Derek Walcott, ritratto di un amore altruista del sé

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 242) il 16 giugno 2018.

Una poesia in dono per scoprire l’Innocenza essenziale, la gioia che viene al di fuori dell’essere

Derek Walcott, Premio Nobel per la Letteratura nel 1992, è considerato il più grande e importante poeta e drammaturgo delle Indie Occidentali. Solo un piccolo sunto, questo, che racchiude la sua vocazione poetica che, in Walcott arriva già in tenera età, anche grazie alla madre insegnante, e si sviluppa in un contesto geo-politico particolare; il poeta nasce nel 1930 a Castries, capitale di Saint Lucia, nelle Antille Minori, una piccola isola vulcanica, ex-colonia britannica, dove si mescolano culture e lingue differenti.

“Noi poeti iniziamo nella giovinezza con la gioia, e finiamo la nostra attività nella tristezza e nella pazzia”. Walcott, per spiegare la sua poetica cita William Blake, l’artista inglese che nelle sue poesie esaltava l’emozione della “gioia dei bambini”, lo stato d’innocenza in cui tutto è più chiaro, vicino al divino. “I poeti cercano nelle loro poesie di arrivare all’Innocenza essenziale, una felicità non personale e non legata alla vita terrena. Ogni bambino è un poeta, ma molti di loro crescendo perdono la propria innocenza a causa di cattivi insegnanti”. In una delle sue molteplici raccolte poetiche, “Mappa del nuovo mondo” del 1948, è racchiusa Amore dopo amore (Love after love), considerata la più grande poesia d’amore del ‘900. Nei versi, è racchiuso il senso della solitudine dell’uomo che, alla ricerca di sperimentazioni e novità, si distacca da tutto ciò che riguarda la propria persona. Walcott auspica che la coscienza di ognuno arrivi a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui si recupera se stessi. Un colossale inno a quella riconciliazione e riappacificazione che porta ad amare ciò che normalmente è inamabile: noi stessi. Con il pane, con il vino, coi ricordi delle lettere d’amore, con le fotografie, con tutto questo il poeta ci invita ad apparecchiare la tavola per riaccogliere lo Straniero che eravamo a noi stessi. Il poeta incita noi stessi ad amare quell’estraneo che abitava il nostro Io, ad amare il prossimo come noi medesimi, come la Bibbia insegna. In questo parallelo c’è il fondersi di due amori, quello spontaneo per se stessi e quello per gli altri, spesso conquistato con qualche fatica ma che dovrebbe essere altrettanto intenso. Dobbiamo tentare di ricondurre il nostro cuore “a se stesso”, cioè alla sua coscienza profonda. «Walcott ci dà più di se stesso o di un “mondo”; ci dà il senso dell’infinito che è racchiuso nel linguaggio poetico», scrive il poeta e saggista Iosif Brodskij. Il suo verso, tanto nelle composizioni brevi, quanto in quelle problematiche, letteralmente “naviga”. Un Io cerca se stesso nel mare di un mondo che agogna la luce di un faro, lo fa ad intermittenza in egual modo, ma si intinge di foscoliniane radici. Una Zacinto di uomini soli, nati sull’isola della propria coscienza, della propria solitudine e allo stesso tempo, al centro del mondo, nel cuore della propria avventura umana. Una nuova Itaca forse, dove il tempo è senza tempo ed è la lettura dell’Io, l’oceano di Ulisse, la terra di Walcott. Nella solitaria clessidra del tempo, cerchiamo noi stessi, il nostro periodo della “recherche” quasi proustiana che, occupa un’estensione evocativa indefinita ed incalcolabile, perché il momento dedicato a noi è un istante eterno, perché il nostro è il viaggio nell’Empireo dantesco, un viaggio dal tempo divino. Uno stadio di Nirvana, tanto abbiamo pensato a noi stessi e alla nostra interiorità, in evidente disagio e in uno stato di necessario risanamento. Ci sembra di aver guarito una ferita, di essere rinsaviti, di aver dato abbastanza spazio al nostro Ego che aveva bisogno di affetto e considerazione. E allora ci guardiamo allo specchio e ci sentiamo pieni, completi, intrisi di una pienezza ontologica che ci fa credere ancora una volta di essere soli. Prima ci sentivamo soli perché stavamo scegliendo di prenderci una pausa dall’altro e dal mondo circostante per osservare, scrutare e comprendere all’interno. Pochi istanti prima di guardare la nostra sagoma nello specchio, sapevamo di aver raggiungo la meta e di poter, quindi, concludere la nostra fase. Ora, invece, specchiandoci osserviamo con crescente e nuovo timore quello che abbiamo di fronte. Ora siamo soli. La Nostra fase è durata troppo a lungo. Poi, la nostra coscienza arriverà a comprendere la necessità di una nuova fase, quella in cui non solo si recupera il mondo, ma anche se stessi. Ci siamo persi e ora dobbiamo ricominciare. Questa la grande filosofia poetica interiore di Walcott, il suo capolavoro raffinato sullo straniero e il desiderio per la propria conoscenza. Il poeta muore nel 2017 a Cap Estate, nella sua Saint Lucia circondato da “Amore dopo amore”:

Tempo verrà
in cui, con esultanza,
saluterai te stesso arrivato
alla tua porta, nel tuo proprio specchio,
e ognuno sorriderà al benvenuto dell’altro,
e dirà: Siedi qui. Mangia.

Amerai di nuovo lo straniero che era il tuo Io.
Offri vino. Offri pane. Rendi il cuore
a se stesso, allo straniero che ti ha amato
per tutta la vita, che hai ignorato
per un altro e che ti sa a memoria.

Dallo scaffale tira giù le lettere d’amore,
le fotografie, le note disperate,
sbuccia via dallo specchio la tua immagine.

Siediti. È festa: la tua vita è in tavola.
– D. Walcott  –

Matilde Marcuzzo

 

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