Il mito delle diete “green” ed ecologicamente sostenibili

Sul web c’è chi propone stili di vita e diete “ecocompatibili“, spesso appellandosi a concetti scientificamente poco plausibili


Uno dei paradossi più evidenti, almeno in Italia, riguarda la formazione scientifica. Nel nostro paese lascia molto a desiderare, ma quando si tratta di nutrizione, alimentazione, linea e “fitness” ecco che quasi tutti si reputano esperti in grado di autoregolare alimentazione e stile di vita propri. Questo modo di pensare, questa voglia diffusa di volersi sostituire ai veri esperti, spesso ha portato alla nascita e diffusione di diete e ideologie che di scientifico non hanno nulla.

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Una contraddizione tutta italiana: da una parte l’ignoranza scientifica che ha alimentato scandali come le vicende legate al metodo Stamina di Vannoni, dall’altra la convinzione generale di avere le conoscenze necessarie per alimentarsi correttamente e sentirsi in forma, bollando alcune diete come eticamente sbagliate. Forse, entrambe le cose sono il sintomo dello stesso problema.

In particolare, negli ultimi anni abbiamo assistito ad un’esplosione della filosofia vegan/green, la cui eco è stata amplificata dal web e in particolare dai social network. Su Facebook, pagine animaliste e filoanimaliste contribuiscono in maniera significativa alla diffusione di diete particolari e spesso colpevolizzano gli “onnivori“. E’ la voce della verità a farsi avanti, o si tratta di bufale? Ne parliamo con Stefano, tecnico ambientale, Domenico, che ha studiato Scienze dell’Alimentazione, Angelo, esperto di mangimi e allevamenti, e Umberto, abilitato a guardia venatoria ambientale.

Stefano: Anch’io usando Facebook rimango molto impressionato dal livello di semplificazione e banalizzazione della realtà di certe posizioni animaliste che leggo, l’aggressività e l’allarmismo con cui vengono espresse. Più che di bufale io parlerei di una visione troppo semplificata della realtà. Ad esempio spesso mi capita di leggere post di persone che si vantano che con la loro dieta non uccidono o sfruttano nessun animale. In realtà non è vero. Da sempre l’uomo alleva i bovini per il letame che rappresenta un concime insostituibile, sia per i costi contenuti che per la disponibilità che per le caratteristiche chimiche. Infatti essendo composto da sostanze differenti che si degradano in tempi diversi fornisce un flusso costante di nutrienti. Poi per avere frutti serve l’impollinazione e qui entrano in gioco le api fornite dagli apicultori perché sarebbe troppo aleatorio basarsi solo sugli impollinatori naturali purtroppo sempre più rari. Inoltre se si vuole che la frutta arrivi sana e salva sul piatto del consumatore è necessario combattere tutta una serie di competitori. Che si faccia con metodi bio o chimici comunque coltivare per produrre significa combattere quotidianamente contro decine di specie di insetti, acari, molluschi e nematodi e roditori come i ratti. Recentemente aveva fatto scalpore la ”taglia” messa da alcuni agricoltori sulle ghiandaie. Discutibile, ma non nascondiamoci neanche dietro un dito però perché che noi li abbattiamo o li allontaniamo con dissuasori comunque quando coltiviamo ad esempio un ettaro a pomodori o a frutta ci accaparriamo quell’ettaro di terreno e ne impediamo l’utilizzo alla maggior parte delle specie che altrimenti ci ruvberebbero i frutti. Insomma già da queste prime osservazioni penso si intuisca che il mondo dell’agricoltura ha molte più sfaccettature di quanto mostri un post di Facebook.

Umberto: Non vorrei far notare che nella maggior parte delle volte le stesse persone che propinato articoli scandalistici e colpevolizzanti verso gli onnivori, sono le stesse persone che hanno da guadagnarci direttamente, vuoi perché possiedono associazioni pro veg anti carne ecc, vuoi perché vendono prodotti veg o “naturali”.

Angelo: Formazione scientifica, accezione troppo grande per persone che la credono solo una perdita di tempo riservata ai secchioni dei tempi andati. La diffusione di diete particolari e con la verità in tasca è dettata appunto dalla non voglia di informarsi. Sono diete contro natura.ES. Si vuole far diventare il cane vegetariano (gli alimenti vegan pet sono già in vendita), dimenticandosi dell’origine carnivora della specie. Si colpevolizzano gli onnivori non rispettando le idee altrui. Non dico che non si possa riuscire a vivere bene alimentandosi solo con vegetali, ma è anche vero che mia figlia ,non rinuncerà mai, finché non avrà la maggiore età alle proteine animali . Sono solo convinzioni animaliste dettate dal fatto che per approvvigionarsi delle carni si debba macellare l’animale. Vorrebbero che gli animali corressero nelle praterie sconfinate ,dimenticando che quegli animali sono nati solo per essere destinati al fine alimentare e non di affezione.

