggi di Erodoto a quello ultraterreno di Dante. Ad un certo punto, però, bisogna fermarsi. Una volta arricchiti è bene godere di tutte le cose che abbiamo imparato. Trasferirle e condividerle con qualcuno senza gelosie e possessività, essere disponibili e grati di quello si ha vissuti, imparare dagli errori.

La curiosità è felicità. E’ un senso di scoperta verso il nuovo che equivale ad innovazione. Nuove esperienze generano maggiore competenza: captare, scrutare e capire qualcosa equivale a migliorarlo. Citando il grande disegnatore statunitense Bil Keane, “La vita non è una gara ma un viaggio da assaporarsi in ogni suo passo lungo il percorso. Ieri è storia, domani è mistero e oggi è un dono: è perciò che lo chiamiamo – il Presente.”

Claudia Siniscalchi

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I poeti a tempo indeterminato

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 234) il 27 maggio 2017.

Sognatori che “lavorano” ad occhi aperti

Si potrebbe iniziare a scrivere o a discutere di poesia e di poeti ma non basterebbe carta, non ci sarebbe abbastanza tempo oratorio per porre un senso finito a questa arte autorevole o alla nascita dei suoi “amanti”, i cosiddetti poeti. E’ un argomento complesso e dalle mille sfaccettature, la cui origine va a radicarsi molto presto nella storia umana. Fin dagli albori del mondo, la poesia è indiscussa presenza velata o svelata dell’animo umano: il bisogno di poetare non è altro che vita materiale attraverso parole e versi stesi a venerare fogli immacolati. Il “mestiere” del poeta non si sceglie, colui che riesce a scrivere “se stesso” trasportato dalla magia vera, artistica d’ispirazione, quello è l’unico, assoluto “menestrello” aulico della carta. Non è facile saper descrivere gli attimi, non è semplice far comparire vivi i sospiri, ma non è faticoso per il re poetico fermare l’assoluto delle lacrime e dei cuori, delle pene e degli amori, tra le mani e tra i capelli della gente incolta, poiché di quella colta, ad egli poco importa di piacere. Solo chi, dotto fra i libri sa farsi comprendere dagli umili, quello è il vero fuscello d’oro, il segnalibro del gran poeta. L’amore per il bisogno del “dire” non si arresta mai, è eternamente instabile, una natura interiore viscerale che lavora i suoi sogni con gesto fulmineo e indeterminato. E’ questa la poesia, una delle forme d’arte più sublimi: l’uso delle parole a scopo descrittivo con intenzioni e sentimenti forti, anzi, fortissimi, che vanno abbondantemente oltre quanto trasmesso da semplici testi e racconti. E’ una forma artistica unica, densa e concentrata, che deve necessariamente trasmettere il suo messaggio in poche righe, pena il rischio di “degenerare” in un’altra forma di scrittura artistica.

Una domanda è dunque spontanea: si nasce poeti, o si diventa col tempo? Quale iter formativo e di vita sperimenta colui che un giorno diventerà poeta? Cerchiamo la risposta a questa e a tante altre domande. Ebbene, poeti non si nasce, poeti lo è si ancor prima d’esser pensiero concepito dal seme umano. Non vi è, dunque, scuola dove apprendere l’Ars poetica che come quella del decantato Publio Ovidio Nasone avviene  probabilmente “in medias res”, cioè “in mezzo alle cose”, nel bel mezzo degli eventi, senza anticipazioni, preamboli e lunghe digressioni su cosa è accaduto prima e sul perché il presente è così come lo sperimentiamo, e non diverso. E’ nel bel mezzo di uno iato, di un sussulto, di un avvento, che la poesia s’insinua e diviene pazza realtà da mangiare, non più da capire ma, da fantasticare nel farci l’amore, nel sentirla come parte di chi la scrive e di chi la legge. Aveva proprio ragione il padre indiscusso della poesia che “il pazzo, l’amante e il poeta non sono composti che di fantasia”. William Shakespeare, uno dei grandi emblemi della scrittura del millennio scorso, non si sbagliava, ma noi vogliamo credere nel fantastico alla sua materiale esistenza immortale.

Matilde Marcuzzo

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