I fenomeno dei “Ghost Writer”, un danno culturale. Parte II.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019. Leggi la prima parte prima di procedere con la seconda.

Un fenomeno nascosto che bisogna imparare a conoscere

C’è un messaggio negativo trasmesso alla società mediante l’uso dei ghost writer, ossia di coloro che scrivono opere su commissione le quali sono poi attribuite ad altri: se non è importante che sia proprio l’artista a dare vita alla sua opera si percepisce che nessuno è necessario e tutti sono sostituibili. Questa percezione particolare rappresenta un enorme passo indietro per quanto riguarda il pensiero filosofico della società occidentale.

La conquista intellettuale che vede ogni individuo egualmente importante a tutti gli altri e con lo stesso diritto di essere salvaguardato rischia di rovesciarsi a favore di un atteggiamento opposto che vede ogni persona come egualmente sostituibile; ciò che si sente più spesso dagli stessi specializzati nei campi interessati a giustificazione di queste operazioni sono che l’artista che usa un ghost writer non si trova nell’agio di poter creare direttamente l’opera in quanto è più occupato a tessere reti sociali per assicurarsi commissioni e quindi persone che li paghino. In realtà questo mette luce su un altro problema importante della società: la svalutazione dell’oggettiva utilità di un lavoro a favore dei sistemi delle reti sociali in quanto, sostanzialmente, si tratta della stessa origine del clientelismo, della raccomandazione e di insiemi affini, in quanto l’aspetto in cui l’essere umano tende a concentrarsi maggiormente è quello della selezione sociale e non sull’oggettiva validità di un lavoro. Tuttavia, bisogna stare attenti a non confondere un comportamento sbagliato che abbia una causa da un comportamento giusto: la personalità che accetta la priorità o anche la necessità della rete sociale per poter avviare un lavoro (che paradossalmente nella pratica è utile di per sé a prescindere dal grado di conoscenza delle personalità coinvolte) ha già commesso un errore di valutazione e la scelta di utilizzare un ghost writer è una manifestazione di un atteggiamento sbagliato fin dal principio. Da questo si evince che firmare qualcosa che ha creato qualcun altro non è giustificabile per le modalità con cui la società sceglie la propria forza lavoro, anzi si può dire che è una manifestazione di aderenza a questo pensiero, della scelta di questa bandiera.

Altre obiezioni possono riguardare le autobiografie di personaggi politici compilate da terzi ma firmate dai politici stessi, ma anche in questo ambito non è detto affatto che una biografia si debba da spacciare per autobiografia, e che al nome del vero autore si debba sostituire il nome dell’oggetto della trattazione. Nel complesso, si invita il lettore a capire quanto sia culturalmente pericoloso il fenomeno dei ghost writer, di quanto favorisca il sonno della ragione, di quanto sia ben intrecciato con altri importanti problemi dell’organizzazione fra umani come la creazione di falsi miti e l’abbandono delle proprie scelte a schemi sociali che ignorano in parte o totalmente i dati e i vantaggi oggettivi del lavoro (su questo ultimo tema è illuminante leggere il testo di Eric Berne “A che gioco giochiamo”, sebbene le sue conclusioni siano opposte a quelle riportate in questo testo). L’invito qui rivolto è a controllare e limitare il fenomeno per poter progredire verso una sempre più trasparente e oggettiva gestione di ciò che è l’ arte e di ciò che è la vita.

Alessandro Severa

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