Purtroppo le leggi vengono redatte da persone che non hanno mai lavorato, che dell’argomento non conoscono nulla, che hanno sempre ricevuto un compenso facilmente e che cercano di imporre soft le loro convinzioni a persone che ,purtroppo ,accettano o credono a tutto ciò che gli viene propinato. Sui social il link Progresso etico vegano, più che spiegare i benefici della dieta la definisce compassionevole condita da foto di animali sgozzati in un mare di sangue, solo terrorismo. Io stesso mi alimento con alimenti solo base vegetale , ma sono anche un grande “carnivoro”.

Gli animalisti criticano gli allevamenti e alcuni sognano un mondo di colture, un mondo in cui le risorse alimentari sono ottimizzate al massimo e l’energia necessaria per produrre gli alimenti viene ridotta al minimo. Spesso si fa il paragone tra i litri d’acqua necessari per produrre un kilogrammo di carne e quelli necessari per produrre un kg di vegetali. Il paragone sembra calzante, ma quanto è accurato?

Stefano: Personalmente non lo vedo un esempio così calzante. Se davvero l’allevamento in senso lato è così energivoro e rappresenta uno spreco d’acqua così marcato perché è, da sempre, presente nelle più svariate culture comprese quelle di paesi molto più aridi dell’italia? Com’è possibile che i masai e i tanti popoli dell’africa subsahariana che allevano i bovini dalle grandi corna, gli abitanti delle piccole isole con capre e conigli e addirittura gli abitanti del deserto con asini, dromedari, capre e qualche rustica vacca riescano a sopravvivere se l’allevamento è uno spreco così grave? Possibile che popoli che vivono da secoli in questi ambienti abbiano portato avanti una strategia così autodistruttiva senza mai accorgersene? Certo che no. La maggior parte degli animali che l’uomo alleva a scopo alimentale in giro per il mondo (praticamente tutti i mammiferi ad eccezione del maiale) sono ruminanti o comunque animali in grado di brucare le erbe presenti sul territorio senza necessariamente che l’uomo le coltivi. L’allevamento non è né più energivoro né meno energivoro dell’agricoltura: è un modo diverso di gestire le risorse. Poi, forse, è vero che l’uomo occidentale moderno si è un po’ fatto prendere la mano, e sta sprecando molte risorse, ma lo fa in tutte le sue attività comprese sia l’agricoltura che la zootecnia intensiva. Probabilmente devono riguardare le loro strategie, ma non esiste un colpevole definitivo. Inoltre è importante far notare che non è certo il consumo d’acqua l’unico parametro da considerare…

Domenico: Il paragone potrebbe, a mio parere, essere accurato se solo gli elementi/alimenti presi in considerazione avessero eguali proprietà nutritive. Per esempio, un kilogrammo di zucchine (o peperoni, o qualsiasi vegetale) non avrà mai lo stesso apporto nutritivo di un kilogrammo di carne. Inoltre gli articoli che parlano di questo argomento, sono poco accurati perché non tengono (quasi mai) conto del tipo di carne o del tipo di taglio (che potrebbe avere un apporto nutritivo differente anche nello stesso animale).

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Tipica propaganda veg/animalista: alla dieta “onnivora”, oltre ad una pessima salute, è associata l’insostenibilità ambientale ed economica. Ma le cose stanno realmente così?

Umberto: E’ già stato ampiamente dimostrato come a parità di proteine, sia a livello qualitativo che quantitativo, sia necessaria una quantità infinitamente più alta di verdure/frutta per coprire lo stesso fabbisogno. Non solo, ma ingurgitare tutto questo cibo non fa bene al pari che consumare solo carne, perché vai a stressate oltremisura l’apparato digerente. Per ora lo studio è solo preliminare, ma sta saltando fuori come i famosi cinesi del China study siano letteralmente piagati dal diabete! Tornando su un profilo prevalentemente agricolo, è stato anche dimostrato che coltivare terra per produrre la stessa quantità di energia e proteine necessarie all’uomo per la sua dieta ucciderebbe infinitamente più animali che non l’allevamento degli stessi.

