Il Trattato Transatlantico di Libero Scambio. Parte II

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016. Leggi anche la prima parte.

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I paventati pericoli che l’accordo comporterebbe, sopratutto per l’Italia

Dopo aver individuato ed analizzato quelle che sono le caratteristiche peculiari e la modalità di approvazione ed introduzione nel sistema dell’Unione Europea del Trattato Internazionale di Libero Scambio (TTIP), è il momento di verificare se la sua attuazione pratica possa comportare dei pericoli per l’economia comunitaria, in particolare quella italiana. Ribadendo che, in via generale, l’accordo dovrebbe consentire la creazione di un’area libera da dazi fra Europa, USA e Canada, appare chiaro che esso comporterebbe l’introduzione nel nostro mercato di prodotti canadesi ed americani liberi da dazi, che, grazie alla diversa legislazione lavoristica e produttiva, sarebbero più economici e maggiormente vendibili rispetto agli omologhi prodotti europei. Oltre ai fattori prettamente economici, ancorati alla legge della domanda e dell’offerta, molte associazioni (fra cui Greenpeace) temono che l’avanzata e profonda legislazione europea sulle sostanze vietate nei prodotti alimentari ceda il passo alla meno profonda legislazione americana, caducando le protezioni per i consumatori: a titolo di esempio, si riporta che le leggi europee vietano oltre 300.000 sostanze negli alimenti, le leggi americane poco meno di 60. In Europa, inoltre, vige il “principio di precauzione”: una sostanza viene considerata insicura fino a prova contraria; negli USA, vige il criterio esattamente opposto. Le associazioni di agricoltori sono, anche loro, sul piede di guerra, poiché temono l’invasione dei prodotti agricoli americani, che saturerebbero il mercato rendendo invendibili i prodotti dei piccoli e medi agricoltori europei. Il tema che sembra, nonostante tutto, dare le maggiori preoccupazioni è quello della sicurezza ambientale. Le normative europee ora vigenti sono molto severe ed invasive, imponendo determinati standard ambientali che, tutelando ovviamente l’ecosistema, comportano gravosi costi che si riverberano sul prodotto finale e quindi sulle tasche di chi compra. Le norme americane, invece, sono meno stringenti, facilmente derogabili e non pongono limiti alle tecniche di “fracking” (estrazione di risorse fossili dal terreno attraverso una particolare trivellazione, tecnica vietata in molte parti d’Europa a causa dei rischi sismici che essa amplierebbe).

Non si conosce ancora l’idea della Commissione procedente per l’omologazione dei trattati: se da un lato le associazioni europee propendono per la prevalenza delle normative comunitarie, dall’altro le lobby americane spingono per la prevalenza di quelle transoceaniche. Quali rischi ci sarebbero, infine, per l’economia italiana? In primo luogo, il settore agricolo italiano, caratterizzato dalla produzione prevalente familiare o clientelare, sarebbe esautorato dal mercato, perché scavalcato da prodotti si meno “genuini”, ma certamente più economici. L’industria di settore, in secondo luogo, sarebbe sottoposta ad una spietata concorrenza che difficilmente riuscirebbe a sostenere. I prodotti d’elite, infine, quali prodotti DOC o DOP, che solo recentemente hanno avuto una tutela comunitaria, rischierebbero di non esistere più: secondo alcuni esperti, infatti, queste “etichette” verrebbero soppresse per favorire la concorrenza.

Paolo Leone

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In Italia si lavora grazie ai contatti personali, anche coi droni

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016.

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Non è la banale “raccomandazione”, ma un vero e proprio network di amicizie e conoscenze

La cultura caratteristica di un luogo va ad influenzare una serie di comportamenti e approcci, oltre ad altri – e ben noti – fattori come l’accento, i dialetti e le tradizioni. In Italia, e nel Meridione in particolare, si ha un collage di usanze tipiche che in altre nazioni risulterebbero anomale; analogamente, alcuni comportamenti tipici di altre popolazioni qui da noi risulterebbero assurdi. E’ tipico, per quasi tutti noi, sfruttare al massimo le proprie conoscenze personali per avere qualcosa e, nel far ciò, si è soliti rivolgersi a qualcuno di “fiducia”. Ecco che, da noi, anziché consultare le Pagine Gialle o Google, prima si chiede in giro se si “conosce qualcuno” che faccia quello che a noi serve, e come ci serve, e poi eventualmente si sfruttano i metodi “tradizionali”. Se il nostro network è sufficientemente idoneo, esteso e variegato, troveremo una rapida soluzione, altrimenti ci toccherà consultare gli strumenti menzionati sopra e cercare un individuo sconosciuto del quale, tendenzialmente, ci fidiamo di meno.

Non a caso, l’autore di “Fattore Fortuna”, Richard Wiseman, fa del network di conoscenze la chiave per “avere fortuna”, ossia plasmare la propria vita affinché si possano generare situazioni a noi favorevoli. I consigli di questo uomo saggio (wise man in inglese, ironicamente, significa proprio questo) sono chiari e diretti, e tra questi spicca la necessità di avere un buon network di conoscenze da sfruttare al massimo. E’ così che, parlando del più e del meno con amici e parenti, e magari loro amici e/o loro parenti, spuntano fuori “occasioni” di prendere al volo. E’ così che, coincidenza, si può trovare qualcuno che necessita delle nostre competenze durante una semplice chiacchierata, prima o dopo di un film al cinema, quando si mangia al ristorante o in pizzeria. Spesso, queste occasioni sono talmente uniche e speciali da risultare nel carpe diem di una vita, quella grande opportunità che capita una volta soltanto e assicura un futuro stabile.

