La rivoluzione urbana dei privati

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

All’immobilismo istituzionale per il rilancio di intere aree spesso rimediano i piccoli investitori

Conosciamo molto bene i nostri vicinati e le attività commerciali sparse tra le vie, e nel corso del tempo osserviamo profondi mutamenti nell’assetto generale di un’area cittadina, con attività che chiudono e aprono, famiglie intere che si disperdono e vengono sostituite da altre, un viavai che va ad integrarsi perfettamente nell’ambiente circostante e si ricuce una fetta dello stesso. Analogamente, siamo soliti lamentarci delle carenze infrastrutturali di determinate zone, in particolare della mancanza di investimenti volti alla loro rivalutazione e alla nascita di flussi commerciali tali da rivalutare l’economia di un intero quartiere assetato di posti di lavoro.

Nel profondo immobilismo istituzionale che spesso caratterizza la mancanza di “rivoluzioni urbane”, spesso emergono le prodezze, se così possiamo definirle, di piccoli e medi investitori i quali avviano un’attività e contribuiscono, sia col flusso di clientela generato che con l’abbellimento architettonico di interi edifici, a rivalutare un’intera zona. Si assiste ad una crescita generale dell’area, in cui in media nell’arco della giornata passano più persone rispetto a prima, le quali contribuiscono a dare uno slancio anche alle attività circostanti, il tutto secondo un meccanismo a feedback positivo che crea benessere e avvia la rivoluzione urbana tanto attesa e che l’istituzione non riesce a portare. Immaginate, per esempio, cosa accade a un quartiere che ospita l’ufficio regionale o nazionale di un’azienda, la sede distaccata di un ateneo, un ristorante di prestigio, un importante centro medico privato: tutto intorno si instaura un meccanismo che ruota intorno all’infrastruttura e dà beneficio generale tramite il mantenimento di posti di lavoro e il contributo alla nomea della città che ospita l’attività commerciale. Vedremo nascere bar, altre attività legate allo svago e agli alimentari, vedremo uno sportello bancario per i prelievi, vedremo altre realtà decidere di creare la propria sede nella zona rivalutata, vedremo nuove e rivitalizzate strutture ricettive, vedremo persone trasferirsi in quel centro urbano (magari prima caratterizzato da una sola emorragia di persone per l’emigrazione) e dunque pagare affitti nonché tutti i servizi accessori, e il meccanismo ripartirà dal principio, rinforzandosi secondo un circolo virtuoso. Infine, si arriva anche alla crescita turistica, dato che un’area ben curata e con una base di clientela fissa cresciuta e costante può contare su un maggior apporto di potenziali turisti e quindi rivalutare il proprio patrimonio artistico e storico che il visitatore forestiero può imparare a conoscere ed apprezzare durante i tempi morti del proprio viaggio. Sembra una buona dose di ottimismo infuso ma non si discosta molto dalla possibile realtà di un centro urbano che soffre la mancanza di flussi economici e di una sana crescita commerciale. Va, senza ombra di dubbio, considerato che è compito delle amministrazioni curare aspetti imprescindibili come la manutenzione stradale, gli impianti luminari e i servizi di base come fogne, rete idrica e rete elettrica, e chissà che una piccola rivoluzione urbana avviata dai privati non serva da maggior sprono alle istituzioni a decidersi per impegnarsi in modo attivo nei confronti nel benessere generale urbano, che dà benefici a tutti. Diventa poi molto difficile per le istituzioni stare indietro rispetto alla rivoluzione urbana, e decideranno – di conseguenza – di stare al passo coi tempi e migliorare la propria efficienza. Almeno, questo è quanto accade di norma nei paesi ricchi del globo.

Francesco D’Amico

Annunci
Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento

Le due facce del BVLOS per i sistemi aeromobili a pilotaggio remoto

Nella definizione di BVLOS ricadono tipi diametralmente opposti di operazioni. Perché?

Col progressivo adeguamento del regolamento italiano pubblicato da ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, alle nuove disposizioni del regolamento europeo voluto dalle commissioni EASA, European Aviation Safety Agency, si va sempre più a delineare il quadro normativo che regolerà i sistemi aeromobili a pilotaggio remoto (SAPR) negli anni a venire. Un settore molto promettente che è stato già ampiamente rallentato da normative non al passo con le tecnologie e con le esigenze professionali di privati, enti e importanti aziende. Per chi segue il settore da anni, la progressiva apertura delle istituzioni a nuove concessioni operative risulta essere notevole: basti pensare che ora, con le dovute autorizzazioni e disposizioni tecniche, è possibile operare in ambito urbano anche di notte, un frangente operativo fino a non molto tempo fa ritenuto impossibile se attuato nel pieno rispetto delle regole.

Droni e sviluppo sono ormai un connubio consolidato: ottimizzazione delle risorse, riduzione dei rischi per le persone, apertura a nuovi sbocchi fino a poco tempo fa assimilabili alla fantascienza. Parallelamente a questa diffusione capillare, normative non sempre complete. Fonte: TechnologySalon.org.

