Le tante emozioni di un percorso di cambiamento

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 241) il 5 maggio 2018.

Riflessioni sulle mutazioni della vita moderna

In un cammino non sai mai cosa ti attende ed è proprio quello a renderlo seducente e coinvolgente per la nostra anima: avanzare verso l’ignoto, affrontare e superare situazioni diversamente sconosciute, il cammino ti fa sperimentare quella vita che la grigia monotonia della quotidianità ti aveva costretto a seppellire. Ogni individuo ha il proprio cammino, una strada specifica che nessun altro può percorrere. Riconoscerlo a volte è difficile ma quando lo si intraprende porta ad un grande senso di pace e di completezza. La vita, la società, i sogni e la propria cultura, spesso, sono dei limiti che ci allontanano da ciò che è giusto per noi. Ci ritroviamo a prendere decisioni in base a ciò che gli altri si aspettano senza ascoltare quello che realmente ci dice la nostra testa e soprattutto il nostro cuore. Seguire il proprio cammino implica andare controcorrente, assumersi la responsabilità delle proprie scelte e vivere seguendo la propria natura. Se tutti iniziassimo a farlo si ridurrebbe lo stress, la tensione e ci sarebbe un miglioramento generale della qualità di vita. Ognuno deve sentirsi libero di fare ciò che desidera senza forzature e nei limiti delle proprie capacità. Per percorrere la propria strada ci vuole una grande quantità di coraggio e di consapevolezza; bisogna conoscersi a fondo e sapersi ascoltare intimamente. Spesso siamo così poco consapevoli di noi stessi da non renderci neanche conto di cosa può farci bene e di cosa, invece, ci ferisce. Siamo troppo assorbiti, coinvolti e quasi violentati dal mondo esterno e dalla routine quotidiana fatta di social, freneticità e coinvolgimenti di massa. La cosa importante è avere il coraggio di credere nella bellezza delle cose che ci possono accadere. Per far questo, però, dobbiamo vivere ed assaporare il nostro cammino. Accettare e apprezzare i momenti brutti e tristi per permetterci di godere ancora di più, dopo, di quelli belli.

Alle volte potrebbe sembrare di non averla, una strada. E’ importante, invece, ricordare che ognuno di noi sta, in qualche modo, seguendo il proprio percorso e che amarlo è una questione di atteggiamento. Se si ama la strada che si sta percorrendo, si ameranno anche i cambi di direzione, le svolte e le decisioni che si è chiamati a prendere. Amare il proprio percorso non significa continuare nella stessa direzione ma accettare le curve, le salite e le discese che ogni vita porta con sé.

E, poi, c’è sempre chi si affida alle piccole cose, quelle cose che vanno oltre la ragione e gli schemi, quelle cose dove si trova sempre la forza, quella forza dettata dal cuore. A tal proposito, ed infine, concludo con una frase che mi accompagna da tempo di Papa Giovanni XIII: “Quando le vostre le gambe saranno stanche iniziate a camminare col cuore e non sarete mai soli!”

Claudia Siniscalchi

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Stephen Hawking: uno per “tutto”, “tutto” per uno

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018. Per motivi di spazio, la versione cartacea non è integrale.

Una vita al servizio della mente

Fisico dalla mente visionaria, divulgatore scientifico, guru della cosmologia moderna: Stephen Hawking, morto a 76 anni il 14 marzo scorso, non è stato solo un brillante scienziato, ma un’icona pop dei nostri tempi, familiare tanto ai fan della serie tv I Simpson quanto a quelli di Star Trek, e ultimamente anche alle giovani seguaci della boy band One Direction o ai patiti di The Big Bang Theory.

La storia della sua stessa vita è stata omaggiata nella pellicola del 2014 di James Marsh “La teoria del tutto” (The theory of everything). L’attore Eddie Redmayne vestendo i panni del giovane Hawking, si è aggiudicato il Premio Oscar come miglior attore. La pellicola è l’adattamento cinematografico della biografia “Verso l’infinito” (Travelling to Infinity: My Life With Stephen), scritta da Jane Wilde Hawking, ex-moglie del fisico, pubblicata in Italia da Edizioni Piemme.

Provando a ripercorre la sua esistenza, la prima cosa da dire è probabilmente che tra Hawking e i libri non vi fu amore a prima vista. A nove anni i suoi voti erano tra i peggiori della classe; tuttavia si narra che il piccolo “Stevie” coltivasse un particolare interesse per radio, orologi e tutto ciò che potesse essere smontato per studiarne il funzionamento. Ecco perché, nonostante pagelle non eccelse, insegnanti e compagni gli avevano affibbiato con fiuto profetico il nomignolo di “Einstein”.

In gioventù, Hawking aveva sviluppato una genuina passione per la matematica, ma il padre Frank sperava che il figlio diventasse un dottore. Eppure, all’Università di Oxford non esisteva la facoltà di matematica, quindi egli si vide “costretto” a ripiegare sulla fisica, laureandosi con lode con una tesi in Scienze Naturali dopo tre anni. Subito dopo la laurea si trasferì a Cambridge dove approfondì i suoi studi in cosmologia, preferendo le grandi leggi dell’universo (che erano «ferme agli anni 30», dirà) al comportamento delle particelle subatomiche (un’area di ricerca molto dinamica, ma da lui definita «simile alla botanica»).

