Il cuore e il pugnale, tra le incessanti pretese della nobiltà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Quando un romanzo storico racconta la politica fasulla e corrotta del Meridione

Il romanzo storico “Il cuore e il pugnale – Clemenza di Catanzaro e il Meridione Normanno”, edito dalla 13 Lab Edition, illustra il viaggio interiore di uno scrittore sublime tra le lotte astute durante il dominio normanno del sud Italia tra Catanzaro e Palermo. L’autore di questo romanzo che, seppur storico ha svariate tinte di giallo, è il giovane docente di italiano, latino e greco, Massimiliano Lepera.

Al capezzale dei valori il poeta-scrittore, molto conosciuto per le sue preziose opere precedenti, racconta aggrovigliate vicende importanti che sono legate a un particolare periodo storico, quello che va dal 1160 al 1163 d. C., sotto il regno di un Guglielmo I alle prese di un trono esteso e fragile. Inseriti tra retorica e filosofia, lo scrittore catanzarese delinea magistralmente luoghi meravigliosi e personaggi passionali tra intemperie di corte e classici giochi di potere. Non cercando l’approvazione sincera dei buoni, infatti, questo romanzo storico tratteggia personaggi come il giovane Matteo Bonello, un finto suddito capace di mettersi contro il grand’ammiraglio, il Re e addirittura l’intero regno. Del grand’ammiraglio era promesso genero, ma falsamente premuroso, visto che il suo cuore batteva per un’altra donna, la Contessa di Catanzaro Clemenza di Loritello. Si tratta di una figura graziosa e fortemente determinata, pronta ad opporsi al tiranno Guglielmo I detto il Malo. Amante della straordinaria arte della seta grezza catanzarese − seppur una delle più ricche ereditiere della Calabria − si innamora del giovane Bonello, uomo sadico e spesso sarcastico, ma soprattutto astuto nelle sue mosse, con il quale trascorre molto del suo tempo all’interno del magnifico castello. Si, la maestria dell’autore è anche nel descrivere e nel far immaginare la posizione invidiabile di Catanzaro, posta su tre colli. É lo stesso Lepera a definirla città-fortezza, capace di attirare per questo i normanni, nonché luogo nel quale il Guiscardo realizza un eccellente presidio militare.

É quasi impossibile, altresì, definire il piacere o il giovamento che si può trarre dalla lettura di questo libro, capace di immergere il lettore in un’atmosfera storica tra figure come il grand’ammiraglio, il protonotaro e il camerlengo, oltre alle solite figure della dolce contessa o del classico Re. A completare il quadro troviamo, poi, il cospicuo materiale di archivio che è in linea con l’intonazione complessiva del lavoro svolto da Lepera. Tra parole che sono specchio della realtà, infatti, l’autore descrive la violenza sfrenata di un popolo stanco, nella fattispecie raccontando del tiranno ammiraglio preso a calci e pugni in piazza perfino dai ragazzini, dopo essere stato trafitto al cuore dal Bonello rivoluzionario e umano traditore. Così, quando l’aria ha il senso del dolore, Massimiliano Lepera ruba al vento una foglia gialla, che colora di giallo il suo romanzo.


Questo libro illustra uno dei casi più affascinanti della storia del sud Italia, che può essere inserito tra i più complessi d’Europa, e che diventa una forte ispirazione all’origine del successo del romanzo stesso. La complessa personalità dei personaggi inseriti, infatti, non cade mai nel moralismo a buon mercato, che spesso urta nella lettura dei romanzi convenzionali. Lo scopo è quello di coinvolgere il lettore in un’esperienza visiva, a tratti quasi sonora, che lo emozioni e gli faccia provare il gusto della storia nell’intreccio sottile dei suoi personaggi. Palesemente innamorato del proprio lavoro di docente, Massimiliano Lepera realizza qualcosa di costruttivo da consigliare − come lettura del nostro passato − soprattutto ai più giovani, per spiegare con grande destrezza un periodo di rivoluzioni tra intrighi e congiure di qualsiasi tipo.

Antonio Mirko Dimartino

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“La Postmodern Jukebox”, un’idea vintage di Scott Bradlee

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Una band che plasma i successi del momento in versioni ironiche

“Sono Scott Bradlee. Da molto tempo ho una relazione di amore/odio con la musica pop! Voglio dare il miglior contributo possibile al lessico pop. Voglio incoraggiare altri ad allargare i confini dei generi fornendo loro gli strumenti per farlo. Insieme a questo, voglio creare un universo alternativo della canzone…”.

La Postmodern Jukebox, o PMJ in breve, è una band dal genere veramente unico. Il gruppo musicale rivisita canzoni pop moderne reinventandole attraverso il jazz, il ragtime e lo swing, stili popolari nel 1920 e fino al 1950. Scott Bradlee è il pianista compositore che ha fondato la band nel 2009 e, da allora, il gruppo ha creato oltre una dozzina di album con la collaborazione di oltre 50 cantanti e generato oltre 500 milioni di visualizzazioni su YouTube. Le esibizioni dal gusto retrò dei PMJ, non sono solo canzoni, ma veri spettacoli teatrali infusi con la commedia e la  seduzione. Si può affermare con tutta tranquillità che la band crea un sacco di divertimento sul palco durante le sue esibizioni esalando note ad alta energia indietro e poi avanti, nel tempo. La formazione di Scott Bradlee plasma le hit più celebrate in versioni sofisticate e ironiche. Il lavoro di make up sonoro produce miracoli: “Timber” di Pitbull e Ke$ha diventa un doo wop anni 50, “Thrift Shop” di Macklemore e Ryan Lewis vira a ragtime, “Story Of My  Life” degli One Direction si trasforma in nostalgico New Orleans jazz. Postmodern Jukebox, un mare di canzoni pop e tutte rivoltate come calzini. L’ensemble americano guidato dal Bradlee, si picca quindi di riscrivere la storia del pop. O meglio, di offrirne una storia alternativa. Sul loro sito ufficiale (postmodernjukebox.com), il senso della lunga avventura è svelato in ogni dettaglio, canzone su canzone, cover su cover. La PMJ rappresenta un fenomeno musicale nato in un semplice canale video, fino a raggiungere oggi i 3 milioni di follower; un vero e proprio gruppo di performer all’interno del quale si avvicendano, nel corso degli anni e delle canzoni, musicisti e cantanti dalle più svariate provenienze. Non sarà sfuggito ai fan più affezionati, infatti, che alcuni dei cantanti di maggiore spicco provengono dal mondo dei talent show americani; Scott Bradlee mostra quindi di avere un tocco magico non solo per trasformare brani, ma anche nell’affinare interpretazioni e vocalità di artisti spesso spinti verso derive decisamente pop e commerciali.

