Qual è l’Italia che i giovani vogliono?

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 240) il 24 marzo 2018.

Tra cambi generazionali e difficoltà continue, le aspettative di chi vuole rimanere

E’ certo, sicuro, inesorabile e continuo, è l’unica certezza di un giovane italiano moderno, e in particolare di un giovane meridionale. Non è la stabilità lavorativa ed economica, non è il desiderio di costruire un futuro solido e magari una famiglia, ma l’eterno dilemma: che fare, emigrare o provare tra mille difficoltà a rimanere in un’Italia che sembra voler respingere chiunque abbia meno di 40 anni di età? (E che comunque non garantisce rose e fiori a chi è sopra i 40?)

Anche chi si ritrova in una situazione per molti versi definita “invidiabile”, ossia con un lavoro precario che è sempre e comunque meglio di un’eterna disoccupazione, è costretto per forza di cose ad avere gli stessi dubbi di chi invece un lavoro non ce l’ha proprio. E’ normale, perché si pensa sempre a come potrebbe essere la propria vita se si vivesse altrove, e si pensa anche agli innumerevoli compagni, amici, conoscenti e parenti costretti dalle circostanze a emigrare. Per alcuni, questi pensieri sono una vera e propria ossessione, una melodia costante sullo sfondo della vita che si vive.

La ricetta per un’Italia più propensa ad accogliere i propri giovani non solo in scuole e università ma anche nel vasto mondo del lavoro è complessa e questa non è la sede adatta per affrontarla. Il problema principale che si percepisce è la scarsa propensione a garantire un ricambio generazionale occupazionale, oltre che una cultura lavorativa che premia troppo la figura adulta in carriera e lascia al giovane le briciole, cosa che invece non accade altrove, dove spesso si vedono giovani rientranti nella fascia 30-35 anni avere ruoli di prestigio e grosse responsabilità. Certo, l’esperienza in una carriera conta perché spesso fa la differenza, ma basta fare qualche paragone con alcuni paesi esteri per notare come in Italia questo concetto sia stato esasperato fino al punto da lasciare i giovani tra numerose incertezze.

Un altro problema è la fossilizzazione su tutto ciò che è vecchio e poco innovativo, mentre ci sono paesi che fanno dell’apporto economico derivante dalle nuove tecnologie una vera e propria ricchezza. Si fa ancora fatica a far emergere qualità e competenze come una buona confidenza coi computer e un inglese fluente, entrambe cose che dovrebbero essere requisiti minimi per alcuni incarichi. Nel Meridione il problema è ancora più accentuato, e si assiste a una chiusura verso l’estero che, se fosse rimodulata in un’apertura culturale ed economica, potrebbe dare un forte impulso all’economia. Che dire, per esempio, dei rappresentanti istituzionali che non sanno relazionarsi coi loro colleghi esteri, e degli impiegati di struttura ricettiva che hanno notevoli difficoltà nel colloquiare con stranieri? Sono problemi persistenti che contribuiscono alla chiusura socio-economica di un’area già afflitta da una miriade di problemi e che ripone eccessiva fiducia nello Stato centrale. Il tutto mentre il resto del mondo procede a ritmo sostenuto verso la globalizzazione.

Nonostante ciò, le leggi della natura impongono che, prima o poi, a governare ci sarà qualcuno attualmente rientrante nella categoria dei giovani, con le sue competenze “moderne” e determinate qualifiche che non lo rendono necessariamente “migliore” di chi lo ha preceduto in termini di preparazione, ma più aperto da un punto di vista culturale al cambiamento, al nuovo e all’opportunità per sé e chi deve rappresentare. Se l’attuale classe dirigente non può e non vuole cambiare l’Italia, sarà il ricambio generazionale più forzato a farlo.

Francesco D’Amico

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