Grande successo per il Premio Internazionale “Jack Kerouac”

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Il presidente Mario De Rosa si conferma grande promoter della poesia

Si è svolta nei giorni scorsi presso la meravigliosa sala dell’Auditorium Comunale “Massimo Troisi” di Morano Calabro, davanti un pubblico numeroso ed attento, la cerimonia di premiazione dei vincitori del Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Jack Kerouac”.

La serata è stata magistralmente presentata da Mario De Rosa, noto poeta contemporaneo e presidente dell’Associazione culturale Orion, accompagnato dalla grazia di Rosaria Mastroianni Ianni e alla presenza di una prestigiosa giuria. Profonda e costruttiva la presentazione di Giusi De Rosa – segretaria artistica del premio – della biografia del poeta simbolo della Beat Generation.

Il primo premio assoluto – un magnifico quadro per la sezione poesia inedita – è stato consegnato a Maddalena Leali di Genova per la lirica “Presagio di bellezza”, mentre Alessandra Cerminara di Crotone con “Il corso migliore” e Alessandra Costantini di Milano con “La baia”, si sono aggiudicati rispettivamente il secondo e terzo posto. La giuria ha poi assegnato diploma di merito a Maurizio Donte, Mario Miller, Giovanni Martone, Maria Assunta Oddi, Giampiero Murgia, Elisabetta Bagli, Maria Carmela Mugnano, Ludovico Iaconianni, Oliviero Angelo Fuina, Stefano Baldinu, Francesco Ortale, Antonio Sciarrotta e Shurouk Hammoud. Tre i diplomi d’onore attribuiti, dei quali due per delle liriche pervenute dalla Scuola Primaria di Morano Calabro e uno per una lirica dell’Istituto d’istruzione secondaria superiore “Antonietta De Pace” di Lecce. Un premio speciale “giovane autore” è poi andato a Gabriel Lo Tufo per la lirica “Ode allo sport”.

É seguita poi la premiazione nella sezione dedicata alla poesia in vernacolo, sempre a tema libero, che ha visto la vittoria assoluta di Salvatore Gaglio di Santa Elisabetta (Agrigento), per la sua poesia “Tra li pinseri e sèntisi natura”. Il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Paolo Rotella di Catanzaro per “U migranti” e a Valerio D’Amato di Roma per “Co’ te che vojo sta”. Diplomi di merito assegnati ad Alessandro De Vita, Gaetano Catalani, Domenico Ceravolo, Cesare Castiglione, Angelo Canino, Paolo Lacava e Filippo Alampi. Diplomi speciali per Arnaldo Lo Tufo, Roberto Angelo Motta, Sistilia Tozzi e Vito Tricarico.

La sezione interamente dedicata al grande Jack Kerouac è stata vinta da Mario Miller di Pomezia (Roma) per la sua lirica “A Jack”, mentre il secondo e terzo posto sono stati assegnati rispettivamente a Paolo Rotella di Catanzaro per la sua poesia “Dietilammide-25” e a Dave Morgan di Bolton (UK) per la sua “Go Jack Go!”. Anche qui non sono mancati i diplomi di merito per Elisabetta Bagli, Michela Zanarella, Alessandra Cerminara, Gerardo Melchionda, Pio Antonio Caso, Rosina Chiarelli, Maddalena Leali, Sebastiano Impalà e Giovanni Scafaro.

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Grandi emozioni anche per la sezione dedicata al racconto breve che ha decretato la vittoria di Francesco Principe di Castrolibero (Cosenza) con l’opera “Ablehnung”. Il secondo e terzo posto sono andati, rispettivamente, a Salvatore La Moglie di Amendolara (Cosenza) per l’opera “Sibari, stazione di Sibari” e a Luigi Manca di Porto Torres (Sassari) per l’opera “Origami”. Diplomi di merito sono stati poi consegnati a Giuseppe Caputi, Bruno Alberganti, Ludovico Iaconianni, Lizi Budagashvili, Davide Cinquanta, Alessandro Beriachetto, Federico Gorziglia e Dave Morgan.

Fortemente voluta dal presidente De Rosa, la sezione dei libri editi, ha decretato la vittoria di Maurizio Donte di Pornassio (Imola) con il testo “Cù Chulainn – Il mito del Mastino di Cullan”, mentre il secondo e terzo posto sono andati a Mario Prontera di Casarano (Lecce) per “Sui gradini della notte” e a Gina Dezi di Ascoli Piceno per “Cristalli”. Diplomi di merito sono stati poi consegnati a Marisa Cossu, Gianpaolo G. Mastropasqua, Maddalena Leali, Cosimo Pirisi, Sebastiano Impalà, Patrizia De Vita, Stefano Tonelli ed Ester Cecere. Un diploma speciale è andato poi a Carmine Zofrea di Castrovillari (Cosenza) per “I versi del silenzio”.

Il Premio Speciale “L’Allegra Ribalta” è stato assegnato a Stefano Baldinu di San Pietro in Casale (Bologna) per la lirica “A pizzu de abba”. Infine, con “Di quei viavai… d’amore”, Franco Araniti di Dipignano (Cosenza) si aggiudica il Premio della Critica, mentre la targa “Una vita per l’Arte” quale Premio alla Cultura è andata a Giuseppe Maria Maradei (in memoria).

Antonio Mirko Dimartino

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Il fallimento del TTIP. L’Europa stoppa le trattative. Ultima parte.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Francia e Germania si oppongono alle proposte americane, accordo sfumato.

Non è un buon momento per il commercio globale. Gli strascichi lasciati dalla crisi del 2008 non sembrano ancora superati mentre i tentativi di rianimare l’economia a colpi di liberalizzazioni e accordi interstatali raramente giungono ad una conclusione positiva. Anche il Trattato Transatlantico di libero scambio (TTIP), che sembrava dover risollevare le sorti del mercato europeo ed americano, sembra ormai naufragato, impossibilitato a veder la luce dalle profonde differenze normative fra i due poli e dalle resistenze di alcuni Stati europei. Se, all’inizio, le resistenze delle associazioni dei consumatori e delle piccole e medie imprese europee non parevano aver bloccato la prosecuzione dell’accordo, nonostante i dubbi dovuti alle “larghissime” normative americane in materia di igiene sanitaria alimentare, l’industria statale francese e tedesca si è ora messa di traverso, spingendo il progetto verso il definitivo abbandono.

