Anni ’80, inizia la stagione della “barbarie”

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 230) il 10 dicembre 2016.

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Il giornalista Paolo Morando descrive l’Italia nordista,  paninara, becera, rampante e razzista

Un paese lontano, ma essenzialmente vicino, descritto senza ostilità preconcette. É il frutto di un lungo lavoro di ricerca e osservazione condotto da Paolo Morando, giornalista e saggista trentino, che ci presenta “’80. L’inizio della barbarie”, pubblicato lo scorso gennaio dalle Edizioni Laterza. In una società dove vive la necessità di dare e fare informazione, anche critica, con una capacità fuori dal comune di non trascurare nulla, Paolo Morando, spesso ironico e puntiglioso, riesce a descrivere un decennio fondamentale per la storia del nostro paese. E lo fa scegliendo consapevolmente di assumere il punto di vista della persona, a discapito di questioni etiche o religiose, cercando di portare avanti una complessa critica sociologica quale punto focale del suo lavoro.

Serietà e superficialità dell’Italia degli anni Ottanta, un decennio particolarmente complesso esaminato con i giusti intenti, senza idealizzarla sotto le ipocrisie come fanno spesso i romantici. L’autore, dunque, dimostra un ingegno notevole. Con molta grazia, infatti, è in grado di staccare la mente dai sensi e di spingere il pensiero verso vie inconsuete riprendendo tutti quegli aggettivi che hanno rappresentato nell’immaginario comune l’Italia di quegli anni. É l’Italia nordista, paninara, becera, rampante o razzista, quella dei mille percorsi con qualche punto oscuro e delle aspirazioni più alte. Un libro che ghermisce e convince, capace di non esaurirsi nella semplice espressione di un’opinione dell’autore e di superare i luoghi comuni che non sembrano spirare.

Chi ama quella politica largamente intesa, per esempio, avrà modo di assaporare e giudicare l’arrivo in Italia dei primi movimenti autonomisti. Particolare è, infatti, l’attenzione che Morando pone nel problema del linguaggio, socialmente costruito e non insito nell’uomo, punto di forza delle “leghe”, soprattutto nel caso dove si arriva addirittura alla osannante ipotizzabile eruzione del vulcano dell’Etna con lo slogan “Forza Etna”, inizialmente utilizzato in maniera dispregiativa – nel classico rito de “i terroni a casa loro” – e successivamente quasi in tono scherzoso.

Bene, con questa logica di fondo, Paolo Morando va oltre e sull’impercettibile percorso delle testimonianze di ordine sociologico e storico, ma anche cinematografico e musicale. L’autore richiama i “paninari”, tra Timberland e Moncler, sicuramente distanti dalle politicamente e socialmente impegnate generazioni precedenti. E non è tutto. Cresciuta di pari passo con il mostruoso debito pubblico, apposita menzione esige, infatti, l’Italia “becera” di ignoranza e odio con quella “rampante” della Borsa di Piazza Affari o della “Milano da bere”. E senza pensare alla classica etichetta convenzionale, Paolo Morando ha infine il coraggio di descrivere anche quell’Italia razzista capace di far vergognare l’animo del lettore, mettendo in crisi l’idea di quella Italia vista quale quinta potenza economica al mondo.

Ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano, questo libro riesce a farci vivere quella tanto decantata atmosfera degli anni Ottanta, portandoci velatamente a cercare di comprendere se siano stati proprio questi gli anni di incipit della barbarie. Sono anni ricordati per le innumerevoli icone, elemento liberatorio dei tanti adolescenti che sembrano non preoccuparsi della P2, della strage di Bologna o dell’omicidio di Carlo Alberto Dalla Chiesa, ma pronti a portare una testimonianza trionfale di se stessi attraverso le imprese di Paolo Rossi, Marco Tardelli e Bearzot. Ma il viaggio di Paolo Morando è molto più lungo e non cerca l’approvazione sincera dei buoni, ricordando la cultura musicale degli “Squallor” o le scene teatrali di Gianfranco Funari, come le serate passate alla tv per guardare “Drive In” o “Top Gun”, Maradona e Bettino Craxi. Serve dunque il coraggio di abbandonarsi ad una lettura esplorativa delle varietà, evitando di cadere in tentativi di astrazione e drastica riduzione della complessità. Insomma un libro che mette a dura prova gli ottimisti ed i nostalgici, quelli del “Cacao Meravigliao” di Renzo Arbore, perché chi teme ciò che non si può evitare non può assolutamente vivere con serenità.

La lettura di un libro può essere un’esperienza tanto coinvolgente da cambiare la percezione della realtà e forse anche della nostra storia. É questa l’Italia degli anni Ottanta, descritta da Paolo Morando sotto forma di mezze confessioni sussurrate, sogni e invenzioni di mondi paralleli, sempre un passo avanti e due indietro.

Antonio Mirko Dimartino

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L’integrità fisica è tutelata dal nostro Codice civile?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 230) il 10 dicembre 2016.

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L’importanza del giudice nel sempre crescente desiderio di disporre del proprio corpo

La persona occupa una posizione centrale nel nostro ordinamento e l’integrità fisica è un bene oggetto del diritto. Rientra tra i diritti fondamentali, per intenderci fra i diritti della personalità, ma bisogna comprendere in che modo il diritto all’integrità fisica sia tutelato nel nostro ordinamento. Per chi ama gli studi giurisprudenziali è facile fare riferimento al Diritto penale che, sicuramente e senza ombra di dubbio, offre un’adeguata tutela e vieta tutta una serie di offese alla persona quali ad esempio il reato di percosse o di lesioni personali. Ma a noi interessa un altro aspetto, forse meno evidente ma da sempre discusso. Il diritto all’integrità fisica, infatti, è ovviamente tutelato dal nostro Codice civile attraverso l’art. 5 riguardante gli “Atti di disposizione del proprio corpo”, vietati quando cagionino una diminuzione permanente della stessa integrità fisica. É chiaro come non sia possibile e necessario entrare nei tecnicismi della norma, che prevede per esempio alcune eccezioni come per la donazione del rene o di parte del fegato, tuttavia lo stesso risulta oggi inidoneo a regolare i diversi interessi riguardanti la persona. Il legislatore del 1942, infatti, quando parla di “integrità fisica” fa riferimento al corpo della persona e trascura le componenti immateriali come il corpo elettronico e l’aspetto psichico. E senza essere polemici, già al tempo la norma aveva creato tutta una serie di problemi, essendo ambigua e di portata generale. Insomma, si tratta di una delle norme più discusse, soprattutto quando fa riferimento genericamente all’atto di disposizione o alla diminuzione permanente.

