La rivoluzione urbana dei privati

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

All’immobilismo istituzionale per il rilancio di intere aree spesso rimediano i piccoli investitori

Conosciamo molto bene i nostri vicinati e le attività commerciali sparse tra le vie, e nel corso del tempo osserviamo profondi mutamenti nell’assetto generale di un’area cittadina, con attività che chiudono e aprono, famiglie intere che si disperdono e vengono sostituite da altre, un viavai che va ad integrarsi perfettamente nell’ambiente circostante e si ricuce una fetta dello stesso. Analogamente, siamo soliti lamentarci delle carenze infrastrutturali di determinate zone, in particolare della mancanza di investimenti volti alla loro rivalutazione e alla nascita di flussi commerciali tali da rivalutare l’economia di un intero quartiere assetato di posti di lavoro.

Nel profondo immobilismo istituzionale che spesso caratterizza la mancanza di “rivoluzioni urbane”, spesso emergono le prodezze, se così possiamo definirle, di piccoli e medi investitori i quali avviano un’attività e contribuiscono, sia col flusso di clientela generato che con l’abbellimento architettonico di interi edifici, a rivalutare un’intera zona. Si assiste ad una crescita generale dell’area, in cui in media nell’arco della giornata passano più persone rispetto a prima, le quali contribuiscono a dare uno slancio anche alle attività circostanti, il tutto secondo un meccanismo a feedback positivo che crea benessere e avvia la rivoluzione urbana tanto attesa e che l’istituzione non riesce a portare. Immaginate, per esempio, cosa accade a un quartiere che ospita l’ufficio regionale o nazionale di un’azienda, la sede distaccata di un ateneo, un ristorante di prestigio, un importante centro medico privato: tutto intorno si instaura un meccanismo che ruota intorno all’infrastruttura e dà beneficio generale tramite il mantenimento di posti di lavoro e il contributo alla nomea della città che ospita l’attività commerciale. Vedremo nascere bar, altre attività legate allo svago e agli alimentari, vedremo uno sportello bancario per i prelievi, vedremo altre realtà decidere di creare la propria sede nella zona rivalutata, vedremo nuove e rivitalizzate strutture ricettive, vedremo persone trasferirsi in quel centro urbano (magari prima caratterizzato da una sola emorragia di persone per l’emigrazione) e dunque pagare affitti nonché tutti i servizi accessori, e il meccanismo ripartirà dal principio, rinforzandosi secondo un circolo virtuoso. Infine, si arriva anche alla crescita turistica, dato che un’area ben curata e con una base di clientela fissa cresciuta e costante può contare su un maggior apporto di potenziali turisti e quindi rivalutare il proprio patrimonio artistico e storico che il visitatore forestiero può imparare a conoscere ed apprezzare durante i tempi morti del proprio viaggio. Sembra una buona dose di ottimismo infuso ma non si discosta molto dalla possibile realtà di un centro urbano che soffre la mancanza di flussi economici e di una sana crescita commerciale. Va, senza ombra di dubbio, considerato che è compito delle amministrazioni curare aspetti imprescindibili come la manutenzione stradale, gli impianti luminari e i servizi di base come fogne, rete idrica e rete elettrica, e chissà che una piccola rivoluzione urbana avviata dai privati non serva da maggior sprono alle istituzioni a decidersi per impegnarsi in modo attivo nei confronti nel benessere generale urbano, che dà benefici a tutti. Diventa poi molto difficile per le istituzioni stare indietro rispetto alla rivoluzione urbana, e decideranno – di conseguenza – di stare al passo coi tempi e migliorare la propria efficienza. Almeno, questo è quanto accade di norma nei paesi ricchi del globo.

Francesco D’Amico

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