Si è assistito anche ad una certa apertura nei confronti del BVLOS, o Beyond Visual Line of Sight, il contesto operativo specifico che non prevede che il pilota di APR abbia il drone entro il suo raggio visivo. E’ il contrario del VLOS o Visual Line Of Sight, il frangente operativo che impone che, sebbene i droni siano dotati per la maggior parte di fotocamere orientabili, debba essere sempre mantenuto il contatto visivo per ovvi motivi di sicurezza. ENAC ha autorizzato alcuni operatori a condurre missioni sperimentali in BVLOS in aree appositamente contingentate, ma in linea di massima rimane un ambito pesantemente soggetto a restrizioni; si attende, infatti, la piena “commercializzazione” dell’ambito, dato che sperimentazioni a parte non rientra nel grosso delle cose “che si possono fare” coi SAPR. D’altronde, se è vero che la tecnologia dronistica ha fatto passi da gigante negli ultimi 5-6 anni, bisogna riconoscere che l’affidabilità tecnica dei droni disponibili sul mercato (anche i droni industriali o “Enterprise”) non è ad oggi comparabile a quella degli aeromobili manned, e anche se lo fosse, non li renderebbe esenti da sporadici inconvenienti tecnici. L’ente regolatore sa che lo streaming visivo di una fotocamera sullo schermo di un controller altro non è che la funzione di una app che può andare in crash in qualsiasi momento, rendendo il pilota “cieco”. A questo si aggiunge anche il fatto che nella massima parte dei casi non è possibile ricevere segnali audio a distanza, ergo il pilota del drone non sente quello che sentirebbe se fosse al posto del drone, lontano da lui, riducendo la possibilità di avere un’idea accurata dello spazio circostante e di chi lo occupa, ergo la celebre situational awareness. Questi sono solo alcuni dei motivi per i quali il BVLOS continua ad essere pesantemente regolamentato, nonostante sul web imperversino i prodotti mediatici di operatori abusivi che vanno palesemente oltre il BVLOS e addirittura si vantano di mandare i propri droni a kilometri e kilometri di distanza, “sicuri” di non essere perseguiti legalmente.

Semplice schema che riassume le differenze tra BVLOS, VLOS ed EVLOS. Anche qui, si pensa al BVLOS come al semplice andare oltre i limiti di distanza orizzontale, quando si possono creare scenari di questa tipologia anche a brevi distanze. Fonte: Tecnologia.ig.com.

Spulciando un po’ la normativa italiana, che non è molto discorde da altre normative nazionali, emerge una cosa molto interessante: quando si parla di BVLOS sembra che si faccia riferimento, sostanzialmente, alle lunghe distanze, ossia a voli lungo una orizzontale superiore ai 500 metri consentiti dalla legge attuale (200 in CTR, 100 in area critica e di notte). Si prende come unico esempio di BVLOS, in buona sostanza, lo scenario in cui il drone si allontana in uno spazio aereo relativamente sgombro e il suo pilota non lo vede più, ma lo controlla in base allo streaming video della fotocamera e ai dati telemetrici dell’applicazione di navigazione. Si tratta, sperando che il lettore accetti la licenza letteraria che l’autore si prende nel dare questa definizione ufficiosa, di BVLOS-R, dove la R sta per “Range”, il raggio d’azione, la distanza da chi lo controlla, con tutte le criticità del caso esplicate in precedenza. La normativa italiana dispone che, in caso di perdita di VLOS e passaggio a BVLOS non autorizzato, si attivi immediatamente il sistema di terminazione del volo, ergo si deve forzare il drone a precipitare per interrompere la missione. Non si prendono affatto in esame situazioni assimilabili a uno scenario, e qui si chiede ulteriormente al lettore di accettare una seconda licenza letteraria, di BVLOS-O, dove la O sta per “Obstacle”, ostacoli che a breve distanza bloccano il campo visivo. Nel complesso, di ambiti operativi in cui si perde il contatto visivo col drone in quanto coperto da un ostacolo di spessore variabile, ma si possono sentire i motori (importante indicatore manutentivo e di navigazione che può preannunciare problemi di natura disparata), si ha una certa situational awareness dell’area circostante per minimizzare i rischi contro terzi, e si dispone di un segnale tale da controllare il mezzo e svolgere azioni in un contesto sicuro e diverso dall’EVLOS, in quanto non ci sono Osservatori SAPR e altri ausili tecnici che mantengono il contatto visivo col drone. Uno scenario, quello del “BVOS-O”, che di fatto è applicato da molti operatori per brevi frangenti (a chi non è mai capitato di perdere il contatto visivo col drone per almeno una frazione di secondo?) ma che al momento non è contemplato dalla normativa, nonostante le sue innumerevoli applicazioni, e di conseguenza genera un vuoto anche nella complessa formazione dei piloti.

