Chi o cosa sono gli agnostici?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 210) il 27 settembre 2014.

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Quella degli agnostici non è una posizione alternativa alla Fede e all’Ateismo, ma “accessoria”

Spesso, quando si parla di Fede, Scienza e Ragione, alcune persone si definiscono “agnostiche”, assumendo una posizione alternativa a quella dei credenti e degli atei. In questo contesto, il termine agnostico si riferisce ad un individuo che sospende il giudizio sulla questione dell’esistenza o meno delle divinità data la mancanza di prove certe a favore delle due tesi contrapposte. Chi si definisce agnostico, quindi, prova ad assumere una posizione intermedia, quasi “politically correct”, volendo usare un’espressione anglosassone.

Contrariamente a ciò che si pensa, tuttavia, il termine agnostico non dovrebbe essere utilizzato per definire una posizione a sé stante, ma dovrebbe funzionare più come un termine “accessorio”, che si appoggia alla posizione che ognuno di noi ha nei confronti della religione. Ad entrar in gioco è il termine con significato opposto: gnostico, ossia chi ritiene di poter affermare con certezza che la sua posizione nei confronti della religione è accurata. Una parola che in Italia si usa di rado ma che risulta essere molto diffusa negli USA (“gnostic”, appunto), e spesso si confonde con lo gnosticismo, un movimento filosofico-religioso dei secoli passati. Potrebbe essere proprio la scarsa diffusione del termine gnostico in Italia il motivo per il quale, da noi, il termine agnostico assume un significato che tende a confondere le idee, anziché a chiarirle.

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Uno schema semplice ed intuitivo sulle quattro possibilità che riguardano fede e conoscenza.

Ebbene, marcando le giuste differenze tra credo e conoscenza, ci troviamo di fronte a quattro possibilità: un individuo può essere un credente gnostico, ossia un individuo che crede in almeno un dio e ne dà per certa l’esistenza; un credente agnostico, che crede il almeno una divinità pur ammettendo che è di fatto impossibile verificarne razionalmente l’esistenza; un ateo agnostico, ossia colui che non crede ma non è in grado di dire se gli dei esistono, ed infine l’ateo gnostico, ossia chi non crede e sa per certo che gli dei non esistono. Queste distinzioni sono importanti perché l’essere agnostico o gnostico, ossia assumere una posizione relativa alla conoscenza, non impedisce ad un individuo di essere ateo o credente: gnostico e agnostico sono due termini accessori, non alternativi, e usati correttamente permettono quattro diverse possibilità al posto delle tre comunemente accettate. Ma cosa si intende per conoscenza? Data la complessità dell’argomento e la sua natura molto particolare, potremmo legarla al concetto di convinzione personale, più che a qualcosa di oggettivo ed universalmente accettato. Un individuo agnostico, sia esso ateo o credente, considera le prove a disposizione a favore delle varie ipotesi come non sufficienti e quindi tende a scartarle, mentre un individuo gnostico può usare le conoscenze a sua disposizione e maturate negli anni (studi, miracoli, riflessioni personali, esperienze di vita) per sentirsi convinto di ciò che pensa, sia esso ateo o credente. E’ anche una questione di interpretazioni, perché a parità di esperienze e bagaglio culturale due individui possono assumere posizioni diametralmente opposte e definirsi l’uno gnostico e l’altro agnostico.

Concludendo, queste dovute precisazioni, ossia l’introduzione tra le variabili in gioco del termine gnostico e il passaggio del termine agnostico da alternativo ad accessorio, permettono a ciascun individuo di poter scavare nel profondo della sua mente e autodefinirsi usando una terminologia più consona alla realtà. Non sono poche, infatti, le persone che non hanno le parole per poter spiegare, a se stessi e agli altri, cosa pensano realmente.

Francesco D’Amico

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Il mito delle diete “green” ed ecologicamente sostenibili

Sul web c’è chi propone stili di vita e diete “ecocompatibili“, spesso appellandosi a concetti scientificamente poco plausibili


Uno dei paradossi più evidenti, almeno in Italia, riguarda la formazione scientifica. Nel nostro paese lascia molto a desiderare, ma quando si tratta di nutrizione, alimentazione, linea e “fitness” ecco che quasi tutti si reputano esperti in grado di autoregolare alimentazione e stile di vita propri. Questo modo di pensare, questa voglia diffusa di volersi sostituire ai veri esperti, spesso ha portato alla nascita e diffusione di diete e ideologie che di scientifico non hanno nulla.

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Una contraddizione tutta italiana: da una parte l’ignoranza scientifica che ha alimentato scandali come le vicende legate al metodo Stamina di Vannoni, dall’altra la convinzione generale di avere le conoscenze necessarie per alimentarsi correttamente e sentirsi in forma, bollando alcune diete come eticamente sbagliate. Forse, entrambe le cose sono il sintomo dello stesso problema.

In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’esplosione della filosofia vegan/green, la cui eco è stata amplificata dal web e in particolare dai social network. Su Facebook, pagine animaliste e filoanimaliste contribuiscono in maniera significativa alla diffusione di diete particolari e spesso colpevolizzano gli “onnivori“. E’ la voce della verità a farsi avanti, o si tratta di bufale? Ne parliamo con Stefano, tecnico ambientale, Domenico, che ha studiato Scienze dell’Alimentazione, Angelo, esperto di mangimi e allevamenti, e Umberto, abilitato a guardia venatoria ambientale.

Stefano: Anch’io usando Facebook rimango molto impressionato dal livello di semplificazione e banalizzazione della realtà di certe posizioni animaliste che leggo, l’aggressività e l’allarmismo con cui vengono espresse. Più che di bufale io parlerei di una visione troppo semplificata della realtà. Ad esempio spesso mi capita di leggere post di persone che si vantano che con la loro dieta non uccidono o sfruttano nessun animale. In realtà non è vero. Da sempre l’uomo alleva i bovini per il letame che rappresenta un concime insostituibile, sia per i costi contenuti che per la disponibilità che per le caratteristiche chimiche. Infatti essendo composto da sostanze differenti che si degradano in tempi diversi fornisce un flusso costante di nutrienti. Poi per avere frutti serve l’impollinazione e qui entrano in gioco le api fornite dagli apicultori perché sarebbe troppo aleatorio basarsi solo sugli impollinatori naturali purtroppo sempre più rari. Inoltre se si vuole che la frutta arrivi sana e salva sul piatto del consumatore è necessario combattere tutta una serie di competitori. Che si faccia con metodi bio o chimici comunque coltivare per produrre significa combattere quotidianamente contro decine di specie di insetti, acari, molluschi e nematodi e roditori come i ratti. Recentemente aveva fatto scalpore la ”taglia” messa da alcuni agricoltori sulle ghiandaie. Discutibile, ma non nascondiamoci neanche dietro un dito però perché che noi li abbattiamo o li allontaniamo con dissuasori comunque quando coltiviamo ad esempio un ettaro a pomodori o a frutta ci accaparriamo quell’ettaro di terreno e ne impediamo l’utilizzo alla maggior parte delle specie che altrimenti ci ruvberebbero i frutti. Insomma già da queste prime osservazioni penso si intuisca che il mondo dell’agricoltura ha molte più sfaccettature di quanto mostri un post di Facebook.

Umberto: Non vorrei far notare che nella maggior parte delle volte le stesse persone che propinato articoli scandalistici e colpevolizzanti verso gli onnivori, sono le stesse persone che hanno da guadagnarci direttamente, vuoi perché possiedono associazioni pro veg anti carne ecc, vuoi perché vendono prodotti veg o “naturali”.

Angelo: Formazione scientifica, accezione troppo grande per persone che la credono solo una perdita di tempo riservata ai secchioni dei tempi andati. La diffusione di diete particolari e con la verità in tasca è dettata appunto dalla non voglia di informarsi. Sono diete contro natura.ES. Si vuole far diventare il cane vegetariano (gli alimenti vegan pet sono già in vendita), dimenticandosi dell’origine carnivora della specie. Si colpevolizzano gli onnivori non rispettando le idee altrui. Non dico che non si possa riuscire a vivere bene alimentandosi solo con vegetali, ma è anche vero che mia figlia ,non rinuncerà mai, finché non avrà la maggiore età alle proteine animali . Sono solo convinzioni animaliste dettate dal fatto che per approvvigionarsi delle carni si debba macellare l’animale. Vorrebbero che gli animali corressero nelle praterie sconfinate ,dimenticando che quegli animali sono nati solo per essere destinati al fine alimentare e non di affezione.

Purtroppo le leggi vengono redatte da persone che non hanno mai lavorato, che dell’argomento non conoscono nulla, che hanno sempre ricevuto un compenso facilmente e che cercano di imporre soft le loro convinzioni a persone che ,purtroppo ,accettano o credono a tutto ciò che gli viene propinato. Sui social il link Progresso etico vegano, più che spiegare i benefici della dieta la definisce compassionevole condita da foto di animali sgozzati in un mare di sangue, solo terrorismo. Io stesso mi alimento con alimenti solo base vegetale , ma sono anche un grande “carnivoro”.

Gli animalisti criticano gli allevamenti e alcuni sognano un mondo di colture, un mondo in cui le risorse alimentari sono ottimizzate al massimo e l’energia necessaria per produrre gli alimenti viene ridotta al minimo. Spesso si fa il paragone tra i litri d’acqua necessari per produrre un kilogrammo di carne e quelli necessari per produrre un kg di vegetali. Il paragone sembra calzante, ma quanto è accurato?

Stefano: Personalmente non lo vedo un esempio così calzante. Se davvero l’allevamento in senso lato è così energivoro e rappresenta uno spreco d’acqua così marcato perché è, da sempre, presente nelle più svariate culture comprese quelle di paesi molto più aridi dell’italia? Com’è possibile che i masai e i tanti popoli dell’africa subsahariana che allevano i bovini dalle grandi corna, gli abitanti delle piccole isole con capre e conigli e addirittura gli abitanti del deserto con asini, dromedari, capre e qualche rustica vacca riescano a sopravvivere se l’allevamento è uno spreco così grave? Possibile che popoli che vivono da secoli in questi ambienti abbiano portato avanti una strategia così autodistruttiva senza mai accorgersene? Certo che no. La maggior parte degli animali che l’uomo alleva a scopo alimentale in giro per il mondo (praticamente tutti i mammiferi ad eccezione del maiale) sono ruminanti o comunque animali in grado di brucare le erbe presenti sul territorio senza necessariamente che l’uomo le coltivi. L’allevamento non è né più energivoro né meno energivoro dell’agricoltura: è un modo diverso di gestire le risorse. Poi, forse, è vero che l’uomo occidentale moderno si è un po’ fatto prendere la mano, e sta sprecando molte risorse, ma lo fa in tutte le sue attività comprese sia l’agricoltura che la zootecnia intensiva. Probabilmente devono riguardare le loro strategie, ma non esiste un colpevole definitivo. Inoltre è importante far notare che non è certo il consumo d’acqua l’unico parametro da considerare…

Domenico: Il paragone potrebbe, a mio parere, essere accurato se solo gli elementi/alimenti presi in considerazione avessero eguali proprietà nutritive. Per esempio, un kilogrammo di zucchine (o peperoni, o qualsiasi vegetale) non avrà mai lo stesso apporto nutritivo di un kilogrammo di carne. Inoltre gli articoli che parlano di questo argomento, sono poco accurati perché non tengono (quasi mai) conto del tipo di carne o del tipo di taglio (che potrebbe avere un apporto nutritivo differente anche nello stesso animale).

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Tipica propaganda veg/animalista: alla dieta “onnivora”, oltre ad una pessima salute, è associata l’insostenibilità ambientale ed economica. Ma le cose stanno realmente così?

Umberto: E’ già stato ampiamente dimostrato come a parità di proteine, sia a livello qualitativo che quantitativo, sia necessaria una quantità infinitamente più alta di verdure/frutta per coprire lo stesso fabbisogno. Non solo, ma ingurgitare tutto questo cibo non fa bene al pari che consumare solo carne, perché vai a stressate oltremisura l’apparato digerente. Per ora lo studio è solo preliminare, ma sta saltando fuori come i famosi cinesi del China study siano letteralmente piagati dal diabete! Tornando su un profilo prevalentemente agricolo, è stato anche dimostrato che coltivare terra per produrre la stessa quantità di energia e proteine necessarie all’uomo per la sua dieta ucciderebbe infinitamente più animali che non l’allevamento degli stessi.