Così, negli anni, anzi nei decenni, ha acquistato sempre maggiore importanza l’attività del giudice, figura capace di valutare sempre il caso concreto. In situazioni delicate in cui aumenta sempre di più la voglia generica di poter disporre del proprio corpo, la figura del giudice ha portato avanti un mirato “contemperamento degli interessi”. Svolgendo un’attività – anzi un ruolo – interattivo e non solo interpretativo, il giudice ha scelto quale interesse tutelare nel singolo caso specifico tra interessi egualmente tutelati dalla Costituzione e dal Codice civile. Dunque la libertà di disporre del proprio corpo non c’è o non la sappiamo riconoscere? In altri termini: è possibile immaginare che la sua riconducibilità passi esclusivamente attraverso l’attività di un giudice? La riposta non è semplice, in quanto non è possibile affrontare un simile quesito come un dato esterno che preesiste alla coscienza, alla decisione e all’attività volontaria dell’individuo in quanto tale.

Cercando di evitare una drastica riduzione della complessità, è tuttavia ovvio che in tutto questo un ruolo chiave è giocato dalla nostra Costituzione che, come molti sanno, mette sempre e comunque al centro la persona. É una tutela che guarda alla persona come soggetto da salvaguardare in quanto tale e deve quindi essere tutelata la sua dignità. La nuova impostazione si fonda su principi solidaristici e personalistici, per cui le norme del Codice vanno rilette per rispondere alle esigenze fondamentali della persona da attuare sulla base del disposto dell’art. 2, che noi ben conosciamo in relazione ai diritti inviolabili della persona.

La Costituzione ha posto a fondamento del nostro ordinamento il rispetto e la promozione della persona umana e lo stesso deve fare anche la scienza, non solo in attuazione della morale che chiede il rispetto della persona, ma soprattutto per quelli che sono i valori fondanti del nostro ordinamento, i valori giuridicamente rilevanti sulla persona. Questo non significa che non venga garantita la possibilità di disporre del proprio corpo, ma la libertà perde il riferimento di natura patrimoniale prevista dal legislatore del 1942. Non è questa la finalità del costituente, semmai è quella di riconoscere la dignità, quindi sono possibili atti di disposizione che rientrano nel diritto sancito alla libertà personale, che deve essere coordinata, però, con altri valori come il principio di uguaglianza, il valore della dignità (che è il valore supremo), con il diritto alla salute e il nostro diritto all’integrità fisica.

Antonio Mirko Dimartino

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UMG: il 16 e 17 dicembre un prestigioso Convegno su “La tutela degli interessi legittimi”

Coinvolti autorevoli relatori tra magistrati e docenti universitari

Si svolgerà nei prossimi giorni, il 16 e 17 dicembre, presso il Dipartimento di Scienze Giuridiche, Storiche, Economiche e Sociali dell’Università Magna Græcia di Catanzaro, un importante e prestigioso Convegno dal titolo “La tutela degli interessi legittimi tra considerazioni sistematiche e profili di nuova emersione”.

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L’incontro – organizzato dal Centro di Ricerca “Rapporti privatistici della P.A.”, coordinato dal Prof. Fulvio Gigliotti, Ordinario di Diritto privato – vedrà coinvolti molti autorevoli relatori tra magistrati e docenti universitari che, articolando i propri lavori in due sessioni, si occuperanno dei “Profili sistematici” e degli “Aspetti attuali della tutela degli interessi legittimi”.

Il Convegno è patrocinato dall’Ufficio Studi della Giustizia amministrativa presso il Consiglio di Stato e si svolge in collaborazione con la Scuola Superiore della Magistratura – Struttura didattica territoriale di Catanzaro. L’evento, accreditato da diversi ordini professionali forensi, si inserisce nelle attività per la formazione dei magistrati del Tar Calabria ed è occasione per ricordare la memoria del Pres. Massimo Luciano Calveri, già Presidente di sezione del Tar Calabria e del Tar Lazio.

Antonio Mirko Dimartino

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La grande scommessa imprenditoriale di Marco Volpe

Investire nel centro storico di Lamezia Terme? I giovani ci credono ancora.

Da quasi un anno, precisamente dallo scorso dicembre, un giovane e ambizioso imprenditore lametino ha deciso di impegnarsi nel rendere ancor più viva la splendida Lamezia Terme. Stiamo parlando di Marco Volpe, che insieme ad alcuni soci, nonché preziosi amici, ha deciso di credere fortemente in un nuovo progetto. Si tratta del Kubic Lounge Bar, un locale che abbandona le rigide forme rituali dell’intrattenimento, puntando all’innovazione del divertimento. Con animo fiducioso, sembra opportuno incoraggiare e dare spazio ai giovani imprenditori calabresi, capaci di sfidare tutti quei complessi travagli simbolo di quella crisi economico-finanziaria che purtroppo è in atto da diversi anni.

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 Antonio Paradiso, Marco Volpe, Antonio Landolfi.

Marco, com’è nata questa idea imprenditoriale?

É nata nel tempo, con l’esperienza maturata. Lavoro in questo settore da parecchi anni e ho sempre avuto l’ambizione di aprire un locale che potesse offrire musica e divertimento ai nostri concittadini. Così, insieme ai miei grandi amici Antonio Landolfi e Antonio Paradiso, imprenditori anche loro, è nata l’idea straordinaria del Kubic Lounge Bar. Giusta quanto doverosa, poi, la scelta di dedicare ampio spazio a quella gioventù che si affaccia alla vita.

Un grande coraggio il vostro, ma quanto tempo avete impiegato per realizzare questo locale così innovativo?

