Sembra strano, sembra impossibile, ma l’Italia che dice no al calcio esiste
“Sei un buon soldato, scegli le tue battaglie”, recita così l’inizio della canzone Waka Waka – This time for Africa di Shakira. C’è chi ha definito dei “gladiatori” i calciatori italiani tornati sconfitti da Euro 2016.
Due esempi di licenze poetiche decisamente spinte per definire dei milionari che monopolizzano l’attenzione di un’intera nazione mentre praticano uno sport per lavoro, il tutto ovviamente senza rischiare la propria vita in missioni pericolose. (Differenza sostanziale tra loro e i soldati o gladiatori ai quali sono stati accomunati.)
Il calcio, soprattutto in Italia, è sempre in risalto in qualità di sport più amato e seguito nel Bel Paese, sia quando giocano le varie squadre dei campionati locali, sia quando la nazionale prende parte a qualche “battaglia” in giro per il mondo. Quando c’è una megapartita, al pronto soccorso non si presenta nessuno, tanto è il potere lenitivo dell’evento, e tutti gli impegni sono soggetti a rinvii o riprogrammazione in modo da permettere ai tifosi di assistere alla partita.
Difficile non risentire di questa passione così diffusa tra gli italiani. Si nasce, si cresce e si muore sentendo parlare di calcio, guardando partite da soli o in compagnia, litigando con altri per la propria “squadra del cuore”, incrociando le dita quando i gladiatori italiani di cui sopra partono per qualche spedizione, che sia un’amichevole, una partita degli europei o dei mondiali. La passione è talmente diffusa da annichilire gli altri sport, gli altri programmi televisivi, e gli altri interessi: se gioca la nazionale di calcio, è impensabile che la TV di un bar o di un pub non sia sintonizzata sulla partita, così come è impensabile che i clienti lì presenti non vogliano assistere alla partita stessa.
Esiste un’altra Italia, tuttavia, che del calcio non ne può più: raccolta in piccole realtà come il gruppo Facebook Odio il calcio! (dove il verbo “odio”, si specifica, non assume una connotazione prettamente negativa), esiste un’Italia oppressa dall’onnipresenza dal calcio nella vita quotidiana del Paese.
Alcune cose sembrano accomunare gli italiani che “odiano” il calcio. Prima tra tutte, già accennata, è l’onnipresenza del calcio nella vita sociale: quando c’è un evento calcistico importante, chiudersi nel proprio mondo diventa quasi del tutto impossibile, e questo avviene soprattutto per colpa di chi pensa che l’andamento di una partita o di un campionato sia di pubblico interesse, un po’ come l’andamento dell’economia, e che nessuno voglia “nascondersi”. Se ad una persona non piace il calcio, è difficile, ma molto difficile, ritagliare un piccolo angolo in cui l’influenza calcistica esterna non sia percettibile.

Immaginate se tutti si appassionassero così alle cose che contano davvero. Sagge parole.
Altro aspetto che in molti trovano fastidioso è l’uso, o meglio, l’abuso, delle parole “noi” e “voi”. “Abbiamo vinto”, “abbiamo perso”, “voi non sapete giocare”, “voi siete dei ladri”, etc. Si tratta di un linguaggio ormai consolidato, ma che risulta anomalo per chi del calcio non ne può più. “Avete vinto”… voi chi? Eravate voi a giocare? Quando, come? E quando si litiga per le proprie squadre preferite (discussioni che per chi non ama il calcio sono assurde), anche lì… partono i “noi” e i “voi” a raffica, segno, probabilmente sintomo, dell’appartenenza a qualcosa che, a conti fatti, non appartiene a nessuno se non a pochi e ricchi privilegiati. D’altronde, non dimentichiamolo, questo è il paese in cui i telecronisti se ne escono con sparate in stile “per fortuna nessun italiano tra le vittime”.
Questo senso di appartenenza raggiunge l’apogeo quando si tratta della nazionale calcistica. Se vince, ha vinto l’Italia (non la squadra, ma l’Italia intera), e tutti a gioire. Se perde, lutto nazionale, maledetti coloro che ci hanno battuti, arbitro cornuto, eccetera.
E chi non tifa nemmeno per la nazionale in quanto completamente disinteressato? Male, malissimo, non è patriottico, non merita di vivere in Italia, sputa sul piatto dal quale mangia, e chi più offese ha più ne metta. Peccato, tuttavia, che all’italiano medio normalmente sfugge un semplice concetto: un insieme di persone che giocano a rappresentanza della nazione intera, o meglio, delle organizzazioni nazionali di uno specifico settore, e fanno tutto per lavoro, tra l’altro ben pagato, non è detto che siano capaci di far maturare in tutti questo fantomatico senso di rappresentanza, o che riescano veramente a rappresentare la totalità della popolazione. (La media è di circa un giocatore ogni due regioni, pensate un po’.) Può sembrare un’affermazione populista, e forse lo è, ma la vittoria della squadra non risolve i problemi delle persone, problemi che in questo periodo sappiamo essere gravi e difficilmente risolvibili. Tutto ciò è amplificato dal fatto che chi vince o perde le partite sul campo conduce una vita da nababbo e poco ha a cuore la sorte di milioni di connazionali in difficoltà. Chi “ci rappresenta” porta una maglietta con scritto il nome del nostro paese, ma non va a giocare per migliorarlo, il nostro paese.