È un progetto che può essere certamente definito postmoderno, ma, a testimonianza della sua articolazione, anche neo-rétro, oppure furbo-ingenuo, oppure simpatico-saputello, oppure altro ancora. In ogni caso funziona benissimo, visto che ogni nuovo brano inserito nel sito della formazione viaggia a colpi di milioni di clic. Proprio il sito, anziché gli album o i download o la pagina Facebook (che in proporzione non ha molti follower), funge da altoparlante privilegiato del Jukebox Postmoderno. Ciò che stupisce è l’essenzialità della presentazione: le pagine sono strutturate in modo sobrio, per non dire povero, e i video sono praticamente tutti girati con telecamera fissa nella casa di Bradlee, dove l’unico arredo fisso è il pianoforte. Dettagli di poco conto, peraltro, poiché il bello sta proprio nel vedere/ascoltare i pezzi uno dopo l’altro, esattamente come un jukebox sempre aggiornato dei successi del momento, riproposti magistralmente con tocchi d’ironia e abili variazioni armoniche.

Il collettivo Postmodern Jukebox iniziò la propria attività quando Scott Bradlee pubblicò dei video girati con alcuni amici del college nel suo appartamento in Astoria, Queens (New York). Oggi propone tappe in America ed in tutta Europa. La data del 4 dicembre rappresenta l’ultima tappa italiana di un 2017 che ha visto la PMJ molto presente nel nostro paese, con diversi appuntamenti sparsi sul territorio (Roma, Milano, Padova, Fiesole). La natura “composita” di questo collettivo di artisti ben si presta ad un assetto quasi da tour permanente: le date in questi ultimi tre anni sono state numerosissime e sparse in tutto il mondo. Il trucco per riuscire a reggere il ritmo? Creare diverse “squadre” di musicisti, cantanti e ballerini che, alternandosi, possano suonare allo stesso tempo in diversi luoghi. Effetto collaterale positivo: generare un po’ di variabilità per il pubblico, che ha modo tornare a sentire la PMJ più volte senza il rischio di ascoltare sempre gli stessi brani. Ogni spettacolo della PMJ si conferma straordinario dal punto di vista del virtuosismo dei musicisti e dei cantanti; tutti i brani suonati sono popolarissimi e riconoscibili ma reinterpretati in modo magistrale, al punto di superare spesso gli originali a cui si ispirano. Ogni show è di durata breve e le motivazioni alla base di ciò, probabilmente sono da ricercare nell’impostazione del tour stesso: se si vuole tornare così tante volte nello stesso paese (e nella stessa città) a pochi mesi di distanza forse occorre lasciare un po’ di desiderio inappagato tra gli spettatori. In questa data, il gioco sembra riuscito: resta da vedere se per il futuro la capacità di stupire con musicisti e brani sempre nuovi permetterà alla PMJ di tenere legata a sé la platea dei propri spettatori. Il 2018 è una sfida aperta: ci vediamo a Roma in maggio, PMJ!

Matilde Marcuzzo

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Le nuove frontiere della conoscenza nel mondo subatomico

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Le conoscenze scientifiche avanzano e provano a descrivere il tessuto stesso dell’esistenza

E’ passato un po’ di tempo da quando, a scuola o in ambito accademico, abbiamo studiato la struttura dell’infinitamente piccolo, un mondo fatto di legami atomici e molecolari. I vecchi testi di Chimica utilizzati nei licei (da molti ritenuti incomprensibili), e molti corsi universitari che toccano l’argomento solo marginalmente, trattano di un mondo che finisce al livello atomico e non va mai oltre, non perché non ci sia altro da scoprire e studiare, ma perché lì esiste il confine tra le conoscenze di base, quelle da “cultura generale”, e quelle settoriali tipiche della Fisica quantistica e altri ambiti scientifici molto specializzati. Queste ultime conoscenze hanno vissuto, negli ultimi anni, periodi di profondi mutamenti e approfondimenti (molti ricordano la scoperta del Bosone di Higgs, avvenuta nel 2012), per cui all’epoca dei “nostri banchi di scuola”, molte cose semplicemente non erano state ancora scoperte. Eppure, anche se per studio o lavoro non si ha la necessità diretta di approfondire queste tematiche, è molto interessante scoprire dove è arrivata la Scienza investigando l’infinitamente piccolo, andando a descrivere il tessuto stesso dello spazio-tempo. Ciò spinge a chiedersi il perché dell’assenza, nelle scuole moderne, di nozioni basilari riguardanti tutte queste nuove conoscenze e le loro conseguenti implicazioni, dato che più si va avanti nella ricerca più si comprendono i meccanismi che regolano l’intero Universo, ossia tutto ciò che ci circonda. L’infinitamente piccolo ha ripercussioni sull’infinitamente grande, e chi vive tra questi due mondi spesso ignora le caratteristiche dell’uno e dell’altro, nonostante la loro importanza vitale nel regolare fenomeni naturali erroneamente dati per scontati.


La scala dei tempi e delle distanze oggetto di questi studi “di nicchia” è impressionante. Le ricerche si concentrano su minuscole particelle volatili che scompaiono nell’arco di miliardesimi di miliardesimi di secondo, “grandi” miliardesimi di miliardesimi di millimetro. Ci si sta spingendo fino a un punto in cui le dimensioni di un corpo, così come le concepiamo nel mondo macroscopico, mutano nella loro concezione, tant’è che spesso si parla di fluttuazioni a zero dimensioni, ossia dei punti nello spazio che non hanno un vero e proprio volume; un netto passo in avanti rispetto all’approssimazione tipicamente scolastica che vede la forma di alcune particelle rappresentata usando “sfere”. Molte proprietà che credevamo essere costanti, come la massa, altro non sono che conseguenze di legami energetici, infra-atomici e variabili, che hanno la loro radice in un mondo difficile da comprendere per chi vive solo la routine quotidiana. Il tempo, altra cosa che per la nostra esistenza è costante, acquisisce proprietà diverse andando a trattare i casi più estremi, e in situazioni diverse trascorre in modo diverso. Le stesse particelle elementari già accennate, di fronte a studi approfonditi manifestano la loro natura di oscillazioni e perturbazioni di tessuti di spazio-tempo che permeano tutto l’Universo. Scoperte importanti, stranamente relegate ad ambiti accademici di nicchia, che spingono gli studiosi a porsi domande – a tratti filosofiche – su cosa sia effettivamente l’essere. E’ un po’ come se la Scienza avesse raggiunto, dopo secoli di divergenza dalla pura Filosofia, uno stato particolare in cui trattare determinate tematiche sull’infinitamente piccolo non si discosta molto dai ragionamenti filosofico-naturalistici dei grandi pensatori.