Angelo: Sognano un mondo di colture…..ok. Ma per massimizzare le produzioni, anche perché la quantità di vegetale per saziare una persona è superiore ala quantità di altri alimenti “ proibiti”. Inoltre la superficie per coltivare vegetali dove la reperisci? L’energia? Con cosa li ari i terreni, tutte le lavorazioni, i diserbi, i trattamenti? Non mi vengano a dire che con il bio salvi l’Africa. Capitolo acqua. A parità di produzione è vero che consumi meno, ma a parità di sazietà del singolo cioè quanta ne mangia il singolo per essere sazio,ci sarebbe da discutere. Inoltre si chieda ad un africano se preferisce 1 kg di carne o 1 kg di vegetali?

Molti veg invitano amici, parenti e conoscenti a boicottare determinati prodotti, a loro dire complici del degrado ambientale mondiale. E’ un approccio corretto o la solita protesta sterile? In che modo lo stile alimentare di un europeo può aiutare gli africani a combattere la povertà?

Domenico: Si tratta, ovviamente, della solita protesta sterile e inutile. Solitamente si cerca di boicottare solamente alcuni tipi di prodotti e, ancora più spesso, di un solo marchio. Ora, a meno che non si tratti di un brevetto unico o di un monopolio di stato, fare una cosa del genere è assolutamente stupida perché esistono altre aziende che producono lo stesso prodotto. Per il secondo punto, il modo migliore che avrebbe un Europeo per aiutare gli Africani è mandando concretamente aiuti. Non boicottare un’azienda o un prodotto. O meglio, se proprio non vuole acquistare quel prodotto, potrebbe almeno inviare il denaro risparmiato (anche solo un Euro, come sappiamo, può fare molto) a chi non può nemmeno permettersi di avere una scelta su cosa comprare. Oppure, ancora, si potrebbero finanziare dei campi o delle coltivazioni/allevamenti che si occupino soltanto di produrre per i poveri. In ogni caso, è sempre meglio che fare la bella faccia con proteste inutili, ostacolando il lavoro di altre persone.

Stefano: Quando abbiamo iniziato a ragionare su questo tema un amico comune mi ha consigliato un paio di articoli scientifici che dimostravano come, a causa delle più efficienti capacità produttive presenti in quel paese, comporta meno emissioni di gas serra importare in europa dalla Nuova Zelanda mele ed agnelli piuttosto che producendoli noi. Paradossale? Per molti forse, ma perché purtroppo ormai, lontani dal mondo agricolo e guidati da post schematici abbiamo una visione univoca di un argomento che univoco non è. Se io parlo di industria parlo di mille situazioni diverse per tipo di produzione, dimensioni dell’impianto, luogo di collocamento meccanizzazione usata eccetera. Lo stesso vale per l’agricoltura e la zootecnia sono un arcipelago di situazioni talmente diverse che può risultare più “green” importare un prodotto dalla nuova zelanda che produrla noi. Esistono sistemi di produzione zootecnica assurdamente energivori, è giusto metterli in discussione, ma non è giusto criticare tutto il cibo di origine animale partendo da un singolo caso.

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Gli acquisti “intelligenti” dei vegan. Ma sono veramente intelligenti?

Umberto: vedi punto uno. Casualmente ogni volta sono quasi tutti i prodotti più comuni delle multinazionali, ed hanno una versione “naturopata“.

Angelo: No il modo di mangiare di un europeo non può contribuire a salvare l’africano. Innanzitutto l’Europa è autosufficiente sulla carne ,l’importazione non ha una grande rilevanza, le materie prime per gli alimenti zootecnici da reddito (a parte della manioca, del girasole, la soia) sono reperibili ancora nel nostro continente . Cosa diversa è lo spreco di alimento , ma qui dovremo aprire un capitolo complesso. Nei paesi del terzo mondo e specialmente Asia (Thailandia, Egitto), importiamo prodotti finiti e materie prime per alimenti pet (dei cagnolini e gatti).

La zootecnia è molto complessa e poco conosciuta. Quali sono i luoghi comuni più diffusi relativi al mondo della zootecnia?

Stefano: Più che di luogo comune parlerei sempre di semplificazione: la zootecnia viene sempre associata solo ed esclusivamente ad allevamenti intensivi ed estremamente energivori, ma questa è solo una frazione, migliorabile, dell’allevamento. Esistono numerose realtà di pastorizia e alpeggi sul territorio italiano che producono cibi sani e di qualità, sfruttando territori che per le loro caratteristiche pedoclimatiche sarebbero difficilmente sfruttabili con l’agricoltura. In molti casi gli stessi hanno un ruolo molto positivo per l’ambiente: i pascoli appenninici sono ambienti dovuti agli erbivori domestici che diversificano il mosaico ecologico creando ambienti ad hoc per varie specie. Senza pascoli quindi molte specie tra cui l’aquila reale vedrebbero i loro ambienti sempre più ridotti in appennino. Se guardiamo in pianura poi troviamo il Parmigiano Reggiano, un prodotto importantissimo della nostra economia, e se ne leggiamo il disciplinare di produzione scopriamo che questo prevede molte misure a difesa del benessere animale. Inoltre prevede che buona parte del foraggio sia erba medica prodotta in loco e questo favorisce la presenza di medicai, ambienti che forniscono nutrimento a rondini, aironi, gheppi e tante altre specie di pianura, tanto che un’associazione ambientalista seria come la LIPU si espresse a favore di queste produzioni. Del resto, mentre la società occidentale si interroga sui costi energetici di una dieta onnivora, decine, centinaia di popolazioni ed etnie che vivono in modo più semplice e in ambienti più inospitali continuano ad allevare vacche, pecore, capre, bufali, yak, cammelli, dromedari, lama, alpache, cavalli, asini, conigli. Ricavandone cibo. Se questa scelta fosse così insostenibile come si dice questi popoli si sarebbero ormai estinti al contrario quando gli stessi praticano anche l’agricoltura è la pastorizia che li salva in caso di carestia. Infatti i mammiferi di cui stiamo parlando hanno straordinari adattamenti che permettono loro di digerire la cellulosa ricavando nutrimento da erbe e foglie che l’uomo non potrebbe sfruttare. Insomma niente sprechi o conusumi eccessivi: l’animale pascola quello che il terreno offre e lo trasforma in cibo per gli uomini. Ovviamente la zootecnia industriale non è così: si investono numerose risorse per produrre foraggio e si allevano razze, come la frisona, molto produttive ma poco rustiche. Detto questo considerando che, purtroppo, elementi come disponibilità di acqua terre fertili e altri fattori produttivi non sono distribuiti uniformemente sul pianeta forse sarebbe anche corretto chiedersi se il vero risparmio energetico non sia invece sfruttare al massimo queste rare risorse dove effettivamente disponibili. Insomma visto che purtoppo non possiamo trasportare l’”eccesso” di acqua della pianura padana che male c’è se ne viene usato tutto il potenziale per produrre cibo di qualità, magari poi riflettendo anche su come aiutare concretamente popoli più sfortunati?

Umberto: Da una parte è vero che riprendono immagini dalla Cina, dell’India ed altri postacci dove uccidono in maniera piuttosto brutale, dall’altra gli allevamenti intensivi hanno in mente prima quello di fornire quantità molto grandi di prodotto con la migliore resa possibile, e dopo il benessere degli animali. Molte cose al momenti non hanno ancora tecnologie realmente a favore del benessere animale. Ma ci si può lavorare, sicuramente molto più facilmente che veganizzarci tutti per i punto di sopra.

Angelo: La zootecnia è una realtà molto complessa e la conosci se sei abituato a lavorare, cosa che i nostri animalisti e vegani difficilmente hanno fatto. Litigo spesso con vegani che accusano di maltrattamenti un agricoltore che munge le proprie vacche. Chi lavora con gli animali ormai lo fa rispettando le normative di benessere animale e ovviamente lo fa per reddito. Inoltre, e qui con Stefano ho avuto parecchi scambi di visione, la gente lavora onestamente , e non è che ogni cosa che non va la devi abolire.

Come tutte le cose, la zootecnia sicuramente non è perfetta: quali sono i suoi difetti principali, dove si sta migliorando e dove ancora si può migliorare?

Stefano: Personalmente credo che l’allevamento intensivo moderno, nell’ottimizzare le produzioni, non tenga conto delle necessità biologiche delle specie allevate che diventano più oggetti che non esseri viventi. Non penso sia necessario essere animalisti per trovare esasperate alcune tipologie di allevamento moderno. Tuttavia, un conto è pretendere che un pollo abbia uno spazio vitale decente ed essere disposti magari a mangiare un uovo in meno per renderlo possibile, altro invece è rifiutare qualunque tipologia di allevamento avicolo e i prodotti che da esso derivano. Detto questo, credo che la zootecnia abbia tanti pregi: ad esempio produce il letame che è indispensabile per la fertilizzazione del terreno e per le coltivazioni (insostituibile con i soli concimi chimici) e rappresenta una interessante possibilità di sfruttamento di sottoprodotti dell’agricoltura che ritornano nel ciclo produttivo. Dagli scarti dell’orto usati tradizionalmente nel pollaio di cascina alla produzione industriale di mangimi partendo da sottoprodotti dell’industria molinatoria e dell’olio. Questi pregi diventano purtoppo difetti quando si va verso l’esasperazione: il letame è letteralmente indispensabile per l’agricoltura, ma se è in eccesso diventa un problema smaltirlo e spandendone in eccesso dove non è possibile si possono causare compromissione delle falde acquifere ed eutrofizzazione delle acque superficiali. La famosa mucca pazza, poi, è arrivata quando ci si è fatti prendere la mano usando anche sottoprodotti della macellazione tra quelli usati per produrre cibo. Insomma, la zootecnia è migliorabile, ma questo vale per tutte le attività umane: il progresso è proprio questo, migliorarsi e andare verso produzioni sempre di maggiore qualità.

Umberto: rispetto a sopra aggiungo solo che i controlli veterinari in Italia sono puntuali e continui, dal produttore fino al consumatore. Lo dico con cognizione di causa.

Angelo: Difetti principali? E’ un’attività dove si lavora 365gg anno. C’è ancora molta ignoranza, troppa dipendenza dalle aziende trasformatrici alle quali si conferisce il prodotto,Troppe complicanze normative che portano gli addetti a scappatoie.

Qual è il ruolo dell’attività venatoria?

Umberto: L’attività venatoria è di fondamentale importanza per la regolazione del numero delle specie presenti in un ambiente, soprattutto per le cosiddette specie invasive. Senza l’attività dei cacciatori specie come i corvi, le nutrie, le volpi, i piccioni ed altre proliferano e danneggiano colture e gli altri animali. Guardacaso, decenni fa quando c’erano molti più cacciatori, c’erano anche molti più animali di “pregio”. Mancando loro, le specie invasive sono aumentate di numero a scapito delle altre. La questione nutrie è ormai risaputa e non c’è bisogno di aggiungere nulla.

La caccia permette, in un ambiente “sano” e non infestato di nocivi (vecchio, storico, nome di specie infestanti), di ottenere cibo dall’ambiente senza gravare sugli allevamenti. Meno CO2 di un cinghiale o di un germano reale (selvaggina che adoro) non ho idea da cosa possa essere prodotta.

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Gli animalisti a caccia di donazioni vogliono far credere che la caccia sia innaturale e deleteria per l’ambiente: nulla di più sbagliato.

Angelo: Attività venatoria ; se normata con buon senso sarebbe una risorsa. Oltre al fatto che solo in Italia tra addetti,appassionati, indotto, sono impiegati, circa 3 milioni di persone, e questo non è un particolare di poco conto. I cacciatori veri,tutelano il territorio salvaguardando i sentieri di montagna, gli ambientalisti, ne avessi visto uno a lavorare per sistemare boschi o altro. Sarebbe corretto in fatto di normativa, sedersi intorno ad un tavolo e decidere ,ogni lustro quali sono le specie in sovrannumero (cinghiali, caprioli, storni, corvidi, nutrie, ecc.) per far si che ne benefici l’ecosistema e l’impatto sulle attività economiche del territorio venga attutito.