Il meccanismo delle conoscenze si basa su un certo fattore di affidabilità, almeno presunta, che scaturisce dal network stesso. L’individuo A conosce B ma non C e, viceversa, C conosce B ma non A. B agisce da “ponte” tra i due, e nel caso in cui la prestazione tra A e C non vada a buon fine, ne “risponde” almeno moralmente, in quanto conoscente/amico e quindi “garante” di questa “operazione”. Se va male con uno sconosciuto è un conto, ma se va male con amici di amici, parenti di amici, parenti di parenti, etc., scattano meccanismi comportamentali ben diversi. Uno schema con tante lettere e tante virgolette, questo, ma che rispecchia alla perfezione quanto accade in Italia in generale, e da noi nello specifico. Non costituisce un’eccezione un settore nuovo e innovativo come quello dei SAPR (Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto, i droni), poco conosciuto, dove le conoscenze personali non servono solo a “portare lavoro” ma anche ad educare gli interessati, permettendo a loro di scoprire questa nuova tecnologia e quindi usufruirne con maggiore tranquillità. Dato che il cittadino medio non sa cosa siano, o nella stragrande maggioranza dei casi ne sottovaluta le potenzialità, è più propenso a servirsene se qualche individuo di fiducia ne parla evidenziando i pro. E’ la raccomandazione buona, insomma, il semplice sfruttamento della propria rete di conoscenze per cercare e trovare lavoro: nel 2010, stando a quanto riportato da uno studio di Excelsior per Unioncamere e il Ministero del Lavoro, le conoscenze personali hanno generato oltre il 60 per cento delle nuove assunzioni presso aziende, mentre gli altri canali sono stati limitati a percentuali nettamente inferiori. Questo evidenzia l’esistenza di un problema ancora grave, che è la raccomandazione tradizionale, molto influente da noi mentre in altre parti della stessa Europa, come i paesi scandinavi, è l’eccezione; si tratta di un problema da risolvere senza oscurare il meccanismo sociale e inoffensivo delle reti di conoscenze personali, che fa parte della nostra cultura e genera il grosso delle offerte di lavoro.

Francesco D’Amico

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Sangineto, conclusa l’attesa manifestazione “L’urlo di Angelo”

Altissima la partecipazione di persone provenienti dalle diverse regioni

Si è tenuto nel tardo pomeriggio di giovedì, con raduno innanzi alla casa comunale di via Matteotti a Sangineto (CS), il pacifico corteo in ricordo di Angelo, il cane torturato e ucciso da quattro ragazzi. La notizia ha da subito scosso l’opinione pubblica, non solo perché l’animale è stato barbaramente appeso ad un albero per il collo e poi ucciso a sprangate in testa da quattro ragazzi del luogo, ma anche perché il tutto è stato filmato e diffuso in rete sui diversi social network. L’episodio ha ovviamente sconvolto tutti i volontari delle diverse associazioni animaliste, che si sono attivate immediatamente con la creazione di una pagina Facebook e con una raccolta firme, guadagnando un’immensa solidarietà non solo locale ma addirittura nazionale. Contro i quattro ragazzi, infatti, è stata lanciata una petizione on line con l’idea di richiamare l’attenzione sull’applicazione delle pene previste dal Codice penale, che punisce il reato per uccisione di animali – o il maltrattamento degli stessi – con degli articoli ben precisi.

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In prima linea le diverse associazioni operanti su tutto il territorio, in particolare: l’associazione Anima Randagia (Catanzaro), Lega nazionale per la difesa del cane (Soverato), Le palle di pelo (Siderno – RC), Cuore Randagio (Cetraro – CS), Navetta 102 (Scalea – CS), Frida controllo e tutela randagismo (Mirto – CS), Maidasoli (Lamezia Terme – CZ), F.I.A. (Morano Calabro – CS), ENPA sez. Pizzo (Vivo Valentia), Croce del sud (Rende – CS), Anime Randagie (Bovalino – RC), Dog Italy (Amantea – CS), Battito Animale (Santa Sofia d’Epiro – CS), Dammi una zampa (Corigliano Calabro – CS), Adozioni Argo (Cirò Marina – KR), AIC Adottami in Calabria (Cosenza), Heidi: una vita da cani (Rossano – CS), OASI Rifugio Crotone (Crotone), Razza Bastarda (Delegazione San Vincenzo la Costa – CS), Facciamo Branco (Rossano – CS), OIPA sezione Cosenza (Cosenza), Animalisti italiani sezione Reggio Calabria (RC), ENPA sezione Castrovillari (CS), Gli amici zampeleste (Vibo Valentia), LNDC e Rifugio Fata (Lamezia Terme – CZ), A.D.A. Un mondo di aiuto (Praia a Mare – CS), Le impronte del cuore (Cosenza), LAV sezione Vibo Valentia (VV), Animal Amnesty (Cosenza).

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“Quello che abbiamo saputo – affermano le ventinove associazioni calabresi – è che Angelo è stato torturato e poi ucciso. Messa una corda al collo il piccolo Angelo è stato sollevato da terra e preso a bastonate. Nessun gemito usciva dalla sua bocca, nessun urlo di dolore fuoriusciva dai suoi polmoni… ma solo una coda che scodinzolante dava l’impressione di continuare a fidarsi di chi ha causato tanto dolore”.

I volontari delle associazioni, provenienti da tutte le province calabresi, guidate dalla portavoce Francesca Console, presidente dell’associazione Anima Randagia di Catanzaro, hanno così deciso di unirsi per urlare “Giustizia per Angelo”. Il corteo, infatti, che ha preso il nome de “L’urlo di Angelo”, si è strutturato con un’altissima partecipazione di persone provenienti dalle diverse regioni italiane, dimostrando come la nostra penisola sia decisamente contro la violenza sugli animali. Una dimostrazione di affetto verso il povero Angelo, velata da una Calabria portavoce arrabbiata – ma soprattutto indignata – per l’accaduto.