Spiega l’economista Larry Summers: “Per l’Europa, vale il principio di prevenzione: un prodotto non si vende, se non si è accertato che è sicuro. Per gli Usa, invece, vale il principio opposto: per bloccarne la vendita, bisogna accertare che faccia male. La differenza è cruciale, soprattutto per i pericoli che potrebbero derivare per i cittadini. Inconcepibile è inoltre un secondo punto del trattato: le grandi multinazionali avrebbero il diritto di fare causa ai governi per contestare le loro regole, aggirando così le leggi per fare i propri interessi, aumentando le lobby e distruggendo la sovranità nazionale.” La Brexit, in secondo luogo, ha inflitto un duro colpo al tentativo di accordo: l’ex premier inglese Cameron, infatti, era un acceso sostenitore del TTIP ma, essendo ora la Gran Bretagna estranea alle vicende strettamente comunitarie, il suo apporto non può essere utilizzato.

Dopo l’Inghilterra, anche la Germania ha ritirato il suo appoggio. Il vice cancelliere e ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, ha infatti dichiarato come “sia inconcepibile, per l’Europa, accettare supinamente le assurde pretese degli americani. Il negoziato è de facto fallito, dato che dopo 14 incontri fra le delegazioni, non è stato raggiunto l’accordo su nemmeno uno dei ventisette capitoli in esame. Ritengo quindi il negoziato ormai fallito, anche se nessuno vorrà mai ammetterlo apertamente.” Il colpo di grazia, infine, da parte del sottosegretario francese al commercio internazionale, Matthias Fekl: “è opportuno ribadire come non ci sia più il sostegno politico della Francia a questi negoziati. Gli USA non concedono niente, o solo briciole. Non è così che si deve negoziare fra alleati.”

Il trattato è dunque ormai alla deriva, anche se potrebbero riaprirsi alcuni spiragli di trattativa a partire dalla seconda metà del 2017, dopo le elezioni negli USA, in Francia ed in Germania. Rimane infine il rischio che vada in porto un simile accordo fra USA e Cina, in quel caso non solo nascerebbe un grande mercato con dazi ridotti al minimo fra le due potenze del Pacifico, ma verrebbero anche definiti parametri commerciali di salute e ambientali che poi il resto del mondo sarebbe costretto ad accettare passivamente senza averli negoziati. La situazione rimane nebulosa e senza apparente conclusione, anche se un solo dato è certo: l’Italia è ormai esclusa dal “tavolo dei grandi” e riveste sul piano internazionale solo parti secondarie o di facciata.

Paolo Leone

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Connessioni Argentine, La Diversità come Pilastro

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Nuove mostre ci portano in terre lontane e aprono la nostra mente

Ancora una volta Michele Molinari, volto noto ai lettori della testata il Lametino, si conferma una fonte d’arte caratteristica, e si ripropone nel settore delle installazioni visuali e audio. In questo mese di settembre, nella sua Mantova, e in collaborazione con altre figure, ci saranno ben due mostre a tema caratteristico che vogliamo condividere con piacere coi nostri lettori. Reduce degli anni passati in Argentina, a Buenos Aires, Michele Molinari ci propone, a partire dal 16 settembre, “Connessioni Argentine”, immagini che richiamano la capitale di quella “piccola Italia” che si trova in Sud America, e i suoni del caos che la caratterizza. L’opera si pone come una specie di dialogo fotografico tra le foto di Molinari e dell’artista Maria Zorzon, argentina di nascita ma con origini friulane. Il primo propone foto di architettura urbana, la seconda dei ritratti, due generi diversi accomunati dalla scelta artistica di essere proposti in bianco e nero, e dal background caratteristico della movimentata capitale argentina.

Buenos Aires: Avenida Callao.

Buenos Aires: Avenida Callao.

Gli sfondi di Buenos Aires, e dell’Argentina in generale, così come viene descritta e mostrata non è turistico, ma ha uno stampo locale e genuino: lo scopo della mostra non è far vedere la capitale argentina per stimolare potenziali turisti a visitarla, ma mostrarla in tutta la sua naturalezza architetturale, facendo nascere in chi visita la mostra quella sensazione particolare per la quale l’Argentina è il mondo, è casa nostra, e casa nostra è l’Argentina. Un’architettura che fa sentire a casa, ma che mostra segni di fatiscenza e richiama uno stile ormai d’altri tempi, gli anni ’70 del secolo scorso. Se lo stampo di Molinari è architettonico, quello della Zorzon è umano. Mostra i volti delle persone, di questi argentini figli di emigranti, soffermandosi molto sui gringos, contadini del nord del paese per lo più eredi degli emigranti italiani di origine friulana che nell’Ottocento decisero di stabilirsi lì. Lo stile fotografico è quello del resoconto emotivo, della descrizione delle persone e delle professioni, passando anche per le loro emozioni; il tutto è decisamente naturale e spontaneo, non ci sono pose prestabilite, non è una sfilata di moda, e proprio per questo è tutto così reale. Nel complesso, è proprio questo punto di incontro tra architettura ed espressioni facciali degli autoctoni, tra fotografia urbanistica e umanistica, a delineare le Connessioni Argentine.

E’ con lo stesso spirito culturale cosmopolita che il secondo appuntamento con protagonista Michele Molinari, la mostra “La Diversità come pilastro” ci pone di fronte ad una questione molto importante è ora più che mai attuale. Nella nostra società moderna, siamo soliti associare a singole persone o a gruppi di persone delle parole, spesso con connotazioni negative, spesso per marcare caratteristiche fisiche. Si raggruppano gli individui per religione, colore della pelle, professione, area geografica nella quale vivono, e lo si fa con molta approssimazione dato che questi raggruppamenti di fatto annullano l’eterogeneità degli esseri umani. Come la Scienza ci insegna, infatti, ciascun essere umano è unico per corredo genetico, esperienze di vita e sviluppo cerebrale, e portare avanti una politica sociale di stereotipi e di eccessive esemplificazioni sicuramente non aiuta. Con La Diversità come pilastro, si vuole fare della varietà dei singoli una ricchezza da saper apprezzare e condividere; con questo secondo appuntamento mantovano, la fine del mese di settembre 2016 si profila ricca di cultura.

