“La salsiccia”, di Friedrich Dürrenmatt

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 246) il 2 marzo 2019.

Quando un romanzo fa riflettere sull’aspettativa di giustizia

Esiste un volume, edito Feltrinelli e dal titolo “Racconti”, che raccoglie le diverse meraviglie narrative del grande drammaturgo svizzero Friedrich Dürrenmatt. La traduzione è a cura di Umberto Gandini, che si prende l’impiccio e l’impaccio di svelarci l’esemplare produzione romanzesca di questo straordinario autore. Questo piccolo-grande volume ospita diversi racconti, che vanno dal 1942 al 1985, tra i quali s’annida silenzioso un brevissimo romanzo dal titolo “La salsiccia”. Si sviluppa in sole due pagine, che bastano comunque a far emergere la maestria del grande Friedrich Dürrenmatt. La vicenda vive in un’aula di tribunale piena di gente perfino appesa ai lampadari – ci narra il drammaturgo svizzero – e con il pubblico accusatore, il difensore, l’accusato, i poliziotti e ovviamente il giudice supremo con la sua toga nera. L’uomo è accusato di aver ucciso la propria moglie e di averne fatto delle salsicce. Davanti al giudice supremo, appoggiata in un piatto, l’ultima salsiccia rossa e gonfia, unica parte rimasta della moglie uccisa. L’uomo accusato del delitto viene condannato e quando il giudice gli chiede quale fosse il suo ultimo desiderio, egli esprime proprio quello di poter mangiare quello che avanzava della povera moglie, ovvero quell’ultima salsiccia rossa. E, davanti allo stupore di tutta l’aula, il giudice supremo pronto a diventare un Dio, acconsente.

Ferma restando la fallibilità di ogni giudizio umano, dobbiamo comunque riflettere sul fatto che, molto spesso, il primato della “legge su ogni cosa” è una facciata di cartapesta. Questo racconto, infatti, ci dimostra come non si possa parlare di un’idea di giustizia unica, universale e forse neanche largamente condivisa. Proviamo ad attualizzare il tutto e pensiamo a chi, nei giorni nostri, uccide la propria moglie o la propria fidanzata. Sia ben chiaro, stiamo parlando di un delitto assurdo e ripugnante per la specie umana, ma a noi interessano altre riflessioni. Pensiamo, dunque, a quante volte sentiamo parlare della “certezza della pena” o di quello che spesso definiamo “inasprimento delle pene”. É realmente qualcosa di così necessario? É qualcosa di così urgente? Come spesso accade nella vita, la risposta è: “dipende”. Chi uccide la propria moglie o fidanzata, infatti, molto spesso nell’arco di mezz’ora si suicida, oppure scende di casa e si consegna spontaneamente al commissariato più vicino o ancora telefona ai Carabinieri per confessare e poi sedersi sul divano di pelle ad aspettare che le forze dell’ordine vadano a prelevarlo. Come possiamo notare, l’idea di giustizia di un simile soggetto è diversa. A questa persona poco interessa il problema sociale della “certezza della pena” e neanche l’eventuale inasprimento della stessa. Qualcosa di diverso lo spinge ad un simile gesto, probabilmente simile all’alito caldo della bestia che si prepara a darti il colpo di grazia, sicuramente lontano da quanto ipotizzato come “senso di giustizia” da molti di noi. É evidente, allora, come tutto questo poteva essere espresso in sole due pagine solo dal più noto romanziere e drammaturgo svizzero di lingua tedesca del mondo. Tra realtà vera e rappresentazione grottesca, Dürrenmatt ci porta a riflettere sul concetto di giustizia e descrive un mondo privo di ordine, quanto meno di quello che noi tendiamo a dargli con le nostre ideologie. D’orizzonti perduti è, dunque, questa giustizia. Il nostro stomaco è molto sofferente, infatti, quando l’ultimo desiderio espresso dall’accusato è di mangiare quella salsiccia. Ma, Friedrich Dürrenmatt, va oltre e ci spiega come gli uomini sono spesso servi timorosi dell’aspettativa di giustizia.

Antonio Mirko Dimartino

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