Francesco D’Amico

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Professioni future: diventare Event Manager

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Quando organizzare eventi diventa un vero e proprio lavoro

Da qualche anno capita di sentir parlare dell’event manager, definita spesso come una delle figure professionali più importanti del futuro, tale da consentire di superare anche il problema della disoccupazione. Si tratta, essenzialmente, di una figura lavorativa relativamente nuova che si occupa dell’ideazione, progettazione e organizzazione di eventi. Si inserisce in un comparto economico che non sembra conoscere crisi e che anzi registra una crescita continua. Committenti pubblici, ma anche privati, affidano così la gestione e organizzazione dei loro eventi a queste nuove figure professionali. L’event manager, infatti, sembra essere diventato addirittura indispensabile in contesti internazionali quali congressi, conferenze, seminari, convegni, convention, meeting o workshop. Ma, nel chiederci “cosa fa” e “chi è” l’event manager, non possiamo dimenticare che la sua professione si indirizza anche nella semplice organizzazione della presentazione di un libro, magari di un giovane autore e in una libreria di un paesino di montagna. É una figura professionale molto dinamica, atta all’organizzazione di grandi concerti, di giornate sportive a carattere agonistico e non, di inaugurazioni di locali nei centri storici, di manifestazioni per la raccolta fondi per la prevenzione sanitaria o semplicemente di una sagra di paese. In realtà è dagli indimenticabili anni ’80 che nel nostro paese esistono aziende specializzate nell’organizzazione di eventi a 360 gradi, ma – ultimamente – sembra acquisire sempre più importanza l’idea che al timone dell’organizzazione di un evento ci debba essere una sola persona. L’event manager, in buona sostanza, deve svolgere tutta una serie di attività che nel loro complesso concorrono all’ottima riuscita di un evento e che vanno dall’ideazione all’attivazione, passando attraverso la necessaria pianificazione per giungere alla realizzazione finale. L’event manager progetta, pianifica, sceglie, organizza e risolve i problemi. E la sua attività si riferisce a qualsiasi tipo di evento, partendo dalla classica manifestazione culturale, per passare attraverso eventi artistici, scientifici, musicali, sociali o sportivi. Ovviamente, un ottimo organizzatore di eventi deve possedere eccellenti capacità relazionali e spiccate doti creative, da utilizzare per comprendere e soddisfare i bisogni delle diverse tipologie di committenti. In questo mondo globalizzato, poi, è anche necessaria una giusta conoscenza della lingua inglese, fondamentale per sviluppare eventuali rapporti lavorativi di carattere internazionale. Quello che non deve assolutamente passare inosservato è che in questo campo – per poter lavorare degnamente – è ovviamente importante avere una solida formazione teorica, ma risulta ancor più indispensabile possedere quella di tipo pratica. Per dire il vero, infatti, non è richiesta una particolare formazione universitaria per diventare event manager e basta anche la semplice frequenza di uno dei diversi corsi professionalizzanti presenti nel nostro paese. Alla fine dei conti, quindi, conta l’aspetto pratico.

Con molta dedizione, poi, un ottimo event manager deve occuparsi di tutta la parte relativa alla comunicazione, per dare la massima visibilità all’evento del committente che richiede l’intervento di questo organizzatore di eventi. La sua bravura, infatti, consta soprattutto nelle conoscenze del marketing pre e post evento, nella capacità attiva di vivere l’era digitale e quindi di saper sfruttare tutte le piattaforme o le nuove tecnologie disponibili. L’event manager è un grande professionista che, in relazione all’obiettivo che il committente vuole raggiungere, con un occhio sempre vigile alle priorità di budget, riesce ad organizzare alla perfezione le diverse fasi di un evento di successo. Questa perfezione, però, si raggiunge anche con una spiccata dedizione all’area normativa e quindi una conoscenza dettagliata delle regole per ogni tipologia di evento. Spesso, infatti, si ha la necessità di organizzare eventi con partner rappresentati – in maniera largamente intesa – dall’amministrazione pubblica, come possono essere i comuni, le province o le regioni. In tutto questo conta la conoscenza e il rispetto della normativa vigente, evitando la non riuscita dell’evento stesso nonché le eventuali pesanti sanzioni previste in merito. Si dice che i migliori si mettano al servizio della posterità, proviamo ad immaginare di diventare event manager non solo per lavorare ma anche per regalare qualcosa di meraviglioso e perfetto agli altri.

Antonio Mirko Dimartino

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L’inglese: “Lingua Franca” della comunicazione elettronica?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Spunti e riflessioni sull’idioma del mondo economico e informatico

Nessuno mette in dubbio il fatto che il mondo sia in qualche modo diventato più piccolo grazie all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In questo mondo “sempre più piccolo” alcune lingue sono ormai di fatto considerate come lingua franca (lingua usata come strumento di comunicazione internazionale) dei tempi odierni e, mentre questo è sicuramente un aiuto per la comprensione universale, una comunicazione efficace rimane una vera e propria sfida, cosi come definita nel libro della Genesi dove, relativamente alla costruzione della Torre di Babele, si legge una definizione delle difficoltà di comunicazione: “Il Signore disse: Ecco essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola […] Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro (Genesi 11: 6-7). Qualunque studio della storia dell’uomo confermerà  che “la confusione della nostra lingua”, avvenuta nella preistoria della razza umana, ha certamente raggiunto i suoi obiettivi ed è talmente radicata da poter essere riscontrata anche all’interno di società in cui si condivide uno stesso idioma.