Angelo: Sognano un mondo di colture…..ok. Ma per massimizzare le produzioni, anche perché la quantità di vegetale per saziare una persona è superiore ala quantità di altri alimenti “ proibiti”. Inoltre la superficie per coltivare vegetali dove la reperisci? L’energia? Con cosa li ari i terreni, tutte le lavorazioni, i diserbi, i trattamenti? Non mi vengano a dire che con il bio salvi l’Africa. Capitolo acqua. A parità di produzione è vero che consumi meno, ma a parità di sazietà del singolo cioè quanta ne mangia il singolo per essere sazio,ci sarebbe da discutere. Inoltre si chieda ad un africano se preferisce 1 kg di carne o 1 kg di vegetali?

Molti veg invitano amici, parenti e conoscenti a boicottare determinati prodotti, a loro dire complici del degrado ambientale mondiale. E’ un approccio corretto o la solita protesta sterile? In che modo lo stile alimentare di un europeo può aiutare gli africani a combattere la povertà?

Domenico: Si tratta, ovviamente, della solita protesta sterile e inutile. Solitamente si cerca di boicottare solamente alcuni tipi di prodotti e, ancora più spesso, di un solo marchio. Ora, a meno che non si tratti di un brevetto unico o di un monopolio di stato, fare una cosa del genere è assolutamente stupida perché esistono altre aziende che producono lo stesso prodotto. Per il secondo punto, il modo migliore che avrebbe un Europeo per aiutare gli Africani è mandando concretamente aiuti. Non boicottare un’azienda o un prodotto. O meglio, se proprio non vuole acquistare quel prodotto, potrebbe almeno inviare il denaro risparmiato (anche solo un Euro, come sappiamo, può fare molto) a chi non può nemmeno permettersi di avere una scelta su cosa comprare. Oppure, ancora, si potrebbero finanziare dei campi o delle coltivazioni/allevamenti che si occupino soltanto di produrre per i poveri. In ogni caso, è sempre meglio che fare la bella faccia con proteste inutili, ostacolando il lavoro di altre persone.

Stefano: Quando abbiamo iniziato a ragionare su questo tema un amico comune mi ha consigliato un paio di articoli scientifici che dimostravano come, a causa delle più efficienti capacità produttive presenti in quel paese, comporta meno emissioni di gas serra importare in europa dalla Nuova Zelanda mele ed agnelli piuttosto che producendoli noi. Paradossale? Per molti forse, ma perché purtroppo ormai, lontani dal mondo agricolo e guidati da post schematici abbiamo una visione univoca di un argomento che univoco non è. Se io parlo di industria parlo di mille situazioni diverse per tipo di produzione, dimensioni dell’impianto, luogo di collocamento meccanizzazione usata eccetera. Lo stesso vale per l’agricoltura e la zootecnia sono un arcipelago di situazioni talmente diverse che può risultare più “green” importare un prodotto dalla nuova zelanda che produrla noi. Esistono sistemi di produzione zootecnica assurdamente energivori, è giusto metterli in discussione, ma non è giusto criticare tutto il cibo di origine animale partendo da un singolo caso.

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Gli acquisti “intelligenti” dei vegan. Ma sono veramente intelligenti?

Umberto: vedi punto uno. Casualmente ogni volta sono quasi tutti i prodotti più comuni delle multinazionali, ed hanno una versione “naturopata“.

Angelo: No il modo di mangiare di un europeo non può contribuire a salvare l’africano. Innanzitutto l’Europa è autosufficiente sulla carne ,l’importazione non ha una grande rilevanza, le materie prime per gli alimenti zootecnici da reddito (a parte della manioca, del girasole, la soia) sono reperibili ancora nel nostro continente . Cosa diversa è lo spreco di alimento , ma qui dovremo aprire un capitolo complesso. Nei paesi del terzo mondo e specialmente Asia (Thailandia, Egitto), importiamo prodotti finiti e materie prime per alimenti pet (dei cagnolini e gatti).

La zootecnia è molto complessa e poco conosciuta. Quali sono i luoghi comuni più diffusi relativi al mondo della zootecnia?