Un esempio di BVLOS-O così come inteso dall’autore dell’articolo. Una situazione tipo prevede casi concreti quali le ispezioni all’interno degli edifici disastrati. In questo caso, in base alla normativa vigente sul VLOS, il pilota che inoltra il drone all’interno di questo edificio colpito da un terremoto dovrebbe terminarne immediatamente il volo, nonostante l’importanza strategica dell’ispezione in atto. Fonte: CNN.com.

Normativa a parte, anche l’addestramento e le prescrizioni tecniche risentono di questo “vuoto” nonostante si tratti di uno scenario reale: il segnale del controller deve essere sufficientemente potente da garantire la copertura anche in presenza di ostacoli, il pilota deve essere appositamente istruito a interpretare dati telemetrici potenzialmente falsati nonché a gestire i sistemi anticollisione, ove presenti, in un modo diverso rispetto agli ostacoli in campo aperto e in VLOS, le funzioni di emergenza quali il Return-To-Home o RTH devono essere gestite in modo diverso rispetto al campo aperto (è impensabile prevedere che il drone si porti a decine di metri di quota e torni verso l’Home Point in caso di perdita di segnale, quando si sta operando in uno scenario potenzialmente ricolmo di ostacoli sul piano verticale). Si tratta, nel complesso, di uno scenario de facto applicato dagli operatori ma che presenta una lacuna normativa non indifferente, associata alla mancanza di prescrizioni tecniche aggiuntive volte a gestire questo genere di operazioni. Insomma, anziché applicare questo scenario di continuo e fare finta che non esista per ovviare alle limitazioni normative che derivano dal passaggio dal VLOS al BVLOS quando la distanza tra SAPR e pilota è esigua, perché non iniziare a prendere atto dell’esistenza di simili scenari, a regolarli e a studiarli in maniera dettagliata?

Francesco D’Amico
Operatore SAPR CRO

Pubblicato in Aviazione e Droni, Francesco D'Amico | Contrassegnato , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento

Tutto pronto per un magico Natale

Immagine articolo

CATANZARO – Si è svolta ieri sera, alla presenta di un gremito pubblico, con inizio alle ore 17.30, la presentazione della II edizione di “Sarà Tre Volte Natale”. La manifestazione è organizzata dall’Amministrazione Comunale, di concerto con gli assessorati al Turismo e Spettacolo, Cultura e Attività Economiche e affidata alla direzione artistica di Antonio Pascuzzo. Si tratta di un suggestivo percorso tra suoni e immagini, nonché sapori e odori, presentato in una conferenza stampa, tenutasi nel meraviglioso Cinema Teatro Comunale, alla presenza del sindaco Sergio Abramo, del vice sindaco con delega alla Cultura, Ivan Cardamone; dell’assessore al Turismo e Spettacolo, Alessandra Lobello; dell’assessore alle Attività Economiche, Alessio Sculco; del Presidente della Camera di Commercio, Daniele Rossi; del Comandante dell’Esercito Militare Calabria, Colonello Giampiero Battipaglia.

La manifestazione avrà inizio venerdì 7 dicembre con un racconto speciale, quello di Alessandro Baricco – evento realizzato grazie alla Ubik – che, per la prima volta nella sua carriera di scrittore, racconterà il suo ultimo romanzo “The game” – Einaudi editore – in un luogo intriso di storia e sacralità come la Chiesa del San Giovanni. Per di più, ci sarà un grande spazio dedicato all’animazione con spettacoli per grandi e piccini come “Vita a pedali”, “Il Grande Lebusky Show” e “La danza aerea”.

Non solo eventi e spettacoli, però, ma anche uno spazio doveroso per le iniziative in sinergia con privati e commercianti atte a far pulsare di nuova linfa – almeno in questi giorni di festa – il centro città. Con le luminarie installate su corso Mazzini e nei giardini “Nicholas Green”, una piacevole novità, dopo il “vuoto” dello scorso anno, è segnata dal ritorno dei mercatini che verranno allestiti nei prossimi giorni lungo il Corso tra piazza Grimaldi e piazza Rossi. L’evento, firmato Antonio Pascuzzo, è come sempre molto atteso e arricchirà le feste natalizie del capoluogo.

Mirko Dimartino

Pubblicato in Società | Lascia un commento

Quando la canzone cerca di spiegare l’inspiegabile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

Un prestigioso seminario sul diritto e la giustizia nella canzone d’autore italiana

Si è svolto nei giorni scorsi presso il Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università “Magna Græcia” di Catanzaro, un importante e prestigioso seminario dal titolo “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore italiana”.