Il progetto ha preso forma nell’estate 2015. Con grande passione abbiamo realizzato le nostre idee impegnative ma, per noi, punto di orgoglio. Grazie alla nostra totale dedizione, il primo dicembre 2015 abbiamo inaugurato il Kubic: un locale che rispecchia la nostra creatività e il desiderio di offrire una valida alternativa al divertimento. Un locale moderno, nel quale il cliente diventa spettatore di un’esperienza visiva e sonora indimenticabile, ma che rispetta anche il sapore antico del luogo in cui ci troviamo nel suo sottile intreccio con il centro storico di Lamezia Terme.

Entrando nel vostro locale si respira subito un’aria diversa. Quali sono le novità che proponete, soprattutto per il dopocena?

Siamo aperti tutte le sere ad eccezione del lunedì. Accogliamo i nostri clienti a partire dalle 19.00 con il nostro aperitivo, che offre squisiti taglieri di salumi e formaggi. La domenica sera proponiamo anche qualcosa di alternativo: un aperitivo a base di pesce che comprende due primi e tante altre sfiziosità. Tutto, ovviamente, è accompagnato da un beverage eccellente che va dai classici cocktails, alla birra, al vino bianco e/o rosso, fino  ai distillati di ottima qualità. Frutto di un lungo lavoro di preparazione, una delle nostre forze è rappresentata dallo staff sempre cordiale e professionale. Punta di diamante è la preziosa collaborazione di Salvatore Gozzi,  nostro barman di fiducia, e di Mara Bruno dedita all’accoglienza dei nostri clienti. Gli appuntamenti sono molti, tanto che la nostra “settimana tipo” prevede la coinvolgente serata latina del mercoledi, il fascino della musica live il venerdi sera e un sabato dinamico con dj Set.

In questi primi 12 mesi di attività, come ha risposto la nostra amata Lamezia Terme?

La città ha risposto davvero bene. In linea con l’intonazione complessiva del nostro accurato lavoro, appena illustrato a voi, la diversa tipologia di serate che proponiamo ci permette di avere clienti di tutte le età. Il Kubic, infatti, è un locale progettato per offrire due alternative: l’interno per chi preferisce la tranquillità degli spazi riservati, godendo – tra le altre cose – dell’odore rilassante e delicato del  muschio vivo, di cui sono rivestite le pareti interne, e poi la nostra area “dehors”, realizzata interamente in vetro per chi, invece, preferisce vivere la parte più animata del locale. É proprio questa forte ispirazione che sta all’origine del nostro attuale successo.

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Avete pensato proprio a tutto. Ti ringraziamo per la preziosa testimonianza, chiedendoti cosa diresti ai lametini che ancora non frequentano il cuore della città.

Sono io a ringraziare voi di TLR per il privilegio di questa intervista. Il nostro locale, in questi mesi, ha saputo spaziare tra forme e generi diversi. Colgo dunque l’occasione per invitare, chi ancora non ha visitato il Kubic, a venirci a trovare. Siamo coraggiosi, innamorati del nostro lavoro e indipendenti. Vi aspettiamo per garantirvi il massimo divertimento, con la possibilità di poter godere del sapore antico della nostra amata Lamezia Terme.

Mirko Dimartino

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Ecco FranzD, alias Francesca Tropea, giovane blogger e make up artist lametina

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016.

Lamezia ed il web 2.0: qualcosa sembra muoversi anche in questa direzione

Buongiorno Franz, grazie per aver accettato questa intervista. Chiariamo innanzitutto un punto fondamentale: su YouTube sei conosciuta come FranzD, su Facebook hai una pagina dal nome “Tra il Glicine e il Sambuco”. C’è una qualche dicotomia nel tuo modo di essere blogger o questa alternanza rappresenta due facce della stessa medaglia?

Parto subito con il dire che hai azzeccato uno dei miei crucci fondamentali: quello di creare una mia realtà unificata e coerente. Chiarisco la questione in modo anche semplice: il progetto era, in partenza, un tutt’uno tra canale YouTube e pagina Facebook, il quale portava due diversi nomi semplicemente per una mia velleità, che appunto si è dimostrata un po’ scoordinata pur proponendo gli stessi contenuti. Per questo motivo, ad oggi, ho cambiato anche il nome alla pagina Facebook in FranzD, lasciando “Tra il Glicine e il Sambuco” come un bel ricordo del tempo passato.

Quali significati si nascondono dietro lo pseudonimo di FranzD?

Franz in primis nasce con l’esigenza di esprimere una parte di me che non si conforma solo con il mio nome di battesimo. Franz è il nome di un meraviglioso scrittore: Kafka, che ho adorato ed adoro, in particolare punto proprio sull’assurdo Kafkiano, tento sempre di reindirizzare molti dei miei comportamenti in questo senso. Ho amato da morire il libro “La Metamorfosi” il quale mi ha lasciato in eredità un modo nuovo di guardare al mondo.  D sta per D’Artagnan, se vogliamo, una figura che mi ha sempre affascinata, ed anche per “Dreams”. Sogni, che non sono mai abbastanza.

Parliamo ora della tua attività di blogger: sicuramente nasci come apprezzata cosplayer. Cosa si cela dietro la possibilità di vestire un costume?

Per me la possibilità di essere un personaggio (che sia di immaginazione, o che esista sul serio) è un’esperienza particolare. Mi permette di essere quel personaggio e me stessa nel medesimo momento. Non entrerei mai nei panni di un personaggio se quest’ultimo non mi calzasse a pennello.

Una maschera aiuta nelle relazioni con gli altri cosplayer? O, talvolta, alcuni di essi vivono la cosa con eccessiva “professionalità”, tale da generare litigi?

Nelle mie varie esperienze ho potuto constatare che si ha molta più facilità nell’approcciarsi agli altri, mantengo ancora amicizie da diversi anni, sempre nate nell’ambito di fiere del fumetto ed eventi cosplay. Talvolta capita che possa nascere un po’ d’invidia tra cosplayer ed anche l’insorgere di litigi. Ma è così un po’ in tutti gli ambienti umani. Fortunatamente a me non è mai capitato.

Spiegheresti ai nostri cari lettori cos’è “l’instant cosplay?”

