La Composizione Musicale: un mestiere. Parte I.

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 235) il  22 luglio 2017. La seconda parte sarà pubblicata sul prossimo numero.

L’analisi critica di un musicista romano sullo stato in cui versa questo particolare settore

In altre sedi, negli ultimi mesi, ho affrontato lo stato attuale del settore musicale, e qui proverò a concentrarmi su un tipo di mestiere musicale, quello del compositore. La consapevolezza culturale sul tipo di attività svolta dal compositore non è scontata e, personalmente, ho avuto modo di sentirmi chiedere in cosa esattamente consistesse il corso di composizione musicale del conservatorio. In Italia l’immaginario collettivo musicale è legato soprattutto all’aspetto esecutivo e di conseguenza spesso viene ignorato un semplice fatto, ossia che dietro ad ogni nota vi è una persona che la scrive. Questo fa concludere che servirà qualcosa di più di avere Ennio Morricone, uno dei  più importanti compositori a livello internazionale, a rappresentare il nostro Paese in merito; inoltre, è un dato che si allinea perfettamente alle difficoltà di sbocco lavorativo che si incontrano dopo il percorso accademico. Proprio come in tutte le competenze musicali anche qui, di fatto, vi sono enormi difficoltà ad emergere e le personalità che ne hanno fatto un sostentamento sono decisamente poche se confrontate al grande numero di individui che, partiti con gli stessi intenti, finiscono con l’occuparsi di insegnamento se non proprio di altro. Ritengo opportuno ribadire un concetto già espresso quando parlai, in un altro contesto, delle prospettive attuali del campo musicale: l’insegnamento è un aspetto fondamentale della vita musicale di ogni persona che si occupi di suonare uno strumento o di comporre brani, tuttavia, laddove rappresenta forzatamente l’unica possibilità di sostentamento economico e laddove l’attività esecutiva o compositiva rappresentino sporadici momenti della propria carriera, è evidente che la condizione del mestiere in se non è positiva.

Studiare composizione significa statisticamente e nella migliore delle ipotesi, diventare insegnante di musica dopo il percorso accademico (o almeno provare a farlo). Non è raro che anche personaggi autorevoli nel settore ammettano le enormi difficoltà che si incontrano nel trovare qualcuno a cui serva la composizione. Aggiungiamo un ulteriore problema: laddove nel campo dello strumentista si sente spesso dire che all’estero la situazione generale è meno critica (basti pensare alla situazione degli orchestrali in Germania, innegabilmente migliore di quella nel nostro paese), nel campo della composizione non ci salverà andare via dall’Italia e l’insegnamento sarà sempre la prospettiva più probabile di mantenimento. Questo è un vero mistero perché testimonia la percezione di una maggior utilità nel sentire musica di repertorio rispetto a comporne e diffonderne di nuova. La situazione cambia leggermente quando dal campo della musica classica si passa a quello della musica leggera e della musica da film, ma il cambiamento è di tipo marginale: se è vero che di fatto esistono continue produzioni cinematografiche ogni anno (anche italiane) le personalità che riescono a sostentarsi economicamente con esse sono sempre un numero decisamente piccolo rispetto ai tanti studenti che tentano la strada. La disoccupazione è un problema che non investe solo questo settore, la crisi non risparmia nessuno ma in questo caso, il problema sembra essere stranamente ignorato: ai nuovi laureati in composizione si consiglia sempre la via dell’insegnamento quasi dimenticando che nel rinunciare a vivere componendo, si perde gran parte di ciò che ci si aspettava quando si è cominciato il percorso. Inoltre, questo solleva dei seri dubbi sulla percezione della dignità di questo lavoro: difficilmente immaginerei un operaio dover passare la propria vita ad insegnare il proprio mestiere senza esercitarlo mai perché sarebbe quasi come dire che la sua competenza, nel concreto, non serve. L’intera faccenda risulta ancora più sospetta quando si considera che alcuni personaggi storici e attuali siano riusciti non solo a viverci, ma anche a viverci bene: le società che si occupano del diritto d’autore hanno registrato nel tempo e per alcuni compositori, entrate notevoli. L’obiezione di qualcuno è che ciò fosse molto più facile in tempi passati e che ora le cose vanno diversamente, ma questo implicherebbe che nessuno si sostenga economicamente tramite il diritto d’autore, cosa che ne renderebbe inutile l’esistenza stessa. In realtà non è così: si continua a guadagnare creando musica, forse in forme differenti rispetto al passato, forse con un nuovo approccio mutato in corrispondenza dell’avvento di internet, ma i compositori che di mestiere fanno esattamente questo esistono ancora. Il punto, dunque, non sembra tanto essere un improbabile crollo dell’utilità pratica della composizione, quanto quello di una maggior presa di coscienza rispetto al fatto che si tratta di un mondo esclusivo. Mi sono già espresso in passato sui concorsi musicali e sul fatto che spesso facilitino una scelta dettata più dall’aggregazione fra individui che dal risultato oggettivo, e ritengo che tale opinione sia valida in tutto e per tutto quando si parla di composizione. Preciso in più che non esistendo dei parametri univoci e universali per quanto riguarda un “buon brano”, il discorso risulta ancora più evanescente. Ciò che spesso si sente dire è che nei concorsi viene valutata l’eseguibilità del brano presentato alla commissione e questo è certamente vero: non vi è alcun motivo di dubitare di questa affermazione. Quando però intervengono parametri meno tangibili quali ad esempio quello estetico, la condizione cambia nettamente in quanto risulta pressoché impossibile per chi compone un brano tenere conto della valutazione estetica di un qualsiasi giudice che possa trovare in commissione. Questo è un altro punto importante per ben definire ciò che valorizza oggettivamente un’attività: le modalità in cui tale attività viene valutata non possono essere radicalmente differenti per ogni singolo giudice, anche spostandosi di poco (o per nulla) nel territorio, anche addirittura trovandosi in concorsi di musica simile. Inoltre la possibilità di un buon risultato deve poter essere prevedibile tanto dal giudice quanto dal compositore che aspira a vincere il concorso.

Alessandro Severa

 

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