Francesco D’Amico

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Il dramma dei viaggi di emergenza

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Tariffe aeree, regole contrattuali e policy non sono adeguate a chi viaggia per necessità

Immaginatevi a bordo di un aereo civile, seduti comodamente al vostro posto. Per alcuni di voi la cosa richiederà uno sforzo in più, forse perché non assidui viaggiatori o forse perché non avete mai preso un aereo, mentre per altri sarà un pensiero semplice e immediato. Insieme a voi, lo noterete, ci sono tantissime altre persone: i voli domestici, e più in generale, quelli di medio raggio, movimentano sempre un bel po’ di gente, e in una singola turnazione di un aeromobile, che consiste nei due voli di andata per e ritorno da un determinato scalo, si arriva a trasportare quasi quattrocento persone. Quattrocento, praticamente un piccolo paese nostrano: e perché no, con un altro pizzico di immaginazione potremmo davvero immaginarle, tutte queste persone, come gli abitanti di un paese, divise per età, ruoli sociali e occupazione. Le categorie di viaggiatori, visto il loro numero, saranno molto variegate. Qualcuno, bambini ma non solo, prende l’aereo per la prima volta, mentre qualcun altro viaggia per studio, c’è chi viaggia per lavoro, chi per amore, chi per andare in vacanza… e il tutto funziona specularmente, nel senso che per ogni tratta e destinazione il traffico si ripartisce tra chi sta partendo e chi fa il proprio ritorno a casa, andando ulteriormente a moltiplicare la varietà dei viaggiatori. Angoli diversi del paese che si incontrano, si mescolano, e giustificano (anche e soprattutto in senso commerciale) la movimentazione di aeromobili che pesano oltre settanta tonnellate.

Tra tutti questi passeggeri, tuttavia, ve ne stanno alcuni che sono lungi dal fare un viaggio di piacere. Si tratta di chi, per emergenze familiari, mediche o di altra natura, ha organizzato il viaggio non giorni, non settimane, non mesi prima della partenza del volo, approfittando di tariffe super promozionali, ma qualche ora prima, quasi sicuramente pagando cifre esorbitanti che rendono l’esperienza, già traumatica, ancora più preoccupante e carica di tensione. Sono persone che partono per vedere qualcuno che sta morendo, malati che hanno finalmente avuto la possibilità di curarsi, o persone che vanno ad aiutare loro cari in situazioni del genere. Persone che, al contrario di altre, partono senza sapere se e quando torneranno. Questi viaggiatori vivono dei drammi, e la struttura tariffaria delle compagnie aeree non fa altro che renderli ancora più gravi.

Umanamente parlando, in situazioni “standard”, noi aiuteremmo volentieri qualcuno in difficoltà: spesso basta guardare queste persone negli occhi per capire che le loro esperienze di vita non sono uno scherzo. Se facessimo la fila alle poste o in altri luoghi li faremmo passare prima senza pensarci due volte, ma quali agevolazioni hanno queste persone quando devono prendere un aereo per un’emergenza? I sistemi di vendita dei siti internet delle compagnie aeree applicano tariffe salatissime a chi acquista all’ultimo momento, sia perché si tratta dei pochi posti rimasti disponibili, più costosi degli altri, sia perché spesso si applicano delle vere e proprie penali a chi compra i biglietti a ridosso della partenza. Come se ciò non bastasse, le tariffe più elevate spesso costano ancora di più perché garantiscono maggiore flessibilità: permettono cambi di prenotazione gratuiti e senza penali con validità di un anno, e questo va ad incidere sul loro prezzo. Peccato, però, che chi prenota qualche ora prima della partenza e lo fa per un’emergenza, sicuramente non ha bisogno di suddetta flessibilità, mentre chi prenota con mesi di anticipo per impegni che forse non potrà onorare, paga di meno usufruendo di tariffe non rimborsabili e non modificabili. Se i poveri sventurati comprassero i loro biglietti direttamente in aeroporto anziché online, pagherebbero anche le commissioni extra sull’emissione delle prenotazioni. Vogliamo parlare dei bagagli? Ormai anche le compagnie tradizionali hanno policy sui bagagli “modellabili”, quindi non sempre coi bagagli da stiva inclusi nelle tariffe base, e questo costituisce per chi viaggia per un’emergenza un ulteriore grattacapo. Devo partire col bagaglio da stiva? Al ritorno avrò un bagaglio? Sto via pochi giorni, quindi bastano cose di prima necessità? Tornerò, o sto partendo, con medicinali non idonei per i bagagli a mano? Oddio, ma se vado all’uscita d’imbarco per ultimo mandano il bagaglio a mano in stiva? Dubbi abbastanza insidiosi per chi parte per una vacanza, e nel caso di chi sta vivendo un dramma diventano insostenibili. Ovviamente, così come già avviene per gli stessi biglietti, aggiungere un bagaglio da stiva alla propria prenotazione, all’ultimo momento, ha costi aggiuntivi a causa delle commissioni aeroportuali.

Morale della favola, chi vuole spostarsi da un capo all’altro di questa Italia per un’emergenza, anche volando low cost (a proposito: la differenza tra compagnie low cost e tradizionali o legacy praticamente non esiste quando si prenota all’ultimo momento), può arrivare a pagare la cifra astronomica di 800 euro per un viaggio di andata e ritorno. Il punto della questione è il seguente: perché permettere tutto questo? Perché applicare politiche standard da vacanzieri e businessman a chi vive vere e proprie tragedie? La questione è abbastanza complicata. Spesso, sul web, si trovano articoli e messaggi di protesta scritti da chi, nel bel mezzo della stagione estiva, prenota un volo qualche giorno prima della partenza e si stupisce dei prezzi riportati; ebbene, quelli sono messaggi molto discutibili, perché i prezzi dipendono dalla domanda, dall’offerta, e nei periodi con picchi di traffico è utopico pensare di pagare cifre contenute. E’ anche vero, e va sottolineato, che le tariffe promozionali non esisterebbero senza quelle più elevate, ma qui il concetto è diverso in tutto e per tutto, il nocciolo della questione consiste nel fatto che, moralmente parlando, non è possibile applicare logiche commerciali convenzionali a chi sta viaggiando per problemi veramente seri.