Ha solo 21 anni, Hawking, quando dopo alcune difficoltà motorie gli viene diagnosticata la Sla, o sclerosi laterale amiotrofica, una malattia neurodegenerativa che gli avrebbe lasciato, stando ai medici, solamente due anni di vita. Una diagnosi fortunatamente sbagliata, o incompleta, sostituita più tardi dall’ipotesi di un’atrofia muscolare progressiva: una patologia che lo ha costretto a vivere quasi tutta la vita sulla sedia a rotelle, costringendolo via via a una paralisi quasi integrale del corpo ma che, per fortuna, ha un decorso più lento, offre un’aspettativa di vita decisamente più lunga della Sla e gli ha consentito di vivere fino a 76 anni. L’astrofisico, nonostante lo shock, proseguì gli studi di cosmologia e, successivamente sposò Jane Wilde (da cui avrà tre figli).Nel corso della sua straordinaria carriera, lo scienziato britannico ha collezionato un numero sterminato di premi e onorificenze. Oltre a essere membro della Royal Society (da cui ha ricevuto le prestigiose medaglie Hughes e Cople) e della Royal Society of Arts, nel 1986 è stato ammesso alla ristrettissima cerchia della Pontificia Accademia delle Scienze. Nel 2009, invece, Barack Obama gli ha consegnato la Medaglia presidenziale della libertà, la più alta onorificenza degli Stati Uniti d’America. Un po’ a sorpresa, nella sua bacheca manca il riconoscimento forse più ambito, il premio Nobel.

I buchi neri erano di certo la sua più grande passione ed è questo il settore dove ha realizzato i suoi lavori maggiori. Innanzitutto, elaborando per primo le leggi termodinamiche che li descrivono, rendendoli reali e non più solamente un’ipotesi fantascientifica. Poi, dimostrando che questi oggetti (per le loro caratteristiche di temperatura ed entropia) non erano completamente bui, bensì irradiavano particelle subatomiche: da qui la definizione della cosiddetta radiazione di Hawking, una nuova entità cosmica capace di rimpicciolire progressivamente la massa di un buco nero, fino alla sua completa evaporazione. Ciò è stato dimostrato sperimentalmente nel 2014.

Astrofisica e cosmologia sono le dimensioni scientifiche dove, da sempre, si muovevano le sue intuizioni, regalandoci i suoi contributi più grandi. La sua unica missione è stata comprendere le leggi che descrivono l’Universo, quasi a volerlo abbracciare tutto quanto, nel tentativo di scrivere nero su bianco l’intera storia del tempo.Nel 1988 Hawking pubblica il suo lavoro più famoso: non un paper scientifico, bensì un saggio divulgativo, dal titolo “A Brief History of Time” (in italiano: Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo): un testo creato ad hoc per rendere accessibile al grande pubblico i concetti della cosmologia moderna. E che diventa subito un bestseller, trasformando il suo autore in una celebrità.Si dice che Hawking avesse un quoziente intellettivo compreso tra 160 e 165 punti, pari a quello di Einstein o Newton, e che da giovane sfiorasse addirittura la soglia dei 200. Lo scienziato non lo ha mai confermato e anzi, ritiene che vantarsi del proprio Qi sia un atteggiamento da perdenti. Secondo il fisico, l’intelligenza non è ciò che si misura attraverso i test, ma è piuttosto “la capacità di adattarsi al cambiamento”. E anche in questo, di fatto, con la sua vita tortuosa ma piena di successi, rimane un esempio di eccellenza. Nel 1985, Hawking viene sottoposto a una tracheotomia per colpa di una grave polmonite, perdendo la capacità vocale, comunicando solo grazie al supporto della tecnologia. Dapprima, grazie a un sintetizzatore vocale che trasforma in suono quel che lo scienziato digita su un apposito computer producendo una voce artificiale, dall’accento curiosamente americano, che ormai lo scienziato considerava la sua.Nel 1994, il leggendario gruppo prog-rock Pink Floyd pubblica l’album The Division Bell. Nella nona traccia, Keep Talking, compare la voce metallica di Hawking che parla per mezzo del suo sintetizzatore: «Per milioni di anni gli uomini vissero come animali. Poi qualcosa accadde che scatenò il potere della nostra immaginazione. Imparammo a parlare». La “collaborazione” ha avuto un seguito nel più recente The Endless River (2014), dove l’astrofisico fa capolino nel brano Talkin’ Hawkin’. Nel 2007, all’età di 65 anni, Stephen Hawking ha sperimentato per alcuni secondi l’assenza di peso in volo parabolico (tradotto:la microgravità viene simulata attraverso la caduta libera dell’aereo) grazie alla compagnia Zero Gravity Corporation. Eclettico, forte come la roccia, tenace, mente aulica e geniale, Hawking ha vissuto pienamente tutti i suoi giorni, nonostante la sua grave malattia. Lo ha fatto abbracciando quel “tutto” che forse comprendeva, non solo il grande mistero delle leggi dell’universo, ma quello della vita stessa, trasformando ogni difficoltà in successo attraverso la sua grande mente. Un Io, una mente a servizio del “tutto” che a sua volta si ridimensionava in lui, trovando coerenza e concretezza. “Noi vediamo l’universo come lo vediamo perché esistiamo.” (Stephen Hawking)

                                                                                                               Matilde Marcuzzo

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Karl Popper: idee essenziali per la sopravvivenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018.