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A sottolineare l’importanza della manifestazione anche le parole di qualche giorno fa dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla che, dopo aver annunciato di costituirsi parte civile al processo contro i quattro responsabili, ha dichiarato: “Chi vorrebbe minimizzare questo gesto crudele e ingiustificabile come una bravata giovanile, non ne coglie appieno le possibili conseguenze. L’unica strada da percorrere è la severa condanna”.

Antonio Mirko Dimartino

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[Trip Report] Lowell, Massachusetts. L’anima del poeta Jack Kerouac

Racconto di un viaggio in America alla scoperta della città che diede i natali a Kerouac

Quest’avventura di stampo letterario nasce come servizio per il Premio Internazionale di Poesia dedicato all’americano Jack Kerouac, nato a Lowell, nel Massachusetts. La cittadina permette ai suoi visitatori di capire meglio questo scrittore; questo mi ha portato a replicare l’esperienza dell’anno precedente, il viaggio a Charleville-Mézières, la città di Arthur Rimbaud.

Anche questo viaggio letterario, come quello che l’ha preceduto, inizia dall’aeroporto di Lamezia Terme. Per qualche strano motivo ecco che le prime foto sono uscite un po’ sfocate.

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Imbarco molto ma molto fluido.

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Redneck… no, redhead. Ulisse cambia, non noto particolari miglioramenti.. ecco, per gli interessati, una copia del nuovo Ulisse.

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AZ1154 da Reggio Calabria con a bordo due persone che incontrerò poco dopo.

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The fog of war is gone. Scherzi a parte, risolvo il problema, e le foto a seguire saranno più fluide.

Come anticipato, lo sbarco avviene tramite cobus.

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Agli arrivi del T1 mi tocca aspettare lo sbarco della 1154, anch’esso ovviamente tramite cobus (per i voli dal Sud Italia il finger è utopia). Con le due persone appena incontrate condivido una piccola parte del viaggio, dato che andremo insieme al satellite G.

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L’affollato molo B del clash operativo mattutino. In fondo in fondo, a destra e al piano inferiore, troveremo i gate adibiti ai collegamenti col satellite G e i gate H.

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I collegamenti col satellite G sono operati da normali cobus dove i passeggeri, assembrati come sardine, devono sopportare un viaggio di diversi minuti in condizioni non proprio comodissime.

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Bene, al cobus in stile scatoletta di sardine si somma la chiusura per lavori della lounge Giotto, della quale ero al corrente.

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Alcuni addetti Alitalia distribuiscono voucher per i passeggeri della Giotto. Con questi voucher, si ha diritto ad un pasto presso il “Ciao Restaurant” localizzato lì vicino.

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Io ovviamente integro il pasto del voucher con un buon pacchetto di M&Ms. Alla fine, tutti e tre optiamo per semplici caffè, cornetti e panini, nulla di particolare.

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Imbarco per Boston in corso. Saluto le due persone precedentemente incontrate e dirette ad Abu Dhabi, e mi imbarco.

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Ma… ma… oggi è il 5 marzo! Scherzi a parte, dato che era da un po’ che non provavo la Premium Economy (mi ero per così dire “abbonato” alla Business), tutto sommato non ho di che lamentarmi.

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Un bel Boeing 777 di Emirates alla nostra sinistra.

Iniziamo la fase di taxi.

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Chi conosce il 330 non può ignorare la chicca della telecamera frontale.

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Piccola panoramica della cabina Premium.

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Ci siamo quasi, siamo al raccordo con la pista di decollo.

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Il decollo di un grande aeromobile è caratteristico, lontano anni luce da quello degli aerei che operano le rotte brevi.

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Alla mia sinistra diventa sempre più piccolo e panoramico il paesaggio laziale.

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Il sistema di intrattenimento di bordo dà preziose indicazioni sulla rotta e sulla relativa tempistica.

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Gli assistenti di volo distribuiscono un raccoglitore di piccole somme di denaro da destinare all’Unicef,

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Si parte col servizio di ristoro: mentre il cellulare è collegato tramite USB, gli assistenti di volo iniziano a servire i passeggeri.

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Il pranzo è sostanzioso, e la cosa ci può stare vista la durata del volo. Volare da Roma a Boston non è molto diverso dal volare da Roma a New York.

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Dolce e caffè: ottima combinazione.

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Approfitto della durata del volo per guardare il secondo episodio della serie Maze Runner. Che dire, così come altre serie ambientate in mondi distopici, anche questa a mio avviso va un po’ scemando col tempo. Per me, la serie distopica ideale è quella che si limita ad un singolo film o libro, e che magari ha una trama senza una fine vera e propria. Ecco, questo per me è l’unico modo per non rovinarla.

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Prima ho scritto che ho avuto un piccolo e delizioso regalo. Beh, eccolo qui, pronto per essere fagocitato!

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Finestrini chiusi, è giunto il tempo di occuparmi del rituale Sudoku. Risolto non in tempo di record, lo ammetto.

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Il volo procede tranquillamente. Il nostro aereo è praticamente al centro dell’Atlantico in questo momento.

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Il Nord America si fa più vicino. Sorvoleremo alcune coste canadesi prima di arrivare a Boston.

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Questo schema riassuntivo segnala che la destinazione è ormai prossima.

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Un altro pasto prima della discesa finale, ben accetto aggiungerei.

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Scendendo, direzione baia di Boston, il freddo oceano si rivela.

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Siore e siori, le coste del Massachusetts.

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Nell’ultima fase dell’avvicinamento, una virata a destra, e poi la sequenza di atterraggio.

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Stando a sinistra si ha la possibilità di ammirare la città di Boston mentre l’aereo si avvicina sempre di più all’aeroporto Logan.