Potrebbero esserci tariffe agevolate e prive di penali aggiuntive, purché ovviamente giustificate da certificati medici o altre forme di documentazione al fine di prevenire gli abusi, per chi si trova in situazioni del genere, e al momento dell’emissione delle prenotazioni, i sistemi informatici potrebbero includere note per equipaggi e personale aeroportuale con descrizioni sommarie delle situazioni in modo da permettere a chi interagisce con queste tipologie di passeggeri di conoscere a priori le stesse situazioni e quindi aiutare i poveri sventurati ad affrontare meglio le emergenze. Negli ultimi anni sono stati fatti tanti progressi nel campo dell’aviazione commerciale in termini di qualità dell’assistenza ai clienti, e forse è giunta l’ora di fare anche questo passo in avanti, anche e solo per una semplice questione di civiltà dato che oggigiorno chi viaggia per emergenze è solitamente spennato e spremuto fino all’osso, non aiutato.

Francesco D’Amico

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Come la burocrazia italiana tarpa le ali del progresso

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Il mercato dei mezzi aerei a pilotaggio remoto è paralizzato dalle norme

Dopo la crisi economica, che per certi versi e secondo alcuni ancora è lungi dall’essere finita, la mentalità dei governanti sarebbe dovuta cambiare per favorire la ricrescita e lo sviluppo di innovazioni. Se, da una parte, siamo state tutte vittime della scacchiera economica internazionale, dall’altra dovremmo mettere chi vuole far ripartire l’economia nelle condizioni di poter operare e crescere. Recentemente, non sono state poche le aziende che hanno deciso di investire nel settore dei droni o SAPR, sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, sfruttando le capacità di questi mezzi altamente tecnologici per rendere alcuni compiti più facili o addirittura inventare ex novo nuove e altrettanto innovative applicazioni.

I privati, nella forma dei singoli individui o di piccole e medie aziende, hanno quindi deciso di investire in questo settore, fiduciosi e speranzosi di avere un futuro all’insegna della crescita e della ripresa. Ottimi presupposti, ma qualcuno ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni: con un quadro normativo troppo incerto, in continuo mutamento e soprattutto parecchio restrittivo, diverse realtà hanno deciso di temporeggiare o addirittura abbandonare i loro investimenti che, ricordiamo, sono soprattutto pecuniari. Acquistare, certificare, mantenere e saper usare un drone costa migliaia e migliaia di euro, e la figura dell’operatore o pilota di droni ha anch’essa bisogno di investimenti di tempo e denaro per potersi formare. Decidere di seguire questo percorso sottrae tempo e denaro ad altre cose e dunque, per poter fare una scelta del genere, deve valerne davvero la pena. E’ normale che con tutti questi presupposti qualcuno possa tirarsi indietro, non perché poco propenso al rischio dell’investimento ma perché eccessivamente limitato a crescere.

Secondo alcuni, le norme troppo restrittive, più che regolare il mercato, servirebbero a limitarlo nell’attesa di avere un quadro tale da poter poi “allentare la presa” e “concedere” piccole libertà a chi ne fa parte. L’obiettivo principale delle norme sarebbe impedire che il cielo pulluli di droni potenzialmente pericolosi prima che il loro sistema di certificazione, monitoraggio e operativo sia rodato e quindi più sicuro. Non sarebbe dunque un complotto ai danni dei nuovi pionieri del cielo, ma un modo per fermare un processo più rapido della sua legislazione, che non riesce a seguirlo, e poi arrivare ad una condizione di equilibrio tale da poterne garantire lo sviluppo in sicurezza. Si spera sia così, ma in ogni caso c’è chi delle norme restrittive non ne può più: l’ASSORPAS, l’associazione che tutela i diritti degli operatori degli aeromobili a pilotaggio remoto, ha fatto sapere con un comunicato stampa che potrebbe procedere legalmente nei confronti negli enti legislativi che danneggiano gli operatori con norme restrittive e in continuo mutamento. Forse chi legifera capirà che più che limitare l’uso in generale dei droni, bisognerebbe limitarne l’abuso senza danneggiare l’intera categoria degli operatori SAPR. Staremo a vedere.

Francesco D’Amico

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Tutto pronto per la III edizione della Festa dell’Emigrante a Simeri

Manca pochissimo al tanto atteso evento

Si svolgerà mercoledi 10 agosto, con inizio alle ore 20 presso Piazza Martiri, la “Festa dell’Emigrante” – Le notti di Trischene – riproposta in una veste totalmente nuova, all’insegna della valorizzazione della storia e della tradizione locale.

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Dopo aver riscosso un grande successo nella scorsa edizione – con ben 5.000 presenze registrate  – la Festa dell’Emigrante rappresenta ormai un’ottima sinergia tra istituzioni, associazioni e cittadinanza tutta. Questo evento, infatti, organizzato dall’Archeoclub d’Italia – sezione di Simeri Crichi – con il patrocinio dell’Amministrazione Comunale, punta alla sempre più vicina e possibile dimensione regionale. Rappresenta altresì un’istanza dal basso per il recupero delle tradizioni, la tutela del patrimonio artistico-culturale e la valorizzazione di un territorio troppo spesso sottovalutato. Il programma dell’evento prevede l’allestimento sul corso principale di stand enogastronomici e dell’artigianato locale. La serata verrà introdotta dal presidente Lorenzo Antonio Chiricò con una proiezione video sull’attività di promozione del territorio, svolta dall’Archeoclub, con spunti di riflessione sulla tematica dell’emigrazione. A seguire la serata sarà allieta dal concerto dei Taranta Jonica, band di musica popolare che può annoverare la partecipazione ai più importanti festival del genere musicale, primo tra tutti il Caulonia Tarantella Festival.

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Si tratta di un modo abbastanza semplice per trascorrere una splendida serata estiva, non dimenticando la possibilità di ragionare tutti insieme per la costruzione di una Calabria diversa, tra la consueta apertura degli stand di prodotti tipici e l’artigianato locale, nonché la degustazione in compagnia degli stessi. Il tema affrontato, poi, in riferimento al fenomeno sia dell’emigrazione che dell’immigrazione, è quanto mai attuale in ogni nostra famiglia.