L’impossibilità di creare una società perfetta secondo il grande filosofo politico

Karl Raimund Popper, grande maestro del secolo scorso, viene solitamente ricordato come filosofo politico ma, in realtà, fu molto di più di un filosofo. Egli riuscì ad andare oltre la filosofia, e lo fece con il suo ormai noto “razionalismo critico”, espressione da egli stesso inventata per descrivere il proprio approccio filosofico alla scienza. Popper si allinea nella difesa della democrazia, scagliandosi contro il totalitarismo e prediligendo il liberalismo.

Nato a Vienna nel 1902 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, dopo l’occupazione nazista dell’Austria, fu costretto ad emigrare in Nuova Zelanda proprio per la sue origini. Fece in tempo, però, a respirare l’aria feconda di Vienna, città fantastica in termini culturali, nella quale si laureò in filosofia, convolò a nozze e pubblicò il suo primo libro. Popper lascia la sua Vienna nel 1937 per le suddette motivazioni storiche ed è costretto ad abbandonare anche un dottorato in filosofia, ottenuto con immenso impegno. Approda in Nuova Zelanda e continua ad insegnare la sua amata filosofia, ma è solo un periodo di transito, visto che successivamente si trasferisce in Inghilterra per insegnare alla London School of Economics. Probabilmente la sua forza e la sua determinatezza derivano anche dall’aver vissuto in prima persona il senso del socialismo, visto che nei primi anni trascorsi a Vienna entra in contatto –  e non di striscio – con il marxismo, un’esperienza che lo deluse totalmente. In poco tempo divenne allora un pensatore curioso, non convenzionale, autoritario, insoddisfatto e quindi capace di sviluppare un pensiero libero da condizionamenti.

Nominato Sir nel 1965 e insignito con diverse lauree ad honorem in diversi paesi, Popper determina, illustra e difende quello che possiamo definire un “approccio razionale”, che vale tanto per la scienza quanto per la filosofia. Nel suo capolavoro, La società aperta e i suoi nemici, si avvia nell’articolato percorso dello spiegare le “basi razionali”, idee essenziali per la sopravvivenza, della società aperta. Popper ci invita a prendere coscienza della fallibilità della conoscenza umana – fondamenta della libertà di pensiero – che lo porta a mettere in discussione le fonti delle nostre conoscenze come lo studio della natura, la ragione umana, oppure Dio, perché vuol dire riconoscere un’autorità in quelle fonti, tanto da considerarle certe. Nessuna fonte è certa, secondo Popper, così tanto dallo svilupparsi di una necessità di riconoscere un “politeismo dei valori”, in quanto i valori di ognuno di noi non sono razionalmente fondabili.

Queste basi razionali hanno quindi il dovere di controbattere a quella società perfetta che spesso si cerca o idealizza, per accompagnarci all’idea di una “società aperta”. Quest’ultima si regge su di una base essenziale, ovvero il riconoscimento della fallibilità della conoscenza umana. Si tratta di una società nella quale manca un punto di vista privilegiato sul mondo, quindi una società libera, aperta, la più auspicabile, la società del confronto. Chi preferirebbe una società chiusa, tribale o piena di tabù? Così, comprende e ci piega come noi impariamo attraverso l’eliminazione di errori e che la scienza è fallibile perché la scienza è umana, avviandoci verso una società aperta a più scelte di valori, a più visioni filosofiche del mondo, a più fedi religiose, a più critiche, a più idee o ideali, anche contrastanti tra di loro. E cosa si deduce da tutto questo? Semplice, che la società aperta è chiusa solo agli intolleranti e che fonte dell’intolleranza è solitamente il credersi possessore di una “verità assoluta”.

In una società aperta non esistono dei nemici e questo avviene perché si supera un grande tabù ereditato dalle società tribali e chiuse: in una società chiusa si tende ad immaginare dei nemici in quanto “diversi” da noi e non si riflette sul fatto che quel nemico non è altro che un uomo, proprio come noi. Nella società aperta, poi, non esiste la gente che vive sotto la dittatura, che obbedisce per paura o, ancora peggio, per convinzione. Insomma il grande Popper descrive magistralmente la condizione esistenziale incerta e tormentata dell’uomo moderno, proviamo a vedere gli uomini come fallibili e sprovvisti di una verità assoluta, magari rileggendo le sue straordinarie opere.

Antonio Mirko Dimartino

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Qual è l’Italia che i giovani vogliono?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018.

Tra cambi generazionali e difficoltà continue, le aspettative di chi vuole rimanere

E’ certo, sicuro, inesorabile e continuo, è l’unica certezza di un giovane italiano moderno, e in particolare di un giovane meridionale. Non è la stabilità lavorativa ed economica, non è il desiderio di costruire un futuro solido e magari una famiglia, ma l’eterno dilemma: che fare, emigrare o provare tra mille difficoltà a rimanere in un’Italia che sembra voler respingere chiunque abbia meno di 40 anni di età? (E che comunque non garantisce rose e fiori a chi è sopra i 40?)

Anche chi si ritrova in una situazione per molti versi definita “invidiabile”, ossia con un lavoro precario che è sempre e comunque meglio di un’eterna disoccupazione, è costretto per forza di cose ad avere gli stessi dubbi di chi invece un lavoro non ce l’ha proprio. E’ normale, perché si pensa sempre a come potrebbe essere la propria vita se si vivesse altrove, e si pensa anche agli innumerevoli compagni, amici, conoscenti e parenti costretti dalle circostanze a emigrare. Per alcuni, questi pensieri sono una vera e propria ossessione, una melodia costante sullo sfondo della vita che si vive.