Stefano: Più che di luogo comune parlerei sempre di semplificazione: la zootecnia viene sempre associata solo ed esclusivamente ad allevamenti intensivi ed estremamente energivori, ma questa è solo una frazione, migliorabile, dell’allevamento. Esistono numerose realtà di pastorizia e alpeggi sul territorio italiano che producono cibi sani e di qualità, sfruttando territori che per le loro caratteristiche pedoclimatiche sarebbero difficilmente sfruttabili con l’agricoltura. In molti casi gli stessi hanno un ruolo molto positivo per l’ambiente: i pascoli appenninici sono ambienti dovuti agli erbivori domestici che diversificano il mosaico ecologico creando ambienti ad hoc per varie specie. Senza pascoli quindi molte specie tra cui l’aquila reale vedrebbero i loro ambienti sempre più ridotti in appennino. Se guardiamo in pianura poi troviamo il Parmigiano Reggiano, un prodotto importantissimo della nostra economia, e se ne leggiamo il disciplinare di produzione scopriamo che questo prevede molte misure a difesa del benessere animale. Inoltre prevede che buona parte del foraggio sia erba medica prodotta in loco e questo favorisce la presenza di medicai, ambienti che forniscono nutrimento a rondini, aironi, gheppi e tante altre specie di pianura, tanto che un’associazione ambientalista seria come la LIPU si espresse a favore di queste produzioni. Del resto, mentre la società occidentale si interroga sui costi energetici di una dieta onnivora, decine, centinaia di popolazioni ed etnie che vivono in modo più semplice e in ambienti più inospitali continuano ad allevare vacche, pecore, capre, bufali, yak, cammelli, dromedari, lama, alpache, cavalli, asini, conigli. Ricavandone cibo. Se questa scelta fosse così insostenibile come si dice questi popoli si sarebbero ormai estinti al contrario quando gli stessi praticano anche l’agricoltura è la pastorizia che li salva in caso di carestia. Infatti i mammiferi di cui stiamo parlando hanno straordinari adattamenti che permettono loro di digerire la cellulosa ricavando nutrimento da erbe e foglie che l’uomo non potrebbe sfruttare. Insomma niente sprechi o conusumi eccessivi: l’animale pascola quello che il terreno offre e lo trasforma in cibo per gli uomini. Ovviamente la zootecnia industriale non è così: si investono numerose risorse per produrre foraggio e si allevano razze, come la frisona, molto produttive ma poco rustiche. Detto questo considerando che, purtroppo, elementi come disponibilità di acqua terre fertili e altri fattori produttivi non sono distribuiti uniformemente sul pianeta forse sarebbe anche corretto chiedersi se il vero risparmio energetico non sia invece sfruttare al massimo queste rare risorse dove effettivamente disponibili. Insomma visto che purtoppo non possiamo trasportare l’”eccesso” di acqua della pianura padana che male c’è se ne viene usato tutto il potenziale per produrre cibo di qualità, magari poi riflettendo anche su come aiutare concretamente popoli più sfortunati?

Umberto: Da una parte è vero che riprendono immagini dalla Cina, dell’India ed altri postacci dove uccidono in maniera piuttosto brutale, dall’altra gli allevamenti intensivi hanno in mente prima quello di fornire quantità molto grandi di prodotto con la migliore resa possibile, e dopo il benessere degli animali. Molte cose al momenti non hanno ancora tecnologie realmente a favore del benessere animale. Ma ci si può lavorare, sicuramente molto più facilmente che veganizzarci tutti per i punto di sopra.

Angelo: La zootecnia è una realtà molto complessa e la conosci se sei abituato a lavorare, cosa che i nostri animalisti e vegani difficilmente hanno fatto. Litigo spesso con vegani che accusano di maltrattamenti un agricoltore che munge le proprie vacche. Chi lavora con gli animali ormai lo fa rispettando le normative di benessere animale e ovviamente lo fa per reddito. Inoltre, e qui con Stefano ho avuto parecchi scambi di visione, la gente lavora onestamente , e non è che ogni cosa che non va la devi abolire.

Come tutte le cose, la zootecnia sicuramente non è perfetta: quali sono i suoi difetti principali, dove si sta migliorando e dove ancora si può migliorare?