L’Instant Cosplay non è che un tipo diverso di fare cosplay. Solitamente per preparare il costume, imparare le movenze e tutto ciò che concerne il personaggio scelto, si impiega molto tempo, talvolta anche mesi. Con l’Instant, in base a ciò che si ha già in casa ed alla bravura/creatività della persona, si creano cosplay in pochi minuti. Insomma i cosplay dell’ultimo secondo!

Stai avendo molto successo con la pubblicazione su YouTube di video di make up. Vivi questa passione con divertimento, professionalità o entrambe le cose?

Preferisco di sicuro farlo sia con divertimento che professionalità. L’uno, nella mia visione specifica, non esclude assolutamente l’altra. Cerco sempre di sperimentare, di non lasciare attorno a me aloni di noia e pressioni di alcun genere, che non significa assolutamente abbandonare la professionalità dell’azione, ma mantenere un ritmo allegro e gioioso nell’ambito che più mi appassiona.

Pensi di riuscire a trasformare tutto ciò in un lavoro, quale youtuber professionista?

Talvolta si finisce con il pensare al lavoro come ad un qualcosa di pesante e rognoso, in realtà il lavoro può (e deve, in certi casi) essere amato; io adoro tutto quello che faccio sul web, mi rilassa e motiva la mia creatività, per cui sì, se ci fosse la possibilità non la getterei di sicuro nell’immondizia!

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Ti sei ispirata a qualche youtuber in particolare? Ad esempio, Clio Make Up o Make up Delight?

Clio Makup e Giuliana MakeupDelight sono state le prime due Beauty Guru che ho iniziato a seguire, e che seguo ancora con affetto; adesso però sono orientata verso modelli un po’ diversi, come le nuove youtuber americane, anche se credo fermamente che ognuno di noi, prima o poi, debba trovare per necessità la sua strada, altrimenti si rischia di non riuscire più a creare ma solo di ricopiare.

Sei riuscita ad ottenere qualche tipo di sponsorizzazione da qualche casa farmaceutica o cosmetica? Cosa pensi delle persone pagate apposta per sponsorizzare prodotti?

Al momento non ho ottenuto alcun tipo di sponsorizzazione.  Riguardo a coloro che ottengono una retribuzione per la sponsorizzazione di un prodotto penso che ci sia bisogno di trasparenza e di verità. Io sono, prima d’essere una youtuber/blogger, una consumatrice, per cui preferirei investire i miei soldi in prodotti funzionali e non in prodotti pessimi che godono solo di buona fama per via di sponsorizzazioni eventuali. Penso proprio che, se dovessi mai recensire un prodotto inviatomi per essere sponsorizzato, lo farei con la massima sincerità. Sono convinta che la credibilità di una persona vada al di là di un rossetto o di una crema.

In Calabria, ed in particolare, a Lamezia, è molto raro che qualcuno pensi di fare blogging. Tu come vivi questa situazione e quale tipo di feedback hai ricevuto finora?

È vero, nel nostro territorio è un po’ inusuale, rispetto alla grande mole di persone che lo fanno nel resto della nazione (e del pianeta), ma vivo tutto ciò con molta tranquillità e spensieratezza, l’importante è avere passione e portarla avanti come un vero e proprio stendardo. I feedback sono stati differenti e anche positivi, di questo sono molto felice, vuol dire che qualcosa ancora si riesce a trasmettere e regalare agli altri.

Come vedi le tue idee legate al concetto di arte e bellezza?

Se vogliamo riferire questi concetti all’idea che ruota attorno al Makeup posso, senza molte difficoltà, dirti che il trucco non deve essere visto solo come “abbellimento” ma anche, ed in maniera più forte dal mio punto di vista, come una forma di espressione, non più né meno di un artista che dipinge un quadro o d’un musicista che crea melodie. Il trucco è arte, lo è perché già di per sé crea un varco tra ciò che è inconscio ed il mondo esterno; questo è un potere meraviglioso che solo l’arte (in tutte le sue splendide forme) riesce a donare.

Infine, il futuro. Come ti vedi fra qualche anno, idealmente e realmente?

Questa credo sia la domanda peggiore di tutte. Sono una persona con molteplici interessi che convergono tutti in una dinamica di creatività. Spero quindi di essere, in un senso o nell’altro, una portatrice sana di colori, arte e meraviglia. Magari divenendo un Makeup-Artist a tutti gli effetti, od anche una costruttrice di navi d’argento per raggiungere i propri sogni, chi lo sa?

Paolo Leone

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L’esempio dell’Accademia dei Bronzi

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016. Per motivi di spazio, la versione cartacea è stata accorciata rispetto a quella telematica.

Una realtà culturale ben affermata, coordinata dal suo presidente Vincenzo Ursini

Spesso, forse troppo spesso, sentiamo dire che fare cultura in Calabria è difficile. Nel vasto panorama culturale regionale, una delle figure di spicco più importanti e note ai media è Vincenzo Ursini, presidente dell’Accademia dei Bronzi e proprietario della casa editrice Ursini Edizioni, che deve a lui il suo nome. Molto attento alle tematiche culturali della nostra regione, il presidente Ursini si fa promotore di una serie di iniziative con un’eco molto sentita tra tutti coloro che desiderano fare della sana cultura in Calabria. Il presente dell’Accademia dei Bronzi e del suo presidente è ben conosciuto, ma come è iniziato il percorso formativo e culturale i cui risultati sono ormai sotto i riflettori di tutti? E’ con molto piacere che il presidente Ursini ha deciso di raccontarsi e raccontare ai lettori de il Lametino questo percorso, ancora in salita.

Presidente Ursini, innanzitutto grazie per essersi reso disponibile per questa intervista. Può darci una sua breve biografia e descriverci come è iniziato il suo percorso culturale?
L’Accademia dei Bronzi è nata agli inizi degli anni ’80, subito dopo la scoperta dei noti guerrieri di Riace. Il primo presidente, su mio input, è stato l’avvocato Angelo Esposito di Lamezia, non più tra noi. Un uomo a dir poco eccezionalwe, sia dal punto di vista professionale che umano. Con lui ho condiviso e realizzato tantissime iniziative, anche internazionali, tra le quali il premio “Città di Valletta”, tenutosi a Malta per ben dieci anni sotto l’egida del Presidente di quella Repubblica. Nel 2000 gli sono subentrato e ho ampliato l’offerta culturale dell’Accademia, realizzando numerose altre iniziative di poesia, narrativa, saggistica, pittura, teatro e giornalismo.