Un altro aspetto essenziale della propaganda veg riguarda la genuinità degli alimenti. Secondo alcuni veg, l’uomo è tendenzialmente vegetariano perché può cibarsi di vegetali “crudi”, mentre la carne ha bisogno della cottura. A parte il fatto che un tempo l’uomo si cibava anche di carne cruda, se non consideriamo tutti i vegetali selezionati artificialmente nel corso dei millenni e ormai completamente diversi rispetto alle loro varietà selvatiche, cosa c’è di veramente naturale nelle diete vegane? Inoltre, se aggiungiamo una policy da Km zero, cosa rimane?

Umberto: L’agricoltura è probabilmente l’attività più artificiale esistente. Non esiste varietà coltivata tale e quale in natura. Non esistono appezzamenti in natura di frutta o verdura. Non vengono concimati (che tra l’altro richiede vacche) dalla natura o tenuti pulito dai parassiti. A fare come vorrebbero loro, la popolazione umana crollerebbe da 7 miliardi a pochi milioni in pochissimi anni.

Domenico: Mangiare crudo qualsiasi alimento allora dovrebbe voler dire prenderlo dal terreno (o dalla pianta) così com’è, direttamente dall’orto del coltivatore (Bio, perché sennò è cattivo!) e mangiarlo. Il problema principale dove sta? Nei batteri. Il terreno, gli alberi, le piante sono stracolmi di batteri che vanno eliminati, altrimenti c’è il rischio quasi sicuro di incappare in intossicazioni, infezioni o tossinfezioni anche gravi. E nel caso di coltivazione non Bio, bisogna tener conto della presenza di pesticidi come il verderame, che intossica lo stomaco e l’apparato gastrointestinale.

L’agricoltura bio è un dato di fatto, o rimane un’utopia? Quali sono le differenze principali tra bio e non bio?

Domenico: Il Bio a mio parere non è un dato di fatto, a meno che non si è così ricchi da poter spendere sempre almeno il doppio per uno stesso prodotto non-Bio. Le coltivazioni Bio, inoltre, sono un’inno allo spreco, in quanto gran parte della coltivazione viene attaccata dai parassiti. Sono stati fatti dei rilevamenti tra coltivazioni Bio e non e indovinate? Non ci sono differenze sostanziali. Ultima cosa, i coltivatori Bio portano il vanto del “noi non usiamo pesticidi!”. Verissimo, se parliamo di pesticidi chimici, perché i pesticidi di origine naturale sono assolutamente permessi e utilizzati. Quindi, a conti fatti, l’unica vera differenza tra Bio e non-Bio è il costo del prodotto finito.

Umberto: L’agricoltura bio è una str***ata. Tutte le verdure sono biologiche, vorranno mica dirmi che le verdure crescono in maniera diversa da quella programmata geneticamente?

Angelo: Bio, se per bio si intende il non uso di concime di sintesi ok, ma anche quelle colture bevono H2O che viene dallo stesso cielo, l’aria alla quale sono esposte è la stessa. Resto dell’idea che N è N, P è P ecc. sicuramente avrà dei pregi ,ma solo per il minor stress sia per l’animale che sul terreno.

Qual è, invece, il ruolo giocato dalla pesca? Che chi dice, alla faccia degli animalisti, che per rispondere al forte squilibrio dei mari dovremmo iniziare a mangiare le meduse e rinunciare ai pesci.

Stefano: L’argomento pesca è molto interessante. Diciamolo, tutti i principali studi governativi come quelli delle ongcorcordano che stiamo distruggendo le nostre riserve ittiche. Quindi hanno ragione gli animalisti? no hanno ragione piuttosto gli ambientalisti, come il WWF che due anni fa lanciarono una campagna per spingere i consumi di pesce verso specie poco consumate e per questo furono molto attaccati su Facebook da gruppi animalisti, allo stesso modo molti iniziano a parlare di mangiare celenterati e altri frutti del mare un po’ insoliti. Eppure il discorso è sensato: non si può totalmente abolire la pesca, ci sono troppe problematiche sociali e del resto questo ci porta ad un interessante paradosso: se andiamo avanti così, senza freni, distruggeremo le nostre riserve ittiche tuttavia se facessimo come suggerito dalla dieta vegana e rinunciassimo ad ogni prodotto animale compresi molluschi, crostacei e pesci ci auto precluderemmo di ottenere cibo da 2/3 del pianeta e attenzione non sto dicendo due terzi delle terre produttive perché il restante 1/3 comprende deserti, aree urbane, tundra, taiga, Groenlandia e Antartide. Insomma quello della pesca è un esempio perfetto di ciò di cui stiamo parlando: il nostro stile di vita ha motli difetti ma lo miglioreremo con scelte ponderate e non estreme.

Angelo: Pesca, onestamente contesto solo i metodi della pesca che effettivamente possono depauperare il patrimonio, ma mi rendo conto che molte persone vivono di questo.

Domenico: La proposta di mangiare meduse arriva presumibilmente dal fatto che sta aumentando in modo rilevante la loro popolazione. Il problema arriverebbe proprio dalla pesca intensiva ed esagerata di alcuni loro predatori, come per esempio i tonni. A mio parere, sarebbe anche plausibile mettere in commercio preparazioni a base di meduse o venderle direttamente in pescheria o nei supermercati. Le meduse sono commestibili, tentacoli esclusi, ovviamente . Però perchè si dovrebbe eliminare il consumo e la pesca degli altri pesci? Non avverrebbe poi l’effetto contrario? Si potrebbe entrare in un loop infinito. La cosa migliore sarebbe regolamentare la pesca imponendo dei limiti alle quantità, si potrebbe pensare, ma non posso dire se sia già stato fatto o meno, perché in Italia la pesca è regolamentata Regione per Regione. Inoltre si deve anche tener conto del fatto che il pesce viene consumato prevalentemente lungo le coste e nelle città vicine al mare.

Concludendo, la ragione da che parte sta?

Stefano: Quando ero al liceo ricordo ancora la prima lezione di filosofia durante la quale il professore ci aveva letto una preghiera dai pigmei africani con cui ringraziavano lospirito dell’elefante appena ucciso e gli chiedevano perdono. Ho poi scoperto che questo tipo di spiritualità esiste in molte popolazioni primitive. Credo che alla fine abbiano ragione chi come questi popoli considerati primitivi si interroga sulla sofferenza dell’animale ucciso, evita gli sprechi ma accetta anche che alcune leggi della natura, per quanto ci possano sembrare crude, esistono e la catena alimentare e la competizione per le risorse stona tra di esse. Sicuramente poi sbaglia, a priori, chi vuole imporre la sua dieta con la violenza, qualunque essa sia  come si evince sempre più spesso dai video postati dal fronte animalista dove vanno a sabotare grigliate sagre dove si serve carne. E, senza mettere in discussione il nostro sistema educativo, è anche il caso di chiedersi dove esso sbagli visto che tante persone leggono post allarmistici ma totalmente campati in aria sui social media (e non mi riferisco solo a quelli sulla dieta) senza avere le competenze, seppur elementari, per accorgersi che stanno leggendo sciocchezze. Ha alla fine ragione, secondo me, chi, indipendentemente dalla sua posizione si informa seriamente e discute con pacatezza perché il sistema è troppo complesso per trovarvi una verità univoca e non è insultando e offendendo che si arriva ad una soluzione.

Umberto: La ragione sta dalla parte della praticità e dalla nostra biologia. Il resto è aria fritta.

Angelo: La ragione mi chiedi, dove sta? Nel giusto equilibrio tra i vari alimenti. Ogni dieta è business e di conseguenza posti di lavoro, famiglie fatte di persone.

Domenico: E’ difficile, se non impossibile dare la completa ragione ad una delle parti, questo perché entrambe hanno le loro motivazioni. I vegetariani, vegani e compagnia bella, basano il loro comportamento (o almeno così dovrebbe essere) su una scelta morale che io posso anche condividere, ma che non implica la mia unione alla loro “setta”. Stessa cosa per gli ambietalisti, condivido le loro idee e le loro cause, ma non sopporto il modo in cui (gli attivisti) le portano all’attenzione pubblica tramite le loro azioni illegali e spesso violente. Vivere Veg, Bio o Green è una scelta e non ho il diritto a negarla, ma loro hanno lo stesso dovere nei confronti della mia scelta nel non essere come loro.

Francesco D’Amico

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Biglietti gratis per i “privilegiati Alitalia”? L’articolo indigna, ma è una bufala

Uno “scoop all’italiana” ai limiti del diffamatorio, frutto del pregiudizio e della cattiva informazione

StaffTKT

I-DATI “Siracusa”, l’ultimo dei vecchi McDonnell Douglas utilizzati da Alitalia ad essere ritirato dal servizio, a Genova-Sestri. Foto di Giorgio Varisco.

E’ inutile, in Italia non ci siamo proprio. La cultura aeronautica, così poco radicata nel nostro paese, continua a rimanere un’utopia.

Questa volta, le “vittime” dell’ignoranza aeronautica tipicamente italiana sono i dipendenti ed ex dipendenti Alitalia che usufruiscono di agevolazioni dedicate quando prendono l’aereo. Il motivo della diatriba? Il solito articolo sensazionalista all’italiana, lanciato da Libero e successivamente ripreso anche da Il Giornale, dove fatti e gaffe sono sullo stesso piano e l’unica cosa che conta realmente è far scattare l’indignazione di chi legge. La macedonia sembrava perfetta, una fusione tra il solito articolo sui soliti sprechi della “casta” e l’ennesima accusa nei confronti di una compagnia che, purtroppo per chi la denigra, rimane l’unica in Italia ad offrire capillarmente alcuni servizi di importanza strategica. Un presunto scandalo, quello dei dipendenti Alitalia “che viaggiano gratis”, inserito ad hoc in un contesto ben definito (le note difficoltà finanziarie della compagnia, a caccia di un forte partner straniero), lasciando intendere ai lettori populisti e non che i problemi dell’Alitalia siano una conseguenza diretta di questi “sprechi”.

Tante sono, invece, le inesattezze riportate dagli articoli di Libero e de Il Giornale che non poco hanno indignato i cosiddetti “privilegiati”, tirati in ballo dall’articolo stesso. Le agevolazioni per i dipendenti, innanzitutto, non sono una prerogativa di Alitalia e rientrano in un contesto molto ampio, quello delle normative IATA (International Air Transport Association, Associazione Internazionale del Trasporto Aereo). Non è un beneficio da membri della “casta” (o k@$t4, volendo citare i complottari), ma un diritto che spetta ai dipendenti di quasi tutte le compagnie del mondo. E non si tratta né di “biglietti gratis” né di “tariffe stracciate”, dato che i dipendenti di compagnia che usufruiscono di tali agevolazioni non hanno gli stessi diritti dei passeggeri paganti: infatti, partono solo se l’aereo ha dei posti non acquistati dai passeggeri regolari, e se il volo è pieno rischiano di rimanere a terra. L’agevolazione pecuniaria viene quasi del tutto compensata dai rischi e, contrariamente a ciò che ha lasciato intendere Libero, per la compagnia non ci sono perdite finanziarie: i passeggeri regolari pagano e, se ci sono posti ancora disponibili, possono partire anche i dipendenti di compagnia, tappando eventuali “buchi” e portando altri soldi direttamente nelle casse della compagnia. La compagnia aerea di fatto ci guadagna perché vende posti che, altrimenti, rimarrebbero vuoti.

Discorso a parte per i membri di un equipaggio che viaggiano come “fuori servizio” (deadhead in inglese), ossia coloro che prendono un volo gratuitamente per posizionarsi dove richiesto dalla compagnia. E’ l’equivalente aeronautico di prendere un pullman per andare a lavorare, con la differenza che in questo caso il mezzo di trasporto è un aereo e la destinazione, nonché il luogo di lavoro, è un aeroporto, generalmente un hub di primaria importanza (nel caso di Alitalia, Fiumicino o Linate). Sicuramente, non si tratta di viaggi di piacere.