Il seminario – inserito nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo – è stato presieduto dal chiarissimo professor Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto, Sociologia della Devianza e Sociologia del Mutamento Sociale nel medesimo Ateneo. L’illustre professore – dopo i doverosi saluti iniziali ai numerosi intervenuti – ha sin da subito aperto una discussione su cosa sia la canzone e su cosa rappresenti per l’autore e per l’ascoltatore. Così, nel richiamare un volume di Luigi Manconi intitolato “La musica è leggera”, il prof. Bruno Maria Bilotta ha introdotto quel concetto semplice ma essenziale di una canzone che cerca di spiegare l’inspiegabile. La canzone è canzone, un piccolo e grande mistero: ecco perché ci piace la canzonetta. La canzone è magia – ha poi aggiunto l’esimio professore – una magia tutta particolare, assolutamente singolare nel mondo della magia, che la rende unica nel panorama dell’arte in generale, di tutte le arti, ed ha una caratteristica tutta peculiare e sua propria ed è quella per cui l’ascoltatore si appropria totalmente della canzone fino a farla propria. In questo senso la canzone finisce per dismettere il suo autore vero per innestarsi in un altro autore, precisamente l’ascoltatore coinvolto. Un furto? Sì, certamente, il più nobile e il più innocuo dei furti – ha confermato il relatore – il furto più gradito al vero autore della canzone che sa di aver trasmesso ad un altro un’emozione che non è solamente la sua ma diventa interamente di un altro, di altri, diffusamente di altri, tanto più diffusamente e senza confini quanto più bella è la canzone: un rapporto triadico “autore-canzone-ascoltatore”, che diventa inevitabilmente duale, autore-ascoltatore: quando questo avviene si realizza la vera magia dell’arte della canzone.

Nella seconda parte del seminario, poi, il prof. Bruno Maria Bilotta ha coinvolto i diversi giovani presenti in un percorso innovativo atto a far comprendere come il “diritto”, ma soprattutto la “giustizia”, siano presenti nei testi di grandi autori. Fabrizio De Andrè, Francesco De Gregori, Lucio Dalla, Enzo Iannacci, Roberto Vecchioni, Rino Gaetano o Paolo Conte, sono solo alcuni esempi di come la canzone registra, in maniera più efficace ed evidente di altri indicatori sociali, il mutamento sociale. Non è certo un caso – ha infine spiegato il professore riprendendo il suo importante saggio – che l’enorme fiorire, specialmente nell’ultimo ventennio, di libri sulla musica cosiddetta leggera tiene conto in primo luogo della storia della musica stessa, e che per ciascun singolo autore la sua storia musicale viene descritta per epoche, com’è giusto che sia;  ogni canzone è debitrice a quella successiva di un ulteriore processo di evoluzione, talora anche di involuzione, ma comunque di un processo di mutamento che deve tener conto tanto del mutamento dell’autore quanto del mutamento sociale. Quindi la canzone, in questi termini, diventa una piccola storia breve e concentrata nel tempo, ma dilatata nell’emozione in cui l’elemento evolutivo è fondamentale tanto in chi la canzone scrive tanto per chi la canzone recepisce.

L’illustre professore ha condotto numerosi studi e doviziose ricerche sul tema della giustizia e del conflitto sociale che, negli anni, hanno prodotto la pubblicazione di importanti volumi. Membro aderente all’International Institute for Sociology of Law di Oñati, nonché membro dell’Associazione italiana di Sociologia e componente della Direzione Scientifica della Rivista “Sociologia del Diritto”, il prof. Bruno Maria Bilotta è da sempre un sapiente studioso e profondo conoscitore delle dinamiche sociali. Fondatore e direttore della collana “Conflitti, Criticità e Mutamenti Sociali” per la casa editrice Aracne, come altresì della collana internazionale “Logiques culturelles et Droits” per l’Harmattan-Parigi, il noto professore ha presentato un seminario decisamente innovativo indirizzato alla riscoperta della canzone d’autore. La musica, forse più di ogni altra cosa, è in relazione diretta con la società e questo ha risvegliato le diverse emozioni dei presenti, sottolineate dalle numerose domande poste – con grande entusiasmo – al relatore. Puntuali come le rondini, le risposte del prof. Bilotta, hanno poi disegnato quegli orizzonti perduti che nutrono l’anima di chi ama la vera canzone d’autore italiana. Il tutto raccontando una Calabria diversa, finalmente.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Arte e Cultura, Il Lametino | Lascia un commento

I fenomeno dei “Ghost Writer”, un danno culturale. Parte I.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018. Leggi anche la seconda parte.

Un fenomeno nascosto che influenza la concezione artistica delle masse

Il fenomeno dei Ghost Writer (“scrittori fantasma”), come del resto esplica il nome stesso, si muove nell’ombra ed è relativamente poco conosciuto o affrontato nella cultura di massa. Questo perché la sua natura nascosta è direttamente funzionale ai suoi scopi e quindi l’insieme di persone che lo rendono possibile sono plausibilmente attivi nel renderlo celato. Persino l’ambito professionale in cui si muovono i Ghost Writer sembra essere ancora da esplorare totalmente:  è particolarmente noto ad esempio che essi sono funzionali alla stesura di “autobiografie” di personaggi politici o comunque famosi, che scrivono bozze o addirittura romanzi completi di cui in seguito si prenderanno il merito nomi noti, mentre meno conosciuto ma altrettanto presente è il loro operato nel campo della composizione musicale o della sceneggiatura di film o spettacoli teatrali dove operano praticamente con le stesse modalità.

