L’Aquila: una ricostruzione mancata a dieci anni dal sisma

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 249) il 30 settembre 2019.

Il paradosso di una politica capace di fermare le politiche pubbliche

La ricostruzione di L’Aquila è un processo fiacco e problematico. Dopo il tremendo sisma del 6 aprile 2009, infatti, tutti gli attori coinvolti nella riedificazione, sia pubblica che privata, hanno segnato l’evidenza di totali malfunzionamenti che non possono ˗ e non devono ˗ passare inosservati. Era la notte del 6 aprile 2009, precisamente le ore 3.32, quando una devastante scossa sismica di magnitudo 6.3 uccise ben 309 povere anime sfortunate, con oltre 1600 feriti, lasciando 80.000 persone senza la propria casa e danni per oltre 10 miliardi di euro. E questo solo in quel di L’Aquila, in quanto i dati sono ancor più tremendamente infausti guardando alle diverse città e comunità abruzzesi colpite dal sisma. E chi scrive affonda spesso il suo muso nel cuscino, la sera, per non pensare a cosa sia successo. Sono trascorsi ben dieci anni e non è facile dimenticare. Chi firma questo articolo, infatti, si è speso materialmente sia per la fase dei primi soccorsi che per quella della ricostruzione pratica e, negli anni, anche giornalisticamente mettendo luce sul tremendo fenomeno con articoli, pensieri roventi e perfino poesie in libri.

È chiaro che il grado di riuscita delle politiche di ricostruzione non sia elevato. Questo lo si percepisce facilmente guardando i diversi telegiornali e approfondimenti che, di tanto in tanto, ricordano l’accaduto. Ma prima di trovare il colpevole, sia esso rappresentato dalla politica, dalla burocrazia o semplicemente dall’uomo stesso, sembra opportuno descrivere la situazione alla luce di chi, questa ultima estate, lì ci è tornato, come ogni anno del resto. E così chi vi scrive può comunicarvi con certezza ˗ e dopo aver realizzato un preciso reportage non solo fotografico ˗ un’amara verità, ovvero quella di come a ben dieci anni dal sisma di L’Aquila la ricostruzione privata sia giunta ormai al 70% mentre quella pubblica “ceda il passo”, perché praticamente ferma o del tutto assente. Chi visita il capoluogo abruzzese, infatti, soprattutto il centro storico, non può non notare come i privati siano ripartiti e abbiano faticosamente ricostruito case e riaperto negozi, mentre il pubblico muoia di giorno in giorno, paurosamente, nella burocrazia imperante.

E’ assai nota l’immagine di quel “Palazzo di Governo”, spezzato perfino nella sua scritta, che ha fatto il giro del mondo in quanto visitato dal Presidente degli Stati Uniti d’America Barack Obama, ma anche tutte le altre pubbliche esposizioni non sono da meno. E questo, vediamo di non nasconderci dietro un dito, solo e perché le esigenze di efficacia e di efficienza nella ricostruzione si sono scagliate contro le esigenze politico-elettorali. Potremmo inventarci addirittura un gioco di parole nel dire che la “politica” ha interferito con le “politiche”, pubbliche si intende! E in tal senso ci chiediamo se non sia necessario un sistema di coordinamento vincolante a livello europeo per la prevenzione, la gestione e la ricostruzione, tenendo presente il fallimento del modello nazionale al riguardo.

Tutto questo, poi, esprime anche importanti riflessioni non solo dal punto di vista giuridico-normativo ma anche da quello sociologico-conflittuale. Si tratta di conflitti che dovrebbero essere studiati in chiave di tensioni politico-amministrative che hanno sicuramente determinato i risultati deludenti della ricostruzione, che sono sotto gli occhi di tutti. È sufficiente, infatti, fare due passi in città per comprendere la lentezza della ripresa alla vita quotidiana di uno dei borghi più belli del nostro paese. Sia ben chiaro, il problema non è la fase strettamente emergenziale, che si è conclusa nel febbraio 2010 per opera del ruolo di primo piano della Protezione Civile ma, semmai, la fase di ricostruzione. E questo, ovviamente, accade anche per la minore attenzione di cui ha goduto L’Aquila negli anni successivi al 2010 e che ci porta a far riemergere un problema da risolvere utilizzando questo mezzo, ovvero la semplice pubblicazione di taglio giornalistico.

Antonio Mirko Dimartino

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