In un mondo dunque dove la lingua, strumento essenziale della comunicazione, è il veicolo fondamentale del progresso, della conoscenza scientifica e tecnologica, dove “il linguaggio stesso è per sua essenza un mezzo perfetto di espressione e comunicazione, in ogni popolo conosciuto”, radicalmente plasmato in continuum dallo sviluppo delle tecnologie digitali di questo terzo millennio, come può un solo idioma, in questo caso l’inglese, diventare, “lingua franca” di un sistema in rivoluzione?. Sarebbe opportuno considerare la lingua inglese come afferma David Crystal (professore onorario di linguistica presso l’Università del Galles), “una lingua comune, come sorprendente risorsa mondiale che ci renda capaci di trovare nuove opportunità per la cooperazione internazionale” , avente lo speciale privilegio di essere fulcro vincente di una crescita comunicativa in ambito tecnologico fuori dal comune. “Una lingua non raggiunge uno status globale fino a che essa non sviluppa un ruolo speciale riconosciuto in ogni paese, ruolo che sarà considerato più ovvio nei paesi dove un gran numero di persone parlano quella determinata lingua come first language, nel caso dell’inglese ciò significa l’America, il Canada, l’Inghilterra,  l’Irlanda, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e diversi paesi caraibici.” In questo caso l’inglese assume  ruolo di idioma ufficiale delle nuove tecnologie emergenti, proprio perché è usato come potenziale mezzo di comunicazione in molti ambiti come la politica, l’economia, l’industria, i mass media e il sistema educativo perché no, ma anche perché in molte popolazioni in cui risulta essere second language, viene però parlato come se fosse lingua madre. Nel momento in cui però, una lingua assume un ruolo globale nella società, deve allo stesso tempo affrontare gli effetti negativi, i cambiamenti linguistici, che questa “rivoluzione”  comunicativa in ambito elettronico sta avendo su di essa; nel caso dell’inglese si potrebbe parlare di “rivelazione” poiché è proprio questo l’idioma “principe” di Internet e delle nuove tecnologie, del mondo degli affari in senso lato, quello più diffuso in ambito informatico, quello che tutti parlano e tutti riescono a comprendere.

Matilde Marcuzzo

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Automazione e società umana, le prospettive future

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Come sarà il mondo tra qualche decennio, visti i mutamenti in atto?

Pensate al vostro lavoro, o al lavoro dei vostri sogni, quello per il quale state lottando. Fatto? Bene, ora leggete con attenzione la seguente frase: esiste una probabilità variabile X diversa da zero che nell’arco di pochi decenni macchine e robot lo faranno meglio degli esseri umani fino a un punto tale da rendere obsoleto l’impiego dell’uomo stesso.

Fantascienza? No, semplice e pura realtà: si tratta del progresso dell’automazione e della tecnologia, e nessun lavoro è al sicuro da questo continuo tumulto economico e sociale. Anche i lavori che per definizione prevedono il controllo diretto dell’uomo e un esercizio costante della mente umana, come il chirurgo, l’avvocato o il pilota di linea, potranno un giorno diventare un ricordo, tale sarà il progresso delle macchine e la loro velocità di calcolo. Nel 2018 ci può sembrare assurdo, nonché pericoloso, vedere aerei “pilotarsi” da soli, operazioni chirurgiche “svolgersi” in automatico, e intere cause legali “gestite” da macchine, eppure si tratta di scenari che molti analisti hanno previsto e che – a quanto pare – diventeranno concreti nei prossimi decenni. Che l’automazione sia destinata a rivedere le politiche di gestione della società attuale, è ormai chiaro e alla portata di tutti: secondo recenti stime, nel mondo occidentale sono già diversi milioni i posti di lavoro perduti a causa dell’automazione, e tanti altri seguiranno nei prossimi anni; il tutto mentre la popolazione tende in media a crescere e si va sempre alla ricerca di tenori di vita più elevati. Attualmente, il divario tra i super ricchi e il ceto medio-basso sembra destinato a crescere, complice la tendenza dei grandi colossi corporativi ad accentrare le ricchezze un tempo distribuite tra miriadi di piccole attività: infatti, mentre lo Zio Paperone di turno si arricchisce sempre di più e scala le classifiche dei miliardari, interi settori perdono tantissimi posti di lavoro pur registrando risultati positivi e di crescita. Alzi la mano, per esempio, chi non ha mai contribuito al declino delle piccole attività commerciali locali acquistando prodotti su internet da note catene, un’abitudine sempre più diffusa vista la facilità degli acquisti.

Si pensa, erroneamente, che l’automazione possa mettere a rischio solo lavori come i cassieri e gli addetti agli sportelli, ma non è così: non esistono lavori “al sicuro” al cento per cento di fronte all’avanzata tecnologica.

E’ il progresso, è normale che non tutte le garanzie occupazionali del mondo moderno rimarranno tali nel prossimo futuro, direbbe qualcuno. Sì, esiste la concorrenza, esistono lavori “destinati” a scomparire, ma dato che il trend pare ben delineato, c’è chi ha proposto soluzioni volte ad evitare profonde crisi lavorative. Qualche esempio? La riduzione delle ore settimanali di lavoro a parità di stipendio, l’introduzione di redditi minimi garantiti a tutti i cittadini, l’incoraggiamento a dedicare più tempo ad attività culturali e ricreative per limitare la crisi personale di perdita del lavoro, eccetera eccetera. Sembra semplice, ma si ignora come il lavoro costituisca una parte fondamentale dell’identità di una persona, con la quale la persona stessa si identifica e nella quale riversa tutte le proprie aspettative. E’ ciò che induce gli individui a mettersi in gioco e ad intraprendere complessi percorsi formativi, dall’infanzia all’età adulta, e non è facile rivoluzionare la società per gestire l’incessante avanzata dell’automazione. Il dibattito economico e sociale continua…

Francesco D’Amico

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Il trasporto dei droni per via aerea

Informazioni e consigli pratici per i piloti di droni che si spostano per lavoro o vacanza

Capita sempre più spesso e per i motivi più disparati di prendere un aereo per spostarsi da un posto all’altro: negli ultimi anni si sta assistendo a una crescita ininterrotta dei collegamenti aerei operati da compagnie tradizionali e low cost, il tutto grazie alla riduzione e all’ottimizzazione delle spese operative che hanno reso l’aereo un mezzo accessibile quasi a tutti. Analogamente, capita sempre più spesso di dover viaggiare con mezzi aeromobili a pilotaggio remoto o droni per trasferimenti di business o leisure, termini tecnici che identificano rispettivamente gli spostamenti per lavoro e quelli da vacanzieri.

Sempre più voli commerciali, sempre più droni, sempre più persone che viaggiano in aereo trasportando droni. Come comportarsi, cosa fare e cosa non fare?