Ma quanto convengono gli “esclusivi” biglietti staff? Meno di quanto si creda, e a spiegarcelo sono i “privilegiati” stessi, che per poter usufruire di questi biglietti devono anche pagare una quota annuale che si somma al costo dei biglietti staff. Ecco qualche testimonianza.

Isabella L. ci dice: “Viaggio spesso, quindi acquisto biglietti ID50 [una tipologia di biglietto, ndr] ed ho notato che non sempre è conveniente confrontando i prezzi dei biglietti a prezzo pieno. Tutto ciò che viene scritto sui nostri biglietti è opera di incompetenti. Non capisco questo accanimento… anzi, l’emissione dei nostri biglietti porta incassi ad Alitalia e non penso ciò risolva la grave crisi quando per decenni e decenni hanno sempre elargito biglietti gratis a chiunque [qui il riferimento è alla “vera” casta, ndr].”

Silvia M. ci spiega perché, secondo lei, non conviene: “Sono in Cigs/Mobilità dall’arrivo di CAI. Alcune cifre delle ‘concessioni’: 40 euro di iscrizione annuale a componente nucleo famigliare (160 euro, siamo in quattro) più supplemento carburante a biglietto: 20 euro per i voli nazionali, 40 euro per gli internazionali, 60 euro per gli intercontinentali… per poi acquistare un biglietto al 90% senza prenotazione. Un esempio: Milano-Londra-Milano 130 euro. Con easyJet 80-90 euro se acquistato in tempo. Non abbiamo più i biglietti col 50% di sconto dal 2012.”

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G-EZAW, Airbus A319 della compagnia low cost inglese easyJet, a Milano-Malpensa. Per molti “privilegiati” e i membri delle loro famiglie, spesso l’opzione easyJet risulta più conveniente dei biglietti staff. Poco oltre, un Airbus A300 cargo della celeberrima DHL. Foto di Giorgio Varisco.

Questa è la testimonianza di Betty B.: “Io non compro da anni biglietti staff, un po’ perché spesso più costosi di quelli in offerta, un po’ perché essendo stati ridotti i voli è più difficile venire imbarcati e più facile essere sbarcati…”

Molto decisa anche Rosalba M.: “Sono in pensione da più di 20 anni ormai e, credetemi, in tutta la mia carriera di hostess di volo non ho voluto mai usufruire del free per una semplice ragione: visto che non mi era concesso il diritto alla prenotazione con la sicurezza dei voli, bene, allora ne ho fatto a meno. Ormai viaggio tramite viaggi organizzati con agenzia, parto e torno in tranquillità. Non consideratemi una snob, non credo d’esserlo, ma non ho mai amato lo stress, mi è bastato quello sul lavoro.”

Andrea C. fornisce alcuni esempi concreti: “Ho appena pagato 91 euro per un 50% Roma-Palermo-Roma ai quali se aggiungi i 40 euro fanno 130. Alcuni amici che ho incontrato a Palermo provenienti da Nizza, ben altra cosa e distanza, con easyJet ne pagavano 140 senza dover chiedere niente a nessuno. Ma poi di che parliamo, di convenienza economica? Qui è soprattutto una questione di dignità e rispetto per una vita di lavoro.”

Maria Laura S. ci fornisce un altro esempio pratico: “Ho acquistato per mia madre un biglietto per Copenhagen… il 50% Alitalia superava i 200 euro…. ho optato per Norwegian!”

Stefania V. è diretta e concisa: “Io, cassintegrata dal 2008, non ho più usato i biglietti staff (costano meno con le low cost).”

Altro esempio pratico, questa volta di Antonio B.: “Il giornalista che ha scritto queste str****te non é a conoscenza che un ID90N2 oggi costa quasi come un biglietto venduto da Alitalia in advance booking [prenotazione anticipata, ndr]. Un ID90 Roma-Milano-Roma costa infatti 82 euro, quasi quanto i 90 euro richiesti per un biglietto comprato sul sito di Alitalia un mese prima.”

Gianfranco M. ha addirittura rinunciato ai biglietti staff: “A ottobre scorso Roma-Parigi con biglietto ID50, più 40 euro di extra, a 165 euro. La tariffa scontata Alitalia per passeggeri normali ammonta a 135 euro. Quest’anno non ho rinnovato l’iscrizione per tutta la famiglia.”

Eugenia M. riporta la sua testimonianza, decisamente inusuale: “Figlia di dipendenti Alitalia, fino ai 26 anni ho avuto diritto a forti sconti… dopo sono decisamente diminuiti e ora, visto che i miei sono esodati, non ho diritto a nulla a differenza dei figli dei pensionati. Per la cronaca, erano più le volte che rimanevo a terra di quelle che partivo, spesso finivo per acquistare i biglietti o usare altre compagnie per partire con il mio ragazzo o con gli amici e evitare di avere problemi. Ma, tuttora, mi sento dire ‘beata te! Chissà quanti voli gratis!'”

Anche Gabriele C. si unisce al coro: “I titoli di viaggio a tariffa agevolata per i dipendenti non sono ‘concessioni’ ma ‘disposizioni di viaggio’ e non rappresentano nemmeno un costo, ma un vantaggio economico per l’azienda. Derivano da accordi internazionali tra compagnie in regime di reciprocità per una massimizzazione del profitto altrimenti non realizzabile. Non sono nemmeno un ‘fringe benefit‘, come da parere della stessa Agenzia delle Entrate. Per assurdo, Alitalia – CAI potrebbe negarmi i biglietti suoi, ma non l’emissione del biglietto ZED [biglietto diverso dagli ID, emesso per viaggiare con un’aerolinea diversa da Alitalia, ndr] su compagnia aderente alla convenzione.”

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D-AIDV, Airbus A321 di Lufthansa con livrea speciale, a Milano-Linate. La Lufthansa estende l’accesso ai biglietti staff a categorie ignorate da Alitalia, ma è lungi dall’essere una compagnia di scansafatiche che vivono sulle spalle dello Stato tedesco. Foto di Giorgio Varisco.

Che dire, in fin dei conti, questi biglietti che avrebbero dato un contributo al declino della compagnia già di bandiera non sono poi così convenienti, non garantiscono gli stessi diritti di un biglietto “normale” e hanno tariffe lontane anni luce da quelle che fanno indignare i giornalisti poco informati e i loro lettori. Tra l’altro, volendo fare un paragone con altre compagnie che seguono modelli di mercato simili, l’Alitalia risulta essere addirittura in difetto: non prevede, infatti, vantaggi per i lavoratori delle società terze, di handling, che curano i voli Alitalia nella stragrande maggioranza degli aeroporti serviti dalla compagnia. Persone che, così come gli addetti dei call center, condividono le sorti dei dipendenti di compagnia in caso di fallimento ma non possono godere di alcuni benefici quando, dopo tanto duro lavoro, prendono un aereo. Quindi, potremmo andare controcorrente rispetto all’ondata populista fomentata sia da Libero che da Il Giornale e dire che il problema non è tanto togliere i “privilegi” a chi li ha quanto estenderli a chi li dovrebbe avere.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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No, purtroppo non è Lercio

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 209) il 19 luglio 2014.

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Una pagina Facebook attacca scherzosamente il giornalismo inutile

Per chi non lo sa, Lercio.it è un sito internet italiano di intrattenimento dove gli utenti pubblicano notizie false e divertenti, spesso amplificando all’ennesima potenza alcuni fatti realmente accaduti. Un paio di esempi: la notizia sul “WC Seat” della Ryanair è un’ovvia parodia delle discusse politiche della compagnia, mentre le presunte tangenti per gli appalti sulla ristrutturazione di Sophia Loren sono un modo per fare ironia sia sui VIP fatti e rifatti che sui vari scandali che hanno interessato l’edilizia italiana. Insomma, un sito in fondo piacevole da consultare, un modo come un altro per divertirsi e farsi quattro risate (tranne quando gli ignari lettori, e non sono pochi, considerano le notizie di Lercio come fatti di cronaca).

Certe volte, però, la realtà supera la fantasia e le testate nazionali pubblicano notizie di una gravità tale da far impallidire anche i più creativi fanta-giornalisti di Lercio. In casi particolari, le notizie sono talmente strane e apparentemente inutili da indurre i lettori a farsi qualche domanda sulla qualità raggiunta dal giornalismo italiano. E’ con questa filosofia che è nata la pagina Facebook “Ah ma non è Lercio”, una raccolta delle notizie più pazze del web che si pone un target, potremmo dirlo, nobile: denunciare il giornalismo inutile che ormai infesta l’informazione italiana. La descrizione stessa della pagina spiega ai fan qual è la filosofia che ne regola la gestione: “Questa pagina non nasce come umoristica: l’obbiettivo è segnalare un certo tipo di giornalismo di cui faremmo volentieri a meno su testate nazionali. Questa pagina non vuole essere “Le notizie più stupide del web” o “Notizie fuori di testa” o simili, ma il rischio di diventarlo è sempre in agguato. Quindi facciamoci due risate per l’involontaria (?) ironia del paese e del mondo in cui viviamo ma inc…..moci anche, un pochettino, quando la Repubblica nel 2013 ci parla del cane che somiglia a Putin. Se i giornalisti vogliono divertire, che facciano i comici.”

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Il logo della pagina Facebook “Ah ma non è Lercio”.

Come dare torto all’amministratore della pagina “Ah ma non è Lercio”? Chi informa dovrebbe fare una selezione delle notizie, privilegiando le notizie serie a discapito delle notizie “trash”, e se proprio vuole divertire l’audience, nessuno gli vieta di lanciare un sito come Lercio.it. Ma perché ciò accade? In effetti, con la crisi che colpisce costantemente l’editoria, alcune testate di rilevanza nazionale hanno deciso di puntare sulla versione telematica dei loro giornali, aggiungendo alle notizie vere tanta ma tanta spazzatura che, ammettiamolo, ha un compito ben preciso: attirare visite, aumentare il numero dei click e di conseguenza gli incassi derivanti dalla pubblicità. Il “trucco” sembra funzionare e le notizie stupide sono sempre di più: ecco che, a ridosso della pubblicazione di questo articolo su il Lametino, Repubblica ci parla della colonia di gatti che ferma i lavori negli ambulatori del Fatebenefratelli di Milano, mentre il sito de Il Corriere della Sera propone un servizio sulle ragazze a “taglia zero” che fanno finta di mangiare hamburger e quindi non ingrassano. Il Messaggero va oltre e si supera: in un paese flagellato dalla crisi e con mille difficoltà, l’attenzione della versione telematica del giornale si concentra su un tizio la cui serata con una prostituta sarebbe stata rovinata da una maxi multa da 450 euro, fatta da quei “cattivoni” dei carabinieri. Questo, cari lettori, sembra essere il futuro dell’informazione, ma c’è una cura, c’è un modo per bloccare sul nascere il proliferare del giornalismo inutile? Innanzitutto, dovremmo iniziare ad indignarci di fronte alle notizie di questo genere, magari inviando a chi le pubblica un’e-mail (o una lettera, è vintage) di protesta. In secondo luogo, dovremmo imparare ad ignorare queste notizie, in modo da ridurre i ricavi pubblicitari e “costringere” gli e-giornalisti allo sbaraglio a ritornare allo status quo ante dell’informazione corretta e seria. Coraggio, è una battaglia che possiamo vincere.

Francesco D’Amico

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L’utilità sociale di Alitalia

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 209) il 19 luglio 2014.