Come sono nate le Edizioni Ursini, e da quanto tempo operano nel settore dell’editoria? Quanti volumi sono stati pubblicati nel corso degli anni, e con quale diffusione?
Le edizioni Ursini sono nate nel 1978, quindi prima dell’Accademia dei Bronzi. In quegli anni, in Calabria, le case editrici che operavano a proprie spese, – intendendo con questo senza fare uso di pubblici contributi – eravamo davvero poche. Tre o quattro in tutto. Contavamo quindi esclusivamente sulla qualità delle opere pubblicate, la sola cosa che poteva farci guadagnare qualcosa per “restare a galla”. A distanza di 38 anni devo dire, con soddisfazione, che quella scelta era giusta.

La qualità grafica delle opere edite dalla sua casa editrice è molto alta. Come è stato possibile raggiungere un tale livello di impaginazione, resa delle immagini e presentabilità?
La qualità è alta perché curiamo direttamente tutti i nostri libri, visto che li pubblichiamo a nostre spese. Chi si fa pagare per pubblicare un libro, non ha alcun interesse a curarlo nei minimi dettagli. E solo uno “stampatore” che, spesso, fa ciò che gli autori gli chiedono. Nient’altro.

Qual è, secondo lei, la differenza più importante tra la sua casa editrice e le altre?
Non ci piace fare confronti, ma la differenza è sostanziale. Noi pubblichiamo solo ciò che ci piace e non ciò che ci viene pagato.

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Quali sono gli obiettivi principali dell’Accademia dei Bronzi, e come opera nel contesto culturale calabrese?
Uno dei principali obiettivi è promuovere la cultura calabrese, soprattutto quella dei piccoli paesi, realizzando e presentando pubblicazioni di carattere storico. Poi, diamo ampio spazio alla poesia. E ciò perché la poesia ci consente – attraverso le iniziative che attiviamo – di far conoscere quegli autori che, pur essendo validi, incontrano tante difficoltà ad entrare in un ampio contesto culturale. Diamo, insomma, a chi merita, la possibilità di emergere e nel contempo assicuriamo la pubblicazione gratuita di una loro opera, come avviene con il premio Alda Merini.

Il Circolo Unione di Catanzaro è stato anch’esso un punto di incontro per chi ha voluto fare cultura in Calabria. Come descrive la sua esperienza all’interno di suddetto circolo?
Il Circolo Unione, quello del compianto presidente Salvatore Blasco, è stato per decenni il fulcro ti tutta la promozione culturale della Calabria, ma non solo. Venuto a mancare Blasco, con il quale abbiamo collaborato per tantissimi anni, tutto è andato via, via, scemando. Fino alla chiusura. Una perdita importante per la città e per tutti i calabresi.

Il premio Alda Merini che, ricordiamo, vanta l’adesione delle massime cariche dello Stato, è con molta probabilità l’evento più importante da lei promosso e curato. Le dispiace raccontare la storia di questo importante concorso letterario?
Il premio Merini è stato da noi istituito subito dopo la morte della nota poetessa milanese. Volevamo ricordarla nel migliore dei modi, visto che coloro che avevano avuto l’opportunità di conoscerla e di apprezzarla in vita non lo avevano fatto. Anzi, si erano quasi dimenticati delle sue opere, delle sue vicende umane, della sua strepitosa voglia di raccontarsi e raccontare attraverso i versi. Il premio a lei dedicato, già alla quinta edizione, è uno dei più ambiti riconoscimenti italiani riservati alla poesia inedita.

Un’altra iniziativa molto importante è quella del Calendario, che ad ogni edizione riscuote sempre più successo. Come è nata questa iniziativa, e perché raggruppa sia poeti che artisti?
L’iniziativa del Calendario è nata nel 2006. Avevamo in mente di produrre una pubblicazione che racchiudesse contemporaneamente poesie e opere pittoriche. Questo, naturalmente, per offrire una ulteriore opportunità di diffusione, ai poeti e agli artisti della nostra provincia. Poi il calendario è stato apprezzato anche da coloro che risiedevano nelle altre regioni. E abbiamo aperto le adesioni a tutti.

Quali sono gli altri progetti da lei curati? Ci sono novità in arrivo per artisti, poeti e semplici lettori?
Le novità sono diverse. Due sono imminenti, e cioè: la pubblicazione di un volume di poesie d’amore dal titolo “Parole d’amore”, collegato alla Festa di San Valentino, e la seconda edizione del “Censimento degli scrittori e dei pittori contemporanei” le cui adesioni saranno aperte tra qualche settimana. Insomma, l’Accademia dei Bronzi, unica associazione in Italia che non chiede il pagamento di alcuna quota, e le edizioni Ursini continueranno ad offrire una valida alternativa a tutti coloro che non condividono le proposte a pagamento di tante altre pseudo associazioni.

Grazie per la sua disponibilità, presidente Ursini.

Francesco D’Amico

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“Fa parte del gioco”, di Claudia De Santis

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016.

Un libro per migliorare la nostra vita e quella delle persone che amiamo

Il romanzo “Fa parte del gioco – storia di disagi giovanili”, pubblicato dalla Calabria letteraria editrice, illustra il viaggio interiore di una teenager di 17 anni e racconta l’evoluzione del concetto di amore in un’età notoriamente complicata. L’autrice di questo diario-romanzo è la giovane scrittrice Claudia De Santis, una studentessa di Medicina e Chirurgia presso l’Università Magna Græcia di Catanzaro, con una maturità classica alle spalle e una grande passione per la letteratura.