La ricetta per un’Italia più propensa ad accogliere i propri giovani non solo in scuole e università ma anche nel vasto mondo del lavoro è complessa e questa non è la sede adatta per affrontarla. Il problema principale che si percepisce è la scarsa propensione a garantire un ricambio generazionale occupazionale, oltre che una cultura lavorativa che premia troppo la figura adulta in carriera e lascia al giovane le briciole, cosa che invece non accade altrove, dove spesso si vedono giovani rientranti nella fascia 30-35 anni avere ruoli di prestigio e grosse responsabilità. Certo, l’esperienza in una carriera conta perché spesso fa la differenza, ma basta fare qualche paragone con alcuni paesi esteri per notare come in Italia questo concetto sia stato esasperato fino al punto da lasciare i giovani tra numerose incertezze.

Un altro problema è la fossilizzazione su tutto ciò che è vecchio e poco innovativo, mentre ci sono paesi che fanno dell’apporto economico derivante dalle nuove tecnologie una vera e propria ricchezza. Si fa ancora fatica a far emergere qualità e competenze come una buona confidenza coi computer e un inglese fluente, entrambe cose che dovrebbero essere requisiti minimi per alcuni incarichi. Nel Meridione il problema è ancora più accentuato, e si assiste a una chiusura verso l’estero che, se fosse rimodulata in un’apertura culturale ed economica, potrebbe dare un forte impulso all’economia. Che dire, per esempio, dei rappresentanti istituzionali che non sanno relazionarsi coi loro colleghi esteri, e degli impiegati di struttura ricettiva che hanno notevoli difficoltà nel colloquiare con stranieri? Sono problemi persistenti che contribuiscono alla chiusura socio-economica di un’area già afflitta da una miriade di problemi e che ripone eccessiva fiducia nello Stato centrale. Il tutto mentre il resto del mondo procede a ritmo sostenuto verso la globalizzazione.

Nonostante ciò, le leggi della natura impongono che, prima o poi, a governare ci sarà qualcuno attualmente rientrante nella categoria dei giovani, con le sue competenze “moderne” e determinate qualifiche che non lo rendono necessariamente “migliore” di chi lo ha preceduto in termini di preparazione, ma più aperto da un punto di vista culturale al cambiamento, al nuovo e all’opportunità per sé e chi deve rappresentare. Se l’attuale classe dirigente non può e non vuole cambiare l’Italia, sarà il ricambio generazionale più forzato a farlo.

Francesco D’Amico

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Il cuore e il pugnale, tra le incessanti pretese della nobiltà

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Quando un romanzo storico racconta la politica fasulla e corrotta del Meridione

Il romanzo storico “Il cuore e il pugnale – Clemenza di Catanzaro e il Meridione Normanno”, edito dalla 13 Lab Edition, illustra il viaggio interiore di uno scrittore sublime tra le lotte astute durante il dominio normanno del sud Italia tra Catanzaro e Palermo. L’autore di questo romanzo che, seppur storico ha svariate tinte di giallo, è il giovane docente di italiano, latino e greco, Massimiliano Lepera.

Al capezzale dei valori il poeta-scrittore, molto conosciuto per le sue preziose opere precedenti, racconta aggrovigliate vicende importanti che sono legate a un particolare periodo storico, quello che va dal 1160 al 1163 d. C., sotto il regno di un Guglielmo I alle prese di un trono esteso e fragile. Inseriti tra retorica e filosofia, lo scrittore catanzarese delinea magistralmente luoghi meravigliosi e personaggi passionali tra intemperie di corte e classici giochi di potere. Non cercando l’approvazione sincera dei buoni, infatti, questo romanzo storico tratteggia personaggi come il giovane Matteo Bonello, un finto suddito capace di mettersi contro il grand’ammiraglio, il Re e addirittura l’intero regno. Del grand’ammiraglio era promesso genero, ma falsamente premuroso, visto che il suo cuore batteva per un’altra donna, la Contessa di Catanzaro Clemenza di Loritello. Si tratta di una figura graziosa e fortemente determinata, pronta ad opporsi al tiranno Guglielmo I detto il Malo. Amante della straordinaria arte della seta grezza catanzarese − seppur una delle più ricche ereditiere della Calabria − si innamora del giovane Bonello, uomo sadico e spesso sarcastico, ma soprattutto astuto nelle sue mosse, con il quale trascorre molto del suo tempo all’interno del magnifico castello. Si, la maestria dell’autore è anche nel descrivere e nel far immaginare la posizione invidiabile di Catanzaro, posta su tre colli. É lo stesso Lepera a definirla città-fortezza, capace di attirare per questo i normanni, nonché luogo nel quale il Guiscardo realizza un eccellente presidio militare.

É quasi impossibile, altresì, definire il piacere o il giovamento che si può trarre dalla lettura di questo libro, capace di immergere il lettore in un’atmosfera storica tra figure come il grand’ammiraglio, il protonotaro e il camerlengo, oltre alle solite figure della dolce contessa o del classico Re. A completare il quadro troviamo, poi, il cospicuo materiale di archivio che è in linea con l’intonazione complessiva del lavoro svolto da Lepera. Tra parole che sono specchio della realtà, infatti, l’autore descrive la violenza sfrenata di un popolo stanco, nella fattispecie raccontando del tiranno ammiraglio preso a calci e pugni in piazza perfino dai ragazzini, dopo essere stato trafitto al cuore dal Bonello rivoluzionario e umano traditore. Così, quando l’aria ha il senso del dolore, Massimiliano Lepera ruba al vento una foglia gialla, che colora di giallo il suo romanzo.