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Molti non lo sanno ma la compagnia già di bandiera ha un ruolo insostituibile

Il nodo degli esuberi, necessario per finalizzare l’accordo tra Alitalia e la compagnia emiratina Etihad Airways, sembra essere stato sciolto e il rischio di fallimento per la compagnia già di bandiera sembra ormai scongiurato. Sei anni dopo le gesta dei “capitani coraggiosi”, coloro che avrebbero dovuto salvare il brand Alitalia facendo risorgere la moribonda compagnia Alitalia – Linee Aeree Italiane facendola diventare Alitalia – Compagnia Aerea Italiana, il rischio di un fallimento si è concretizzato nuovamente e per interi mesi i media italiani e stranieri hanno seguito i vari step che hanno portato alla situazione attuale. Dalla riduzione dell’influenza di Air France, un tempo considerata l’acquirente più probabile, al corteggiamento nei confronti Etihad. Dall’allarme di Lufthansa per l’invasione delle compagnie degli Emirati, all’investimento di Poste Italiane, da molti considerato un aiuto di stato. Eppure, in tutti questi mesi, un aspetto non marginale della questione Alitalia è stato ignorato dai media: l’aspetto sociale. Se da una parte è stata data la giusta importanza ai lavoratori della compagnia che hanno rischiato di perdere il proprio posto di lavoro, dall’altra è stata ignorata l’utilità sociale della compagnia, il motivo per il quale non ci saremmo potuti permettere di perderla. Chi l’ha reputata inutile e facilmente sostituibile, ha commesso un errore di una gravità non indifferente e a breve vedremo perché.

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Airbus A330 di Etihad a Milano-Malpensa. Con l’ingresso della compagnia emiratina in Alitalia, si auspica un futuro di profitti e la volontà di far diventare l’Alitalia una compagnia a cinque stelle. Foto di Giorgio Varisco.

Una lista delle caratteristiche di Alitalia che rendono la compagnia socialmente utile e insostituibile in Italia risulterebbe noiosa anche per i lettori più attenti e interessati. In questa occasione, è stato scelto un approccio quasi “social”, con alcuni esempi ipotetici ma comunque plausibili. I nomi dei “personaggi” sono casuali e qualsiasi riferimento a cose o fatti realmente accaduti è altrettanto casuale. In aggiunta agli esempi, ove possibile sono stati anche aggiunti i codici internazionali a tre o quattro lettere che identificano servizi e procedure particolari. Le situazioni proposte si riferiscono ai voli nazionali, e dove specificato anche ad alcuni collegamenti internazionali. Ora, giochiamo un po’ con la mente e proviamo ad immaginare la seguente situazione: il fallimento della trattativa con Etihad e/o i sindacati, e il conseguente fallimento dell’Alitalia. E’ la mattina del 19 luglio 2014, la stessa data dell’uscita di questo articolo: i media nazionali annunciano la notizia, le operazioni cessano, Ryanair ed easyJet esultano e impostano la modalità “avvoltoio”, viene dato risalto alle proteste dei lavoratori e dei passeggeri rimasti a terra. Il disastro sociale reale, tuttavia, rimarrà ignoto ai più.

Clara è un’amica degli animali e viaggia regolarmente con amici a quattro zampe al seguito, sia per le proprie vacanze che per portare cani e gatti abbandonati alle famiglie adottive. I più piccoli li portava a bordo, in un trasportino (codice: PETC), mentre i più grandi andavano nelle stive pressurizzate degli aeromobili (codice: AVIH). Quando non poteva viaggiare insieme ai propri amici, Clara riusciva comunque a mandarli dove necessario ricorrendo al servizio cargo (cod.: AVI). Ora però che l’Alitalia è fallita, non potrà più farlo: le concorrenti non prevedono il trasporto di animali in stiva e le poche che garantiscono il trasporto il cabina non hanno una copertura sufficiente nell’ambito del mercato domestico italiano.

Marco e Paola sono due amici milanesi di 8 e 9 anni, rispettivamente. Marco, d’estate, passa un mese coi nonni materni che risiedono nel Sud Italia, mentre Paola è figlia di due genitori divorziati che vivono a centinaia di km di distanza tra loro. Prima c’era l’Alitalia ad offrire il servizio di trasporto dei minori non accompagnati (cod.: UMNR), ma ora che non c’è più i bambini, per viaggiare, devono necessariamente essere con qualcuno. E se quel qualcuno, per i motivi più disparati, non può partire, neanche i bambini possono farlo. Brutte notizie per Marco, e non pochi problemi per Paola.

Pasquale è un italo-americano che ama tornare in Italia almeno una volta all’anno. La sue due “case”, New York e la propria terra natia, non sono collegate con voli diretti e l’unica possibilità di viaggio era l’Alitalia con scalo a Roma-Fiumicino. Col fallimento della compagnia, Pasquale dovrà comprare biglietti multipli e dispendiosi, senza più avere la comodità del trasferimento automatico del bagaglio in transito: un problema non indifferente dato che Pasquale ha superato l’età di 80 anni e non può sostenere sforzi fisici prolungati. Vorrà dire che d’ora in poi vedrà il suo paese natale del Sud Italia solo in televisione. Situazione simile, ma non poi così drammatica, per Maria, studentessa trentenne fuori sede che vive in un posto non collegato alla sua città natale con voli diretti; anche per lei, prima c’era l’Alitalia con scalo a Roma-Fiumicino, il modo migliore per connettere due punti qualsiasi del paese, ma con il caos del fallimento della compagnia, Maria dovrà cercare soluzioni alternative ed eventualmente coprire via terra decine e decine di kilometri in più per arrivare in un aeroporto più comodo e meglio collegato.

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EI-DSM “Cesare Beccaria”, Airbus A320 di Alitalia con livrea speciale dedicata alla Calabria e in particolare ai Bronzi di Riace. La Calabria stessa è una regione che senza i voli in connessione di Alitalia garantiti a Roma-Fiumicino, rimarrebbe isolata da una buona fetta d’Europa e dal resto del mondo. Foto scattata da Giorgio Varisco a Milano-Linate.

Camilla è la madre di Antonio e, dopo un dramma lungo e travagliato, è improvvisamente venuta a mancare presso uno dei centri sanitari d’eccellenza italiani. Per portare la salma di Camilla a casa e per poter onorarne la memoria con una messa e una degna sepoltura, era stato predisposto il servizio cargo di Alitalia per il trasporto dei defunti (cod.: HUM), ma ora che la compagnia è fallita e le concorrenti non offrono servizi del genere, l’alternativa saranno dispendiosi – anche in termini di tempo – mezzi per il trasporto via terra. Nessuna pace neanche per i morti e i loro cari.

Giuseppe è il dipendente di una società aeroportuale di handling che offre servizi per conto di Alitalia, ma non essendo un dipendente di compagnia è stato ignorato dai media. Col fallimento della compagnia già di bandiera, tuttavia, condivide lo stesso destino dei dipendenti Alitalia: la perdita del proprio posto di lavoro. Destino condiviso anche da Stefania, dipendente di una società che gestisce un call center per conto di Alitalia e che, come Giuseppe, non è stata annoverata tra i neodisoccupati. Finirà anche lei nel dimenticatoio.

Luca è malato e ha bisogno di un trasferimento per via aerea da un capo all’altro del paese; non può stare in piedi né seduto, e deve necessariamente viaggiare su una barella. Con Alitalia, che predisponeva un servizio dedicato con la rimozione di alcune file a bordo dei propri aeromobili per poter accogliere i passeggeri barellati (cod.: STCR), il viaggio per Luca sarebbe stato fattibile e non particolarmente dispendioso. Col fallimento di Alitalia, tuttavia, l’unica opzione disponibile sarà un volo ospedale predisposto ad hoc, con costi astronomici. Sempre se Luca potrà permetterselo.

Non meno importanti sono i codici DEPU e DEPA utilizzati per identificare i passeggeri deportati, rispettivamente quelli non accompagnati e quelli accompagnati. Gli accompagnati sono, generalmente, detenuti in trasferimento che per motivi di sicurezza viaggiano in aereo con apposite scorte armate e non costituiscono un pericolo per la sicurezza del volo. L’aereo è il mezzo ideale per questa tipologia di spostamenti, e le operazioni di imbarco e sbarco sono curate in collaborazione con la Polizia Penitenziaria. Senza Alitalia, questo servizio di importanza strategica verrebbe meno e per trasferire i detenuti bisognerebbe ricorrere al trasporto via terra, con tutti i rischi del caso… voi sareste tranquilli?

Di situazioni ipotetiche di questo genere ce ne sarebbero a bizzeffe, ma per motivi di spazio molte sono state omesse. Il messaggio, comunque, è chiaro: perdendo una volta per tutte la compagnia già di bandiera, così bistrattata, saremmo tornati indietro di decenni in termini di qualità – e decenza – del trasporto aereo nel nostro paese: avremmo di fatto negato il diritto alla mobilità ad intere categorie speciali di passeggeri, una cosa a dir poco scandalosa per un paese civilizzato. L’errore che facciamo quando consideriamo l’Alitalia “non necessaria”, è frutto di un’analisi superficiale di ciò che essa offre, analisi spesso limitata ad una rapida occhiata al prezzo dei biglietti; il servizio offerto, in realtà, è molto complesso ed ha un’utilità sociale che tutti noi dovremmo conoscere. Pensiamoci bene prima di definire l’Alitalia una compagnia “inutile e sostituibile”, perché al posto di Clara, Marco, Paola, Pasquale, Maria, Camilla, Antonio, Giuseppe, Stefania e Luca potrebbe esserci uno qualsiasi di noi, o un parente a noi stretto.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Handling aeroportuale e crescita: una relazione complicata

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 208) il 14 giugno 2014.

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I dati sulla crescita degli aeroporti spesso non rispecchiano la situazione reale

Risale a qualche giorno fa la notizia del fallimento di Groundcare, una società di handling molto attiva a Roma, al quale è seguito un triste e scontato sciopero dei suoi dipendenti (circa 850) che si sono ritrovati senza garanzie per il loro futuro e sono ora costretti dalle circostanze a lavorare per tutto il mese di giugno nonostante il rischio più che concreto di non avere la busta paga a fine mese. Lo sciopero in questione è culminato con l’incidente, per fortuna senza vittime, che ha visto un Boeing 737 della Ryanair parcheggiato a Roma-Ciampino “scivolare” verso una caserma a causa del mancato posizionamento dei cosiddetti chock o “tacchi”, utilizzati per tenere gli aeromobili fermi nella propria area di parcheggio. Innumerevoli i ritardi dei voli delle compagnie servite da Groundcare, e frequenti sono state anche le cancellazioni. Ma cosa c’entra questa “Groundcare”, società mai sentita nominare dai media, con la Ryanair e le altre compagnie? Quello che non tutti sanno è che in un aeroporto, salvo casi veramente particolari come l’Alitalia a Roma-Fiumicino, ad offrire i servizi di check-in, imbarco e sbarco non sono i dipendenti delle compagnie aeree, ma i dipendenti di società terze cosiddette “di handling”, pagate dalle compagnie secondo precisi contratti per garantire i servizi di terra. Queste stesse società e i loro dipendenti hanno l’arduo compito di reggere l’impatto diretto delle lamentele dei passeggeri, che spesso più per ignoranza che per altro finiscono con l’offendere personalmente persone che con le compagnie aeree, di fatto, non hanno nulla a che fare. Lamentarsi, a Napoli, con un addetto check-in del banco easyJet per un problema avuto all’andata a Milano-Malpensa non ha molto senso dato che i due addetti lavorano per società diverse e nessuno dei due può rispondere degli errori, o presunti tali, dell’altro. Un altro mito da sfatare riguarda le presunte agevolazioni di viaggio: i dipendenti degli handler generalmente non usufruiscono di alcun tipo di sconto e quando prendono l’aereo, oltre a pagare regolarmente i biglietti come tutti gli altri passeggeri, non hanno diritto a trattamenti speciali. Gli handler, dunque, non sono affatto appartenenti ad una categoria privilegiata e costellata da “sprechi”.

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Operazioni di handling a Milano-Malpensa: l’aeromobile interessato è un Airbus A320 di AirOne e l’handler che presta i servizi è SEA Handling. Foto di Giorgio Varisco.