Antonio Mirko Dimartino

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Quando Hollywood diventa alla portata di tutti

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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L’incontro tra droni e fotografia professionale garantisce prospettive un tempo improponibili

Immortalare attimi indimenticabili, spesso ricorrendo alle migliori tecnologie. Una definizione, quella appena scritta, che risulta calzante per diverse categorie professionali, e due in particolare: i fotografi professionisti e gli operatori di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto (SAPR), anche noti come droni. I primi utilizzano fotocamere avanzate e svolgono il loro lavoro con la prospettiva di un normale essere umano, mentre i secondi scattano foto e riprendono video con “occhi” montati su strumenti avanzati capaci di volare. Cosa succede quando la macchina fotografica professionale incontra il drone, e il fotografo professionista incontra l’operatore di SAPR? Il fronte dei droni ha garantito anche alle persone comuni l’accesso a foto e video aerei un tempo limitati ai grandi colossal di Hollywood, in quanto la loro registrazione richiedeva l’impiego di elicotteri o aerei, con tutto il background burocratico di pianificazione tra programmazione, tasse, costi operativi, consumo di carburante, disponibilità di aeromobili ed equipaggi, nonché la fattibilità stessa delle riprese, in quanto un aereo o un elicottero erano soggetti a limitazioni e non potevano avvicinarsi più di tanto ai soggetti da inquadrare, caratteristica invece che nel caso dei droni risulta peculiare, benché soggetta alle restrizioni imposte dalle norme sulla sicurezza e dal buonsenso.

Avere l’accesso a “una fetta di Hollywood” è una delle tante conquiste garantite dalla tecnologia moderna, un’altra cosa “da elite” che diventa di pubblico accesso, o quasi, in quanto bisogna tenere sempre a mente i concetti cardine di rispetto delle leggi e delle persone. Col tempo e lo sviluppo tecnologico, siamo riusciti ad avere telefoni cellulari sempre più performanti, messaggi vocali e foto facilmente inviabili con un click, una buona informatizzazione dei servizi, servizi bancari a distanza, voli accessibili a tutti, vacanze altrettanto accessibili, infrastrutture via via più efficienti, e ora, coi SAPR, riusciamo anche a mettere le mani sul cielo sopra di noi, rendendolo una nuova frontiera di conquista per riprendere i nostri eventi, spedire i nostri pacchi, salvarci dai rischi ambientali, etc. Non si tratta che di uno dei tanti segni inesorabili del progresso, e dato che migliora sensibilmente la qualità complessiva delle nostre vite, possiamo considerarlo un segno positivo.

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Sull’importanza dell’uso dei droni nel campo della fotografia professionale non ha dubbi il lametino Piero Mendicino, in arte Piero M, che ha un curriculum degno di rispetto, dato che ha alle spalle cooperazioni con operatori RAI, fotografi sponsor Kodak e vincitori di premi di rilevanza internazionale. “Abbiamo seguito lo sviluppo tecnologico dell’ambito fotografico e dei video dal 1978, passando per strumenti come le vecchie VHS, per poi arrivare ai giorni nostri dove tutto si avvicina al cinema e allo stile che lo caratterizza.” Ed è proprio qui che entrano in gioco i droni, proprio nell’avvicinare al pubblico tecniche e riprese hollywoodiane. “Il drone è una punta di diamante, una ciliegina sulla torta quando si tratta di un video professionale; dà un impatto visivo importante con le sue riprese aeree, che completano quelle convenzionali e garantiscono anche un impatto emotivo superiore in chi le guarda.” E aggiunge: “E’ come se ci fosse un occhio esterno che vede, con un campo visivo più ampio, non solo i protagonisti delle riprese e le loro azioni, ma dà ulteriore peso alle location, ai luoghi, proprio in virtù della sua capacità di guardare dall’alto ciò che noi guardiamo da terra.”

Col passare del tempo, i droni si insinueranno sempre di più nella nostra vita, e lo faranno con prepotenza, inducendoci a cambiare il nostro modo di concepire lo spazio e i servizi ai quali abbiamo accesso. La chiave di tutto, in un settore in continuo mutamento come questo, è proprio l’originalità, e per ricalcare la tematica hollywoodiana trattata in questo articolo, concludiamo con una frase di Russell Crowe, che nei panni di John Nash, protagonista del film di successo A Beautiful Mind, ha detto: “trovare una vera idea originale. E’ l’unica maniera in cui mi distinguerò. E’ l’unica maniera in cui riuscirò a contare qualcosa.”

Francesco D’Amico*
Operatore di SAPR riconosciuto da ENAC

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Un ritardo che fa bene allo spirito

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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Nella città dove Roma e Lamezia arrivano sullo stesso nastro

Siamo arrivati in perfetto orario. Quasi 10 ore di volo, 09:55 per l’esattezza, sfidando venti contrari e laterali, approfittando di quelli di coda, girando attorno a una cella di estrema bassa pressione, grazie Comandante, mentre costeggiavamo l’Atlantico Nord per poi infilarci lungo la valle del San Lorenzo come una corvetta venuta a caricare pelli di castoro, lontra di mare, orso, cervo, ermellino e puzzola, sì… anche la puzzola. Morbide e calde pellicce pregiate degli animali del Grande Nord. Ma noi siamo andati oltre la Nouvelle France, perché l’AZ650, nelle forme del possente Airbus A330-200, collega Roma Fiumicino con Toronto Pearson, sulle rive del lago Ontario e, fortunatamente, non siamo venuti per le pelli ma per il turismo, le visite ai parenti, altri affari.

Sbarchiamo in fretta, perché 10 ore dentro un tubo di metallo che vibra sono tante, e se anche le gentili e graziose signorine dalle-gambe-verdi hanno fatto di tutto, o quasi, per rendere più veloce il passare del tempo, il volo è ormai dietro alle nostre spalle. Come da copione passiamo il controllo passaporti come una brezza sul mare, addetti della TSA subito a sud della frontiera imparate imparate, e ci affolliamo attorno il nastro 9 per la riconsegna dei bagagli. Per molti dei 250 passeggeri Toronto non è la destinazione finale, ma sempre per il costume di questa parte di mondo i bagagli devono obbligatoriamente passare il controllo al primo punto di ingresso nel Paese, non a quello dove passeremo la notte con amici o familiari. Grazie a uno sprint giovanile nei corridoi dell’aeroporto sono arrivato al nastro in testa al plotone: la prima valigia romana ancora non ha iniziato a girare. A dirla tutta non c’è nulla che gira, il nastro è fermo.

Prima di noi, e se ne devono essere appena andati perché c’è ancora la scritta sul pannello luminoso ma non più le valigie, è arrivato il volo Air Transat da Lamezia Terme, il TS643. Abbiamo sicuramente viaggiato in tandem, percorrendo il lungo arco dal cuore del Mediterraneo sino al grande lago dolce a distanza di contatto radio, magari pure visivo. Scatto una foto al pannello e la mando a un amico che lavora a SUF (questo è il codice dello scalo lametino), mi ringrazia, si commuove. Noi appassionati di aviazione abbiamo un cuore particolare. Iniziano ad arrivare gli altri passeggeri, non sono più da solo.