Questo libro illustra uno dei casi più affascinanti della storia del sud Italia, che può essere inserito tra i più complessi d’Europa, e che diventa una forte ispirazione all’origine del successo del romanzo stesso. La complessa personalità dei personaggi inseriti, infatti, non cade mai nel moralismo a buon mercato, che spesso urta nella lettura dei romanzi convenzionali. Lo scopo è quello di coinvolgere il lettore in un’esperienza visiva, a tratti quasi sonora, che lo emozioni e gli faccia provare il gusto della storia nell’intreccio sottile dei suoi personaggi. Palesemente innamorato del proprio lavoro di docente, Massimiliano Lepera realizza qualcosa di costruttivo da consigliare − come lettura del nostro passato − soprattutto ai più giovani, per spiegare con grande destrezza un periodo di rivoluzioni tra intrighi e congiure di qualsiasi tipo.

Antonio Mirko Dimartino

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“La Postmodern Jukebox”, un’idea vintage di Scott Bradlee

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Una band che plasma i successi del momento in versioni ironiche

“Sono Scott Bradlee. Da molto tempo ho una relazione di amore/odio con la musica pop! Voglio dare il miglior contributo possibile al lessico pop. Voglio incoraggiare altri ad allargare i confini dei generi fornendo loro gli strumenti per farlo. Insieme a questo, voglio creare un universo alternativo della canzone…”.

La Postmodern Jukebox, o PMJ in breve, è una band dal genere veramente unico. Il gruppo musicale rivisita canzoni pop moderne reinventandole attraverso il jazz, il ragtime e lo swing, stili popolari nel 1920 e fino al 1950. Scott Bradlee è il pianista compositore che ha fondato la band nel 2009 e, da allora, il gruppo ha creato oltre una dozzina di album con la collaborazione di oltre 50 cantanti e generato oltre 500 milioni di visualizzazioni su YouTube. Le esibizioni dal gusto retrò dei PMJ, non sono solo canzoni, ma veri spettacoli teatrali infusi con la commedia e la  seduzione. Si può affermare con tutta tranquillità che la band crea un sacco di divertimento sul palco durante le sue esibizioni esalando note ad alta energia indietro e poi avanti, nel tempo. La formazione di Scott Bradlee plasma le hit più celebrate in versioni sofisticate e ironiche. Il lavoro di make up sonoro produce miracoli: “Timber” di Pitbull e Ke$ha diventa un doo wop anni 50, “Thrift Shop” di Macklemore e Ryan Lewis vira a ragtime, “Story Of My  Life” degli One Direction si trasforma in nostalgico New Orleans jazz. Postmodern Jukebox, un mare di canzoni pop e tutte rivoltate come calzini. L’ensemble americano guidato dal Bradlee, si picca quindi di riscrivere la storia del pop. O meglio, di offrirne una storia alternativa. Sul loro sito ufficiale (postmodernjukebox.com), il senso della lunga avventura è svelato in ogni dettaglio, canzone su canzone, cover su cover. La PMJ rappresenta un fenomeno musicale nato in un semplice canale video, fino a raggiungere oggi i 3 milioni di follower; un vero e proprio gruppo di performer all’interno del quale si avvicendano, nel corso degli anni e delle canzoni, musicisti e cantanti dalle più svariate provenienze. Non sarà sfuggito ai fan più affezionati, infatti, che alcuni dei cantanti di maggiore spicco provengono dal mondo dei talent show americani; Scott Bradlee mostra quindi di avere un tocco magico non solo per trasformare brani, ma anche nell’affinare interpretazioni e vocalità di artisti spesso spinti verso derive decisamente pop e commerciali.

È un progetto che può essere certamente definito postmoderno, ma, a testimonianza della sua articolazione, anche neo-rétro, oppure furbo-ingenuo, oppure simpatico-saputello, oppure altro ancora. In ogni caso funziona benissimo, visto che ogni nuovo brano inserito nel sito della formazione viaggia a colpi di milioni di clic. Proprio il sito, anziché gli album o i download o la pagina Facebook (che in proporzione non ha molti follower), funge da altoparlante privilegiato del Jukebox Postmoderno. Ciò che stupisce è l’essenzialità della presentazione: le pagine sono strutturate in modo sobrio, per non dire povero, e i video sono praticamente tutti girati con telecamera fissa nella casa di Bradlee, dove l’unico arredo fisso è il pianoforte. Dettagli di poco conto, peraltro, poiché il bello sta proprio nel vedere/ascoltare i pezzi uno dopo l’altro, esattamente come un jukebox sempre aggiornato dei successi del momento, riproposti magistralmente con tocchi d’ironia e abili variazioni armoniche.