Ciò che avete letto nell’ultimo minuto ha con molta probabilità cambiato il vostro modo di vedere gli aeroporti e chi vi lavora, ma la realtà è ancora più complessa. Come in tutti i mercati regolati dall’antitrust, anche nell’handling deve esserci una sana concorrenza volta a prevenire i monopoli, e negli aeroporti con un certo volume di traffico varie società di handling in competizione tra loro “corteggiano”, è proprio il caso di dirlo, le compagnie aeree al fine di garantire nuovi contratti e, logicamente, maggiori introiti. Dall’altra parte, le compagnie sfruttano la concorrenza degli handler per chiedere tariffe sempre più basse e risparmiare. Ebbene, quando il gioco è bilanciato, la giusta concorrenza premia gli handler capaci di garantire ottimi standard di puntualità e di qualità, stimolando gli handler meno efficienti a colmare il gap e quindi a migliorarsi. Quando il gioco è fortemente sbilanciato, così come accade a Fiumicino dove gli handler operanti sono addirittura sei e le tariffe aeroportuali vengono spinte con prepotenza al ribasso dalla concorrenza selvaggia, arriva il momento in cui la goccia trabocca dal vaso e la situazione si palesa in tutta la sua insostenibilità. I dipendenti, giustamente, pretendono una paga non stratosferica ma quantomeno decente, una paga che rimane statica nel tempo mentre le tariffe di handling delle compagnie scendono sempre di più. Le società, oltre ad affrontare il costo dei dipendenti, devono mantenere mezzi ed attrezzature speciali, i quali hanno un costo anche se rimangono fermi. A peggiorare le cose ci pensano le compagnie low cost, che nonostante la crescita esponenziale degli ultimi anni e i risultati – sia operativi che finanziari – a dir poco stratosferici, vedono nell’handling quasi un nemico da sconfiggere a tutti i costi: l’imposizione del check-in online, la tempistica frettolosa, i bagagli da stiva a pagamento e gli imbarchi lampo sono tutti espedienti volti a ridurre al minimo la complessità delle operazioni a terra e, di conseguenza, le tariffe di handling. Non è un caso, infatti, che a parità di passeggeri trasportati la low cost richiede un numero di addetti di terra decisamente inferiore (in certi casi addirittura un terzo) rispetto ad una compagnia legacy o tradizionale. E non sembra essere neanche un caso il fatto che fosse proprio la Groundcare a gestire i voli della Ryanair a Roma, chissà con quali tariffe e chissà con quali pretese da parte del colosso irlandese che nonostante i guadagni ingenti continua a vedere gli aeroporti quasi come se fossero degli ostacoli dove, purtroppo, bisogna pagare delle persone per gestire gli aeromobili in transito. Paradossalmente, il sistema aeroportuale romano risulta essere in crescita e con ottime aspettative per il futuro, un trend in netto contrasto con la perdita di così tanti posti di lavoro. Il problema, forse più da noi che altrove, è che quando si tratta di aeroporti, rotte e compagnie aeree, le autorità per così dire “ufficiali” non fanno informazione ma propaganda: danno molto peso ai successi e ai risultati col segno più e spesso ignorano i risultati negativi, dando ai lettori poco informati l’impressione – sbagliata – che sia tutto “rose e fiori”. Siti internet imparziali come Airline Route dimostrano che, anche se nel complesso il mercato aereo è in crescita, le cancellazioni delle rotte non proficue sono abbastanza frequenti e interessano anche i colossi come la stessa Ryanair, Delta Air Lines, Air France e British Airways, e, indirettamente anche se a nessuno sembra importare, le società di handling legate a queste compagnie. I media ignorano le situazioni degli handler e si limitano a dire che c’è una crescita… sì, ma che tipo di crescita? Si tratta di vero sviluppo o di dati superficiali che, una volta investigati, nascondono mille ed una insidie? Un pizzico di obiettività in più, un piccolo sforzo verso l’onestà nell’informazione, è sicuramente ben accetto: se si cresce dell’X per cento all’anno in termini di voli e trasporto passeggeri e puntualmente c’è qualcuno che perde il lavoro, qualche problema di fondo c’è e deve essere affrontato. Prima dai media, poi da chi legifera.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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Aerei regionali, chi li ha visti?

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 207) il 10 maggio 2014.

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Dominano il mercato aereo statunitense ma da noi sono quasi un “tabù”

C’è chi ricorda il proprio volo su uno di questi aerei come un incubo da raccontare agli amici, un episodio della serie “quella volta mi capitò che…”. C’è chi a bordo di questi aerei vola l’andata del proprio viaggio ma non il ritorno, per il quale preferisce un mezzo via terra, a suo dire “migliore”. C’è chi li guarda e si chiede come facciano a volare, sperando di capitare sempre a bordo di un “aereo grosso e sicuro”. C’è chi, al banco check-in in aeroporto, apprende che volerà su uno di questi aerei e pretende un cambio di prenotazione gratuito. Di costa stiamo parlando? Un aeromobile civile regionale, o regional in inglese, è un aereo che possiede le seguenti caratteristiche: numero di posti generalmente inferiore a 100, autonomia ridotta, configurazione interna della cabina di tipo 2-2 o inferiore, costi di mantenimento inferiori, equipaggio che può essere anche di soli 3 componenti.

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Un Avro Regional Jet ARJ-85 della tedesca Lufthansa a Genova-Sestri. Foto di Giorgio Varisco.

In Italia sono rari, dato che il nostro mercato aereo è dominato da aerei con capacità decisamente maggiori (tra i 156 e i 200 posti), mentre negli Stati Uniti costituiscono il pane quotidiano per milioni di viaggiatori. Ma cosa hanno di così speciale i “regional”, e quali vantaggi garantiscono alle compagnie aeree e ai passeggeri? Perché negli USA tali aerei sono così gettonati? I vantaggi sono veramente tanti e di un’entità tale da rendere la scarsità dei regional in Italia tutto tranne che un motivo di vanto. Per le compagnie aeree il vantaggio principale è la riduzione dei costi: comprare, mantenere e far volare un aeromobile regionale insieme al suo equipaggio è economicamente conveniente, e un aereo di questa tipologia si può adattare benissimo a quelle rotte con una domanda insufficiente per gli aeromobili con un numero maggiore di posti. Una famiglia di aeromobili regionali, i turboprop ad elica come il Saab 2000, il Dash 8 e gli ATR, vantano record di risparmio di carburante di circa il 50 per cento rispetto ai jet, il tutto a discapito della velocità con un allungamento dei tempi di volo di circa 10-20 minuti, più che accettabili. Per i passeggeri, invece, i vantaggi stanno in primis nell’aumento delle soluzioni di viaggio, con una maggiore disponibilità di voli diretti per destinazioni (anche internazionali) dove la domanda non è tale da garantire voli con aerei ad alta capacità, e in secundis in una riduzione dei prezzi dovuta alla concorrenza quasi perfetta che permetterebbe ai passeggeri di scegliere come e dove andare al prezzo più basso, senza dover ripiegare sulle compagnie low cost. Negli USA, dove i regional dominano una buona fetta del mercato interno, le compagnie che applicano il modello hub and spoke (soluzioni di viaggio con coincidenze) possono gestire network molto fitti e mantenere rotte che da noi sarebbero in fortissima perdita se operate con gli aeromobili “nostrani”. Un esempio sono i voli tra New York e Philadelphia, città che si trovano ad appena 150km di distanza l’una dall’altra: è un po’ come se in Italia ci fossero collegamenti aerei tra Torino e Genova o tra Lamezia Terme e Catania.

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Un Bombardier Dash 8 della Flybe a Milano-Malpensa. Foto di Giorgio Varisco.

Ma può una compagnia di una certa importanza sopravvivere senza un network regionale affermato e ben consolidato? Sembra proprio di no. Non è un caso, infatti, che uno dei motivi del disastro Alitalia CAI e la conseguente necessità di cercare “sollievo economico” tra le braccia dell’emiratina Etihad Airways potrebbe essere stata la decisione, da parte dei vertici della nostra compagnia già di bandiera, di puntare poco e male sul settore regional. Più volte gli aerei dell’Alitalia da 138 o più posti sono partiti con un manipolo di passeggeri, rendendo i voli poco redditizi e causando ogni volta perdite dell’ordine delle svariate migliaia di euro che, ripetute nel tempo, hanno creato enormi voragini nei conti della compagnia e, recentemente, hanno forzato un taglio netto della flotta di Airbus A321 da 200 posti, troppo grandi e dispendiosi per il network attuale dell’Alitalia. Stranamente, i CRJ-900 ereditati da AirOne sono rimasti a Fiumicino ad arrugginirsi, e per coprire alcune rotte con pochi passeggeri Alitalia ha optato per un “subappalto” a compagnie partner come Darwin (ora Etihad Regional) e la Carpatair, quest’ultima “sospesa” subito dopo l’incidente avvenuto proprio a Fiumicino il 2 febbraio 2013.  Sono serviti a poco i 15 Embraer E175 da 88 posti e i 5 Embraer E190 da 100 posti entrati in servizio a partire dalla seconda metà del 2011: l’Alitalia avrebbe dovuto puntare di più su questo settore.

Insomma, in un mercato evoluto e solido, i regional non possono non essere un elemento chiave, e cosa faremo noi italiani? Inizieremo a puntare sugli aeromobili regional per rendere il nostro mercato più fitto e più variegato, o continueremo a coltivare i pregiudizi su questa tipologia di aereo, snobbandola?

 

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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La Paleoarte in mostra nel Canton Ticino

Un evento importante per il settore, promosso dalle istituzioni svizzere

Lo studio del passato è ammaliante, ma senza una ricostruzione grafica di edifici, animali e ambienti di un tempo, diventerebbe freddo, scarno e privo di fascino. I libri di Storia sono pieni di ricostruzioni grafiche di vario tipo, che spaziano dai profili facciali dei grandi re e condottieri del passato alle ricostruzioni degli edifici e monumenti più maestosi. Bello il Colosseo, ma come si fa ad apprezzare l’immortalità dell’opera senza sapere come fosse due millenni fa, nella sua epoca d’oro? Com’era la vita quotidiana nei pressi di un classico castello di età medievale?

La Paleoarte risponde a quello stesso bisogno della nostra mente di tuffarsi nel passato con l’immaginazione ma si spinge ancora più lontano, in certi casi centinaia di milioni di anni fa, e nasce con l’obiettivo di dare colori, forme e vita ad animali e piante ormai estinti, conosciuti solo grazie ai resti fossili spesso frammentari. Grazie alla Paleontologia e alla Paleobiologia è possibile, partendo dai resti rinvenuti tra le formazioni rocciose, creare rappresentazioni scientificamente plausibili degli esseri viventi ormai scomparsi dalla faccia della Terra. La Paleoarte è dunque il punto d’incontro tra Arte e Scienza, dove la creatività degli artisti – o paleoartisti, in questo caso – incontra il rigore scientifico e porta ad ottimi risultati che, oltre ad essere belli da ammirare, giocano un ruolo importante nella divulgazione scientifica. Infatti, non è raro vedere un paleontologo commissionare ad un paleoartista la rappresentazione di un essere vivente estinto, rappresentazione da ritenersi scientificamente valida ed utilizzabile nelle enciclopedie, nelle pubblicazioni paleontologiche e nei libri.

E’ con questi presupposti che presso lo Spazio Officina di Chiasso, nel Canton Ticino, è nata una mostra di Paleoarte, inaugurata lo scorso 21 marzo ed accessibile al pubblico fino al 27 aprile. A contribuire alla concretizzazione dell’evento in un pezzo d’Italia situato oltre i nostri confini nazionali, dove le “cose funzionano” e l’italianità incontra l’efficienza svizzera, sono state delle istituzioni locali molto attente alla cultura e alla sua promozione. La Paleontologia non è nuova nella Svizzera italiana: lo studio delle formazioni rocciose del luogo e dei i relativi resti fossilizzati risale al 1850. Gli interessati in visita a Chiasso possono andare anche  al Museo dei fossili di monte San Giorgio, a Meride, la cui direttrice, Alessia Vandelli, ha partecipato all’inaugurazione della mostra paleoartistica mettendo enfasi sulla sinergia tra Paleontologia e Paleoarte, che nella Svizzera italiana sembra essere forte.