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Lo sport più amato del mondo, visto da chi non lo ama

Sembra strano, sembra impossibile, ma l’Italia che dice no al calcio esiste

“Sei un buon soldato, scegli le tue battaglie”, recita così l’inizio della canzone Waka Waka – This time for Africa di Shakira. C’è chi ha definito dei “gladiatori” i calciatori italiani tornati sconfitti da Euro 2016.

Due esempi di licenze poetiche decisamente spinte per definire dei milionari che monopolizzano l’attenzione di un’intera nazione mentre praticano uno sport per lavoro, il tutto ovviamente senza rischiare la propria vita in missioni pericolose. (Differenza sostanziale tra loro e i soldati o gladiatori ai quali sono stati accomunati.)

Il calcio, soprattutto in Italia, è sempre in risalto in qualità di sport più amato e seguito nel Bel Paese, sia quando giocano le varie squadre dei campionati locali, sia quando la nazionale prende parte a qualche “battaglia” in giro per il mondo. Quando c’è una megapartita, al pronto soccorso non si presenta nessuno, tanto è il potere lenitivo dell’evento, e tutti gli impegni sono soggetti a rinvii o riprogrammazione in modo da permettere ai tifosi di assistere alla partita.

Difficile non risentire di questa passione così diffusa tra gli italiani. Si nasce, si cresce e si muore sentendo parlare di calcio, guardando partite da soli o in compagnia, litigando con altri per la propria “squadra del cuore”, incrociando le dita quando i gladiatori italiani di cui sopra partono per qualche spedizione, che sia un’amichevole, una partita degli europei o dei mondiali. La passione è talmente diffusa da annichilire gli altri sport, gli altri programmi televisivi, e gli altri interessi: se gioca la nazionale di calcio, è impensabile che la TV di un bar o di un pub non sia sintonizzata sulla partita, così come è impensabile che i clienti lì presenti non vogliano assistere alla partita stessa.

Esiste un’altra Italia, tuttavia, che del calcio non ne può più: raccolta in piccole realtà come il gruppo Facebook Odio il calcio! (dove il verbo “odio”, si specifica, non assume una connotazione prettamente negativa), esiste un’Italia oppressa dall’onnipresenza dal calcio nella vita quotidiana del Paese.

Alcune cose sembrano accomunare gli italiani che “odiano” il calcio. Prima tra tutte, già accennata, è l’onnipresenza del calcio nella vita sociale: quando c’è un evento calcistico importante, chiudersi nel proprio mondo diventa quasi del tutto impossibile, e questo avviene soprattutto per colpa di chi pensa che l’andamento di una partita o di un campionato sia di pubblico interesse, un po’ come l’andamento dell’economia, e che nessuno voglia “nascondersi”. Se ad una persona non piace il calcio, è difficile, ma molto difficile, ritagliare un piccolo angolo in cui l’influenza calcistica esterna non sia percettibile.

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Immaginate se tutti si appassionassero così alle cose che contano davvero. Sagge parole.

Altro aspetto che in molti trovano fastidioso è l’uso, o meglio, l’abuso, delle parole “noi” e “voi”. “Abbiamo vinto”, “abbiamo perso”, “voi non sapete giocare”, “voi siete dei ladri”, etc. Si tratta di un linguaggio ormai consolidato, ma che risulta anomalo per chi del calcio non ne può più. “Avete vinto”… voi chi? Eravate voi a giocare? Quando, come? E quando si litiga per le proprie squadre preferite (discussioni che per chi non ama il calcio sono assurde), anche lì… partono i “noi” e i “voi” a raffica, segno, probabilmente sintomo, dell’appartenenza a qualcosa che, a conti fatti, non appartiene a nessuno se non a pochi e ricchi privilegiati. D’altronde, non dimentichiamolo, questo è il paese in cui i telecronisti se ne escono con sparate in stile “per fortuna nessun italiano tra le vittime”.

Questo senso di appartenenza raggiunge l’apogeo quando si tratta della nazionale calcistica. Se vince, ha vinto l’Italia (non la squadra, ma l’Italia intera), e tutti a gioire. Se perde, lutto nazionale, maledetti coloro che ci hanno battuti, arbitro cornuto, eccetera.

E chi non tifa nemmeno per la nazionale in quanto completamente disinteressato? Male, malissimo, non è patriottico, non merita di vivere in Italia, sputa sul piatto dal quale mangia, e chi più offese ha più ne metta. Peccato, tuttavia, che all’italiano medio normalmente sfugge un semplice concetto: un insieme di persone che giocano a rappresentanza della nazione intera, o meglio, delle organizzazioni nazionali di uno specifico settore, e fanno tutto per lavoro, tra l’altro ben pagato, non è detto che siano capaci di far maturare in tutti questo fantomatico senso di rappresentanza, o che riescano veramente a rappresentare la totalità della popolazione. (La media è di circa un giocatore ogni due regioni, pensate un po’.) Può sembrare un’affermazione populista, e forse lo è, ma la vittoria della squadra non risolve i problemi delle persone, problemi che in questo periodo sappiamo essere gravi e difficilmente risolvibili. Tutto ciò è amplificato dal fatto che chi vince o perde le partite sul campo conduce una vita da nababbo e poco ha a cuore la sorte di milioni di connazionali in difficoltà. Chi “ci rappresenta” porta una maglietta con scritto il nome del nostro paese, ma non va a giocare per migliorarlo, il nostro paese.

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Frase populista, o giusta osservazione?