Le normative di base che regolano il trasporto dei droni e in particolare quello delle loro batterie sono ormai consolidate, ma è opportuno approfondire queste tematiche e saper distinguere le normative dalle procedure ideali di trasporto, dato che le due cose non combaciano perfettamente. Gli APR di per sé non sono un problema, in quanto sono per molti versi assimilabili ad apparecchiature che regolarmente vengono imbarcate sui voli civili; diverso è il discorso per quanto concerne le batterie ai polimeri di Litio, in quanto, in virtù delle loro proprietà e dei loro rischi, sono soggette alle DGR o Dangerous Goods Regulations, ossia le normative internazionali che regolano il trasporto per via aerea delle merci potenzialmente pericolose. Dato che, in caso di innalzamenti di temperatura, urti e altre circostanze, suddette batterie possono innescare incendi o addirittura esplodere, presentano un rischio per la sicurezza del volo e questo rende necessario un loro adeguato contingentamento. La storia recente del trasporto aereo mondiale è stata caratterizzata da molteplici incidenti che hanno visto come protagoniste le “cugine” delle batterie LiPo dei droni, ossia le batterie delle sedie a rotelle elettriche, la cui segregazione nelle stive degli aeromobili è essenziale ai fini della sicurezza. Non è un caso, infatti, che impiegati e operai aeroportuali debbano obbligatoriamente sostenere corsi ed esami sulle DGR con cadenza biennale per poter essere in regola con le autorità e fare il proprio lavoro.

Fatta questa dovuta premessa, è ora il momento di avventurarsi nell’argomento in un modo più approfondito, dato che, come anticipato, tra quanto indicato dalla normativa vigente e il trasporto ideale dei droni ci sono alcune differenze. Mentre è chiaro e risaputo che le batterie ai polimeri di litio debbano essere segregate, scariche, coperte da materiale ignifugo e trasportate esclusivamente nelle cabine degli aeromobili, sul trasporto degli APR le indicazioni fornite non sono sempre conformi a quelle ottimali. La normativa, infatti, fornisce indicazioni per garantire la sicurezza del volo, non per garantire gli interessi dei passeggeri che viaggiano con APR al seguito. Sono tante le testimonianze di chi ha viaggiato mandando i propri droni in stiva senza avere problemi di alcuna natura, ma ciò non corrisponde alla modalità di trasporto ottimale del proprio drone. Prima di affrontare il tema nel dettaglio, chiariamo in modo esaustivo la parte che riguarda le batterie al litio, che si distinguono in due categorie in base ai Watt/ora (Wh): le batterie con un output inferiore ai 100Wh devono essere segregate e trasportate nei bagagli a mano, mai in quelle da stiva, e generalmente non prevedono un’apposita autorizzazione per il trasporto; le batterie che superano la soglia dei 100Wh si trasportano allo stesso modo ma necessitano di un apposito permesso rilasciato dalla compagnia aerea (per averlo è necessario contattare i servizi di assistenza ai clienti). Per capire in quale range rientrano le nostre batterie, basta moltiplicare i Volt per gli Ampere/ora: il risultato ci darà con precisione il valore di Wh. E’ necessario aprire una piccola parentesi anche sui propeller, ossia sulle eliche, che data la loro forma possono essere considerate assimilabili ad oggetti taglienti, dunque pericolose e non accettabili nel bagaglio a mano. Purtroppo, se gli addetti alla sicurezza aeroportuale impongono la spedizione delle eliche nel bagaglio da stiva, bisogna seguire questa indicazione alla lettera.

Eliche a parte, il cui valore è contenuto rispetto al resto del SAPR, mandare un drone in stiva, anche se opportunamente imballato, presenta molteplici rischi. Innanzitutto, in base alla compagnia aerea, al tipo di aeromobile e alla configurazione delle sue stive, il bagaglio con all’interno il drone può essere soggetto a urti e sollecitazioni notevoli. Generalmente, gli aerei con stive da carico sfuso o bulk load, tipici delle compagnie low cost come Ryanair ed easyJet, sottopongono i bagagli a un numero potenzialmente maggiore di urti, in quanto le fasi di carico prevedono che siano presi e riposizionati più volte, e a mano, da parte degli operai. I rischi di urto diminuiscono se le stive hanno un carico con contenitori AKH o AKE, tipici delle compagnie tradizionali come Lufthansa e Alitalia, dove i processi sono in parte curati da macchinari (loader) che posizionano gli appositi contenitori, con all’interno i bagagli, direttamente nelle stive.

Particolare dell’interno di un AKE, un contenitore per voli intercontinentali, di un aeromobile della British Airways. Nei contenitori come questo i bagagli sono posizionati dagli operai a incastro prima della chiusura del check-in e, successivamente, appositi mezzi posizionano i contenitori nelle stive dell’aereo. Nel caso del carico sfuso, tutte le fasi del carico sono curate a mano dagli operai, aumentando il rischio di urti.

A prescindere dal carico, come si evince dalla foto, è praticamente ovvio che gli urti e le sollecitazioni siano all’ordine del giorno nelle operazioni di carico e scarico degli aeromobili; mandare il drone in stiva, anche se in appositi bagagli rigidi, significa comunque esporlo al rischio di subire danni e di ritrovarsi nelle stive con una pressione fino a 64kg (il massimo peso legale di un bagaglio è 32kg e si considera il caso più sfavorevole, con due bagagli così pesanti proprio sopra quello che contiene il nostro APR). Nel caso specifico delle compagnie tradizionali, dato spesso trasportano merci oltre che bagagli, c’è addirittura il rischio che il vostro drone possa essere a pochi metri da merce radioattiva, non dannosa per i passeggeri nella cabina soprastante, ma che può colpire l’APR. Si tratta di dosi minime in quanto la merce con alto tasso radioattivo non può essere trasportata su aeromobili passeggeri, ma è comunque un rischio.

Altro particolare che sicuramente è sfuggito a coloro che fino ad ora hanno preso senza problemi dei voli civili mandando i propri droni  in stiva, riguarda il valore economico dei droni stessi e le responsabilità della compagnia. In caso di smarrimento e/o danneggiamento di un bagaglio, la compagnia risponde dei danni fino a un certo limite stabilito dalle normative internazionali, che si aggira intorno a 1.164 euro. Inoltre, quando si viaggia in aereo, si è soggetti alle Condizioni di Trasporto (che quasi tutti i passeggeri accettano senza leggere prima di acquistare un biglietto) che implicitamente ci fanno dichiarare di non spedire, all’interno dei nostri bagagli da stiva, roba di particolare valore. Facendo due conti e considerando, oltre al valore economico intrinseco del drone, anche le spese per certificazioni varie, assicurazioni e quant’altro, anche con droni di fascia medio-bassa si supera abbondantemente la cifra fino alla quale la compagnia aerea è responsabile economicamente del danno subito. A questo si rimedia contattando, prima della partenza, i servizi di assistenza ai clienti per pagare un apposito supplemento assicurativo per il trasporto di roba di valore, e/o acquistando apposite assicurazioni private per il trasporto di materiale di alto valore. In questo modo si rimedia all’eventuale danno economico, ma non al disagio che può derivare dal danneggiamento dell’APR o dalla scoperta, tramite un ufficio di assistenza ai passeggeri con bagaglio (Lost and Found), che il proprio bagaglio non ha viaggiato insieme a noi. Ebbene sì, è raro quando si prende un volo diretto e un po’ più comune quando si prende una coincidenza, ma la probabilità di mandare un bagaglio in stiva e trovarlo a destinazione non è mai pari al 100 per cento. E’ possibile, infatti, che il bagaglio venga “disguidato”, ossia che rimanga all’aeroporto di partenza o di transito, o che finisca addirittura in uno scalo diverso da quello programmato; in questi casi, i tempi per riaverlo sono variabili e possono compromettere seriamente una vacanza o un viaggio di lavoro. Per questo e per altri motivi, quando si tratta di droni, l’ideale è non mandarli in stiva, in nessun caso.

