Come la burocrazia italiana tarpa le ali del progresso

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Il mercato dei mezzi aerei a pilotaggio remoto è paralizzato dalle norme

Dopo la crisi economica, che per certi versi e secondo alcuni ancora è lungi dall’essere finita, la mentalità dei governanti sarebbe dovuta cambiare per favorire la ricrescita e lo sviluppo di innovazioni. Se, da una parte, siamo state tutte vittime della scacchiera economica internazionale, dall’altra dovremmo mettere chi vuole far ripartire l’economia nelle condizioni di poter operare e crescere. Recentemente, non sono state poche le aziende che hanno deciso di investire nel settore dei droni o SAPR, sistemi aeromobili a pilotaggio remoto, sfruttando le capacità di questi mezzi altamente tecnologici per rendere alcuni compiti più facili o addirittura inventare ex novo nuove e altrettanto innovative applicazioni.

I privati, nella forma dei singoli individui o di piccole e medie aziende, hanno quindi deciso di investire in questo settore, fiduciosi e speranzosi di avere un futuro all’insegna della crescita e della ripresa. Ottimi presupposti, ma qualcuno ha dovuto ridimensionare le proprie ambizioni: con un quadro normativo troppo incerto, in continuo mutamento e soprattutto parecchio restrittivo, diverse realtà hanno deciso di temporeggiare o addirittura abbandonare i loro investimenti che, ricordiamo, sono soprattutto pecuniari. Acquistare, certificare, mantenere e saper usare un drone costa migliaia e migliaia di euro, e la figura dell’operatore o pilota di droni ha anch’essa bisogno di investimenti di tempo e denaro per potersi formare. Decidere di seguire questo percorso sottrae tempo e denaro ad altre cose e dunque, per poter fare una scelta del genere, deve valerne davvero la pena. E’ normale che con tutti questi presupposti qualcuno possa tirarsi indietro, non perché poco propenso al rischio dell’investimento ma perché eccessivamente limitato a crescere.

Secondo alcuni, le norme troppo restrittive, più che regolare il mercato, servirebbero a limitarlo nell’attesa di avere un quadro tale da poter poi “allentare la presa” e “concedere” piccole libertà a chi ne fa parte. L’obiettivo principale delle norme sarebbe impedire che il cielo pulluli di droni potenzialmente pericolosi prima che il loro sistema di certificazione, monitoraggio e operativo sia rodato e quindi più sicuro. Non sarebbe dunque un complotto ai danni dei nuovi pionieri del cielo, ma un modo per fermare un processo più rapido della sua legislazione, che non riesce a seguirlo, e poi arrivare ad una condizione di equilibrio tale da poterne garantire lo sviluppo in sicurezza. Si spera sia così, ma in ogni caso c’è chi delle norme restrittive non ne può più: l’ASSORPAS, l’associazione che tutela i diritti degli operatori degli aeromobili a pilotaggio remoto, ha fatto sapere con un comunicato stampa che potrebbe procedere legalmente nei confronti negli enti legislativi che danneggiano gli operatori con norme restrittive e in continuo mutamento. Forse chi legifera capirà che più che limitare l’uso in generale dei droni, bisognerebbe limitarne l’abuso senza danneggiare l’intera categoria degli operatori SAPR. Staremo a vedere.

Francesco D’Amico

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