Il collettivo Postmodern Jukebox iniziò la propria attività quando Scott Bradlee pubblicò dei video girati con alcuni amici del college nel suo appartamento in Astoria, Queens (New York). Oggi propone tappe in America ed in tutta Europa. La data del 4 dicembre rappresenta l’ultima tappa italiana di un 2017 che ha visto la PMJ molto presente nel nostro paese, con diversi appuntamenti sparsi sul territorio (Roma, Milano, Padova, Fiesole). La natura “composita” di questo collettivo di artisti ben si presta ad un assetto quasi da tour permanente: le date in questi ultimi tre anni sono state numerosissime e sparse in tutto il mondo. Il trucco per riuscire a reggere il ritmo? Creare diverse “squadre” di musicisti, cantanti e ballerini che, alternandosi, possano suonare allo stesso tempo in diversi luoghi. Effetto collaterale positivo: generare un po’ di variabilità per il pubblico, che ha modo tornare a sentire la PMJ più volte senza il rischio di ascoltare sempre gli stessi brani. Ogni spettacolo della PMJ si conferma straordinario dal punto di vista del virtuosismo dei musicisti e dei cantanti; tutti i brani suonati sono popolarissimi e riconoscibili ma reinterpretati in modo magistrale, al punto di superare spesso gli originali a cui si ispirano. Ogni show è di durata breve e le motivazioni alla base di ciò, probabilmente sono da ricercare nell’impostazione del tour stesso: se si vuole tornare così tante volte nello stesso paese (e nella stessa città) a pochi mesi di distanza forse occorre lasciare un po’ di desiderio inappagato tra gli spettatori. In questa data, il gioco sembra riuscito: resta da vedere se per il futuro la capacità di stupire con musicisti e brani sempre nuovi permetterà alla PMJ di tenere legata a sé la platea dei propri spettatori. Il 2018 è una sfida aperta: ci vediamo a Roma in maggio, PMJ!

Matilde Marcuzzo

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Le nuove frontiere della conoscenza nel mondo subatomico

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 239) l’1 marzo 2018.

Le conoscenze scientifiche avanzano e provano a descrivere il tessuto stesso dell’esistenza

E’ passato un po’ di tempo da quando, a scuola o in ambito accademico, abbiamo studiato la struttura dell’infinitamente piccolo, un mondo fatto di legami atomici e molecolari. I vecchi testi di Chimica utilizzati nei licei (da molti ritenuti incomprensibili), e molti corsi universitari che toccano l’argomento solo marginalmente, trattano di un mondo che finisce al livello atomico e non va mai oltre, non perché non ci sia altro da scoprire e studiare, ma perché lì esiste il confine tra le conoscenze di base, quelle da “cultura generale”, e quelle settoriali tipiche della Fisica quantistica e altri ambiti scientifici molto specializzati. Queste ultime conoscenze hanno vissuto, negli ultimi anni, periodi di profondi mutamenti e approfondimenti (molti ricordano la scoperta del Bosone di Higgs, avvenuta nel 2012), per cui all’epoca dei “nostri banchi di scuola”, molte cose semplicemente non erano state ancora scoperte. Eppure, anche se per studio o lavoro non si ha la necessità diretta di approfondire queste tematiche, è molto interessante scoprire dove è arrivata la Scienza investigando l’infinitamente piccolo, andando a descrivere il tessuto stesso dello spazio-tempo. Ciò spinge a chiedersi il perché dell’assenza, nelle scuole moderne, di nozioni basilari riguardanti tutte queste nuove conoscenze e le loro conseguenti implicazioni, dato che più si va avanti nella ricerca più si comprendono i meccanismi che regolano l’intero Universo, ossia tutto ciò che ci circonda. L’infinitamente piccolo ha ripercussioni sull’infinitamente grande, e chi vive tra questi due mondi spesso ignora le caratteristiche dell’uno e dell’altro, nonostante la loro importanza vitale nel regolare fenomeni naturali erroneamente dati per scontati.


La scala dei tempi e delle distanze oggetto di questi studi “di nicchia” è impressionante. Le ricerche si concentrano su minuscole particelle volatili che scompaiono nell’arco di miliardesimi di miliardesimi di secondo, “grandi” miliardesimi di miliardesimi di millimetro. Ci si sta spingendo fino a un punto in cui le dimensioni di un corpo, così come le concepiamo nel mondo macroscopico, mutano nella loro concezione, tant’è che spesso si parla di fluttuazioni a zero dimensioni, ossia dei punti nello spazio che non hanno un vero e proprio volume; un netto passo in avanti rispetto all’approssimazione tipicamente scolastica che vede la forma di alcune particelle rappresentata usando “sfere”. Molte proprietà che credevamo essere costanti, come la massa, altro non sono che conseguenze di legami energetici, infra-atomici e variabili, che hanno la loro radice in un mondo difficile da comprendere per chi vive solo la routine quotidiana. Il tempo, altra cosa che per la nostra esistenza è costante, acquisisce proprietà diverse andando a trattare i casi più estremi, e in situazioni diverse trascorre in modo diverso. Le stesse particelle elementari già accennate, di fronte a studi approfonditi manifestano la loro natura di oscillazioni e perturbazioni di tessuti di spazio-tempo che permeano tutto l’Universo. Scoperte importanti, stranamente relegate ad ambiti accademici di nicchia, che spingono gli studiosi a porsi domande – a tratti filosofiche – su cosa sia effettivamente l’essere. E’ un po’ come se la Scienza avesse raggiunto, dopo secoli di divergenza dalla pura Filosofia, uno stato particolare in cui trattare determinate tematiche sull’infinitamente piccolo non si discosta molto dai ragionamenti filosofico-naturalistici dei grandi pensatori.