Si può definire l’intero fenomeno in una sola definizione che sia valida per tutti questi insiemi professionali proprio in virtù del fatto che il meccanismo costitutivo è sempre lo stesso: si tratta, in sostanza, di persone che scrivono un libro, una biografia, un brano musicale o una sceneggiatura cedendo i meriti pubblici ad un’altra persona e per questo servizio vengono pagati dallo stesso o dall’organizzazione che si occupa di lui. In ogni caso ciò che sembra evidente è che ancora non ci si renda conto dell’estrema pericolosità che i Ghost Writer presentano a livello culturale e pertanto esplicarla è doveroso quanto meno per favorire movimenti  in direzione dell’eliminazione di questa pratica. E’ evidente che il risultato ottenuto da tale pratica diventa quello di attribuire il merito di un opera d’arte ad una persona che effettivamente non ha nulla a che vedere con essa.

L’obiezione frequente ma piuttosto debole del Ghost Writer che conosce approfonditamente lo stile del suo cliente, e dunque lo riproduce abbastanza fedelmente da rendere valida l’associazione, è in realtà molto semplice da attaccare. L’opera artistica non può essere considerata solo come dei parametri tecnici che si ripetono nel perpetuarsi dei lavori del proprio creatore: la tecnica che sta dietro ad ogni musica o film è chiaramente una condizione imprescindibile per la realizzazione dell’oggetto artistico ma risente inevitabilmente della prospettiva interiore umana dell’artista stesso e la sua essenza ne rimane inevitabilmente condizionata. Affidando la realizzazione ad un Ghost Writer si stia compiendo, oltre che un atto di disonestà intellettuale, un gesto di svalutazione della propria personalità artistica e questo potrebbe ironicamente dire molto su quanto si ritengano “artisti” i personaggi che ricorrono ad un servizio di questo tipo. D’altronde, ascoltare una musica che sia solo un esercizio di imitazione tecnica non possa suscitare nel pubblico gli stessi sconvolgimenti che suscita un brano effettivamente composto in ogni suo particolare dalla persona che si fa immagine del suo messaggio.

Questo fenomeno è una realtà consolidata, grazie alla quale si compra il merito e il conseguente plauso della folla. Su larga scala, questo provoca una trasformazione dell’identità dell’artista che non è più un pensatore libero che migliora il mondo attraverso le sue intuizioni, piuttosto ci troviamo di fronte ad un imprenditore che tanto più denaro possiederà tanto più potrà far credere al mondo che la sua persona può produrre un numero enorme di lavori, il che favorisce molto il “culto della personalità” e fenomeni affini. Da tutto questo si evince inoltre che la società viene in questo modo truffata e si trova ad adorare falsi dei non molto dissimili dai re dei tempi antichi che persuadevano l’umanità di avere il diritto divino a governare. [continua…]

Alessandro Severa

Pubblicato in Alessandro Severa, Arte e Cultura, Il Lametino | Contrassegnato , | 1 commento

Un retaggio culturale e artistico che non meritiamo

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 245) l’1 dicembre 2018.

I tre passaggi della mente nel comprendere le potenzialità e gli errori sul nostro patrimonio

“Potremmo campare col solo turismo artistico”: quante volte abbiamo sentito, letto, scritto o detto questa frase? Che l’Italia abbia un patrimonio incommensurabile sfruttato solo parzialmente in termini di indotto turistico ed economico, è talmente arcinoto da essere forse una delle poche verità italiane conosciute da tutti, a prescindere dalla provenienza geografica e dal titolo di studio. Una condizione di sfruttamento parziale delle nostre peculiarità artistiche e architettoniche che risulta di fatto immutata nel tempo, se non con deboli oscillazioni positive o negative a cadenza annuale.

Nel percorso formativo, lavorativo e sociale del cittadino italiano, si vivono alcune fasi di approccio a questa “verità assoluta”. Nella prima fase, quella prettamente formativa e di studio, associata alla scuola dell’obbligo e al percorso di formazione universitaria, si imparano a conoscere queste ricchezze, ci si forma nell’essere italiani come eredi di un retaggio unico al mondo, si impara a fondere la propria identità personale con la storia dell’arte dello stivale. Nella seconda fase, potremmo dire di “sveglia” oppure di “osservazione”, l’italiano che inizia pian piano ad affacciarsi al mondo del lavoro e ne carpisce le enormi complessità, si chiede il perché di quel potenziale non sfruttato tra tante opere e ricchezze sparse praticamente ovunque nel territorio, mentre solo le grandi eccellenze artistiche diventano delle vere e proprie icone del turismo d’arte in Italia. E’ vero che gli Uffizi non sono come un qualsiasi castello normanno-svevo dei comuni meridionali che possono vantare di averne uno, ma è anche vero che gli Uffizi riescono a capitalizzare la loro eccellenza artistica in ambito economico, mentre di castelli lasciati praticamente in rovina ce ne sono veramente tanti. La domanda che nasce spontanea è sempre la stessa: “perché? Perché ci facciamo battere gli americani che trasformano una qualsiasi traccia della storia recente degli ultimi due secoli in grandi musei, mentre noi non riusciamo a valorizzare patrimoni millenari?”.