Sono tredici i paleo artisti, soprattutto italiani, le cui opere sono ora esposte a Chiasso: Davide Bonadonna, Marco Auditore, Angelo Boog, Alberto Gennari, Emiliano Troco, Beat Scheffold, Loana Riboli, Fabio Manucci, Fabio Fogliazza, Simone Maganuco e il team Dinosauri in Carne ed Ossa, Sante Mazzei (di Cosenza), Fabio Pastori e Michele Dessi. In esposizione anche trentaquattro opere naturalistiche del surrealista tedesco Max Ernst (1891 – 1976), tratte dalla sua Histoire Naturelle, che servono da incipit per la mostra vera e propria. Tantissime le opere esposte, che variano in termini di stile dalla Paleoarte sensu stricto, ossia dalle rappresentazioni simil-fotografiche esposte come quadri, alle sculture del team Dinosauri in Carne ed Ossa, passando anche per alcune ricostruzioni digitali in formato 3D visualizzabili grazie ad alcuni schermi. Insomma, un evento senza dubbio promettente, e c’è già chi inizia a parlare di un appuntamento biennale o annuale, sempre in Svizzera.

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Crani di Spinosaurus e Tyrannosaurus a confronto. Un’opera di Alberto Gennari.

Nella nostra Italia, la realizzazione di una mostra del genere con un supporto istituzionale non indifferente è quasi utopia: mancherebbero i fondi, ci sarebbero i soliti problemi burocratici, mancherebbe anche l’interesse nei confronti di una forma di cultura non convenzionale e “di nicchia”, come la Paleoarte. Insomma, la solita solfa che purtroppo conosciamo benissimo, e sono cose che invitano a riflettere, perché in un paese come il nostro dove il patrimonio artistico e storico è invidiabile, ci sono intere aree come l’antica Pompei che sono abbandonate a loro stesse. Le contraddizioni tutte italiane non sono poche e i cittadini assistono impotenti al degrado di un patrimonio che, altrove, sarebbe curato nel migliore dei modi e diventerebbe una fonte di guadagno non indifferente grazie all’indotto generato dal turismo. Alberto Gennari, paleoartista pugliese incontrato proprio a Chiasso in occasione della mostra, in esclusiva per il Lametino descrive i problemi più importanti che la Palentologia e la Paleoarte hanno in Italia:

“L’Italia è un paese con una tradizione artistica plurisecolare; i dinosauri e gli animali preistorici sono un argomento che da sempre affascina tutti, grandi e piccini; eppure, malgrado queste due premesse favorevoli, fare il “paleo-artista” (cioè, fare arte applicata alla paleontologia) qui in Italia non è facile né remunerativo. Forse perché si preferisce acquistare prodotti editoriali già pronti, confezionati all’estero; o forse perché i nostri musei di storia naturale (tranne pochissime eccezioni quasi tutte al Nord Italia) non producono né finanziano la “paleo-arte”, stretti come sono dai problemi di bilancio e dalle pastoie burocratiche. […] Il territorio italiano è ricco di giacimenti fossiliferi, praticamente di ogni Era geologica: nel Salento, da dove scrivo, ci sono incredibili faune marine del Cenozoico, come pure nel Veneto e in Calabria, per non parlare delle orme di dinosauro del Trentino e dell’area barese, del Carbonifero della Sardegna, del Mesozoico lombardo, delle conchiglie del Piemonte, dei mammiferi del Lazio e della Toscana… Mi fermo qua, ma potrei scrivere pagine intere, delle ricchezze di ogni regione. Ma i soldi stanziati per la cultura, o sono pochi o non sono spesi bene. […] Anche nel campo dell’editoria le cose non sono tanto più rosee, con editori che non sempre hanno rispetto per il lavoro del disegnatore, il cui lavoro viene visto più come un “completamento” del testo scientifico che come una parte integrante (ed importante) dell’opera. […] Manca un luogo dove ci si possa incontrare di persona, scambiare idee, mostrare cartelle di lavori, stringersi la mano: internet non può bastare per cercare lavoro, è molto difficile che un paleontologo che abbia bisogno di un illustratore si affidi ad un estraneo che ha visto solo sul web. […] E, infine, un’ultima nota sulle leggi italiane, in merito alla paleontologia: giustamente, appropriarsi di reperti paleontologici è vietato. Ma mi chiedo: visto che i musei soffrono sempre di problemi di bilancio… non si potrebbero organizzare campagne di scavo a pagamento, come avviene negli Stati Uniti, in cui poi chi trova qualcosa se la può portare a casa?”

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Una delle opere di Alberto Gennari, esposta a Chiasso.

In questo settore come in tanti altri, l’Italia ha di fronte due grossi problemi: la mentalità locale, poco attenta alla cultura e alla memoria, e una legislazione ambigua, che punisce chi prende i fossili per portarli a casa ma non fa nulla a chi li distrugge in situ durante i lavori di estrazione. Forse, per poter cambiare, dovremmo iniziare a seguire l’esempio della Svizzera, che per l’inaugurazione di una mostra paleoartistica ha invitato artisti e giornalisti da varie parti d’Italia, Calabria inclusa, offrendo vitto e alloggio presso l’Hotel Garni Centro di Chiasso. Noi avremmo fatto lo stesso con i paleoartisti svizzeri?

Francesco D’Amico

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Alitalia-Ryanair, la sfida senza senso

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Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n.  207) il 10 maggio 2014.

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Una “competizione” giudicata solo in base ai dati più superficiali

Sarà che a noi italiani piacciono tanto le classifiche e le cose semplici, sarà che Michael O’Leary, patron di Ryanair, ne pensa mille ed una pur di accaparrarsi i finanziamenti pubblici in Italia, sarà che la cultura aeronautica in Italia è talmente poco radicata da facilitare le analisi superficiali e la diffusione delle bufale, fatto sta che quando si parla della “nuova compagnia di bandiera italiana” e/o della “compagnia numero uno in Italia” chi ha la parola non sembra capirne un granché e spesso scrive grossissimi strafalcioni che finiscono addirittura con l’influenzare le scelte politiche. L’ENAC, l’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, ha pubblicato i dati relativi all’anno 2013. Il gruppo Alitalia si conferma “primo” con 23.993.486 passeggeri trasportati da e per l’Italia, mentre al “secondo” posto c’è l’irlandese Ryanair con 23.041.752 passeggeri. Al “terzo” posto, con un distacco maggiore, l’inglese easyJet con 12.426.485 passeggeri, e a seguire tutte le altre compagnie. Finalmente, e sottolineiamo finalmente, a casa Ryanair potranno darci un taglio con le affermazioni propagandistiche che vedono la compagnia irlandese al primo posto in Italia per numero di passeggeri trasportati, ma il problema non è questo. Il problema è vedere degli incompetenti stabilire qual è la compagnia “numero uno” per l’Italia, quella su cui puntare, in base ad un paragone così superficiale, un paragone che evidenzia un’ignoranza di fondo che ha del colossale. Alitalia e Ryanair non possono essere paragonate o messe in “competizione”, perché un paragone tra le due non ha senso: seguono modelli di mercato diversi, offrono servizi diversi, hanno flotte diverse con network altrettanto diversi.

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Un Boeing 737-800 da 189 posti della Ryanair a Bergamo Orio al Serio. Foto di Giorgio Varisco.

Perché paragonare i passeggeri trasportati in un anno non rende giustizia ad Alitalia? La risposta è semplice. Su una flotta di 130 aeromobili, l’Alitalia ha 22 aeromobili per il lungo raggio tra Boeing B777 e Airbus A330 che operano quotidianamente varie tratte intercontinentali partendo da Roma, Milano-Malpensa e Venezia. Prendiamo una di queste tratte, la Roma-Tokyo-Roma, operata da Boeing 777-200ER con configurazione interna della cabina in tre classi di viaggio (30 posti in Magnifica – Business, 24 in Classica Plus – Premium Economy e 239 Classica – Economy), per un totale di 293 posti. Ebbene, per quei due voli, il Boeing dell’Alitalia impiega non meno di 26 ore, nelle quali non trasporterà mai più di 586 passeggeri. Un Boeing 737-800 della Ryanair (189 posti in Economy), essendo impegnato esclusivamente nel medio raggio, può trasportare lo stesso numero di passeggeri in 4-5 ore, “superando” la performance del B777 della compagnia già di bandiera in termini di trasporto passeggeri. E’ evidente che il collegamento intercontinentale di Alitalia non può essere giudicato solo in virtù dei passeggeri trasportati, ma deve rientrare in un contesto più ampio che tenga conto anche delle distanze. Inoltre, Alitalia permette alla clientela facoltosa posti più comodi nelle classi di viaggio Business e Premium Economy, sacrificando diverso spazio a bordo e riducendo la capacità di circa un terzo, mentre la Ryanair mantiene la classica configurazione “carro bestiame” con sedili non reclinabili: bisogna tenerne conto o no?

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I-DISO (ora EI-ISO), un Boeing 777-200ER di Alitalia a Milano-Malpensa. Foto di Giorgio Varisco.

Negli Stati Uniti, caratterizzati da un mercato aereo stabile e molto evoluto, si puntualizza che il gruppo American Airlines trasporta più passeggeri, quasi 194 milioni all’anno, ma United Airlines mantiene il più alto valore passengers-kilometers flown, un valore che moltiplica ogni passeggero trasportato per la distanza coperta dal proprio volo, raggiungendo l’incredibile cifra di 300 miliardi. In Italia, dove queste precisazioni sono superflue, le rotte Roma – New York – Roma e BergamoTrapani – Bergamo sono considerate grossomodo “equivalenti”. Altro punto saliente è il load factor dei voli, ossia il loro coefficiente di riempimento, che nel caso di Ryanair è “dopato” con gli ormai celebri finanziamenti pubblici, spacciati per contributi versati al fine di incentivare il turismo, che aiutano i carri bestiame della Ryanair a riempirsi per aiutare la compagnia irlandese nella “lotta” contro l’Alitalia.

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Configurazione interna di un B772ER di Alitalia secondo SeatGuru by TripAdvisor. E’ evidente che a bordo è stato sacrificato diverso spazio per attirare la clientela Business, a discapito della capacità complessiva di trasporto.

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Questa invece è la configurazione interna dei B738 della Ryanair secondo SeatGuru by TripAdvisor. Il sito specifica che i sedili non sono reclinabili.

Insomma, non bisogna essere degli esperti di aviazione civile per capire che la sfida tra Alitalia e Ryanair è senza senso. Anzi, a casa Ryanair dovrebbero iniziare a prestare maggiore attenzione alle loro dichiarazioni, perché il superamento nei confronti di Alitalia è “imminente” da tre anni ma ancora stenta ad arrivare e, anche se arrivasse, sarebbe un superamento superficiale, una notizia da seconda pagina per coloro che leggono i dati senza capirli.

Francesco D’Amico
Foto di Giorgio Varisco, GolfVictorSpotting.it

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The reasons I put hard scientific evidence above faith and religion

There are many flaws, logical fallacies, no real proof, contradictions with scientific fact, and moral problems with some of the major religions, especially Islam and Judeo-Christianity. I will talk about some of that through the article.

Not only have I been to many churches in my life and been through Christianity and used to hang out with Christians, but I’ve been through the ‘asking him in my heart’ ritual, read some of the text in the bible, watched shows on it, looked at the history of it as well as different religions, and know a considerable amount about scientific fact. I also looked at debates between the obviously devout Christians vs others online and the verses that were posted on certain sites, as well as a site that shows the many contradictions in the religion itself. So I have come to the conclusion that there very well could be a god, but whatever god exists would be above any man made religion. I wouldn’t rule it out. I think Deism makes the most sense. Even some of the US forefathers believed in it. It means they believed that a god or gods created the universe and let nature take over from there. This view is  most compatible with any supreme being who is all-knowing and all-powerful.

To tell the truth, I like Hinduism more than Islam and Christianity because it is the most peaceful religion and doesn’t involve demonizing people who disagree or having the ‘know-it-all because I think I’m right’ mentality, but personally these days, I am a combination of deist and agnostic. I keep an open mind so I don’t take sides 100%. Anyone who flat out says there is no god is also close minded. I think it is the personal qualities that matter, not the belief.

The fact is that religion requires one to have blind faith in fallible humans which is a huge leap of faith in human nature. All religions are written by fallible humans prone to misinterpretation, exaggeration, combining and modifying older stories into newer ones to suit that religion, and taking older religions and modifying them, and if you look at the lack of sophistication of religious text – all the symbolism and vagueness, lack of detail about many things, and the fact that all the complexities of reality that we have discovered through science in the past 200 years were left out, it surely seems man made, just as the story of Hercules was. Christianity was modified and influenced by Judeism, Paganism, Greek mythology, Roman mythology.