Tutto il libro è magistralmente incentrato sulla sua protagonista, Clara, una ragazza sensibile e con un animo molto profondo. L’autrice ci presenta la tradizionale adolescente perbene, che frequenta il classico liceo di una città di provincia immersa nei giorni trascorsi tra le lezioni a scuola, i libri da studiare e le prime passioni amorose da vivere e affrontare. La protagonista, però, pur avendo una giovane età, vive alcune esperienze tristi e dannose, che la trascinano in un presente piuttosto inquieto. Clara non è una ragazza superficiale e non guarda il mondo dall’alto in basso: una condizione che la induce a soffrire molto, proprio per la sua estrema sensibilità. Tra i suoi sogni e desideri anche quello di poter aiutare gli altri, magari le persone in difficoltà, dimostrando l’amore per il prossimo e per la società. Ed è tra queste meraviglie che arriva il “primo amore”, quello dei sogni e delle favole più belle, quello del cuore che batte e del respiro affannoso. Ma sarà proprio questo ragazzo – che non ha un nome e viene definito solamente “primo amore” – a farle vivere dei disagi psico-fisici con drammatici disturbi alimentari. Clara, dunque, comprenderà nel peggiore dei modi quella diversità tra l’innamoramento e l’amore, spesso difficile da distinguere in giovane età.

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La vita di Clara, poi, è abilmente legata a quella della scrittrice. Attraverso lo sforzo del dialogo interiore, infatti, l’autrice scrive un romanzo d’esordio molto incisivo, nel quale riesce a proporre tutte quelle doviziose tenerezze di una ragazza che non pensa all’apparire ma, semmai, all’essere. Clara conosce l’amore, ma il primo impatto non rende lode alla sua sensibilità e si ritrova a soffrire in un rapporto distruttivo: la paura di andare avanti, i pianti in silenzio, i problemi con il cibo e tante altre esperienze negative come un lutto in famiglia, portano la protagonista a pensare anche al suicidio.

Il libro della giovanissima Claudia De Santis, che lo scorso anno è stato finalista del Casa Sanremo Writers – il concorso letterario associato all’evento canoro più conosciuto in Italia – e che pochi mesi fa si è aggiudicato anche il primo premio della sezione saggio edito al Concorso Nazionale di Letteratura “Le figure della parola” a Certaldo, svolge un’importante funzione sociale. Un romanzo scritto molto bene, nel quale la scrittrice catanzarese riesce a descrivere sensazioni del proprio animo che, difficilmente, riusciremmo a confessare perfino a noi stessi. Clara ha una grande forza, che riesce a tirare fuori proprio quando il terreno è melmoso, chiedendo aiuto alle persone care senza preoccuparsi di mettere in risalto le proprie fragilità. Così, sempre alla ricerca dell’essenza autentica di un amore, immersa tra ansie e problemi fisici, la protagonista trova la felicità non dove la cercava. Quasi per magia, finalmente, arriva il nuovo amore, che invita Clara a riposarsi nel suo cuore e la stimola a programmare qualche giorno di felicità. Dopo un lungo periodo negativo, Clara riconquista se stessa mentre tornano a vibrare le belle emozioni della sua giovane età.

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Le persone dotate della grande capacità di resistere ai percorsi tortuosi della vita, svolgono una necessaria funzione umana e sociale. Clara soffre, questo è vero e coinvolge il lettore, ma si dimostra ben presto l’esempio di una speranza che può germogliare anche nel buio e nelle circostanze più severe. Leggendo questo romanzo diventa vivo il pensiero dell’assoluta importanza del doversi occupare dei nostri ragazzi, ogni singolo giorno della nostra vita, seguendoli nello studio, nelle difficoltà, nelle loro ansie o nei loro problemi di salute. Clara ha la fortuna di avere dei genitori comprensivi e particolarmente attenti, capaci di aiutarla e proteggerla. Clara, infatti, trova rifugio nella sua famiglia e recupera il coraggio di affrontare il futuro.

Antonio Mirko Dimartino

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Chi vuole uccidere James Phipps?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016.

Si parla molto e si spiega poco, cos’è un vaccino?

“La copertura vaccinale nel nostro paese è al limite della soglia di sicurezza”

Era il 1796. Un medico inglese di Berkley, Edward Jenner, si interessava da anni ad un fenomeno che era ormai solito in quella lontana Inghilterra agricola: i contadini che possedevano o mungevano usualmente le vacche contraevano il cosiddetto “cowpox”, ovvero il vaiolo bovino. Questo particolare virus causava nei contadini delle fastidiosissime lesioni associabili con il temuto vaiolo “umano”, ovvero la variante definita “smallpox”. Ma non era letale come quest’ultimo. Un’epidemia di vaiolo “smallpox”, tempo prima, colpì proprio la zona in cui il medico esercitava, e come da norma Jenner suggerì ai lavoratori agricoli di “inocularsi” (tecnica precedente al vaccino); ma i contadini spiegarono che non si sarebbero ammalati, perché erano già stati colpiti dal vaiolo bovino “cowpox”. Per Jenner fu un evento significativo, e fu l’inizio dell’intuizione di un qualcosa che portò alla rivoluzione dell’intero genere umano. Iniziarono così i suoi innumerevoli studi sul vaiolo bovino, ed è qui che si arriva al 1796.

Sarah Nelmes, una lattaia che contrasse il vaiolo bovino, andò da Jenner per un normale trattamento, ma il medico decise di spingersi oltre mettendo in pratica ciò che in quel momento aveva solamente teorizzato. James Phipps, un giovanissimo ragazzino di 8 anni nonché figlio del giardiniere di Jenner, venne scelto per questo esperimento. Jenner inoculò a Phipps il vaiolo bovino contratto da Sarah Nelmes, e successivamente dopo un decorso clinico usuale che vide Phipps riprendersi in pochi giorni, Jenner fece quel semplice gesto intuitivo: iniettò nel giovane Phipps, su entrambe le braccia, del materiale prelevato da un caso di vaiolo “smallpox”, ovvero la variante ben più pericolosa di cui abbiamo accennato prima. Per quanto appaia inusuale, è bene fare ora questa domanda: cos’è un vaccino? Nient’altro che una parte di virus o batteri uccisi o attenuati che vengono iniettati nel nostro corpo stimolando così la reazione del sistema immunitario il quale a sua volta, facilitato proprio dalla denaturalizzazione di quei microrganismi, riesce a sconfiggerli e a “memorizzarli” tramite alcune speciali componenti, dette cellule della memoria appunto; e dunque a combatterle efficacemente qualora si ripresentassero i medesimi patogeni.

