Il gran dilemma dell’emigrazione giovanile

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 237) il  28 ottobre 2017.

I flussi aumentano e chi rimane nella propria terra si chiede se sia giusto o meno

Le cose cambiano molto in fretta: qualche anno fa, gli stereotipi vari sui più giovani erano completamente diversi da quelli attuali. Il nocciolo delle varie discussioni tra esponenti di generazioni diverse riguardava i “giovani d’oggi”, irrispettosi nei confronti degli adulti, deviati nell’educazione da fattori di stimolo esterni, strane persone con strane abitudini che non riuscivano ad apprezzare i beni in loro possesso per i quali le generazioni precedenti avevano combattuto. “Non apprezzi questo perché non sai cosa voglia dire star senza”, era la frase tipo. Molti di noi rimpiangono quei “bei tempi”: sarebbe quasi come una sogno se i problemi dei giovani fossero i litigi con gli adulti su orecchini, piercing, tatuaggi, serate, videogiochi, eccetera. La situazione ora è molto più drammatica: i giovani sono senza futuro, non hanno garanzie e per la prima volta è stato riconosciuto, grazie a opportune osservazioni statistiche, che le nuove generazioni sono in media meno ricche e stabilizzate di quelle precedenti. Se da una parte è vero che il problema è generalizzato e riguarda le nuove generazioni in più paesi del mondo, ancora una volta si apprende con tristezza che le solite regioni dei soliti stati mantengono il loro saldissimo ruolo di fanalini di coda. Non è un segreto, infatti, che l’Italia e in particolare il Meridione siano terre oggetto di ampi flussi di emigrazione giovanile interna ed esterna; si è consolidata nell’immaginario collettivo l’idea secondo la quale in Italia e, in particolare, in regioni come la Calabria, non sia più possibile realizzarsi in contesti meritocratici. Così, mentre i flussi aumentano in intensità e interi gruppi di amici, familiari e conoscenti si smembrano, in chi rimane scattano continui dubbi e dilemmi sul perché della scelta di non fare, almeno fino a questo momento, il gran passo verso l’esterno, quel balzo nel vuoto a caccia di opportunità.

Una foto diventata ormai celebre e simbolica.

Il fenomeno è estremamente complesso per essere affrontato in questa sede in quanto emigrare o meno non è una scelta dettata sempre e solo da pure logiche di carriera e di prospettive, ma fa i conti con situazioni familiari particolari. Ciò non impedisce di delinearne i fattori principali cercando, quantomeno, di trovare una radice, un problema alla base di tutto. Generalmente, pare che siano i territori con poca attrattiva imprenditoriale a soccombere per primi, prosciugati dalle floride zone propense al business e all’innovazione: se c’è poca propensione a facilitare il nuovo, l’azzardo imprenditoriale giovanile che avanza, e molta propensione a mantenere il vecchio ordine prestabilito a tutela delle generazioni precedenti e delle solite poltrone, potete star certi che il flusso di giovani emigranti sarà costante, solido e addirittura crescente. Per chi rimane nella propria terra, vista l’ovvia impossibilità nel realizzarsi completamente in un contesto socio-economico ostile ai giovani e all’innovazione, si canalizza tutta la speranza nel riempire progressivamente le nicchie lasciate vuote dalle generazioni precedenti, o nel provare a ritagliare piccoli spazi di crescita e innovazione nei quali provare a cercare qualche sbocco lavorativo. Il tutto mentre interi paesi fanno del ricambio generazionale e nell’attrazione di professionisti provenienti dall’estero uno dei punti focali della propria crescita economica e sociale.

Francesco D’Amico

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