Francesco D’Amico

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Professioni future: diventare Event Manager

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Quando organizzare eventi diventa un vero e proprio lavoro

Da qualche anno capita di sentir parlare dell’event manager, definita spesso come una delle figure professionali più importanti del futuro, tale da consentire di superare anche il problema della disoccupazione. Si tratta, essenzialmente, di una figura lavorativa relativamente nuova che si occupa dell’ideazione, progettazione e organizzazione di eventi. Si inserisce in un comparto economico che non sembra conoscere crisi e che anzi registra una crescita continua. Committenti pubblici, ma anche privati, affidano così la gestione e organizzazione dei loro eventi a queste nuove figure professionali. L’event manager, infatti, sembra essere diventato addirittura indispensabile in contesti internazionali quali congressi, conferenze, seminari, convegni, convention, meeting o workshop. Ma, nel chiederci “cosa fa” e “chi è” l’event manager, non possiamo dimenticare che la sua professione si indirizza anche nella semplice organizzazione della presentazione di un libro, magari di un giovane autore e in una libreria di un paesino di montagna. É una figura professionale molto dinamica, atta all’organizzazione di grandi concerti, di giornate sportive a carattere agonistico e non, di inaugurazioni di locali nei centri storici, di manifestazioni per la raccolta fondi per la prevenzione sanitaria o semplicemente di una sagra di paese. In realtà è dagli indimenticabili anni ’80 che nel nostro paese esistono aziende specializzate nell’organizzazione di eventi a 360 gradi, ma – ultimamente – sembra acquisire sempre più importanza l’idea che al timone dell’organizzazione di un evento ci debba essere una sola persona. L’event manager, in buona sostanza, deve svolgere tutta una serie di attività che nel loro complesso concorrono all’ottima riuscita di un evento e che vanno dall’ideazione all’attivazione, passando attraverso la necessaria pianificazione per giungere alla realizzazione finale. L’event manager progetta, pianifica, sceglie, organizza e risolve i problemi. E la sua attività si riferisce a qualsiasi tipo di evento, partendo dalla classica manifestazione culturale, per passare attraverso eventi artistici, scientifici, musicali, sociali o sportivi. Ovviamente, un ottimo organizzatore di eventi deve possedere eccellenti capacità relazionali e spiccate doti creative, da utilizzare per comprendere e soddisfare i bisogni delle diverse tipologie di committenti. In questo mondo globalizzato, poi, è anche necessaria una giusta conoscenza della lingua inglese, fondamentale per sviluppare eventuali rapporti lavorativi di carattere internazionale. Quello che non deve assolutamente passare inosservato è che in questo campo – per poter lavorare degnamente – è ovviamente importante avere una solida formazione teorica, ma risulta ancor più indispensabile possedere quella di tipo pratica. Per dire il vero, infatti, non è richiesta una particolare formazione universitaria per diventare event manager e basta anche la semplice frequenza di uno dei diversi corsi professionalizzanti presenti nel nostro paese. Alla fine dei conti, quindi, conta l’aspetto pratico.

Con molta dedizione, poi, un ottimo event manager deve occuparsi di tutta la parte relativa alla comunicazione, per dare la massima visibilità all’evento del committente che richiede l’intervento di questo organizzatore di eventi. La sua bravura, infatti, consta soprattutto nelle conoscenze del marketing pre e post evento, nella capacità attiva di vivere l’era digitale e quindi di saper sfruttare tutte le piattaforme o le nuove tecnologie disponibili. L’event manager è un grande professionista che, in relazione all’obiettivo che il committente vuole raggiungere, con un occhio sempre vigile alle priorità di budget, riesce ad organizzare alla perfezione le diverse fasi di un evento di successo. Questa perfezione, però, si raggiunge anche con una spiccata dedizione all’area normativa e quindi una conoscenza dettagliata delle regole per ogni tipologia di evento. Spesso, infatti, si ha la necessità di organizzare eventi con partner rappresentati – in maniera largamente intesa – dall’amministrazione pubblica, come possono essere i comuni, le province o le regioni. In tutto questo conta la conoscenza e il rispetto della normativa vigente, evitando la non riuscita dell’evento stesso nonché le eventuali pesanti sanzioni previste in merito. Si dice che i migliori si mettano al servizio della posterità, proviamo ad immaginare di diventare event manager non solo per lavorare ma anche per regalare qualcosa di meraviglioso e perfetto agli altri.

Antonio Mirko Dimartino

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L’inglese: “Lingua Franca” della comunicazione elettronica?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Spunti e riflessioni sull’idioma del mondo economico e informatico

Nessuno mette in dubbio il fatto che il mondo sia in qualche modo diventato più piccolo grazie all’uso delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione. In questo mondo “sempre più piccolo” alcune lingue sono ormai di fatto considerate come lingua franca (lingua usata come strumento di comunicazione internazionale) dei tempi odierni e, mentre questo è sicuramente un aiuto per la comprensione universale, una comunicazione efficace rimane una vera e propria sfida, cosi come definita nel libro della Genesi dove, relativamente alla costruzione della Torre di Babele, si legge una definizione delle difficoltà di comunicazione: “Il Signore disse: Ecco essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola […] Scendiamo dunque e confondiamo il loro linguaggio, perché l’uno non capisca la lingua dell’altro (Genesi 11: 6-7). Qualunque studio della storia dell’uomo confermerà  che “la confusione della nostra lingua”, avvenuta nella preistoria della razza umana, ha certamente raggiunto i suoi obiettivi ed è talmente radicata da poter essere riscontrata anche all’interno di società in cui si condivide uno stesso idioma.

