Il Trattato Transatlantico di Libero Scambio. Parte II

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 227) il 30 luglio 2016. Leggi anche la prima parte.

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I paventati pericoli che l’accordo comporterebbe, sopratutto per l’Italia

Dopo aver individuato ed analizzato quelle che sono le caratteristiche peculiari e la modalità di approvazione ed introduzione nel sistema dell’Unione Europea del Trattato Internazionale di Libero Scambio (TTIP), è il momento di verificare se la sua attuazione pratica possa comportare dei pericoli per l’economia comunitaria, in particolare quella italiana. Ribadendo che, in via generale, l’accordo dovrebbe consentire la creazione di un’area libera da dazi fra Europa, USA e Canada, appare chiaro che esso comporterebbe l’introduzione nel nostro mercato di prodotti canadesi ed americani liberi da dazi, che, grazie alla diversa legislazione lavoristica e produttiva, sarebbero più economici e maggiormente vendibili rispetto agli omologhi prodotti europei. Oltre ai fattori prettamente economici, ancorati alla legge della domanda e dell’offerta, molte associazioni (fra cui Greenpeace) temono che l’avanzata e profonda legislazione europea sulle sostanze vietate nei prodotti alimentari ceda il passo alla meno profonda legislazione americana, caducando le protezioni per i consumatori: a titolo di esempio, si riporta che le leggi europee vietano oltre 300.000 sostanze negli alimenti, le leggi americane poco meno di 60. In Europa, inoltre, vige il “principio di precauzione”: una sostanza viene considerata insicura fino a prova contraria; negli USA, vige il criterio esattamente opposto. Le associazioni di agricoltori sono, anche loro, sul piede di guerra, poiché temono l’invasione dei prodotti agricoli americani, che saturerebbero il mercato rendendo invendibili i prodotti dei piccoli e medi agricoltori europei. Il tema che sembra, nonostante tutto, dare le maggiori preoccupazioni è quello della sicurezza ambientale. Le normative europee ora vigenti sono molto severe ed invasive, imponendo determinati standard ambientali che, tutelando ovviamente l’ecosistema, comportano gravosi costi che si riverberano sul prodotto finale e quindi sulle tasche di chi compra. Le norme americane, invece, sono meno stringenti, facilmente derogabili e non pongono limiti alle tecniche di “fracking” (estrazione di risorse fossili dal terreno attraverso una particolare trivellazione, tecnica vietata in molte parti d’Europa a causa dei rischi sismici che essa amplierebbe).

Non si conosce ancora l’idea della Commissione procedente per l’omologazione dei trattati: se da un lato le associazioni europee propendono per la prevalenza delle normative comunitarie, dall’altro le lobby americane spingono per la prevalenza di quelle transoceaniche. Quali rischi ci sarebbero, infine, per l’economia italiana? In primo luogo, il settore agricolo italiano, caratterizzato dalla produzione prevalente familiare o clientelare, sarebbe esautorato dal mercato, perché scavalcato da prodotti si meno “genuini”, ma certamente più economici. L’industria di settore, in secondo luogo, sarebbe sottoposta ad una spietata concorrenza che difficilmente riuscirebbe a sostenere. I prodotti d’elite, infine, quali prodotti DOC o DOP, che solo recentemente hanno avuto una tutela comunitaria, rischierebbero di non esistere più: secondo alcuni esperti, infatti, queste “etichette” verrebbero soppresse per favorire la concorrenza.

Paolo Leone

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