Giulia, membro del gruppo Odio il calcio!, scrive:

“Il bel patriottismo che vale solo per il calcio ma non vale per gli altri sport di squadra né per le Olimpiadi, che porta a rendere deserte le città durante le partite o a fare orari assurdi quando i mondiali sono dall’altra parte del mondo ma ti rende passibile di giudizi da ‘sfigato’ se, che so, tanto per fare un esempio, fai gli stessi orari folli per guardare un astronauta tuo compatriota che parte verso lo spazio.”

E rincara la dose:

“Quando ti dicono ‘ma se non ti interessa ti basta non guardarlo’ dovrebbero rendersi conto che è impossibile. Durante i mondiali/europei non si sente parlare d’altro, il calcio occupa le prime pagine dei giornali e le prime notizie dei TG e anche per le partite standard delle squadrette locali si dà la priorità rispetto ad altre notizie. Il pomeriggio alla radio si sente quasi esclusivamente parlare di calcio anche durante la settimana, non se ne scampa.

I calciatori sbruffoni e multimilionari sono idoli ed esempi seguiti dai bambini, l’umiltà è probabilmente ormai relegata a pochi giocatori over-35/40. Se un bambino risponde di non essere tifoso nessuno ci crede (‘dai, almeno una che ti sta più simpatica, oppure quella per cui tifano in casa tua’). Non è una cosa sana.”

Anche Claudia è un membro del gruppo e ha molto da dire in merito:

“Patriottismo… che dire, mi dispiace tanto ma io personalmente odio il calcio! Non mi importa assolutamente niente di cosa faccia la nazionale. Non conosco i nomi dei giocatori, né altro che li riguardi. Giro pagina agli articoli sportivi, scorro il ditino se vedo post di calcio, cambio canale se vedo un campo con una palla che rotola, non importa di che colore siano le maglie! Ascolto solo la mia musica rock in auto, invece della radio, per non incorrere a qualche telecronaca irritante! Il mio è vero odio patologico…”

Un altra persona disposta a dire la sua è Claudio:

“Il problema non sta in un possibile tifo per uno sport, ma per la debordante presenza del calcio in ogni aspetto della vita ‘civile’, dell’impossibilitá di non venire coinvolti da tutte le ‘filosofie’ sul tema.”

Detto questo, che ci siano forti interessi economici dietro al calcio, e che quindi la rappresentanza di un’intera nazione comporti comporti budget non indifferenti, è innegabile. C’è da chiedersi, tuttavia, quali siano i reali benefici per il paese in caso di vittoria o sconfitta della nazionale. In passato, c’è chi ha provato a mettere in correlazione le vittorie delle nazionali calcistiche con l’andazzo dell’Economia, un po’ come a dire “in effetti a guadagnarci sono solo i giocatori, ma forse forse qualcosina per il resto della nazione c’è”. Su queste correlazioni c’è chi ha scritto interi articoli, anche andando a trattare nello specifico la questione degli Azzuri (sic!) della nostra nazionale di calcio.

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Economia a parte, per parlare di calcio in un modo nuovo e alternativo, e quindi con qualche sacrosanta critica, bisogna andare a trattare due aspetti importanti: la qualità media dei giocatori e dei loro tifosi più sfegatati. Ebbene, non servono grandi ricerche sociologiche per capire che in nessuno dei due casi, salvo rare eccezioni, non si brilla proprio per cultura, condotta ed intelligenza. I “gladiatori” spesso non sanno l’Inno Nazionale (ma come, proprio loro che ci rappresentano?) e sono stati più volte oggetto di battute di scherno per i loro errori (orrori!) grammaticali, mentre i tifosi si sono resi protagonisti di episodi di violenza verbale e fisica spesso culminati con la morte di alcune persone.

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Perché tanta violenza?

Sarà che il calcio è uno sport semplice da praticare (non è come la Formula Uno, ad esempio, che richiede tecnologie e figure d’eccellenza), e forse anche per questo è il più comune e apprezzato, ma è difficile dare una reale giustificazione all’ignoranza e alla violenza dilaganti. Arrivare ad uccidersi per una squadra, mentre i giocatori bevono champagne e se la spassano con le veline, è forse uno dei più grandi esempi di stupidità umana che l’era moderna abbia mai sfornato, e viste le basse probabilità di assistere ad un’inversione di tendenza nel breve e medio termine, possiamo intanto far notare che quando si parla incessantemente di calcio, quando si proietta una partita alla faccia di servizi TV più interessanti, quando alcuni eventi gravi passano in secondo piano per cedere il posto alle “gesta” dei “soldati della palla”, esiste un’Italia che di tutto questo non ne può più, e che potrebbe invitare gli altri a fare un piccolo esame di coscienza per indurli a pensare che, in fondo, vedere 22 milionari che danno calci ad una palla e sentirsi parte integrante di una pratica sportiva così poco complessa, non è nulla di speciale. Scritto da una persona che “odia il calcio”.

Francesco D’Amico

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L’area grecanica calabrese raccontata dalle Muse

Molto particolare e suggestiva la cornice di questa iniziativa culturale

Primo Notturno delle Muse intenso e d’atmosfera quello che si è tenuto domenica scorsa presso il Cortile delle Muse di Reggio Calabria. Una inaugurazione che ha visto il saluto augurale del sindaco Pierpaolo Zavettieri, volto della nuova Roghudi, dell’area metropolitana e della cosiddetta area grecanica: la mia presenza qui ha detto Zavettieri sottolinea il ruolo strategico delle associazioni culturali ed in particolare delle Muse che non identifica la città di Reggio Calabria ma, una intera regione e la contaminazione tra le varie culture oggi è cosa importantissima, ecco il perché occorre far emergere sempre le realtà positive di questa terra.

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Alcuni protagonisti della serata. Da sinistra: Polimeni, Zavettieri, Gurnari, Pecora, Martino, Livoti.