La risposta ai vaccini, dunque, genera le cellule B della memoria, e proprio queste ultime saranno preposte al compito di riconoscere l’antigene, il corpo estraneo per così dire. Ma non solo, a queste si aggiungono anche anticorpi altamente specifici e plasmacellule long lived; queste ultime andranno a localizzarsi nel midollo e produrranno anticorpi contro l’antigene, che questo ci sia o meno, in maniera continua. Le cellule B della memoria scateneranno una risposta grazie ai loro importanti recettori che possono, per farla breve, captare e riconoscere lo specifico corpo estraneo e quindi procedere con i loro processi biologici atti ad eliminarlo. In riassunto, dopo aver effettuato un vaccino, qualora si ripresentasse il patogeno, il nostro corpo sarebbe predisposto a rispondere molto velocemente tramite gli anticorpi secreti continuamente dalle plasmacellule long lived, limitando velocemente l’infezione, e successivamente il patogeno verrebbe eliminato definitivamente grazie alle cellule B della memoria che potranno “con calma” produrre degli anticorpi specifici. Non è un argomento facile, è certo, e ci si dovrebbe spingere nelle profonde conoscenze scientifiche per capirlo concretamente. Proprio per questo non è corretto limitarsi a banali articoletti del web o a illazioni senza capo né coda di pseudoscienziati o ciarlatani. I dati sono chiari: “in Italia, nel 2015, la media per le vaccinazioni contro polio, tetano, difterite, epatite B, pertosse e Hib è stata del 93,4% (94,7%, 95,7%, 96,1 rispettivamente nel 2014, 2013 e 2012). Sebbene esistano importanti differenze tra le regioni, solo 6 superano la soglia del 95% per la vaccinazione anti-polio, mentre 11 sono sotto il 94%.” E visto che potrebbero sembrarvi buone percentuali, è bene sapere che è necessario che il 95% della popolazione sia vaccinata, questo per proteggere indirettamente coloro che, per motivi di salute, non si sono potuti vaccinare. Si ottiene la cosiddetta “immunità di gregge”. Negli ultimi anni, a causa dell’orribile informazione diffusa tramite internet stesso come dai giornali e dalla tv, si stanno registrando forti cali delle vaccinazioni, e ciò sta portando alla comparsa di malattie che si pensavano ormai praticamente sconfitte. Gli ultimi dati del Ministero della Salute su morbillo e rosolia sono più che preoccupanti, si parla di percentuali di vaccinati variate, dal 2013 al 2015 dal 90,4% all’85%. Ma torniamo infine a noi, cosa accadde a quel ragazzino di 8 anni in quell’ormai lontano maggio di più di duecento anni fa? Nulla! O meglio, non proprio nulla.

James Phipps fu la prima persona al mondo ad essere totalmente immune al vaiolo, non mostrando alcun sintomo dopo il trattamento con lo “smallpox” poiché aveva ricevuto la variante bovina precedentemente. E fu solo grazie a ciò che oggi conosciamo il vaccino! E come avrete intuito, il nome deriva proprio dall’associazione tra vacche e vaiolo bovino. Di lì a poco milioni di persone furono immuni contro malattie epidemiche che fecero stragi nei periodi più bui della nostra storia, di lì a poco il mondo si rivoluzionò completamente e permise di creare, anche grazie a passi come questo, la società che conosciamo. Ecco, chiunque penserebbe che un bambino di 8 anni non poté scegliere cosa fare in quel momento, probabilmente ebbe anche paura di sottoporsi come cavia e magari lo fece anche controvoglia; ma tempo dopo, quel ragazzino, ormai uomo però, andò al funerale di chi diede inizio ad un processo che permise di salvare innumerevoli vite, compresa la sua, e che tutt’ora permette ciò, ovvero Edward Jenner. Io non avrei mai voglia di andare al funerale di James Phipps, anche se in realtà penso ci sia già stato molto tempo fa, ma per cause naturali. Ma non ci andrei lo stesso a quel funerale, perché certe cose vanno oltre la morte: le idee, i fatti e le esperienze, le evidenze, come James Phipps che ancora ricordiamo oggi… come i vaccini. Allora chiedetevi e chiedete: “Chi vuole uccidere James Phipps?”

Massimo Citino

 

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Orfani? Ci sono quelli di serie A e di serie B

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016.

A retroscena familiari molto simili non corrispondono uguali trattamenti da parte dello Stato

Perdere uno o entrambi i genitori può essere altamente destabilizzante per una persona: si tratta di una tragedia trasversale, socialmente e anagraficamente parlando, tant’è che lo status di orfano è molto variegato e complesso, probabilmente troppo complesso per essere descritto nei dettagli in questa sede. E’ una condizione personale che può arrivare in tanti modi diversi tra loro: può essere improvvisa, annunciata, può avere un calvario, può far scattare una reazione a catena di tanti altri problemi di difficile risoluzione, etc. Tante persone si ritrovano in queste condizioni, e tutte sperimentano un dramma che non dovrebbero sperimentare se non da adulti e indipendenti. Nonostante questo, anche se tutti gli orfani vivono la loro tragedia allo stesso modo, la società riserva a loro trattamenti diversi in base ad alcune condizioni al contorno, andando dunque a delineare una delle principali (opinione soggettiva) ingiustizie sociali del mondo occidentale moderno.

