Orfani? Ci sono quelli di serie A e di serie B

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 229) il 29 ottobre 2016.

A retroscena familiari molto simili non corrispondono uguali trattamenti da parte dello Stato

Perdere uno o entrambi i genitori può essere altamente destabilizzante per una persona: si tratta di una tragedia trasversale, socialmente e anagraficamente parlando, tant’è che lo status di orfano è molto variegato e complesso, probabilmente troppo complesso per essere descritto nei dettagli in questa sede. E’ una condizione personale che può arrivare in tanti modi diversi tra loro: può essere improvvisa, annunciata, può avere un calvario, può far scattare una reazione a catena di tanti altri problemi di difficile risoluzione, etc. Tante persone si ritrovano in queste condizioni, e tutte sperimentano un dramma che non dovrebbero sperimentare se non da adulti e indipendenti. Nonostante questo, anche se tutti gli orfani vivono la loro tragedia allo stesso modo, la società riserva a loro trattamenti diversi in base ad alcune condizioni al contorno, andando dunque a delineare una delle principali (opinione soggettiva) ingiustizie sociali del mondo occidentale moderno.

Se il genitore è venuto a mancare mentre stava lavorando, o se è stato vittima di criminalità organizzata o terrorismo, i suoi figli sono considerati come appartenenti ad una categoria definita protetta, rientrando nella quale lo Stato riconosce diritti aggiuntivi rispetto a quelli garantiti ai normali cittadini. Facendo parte di questa categoria, si entra in un meccanismo sociale e professionale che accomuna diversi tipi di persone svantaggiate (alcune soggette delle quali a invalidità, per esempio), e nei vari contesti professionali si ha diritto ad assunzioni agevolate e fiscalmente sgravate. Lo Stato fa bene a riconoscere questi ammortizzatori sociali, perché l’appoggio di un genitore che viene meno può essere fortemente destabilizzante e va contrastato con un aiuto concreto; ma ciò che emerge anche da un’analisi poco attenta, tuttavia, è la politica discriminatoria applicata agli orfani “di serie B”, ossia coloro che non rientrano nella categoria protetta nonostante l’entità della perdita e l’impatto emotivo e personale subito, poco soggetto alle condizioni applicate dalla legge in materia di categorie protette. Essere orfano di chi è venuto a mancare per una grave malattia, un incidente stradale o un’altra immane tragedia non contemplata dalla norma di cui sopra, non significa sicuramente condurre un’esistenza normale e agiata: si vive lo stesso dramma e si affrontano gli stessi ostacoli, con la differenza che ad alcuni orfani lo Stato permette di compensare, in parte, il supporto genitoriale venuto meno con un’attenta politica di aiuti, ad altri invece non è concesso nulla se non sporadiche agevolazioni.

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Per questioni biologiche e anagrafiche, è normale che prima o poi un figlio sperimenterà un’esperienza del genere, sia essa dovuta a cause naturali o di altra tipologia. Non è normale quando ciò accade prima di raggiungere la maggiore età, o prima di aver raggiunto il trentesimo anno d’età: in ambo i casi, si tratta di due limiti che marcano due diversi periodi della vita di ognuno, e nel primo più che nel secondo il supporto di un genitore che viene meno può essere traumatico, non solo da un punto di vista emotivo. A tutto questo, bisogna aggiungere e considerare la situazione economica familiare di partenza: gli orfani di famiglie benestanti vivono un calo della qualità della vita non indifferente, mentre gli orfani di famiglie in difficoltà ricevono il colpo di grazia e si affidano ai parenti stretti, se presenti e/o disponibili, per rimediare. Età, studi in corso, occupazione, presenza o meno di fratelli e sorelle maggiori o minori, condizioni professionali del genitore rimasto in vita, sono tutti parametri che vanno ad incidere sull’impatto di un evento del genere: ogni episodio rappresenta un caso a sé, con le sue caratteristiche e le sue prospettive future. In una società come la nostra dove la crisi è palpabile e i giovani molto spesso dipendono dai genitori – occupati o pensionati che siano -, aggravare la condizione di alcuni orfani solo perché nella loro sfortuna non hanno avuto la fortuna di rientrare nella categoria protetta è poco decoroso per un paese occidentale ed evoluto. La soluzione al problema? Andare a rivedere i criteri relativi all’appartenenza alla categoria protetta, estendendola anche agli orfani non adulti ed economicamente stabili secondo criteri oggettivi e universalmente riconosciuti, in modo da ridare speranza, voglia di vivere e supporto anche ai cosiddetti “orfani di serie B”. Si tratterebbe di un privilegio, o di un sacrosanto diritto? A voi lettori l’onere di rispondere a questa domanda.

Francesco D’Amico

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