Ascesa e declino dei movimenti animalisti

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 250) il 6 novembre 2019.

L’involuzione da associazioni per i diritti ad attivismo anti Scienza

Non è passato molto tempo da quando le televisioni e i vari media presentavano le associazioni animaliste come baluardi dell’ambiente e della Natura, alcuni dei pochi “guardiani” contro un’umanità crudele e prossima alla devastazione totale del pianeta Terra. Vedevamo regolarmente i rappresentanti di associazioni animaliste in tv parlarci delle loro nobili battaglie e dei loro tanti successi, quasi sempre senza un contraddittorio che potesse confutare tali tesi. Non solo, parallelamente all’attività di autocelebrazione venivano condotte anche campagne diffamatorie nei confronti di intere categorie come quella dei cacciatori, spesso accusata delle più disparate pratiche, alcune talmente assurde da andare in netto contrasto con l’arte venatoria stessa, e la categoria dei circensi in merito all’impiego degli animali nei circhi, anche lì spesso ricorrendo ad accuse non propriamente fondate. Questi tipi di attivismo sono stati costellati da numerose prese di posizione contrarie agli ambientalisti, in quanto se da una parte è vero che l’animalismo e l’ambientalismo hanno obiettivi di base condivisibili e spesso lavorano in tandem per ottimizzare le risorse, vi sono delle differenze di fondo sostanziali che è opportuno marcare. L’ambientalista guarda l’ecosistema nelle sue molteplici sfaccettature e ne auspica la tutela secondo determinati iter e approcci, mentre l’animalista, soprattutto se estremo, mette gli interessi e la salvaguardia di alcuni animali prima del “bene comune” e questo porta a forti contrasti tra le due categorie. Per intenderci, ricalcando fatti realmente accaduti, un ambientalista può essere contrario all’inserimento di specie esotiche dannose in un determinato ecosistema, e qualora ciò accada si attiva al fine di contenere l’invasione di tali specie e preservare l’ecosistema minacciato, mentre l’animalista estremo mette l’interesse della specie invasiva prima di tutto e si attiva in modo deciso al fine di bloccare eventuali opere di contenimento, nonostante ciò possa costituire una minaccia anche per altre specie animali.

La più esasperata battaglia condotta da questi movimenti, basata su un insieme di ignoranza scientifica, strumentalizzazione di immagini decontestualizzate dalla loro fonte primaria e vere e proprie bufale, è stata la crociata nei confronti della sperimentazione animale, uno dei metodi cardine per la Medicina e nella fattispecie per la lotta alle malattie attualmente prive di cura. E’ stato fatto un abuso del termine “vivisezione”, associato a pratiche non più in uso, al fine di attirare consensi e spesso anche fondi in una battaglia priva di fondamento scientifico, in quanto si sa – e non è difficile da verificare – come la sperimentazione animale sia molto più ponderata, etica e meno invasiva rispetto ai soliti luoghi comuni; interi gruppi di ricercatori passavano giorni e giorni a spiegare, ad animalisti e non, come il grosso delle informazioni diffuse sui social dagli animalisti stessi fossero per la massima parte fake news e immagini decontestualizzate. Erano molto comuni foto di animali affetti da gravi malattie, con sotto associate didascalie inventate di sana pianta che attribuivano quelle condizioni a esperimenti condotti da “vivisettori” presso un laboratorio “della morte”: delle bufale, insomma. Per fortuna, le azioni di gruppi internazionali come Pro-TEST hanno contribuito, in modo significativo, a frenare l’avanzata di questi movimenti in numerosi paesi, inclusa l’Italia, in quanto mai come allora fu concreto il rischio di bloccare interi settori della ricerca scientifica a causa delle continue pressioni animaliste agli organi di governo. E’ stato in quel momento, probabilmente, che è avvenuta l’involuzione mediatica di queste realtà associative, ossia con la messa in evidenza, da parte di gente esperta e formata, dell’infondatezza di molte delle loro tesi: da quel momento in poi, la figura del rappresentante animalista ha perso parte del suo appeal mediatico e ha iniziato a comparire, in tv come in altri contesti, con una frequenza minore.

Il caso emblematico della giovane Caterina Simonsen, che dopo le sue famose parole a favore della sperimentazione animale, “ho 25 anni grazie alla vera ricerca, che include la sperimentazione animale. Senza la ricerca sarei morta a 9 anni. Mi avete regalato un futuro”, è stata pesantemente insultata da animalisti estremisti.

Con questo si vuole dire che è sbagliato essere animalisti o comunque avere a cuore i diritti degli animali? Certo che no, l’interesse nei confronti di queste tematiche è nobile e negli ultimi decenni ha contribuito ad “umanizzare” la società, estirpando alcune pratiche estreme e violente nei confronti degli animali. Tuttavia, è opportuno ponderare tale interesse e basarlo il più possibile non solo sul rigore scientifico ma anche sul buonsenso, in quanto, se da una parte è vero che i diritti degli animali sono importanti, è altrettanto vera la necessità di supportare – e non demonizzare – categorie vitali come quella dei ricercatori.

Francesco D’Amico

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