Tra neppure due ore ho un volo Air Canada da prendere. Una volta arrivata la valigia devo consegnare la dichiarazione doganale, rifare il check-in al bagaglio, cambiare terminal. Alitalia, come tutte le compagnie SkyTeam e Oneworld, arriva al Terminal 3, mentre Air Canada e le altre di Star Alliance sono insediate al Terminal 1. Toronto Pearson, YYZ per i patiti di codici aeroportuali, non è un aeroporto piccolo: anche se solo al trentesimo posto per traffico nella classifica mondiale è però al primo in Canada, ha visto passare nel 2015 la bellezza di oltre 41 milioni di passeggeri e in Nord America è secondo solo al JFK di New York per numero di voli internazionali. Ergo, non sarà una passeggiata. Ma la valigia non arriva. Il nastro s’è messo in moto, con una serie di tonfi successivi si sono allineati una serie di borsoni e bagagli di plastica rigida, e poi più nulla, silenzio, il nastro s’è fermato. Con buona pace dell’etichetta giallo fosforescente Priority che adorna il mio baggage tag. Molti passeggeri se ne sono già andati rimorchiando i loro bagagli, gli altri si guardano attorno spaesati, controllano i cartelloni luminosi degli altri nastri ma no, Signore e Signori, il nastro giusto è questo, dice Roma, anzi Rome. Lamezia-Terme, col trattino, già se n’è andato da un bel po’. Annunciato da una sirena e da un allarme luminoso riprende il giro. Altre due dozzine di valigie, o poco più. Altri passeggeri che se ne vanno. Io sono sempre qui.

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E il tempo passa, sono ormai sbarcato da quasi un’ora. C’è qualcosa che inizia a girare, di moto proprio. Il banco Alitalia per i bagagli smarriti non c’è, un volo al giorno non lo giustifica (!), ma ce n’è uno che si fa carico dei passeggeri le cui compagnie non hanno banco, appunto. Dietro una signorina, che parla al cellulare, e un ragazzo magro e alto, altissimo, un palo della luce. Gli spiego, gli faccio vedere le carte d’imbarco, gli chiedo delucidazioni del tipo: “se il mio bagaglio non arriva nei prossimi 15 minuti che faccio, corro al gate e gli fate fare dogana voi o devo aspettarlo e perdo l’aereo?”. Con un sorriso tranquillo, i canadesi hanno tutti un sorriso tranquillo, addetti della TSA subito a sud della frontiera imparate imparate, mi risponde che “sì, meglio sarebbe aspettarlo”, il bagaglio, non menziona il volo che perderei, ma è implicito.

Poi aggiunge: “Se il suo bagaglio arriva entro un quarto d’ora, per favore mi avvisi”. Il tono di tutta la frase s’è fatto musica sulle parole “arriva entro”. Il ragazzo ci sa fare. “Va bene”, gli rispondo, se ci tieni. Il moto proprio gira un po’ di meno, e in compenso il leggendario nastro 9 s’è rimesso in funzione. Pof, pof, cadono le valige, pof, cade anche la mia. Ma per la miseria, dove t’eri cacciata! Tutto a posto, non c’hanno messo le mani. Mi fiondo verso l’uscita e avviso il Palo della luce che il bagaglio è arrivato. “Sa dove andare?” Mi chiede, sereno. “No”. “Mi segua, l’accompagno”. Canada, Canada, questo non è un aeroporto, è un sogno. Passiamo la dogana, passiamo anche il banco del check-in perché la mia valigia rischierebbe di non essere smistata in tempo, mentre penso alle app per il cellulare, al Pokemon Go, al 4G, al 5G e al sistema d’anteguerra di controllo doganale. Il Palo gentile s’infila in corridoi laterali, sale scale di servizio, con me dietro che arranco perché, parliamoci chiaro, la mia falcata è almeno la metà della sua. Arriviamo alla stazione del Terminal Link Train, il trenino che collega i terminal. Altro Terminal altra corsa sino alla sala accettazioni affollata all’inverosimile.

“Non è che per caso ha una tessera Gold di Star Alliance”, mi chiede con quel sorriso tranquillo. “No, ma si può fare qualcosa, vero?!”. Perché non mi hai portato fino a qui per poi farmi fare la coda e perdere il volo. In effetti fa qualcosa e trova un banco libero, tutto per me.  “Corra”, mi dice l’addetto che scannerizza il mio baggage tag. Saluto, ringrazio, omaggio di mille sorrisi il Palo tranquillo e vorrei correre, ma c’è ancora il metal detector, il controllo carta d’imbarco, etc. etc. Quando, e finalmente, arrivo al gate, leggo che il mio volo è stato ritardato di 40 minuti. Fuori il giorno se ne sta andando mentre il cielo si colora di giallo, arancione e blu cobalto, meglio così, me lo sarei perso e invece ho il tempo per godermelo.

Michele Molinari

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Ezio Ferragina, il dottore delle quattro ruote

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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Settanta anni dedicati con arte ai motori e alle competizioni

L’amore per i motori ha inizio in tenera età per Ezio Ferragina, noto meccanico del comprensorio catanzarese e vincitore di diverse competizioni, quando a soli dieci anni comincia a lavorare nella bottega del padre fabbro. Correva l’anno 1955 e il piccolo Ezio comprende da subito come sia necessario trasformare la stessa in qualcosa che potesse seguire il progresso, in una vera e propria officina meccanica.

Seguendo la formula secondo cui la saggezza è di per sé sufficiente per conseguire la felicità, Ezio sviluppa un perfezionismo alla ennesima potenza. Uomo dotato di grande ingegno, presta inizialmente servizio dai “fratelli Simone” per apprendere tutti i segreti dell’apparato elettrico delle vetture, forse la componente più delicata delle stesse. La serietà, il carattere determinato e le sue abitudini precise lo portano ad essere assunto in una nota concessionaria calabrese degli anni sessanta, nella quale perfeziona la conoscenza delle autovetture. Ma Ezio non è soddisfatto e si getta in un progetto impegnativo – per lui un vero punto di orgoglio – sempre con l’idea di lavorare e aiutare la collettività. Non è possibile, per un giovane, fallire nel campo del dovere. Questo pensa e questa è la sua missione. Così lo sforzo, l’incoraggiamento e i risparmi di anni di duro lavoro, trasformano il suo progetto in un’autofficina moderna e organizzata, presente dal 1967 in una via centrale del capoluogo della nostra meravigliosa regione.

