Calo delle vaccinazioni, il problema di fondo

Questo articolo è uscito sul mensile il Lametino (n. 234) il 27 maggio 2017.

Alla base del calo delle vaccinazioni c’è la scarsa informazione scientifica

Nell’ultimo periodo abbiamo assistito a un importante dibattito su scala nazionale per quanto concerne la tematica, molto delicata, delle vaccinazioni e del loro recente calo. Si è arrivati a casi di portata nazionale solo ora che il fenomeno del calo delle vaccinazioni nel Bel Paese, così come in altri stati, ha iniziato a fare le sue prime vittime, dove “vittime” non è una metafora ma fa riferimento a veri e propri casi di decessi, persone che hanno perso la vita perché non vaccinate. Impressionante e rappresentativo anche il caso dell’infermiera veneta che avrebbe fatto finta di vaccinare centinaia di bambini per diversi anni, forzando dunque le istituzioni a prendere seri provvedimenti e avviare controlli a tappeto. Quello che ora vediamo è il culmine di un processo che va avanti da diversi anni e che sta ora iniziando a manifestare le sue conseguenze più dannose.

Eppure, non bisogna essere anziani per capire che i vaccini sono stati una delle armi più potenti nelle mani della razza umana per contrastare determinati tipi di malattie: un tempo, i tassi di mortalità – soprattutto infantile – erano altissimi e arrivare al quinto anno di età, per un bambino, era già per molti versi miracoloso. Certo, i più anziani probabilmente hanno esperienze dirette, ma basta il semplice percorso formativo della storia dell’obbligo per formare e sensibilizzare i cittadini in tema di vaccini, contemplati dai programmi di Scienze delle scuole superiori, medie e, in alcuni casi, anche elementari. Le scoperte scientifiche hanno permesso di ridurre l’incidenza di alcune malattie, fino a debellarle, creando quella che in gergo tecnico si definisce “immunità di gregge”; tale immunità consiste nell’avere una percentuale altissima di vaccinati contro una data malattia, in modo da rendere immune l’intero “gregge”, ossia la popolazione, dalla diffusione della stessa, inclusi gli individui non vaccinati. Abbassando la percentuale relativa di vaccinati nella popolazione, si perde questo caratteristico tipo di immunità e si permette a malattie un tempo debellate di manifestarsi nuovamente, diffondersi e causare dei decessi.

Uno dei nuovi mali dell’era moderna.

Fatte queste premesse, non dovrebbero esserci motivi tali da spingere qualcuno a non vaccinare i propri figli: la scuola insegna che le vaccinazioni sono utili e la storia umana recente insegna quanto male hanno causato le malattie per le quali ora si richiede la vaccinazione. Come nasce, dunque, il fenomeno degli antivax, gli antivaccinisti? Alla base di tutto, in questo come in altri settori, c’è una marcata diffidenza nei confronti della Scienza, accorpata alle teorie del complotto che dilagano sul web: la disinformazione e le notizie false, grazie anche soprattutto ai social network, sono più facili da diffondere delle corrette informazioni, e ciò rende le persone con background di studio poco consolidato più vulnerabili alla propaganda antivaccinista rispetto a chi, alle spalle, ha un percorso di studi inerente all’argomento. Questa corrente di pensiero è la stessa che alimenta nella popolazione fantasiose teorie sulle cure per il cancro “nascoste” od ostacolate, e che dà man forte a chi vuole propinare metodi di cura alternativi, ovviamente speculandoci e non poco (è arcinoto il caso Stamina). Degni di nota per le loro idee strampalate, i “terrapiattisti”, ossia coloro che nel 2017 pensano che la Terra sia piatta. E’ tutta una questione di ignoranza, quindi? Sì, ma solo in parte, dato che le file degli antivax vantano anche persone con curricula accademici. Il problema di fondo è che non si riesce a fare corretta informazione scientifica, forse nemmeno nelle scuole, e non si insegnano ai futuri cittadini e genitori alcuni principi cardine di logica e ragionamento che dovrebbero aiutarli a distinguere la vera Scienza dalla pseudoscienza. E’ forse proprio dalle scuole che bisogna ripartire, con una revisione dei percorsi formativi tale da contrastare il fenomeno proprio negli istituti scolastici, i luoghi che formano i cittadini attivi del futuro.

Francesco D’Amico

 

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