Il cittadino italiano arriva così alla terza e ultima fase, quella della “rassegnazione” che lo accompagnerà per il resto della sua vita, la quale si articola secondo due distinte vie. La prima via della terza fase vede un completo abbandono, da parte del cittadino, delle ideologie precedentemente acquisite: curare il patrimonio artistico per renderlo economicamente fruttuoso “non conviene”, perché “non si campa di solo turismo” e “ci sono cose più importanti nella vita da fare prima”. Insomma, diventa non propriamente inutile ma “diversamente utile”, ossia tende ad occupare un posto basso nella lista delle priorità collettive assolute. La seconda via della terza fase, in altre menti, porta invece alla rassegnazione del pensare che l’Italia non sia meritevole del patrimonio lasciato dai predecessori di chi la abita: si può continuare a parlare ad nauseam di nuovi progetti di recupero e valorizzazione, ma la cosa si chiude lì, si limita al solito siparietto della politica e non scaturisce in azioni concrete. La voglia di dare un vero valore a cose che altrove nel mondo ci invidiano c’è, ma non è portata avanti da una massa critica della popolazione tale da forzare un cambiamento virtuoso nei processi in atto. Il tutto, quindi, diventa un ciclo di pensieri e opinioni che cambiano nel corso della vita e a seconda delle persone coinvolte, un turbinio di frasi fatte e scene trite e ritrite che probabilmente accompagneranno la nostra società per qualche altro decennio.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Francesco D'Amico, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

UMG: grande attesa per il seminario su “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore

Prof. Bruno Bilotta - UMG

CATANZARO – Si svolgerà il prossimo mercoledi 21 novembre, con inizio alle ore 15:30, presso l’aula “D” del Dipartimento di Giurisprudenza, Economia e Sociologia dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, un importante e prestigioso seminario dal titolo “Diritto, giustizia, conflitto nella canzone d’autore italiana”.

Il seminario – inserito nell’ambito del Dottorato di Ricerca in Teoria del Diritto e Ordine Giuridico ed Economico Europeo – sarà presieduto dal Chiarissimo Professor Bruno Maria Bilotta, Ordinario di Sociologia del Diritto, Sociologia della Devianza e Sociologia del Mutamento Sociale presso il medesimo Ateneo. L’illustre professore ha condotto numerosi studi e doviziose ricerche sul tema della giustizia e del conflitto sociale che, negli anni, hanno prodotto la pubblicazione di importanti volumi tra i quali ricordiamo “La Giustizia e Le Giustizie” e “La Giustizia Alternativa”. Membro aderente all’International Institute for Sociology of Law di Oñati, nonché membro dell’Associazione italiana di Sociologia e componente della Direzione Scientifica della Rivista “Sociologia del Diritto”, il Prof. Bruno Maria Bilotta è da sempre un sapiente studioso e profondo conoscitore delle dinamiche sociali.

Fondatore e direttore della collana “Conflitti, Criticità e Mutamenti Sociali” per la casa editrice Aracne, come altresì della collana internazionale “Logiques culturelles et Droits” per l’Harmattan-Parigi, il noto professore presenta un seminario decisamente innovativo indirizzato alla riscoperta della canzone d’autore. La musica, forse più di ogni altra cosa, è in relazione diretta con la società.

Antonio Mirko Dimartino
 
 
 

 

 

 

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Società | Lascia un commento

Abbiamo gli strumenti per affrontare l’aggressività e la violenza?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Quando l’aggressività umana e la violenza richiamano disagi e stereotipi

La condotta aggressiva umana è stata da sempre oggetto di grande interesse, sia per la cosiddetta comunità degli studiosi di psicologia sociale e sia per la semplice società largamente intesa. Il mondo della ricerca scientifica, in riguardo al comportamento aggressivo, fa riferimento al fatto che il termine “aggressività” deriva dal latino “adgredior” e significa tanto letteralmente “avvicinarsi” quanto ulteriormente inteso come “assalire” o “accusare”. Tutto questo perché in una connotazione negativa l’aggressività è vista come ostile, quindi un atto di aggressione che nasce dall’individuo per sentimenti di rabbia, ma in una connotazione positiva può anche essere vista come un’aggressività strumentale. Questo ultimo aspetto è, infatti, molto vicino ai giorni nostri, visto che si tramuta in una aggressività strumentale quale strumento, appunto, per raggiungere degli obiettivi o addirittura superare delle difficoltà. Capita, non di rado, di sentir dire che quell’uomo è un uomo che “aggredisce la vita”, sviluppando una positività al riguardo, tipica dei nostri tempi.