Dato che l’alternativa è il bagaglio a mano (eliche a parte, quando non sono accettate dai controlli di sicurezza), bisogna seguire con attenzione alcune semplici regole. Da un po’ di tempo a questa parte, si sta assistendo a un aumento esponenziale del numero di bagagli a mano sbarcati da bordo, ossia dei bagagli a mano non accettati in cabina per mancanza di spazio nelle cappelliere; si tratta di un problema tipico delle compagnie low cost con cabine ad alta configurazione e posti stretti, ma sta interessando anche le compagnie tradizionali in percentuali ragguardevoli. Per ridurre ai minimi termini il rischio di spedizione del proprio bagaglio a mano, bisogna seguire le seguenti indicazioni: verificare che il bagaglio sia delle dimensioni corrette previste dalla compagnia aerea con la quale si viaggia; presentarsi in aeroporto e all’imbarco in anticipo in quanto i bagagli sbarcati sono per lo più degli ultimi passeggeri in fila al gate; passare i controlli di sicurezza con calma e in anticipo rispetto all’orario di apertura dell’imbarco, informando gli addetti alla sicurezza che si viaggia con un drone e con batterie al litio; acquistare servizi extra o ancillari per imbarcarsi tra i primi (e.g., Priority della Ryanair, Plus della easyJet, carta Ulisse o Freccia Alata per Alitalia, classi Business e First). In ogni caso, il passeggero con drone è tenuto a segnalare agli addetti aeroportuali al gate che richiedono la spedizione del bagaglio a mano di avere strumentazione di alto valore economico e batterie al litio. Se questo inconveniente dovesse presentarsi, bisogna fare il possibile per evitare che il drone, le batterie e altre strumentazioni vadano in stiva.

Le regole sul trasporto dei bagagli sono molto più restrittive e precise di quanto si creda, solo che è raro leggerle nel dettaglio e/o ritrovarsi in situazioni che ci costringono a farlo. Sicuramente, il trasporto non segnalato di un drone in un bagaglio, anche se in sicurezza, può potenzialmente creare al pilota diversi problemi.

Nel complesso, è evidente come il trasporto per via aerea dei SAPR sia  molto più complesso di quanto sembri in apparenza. Una delle soluzioni di viaggio più sicure, anche se costose, riguarda la selezione del servizio extra denominato “Extra Seat”. Come suggerito dal nome stesso, si tratta di un servizio che prevede un posto aggiuntivo acquistato dal passeggero, dove può sistemare uno strumento o un bagaglio a mano più voluminoso del solito, ed è ormai reso disponibile da tantissime compagnie aeree tradizionali e low cost. Questo servizio è usato principalmente dai musicisti che trasportano strumenti voluminosi e delicati che non possono essere mandati in stiva, un’esigenza che li accomuna, dunque, ai piloti di droni in viaggio; molti backpack e valigette per il trasporto dei droni superano per dimensioni i limiti massimi consentiti per i bagagli a mano, ma rientrano perfettamente nei limiti per gli strumenti da Extra Seat. Data la sua particolare natura, l’Extra Seat è esentasse, dato che non si tratta di un passeggero aggiuntivo, ma è messo a disposizione sotto il pagamento di una penale variabile e deve essere dichiarato (nonché pagato) al servizio di assistenza clienti molto prima della partenza, possibilmente a ridosso della prenotazione del biglietto. Il servizio è molto comodo e poco prima della partenza, hostess e steward forniranno l’assistenza e le istruzioni necessarie per fissare il bagaglio all’extra seat in assoluta sicurezza.

L’Extra Seat è un servizio costoso concepito per i musicisti e i passeggeri obesi che può soddisfare anche le esigenze dei piloti di droni con backpack particolarmente voluminosi.

A prescindere da tutto, è sempre opportuno seguire il galateo del corretto viaggiatore: presentarsi in aeroporto in anticipo rispetto agli orari previsti se si hanno esigenze particolari, non dare troppo peso alle esperienze di amici e parenti se in contrasto con quanto indicato dalle compagnie, segnalare richieste all’assistenza clienti contestualmente alla prenotazione del biglietto o comunque in netto anticipo rispetto alla partenza. Solo seguendo queste semplicissime regole, dettate dal buonsenso e dal senso civico, si può avere la sicurezza di viaggiare in assoluta tranquillità sul mezzo di trasporto più sicuro al mondo.

Francesco D’Amico

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L’identikit del pilota di droni in regola

Come distinguere i veri professionisti del settore dagli abusivi?

Quando si tratta di droni è facile cadere nell’errore di non saper distinguere gli operatori in regola dagli abusivi, ossia coloro che posseggono un drone ma non hanno alcuna documentazione che certifichi la loro idoneità a volare e operare in sicurezza. Un professionista, un ente o un’azienda che si affida alle prestazioni dei piloti di droni deve poter confidare sulla professionalità di una figura perfettamente in regola, e per ovvi motivi: un abusivo non dà garanzie qualitative (come facciamo a sapere che è all’altezza dell’incarico?), danneggia l’intero settore della dronistica (se essere abusivi “conviene”, non ha più senso certificarsi) e, cosa ancora più grave, non può rispondere dei danni a persone o cose (un abusivo, nella massima parte dei casi, non ha un’assicurazione). L’abusivo, inoltre, è abile a spacciarsi per operatore in regola, in quanto basta sostenere di avere il “patentino” o il “brevetto” et voilà, ecco conquistata l’attenzione del potenziale cliente ignaro del fatto che queste due cose non esistono, fanno semplicemente parte del linguaggio comune ma non hanno una controparte “burocratica” che le rispecchi.

