Il fallimento del TTIP. L’Europa stoppa le trattative. Ultima parte.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Francia e Germania si oppongono alle proposte americane, accordo sfumato.

Non è un buon momento per il commercio globale. Gli strascichi lasciati dalla crisi del 2008 non sembrano ancora superati mentre i tentativi di rianimare l’economia a colpi di liberalizzazioni e accordi interstatali raramente giungono ad una conclusione positiva. Anche il Trattato Transatlantico di libero scambio (TTIP), che sembrava dover risollevare le sorti del mercato europeo ed americano, sembra ormai naufragato, impossibilitato a veder la luce dalle profonde differenze normative fra i due poli e dalle resistenze di alcuni Stati europei. Se, all’inizio, le resistenze delle associazioni dei consumatori e delle piccole e medie imprese europee non parevano aver bloccato la prosecuzione dell’accordo, nonostante i dubbi dovuti alle “larghissime” normative americane in materia di igiene sanitaria alimentare, l’industria statale francese e tedesca si è ora messa di traverso, spingendo il progetto verso il definitivo abbandono.

Spiega l’economista Larry Summers: “Per l’Europa, vale il principio di prevenzione: un prodotto non si vende, se non si è accertato che è sicuro. Per gli Usa, invece, vale il principio opposto: per bloccarne la vendita, bisogna accertare che faccia male. La differenza è cruciale, soprattutto per i pericoli che potrebbero derivare per i cittadini. Inconcepibile è inoltre un secondo punto del trattato: le grandi multinazionali avrebbero il diritto di fare causa ai governi per contestare le loro regole, aggirando così le leggi per fare i propri interessi, aumentando le lobby e distruggendo la sovranità nazionale.” La Brexit, in secondo luogo, ha inflitto un duro colpo al tentativo di accordo: l’ex premier inglese Cameron, infatti, era un acceso sostenitore del TTIP ma, essendo ora la Gran Bretagna estranea alle vicende strettamente comunitarie, il suo apporto non può essere utilizzato.

Dopo l’Inghilterra, anche la Germania ha ritirato il suo appoggio. Il vice cancelliere e ministro dell’economia, Sigmar Gabriel, ha infatti dichiarato come “sia inconcepibile, per l’Europa, accettare supinamente le assurde pretese degli americani. Il negoziato è de facto fallito, dato che dopo 14 incontri fra le delegazioni, non è stato raggiunto l’accordo su nemmeno uno dei ventisette capitoli in esame. Ritengo quindi il negoziato ormai fallito, anche se nessuno vorrà mai ammetterlo apertamente.” Il colpo di grazia, infine, da parte del sottosegretario francese al commercio internazionale, Matthias Fekl: “è opportuno ribadire come non ci sia più il sostegno politico della Francia a questi negoziati. Gli USA non concedono niente, o solo briciole. Non è così che si deve negoziare fra alleati.”

Il trattato è dunque ormai alla deriva, anche se potrebbero riaprirsi alcuni spiragli di trattativa a partire dalla seconda metà del 2017, dopo le elezioni negli USA, in Francia ed in Germania. Rimane infine il rischio che vada in porto un simile accordo fra USA e Cina, in quel caso non solo nascerebbe un grande mercato con dazi ridotti al minimo fra le due potenze del Pacifico, ma verrebbero anche definiti parametri commerciali di salute e ambientali che poi il resto del mondo sarebbe costretto ad accettare passivamente senza averli negoziati. La situazione rimane nebulosa e senza apparente conclusione, anche se un solo dato è certo: l’Italia è ormai esclusa dal “tavolo dei grandi” e riveste sul piano internazionale solo parti secondarie o di facciata.

Paolo Leone

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