Un susseguirsi di vari momenti così ha scandito il tema della serata denominata “Viaggi Calabresi…”, il presidente Livoti ricordando Proust si è soffermato insieme alla vice presidente Polimeni su come occorre avere occhi nuovi per guardare ciò che ci circonda. Itinerari importanti hanno animato la manifestazionecome quello raccontato dalle prof.sse Quattrone e Candeloro dell’ “Istituto Alvaro – Gebbione” che hanno condotto i giovani alunni della scuola, alla vittoria del Premio Vivarium Cassiodoro, premio che esalta la figura e gli scritti del famoso monaco medioevale nativo di Squillace in un filmato autogestito, realizzato con  giovani attori che rappresentano simbolicamente i misteri dell’anima e del sogno di quella fase meravigliosa che è la preadolescenza.

Ed ancora suoni d’atmosfera con momenti musicali-etnici della Corale Polifonica “Ruggero Coin” di Bova Marina, coro di ricerca seguito dall’attento maestro Aldo Gurnariche in tanti anni di lavoro ha formato un repertorio di brani in lingua grecanica, ebraica e coreutico classico.

 Momento importante dell’evento la consegna del Premio Muse 2016 al giornalista Aldo Pecora, premio che Livoti ha ribadito va ad un personaggio che opera con passione, gratuità, onestà ed orgoglio calabrese, volto dell’antimafia e del contrasto alla criminalità. Pecora, impegnato nel volontariato e nella società civile, nel 2005 è fondatore e presidente del movimento antimafia “Ammazzateci tutti”. Nel 2007 è tra i soci fondatori della Fondazione “Antonino Scopelliti” della quale é membro del Consiglio d’Amministrazione e Segretario generale. Da antidivo il giornalista ha affermato che  è la seconda volta in assoluto che riceve un riconoscimento nella sua terra e quindi il Premio Muse consegnato già ad altrettanti volti noti, ha un significato particolare. Non amavo la Calabria, non mi piaceva il cellophane di omertà e al tempo stesso vezzo al pettegolezzo che la avvolgeva. Per questo 12 anni fa avevo scelto Roma. Poi Ammazzateci tutti ha cambiato la mia vita, e quella di tanti ventenni e adolescenti che, nel 2005 hanno reagito per la prima volta nella storia della Calabria alla ‘ndrangheta.Oggi sono un giornalista, ma non un giornalista antimafia. Non mi piacciono queste categorizzazioni. Vivere la legalità, gratis, si può e si deve. Ho scritto programmi e documentari per la Rai, ho avuto molte soddisfazioni in Italia e all’Estero. Oggi scrivo di startup e innovazione, e mi divido tra Roma, Milano e l’Europa, ma quando posso torno sempre qui,  soprattutto per incontrare gli studenti. Perché la lotta alla mafia continuo a viverla come una missione civica, iscritta nel mio Dna.

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Aldo Pecora ritira il Premio Muse 2016.

A conclusione della manifestazione un giovanissimo Domenico Fabbricatore, campione italiano di dama categoria cadetti è stato il protagonista di una video intervista, in cui  ha raccontato il rapporto con il gioco della dama, passione innata sin da bambino, insieme al Presidente del Circolo Damistico Nuovi Orizzonti Giorgio Ghittoni, promotore di un sodalizio che trova nel gioco una ragione di essere nella civiltà tecnologica.

Comunicato inviato a TLR dal presidente Giuseppe Livoti, che ringraziamo per la dedizione con la quale si dedica costantemente al mondo della cultura calabrese.

Francesco D’Amico

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Concluso il Convegno in “Amministrazioni pubbliche e forme privatistiche”

Tante le figure di spicco che hanno partecipato al convegno

Si è svolto presso l’Università degli Studi Magna Græcia di Catanzaro, nei giorni 29 e 30 giugno, il Convegno dal titolo “Amministrazioni pubbliche e forme privatistiche”, organizzato nell’ambito delle attività del Master in Diritto Civile “Il diritto privato della P.A.” e del  Centro di ricerca “Rapporti privatistici della P.A.”, di cui è Coordinatore il Prof. Fulvio Gigliotti, ordinario di Diritto Privato presso la stessa Università.

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Nella prima Sessione, dedicata alla “Organizzazione amministrativa secondo modelli privatistici”, svoltasi sotto la Presidenza del Prof. Vincenzo Cerulli Irelli, hanno relazionato il  Prof. Fabio Saitta, che ha parlato di “Strutture e strumenti privatistici dell’azione amministrativa”, il Consigliere di Stato Vincenzo Lopilato (“Profili di rilevanza pubblicistica e riforma delle società pubbliche”), il Prof. Raffaele Di Raimo ( “Partecipazione della P.A. ad enti del libro I del c.c. tra privatizzazione e riqualificazione”) e il Prof. Sandro De Götzen (“Fondazioni legali e diritto privato regionale”).

Nella seconda sessione (dedicata agli enti di diritto privato in controllo pubblico), presieduta dal Prof. Massimo Basile, sono interventi il Prof. Luigi D’Andrea, che ha analizzato il tema della “Sussidiarietà orizzontale, soggetti privati e partecipazione pubblica, il Prof. Fabrizio Guerrera, che si è occupato di Impresa pubblica, responsabilità gestoria e procedure concorsuali, il Prof. Fulvio Gigliotti, che ha discusso di Amministrazione di soggetti privati in controllo pubblico e giurisdizione amministrativa: il caso delle fondazioni universitarie, il Consigliere della Corte dei Conti Vito Tenore (con una relazione dal titolo “Enti privati in controllo pubblico e (problematica) giurisdizione contabile”). Ha chiuso i lavori un intervento del Prof. Aldo Laudonio, che ha discusso di Pubblico e privato nella riforma del terzo settore: spunti di riflessione alla legge delega.