Stefano: Personalmente credo che l’allevamento intensivo moderno, nell’ottimizzare le produzioni, non tenga conto delle necessità biologiche delle specie allevate che diventano più oggetti che non esseri viventi. Non penso sia necessario essere animalisti per trovare esasperate alcune tipologie di allevamento moderno. Tuttavia, un conto è pretendere che un pollo abbia uno spazio vitale decente ed essere disposti magari a mangiare un uovo in meno per renderlo possibile, altro invece è rifiutare qualunque tipologia di allevamento avicolo e i prodotti che da esso derivano. Detto questo, credo che la zootecnia abbia tanti pregi: ad esempio produce il letame che è indispensabile per la fertilizzazione del terreno e per le coltivazioni (insostituibile con i soli concimi chimici) e rappresenta una interessante possibilità di sfruttamento di sottoprodotti dell’agricoltura che ritornano nel ciclo produttivo. Dagli scarti dell’orto usati tradizionalmente nel pollaio di cascina alla produzione industriale di mangimi partendo da sottoprodotti dell’industria molinatoria e dell’olio. Questi pregi diventano purtoppo difetti quando si va verso l’esasperazione: il letame è letteralmente indispensabile per l’agricoltura, ma se è in eccesso diventa un problema smaltirlo e spandendone in eccesso dove non è possibile si possono causare compromissione delle falde acquifere ed eutrofizzazione delle acque superficiali. La famosa mucca pazza, poi, è arrivata quando ci si è fatti prendere la mano usando anche sottoprodotti della macellazione tra quelli usati per produrre cibo. Insomma, la zootecnia è migliorabile, ma questo vale per tutte le attività umane: il progresso è proprio questo, migliorarsi e andare verso produzioni sempre di maggiore qualità.

Umberto: rispetto a sopra aggiungo solo che i controlli veterinari in Italia sono puntuali e continui, dal produttore fino al consumatore. Lo dico con cognizione di causa.

Angelo: Difetti principali? E’ un’attività dove si lavora 365gg anno. C’è ancora molta ignoranza, troppa dipendenza dalle aziende trasformatrici alle quali si conferisce il prodotto,Troppe complicanze normative che portano gli addetti a scappatoie.

Qual è il ruolo dell’attività venatoria?

Umberto: L’attività venatoria è di fondamentale importanza per la regolazione del numero delle specie presenti in un ambiente, soprattutto per le cosiddette specie invasive. Senza l’attività dei cacciatori specie come i corvi, le nutrie, le volpi, i piccioni ed altre proliferano e danneggiano colture e gli altri animali. Guardacaso, decenni fa quando c’erano molti più cacciatori, c’erano anche molti più animali di “pregio”. Mancando loro, le specie invasive sono aumentate di numero a scapito delle altre. La questione nutrie è ormai risaputa e non c’è bisogno di aggiungere nulla.

La caccia permette, in un ambiente “sano” e non infestato di nocivi (vecchio, storico, nome di specie infestanti), di ottenere cibo dall’ambiente senza gravare sugli allevamenti. Meno CO2 di un cinghiale o di un germano reale (selvaggina che adoro) non ho idea da cosa possa essere prodotta.

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Gli animalisti a caccia di donazioni vogliono far credere che la caccia sia innaturale e deleteria per l’ambiente: nulla di più sbagliato.

Angelo: Attività venatoria ; se normata con buon senso sarebbe una risorsa. Oltre al fatto che solo in Italia tra addetti,appassionati, indotto, sono impiegati, circa 3 milioni di persone, e questo non è un particolare di poco conto. I cacciatori veri,tutelano il territorio salvaguardando i sentieri di montagna, gli ambientalisti, ne avessi visto uno a lavorare per sistemare boschi o altro. Sarebbe corretto in fatto di normativa, sedersi intorno ad un tavolo e decidere ,ogni lustro quali sono le specie in sovrannumero (cinghiali, caprioli, storni, corvidi, nutrie, ecc.) per far si che ne benefici l’ecosistema e l’impatto sulle attività economiche del territorio venga attutito.

Un altro aspetto essenziale della propaganda veg riguarda la genuinità degli alimenti. Secondo alcuni veg, l’uomo è tendenzialmente vegetariano perché può cibarsi di vegetali “crudi”, mentre la carne ha bisogno della cottura. A parte il fatto che un tempo l’uomo si cibava anche di carne cruda, se non consideriamo tutti i vegetali selezionati artificialmente nel corso dei millenni e ormai completamente diversi rispetto alle loro varietà selvatiche, cosa c’è di veramente naturale nelle diete vegane? Inoltre, se aggiungiamo una policy da Km zero, cosa rimane?

Umberto: L’agricoltura è probabilmente l’attività più artificiale esistente. Non esiste varietà coltivata tale e quale in natura. Non esistono appezzamenti in natura di frutta o verdura. Non vengono concimati (che tra l’altro richiede vacche) dalla natura o tenuti pulito dai parassiti. A fare come vorrebbero loro, la popolazione umana crollerebbe da 7 miliardi a pochi milioni in pochissimi anni.