Frase populista, o giusta osservazione?
Giulia, membro del gruppo Odio il calcio!, scrive:
“Il bel patriottismo che vale solo per il calcio ma non vale per gli altri sport di squadra né per le Olimpiadi, che porta a rendere deserte le città durante le partite o a fare orari assurdi quando i mondiali sono dall’altra parte del mondo ma ti rende passibile di giudizi da ‘sfigato’ se, che so, tanto per fare un esempio, fai gli stessi orari folli per guardare un astronauta tuo compatriota che parte verso lo spazio.”
E rincara la dose:
“Quando ti dicono ‘ma se non ti interessa ti basta non guardarlo’ dovrebbero rendersi conto che è impossibile. Durante i mondiali/europei non si sente parlare d’altro, il calcio occupa le prime pagine dei giornali e le prime notizie dei TG e anche per le partite standard delle squadrette locali si dà la priorità rispetto ad altre notizie. Il pomeriggio alla radio si sente quasi esclusivamente parlare di calcio anche durante la settimana, non se ne scampa.
I calciatori sbruffoni e multimilionari sono idoli ed esempi seguiti dai bambini, l’umiltà è probabilmente ormai relegata a pochi giocatori over-35/40. Se un bambino risponde di non essere tifoso nessuno ci crede (‘dai, almeno una che ti sta più simpatica, oppure quella per cui tifano in casa tua’). Non è una cosa sana.”
Anche Claudia è un membro del gruppo e ha molto da dire in merito:
“Patriottismo… che dire, mi dispiace tanto ma io personalmente odio il calcio! Non mi importa assolutamente niente di cosa faccia la nazionale. Non conosco i nomi dei giocatori, né altro che li riguardi. Giro pagina agli articoli sportivi, scorro il ditino se vedo post di calcio, cambio canale se vedo un campo con una palla che rotola, non importa di che colore siano le maglie! Ascolto solo la mia musica rock in auto, invece della radio, per non incorrere a qualche telecronaca irritante! Il mio è vero odio patologico…”
Un altra persona disposta a dire la sua è Claudio:
“Il problema non sta in un possibile tifo per uno sport, ma per la debordante presenza del calcio in ogni aspetto della vita ‘civile’, dell’impossibilitá di non venire coinvolti da tutte le ‘filosofie’ sul tema.”
Detto questo, che ci siano forti interessi economici dietro al calcio, e che quindi la rappresentanza di un’intera nazione comporti comporti budget non indifferenti, è innegabile. C’è da chiedersi, tuttavia, quali siano i reali benefici per il paese in caso di vittoria o sconfitta della nazionale. In passato, c’è chi ha provato a mettere in correlazione le vittorie delle nazionali calcistiche con l’andazzo dell’Economia, un po’ come a dire “in effetti a guadagnarci sono solo i giocatori, ma forse forse qualcosina per il resto della nazione c’è”. Su queste correlazioni c’è chi ha scritto interi articoli, anche andando a trattare nello specifico la questione degli Azzuri (sic!) della nostra nazionale di calcio.

Economia a parte, per parlare di calcio in un modo nuovo e alternativo, e quindi con qualche sacrosanta critica, bisogna andare a trattare due aspetti importanti: la qualità media dei giocatori e dei loro tifosi più sfegatati. Ebbene, non servono grandi ricerche sociologiche per capire che in nessuno dei due casi, salvo rare eccezioni, non si brilla proprio per cultura, condotta ed intelligenza. I “gladiatori” spesso non sanno l’Inno Nazionale (ma come, proprio loro che ci rappresentano?) e sono stati più volte oggetto di battute di scherno per i loro errori (orrori!) grammaticali, mentre i tifosi si sono resi protagonisti di episodi di violenza verbale e fisica spesso culminati con la morte di alcune persone.

Perché tanta violenza?
Sarà che il calcio è uno sport semplice da praticare (non è come la Formula Uno, ad esempio, che richiede tecnologie e figure d’eccellenza), e forse anche per questo è il più comune e apprezzato, ma è difficile dare una reale giustificazione all’ignoranza e alla violenza dilaganti. Arrivare ad uccidersi per una squadra, mentre i giocatori bevono champagne e se la spassano con le veline, è forse uno dei più grandi esempi di stupidità umana che l’era moderna abbia mai sfornato, e viste le basse probabilità di assistere ad un’inversione di tendenza nel breve e medio termine, possiamo intanto far notare che quando si parla incessantemente di calcio, quando si proietta una partita alla faccia di servizi TV più interessanti, quando alcuni eventi gravi passano in secondo piano per cedere il posto alle “gesta” dei “soldati della palla”, esiste un’Italia che di tutto questo non ne può più, e che potrebbe invitare gli altri a fare un piccolo esame di coscienza per indurli a pensare che, in fondo, vedere 22 milionari che danno calci ad una palla e sentirsi parte integrante di una pratica sportiva così poco complessa, non è nulla di speciale. Scritto da una persona che “odia il calcio”.
Francesco D’Amico