In un periodo di crisi economiche e morali, quest’uomo alza la saracinesca della sua autofficina da ben cinquant’anni alle sette di ogni mattina, dimostrando come gli uomini valorosi non sentano le ferite. Le Porche, le Ferrari, il restauro della vetture antiche – e tanto altro – rappresentano poi quell’onore che non fa sentire queste “ferite” e che rende lieve la fatica. Ma Ezio Ferragina non è solo questo. Negli anni, grazie al suo essere puntiglioso fino allo sfinimento, è stato un eccellente corridore di go-kart e delle amatissime piccole 500 bicilindriche della Fiat. Per anni sale sistematicamente sul podio delle diverse competizioni regionali e interregionali, senza mai dimenticare la sua prima corsa: la cronoscalata Nicastro – Passo Acquabona. Dopo tanti sacrifici, sfide e competizioni l’instancabile Ezio diventa il punto di riferimento per centinaia di migliaia di automobilisti e viene doverosamente soprannominato il “dottore delle quattro ruote”. Per di più, in questi anni sempre più caratterizzati dalla crisi dei legami familiari, Ezio si dimostra invece un ottimo marito e padre di famiglia, capace di trasmettere il senso del dovere ai propri figli. Grande è l’abitudine, infatti, che lo porta a lavorare perfino la domenica o nei giorni festivi, pronto sempre ad intervenire se qualcuno ha bisogno quando la propria macchina è in panne.

Immagine Dottore delle quattro ruote

Coraggioso, innamorato del proprio lavoro ed indipendente, Ezio Ferragina fa del prestigio l’unica sua meta, dimostrando altresì come sia possibile rimettere le mani sul volante – per le competizioni più avvincenti – in qualsiasi momento della propria vita. A soli settant’anni, infatti, con il supporto tecnico del figlio Antonio e la sua intramontabile Fiat 126 rossa e blu, Ezio stupisce ancora chi lo conosce gareggiando e salendo sul podio del famoso maxi slalom Ponte Corace – Tiriolo.

Si dice che i migliori si mettano al servizio della posterità, quale esempio di dignità. É il caso di questo straordinario meccanico e pilota calabrese, Ezio Ferragina, che ritiene da sempre che le macchine siano come le belle donne e abbiano bisogno di attenzioni e di cure.

Antonio Mirko Dimartino

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“Le Muse”, una cornice culturale calabrese di punta

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016. Per motivi di spazio, la versione cartacea è stata ridotta rispetto alla versione originale, qui disponibile.

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L’associazione, con sede a Reggio Calabria, è protagonista indiscussa di innumerevoli eventi

E’ una delle figure chiave nello scenario culturale calabrese. Instancabile e sempre presente, il prof. Giuseppe Livoti, presidente dell’associazione culturale “Le Muse” con sede a Reggio Calabria e molto attivo sui social network, e ora qui con noi per raccontarsi. Chi è Giuseppe Livoti, cosa fa nella vita e come nasce la sua passione per la cultura?

Direi che faccio quello che posso e mi ritengo uno tra i tanti di questa bella Calabria. Occorre fare nella propria vita delle scelte. Io ho scelto di poter promuovere forse ciò che di sano è rimasto nella società, l’arte, la bellezza in una “città contaminata” dove emergere è difficile. L’intuizione è stata creare con “Le Muse” delle agorà di pensiero, libere ed indipendenti, dove trattare argomenti di vario genere e che ad ogni incontro attirano sempre di più un pubblico numeroso. La soddisfazione è sentire anche dal pubblico che in ogni evento creiamo un’atmosfera familiare e questo ci soddisfa poiché così si diventa un riferimento di crescita e riflessione, e probabilmente negli anni abbiamo svecchiato le solite manifestazioni frontali dove la comunicazione non era mai a doppio senso. Avevo venti anni, mi scoprì un noto gallerista della città di Reggio Calabria che intuì cosa avrei potuto fare un domani. Da aspirante ingegnere, secondo la volontà di mio padre, diventai invece docente di materie artistiche, giornalista, presidente di associazione culturale esperto per numerose scuole nonché protagonista di numerosi eventi televisivi ed attualmente conduttore della rubrica Settex1 di Melito TV Canale 817.

Livoti

Circa dieci anni fa – posso dirlo apertamente su mia idea – portai l’arte in TV in Calabria, trasmissione che andava fortissimo, promuoveva artisti nei loro studi d’arte, e facevo conoscere architetture della Calabria e Sicilia. La morale? Proprio perché era una trasmissione troppo forte e importante e vista da un numerosissimo pubblico calabrese e siciliano come dicevano i dati auditel del tempo, stranamente è stata sospesa. Questi sono i dilemmi della nostra Calabria e spesso occorre stare attenti a chi dice in verità di essere promotore di cultura. Inizio a fidarmi poco.

L’associazione culturale “Le Muse”, della quale è presidente, è molto attiva. Qual è la storia di questa cornice culturale calabrese, chi ne fa parte e quali sono gli obiettivi principali dell’associazione?

Venti anni fa, fare cultura era cosa impensabile. A Reggio ci sono state sempre baronie associative che hanno svolto programmazioni forti: era impossibile mettersi in riga insieme ad importanti sodalizi. Ma con la crisi e la chiusura dei rubinetti delle amministrazioni, questi sodalizi sono morti. Quindi cultura a Reggio Calabria era sinonimo di spesa di contributi erogati dalle amministrazioni? Probabilmente sì, e poi si dice che la cultura non paga. I principi Muse sono quelli di promuovere il territorio attraverso l’istituzione del Premio e di una politica culturale che vede ogni domenica da ottobre a giugno eventi con fatti, persone e personaggi dell’Italia del Sud.

L’associazione è aperta a nuovi membri e, se così fosse, quali sono i requisiti?

Abbiamo soci ordinari, soci artisti, soci poeti e scrittori, soci artigiani. Sono delle indicazioni della divisione interna che tra l’altro prevede un Coro diretto dal Maestro Enza Cuzzola ed una sezione poeti dialettali diretto dalla poetessa Rossana Rossomando. L’iscrizione avviene con la presentazione del curriculum di artisti e poeti, esaminato dal Consiglio direttivo in maniera tale da evitare pittori della domenica o scrittori che lo fanno solo per passione e non per interesse intellettuale.