Domenico: Mangiare crudo qualsiasi alimento allora dovrebbe voler dire prenderlo dal terreno (o dalla pianta) così com’è, direttamente dall’orto del coltivatore (Bio, perché sennò è cattivo!) e mangiarlo. Il problema principale dove sta? Nei batteri. Il terreno, gli alberi, le piante sono stracolmi di batteri che vanno eliminati, altrimenti c’è il rischio quasi sicuro di incappare in intossicazioni, infezioni o tossinfezioni anche gravi. E nel caso di coltivazione non Bio, bisogna tener conto della presenza di pesticidi come il verderame, che intossica lo stomaco e l’apparato gastrointestinale.

L’agricoltura bio è un dato di fatto, o rimane un’utopia? Quali sono le differenze principali tra bio e non bio?

Domenico: Il Bio a mio parere non è un dato di fatto, a meno che non si è così ricchi da poter spendere sempre almeno il doppio per uno stesso prodotto non-Bio. Le coltivazioni Bio, inoltre, sono un’inno allo spreco, in quanto gran parte della coltivazione viene attaccata dai parassiti. Sono stati fatti dei rilevamenti tra coltivazioni Bio e non e indovinate? Non ci sono differenze sostanziali. Ultima cosa, i coltivatori Bio portano il vanto del “noi non usiamo pesticidi!”. Verissimo, se parliamo di pesticidi chimici, perché i pesticidi di origine naturale sono assolutamente permessi e utilizzati. Quindi, a conti fatti, l’unica vera differenza tra Bio e non-Bio è il costo del prodotto finito.

Umberto: L’agricoltura bio è una str***ata. Tutte le verdure sono biologiche, vorranno mica dirmi che le verdure crescono in maniera diversa da quella programmata geneticamente?

Angelo: Bio, se per bio si intende il non uso di concime di sintesi ok, ma anche quelle colture bevono H2O che viene dallo stesso cielo, l’aria alla quale sono esposte è la stessa. Resto dell’idea che N è N, P è P ecc. sicuramente avrà dei pregi ,ma solo per il minor stress sia per l’animale che sul terreno.

Qual è, invece, il ruolo giocato dalla pesca? Che chi dice, alla faccia degli animalisti, che per rispondere al forte squilibrio dei mari dovremmo iniziare a mangiare le meduse e rinunciare ai pesci.

Stefano: L’argomento pesca è molto interessante. Diciamolo, tutti i principali studi governativi come quelli delle ongcorcordano che stiamo distruggendo le nostre riserve ittiche. Quindi hanno ragione gli animalisti? no hanno ragione piuttosto gli ambientalisti, come il WWF che due anni fa lanciarono una campagna per spingere i consumi di pesce verso specie poco consumate e per questo furono molto attaccati su Facebook da gruppi animalisti, allo stesso modo molti iniziano a parlare di mangiare celenterati e altri frutti del mare un po’ insoliti. Eppure il discorso è sensato: non si può totalmente abolire la pesca, ci sono troppe problematiche sociali e del resto questo ci porta ad un interessante paradosso: se andiamo avanti così, senza freni, distruggeremo le nostre riserve ittiche tuttavia se facessimo come suggerito dalla dieta vegana e rinunciassimo ad ogni prodotto animale compresi molluschi, crostacei e pesci ci auto precluderemmo di ottenere cibo da 2/3 del pianeta e attenzione non sto dicendo due terzi delle terre produttive perché il restante 1/3 comprende deserti, aree urbane, tundra, taiga, Groenlandia e Antartide. Insomma quello della pesca è un esempio perfetto di ciò di cui stiamo parlando: il nostro stile di vita ha motli difetti ma lo miglioreremo con scelte ponderate e non estreme.

Angelo: Pesca, onestamente contesto solo i metodi della pesca che effettivamente possono depauperare il patrimonio, ma mi rendo conto che molte persone vivono di questo.

Domenico: La proposta di mangiare meduse arriva presumibilmente dal fatto che sta aumentando in modo rilevante la loro popolazione. Il problema arriverebbe proprio dalla pesca intensiva ed esagerata di alcuni loro predatori, come per esempio i tonni. A mio parere, sarebbe anche plausibile mettere in commercio preparazioni a base di meduse o venderle direttamente in pescheria o nei supermercati. Le meduse sono commestibili, tentacoli esclusi, ovviamente . Però perchè si dovrebbe eliminare il consumo e la pesca degli altri pesci? Non avverrebbe poi l’effetto contrario? Si potrebbe entrare in un loop infinito. La cosa migliore sarebbe regolamentare la pesca imponendo dei limiti alle quantità, si potrebbe pensare, ma non posso dire se sia già stato fatto o meno, perché in Italia la pesca è regolamentata Regione per Regione. Inoltre si deve anche tener conto del fatto che il pesce viene consumato prevalentemente lungo le coste e nelle città vicine al mare.