Il pilota di droni in regola, infatti, non ha una patente ma è in possesso di un attestato aeronautico di Pilota APR riconosciuto da ENAC (l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile), assimilabile a quello in possesso dei piloti di aerei o elicotteri, e deve poter fornire al cliente, anche se potenziale, i dettagli del suo attestato in modo da garantire di avere l’idoneità ad operare. Inoltre, il pilota regolare è in possesso di un certificato medico aeronautico di classe “LAPL” in corso di validità, rilasciato e rinnovato da medici che operano specificamente nel campo aeronautico. Il drone in regola con le attuali normative ha un’assicurazione apposita per SAPR, ed è obbligatorio per il suo pilota portare con sé i documenti che lo attestino. Lo stesso drone, prima che ENAV (l’Ente che controlla lo spazio aereo nazionale) implementi un sistema elettronico di tracciamento e gestione del traffico dei droni in volo paragonabile a quello degli altri aeromobili, deve essere riconducibile al proprio pilota con alcune targhe alfanumeriche e codici QR generati dal sito congiunto ENAC-ENAV “D-Flight” tali da renderne facile l’identificazione. Il pilota dronista, così come gli altri piloti, deve avere uno o più logbook conformi alla normativa ENAC, dei documenti con regole di compilazione rigidissime sui quali sono riportati tutti i dettagli dei propri voli, dal primo all’ultimo, andando così a descrivere la “storia operativa” del pilota e/o del drone, una specie di curriculum operativo. Insieme al logbook, il pilota regolare deve avere gli ormai celebri manuali di volo, delle operazioni, manutentivi e l’analisi del rischio, tutti documenti che riguardano l’uso che il pilota decide di fare del proprio drone, come intende occuparsi della manutenzione ordinaria e straordinaria, e di come valuta i rischi relativi a ciascuna operazione condotta.

Detto ciò, non tutti gli operatori del settore sono gli stessi, in quanto si dividono in due gruppi: quelli abilitati a operare solo in aree non critiche, e quelli con abilitazione per aree critiche. La definizione di queste due aree è complessa, ma si può generalmente riassumere in questo modo: l’area non critica è generalmente lontana da aeroporti, edifici sensibili, aree urbane, particolari infrastrutture e grandi assembramenti di persone. In virtù di questa importante distinzione, si può avere a che fare con un operatore perfettamente in regola per determinati contesti, ma non per quello specifico in cui pretende di operare: non si tratterebbe di un vero e proprio abusivo, ma è comunque una figura professionale non idonea e sicura per il lavoro assegnato. I piloti abilitati per aree critiche e i loro droni, inoltre, necessitano di caratteristiche documentazioni e, in alcuni casi, anche strumentazioni aggiuntive, andando ulteriormente a complicare gli scenari possibili quando ci si interfaccia con un pilota SAPR.

Affidarsi a un abusivo può essere molto pericoloso: infrazioni a parte, quali garanzie sulla sicurezza può garantire chi non ha le dovute certificazioni?

Tutti questi requisiti vanno ancora di più a marcare la differenza tra APR, Aeromobile a Pilotaggio Remoto, e SAPR, ossia Sistema Aeromobile a Pilotaggio Remoto: il SAPR non è un semplice APR con l’aggiunta del radiocomando, ma costituisce un insieme di mezzi, strumenti e documentazioni essenziali per poter operare in sicurezza e nel rispetto delle norme vigenti. Un pilota abusivo non può avere un SAPR, proprio perché le documentazioni obbligatorie sono parte integrante del sistema che pretende di voler gestire, lasciando i propri clienti ignari del fatto che anche la sola mancanza di assicurazione può comportare penali salatissime a due cifre, oltre che una miriade di altri problemi con la legge. Scegliere un abusivo per una prestazione professionale può dunque essere pericoloso, e la solita scusa del “non lo sapevo”, col tempo, sarà sempre meno accettata, in quanto iniziano a dilagare i corsi di formazione per membri delle forze dell’ordine in tema di SAPR e operatori. In casi particolari e gravi, possono esserci anche i presupposti per l’arresto, segno questo che bisogna prestare la massima attenzione al lavoro aereo gestito dai droni e chi se ne occupa. Questi sono strumenti con un potenziale enorme ancora parzialmente inespresso, ma devono essere impiegati solo da chi è autorizzato: tenete bene a mente queste parole la prossima volta che un abusivo vi dirà di avere il “patentino” da pilota di droni e vi propinerà un servizio sottocosto in barba a tutte le leggi.

Francesco D’Amico*
*Operatore di SAPR certificato

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Sei più delle battaglie che hai combattuto

Cosa significa per una donna avere un tumore al seno?

Quando da bambina mi domandavano cosa volessi fare da grande, io rispondevo la “Donna”.  Ci sono grandi donne che spaziano in tutti i settori – scienza, arte, letteratura, ingegneria, musica, cinema – e in tutte le epoche, potremmo portare esempi come Maryam Mirzakhani che ha messo una pietra sopra agli stereotipi sulle donne e le materie scientifiche vincendo la Medaglia Fields nel 2014, il più prestigioso premio mondiale per la matematica; Margaret Bulkey, che si finse un uomo per 56 anni pur di fare il medico nell’esercito inglese nel 1865, quando alle donne non era concesso. Esiste un gruppo, purtroppo ampio, di donne che hanno “ dovuto ricominciare”, ricostruendo loro stesse, affrontando una malattia oncologica con l’intervento e le terapie che ne conseguono: il tumore al seno, allontanando la nostalgia per le donne che erano, per la loro femminilità e la menopausa precoce a causa della chemio. Comparando la caduta dei capelli e l’asportazione di un seno, come mancati simboli di femminilità e seduzione. La paura e l’angoscia di fronte alla notizia di avere il cancro sono reazioni naturali ma non certo facili da gestire. L’intervento chirurgico modifica una parte del corpo visibile della donna, parte che per lei rappresenta tre grandi temi della vita: la femminilità, la maternità, la sessualità. Molte donne, inoltre, si preoccupano dell’immagine sociale, ossia del fatto che l’intervento, più o meno mutilante, possa influire negativamente su ciò che gli altri pensano di loro. Quindi, accade che il mutamento dell’assetto corporeo, della propria qualità di vita, della propria immagine esterna, della propria intimità e non ultima la paura del cancro possano creare uno stato di depressione e sfiducia nel futuro.