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Assai nutrita la partecipazione del pubblico, che ha contato oltre 600 persone, distribuite in più aule collegate in videoconferenza. Numerosi gli esponenti delle professioni forensi e dell’ordine giudiziario (presenti, nel pubblico, anche il Presidente del Tribunale di Catanzaro e il Presidente del Tar Calabria-Catanzaro), altri professionisti e, in gran numero, studenti dell’Università Magna Græcia.

Antonio Mirko Dimartino

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Al via il Primo Notturno delle Muse

Programmato per il 3 luglio un importante evento culturale

Riapre domani sera, con inizio alle ore 21, “Il Cortile delle Muse” di via San Giuseppe 19, con gli ormai conosciuti “Notturni delle Muse”. Si tratta della nota manifestazione che contraddistingue da anni l’apertura degli appuntamenti estivi del sodalizio reggino.

Il presidente Muse, Giuseppe Livoti,  ricorda – insieme alla vice presidente Teresa Polimeni – come tale evento rientra in una programmazione molto particolare, poiché ogni domenica verrà esaminato un argomento collegato alla Calabria, in un ideale viaggio di grande attrazione, ecco il perché il leitmotiv di quest’anno è “Viaggi Calabresi”, tematica utile a pensare, riflettere e magari conoscere meglio le nostre radici e gli uomini che fanno di tutto per proteggere la nostra cultura identitaria.

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I Notturni 2016 si apriranno con il nuovo sindaco di Roghudi, Pierpaolo Zavettieri, per commentare una cartolina illustrata per immagini, di quella che è stata la cultura dell’area grecanica e di come diventerà la Roghudi del domani. Un viaggio nella gioventù calabrese con i giovanissimi protagonisti del Premio Nazionale VivariumCassiodoro, i ragazzi dell’Istituto Alvaro – Gebbione, che hanno creato un corto promuovendo i versi dello storico calabrese dell’età romana e ancora il giovane Domenico Fabbricatore campione italiano di dama categoria cadetti. La grecità sarà raccontata anche in un momento di tradizione popolare, con la ricerca di versi e sensazioni uditive della zona ionica dal maestro Aldo Gurnari e della corale “Don Ruggero Coin”.

Momento importante e caratterizzante la prima serata, sarà la consegna ufficiale del Premio Muse ad Aldo Pecora, giornalista e scrittore, nonché autore radio-televisivo. Impegnato nel volontariato e nella società civile, nel 2005 è fondatore e presidente del movimento antimafia “Ammazzateci tutti”. Calabrese di origine e romano d’adozione dal 2004, dopo 6 anni in Rai, per la quale ha scritto diversi documentari ed ideato nuovi format TV tra i quali “Lezioni di mafia”, con il procuratore nazionale antimafia Pietro Grasso (finalista alla 64^ edizione del Prix Italia), attualmente è stato chiamato da Riccardo Luna al coordinamento della redazione di Startupitalia.

Antonio Mirko Dimartino

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Le innovazioni consentite dai droni

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 226) il 25 giugno 2016.

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Qui in Calabria un esempio di applicazione dei droni ai monitoraggi aerei

I droni, come abbiamo visto, sono strumenti innovativi che consentono ad un’utenza molto ampia (tra le persone potenzialmente capaci di diventare operatori di droni e coloro che potrebbero risentire del loro operato si arriva ad una copertura quasi totale della popolazione) di usufruire di servizi e applicazioni un tempo particolarmente dispendiose e/o di nicchia, o addirittura impossibili. Il semplice fatto di avere mezzi aeromobili di dimensioni ridotte e dotati di telecamere, oltre che di altri strumenti adattabili a svariati usi, consente una vera e propria marea di applicazioni, purtroppo anche illecite (basti pensare al traffico di droga e di armi, alla violazione della privacy, etc.).

La nostra regione, intesa come insieme di istituzioni e abitanti, ha come ben sappiamo un rapporto un po’ conflittuale con l’ambiente e la sua storia. Sappiamo tutti di vivere in aree soggette a rischio idrogeologico, e molto interessanti da un punto di vista storico e archeologico, eppure non sembrano mai esserci gli strumenti necessari per fare dei monitoraggi all’altezza dei rischi e dei patrimoni summenzionati. E’ pur vero che a monte c’è tanta, forse troppa incompetenza, ma è anche vero che spesso i costi impediscono l’attuazione di operazioni volte a garantire la sicurezza delle aree in cui viviamo (nel caso del rischio idrogeologico) e la corretta valorizzazione dei resti di interesse archeologico. Tanto per fare qualche esempio, costruire edifici antisismici sui rilievi è molto più difficile rispetto a costruirli su una pianura, in quanto le onde sismiche risentono di una certa amplificazione da parte delle forme dei rilievi e quindi diventano più potenti; analogamente, procedere col monitoraggio e il restauro di beni culturali situati in aree difficilmente accessibili diventa un’impresa logistica di entità non indifferente. E in Calabria è la pianura ad essere l’eccezione, più che la regola, con conseguente aumento dei costi fino a toccare livelli astronomici e spesso oggetto di derisione da parte del resto d’Italia (l’esempio dei tratti calabresi dell’autostrada SA-RC è forse tra i più calzanti).

E’ proprio sul fattore dei costi, ma anche su quello della fattibilità vera e propria di determinate cose, che l’impiego di droni al posto degli strumenti convenzionali va a fare la differenza. Basti pensare ai rilievi aerei in generale, ossia alle foto dall’alto di aree geografiche predeterminate, che normalmente richiedono l’impiego di aerei costosissimi con piloti qualificati e strumentazioni all’altezza dell’uso che se ne vuole fare, ai quali bisogna aggiungere le innumerevoli restrizioni che l’impiego di un aeromobile comporta, dal traffico aereo alla disponibilità di aerodromi, aeroporti e aerei idonei, il tutto con risultati spesso di dubbia utilità: le foto aeree scattate da aeromobili convenzionali, oltre ad avere alle spalle una macchina logistica mostruosa, spesso sono inferiori alle foto scattate dai droni a pochi metri di quota dall’area di interesse.