Come è diventato presidente dell’associazione?

Al momento della fondazione, circa quindici anni fa. Sono stato scelto perché più giovane e perché probabilmente riassumevo nella mia immagine tutte le caratteristiche statutarie.

Fare cultura in Calabria spesso presenta una serie di ostacoli, ma lei riesce comunque a trovare il modo e il tempo necessari per partecipare a varie iniziative, e addirittura ad organizzarle. Cosa si prova facendo cultura in Calabria, e nel reggino in particolare? La risposta della popolazione e delle istituzioni è quella che lei si aspetterebbe, o c’è ancora tanta strada da fare?

La risposta è facile. Dico sempre: “male non fare, paura non avere”. Tutto torna specialmente quando operi all’insegna della gratuità condivisa. Tutti si stupiscono quando entrano nel nostro giardino d’inverno al Cortile delle Muse. Quando fu premiata Fioretta Mari, invitata al telefono, mi disse: “mi fido, ci sarò, hai una voce affidabile”. Arrivata esclamò: “ma come fate tutto da soli?”

IntervistaLivoti

Le istituzioni? Negli anni ne abbiamo viste  passare tante, ma proprio passare, solo per la vetrina, per la rappresentanza e dire “Livoti bravissimo, Livoti vi aiuteremo.” Naturalmente come da copione. La politica non mi interessa, soprattutto quando fa vetrina e promette e a volte vedere che risponde pure a richieste assurde di associazioni che lamentano “in paginoni o servizi tv” che non possono andare avanti perché non hanno contributi mi indigna ancora di più e mi convinco che a Reggio Calabria si è sempre fatta cultura con i contributi.

Questo è assurdo ma il problema è che queste istanze a volte vengono proprio raccolte da televisione e carta stampata, così mi domando dove sia l’etica, sempre se ne hanno, dei personaggi che si prestano a questi giochi. Ognuno, prima di scrivere o promuovere coi media determinate attività, dovrebbe pur andare a controllare come vengono realizzate, promosse, se con sacrifici o anche mettendo il proprio tempo, anche rimettendoci economicamente, come nel nostro caso, per amore della propria città.  Ma ancora siamo al modus vivendi che se vai troppo avanti, sei da schiacciare. Quindi preferisco, come presidente, insieme alla mia vice presidente Teresa Polimeni, e come consiglio direttivo de “Le Muse”, andare avanti soli e liberi.

Il baricentro delle attività culturali targate Muse è sicuramente Reggio Calabria, ma non mancano le iniziative che vanno oltre i confini della provincia reggina. Quali sono e come si inseriscono nel vasto contesto regionale?

Sì, abbiamo esperienze forti, importanti ed intriganti all’insegna della continuità con più di venti manifestazioni tra Calabria e Sicilia nell’arco dei mesi giugno, luglio ed agosto. Ormai “Le Muse” hanno creato un rapporto diretto coi soci e simpatizzanti e quindi la gente si aspetta da noi sempre cose nuove ed interessanti. “I Notturni” rappresentano questa intuizione: volere raccontare la creatività calabrese e allo stesso tempo premiare personaggi d‘eccellenza in un posto rinato che è il Cortile delle Muse di via San Giuseppe 19.

I riflettori si sono concentrati non poco sul Premio Muse, dato quest’anno a Klaus Davi, che lo apprezzato tantissimo, in occasione del secondo Notturno dell’associazione. Quest’iniziativa ha confermato la dedizione delle Muse e dei suoi soci alla cultura e al territorio, ma qual è, a suo avviso, il messaggio che vuole trasmettere?

Sì, sicuramente pochi ma buoni. Ultimi premi al giornalista Aldo Pecora e il mass mediologo Klaus Davi, piacevole contrasto tra antidivismo di Pecora per la lotta alla legalità ed il divismo di Davi, giornalista di strada, che nonostante la sua popolarità cerca di indagare in questa Calabria grande ed amara. Ma anche altri premi importanti sono stati consegnati: non penultimi Rosanna Cancellieri, giornalista Rai, e ancora Michele Gaudiomonte, maestro dell’haute couture italiana, Giacomo Battaglia, attore, Antonio Marziale dell’Osservatorio dei Diritti sui minori. Ma ricordo con affetto Alda D’Eusanio, Tonino Raffa, Micaela, Beatrice FeoFilangeri, il Principe Roberto Bilotti ed Emilia Costantini, importante giornalista italiana di spettacolo che mi disse: “perché, Livoti sei rimasto qui al Sud?”

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Una soddisfazione mia è la Pinacoteca di Bova Marina, corposa donazione avvenuta nel 2007 sotto la gestione del comune Zavettieri, conservata male e non custodita durante gli anni successivi durante il commissariamento del comune, è rinata proprio in queste settimane. Oggi è stata riaperta e la sede è presso l’Istituto Regionale Studi Superiori Ellenofoni Calabri. Piccole sale che ci si augura l’attento sindaco avv. Crupi possano diventare ancora di più, per dare spazi a quello che potrebbe essere un Laboratorio di Osservazione dei Linguaggi Artistici dell’area Ionica.

Ci sono altre iniziative importanti in programma nel medio e lungo termine? Le dispiace parlarne coi lettori di questa testata?

Ancora siamo in piena programmazione estiva, saremo a Scilla per presentare un libro su “La donna che inventò Eduardo de Filippo” scritto dalla studiosa Mariagiovanna Grifi ed ancora a Bova Marina per una mostra evento sui “I tessuti in ginestra e non solo…” dell’artista Antonella Laganà. Martedì 30 luglio, in occasione della Festa della Madonna del Soccorso nel quartiere di Gebbione, la sacra statua della Madonna sarà portata solennemente in processione al Cortile delle Muse per una celebrazione eucaristica alle ore 19, mentre alle ore 20 stazionerà davanti all’epigrafe-scultura con il bassorilievo dell’artista Pino Gattuso e l’ode alla Madonna, inaugurati a suo tempo da S.E. il vescovo Fiorini Morosini. E tutto questo lo dobbiamo alla grande apertura mentale del parroco Mons. Giorgio Costantino che da sempre ha inteso e capito il nostro modo “sano” di promuovere anche valori come la fede.

Grazie di cuore per la sua disponibilità, presidente Livoti.

Francesco D’Amico

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