There is probably some historical truth in almost all stories but no doubt they have been altered and combined and don’t add up with much of scientific fact and have many logical fallacies and even some contradictions within the religion itself. I could also list at least 10 flaws in the flood story, not to mention the water pressure would kill all sea life and plant life and how you can’t get all this biological diversity and cultural diversity in only 4000 years, to name a few. Also the lack of sendiment evidence and the fact you could not fit all the animals on the ark, Noah would have no way of going around the world and transporting them, and all the food they require for a year on a wooden unseaworthy boat half the size of the Titanic. Also how the animals would get onto Antarctica after a flood after getting of the ark doesn’t add up, but it would make sense if one accepts the scientific fact of continental drift. The flood story was modified from previous flood stories (something about Gilgamesh) and also Judaism taking stories from older Mesopotamian and Samaritan Legends. Even the story of Genesis is taken from previous belief systems and also defies what we know about science. Some people will claim it is metaphoric, which if true, would make much more sense, but there are many creation myths out there, and we know that tribes and people created their own religions, especially when there was little to no globalization.

Also back then, they misinterpreted any dream, hallucination, optical illusion, or disorder as some supernatural event. Also they were very gullible by today’s standards and lacked any understanding of natural phenomena. So they were especially prone to misinterpretation. Not to mention that there are like 50 different versions of the bible and many denominations of every religion.

The Christ story is a similar story that was also applied to people who lived long before the supposed life of Christ, such as Hercules, Horus, Odysseus, and even the Buddha.

I don’t see how any religion can realistically be seen as reliable considering all the flaws of primitive humans or humanity in general and their tendency to manipulate through extraordinary illogical claims combined with all the scientific and even archeological evidence that counters. Even archeologists saying that much of it never happened. There is no evidence that the story of Moses was true at all or that Israelites were ever slaves of Egypt, not to mention a great flood. It could have been a local flood or flash flood misinterpreted and exaggerated or the ice age melting raising the sea level, which we do have evidence of old ancient cities underwater.

Also the circle of the earth claim. You know that circle is 2D, right? The Earth is a globe or ball or sphere (3D). And to further back up that they thought the earth was flat, not only is the description similar to Hinduism in that they thought the earth was a circle with a dome, but if you put yourself in the perspective of someone back then and you looked at the horizon surrounding you, you would get the perception that you were standing in the center of a circle with a tent or dome over your head. Some of us probably thought that too when we were children in modern times. So it is obvious to me that the ones who wrote the bible also thought it was flat. Not to mention that in the middle ages, the Catholic church thought it was flat too and that we were at the center of the universe. They loved burning scientists at the stake when they questioned the church or Christianity, like they did to Galileo. Also the idea of aliens on other planets is nothing new. Now we have the technology to detect planets around other stars (suns) and see if their atmospheres are earth-like.

Some people will also claim they felt God or spirits, no matter what their religious belief is of the 1000s of other beliefs out there. We have discovered that people who are more religious have a more active right hemisphere – the side more responsible for emotion. Also during prayer, we detected more activity in the frontal cortex, and we also know that disorders and drugs can induce spiritual experiences. We also demonstrated with something called the God helmet that when you apply magnetic forces to parts of the brain under the right conditions, you can induce a sense of presence. For all we know, it could be in our heads.

Also the nice things about science is you don’t a have to take one’s word for it. It is open source and you can do the experiment yourself. Do you know we discovered molecules similar to amino acids in comet samples? We also have experiments that may indicate we have no true free will even from a scientific perspective since we have hooked people up to a machine and did tests, and the machine was able to predict what that person would do before they even became aware of what they decided, not to mention we have medication in the works that is said to specifically target and eliminate individual fear-based memories in the brain. We already have technology in the works that you can use your mind to control the video game or machine, and even see your thoughts (very low resolution but getting better and better by the day and has been used even on a cat). You can always google it and even see videos on it.

Also throughout history, religion has been used as propaganda for political purposes in order to instill control over people. Also a lot of the barbaric stories of genocide that occured through the actions of the Israelites and Spanish inquisition as well as the events of the Salem witch trials and even the Holocaust mostly had religious roots. Also stoning people because they were homosexual or went against a rule of the religion and then using God as an excuse for it combined with animal sacrifices sounds more like some primitive human ideas and inventions, and other empires also did the same thing (genocide and conquering). Not to mention most major religions breed intolerance of people who believe differently and even the threat of punishment or promise of reward in an afterlife is used as a way of controlling people.

There is a biological reason for that. The same reason why any plant or animal’s priority is to reproduce, take over territory, and repeat the process (humans often did that and made the god excuse as justification for their evil genocidal barbaric caveman behavior) and also try to convert other people to conform to certain cultures and religions. The Israelites did it, Rome did it, China and Mongolia did it, the British and French did it, Hitler tried, many other smaller groups back then have, and in some ways the USA has too. Even Muslims and Christians do it today – trying to turn others into more of themselves. Spreading and converting people could be for the same reasons – an inherent biological or mental intolerance of other views and races. Lots of groups and countries in the past like to invade and change the people of those cultures and religions into their own (assimilation like the Borg). Often you either assimilate or be killed or try to pressure one into believing their religion by using fear tactics of torture and damnation or promise of reward. Humans are no exception to this rule of trying to take over, reproduce, spread, etc., especially ones that lived back then. That is the same reason humans even to this day and especially back then were obsessed with reproduction and baring offspring and having many descendants and pillaging like the Israelites did and even the Scottish.

People are often blinded by instinct like any animal and they try to use cultural, family, and religious pressures to convince people to conform to these biological acts or reproduction. This is one reason why more traditional 3rd world nations often have many more children than the developed more educated 1st world these days. It is the instinct of any creature to do that. Also there is universal morality but there are biological explanations for it, but a lot of morality is also cultural and therefore subjective, which is why each country has its own laws. I could give you biological reasons for some of 10 commandants if you wanted, which by the way we never found the tablets and some speculate there used to be 100 commandments among other cultures and it was changed to 10.

Even kings convinced people that a god was on their side to make it less likely that they would be opposed by the oppressed people (democracy was invented to end this problem). But humans like to dominate and control others. Thankfully democracy was invented, though America these days is more plutocracy/republic and could be deemed a fake democracy compared to many other 1st world nations.

Also animism, Shamanism, and ancestor worship, and also the dreamtime are the oldest religions (chimps have supposedly demonstrated animism too). Hinduism predates Judaism, and some say it also influenced it since supposedly India did have connections with the middle east.

Not to mention that when religious stories and scriptures are translated and copied many times, it is like a game of telephone, which has demonstrated that passing on knowledge gets distorted over time, especially if done verbally, which these religions did for a long time before writing.

Also in the old testament (the Torah), hell actually translates to ‘Sheol’ which means ‘the underworld’ or ‘the grave’ but Islam and Christianity modified it into a place of torture and fire. It was originally supposed to mean a place where all dead people go and not a place of damnation, kind of like the Egyptian land of the dead. The concdepct of fininfinte unshment for a finite lifetime goes against the golden rule, serves no purpose since it won’t rehabilitate you if it lasts forever or traumatizes you, and goes against the concept of an all-loving god. This would mean that most people on the planet would be more loving than whatever god would create such a place and send people there.

Imagine if you lived back then and you saw plants and animals die and decompose. From one’s point of view, they would appear to go into an underground world. Combine this with the fact that volcanoes, like other natural phenomena, were misinterpreted as supernatural events and the inside of the earth was observed to be hot, it is easy to imagine why people invented the concept of a fiery underworld later on. The native American Indians believed that life came from the underworld, which makes sense considering that plants grow out from the ground and they had no scientific understanding of the process.

The problem with the concept of heaven is that you would be serving a dictator for eternity, be perfect and therefore have nothing to strive for, the pleasure would lose meaning and intesity without pain, and it would basically be as if you were in a permanent lobotomized state and having given up much of your physical and emotional freedom. It would also be impossible to feel empathy if you felt nothing but joy for eternity, and it would not be you because you would have been altered. This is just another hell to me and I would not want to gie up my humanity, be perfect, or serve a dictator and be on my tippy toes forever. I like democracy. It seems that the cultures and political styles of those ancient times where they had nothing but dictators and kings influenced the religions of the day, hence religion is about serving a higher power like a slave, not the more recent government form of democracy invented in Greece about 2000 years ago.

Another problem and Christian conrtadiction is that if God has a plan that can’t be changed and knows the future and created the universe knowing full well it was doomed to failure form the start, not only would this mean you have no true free will and only the illusion of it, but it isn’t right to blame the person since with great power comes great responsibility, and who has more power than God according to the Christian point of view? Besides, the claim that God changed laws conflicts with an unchanging god. Another contradiction. Obviously humans wrote the 10 commandments and changed laws as they always do. Is that so hard to figure out because we have plenty of evidence that people always change laws.

I also did some research on near death experiences, (most people claim not to have any NDE) and if we do have an afterlife, despite the fact it has been proven that when you damage the brain, you can lose memory, change personality, emotional states, and even turn someone into a psychopath, the afterlives mentioned are almost always positive, regardless of what one believes and even if you are not the best person. NDEs are the best evidence and most reliable evidence of what happens after we die if it turns out that it is in fact an afterlife and not an illusion.

I also did some research on past life regression and post life progression. It is very interesting stuff. The fact is that the most humble way to put it is we can’t truly know about such things until we are dead for good, and everyone thinks they are right from their point of view, and if it is not measurable, testible, or consistent, than it is a matter of faith. For all we know, aliens could have influenced religion to an extent. There is plenty of artwork in caves and paintings and stories that seem to indicate ancient abductions and ships in the sky. Even the dead sea scrolls and the story of Enoch left out of the bible indicates this possibility. There is mention of ‘star’ people in different religions. Like the story in the 1600s about crosses and orbs doing battle in the sky. Also it is known that many people 1000s of years ago across cultures ate magic mushrooms. The talking bush sounds like an affect of eating a magic mushroom, which what ‘manna’ could have been. And Spacey Casy from Molalla talked to trees, so it sounds similar to some religious stories.

I believe it could go both ways. We could have an afterlife, but we could be deleted like we were never born. I blacked out before and fell and hit my head, but for that one minute that I was out, it felt like I was completely deleted from existence. I didn’t even feel myself hit the ground. That is what happens when you wake up and hop out of bed very quickly. I blacked out like I was completely deleted like before I was born. No sense of time, no pain, no ability to think, no nothing. Then I noticed I felt some back head pain and had a hard time breathing and I saw some stars. I opened the window and sat down pondering what could have happened to me. I still didn’t even know what happened. Then I realized that the only possibility was I must have blacked out immediately and feel down backwards like someone unplugged my avatar and my head hit the concrete floor below me (a thin floor of wood covers it in my room). If I didn’t wake up, it is possible I may not have ever known the difference.

But we can never know for sure what happens until we die and I don’t pretend to know and no one else should pretend to know. For all we know, only some of us have afterlives and most of us don’t, or there could be a creator and no afterlife, or an afterlife and no creator, or neither. Who knows? But when I was gone for a minute after blacking out, it felt like an eternity. Waking up didn’t feel good with that pain, discomfort, and mental disorientation.

On a final note, I must say that if there is a god or gods, I’m sure it (not male or female since that is biological) doesn’t care what you believe in because the fact is people around the would believe whatever they have access to and die not knowing any different. Instead, there are people all over in tribes and everywhere who live and die no knowing any different. So obviously a god or gods hasn’t made an effort to give everyone around the world a chance to know whatever god or religion happened to be correct, which indicates that if there is a god, it doesn’t care about belief. It would be a trivial thing for such a powerful being to worry about anyway. As if I would care what a flea knows or doesn’t know or if I would even notice. This also puts a hole in omnipresence since not knowing wouldn’t be an issue if god is everywhere since you would know by default if this was the case.

Another flaw is that if God can communicate to people telepathically, there is no need to read a religious man made book. That is like telling me I need to read a book to learn about my living mother when I could just go and ask her in person. No need to read a man made logically inconsistent flawed book to know god or gods if I can ask them directly.

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