Da tutto questo possiamo capire come l’aggressività sia comunque un elemento connaturato all’essere umano, qualcosa da non sottovalutare oltre che da studiare nelle singole diversità. Gli studi eccellenti, ci hanno dimostrato come essenzialmente ci siano due tipi di approcci in riguardo al comportamento aggressivo sviluppato da un individuo. Il primo è l’approccio disposizionale, secondo il quale l’uomo sarebbe per sua natura portato a comportarsi in maniera aggressiva per fattori biologici e genetici, come dire che avrebbe queste pulsioni e questi istinti innati. In un’altra prospettiva, invece, che viene definita approccio situazionale, si ritiene che il comportamento aggressivo umano derivi da fattori ambientali, quindi da situazioni esterne all’individuo e non interne, che in pratica farebbero attivare un comportamento aggressivo in base alle diverse situazioni che si possono vivere nella vita.

Alla luce di tutto questo è facile comprendere come l’aggressività umana possa avere un destino duplice, nel senso che può tramutarsi in dei comportamenti accettabili dal punto di vista sociale oppure scatenarsi in comportamenti violenti. Tali comportamenti sono sicuramente destinati a produrre dolore negli altri e sono altresì l’interesse principale dei diversi media, tanto da non risultare semplice comprenderne la differenza. Ci chiediamo, dunque, cosa sia realmente la violenza. La violenza è un passo successivo all’aggressività umana, un vero e proprio comportamento aggressivo rivolto contro persone o contro cose, che ha lo scopo rispettivamente di ferire o uccidere, danneggiare o distruggere, con l’obiettivo di imporre un dominio. Ecco, la differenza è tutta qui: nella violenza ci si pone lo scopo di imporre un dominio, cosa che fa chi stupra o chi ammazza.

Prima di invitare al dialogo istituzioni, società civile e comunità scientifiche, allora, sarebbe opportuno aver ben chiare queste differenze. Produrre una conoscenza che nasca da fondate basi teoriche, ci aiuta a comprendere, infatti, come l’aggressività umana può avere diversi livelli di intensità che vanno dalla semplice condotta aggressiva fino alla violenza, ma che possono diventare anche crudeltà o in determinate situazioni una volontà estrema di distruzione. Riportiamo allora i nostri ragionamenti, quando leggiamo articoli di giornale o seguiamo i diversi media, a riflessioni tanto più preziose quanto più scarse. Ricordiamoci fedelmente, infatti, che la violenza ha sempre in sé l’aggressività, ma molte forme di aggressività non sono violente.

Antonio Mirko Dimartino

Pubblicato in Antonio M. Dimartino, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , , , | Lascia un commento

“Sono andato a sbattere”, il racconto di un gioco del destino

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Un incidente in bici, il travaglio del ricovero, la resilienza e la voglia di rinascere

Ci sono attimi che cambiano la vita, e si può affermare che la vita è cambiata dal susseguirsi di tanti piccoli attimi, e alcuni di essi influenzano l’insieme in modi molto più netti rispetto agli altri. E’ la conclusione alla quale arriva Michele Molinari, artista, fotografo, giornalista e scrittore nella sua ultima opera, “Sono andato a sbattere – resilienza: come trasformare i traumi in occasioni” edito da Il Rio Letture. Un libro dalla forte connotazione autobiografica in cui si descrive una giornata come tante altre, un normale giro in bici che culmina con un incidente e col trasferimento d’urgenza presso un ospedale. L’inizio di un’esperienza inaspettata e destinata  a lasciare il proprio segno.

Il ricovero d’emergenza per un incidente è un’esperienza che, purtroppo, tutti sperimentano in modo diretto o indiretto. Se non la si vive in prima persona, la si vive in terza quando apprendiamo di tragici incidenti che colpiscono amici o parenti, e ci ritroviamo anche noi per i corridoi degli ospedali in attesa di risposte, di certezze, di belle notizie. Se capita a un artista come Molinari, da quell’esperienza – che per fortuna in questo caso ha un lieto fine – si estrapolano memorie e ricordi da rendere in formato artistico agli altri. Nel caso di “Sono andato a sbattere”, passano diversi anni tra il momento dell’incidente e del successivo ricovero, e il momento in cui l’autore decide di trasmettere la propria impronta in memoria ai lettori. L’esperienza del ricovero d’emergenza dalla durata complessiva di una settimana diventa così un tributo artistico, una necessità di plasmare ciò che è principalmente astratto, permutandolo in una descrizione fisica che tutti possono leggere e dalla quale chiunque può trarne consigli specifici.

L’esperienza del ricovero viene trasmessa al lettore in tutta la sua naturalezza e franchezza. Non è un racconto romanzato, non c’è un mix anomalo e poco credibile di fatti reali e inventati, non esistono strane coincidenze e il tutto viene reso come se fosse un diario scritto subito dopo i fatti accaduti. Si parte dall’abitudine spezzata nel momento in cui avviene, in modo improvviso e inaspettato, l’incidente; si continua col ricovero d’urgenza, dove l’autore e protagonista scopre in modo progressivo, spesso anche origliando i medici, i danni alle vertebre subiti; il tutto procede con i ricordi che si accumulano a fiotti, con la descrizione delle sensazioni e della costrizione fisica che si sperimentano in un letto d’ospedale, e culmina col lato più umano dell’interazione con altri ricoverati, alcuni dei quali con prospettive di vita e capacità di recupero ben lontane da quelle del Molinari.

