Recensione di Ace Combat Advance

Questa recensione è uscita su Gamesource nel mese di marzo 2010.

Il primo Ace Combat “portatile”

La famosissima saga di Ace Combat ha sempre dominato nel campo dei simulatori di volo arcade per Playstation e solo con l’uscita di Ace Combat: Advance c’è stato il debutto su un’altra piattaforma. I programmatori della NAMCO hanno dato “a terzi” il compito di sviluppare un titolo per GBA e Ace Combat: Advance è stato il risultato.

I limiti del Game Boy Advance sono di dominio pubblico, ma questo non avrebbe dovuto limitare le enormi potenzialità di un Ace Combat portatile. Per una serie di motivi, purtroppo, ACA ha deluso tantissimo e non sono pochi i fan che lo considerano “la pecora nera” della serie Ace Combat.

In vista della Corporate War…

La collocazione temporale è uno dei pochi aspetti interessanti del gioco: qualche anno prima della Corporate War, nel 2032, la General Resource Ltd. prova ad estendere i propri domini ricorrendo all’uso della branca ASF (Air Strike Force) e le forze UAD (United Air Defense) hanno il compito di contrastarle. Questo contesto storico (è da ricordare il fatto che Ace Combat è ambientato in un altro mondo) precede di circa un decennio i i fatti narrati in Ace Combat 3: Electrosphere.

Insomma, i presupposti sono buoni: atmosfera e aerei futuristici, ritorno allo stile e agli eventi di AC3, una trama apparentemente interessante. Cosa è stato fatto per sfruttare appieno queste potenzialità? Praticamente nulla.

Il “brivido” di un’operazione di intercettazione…

Le missioni seguono, con una discreta fatica, un filo logico indubbiamente semplicistico e poco propenso ad includere fattori extra capaci di tenere i giocatori incollati al proprio GBA. C’è una missione da compiere, un determinato obiettivo da distruggere e/o un alleato da proteggere, diversi nemici pronti a costituire un ostacolo più o meno rilevante e, come se non bastasse, anche un limite di tempo (forse legato al carburante, anche se ciò non spiega la presenza dei rifornitori) per completare la missione. Salvo rarissime occasioni, le missioni di ACA non offrono più di quanto è stato appena detto e a tutto questo si aggiunge il fatto che non c’è nessun personaggio a dare alla trama quello che manca per essere avvincente. Tutti questi difetti hanno quasi dell’incredibile e costituiscono un durissimo colpo per quella piccola promessa che ha il nome di Ace Combat: Advance.

Longevità scadente, basso spessore, poca originalità, problemi di licenza…

Solitamente i simulatori di volo non necessitano di un numero spropositato di ore di gioco per essere completati e fanno affidamento su una serie di peculiarità (missioni segrete, modalità “nuovo gioco” speciali, livree da sbloccare, assi nemici da scovare, eventuali percorsi alternativi, etc. etc.) per incrementare più o meno sensibilmente la longevità. Il più delle volte, la trama stessa costituisce un motivo bello e buono per ricominciare il gioco dall’inizio un attimo dopo averlo completato. Ebbene, nulla di tutto questo può accadere a chi ha la (s)fortuna di giocare ad Ace Combat: Advance.

La quasi totale assenza di uno sviluppo della trama degno di essere definito tale è un duro colpo per una serie che ha sempre puntato su caratteristiche originali per avere successo. Non serviva una console ultramoderna per aggiungere testi aggiuntivi (più messaggi durante le missioni, briefing più esaurienti, debriefing, descrizioni delle situazioni tattiche e altro ancora) e dare più spessore a questo titolo: la monotonia regna sovrana e bastano poche decine di minuti per rendersene conto.

Il nostro velivolo diventa più piccolo: eccome come viene “ridotta” la quota.

Il rifornimento in volo, uno dei momenti in cui appaiono più messaggi

Problema marginale, ma degno di nota, è dato dalla totale mancanza delle licenze necessarie per poter usare i nomi dei velivoli esistenti nel mondo reale: certo, nessuno di questi è presente in ACA per i motivi di cui sopra, ma si ha continuamente a che fare con nomi ideati alla falsariga di quelli reali. L’SI-40, per il nome e per la forma, è una brutta copia dell’S-37/Su-43/Su-47 visto in tutti i titoli della serie a partire da AC3.

L’unica pecca parzialmente comprensibile è il sistema di volo, impostato su due quote (“bassa” e “alta”) e sulla capacità di virare lateralmente. Nessuno ha preteso una grafica 3D da ACA e, analogamente, nessuno si sarebbe aspettato di “ammirare” una variabilità così scarna e poco interessante: col GBA era possibile fare di più, molto di più. Per il resto, le meccaniche di gioco adottate in ACA sono modestamente abbordabili: si ha la classica divisione in armi normali e speciali, un numero modesto di aerei via via più avanzati e tante altre fattezze del simulatore di volo arcade. Questi piccoli segni positivi non giustificano il numero ridicolo di missioni, appena 12, e lo stile molto superficiale con il quale sono state create: solo le ambientazioni costituiscono, seppur nei loro limiti, un segno di ripresa.

La pecora nera della serie

I fan, all’unanimità, considerano Ace Combat: Advance la pecora nera della serie Ace Combat e i motivi sono pienamente condivisibili. Un titolo povero sotto praticamente ogni punto di vista e sviluppato col singolo scopo di attirare i fan di Ace Combat sa tanto di fregatura e sarebbe da evitare. Un titolo che fallisce anche nel tentativo di fungere da introduzione ad AC3, l’amato e odiato titolo futuristico della serie che, per ovvi motivi, è stato destinato a rimanere isolato. Ace Combat: Advance è, purtroppo, un acquisto obbligatorio per i collezionisti della serie che devono assolutamente mettere le mani su tutti i titoli che la compongono e sono tenuti a sopportare anche questa pecora nera che non smetterà mai di deludere.

Il titolo si salva dalla mediocrità più totale per un pelo e può garantire quelle pochissime ore di piccolo svago che valgono meno della metà dei soldi usati per acquistare il gioco. ACA è il classico gioco che, nel migliore dei casi, si può consigliare ai videogiocatori che cercano un piccolo passatempo: chi è alla ricerca di un titolo valido per il quale vale la pena spendere soldi è sinceramente esortato a stare alla larga da questo titolo.

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Francesco D’Amico

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