Concludendo, la ragione da che parte sta?

Stefano: Quando ero al liceo ricordo ancora la prima lezione di filosofia durante la quale il professore ci aveva letto una preghiera dai pigmei africani con cui ringraziavano lospirito dell’elefante appena ucciso e gli chiedevano perdono. Ho poi scoperto che questo tipo di spiritualità esiste in molte popolazioni primitive. Credo che alla fine abbiano ragione chi come questi popoli considerati primitivi si interroga sulla sofferenza dell’animale ucciso, evita gli sprechi ma accetta anche che alcune leggi della natura, per quanto ci possano sembrare crude, esistono e la catena alimentare e la competizione per le risorse stona tra di esse. Sicuramente poi sbaglia, a priori, chi vuole imporre la sua dieta con la violenza, qualunque essa sia  come si evince sempre più spesso dai video postati dal fronte animalista dove vanno a sabotare grigliate sagre dove si serve carne. E, senza mettere in discussione il nostro sistema educativo, è anche il caso di chiedersi dove esso sbagli visto che tante persone leggono post allarmistici ma totalmente campati in aria sui social media (e non mi riferisco solo a quelli sulla dieta) senza avere le competenze, seppur elementari, per accorgersi che stanno leggendo sciocchezze. Ha alla fine ragione, secondo me, chi, indipendentemente dalla sua posizione si informa seriamente e discute con pacatezza perché il sistema è troppo complesso per trovarvi una verità univoca e non è insultando e offendendo che si arriva ad una soluzione.

Umberto: La ragione sta dalla parte della praticità e dalla nostra biologia. Il resto è aria fritta.

Angelo: La ragione mi chiedi, dove sta? Nel giusto equilibrio tra i vari alimenti. Ogni dieta è business e di conseguenza posti di lavoro, famiglie fatte di persone.

Domenico: E’ difficile, se non impossibile dare la completa ragione ad una delle parti, questo perché entrambe hanno le loro motivazioni. I vegetariani, vegani e compagnia bella, basano il loro comportamento (o almeno così dovrebbe essere) su una scelta morale che io posso anche condividere, ma che non implica la mia unione alla loro “setta”. Stessa cosa per gli ambietalisti, condivido le loro idee e le loro cause, ma non sopporto il modo in cui (gli attivisti) le portano all’attenzione pubblica tramite le loro azioni illegali e spesso violente. Vivere Veg, Bio o Green è una scelta e non ho il diritto a negarla, ma loro hanno lo stesso dovere nei confronti della mia scelta nel non essere come loro.

Francesco D’Amico

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9 risposte a Il mito delle diete “green” ed ecologicamente sostenibili

  1. Anna ha detto:

    La quantità di imprecisioni/errori/nozioni parziali(ssime) in questo articolo é imbarazzante. Accusate loro di essere di parte ma anche questo articolo lo é parecchio, e per di più é impreciso e qualunquista almeno tanto quanto gli articoli di cui vi lamentate (se non di più). Solo per dirne una, ciò contro cui protestano maggiormente i vegani sono gli allevamenti INTENSIVI, NON le piccole fattorie a conduzione familiare né tantomeno gli allevamenti di qualche decina di bovini dei popoli africani sub-sahariani. Queste realtà sono talmente esigue che all’interno di un discorso incentrato sulla sostenibilità non hanno neanche motivo di essere menzionate. In sostanza non avete fatto altro che manipolare/omettere per tirare acqua al vostro mulino. Incommentabili, come già qualcuno ha scritto.

    • facebook.com/leverebestie ha detto:

      Mi spiace, ma la propaganda vegan è contro OGNI tipo di allevamento.
      Poi ogni persona la pensa a modo suo, per fortuna, ma la propaganda quella è.

      E sui fatti scientifici, sapresti indicare quali sono le inesattezze? Grazie.