È importante ogni singola testimonianza delle eroine che stanno lottando o hanno vinto. Dalla testimonianza di Gioia Locati:

Nell’ottobre del 2007 la batosta: scopro di avere un tumore al seno, un tu-mo-re. Lo sillabavo per digerirlo meglio ma restava sempre una camionata in faccia. Uno di quegli scossoni che prima ti stordiscono e poi, quando la consapevolezza riaffiora, ti lasciano appiccicati addosso strati di paure, quasi una seconda pelle. Io alternavo momenti di rabbia ad altri di assoluto rifiuto: insabbiavo cartelle mediche e pensieri, non ne parlavo con nessuno. Da allora la mia vita è cambiata profondamente e non solo per gli interventi e le cure: chemio, radio, pastiglie, punture. Mi sono inventata interessi per restare a galla, mi sono aggrappata ai miei grandi amori, la famiglia prima di tutto, gli amici, il lavoro che ho potuto riprendere part-time,  piano piano ho messo nell’angolo i fantasmi, ogni tanto li tiro fuori, uno alla volta, ma solo per metterli al tappeto. Da quando ho finito le cure e vivo “fra color che son sospesi” ho sempre pensato di trovare un modo per aiutare chi è ancora nel tunnel.

La malattia è uno dei modi in cui la vita “toglie il tappeto da sotto i piedi”. Arriva sempre nel momento sbagliato, interrompendo bruscamente progetti e speranze. Spazza via di colpo un’agenda di appuntamenti, incombenze, impegni di lavoro, cene con gli amici. Per un periodo, che può essere anche piuttosto lungo, sembra che il ritmo della vita normale sia sospeso e che non ci sia spazio per altro che per la malattia. Ci si può rendere conto di essere molto più forti di quello che si credeva, si possono rivedere le priorità della propria vita, e si inizia a scoprire il valore di cose spesso date per scontate. È molto complesso per una donna gestire la menomazione risultante da un intervento al seno: insieme al tumore, infatti, sembra che sia stata asportata anche l’immagine di sé. La cancellazione, o comunque la minaccia, a una parte del corpo che culturalmente rappresenta la femminilità in tutte le sue accezioni (materna, erotica, simbolica) può generare un sentimento di crisi dell’identità, un senso di perdita irreparabile e di rabbia. Inoltre, la paura delle conseguenze fisiche delle terapie amplificano questa sensazione di perdita di controllo sul proprio corpo. Sono sentimenti condivisi più o meno da tutte le donne, normali reazioni a un evento forte e traumatico. Essere donna non dipende dalla grandezza del seno. È importante rimodellare la percezione di come vedere se stesse. Partire da quello che si è, utilizzando quello che si ha, facendo quello che si può, tenendo conto delle infinite possibilità. La vita non è trovare se stessa. La vita è creare se stessa, metti il tuo nome più spesso nell’agenda degli impegni e non lesinare su tempo concessoti. Sei Donna dentro, non fuori.

Maria Chiara Mangiavillano

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Wedding planner: quando il sogno diventa realtà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 237) il  28 ottobre 2017.

Sviluppare un percorso professionale formandosi nel settore del wedding

Quante volte ci siamo chiesti cosa fa un wedding planner? La strada più opportuna da intraprendere per rispondere a questa domanda è quella di limitare la confusione che, negli ultimi anni, si è creata intorno a questa professione. Il wedding planner, infatti, è un professionista. Il settore è quello del wedding e quindi parliamo di una persona che pianifica il matrimonio per mestiere o, se volete, ne diventa manager. Tutto questo, però, porta a false paure in esame a credenze antiche. Un wedding planner organizza un matrimonio creando un progetto che rispecchi la personalità degli sposi, non sceglie dei percorsi sostituendosi a loro. Grazie alla professionalità dettata dalla presenza sul campo, infatti, può proporre alternative non alla portata della singola coppia risolvendo i problemi, limitando lo stress o il consumo eccessivo di energie e determinando per gli sposi grandi risparmi. La figura del wedding planner, così, si affianca alle necessità della coppia con l’idea di realizzare i loro desideri scegliendo soluzioni in linea con il loro budget.

Tutto questo permette al wedding planner di poter subentrare nel percorso verso il “sì” in qualsiasi momento, progettando il matrimonio per intero o fornendo singole consulenze per determinati desideri che si trasformano in problemi. É una figura sempre attiva, con grandi risorse che spende al posto dei futuri sposi, anche la risorsa più importante che possa esistere: il vostro tempo. Proviamo a pensare ai rapporti con i fornitori, spesso molto cari, che non sono sempre disponibili con i vostri orari lavorativi per degli incontri oppure non propensi ad effettuare sconti. Bene, con un wedding planner professionista, che porta a questi fornitori più coppie durante gli anni di lavoro, lo sconto è assicurato, i prezzi totalmente diversi ma, soprattutto, gli sposi hanno la garanzia di ottenere un servizio eccellente: anche la coppia può ottenere prezzi bassi ma questo, spesso, implica un servizio che non risponde alle esigenze qualitative dettate dalla stessa. Questo perché un wedding planner – o per meglio dire un vero wedding planner che ha studiato e proviene da qualche accademia – ha sicuramente un’ottima conoscenza del mercato e può comprendere nonché sviluppare le esigenze del cliente. Ecco, un altro aspetto delicato è sicuramente quello della dedizione di una figura professionale al vostro matrimonio tra fioristi, operatori video, servizi di autonoleggio, location o fotografi.  Il matrimonio, infatti, è un evento particolarmente importante e molto complesso nella sua organizzazione, per il quale è fondamentale la riduzione degli imprevisti nonché la cura del dettaglio. Insomma, contrariamente a quanto si possa pensare, scegliere un wedding planner professionista non è tanto più dispendioso rispetto al fare tutto da sé, soprattutto tenendo conto dei costi che un matrimonio tradizionale comporta.

Il wedding planner propone, sceglie, pianifica, organizza e risolve. É come un grande direttore d’orchestra che arriva al matrimonio compiuto con l’ispirazione divina della mente e le giuste conoscenze. Queste ultime, infatti, devono essere acquisite attraverso corsi adatti – e non improvvisate aiutando un’amica nel giorno delle sue nozze – nei quali sia possibile apprendere questa professionalità. In Italia e all’estero sono diversi i corsi disponibili per diventare wedding planner ma è necessario fare attenzione alla loro validità, sia effettiva per quanto riguarda l’insegnamento che burocratica. Nel nostro paese esiste addirittura una vera e propria accademia, volta da anni a creare figure professionali ormai note in questo campo, che è trainata dalla personalità esplosiva del più famoso dei wedding planner, Enzo Miccio. Affidarsi alla Enzo Miccio Academy, infatti, vuol dire intraprendere davvero questa nuova figura professionale e riuscire a realizzare quel famoso “sogno che diventa realtà”, da sempre alla base del giorno del nostro matrimonio. Quel cammino che non riserva nessuna preoccupazione e nessun affanno, passa dunque attraverso la figura del wedding planner. Proviamo allora a credere nei sogni e in chi li può realizzare per noi.

Antonio Mirko Dimartino

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