Antonio Puccio è un operatore di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto, originario di Vibo Valentia, che è stato coinvolto da una equipe archeologica nella proiezione 3D di uno scavo a Gioiosa Ionica e che ha deciso di collaborare per la stesura di questo articolo. Grazie al suo drone DJI Phantom e all’uso di alcuni programmi informatici dedicati, Antonio è riuscito a far risparmiare agli archeologi migliaia e migliaia di euro, riuscendo non solo a scattare dall’alto foto ad altissima risoluzione (si arriva ad un cm quadrato per pixel) che avrebbero richiesto l’uso di un aereo vero e proprio, ma anche a creare dei modelli 3D degli scavi, oltre addirittura a dare una stima molto accurata della volumetria dei detriti residui ai fini dello smantellamento. Questi usi dei droni, che con gli strumenti un tempo disponibili erano un incubo, lasciano ipotizzare applicazioni molto utili anche nel campo del monitoraggio ambientale, in quanto diventa molto più facile, tanto per fare un esempio, ricostruire modelli e volumetrie al computer di aree soggette a terremoti e frane, in modo da avere dati precisi e coerenti sui cambiamenti catastrofici avvenuti. Insomma, roba non di poco conto se si considerano i rischi ai quali siamo soggetti.

Questo non è che l’ennesimo esempio di eccellenza calabrese che, tuttavia, risente di istituzioni poco attente a simili innovazioni, e risente altresì della presenza di una popolazione che erroneamente considera i droni alla stregua di alcuni giocattoli quando, in realtà, sono strumenti tanto utili quanto pericolosi, soggetti ad una ferrea regolamentazione e destinati a cambiare, si spera nel meglio, le nostre vite.

Francesco D’Amico

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L’altra faccia del Sapr, l’ala fissa

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 226) il 25 giugno 2016.

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Oltre ai droni ad ala rotante, più comuni, esistono tipologie più simili a piccoli aerei

Nel nostro immaginario collettivo, l’idea di drone è associata ai cosiddetti droni ad ala rotante, assimilabili per certi versi a piccoli elicotteri; negli USA, sono i droni ad ala fissa, più simili ad aerei, a venire subito in mente. Questi droni, oltre ovviamente ad avere una forma caratteristica, hanno usi e vantaggi altrettanto caratteristici, compensati dal fatto che si tratta di sistemi aeromobili a pilotaggio remoto più rari e mediamente più costosi dei “normali” droni ad ala rotante.

Per questa tipologia di droni, il paragone tra aerei ed elicotteri, anche se abbastanza approssimativo, rende almeno in parte l’idea di alcune tra le differenze principali. La prima differenza riguarda la sicurezza: in caso di avaria ai motori, o al motore se singolo, l’aerodinamica dei droni ad ala fissa può garantire delle planate sicure che, nel caso dei droni ad ala rotante, risulterebbero invece con una precipitazione netta e/o accompagnata da manovre altamente instabili e pericolose; l’impatto stesso col suolo è inoltre più “sicuro” e meno netto se ad impattare è un drone ad ala rotante. L’ala fissa, sempre grazie al gioco di aerodinamica, garantisce un’autonomia media più che doppia rispetto all’ala rotante, e un raggiungimento molto più rapido delle quote operative dalle quali scattare  foto o fare determinati rilievi, nonché una maggiore tolleranza del drone ai venti forti. Per quanto riguarda foto e riprese, l’ala fissa garantisce una maggiore omogeneità dei risultati, oltre ovviamente a ridurre l’impatto del rumore dei motori sulle riprese stesse, e garantisce inoltre la copertura di aree geografiche più ampie e in tempi ridotti, questo grazie alla maggiore velocità. Gli svantaggi principali? Manovre più complesse, costi decisamente non indifferenti (almeno per quanto riguarda quelli d’acquisto – la manutenzione, invece, può risultare meno onerosa), e la necessità di disporre di una breve pista per decolli ed atterraggi sicuri, nonché l’ovvia impossibilità di stare in volo stazionario, prediletto per le operazioni di ispezione.

L’ala rotante ha il suo fascino e le sue applicazioni, difficile metterlo in dubbio, ma forse è con l’ala fissa che alcuni settori dell’economia potrebbero risentire maggiormente, e in positivo, della diffusione di questi sistemi innovativi: in virtù della loro maggiore autonomia e stabilità in volo, infatti, i droni ad ala fissa potrebbero farsi carico del trasporto d’emergenza di alcuni tipi specifici di materiale (medicinali, strumenti d’emergenza e addirittura organi), abbattendo in modo netto costi e tempi medi di consegna, oltre a rendere più snelle le preparazioni a questi tipi di spedizioni. Inoltre, anche se meno idonei al monitoraggio da volo stazionario, possono compensare questo difetto col monitoraggio di aree geografiche colpite da calamità naturali, battendo sul tempo i droni ad ala rotante e fornendo, in tempi più brevi e in maggiore sicurezza (gli operatori non si ritroverebbero costretti ad avvicinarsi ad aree colpite da sismi, frane o incidenti gravi), foto e riprese di base in vista di maggiori e successive analisi. Altri usi potrebbero riguardare la sicurezza dei nostri spazi da atti illeciti, o il monitoraggio dei mari meridionali per individuare in modo più economico e capillare barconi e motoscafi di immigranti. Usi sicuramente di critica importanza e potenzialmente capaci di salvare innumerevoli vite umane.

Francesco D’Amico

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