Se il genitore è venuto a mancare mentre stava lavorando, o se è stato vittima di criminalità organizzata o terrorismo, i suoi figli sono considerati come appartenenti ad una categoria definita protetta, rientrando nella quale lo Stato riconosce diritti aggiuntivi rispetto a quelli garantiti ai normali cittadini. Facendo parte di questa categoria, si entra in un meccanismo sociale e professionale che accomuna diversi tipi di persone svantaggiate (alcune soggette delle quali a invalidità, per esempio), e nei vari contesti professionali si ha diritto ad assunzioni agevolate e fiscalmente sgravate. Lo Stato fa bene a riconoscere questi ammortizzatori sociali, perché l’appoggio di un genitore che viene meno può essere fortemente destabilizzante e va contrastato con un aiuto concreto; ma ciò che emerge anche da un’analisi poco attenta, tuttavia, è la politica discriminatoria applicata agli orfani “di serie B”, ossia coloro che non rientrano nella categoria protetta nonostante l’entità della perdita e l’impatto emotivo e personale subito, poco soggetto alle condizioni applicate dalla legge in materia di categorie protette. Essere orfano di chi è venuto a mancare per una grave malattia, un incidente stradale o un’altra immane tragedia non contemplata dalla norma di cui sopra, non significa sicuramente condurre un’esistenza normale e agiata: si vive lo stesso dramma e si affrontano gli stessi ostacoli, con la differenza che ad alcuni orfani lo Stato permette di compensare, in parte, il supporto genitoriale venuto meno con un’attenta politica di aiuti, ad altri invece non è concesso nulla se non sporadiche agevolazioni.

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Per questioni biologiche e anagrafiche, è normale che prima o poi un figlio sperimenterà un’esperienza del genere, sia essa dovuta a cause naturali o di altra tipologia. Non è normale quando ciò accade prima di raggiungere la maggiore età, o prima di aver raggiunto il trentesimo anno d’età: in ambo i casi, si tratta di due limiti che marcano due diversi periodi della vita di ognuno, e nel primo più che nel secondo il supporto di un genitore che viene meno può essere traumatico, non solo da un punto di vista emotivo. A tutto questo, bisogna aggiungere e considerare la situazione economica familiare di partenza: gli orfani di famiglie benestanti vivono un calo della qualità della vita non indifferente, mentre gli orfani di famiglie in difficoltà ricevono il colpo di grazia e si affidano ai parenti stretti, se presenti e/o disponibili, per rimediare. Età, studi in corso, occupazione, presenza o meno di fratelli e sorelle maggiori o minori, condizioni professionali del genitore rimasto in vita, sono tutti parametri che vanno ad incidere sull’impatto di un evento del genere: ogni episodio rappresenta un caso a sé, con le sue caratteristiche e le sue prospettive future. In una società come la nostra dove la crisi è palpabile e i giovani molto spesso dipendono dai genitori – occupati o pensionati che siano -, aggravare la condizione di alcuni orfani solo perché nella loro sfortuna non hanno avuto la fortuna di rientrare nella categoria protetta è poco decoroso per un paese occidentale ed evoluto. La soluzione al problema? Andare a rivedere i criteri relativi all’appartenenza alla categoria protetta, estendendola anche agli orfani non adulti ed economicamente stabili secondo criteri oggettivi e universalmente riconosciuti, in modo da ridare speranza, voglia di vivere e supporto anche ai cosiddetti “orfani di serie B”. Si tratterebbe di un privilegio, o di un sacrosanto diritto? A voi lettori l’onere di rispondere a questa domanda.

Francesco D’Amico

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Je suis ignorant

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 228) il 24 settembre 2016.

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Il sottile confine tra libertà di espressione e ignoranza. La ricetta è la solita: parole a caso, immagini forti e tanta inconsapevolezza

Non vi importerà mai del numero di morti che sale minuto per minuto, figuriamoci provare a guardare qualche telegiornale straniero, leggere testate estere dove forse vi racconteranno meno fregnacce, farvi una cultura di politica estera, cercare di capire le dinamiche o rendervi conto di ciò che è accaduto, no! Niente di tutto questo.

Me l’immagino così: accendete la TV, leggete un articolo sul web, un post su un social media a caso, ricevete il messaggio di un amico o ancora una chiamata e… boom! Un brivido sale sulla vostra schiena, una voglia vi assale inesorabile, un desiderio di egoismo innalza un’autostima blanda; tutta la miseria umana inizia a picchiettare con le dita sui tasti di un personal computer collegato col mondo, arricciate il labbro mentre riflettete sul migliore messaggio da scrivere ai vostri conoscenti, la salivazione si arresta e il vostro monologo va riletto per vedere se l’effetto è quello desiderato. Un bel respiro e via, pubblicate il vostro pensiero, condividete l’articolo di Pinco Pallino con il vostro bel commento allegato. Me l’immagino così, la vostra attesa di notifiche di risposta, l’aumento della vostra autostima proporzionale ai “mi piace” su Facebook, le risposte dei vostri amici e il vostro apprezzamento nel loro interesse ancor più blando alla scontatissima opinione. Nel vostro videogioco virtuale mentre state lì come boccaloni a guardare la tv e a cercare articoli: un morto, dieci morti e cento morti, opinionisti, esclusive e dirette, Twitter e compagnia bella. Questa piscina mondiale di pensieri è una tipica caratteristica delle nuove generazioni, i nostri coetanei dunque, un miscuglio di opinioni scritte da voi opinionisti “espertissimi”, i discorsi da “bordello” e da taverna. Immaginatevi un esercito di scimmie che picchietta le dita sul PC girovagando per il web, è proprio così. A volte mi chiedo se la libertà di espressione ma soprattutto la facilità di poter esprimere opinioni, spesso in un italiano grammaticalmente scorretto, sia una cosa giusta. Paradosso se scritto in un articolo di giornale, vero? Eppure io me li ricordo i vostri #jesuischarlie, #jesuisparis, #prayfor…tal dei tali, seguite dall’indignazione però, quando le vignette del caro Charlie erano rivolte a noi.

Io me li ricordo i vostri messaggi di cordoglio verso un paese mai visitato, una città mai conosciuta, le risposte a chi condannava o era contrariato,  tutto tramite un PC dove il massimo dell’interazione è la vostra immagine di profilo, con la vostra preziosa sensazione di onnipotenza preconfezionata e giustizia dei poveri, dove i vostri neuroni possono avere tutto il tempo di elaborare, cercare informazioni con la memoria a breve termine, per poi dimenticarsele subito dopo la fine del dibattito che, ovviamente, risolverà i vari problemi del mondo, no?

Massimo Citino

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