    • lightbluemobius ha detto:

      La risposta di Stefano:

      “Gentile signora Anna, ho partecipato alla stesura di questo articolo e penso sia doveroso da parte mia fare alcune precisazioni. Il mio discorso sugli allevamenti di popoli extraeuropei era di tipo storico culturale, mai ho scritto che fosse una frazione fondamentale dell’allevamento moderno. Ho voluto far notare infatti, e dall’articolo si capisce benissimo, come ci sia una evidente contraddizione tra le accuse fatte alla zootecnia e il fatto che la stessa sia fonte di sussistenza da millenni per l’uomo. Volevo far notare (e ribadisco) che se fossero vere le accuse volte alla zootecnia popoli che si affidano all’allevamento ( e non parliamo di decine ma centinai di capi) avrebbero dovuto estinguersi da tempo immemore ed invece non solo continuano a sopravvivere ma lo fanno spesso in situazioni estreme. Ho precisato ciò proprio perché, contrariamente a quanto da lei scritto e come chiunque può verificare anche solo girando le pagine animaliste di facebook (alf, fronte animalista, eccetera) gli animalisti/vegani si dichiarano generalmente “antispecisti” e come tali sono, a prescindere e a priori, contrari ad OGNI tipo di sfruttamento e allevamento degli animali. Sono quindi contrari a tutte le forme di zootecnia, comprese le mandrie (di centinaia di esemplari altro che decine) dei popoli africani e delle piccole aziende agricole. Del resto, se così non fosse, io stesso potrei essere considerato vicino all’ideologia vegana visto che, come può vedere dai quattro estratti dall’articolo che seguono, io per primo ho scritto e ribadito la mia contrarietà agli allevamenti intensivi e anche alla pesca intensiva
      “l’uomo occidentale moderno si è un po’ fatto prendere la mano, e sta sprecando molte risorse, ma lo fa in tutte le sue attività comprese sia l’agricoltura che la zootecnia intensiva.”
      “Esistono sistemi di produzione zootecnica assurdamente energivori, è giusto metterli in discussione, ma non è giusto criticare tutto il cibo di origine animale partendo da un singolo caso.”
      “Personalmente credo che l’allevamento intensivo moderno, nell’ottimizzare le produzioni, non tenga conto delle necessità biologiche delle specie allevate che diventano più oggetti che non esseri viventi. Non penso sia necessario essere animalisti per trovare esasperate alcune tipologie di allevamento moderno.”
      “Diciamolo, tutti i principali studi governativi come quelli delle ong concordano che stiamo distruggendo le nostre riserve ittiche.” E di seguito “se andiamo avanti così, senza freni, distruggeremo le nostre riserve ittiche”
      In due punti ho pure citato associazioni ambientaliste (serie) che rispetto.
      La invito, quindi a provare a chiedere sui social neetwork direttamente alle pagine animaliste (ad esempio al fronte animalista, ad animalisti italiani, cani sciolti, o altri che se vuole sarò felice di indicarle) se davvero loro sono SOLO contrari all’allevamento intensivo o a tutte le forme di allevamento e prendere atto che le loro posizioni sono ben diverse da quanto da lei affermato.
      Le consiglio inoltre di rileggere, con mente aperta al confronto, quanto da me scritto, se la sua maggiore ostilità, che condivido, è verso gli allevamenti intensivi, potrebbe accorgersi che la sua visione della zootecnia non è poi così lontana dalla mia.”

  2. Davide ha detto:

    quante stupidaggini, tutte in un’unica direzione. sarebbe stato più interessante un confronto fra opinioni diverse. questi sarebbero degli esperti? semplicemente ridicoli!

    • facebook.com/leverebestie ha detto:

      Il confronto sempre richiesto da Pro-Test Italia e Itali Unita x la Scienza SEMPRE RIFIUTATO per poi piangere dicendo che non c’è nemmeno stato l’invito?
      Spero che prima o poi capirete quanta malafede ha chi sostiene le teorie antiscientifiche. E prima saprete la verità, prima potrete decidere al meglio come pensare correttamente, quaiasi sia il vostro pensiero

  3. Antonio ha detto:

    L’argomento è molto complesso. Tuttavia, la varietà delle persone intervistate aiuta molto a formarsi un’opinione. Fermo restando l’indiscussa fallibilità di ogni giudizio umano, questo articolo mi sembra molto utile per chi è solito porre attenzione a tutti quei link che circolano su facebook contro l’uso di carne in generale. In dubbia armonia con questi rilievi, che spesso di scientifico non hanno proprio un bel nulla, ritengo che il segreto sia davvero quello di “mangiare un po’ di tutto in piccole dosi”. Detto questo, per un’eventuale dieta, il medico resta sempre la persona più adatta! Complimenti per l’idea, ottimo articolo.

  4. 1977 ha detto:

    Questo articolo è incommentabile..
    facevate prima a scrivere “W la caccia e W la carne” e chisenefrega di tutti i dati che riportano il contrario..che tristezza.

  5. Alberto Guidorzi ha detto:

    Le piante producono esse stesse dei pesticidi per difesa, infatti su 1000 molecole di pesticidi che ingeriamo ben 999 sono naturali

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