In un mondo dunque dove la lingua, strumento essenziale della comunicazione, è il veicolo fondamentale del progresso, della conoscenza scientifica e tecnologica, dove “il linguaggio stesso è per sua essenza un mezzo perfetto di espressione e comunicazione, in ogni popolo conosciuto”, radicalmente plasmato in continuum dallo sviluppo delle tecnologie digitali di questo terzo millennio, come può un solo idioma, in questo caso l’inglese, diventare, “lingua franca” di un sistema in rivoluzione?. Sarebbe opportuno considerare la lingua inglese come afferma David Crystal (professore onorario di linguistica presso l’Università del Galles), “una lingua comune, come sorprendente risorsa mondiale che ci renda capaci di trovare nuove opportunità per la cooperazione internazionale” , avente lo speciale privilegio di essere fulcro vincente di una crescita comunicativa in ambito tecnologico fuori dal comune. “Una lingua non raggiunge uno status globale fino a che essa non sviluppa un ruolo speciale riconosciuto in ogni paese, ruolo che sarà considerato più ovvio nei paesi dove un gran numero di persone parlano quella determinata lingua come first language, nel caso dell’inglese ciò significa l’America, il Canada, l’Inghilterra,  l’Irlanda, l’Australia, la Nuova Zelanda, il Sud Africa e diversi paesi caraibici.” In questo caso l’inglese assume  ruolo di idioma ufficiale delle nuove tecnologie emergenti, proprio perché è usato come potenziale mezzo di comunicazione in molti ambiti come la politica, l’economia, l’industria, i mass media e il sistema educativo perché no, ma anche perché in molte popolazioni in cui risulta essere second language, viene però parlato come se fosse lingua madre. Nel momento in cui però, una lingua assume un ruolo globale nella società, deve allo stesso tempo affrontare gli effetti negativi, i cambiamenti linguistici, che questa “rivoluzione”  comunicativa in ambito elettronico sta avendo su di essa; nel caso dell’inglese si potrebbe parlare di “rivelazione” poiché è proprio questo l’idioma “principe” di Internet e delle nuove tecnologie, del mondo degli affari in senso lato, quello più diffuso in ambito informatico, quello che tutti parlano e tutti riescono a comprendere.

Matilde Marcuzzo

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Automazione e società umana, le prospettive future

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 238) il  20 gennaio 2018.

Come sarà il mondo tra qualche decennio, visti i mutamenti in atto?

Pensate al vostro lavoro, o al lavoro dei vostri sogni, quello per il quale state lottando. Fatto? Bene, ora leggete con attenzione la seguente frase: esiste una probabilità variabile X diversa da zero che nell’arco di pochi decenni macchine e robot lo faranno meglio degli esseri umani fino a un punto tale da rendere obsoleto l’impiego dell’uomo stesso.

Fantascienza? No, semplice e pura realtà: si tratta del progresso dell’automazione e della tecnologia, e nessun lavoro è al sicuro da questo continuo tumulto economico e sociale. Anche i lavori che per definizione prevedono il controllo diretto dell’uomo e un esercizio costante della mente umana, come il chirurgo, l’avvocato o il pilota di linea, potranno un giorno diventare un ricordo, tale sarà il progresso delle macchine e la loro velocità di calcolo. Nel 2018 ci può sembrare assurdo, nonché pericoloso, vedere aerei “pilotarsi” da soli, operazioni chirurgiche “svolgersi” in automatico, e intere cause legali “gestite” da macchine, eppure si tratta di scenari che molti analisti hanno previsto e che – a quanto pare – diventeranno concreti nei prossimi decenni. Che l’automazione sia destinata a rivedere le politiche di gestione della società attuale, è ormai chiaro e alla portata di tutti: secondo recenti stime, nel mondo occidentale sono già diversi milioni i posti di lavoro perduti a causa dell’automazione, e tanti altri seguiranno nei prossimi anni; il tutto mentre la popolazione tende in media a crescere e si va sempre alla ricerca di tenori di vita più elevati. Attualmente, il divario tra i super ricchi e il ceto medio-basso sembra destinato a crescere, complice la tendenza dei grandi colossi corporativi ad accentrare le ricchezze un tempo distribuite tra miriadi di piccole attività: infatti, mentre lo Zio Paperone di turno si arricchisce sempre di più e scala le classifiche dei miliardari, interi settori perdono tantissimi posti di lavoro pur registrando risultati positivi e di crescita. Alzi la mano, per esempio, chi non ha mai contribuito al declino delle piccole attività commerciali locali acquistando prodotti su internet da note catene, un’abitudine sempre più diffusa vista la facilità degli acquisti.

Si pensa, erroneamente, che l’automazione possa mettere a rischio solo lavori come i cassieri e gli addetti agli sportelli, ma non è così: non esistono lavori “al sicuro” al cento per cento di fronte all’avanzata tecnologica.

E’ il progresso, è normale che non tutte le garanzie occupazionali del mondo moderno rimarranno tali nel prossimo futuro, direbbe qualcuno. Sì, esiste la concorrenza, esistono lavori “destinati” a scomparire, ma dato che il trend pare ben delineato, c’è chi ha proposto soluzioni volte ad evitare profonde crisi lavorative. Qualche esempio? La riduzione delle ore settimanali di lavoro a parità di stipendio, l’introduzione di redditi minimi garantiti a tutti i cittadini, l’incoraggiamento a dedicare più tempo ad attività culturali e ricreative per limitare la crisi personale di perdita del lavoro, eccetera eccetera. Sembra semplice, ma si ignora come il lavoro costituisca una parte fondamentale dell’identità di una persona, con la quale la persona stessa si identifica e nella quale riversa tutte le proprie aspettative. E’ ciò che induce gli individui a mettersi in gioco e ad intraprendere complessi percorsi formativi, dall’infanzia all’età adulta, e non è facile rivoluzionare la società per gestire l’incessante avanzata dell’automazione. Il dibattito economico e sociale continua…

Francesco D’Amico

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