Il risultato è un racconto umano e diretto, una lettura immediata che coinvolge il lettore proprio per il suo stile discorsivo e naturale in cui la descrizione dei fatti in stile “diario personale” si mescola, senza stonare, al ricordo, tanto per fare un esempio, dell’indovina che quattro decenni prima lesse la sua mano, indicando la cosiddetta “linea della vita” e affermando che avrebbe, un giorno, rischiato di spezzarsi, ma poi avrebbe continuato inesorabile. Un’avventura di una settimana in cui l’autore scopre il mondo che si nasconde dietro alle mura di un ospedale, e si ritrova a interagire – oltre che coi medici che lo seguono – anche con un particolare paziente e compagno di stanza, chiamato Marco, che di punto in bianco dice cose senza senso e più volte tenta la fuga dall’ospedale, bloccata – almeno in un’occasione – dallo stesso protagonista. Un’avventura nell’avventura, un modo per dire a tutti che essere pazienti ricoverati non significa necessariamente essere inattivi e diventare persone di serie B, e che anche in una fase della vita particolare come un ricovero d’emergenza di una settimana, si possono compiere numerose buone azioni a favore di chi ci sta intorno.

Francesco D’Amico

Pubblicato in Arte e Cultura, Francesco D'Amico, Il Lametino | Contrassegnato , , , , , , , | Lascia un commento

Il maturo dell’odio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 244) il 20 ottobre 2018.

Riflessioni in itinere sull’abitante del social

La Repubblica dell’odio si estende indefinitamente. E si estende al di là del confine territoriale fisico. È più un modo d’essere che un luogo con dei confini. È il modo d’essere sdoganato dai social network e dal loro uso. Eppure, non si tratta di un modo d’essere appartenente a quella specie che, così come l’opinione diffusa vorrebbe, abita il mondo social, i giovani cioè. Ora, non stiamo lì ad analizzare i flussi che dimostrano chi abita quale social – lasciamo da parte questo tipo di discorso – ma cerchiamo di discutere attorno a quella specie che abita il social e che lo vive in maniera molto più intensiva di quanto ci si aspetterebbe: l’uomo anagraficamente maturo. L’odio sdoganato da questa specie in questa Repubblica è così denso da toccarsi, e da fare in modo che tu possa riderci su, per poi piangerci sotto. L’abitante di questa Repubblica, libera e aperta, liquida e movimentata, è un membro di una specie che come definizione odia. E, oltre a odiare, non discute se non in termini infantili. Il suo stile di prosa è avvezzo a licenze poetiche, a un uso della punteggiatura libero e inusuale. Il messaggio che intende mandare al mondo, ai posteri tutti, e a tutti i suoi sterminati e sfiniti seguaci è uno solo, è l’universalizzazione dell’io. È, in altri termini, l’idiozia pura.

Questa possibilità resa un fatto, il farsi conoscere da tutti per quell’estremo che si è, dà all’anagraficamente maturo una potenza mai avuta prima: ora lui, dall’alto della sua esperienza e solo di quella (ché guai a provare a parlare di qualcosa come “alterità” e di qualcos’altro come “teoria” comprovata) può finalmente dimostrare a tutti la sua sapienza, la sua utilità nei confronti del mondo intero! E quanto di guadagnato… per il mondo, ovvio! Ed eccolo lì a commentare, sulla base del suo mondo, in ogni dove: ovunque si trova l’anagraficamente maturo. E quali sono i suoi concetti? Qual è il suo concetto? Qual è il suo “cosa”?… Il discorso va via via sfumando: non pervenuto. Il nulla.

Ci si confonde: i giovani non hanno interessi, non sono in grado di discutere e quant’altro: eppure, chi ha sdoganato questo modo d’essere non è stato il giovane, ma l’anagraficamente maturo: guardate qualsiasi commento in qualsiasi social e vi renderete conto che la Repubblica dell’odio è abitata e portata avanti da questa specie qui. Una specie tutta da ridere, tutta da vivere. Una specie che si sente in grado di guidare il mondo intero e che se ne prenderebbe pure la responsabilità: il problema è che non sa neppure cosa questo significhi. E la critica per questa specie è solo sfida, solo un tentativo dell’altro di andare contro quello che la specie in questione crede d’essere il bene. Sempre: guai a essere poco poco razionali! Non fosse mai che si iniziasse una discussione: l’anagraficamente maturo non crea ponti, ma alza muri. E ride di gusto delle metafore, e s’industria nel cercare di screditare chiunque sia calmo e pacato: il suo mezzo di discussione è inesistente, le sue parole non servono a capire, ma a ferire. E crede di ferire, ma genera solo riso, anche se l’anagraficamente maturo dovrebbe fare piangere, ma non un pianto come suo obiettivo, ma per la sua causa.

Antonio Verri

Pubblicato in Antonio Verri, Il Lametino, Società | Contrassegnato , , , , , | Lascia un commento